Geograficamente

conservazioni e trasformazioni virtuose del territorio


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I TROPPI CONFLITTI nel nostro VILLAGGIO GLOBALE se non si riuscirà a farli cessare potranno innescare una NUOVA GUERRA MONDIALE? – E i civili che muoiono più dei militari: in primis BAMBINI (olandesi, nell’aereo malese che sorvola la guerra ucraina; palestinesi, nel conflitto tra Israele e Hamas) – La necessità di una forte diplomazia internazionale di pace

17 luglio 2014: Isreale lancia l'attacco di terra sulla Striscia di Gaza - 20/7/2014:HAMAS: CATTURATO SOLDATO ISRAELIANO. 13 MILITARI UCCISI - Gaza City (Gaza), 20 lug. (LaPresse/AP) - Le brigate al-Quassam hanno annunciato di aver rapito il soldato israeliano Shaul Aron. Lo riporta l'agenzia di stampa palestinese Maan.  Il soldato sarebbe stato catturato durante i combattimenti nella Striscia di Gaza. Parlando ad una stazione televisiva di Hamas, il portavoce Abu Ubaida ha dichiarato: "Abbiamo catturato un soldato sionista e l'occupazione non l'ho ha ammesso". Per ora  nessun commento da Israele.   TREDICI SOLDATI UCCISI. Sono 13 i soldati israeliani rimasti uccisi nella Striscia di Gaza oggi durante l'offensiva di terra. Lo afferma l'esercito di Israele. Le vittime portano a 18 il totale delle vittime tra i militari israeliani. Nei giorni scorsi due civili israeliani sono rimasti uccisi dagli attacchi con colpi di mortaio e razzi verso Israele. Decine i soldati feriti. Sono almeno 425 i palestinesi uccisi nella Striscia da quando è cominciata l'offensiva israeliana, quasi due settimane fa.   "VOGLIONO ACCUMULARE MORTI CIVILI". "Israele sta prendendo di mira solo militanti nella sua campagna, ha detto il premier israeliano Benjamin Netanyahu, parlando con la Cnn. "Tutte le vittime civili non sono volute da noi, ma sono volute da Hamas. Vogliono accumulare tutti i morti civili che riescono, è orribile", ha detto il premier

17 luglio 2014: Isreale lancia l’attacco di terra sulla Striscia di Gaza – 20/7/2014:HAMAS: CATTURATO SOLDATO ISRAELIANO. 13 MILITARI UCCISI – Gaza City (Gaza), 20 lug. (LaPresse/AP) – Le brigate al-Quassam hanno annunciato di aver rapito il soldato israeliano Shaul Aron. Lo riporta l’agenzia di stampa palestinese Maan. Il soldato sarebbe stato catturato durante i combattimenti nella Striscia di Gaza. Parlando ad una stazione televisiva di Hamas, il portavoce Abu Ubaida ha dichiarato: “Abbiamo catturato un soldato sionista e l’occupazione non l’ho ha ammesso”. Per ora nessun commento da Israele. TREDICI SOLDATI UCCISI. Sono 13 i soldati israeliani rimasti uccisi nella Striscia di Gaza oggi durante l’offensiva di terra. Lo afferma l’esercito di Israele. Le vittime portano a 18 il totale delle vittime tra i militari israeliani. Nei giorni scorsi due civili israeliani sono rimasti uccisi dagli attacchi con colpi di mortaio e razzi verso Israele. Decine i soldati feriti. Sono almeno 425 i palestinesi uccisi nella Striscia da quando è cominciata l’offensiva israeliana, quasi due settimane fa. “VOGLIONO ACCUMULARE MORTI CIVILI”. “Israele sta prendendo di mira solo militanti nella sua campagna, ha detto il premier israeliano Benjamin Netanyahu, parlando con la Cnn. “Tutte le vittime civili non sono volute da noi, ma sono volute da Hamas. Vogliono accumulare tutti i morti civili che riescono, è orribile”, ha detto il premier

BASTA

   A me non interessa se erano israeliani o palestinesi. A me interessa che erano bambini. Bambini che stavano giocando a pallone sulla spiaggia. Il primo missile li ha sorvolati, lasciandoli increduli. Possibile che la guerra potesse ruggire proprio lì, tra gli alberghi e i capanni del lungomare? Sono scappati col pallone sotto l’ascella. Qualcuno è corso verso un gruppo di giornalisti stranieri appena usciti da un hotel. Qualcun altro si è rifugiato dentro un capanno, nell’illusione che al riparo di un tetto il male sparisse o facesse meno danni.

Gaza, 16 lug. – Dramma su una spiaggia di Gaza dove quattro bambini palestinesi di una stessa famiglia sono stati uccisi da colpi di artiglieria sparati dalla Marina

Gaza, 16 lug. – Dramma su una spiaggia di Gaza dove quattro bambini palestinesi di una stessa famiglia sono stati uccisi da colpi di artiglieria sparati dalla Marina

È a quel punto che il secondo missile li ha colpiti. Sono morti in quattro, tutti della stessa famiglia. Il più piccolo aveva nove anni. Il più grande dodici. I feriti perdevano sangue dalla testa e si tenevano le mani sullo stomaco, urlando di spavento e di dolore.     Immaginate i parenti di quei piccoli, l’odio senza tempo che da oggi germinerà nei loro cuori. A me non interessa più capire questa guerra, distinguere tra atti bellici e atti terroristici, soppesare i torti e le ragioni. A me interessano quei quattro bambini. E i tre adolescenti della parte opposta uccisi a freddo nei giorni scorsi. La mattanza di futuro ha raggiunto ritmi insostenibili persino per un mondo in overdose perenne d’indignazione come il nostro. Nel tentativo di dare almeno una forma all’orrore, scrivo i nomi delle sette vittime, senz’altra distinzione che non sia la loro comune appartenenza alla razza umana: Eyal Yifrah, 19 anni, Gilad Shaar (16), Naftali Fraenkel (16), Ramez Bakr (11), Ahed Bakr (10), Zakaria Bakr (10), Mohammad Bakr (9). Nove anni. Scrivo i loro nomi e urlo il mio infantile, inutile, definitivo: basta. (MASSIMO GRAMELLINI, da “la Stampa” del 17/7/2014)

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   “Troppi «focolai di crisi», accesi intorno a noi”. Lo ha detto il presidente Napolitano. E ogni crisi – oggi – può diventare globale.

   L’abbattimento del boeing 777 malese, con lo scambio di accuse tra Kiev e Mosca sulla responsabilità, con 298 vittime, perlopiù olandesi (con 80 bambini uccisi, l’aereo era partito da Amsterdam e andava a Kuala Lumpur in Malaysia), mostra come la guerra sia così vicina a noi, poche centinaia di chilometri dal nostro confine (500 chilometri) (tanto quanto lo è stata, la guerra, nella prima metà degli anni 90 nei Balcani)

   Fa pensare che il missile lanciato (è molto probabile ad opera dei separatisti russi dell’Ucraina orientale, appoggiati da Putin) sia un missile di fabbricazione russa che è in dotazione, oltre che naturalmente ai russi e ai separatisti, anche al governo ucraino e, quando non si colpisce un inerme aereo di passeggeri perlopiù olandesi, questi missili della stessa fabbricazione vengono usati da entrambe le parti l’uno contro l’altro: insomma stesse armi che si fronteggiano. Ma ciò accade spesso in tutti i fronti di guerra……

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DOV E CADUTO L AEREO MALESE

DOV E CADUTO L’AEREO MALESE

  UCRAINA: UNA GUERRA CHE RIGUARDA TUTTI

 Alla fine l’incidente è arrivato, lo scenario da guerra fredda è da ore sugli schermi tv-computer-smartphone di tutto il mondo. Quale che sia la causa e chi sia il colpevole, un aereo non può cadere per caso in un zona di guerra. Qualcuno ha premuto un grilletto.    Le 298 povere vittime originarie di ogni angolo del pianeta trasformano il conflitto che da mesi sobbolle in quella periferia di confine tra Ucraina e Russia in un conflitto dal valore globale. Non è più una nuova, vecchia, sporca storia tra ex sovietici. Quella guerra, ora più che mai, ci riguarda tutti. (…..) (Cesare Martinetti, da “la Stampa” del 18/7/2014)

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   …….E dall’altra, in un’altra parte del pianeta (non eccessivamente lontano dall’Ucraina), nello stesso giorno parte l’intervento di terra israeliana sulla Striscia di Gaza (52 mila uomini impegnati e altri 18 mila di riserva), accompagnato e derivato dall’irragionevole rifiuto di ogni tregua (proposta dagli egiziani) da parte di Hamas (con i suoi circa 20 mila guerriglieri rintanati nei tunnel o tra la popolazione) (questa ennesima guerra israelo-palestinese è possibile che si risolva in una carneficina e con conseguenze future ancora peggiori, di odio fra i due popoli).

   Ma non è solo questo (e basterebbe!). C’è da preoccuparsi dello Stato-Califfato che si sta costituendo in buona parte del territorio della Siria e dell’Iraq (ma con ambizioni di allargarsi alla Giordania, Libano e a tutto il Medio Oriente), uno stato confessionale nato “contro l’Occidente” (Al Qaeda al suo posto era un groppuscolo moderato…); oppure la presa della città di Amran nello Yemen da parte dei ribelli Houthi ai primi di luglio (vicenda fuori dall’informazione internazionale di questi giorni); molti altri conflitti ed eccidi all’interno di Stati africani e non (Congo, Nigeria, ma anche Corea del Nord etc.)… Tutto questo sembra portare a una situazione fuori controllo da parte degli altri Paesi del mondo, delle loro diplomazie “di pace” (l’America che non vuole più coinvolgersi nelle crisi in Medio Oriente, l’Europa inesistente in ogni ruolo diplomatico, la Russia che ci gioca sui conflitti, qualche paese che ci prova a dire qualcosa, come la Turchia, ma pare più per sopire conflitti interni…)….

   E tutti i soggetti in campo, che combattono tra di loro, pare non abbiano nessun “progetto” vero di come vorrebbero la società futura, il contesto per il quale hanno deciso di “usare la guerra” E, forse quel che è ancora peggio, la loro debolezza dà vita a UNA FRAMMENTAZIONE INTERNA con gruppi quasi sempre ultra radicali, violenti, che “fanno da sé”, conducono la guerra per conto proprio e come vogliono.

   Un’instabilità, una frammentazione dei soggetti, un prevalere di forze estremiste e ultraviolente… un contesto di anarchia generale davanti alla quale ci si sente impreparati

   E in tante altre parti del mondo i conflitti armati sono in larga parte sostituiti da controversie commerciali, embarghi, dispute sulla gestione delle risorse naturali…

   Poi si aggiungono le difficoltà economiche che pare stiano vivendo anche Paesi finora in crescita, come quelli identificati nell’acronimo “Brics” (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica…)…

   Ecco, tutto questo per dire che se non ci sarà una svolta “degli uomini di buona volontà”, una spinta dal basso che può riguardare tutti, un ritorno all’associazionismo internazionale, umanitario, politico, culturale rivolto ai popoli e agli stati ora non più lontani del nostro mondo-villaggio globale, tutto fa presagire che possa scoppiare un conflitto mondiale, fatto di rabbia e violenza, senza alcuna motivazione. Ma, ogni contesto storico negativo, può essere rimediato, superato, se non si sta solo a guardare. (s.m.)

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I fatti di oggi e le lezioni del passato 

GAZA E UCRAINA: DUE CRISI, UNA STORIA DA RIPASSARE

di Alessandro Zaccuri , da AVVENIRE del 19 luglio 2014

   La Storia non si ripete, d’accordo, eppure «la Storia ha più memoria di noi», come dichiarava ieri il filosofo francese Régis Debray in una lunga intervista apparsa sul quotidiano francese «Le Monde».

   Anche la geografia, del resto, ha le sue ragioni. C’è una diagonale che attraversa per intero – da Est a Ovest, e da Sud verso Nord – la carta geografica dell’Ucraina. Muove dal confine con la Russia, nei pressi di Donetsk, nel punto in cui l’altro giorno è stato abbattuto il volo MH17 della Malaysian Airlines. Continua a leggere


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SGUARDI SUL MONDO

di Nico Bazzoli

SGUARDI SUL MONDO. Letture di geografia sociale.

A cura di Alma Bianchetti e Andrea Guaran

Prefazione Franco Salvatori – Introduzione Alma Bianchetti, Andrea Guaran – In ricordo di Daniela Lombardi Giovanna Bellencin Meneghel – La geografia sociale: quadro concettuale e tematiche principali: La geografia sociale. Un breve profilo Giovanna Bellencin Meneghel – Genere, luogo, spazio: alcune riflessioni Gisella Cortesi – Assoluta, relativa, ambientale. Declinazioni di povertà Tiziana Banini – Geografia sociale e processi migratori Francesca Krasna – Geografia sociale e spazi urbani: produzione, esclusione e pratiche Stefano Malatesta, Marcella Schmidt di Friedberg – Dal modello della globalizzazione ai valori della decrescita. Oltre la società dei consumi Alma Bianchetti, Nadia Carestiato – Approfondimenti tematici: Esperienze nella geografia sociale europea Mirella Loda, Fabio Amato – Di chi è il territorio? Per una geografia partecipativa Mauro Pascolini – Povertà ed esclusione sociale: una ipotesi di lettura spaziale Andrea Guaran – “Getting Involved”. Il ruolo del volontariato nella gestione dell’heritage statunitense Franca Battigelli – Frammentazione urbana e nuove dinamiche insediative. Bologna e il suo hinterland Nico Bazzoli – I Rom e Sinti a Bolzano. Verso il superamento dei campi nomadi? Claudia Lintner.

Fin dal titolo, Sguardi sul mondo. Letture di geografia sociale, i curatori esplicitano l’intento di proporre, non volendo circoscriversi entro la struttura propria di un manuale, un ampio ventaglio di prospettive di analisi sulla complessità del mondo contemporaneo colte con la lente della geografia sociale. Tale chiave interpretativa, delineata nella sua evoluzione teorico-metodologica secondo il percorso tracciato da Daniela Lombardi, al cui ricordo è dedicato il volume, si focalizza sullo stretto rapporto tra dinamiche sociali e dinamiche spaziali, cogliendo e facendo emergere processi socio-territoriali che spesso non risultano di immediata percezione e di completa comprensione circa la loro natura e le conseguenze che innescano. In questo quadro, il volume raccoglie saggi di autori che, avvalendosi di esperienze di ricerca rese coerenti dal comune filo conduttore della lettura geografico-sociale, affrontano temi cruciali nel contesto del mondo globalizzato, quali le molteplici declinazioni della povertà e i fenomeni migratori, i processi di esclusione sociale in ambito urbano, i problemi di genere, le mobilitazioni crescenti in nome della consapevolezza della necessità di forme di gestione partecipata nel governo del territorio in risposta agli usi conflittuali di matrice top-down degli spazi pubblici, l’ascesa di visioni alternative al sistema socio-economico dominante, con le proposte della “decrescita”e l’attenzione consapevole ai beni comuni.
Un testo che si situa nel panorama della ricerca tra la geografia e la sociologia, connettendo gli interessi per lo studio delle dinamiche sociali a quello dei processi spaziali. La geografia sociale nasce infatti dall’esigenza di colmare quella lacuna dell’analisi sociologica che prendeva in esame il comportamento umano senza però approfondire gli aspetti spaziali che esso produceva. L’attenzione allo spazio, inteso non come mero contenitore degli eventi sociali nel suo senso assoluto bensì come prodotto e fattore di influenza degli eventi sociali stessi, risulta costante e pervade l’intera struttura del testo. Il volume è organizzato in due sezioni: una prima parte in cui sono raccolti contributi riguardanti il quadro concettuale della geografia sociale e le tematiche principali di riferimento; una seconda parte riguarda approfondimenti concettuali e tematici imperniati su mirati casi di studio. L’elemento trasversale che sembra fungere da collante ai diversi contributi è quello dell’urbanità, dualmente intesa sia in senso spaziale come moltiplicazione ed espansione fisica della città sia come modello di organizzazione sociale e stile di vita. Si tratta di un’opera collettiva che intende fornire un quadro concettuale della materia, delineandone la pluralità degli argomenti e dei punti di vista, ad un fine espressamente didattico. Il volume risulta allora un buon punto di partenza per giovani geografi e sociologi, interessati ad entrare in contatto con una concezione del sapere geografico che tratta lo spazio da un punto di vista relazionale.


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ISRAELE – PALESTINA di Hamas: CI SARA’ LA GUERRA? – il MEDIO ORIENTE CHE SI STA DISINTEGRANDO – Gli USA incapaci di mediare; in Siria e Iraq si è creato il nuovo crudele Stato-Califfato “ISIS” – Ma i giovani arabi della “PRIMAVERA” (e quelli israeliani) sono disposti a combattere?

Foto di GAZA CITY (palazzina colpita dai raid aerei israeliani) - Sono stati 690 i razzi e i colpi di mortaio lanciati DA GAZA VERSO ISRAELE dall'inizio dell'operazione “BARRIERA PROTTETTIVA". Lo ha detto un portavoce dell'esercito di Tel Aviv, spiegando che alcuni dei razzi sono penetrati in territorio israeliano per oltre 100 km.  Sul fronte opposto, A GAZA, i raid aerei subiti avrebbero causato l’uccisione di almeno 120 palestinesi, in gran parte civili (i feriti sono 670). Distrutte 282 case, mentre altre 9mila sarebbero state danneggiate.

Foto di GAZA CITY (palazzina colpita dai raid aerei israeliani) – Sono stati 690 i razzi e i colpi di mortaio lanciati DA GAZA VERSO ISRAELE dall’inizio dell’operazione “BARRIERA PROTTETTIVA”. Lo ha detto un portavoce dell’esercito di Tel Aviv, spiegando che alcuni dei razzi sono penetrati in territorio israeliano per oltre 100 km. Sul fronte opposto, A GAZA, i raid aerei subiti avrebbero causato l’uccisione di almeno 120 palestinesi, in gran parte civili (i feriti sono 670). Distrutte 282 case, mentre altre 9mila sarebbero state danneggiate.

   Da l’impressione di “già visto”, del “già sentito” (nelle notizie dei telegiornali, della radio, dei giornali…) quel che sta accadendo tra Israele e l’organizzazione palestinese che governa la Striscia di Gaza Hamas. Un’escalation di guerra con i soliti atroci preannunci: 3 ragazzi israeliani (Eyal Yifrah, Gilad Shaar e Naftali Fraenkel) rapiti e uccisi da uno dei tanti gruppi estremisti palestinesi; la “risposta”, rappresaglia, di alcuni integralisti israeliti con la barbarie dell’uccisione di un ragazzo palestinese (Mohammed Abu Khudair) bruciato vivo.

   Lo scrittore ebreo David Grossman, tra i più critici dell’atteggiamento israeliano verso i palestinesi (in un articolo che in questo post riportiamo) parla di questo “eterno” conflitto come “una legge della natura o di un assioma che stabilisce che questi due popoli saranno per sempre condannati alla guerra e non avranno mai pace”.

ASHKELON (ISRAELE) Una famiglia corre verso un rifugio pochi secondi dopo il suono della sirena di allarme

ASHKELON (ISRAELE) Una famiglia corre verso un rifugio pochi secondi dopo il suono della sirena di allarme

   Ma questa volta, nella tragedia e nella sofferenza di entrambi i popoli (gli israeliani sotto la paura dei razzi di Hamas; i palestinesi che subiscono i raid aerei), c’è qualcosa di ben diverso nella geopolitica del conflitto in atto: 1-un Medio Oriente in totale confusione e cambiamento (e non in meglio); 2-le potenze occidentali (in primis gli USA) che non hanno più alcuna funzione mediatrice tra le parti; 3-la frammentazione di forze diverse, tra gli stessi israeliani e i palestinesi, che non si riconoscono più nei leader e nelle istituzioni tradizionali.

   Le divisioni interne al mondo palestinese (tra l’organizzazione Hamas che controlla la striscia di Gaza e la Cisgiordania di Abu Mazen) sono esplose prima ancora che con Israele; le due leadership storiche arabe sono in agonia. Per questo hanno creato una specie di governo di unità nazionale. E da situazioni interne non controllate da entrambe sono sfociati i gravi episodi di violenza riesplosa con il sequestro e l’uccisione dei tre studenti israeliani. Dall’altra è Israele che pare non riuscire a controllare l’estremismo dentro a se: ne è la dimostrazione l’assassinio dell’adolescente palestinese (questo nel mentre stava per arrivare la dura rappresaglia israeliana contro l’uccisione dei tre ragazzi…).

   Ma sono stati i palestinesi di Hamas a (ri)iniziare il lancio di razzi e missili dalla Striscia di Gaza contro Israele… e la risposta (area) di Israele è durissima: finora 120 palestinesi, perlopiù civili uccisi. E si fa strada la possibilità di un’invasione “via terra” israeliana della Striscia di Gaza….L'originale piano di partizione della Palestina e gli insediamenti israeliani_ da Wikipedia

   Insomma, un caos indescrivibile, una situazione di smarrimento reciproco, una frammentazione delle contrapposizioni violente, senza che né i capi palestinesi né quelli israeliani possano sufficientemente controllare la spirale violenta. E dall’altra, in Siria e Iraq, gli estremisti islamici dell’ISIS (molto più pericolosi e violenti di Al Qaeda…) che guadagnano posizioni e si consolidano (appunto in Iraq e Siria ma con ambizioni di espandersi in Giordania e tutto il Medio Oriente) con la creazione di un loro Stato confessionale islamico (si dovrà stampare una nuova carta geografica dei confini e dei paesi mediorientali?).

   L’Occidente (l’America, gli Stati Uniti…) incapaci di mediare (non parliamo dell’Europa del tutto assente), e anche l’importante Egitto in epoche precedenti di paese facente azione mediatrice, ora è fuori gioco con i suoi problemi di contrapposizioni interne.

Eyal Yifrah, Gilad Shaar e Naftali Fraenkel, i tre ragazzi isrealiani catturati e uccisi da frange estremiste palestinesi

Eyal Yifrah, Gilad Shaar e Naftali Fraenkel, i tre ragazzi isrealiani catturati e uccisi da frange estremiste palestinesi

   Dal novembre 2012 (data che segna la mediazione egiziana e il fiume di sangue già versato consigliarono ai contendenti una tregua pur priva di garanzie), quel novembre 2012 nel quale pure era stato nominato segretario di stato statunitense da Obama John Kerry, lui ci aveva provato a far giungere i due popoli a una pace duratura, ma ha fallito del tutto: e Kerry stesso ripartendo le colpe fra entrambi gli schieramenti, israeliani e palestinesi, per il fallimento del suo negoziato di pace, ha chiarito anche che la colpa è stata più dei primi che dei secondi.

   Il fatto vero è che da quel novembre del 2012 è cambiato buona parte del mondo, e soprattutto è radicalmente cambiato il Medio Oriente. La Siria si dibatte nella guerra civile, le primavere arabe e i giovani in rivolta contro l’estremismo sociale religioso delle loro società non hanno ottenuto granché…. L’Egitto è tornato ai colpi di stato militari per bloccare lo strapotere sociale dei fratelli mussulmani e non conta più niente nell’azione di mediazione con Hamas e Israele…. E dietro gli egiziani, comunque, c’era sempre stata l’America e tutti lo sapevano. Ed è così finita ogni influenza americana nella regione mediorientale e tra israeliani e palestinesi in particolare.

Mohammed Abu Khudair, il ragazzino palestinese rapito e ucciso per rappresaglia da integralisti israeliani

Mohammed Abu Khudair, il ragazzino palestinese rapito e ucciso per rappresaglia da integralisti israeliani

Amir Peretz, ministro dell’Ambiente israeliano

Amir Peretz, ministro dell’Ambiente israeliano

GLI INSULTI RAZZISTI ALL’IDEATORE DELLA CUPOLA DI FERRO – Minacce di morte e applausi. Gli estremisti ebrei attaccano AMIR PERETZ, ministro dell’Ambiente, colpevole per loro di aver visitato la famiglia di MOHAMMED ABU KHUDAIR, il ragazzino palestinese rapito e ammazzato l’8 luglio. La sua pagina Facebook è diventata un elenco di insulti, incitazioni razziste, odio contro gli arabi. L’altra Israele, la maggioranza, lo ferma per strada e gli stringe la mano per ringraziarlo. Peretz rischierebbe di passare alla storia come uno dei peggiori ministri della Difesa (tra il 2006 e il 2007, gestione criticata della guerra con il Libano) se non fosse anche l’artefice politico di IRON DOME, il sistema anti missilistico che ha voluto e sostenuto quasi da solo. È la sua Cupola di ferro a proteggere in questi giorni le città. (da “il Corriere” del 11/7/2014)

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 Con Hamas sempre più debole e senza più sostegni esterni (la Siria, l’Egitto…che hanno altro cui pensare), con Israele senza gli americani… la situazione si fa ancor più anarchica, senza mediatori tra le parti. E con la debolezza di Israele e Hamas acquistano peso piccoli gruppi quasi sempre ultra estremisti, sia palestinesi che ebraici….

   Che fare allora? …. Forse i giovani non ne possono più di guerra, sia quelli ebrei che quelli palestinesi, e vogliono vivere il senso, i viaggi, le conoscenze, la mondialità vissuta da altri giovani del pianeta (le “primavere arabe” sono partite da questa necessità…). E, riguardo a quel che sta accadendo in questi giorni di scontro tra le due parti, persistono gesti di solidarietà che possono avere significati politici molto alti, concreti: come la mano tesa tra i familiari di uno dei ragazzi ebrei uccisi e quelli del palestinese bruciato vivo; oppure il Ministro dell’ambiente israeliano Amir Peretz che ha visitato la famiglia del ragazzino palestinese rapito e ammazzato. Forse la parti dialoganti di entrambi gli schieramenti possono dare forza alla speranza di uscire da questo ripetersi perenne di guerre e violenze in quell’area così importante del mondo. (s.m.)

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IL RUOLO (CHE NON C’E’ PIU’) DI EGITTO E USA

LA SCOMPARSA DEI MEDIATORI

di Franco Venturini, da “il Corriere della Sera” del 10/7/2014

   Razzi e missili di Hamas piovono sulle ben protette città israeliane, bombe israeliane piovono sulla Striscia di Gaza controllata da Hamas, e ogni giorno, quasi ogni ora, la spirale che porta a una azione terrestre delle forze di Gerusalemme appare più inarrestabile.

   Eppure non è trascorso tanto tempo da quel novembre del 2012 in cui la mediazione egiziana e il fiume di sangue già versato consigliarono ai contendenti una tregua priva di garanzie. Perché non riprovarci, perché non arrestare in tempo una tragedia annunciata e conosciuta? Continua a leggere


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‘FORTEZZA EUROPA’: le quasi quotidiane STRAGI DI MIGRANTI nel disperato tentativo di entrare in Europa e allontanarsi dalla guerra e miseria – 25 anni di stragi nel CANALE DI SICILIA, diventato fossa comune del Mediterraneo – L’urgenza di una soluzione concreta

le rotte dei migranti (da Reuters) (CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

le rotte dei migranti (da Reuters)

LE ROTTE DEGLI IMMIGRATI: DA DOVE VIENE E DOVE VA CHI PARTE DALLA LIBIA

- Viaggi e traiettorie dei migranti che riescono a sfuggire ai naufragi -

di Fabrizia Bagozzi, da EUROPA del 12/5/2014

(www.europaquotidiano.it/)

   La LIBIA è il LUOGO DI CONFLUENZA di migliaia di profughi e DISPERATI CHE ARRIVANO DALL’AFRICA CENTRALE – ma ANCHE DA EGITTO E SIRIA. Uno dei terminali, il più organizzato nel senso che è il paese in cui le organizzazioni criminali che trafficano le persone sono più radicate, complice l’attuale anarchia di fatto, hanno qui il concentramento di uomini e mezzi.

   I migranti che sopravvivono al viaggio fino a Tripoli provengono da ERITREA, SOMALIA, NIGERIA, SUDAN, ETHIOPIA, ma anche da TUNISIA, EGITTO e dalla SIRIA vengono concentrati in luoghi fatiscenti e privi delle  condizioni sanitarie (e umanitarie) di base.

   Da Tripoli ci si imbarca – spesso si viene costretti a imbarcarsi (vedendo le condizioni dei barconi i migranti spesso non vorrebbero più salire) facendo rotta per LAMPEDUSA e lambendo MALTA) e da Lampedusa si spera di trovare un ponte per l’Europa (la FRANCIA, la GERMANIA, l’OLANDA, l’INGHILTERRA, soprattutto. Ma anche ROMA e MILANO).

   Immigrati e profughi provenienti dall’Egitto, dalla Tunisia, dalla Siria passano anche da BENGASI, PORTO DI PARTENZA DIVERSO per una tratta che di nuovo lambisce Malta ma che punta all’Italia con le stesse mete: Francia, Germania, Olanda, l’Inghilterra.

   Dall’ ALGERIA si tenta la via per CEUTA e da qui per lo STRETTO di GIBILITERRA, la SPAGNA (Madrid, Barcellona e poi la Francia), ma negli ultimi anni si è anche aperta una rotta che collega Algeria e SARDEGNA (e Tunisia e Sardegna), partendo dalla costa appena sopra ANNABA. (la mappa è ripresa dalla Reuters)

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   Quasi non si contano più le vittime di migranti naufraghi nel Mediterraneo che dalla costa libica in particolare (ma anche algerina e tunisina) cercano di raggiungere l’Europa, l’Italia, con carrette del mare strapiene (terribile l’episodio del 2 luglio scorso dei 45 morti asfissiati all’interno della stiva di quel barcone trainato poi a Pozzallo -nel ragusano- dalla nave Grecale e sul quale viaggiavano in seicentoundici).

   E questo abituarsi a quasi quotidiani bollettini di stragi in mare non è una cosa accettabile: per dire, il 30 giugno un naufragio ha fatto ancora 80 vittime al largo di Catania (oltre ai 45 “soffocati” nel barcone che abbiamo detto). E come dimenticare la strage di Lampedusa (366 morti) che il 3 ottobre scorso non riuscirono a toccare terra.

MERCOLEDI’ 2 LUGLIO: Mar Mediterraneo, al largo di POZZALLO (Ragusa): GLI ULTIMI MINUTI SUL BARCONE DELLA MORTE. Un telefonino azionato da uno dei migranti, un siriano, riprende il momento in cui, in mare aperto, spunta la nave della Marina militare GRECALE. Qualcuno fa con le dita il cenno della vittoria: loro, I 600 CHE STANNO SOPRA, SONO SALVI. Quelli sottocoperta, 45 si saprà dopo, SONO GIÀ TUTTI MORTI, ASFISSIATI.  (foto da “la Stampa.it” del 3/7/2014)

MERCOLEDI’ 2 LUGLIO: Mar Mediterraneo, al largo di POZZALLO (Ragusa): GLI ULTIMI MINUTI SUL BARCONE DELLA MORTE. Un telefonino azionato da uno dei migranti, un siriano, riprende il momento in cui, in mare aperto, spunta la nave della Marina militare GRECALE. Qualcuno fa con le dita il cenno della vittoria: loro, I 600 CHE STANNO SOPRA, SONO SALVI. Quelli sottocoperta, 45 si saprà dopo, SONO GIÀ TUTTI MORTI, ASFISSIATI. (foto da “la Stampa.it” del 3/7/2014)

   E imperversa una doppia polemica (a nostro avviso fuorviante) sull’operazione messa in atto dal governo italiano chiamata “MARE NOSTRUM”: polemica antigovernativa di chi ritiene che le avventure in mare verso le coste del sud Italia siano cresciute per la consapevolezza che adesso “qualcuno verrà a salvarci, a prenderci a bordo”. E altra polemica delle autorità italiane verso l’Unione Europea che mostra quest’ultima scarso interesse e collaborazione verso l’iniziativa di salvataggio italiana. La realtà, al di là di ogni valutazione, è che sessantamila migranti sono stati tratti in salvo grazie all’operazione «MARE NOSTRUM». E noi siamo convinti che il mettersi in mare “verso l’Europa” sarebbe stato altrettanto quantitativamente uguale anche senza la consapevolezza dei migranti dell’operazione di salvataggio in corso.

   E’ infatti un movimento inarrestabile, carico di dolore, che non cesserà con le misure che l’Ue ha adottato finora né con quanto la task force «Mediterraneo» si appresta a fare in materia di frontiere e di cooperazione giudiziaria e di polizia. Sono perlopiù giovani giovanissimi uomini del centro Africa che tentano “l’avventura europea” mettendo fortemente a rischio la propria vita.

   l’Unhcr (l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) stima in 500 i migranti morti nel Mediterraneo dall’inizio del 2014 (una stima sicuramente per difetto visto che, certamente, di altri incidenti e naufragi non è mai arrivata notizia).

POZZALLO, nel Ragusano, una delle mete di appoggio della Marina Militare italiana per il salvataggio di migranti con l'operazione MARE NOSTRUM

POZZALLO, nel Ragusano, una delle mete di appoggio della Marina Militare italiana per il salvataggio di migranti con l’operazione MARE NOSTRUM (cliccare sull’immagine per ingrandirla)

   E ci sono state 20mila vittime in 25 anni (solo su dati ufficiali, ma forse son di più…) nel MEDITER- RANEO, di cui più di 7mila nel CANALE DI SICILIA, diventata la fossa comune più grande del Mediterraneo.

   La conta disperata di tutte queste stragi, la loro mappa, la si può trovare in un encomiabile blog, FORTEZZA EUROPA di Gabriele Del Grande (http://fortresseurope.blogspot.it/ ). Frutto di sei anni di viaggi nel Mediterraneo lungo i confini dell’Europa. Alla ricerca delle storie che fanno la storia. Il sottotitolo di FORTEZZA EUROPA significativamente dice che il blog vuole essere “la storia che studieranno i nostri figli, quando nei testi di scuola si leggerà che negli anni duemila morirono a migliaia nei mari d’Italia e a migliaia vennero arrestati e deportati dalle nostre città. Mentre tutti fingevano di non vedere”. Un contesto politico, culturale, sociale, che appartiene pertanto più che mai al nostro presente.

NEL MONDO CI SONO 50 MILIONI DI RIFUGIATI. L’UNHCR – l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati - lancia l'allarme: si tratta del dato più alto dai tempi della Seconda guerra mondiale. CINQUANTA MILIONI DI PERSONE che hanno lasciato le proprie case e il proprio paese per rifugiarsi altrove, in fuga dalla guerra e dalle persecuzioni. Un numero che non era mai stato così alto dai tempi della Seconda guerra mondiale. (Valentina Spotti - 20/06/2014 – da http://www.giornalettismo.com)

NEL MONDO CI SONO 50 MILIONI DI RIFUGIATI. L’UNHCR – l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati – lancia l’allarme: si tratta del dato più alto dai tempi della Seconda guerra mondiale. CINQUANTA MILIONI DI PERSONE che hanno lasciato le proprie case e il proprio paese per rifugiarsi altrove, in fuga dalla guerra e dalle persecuzioni. Un numero che non era mai stato così alto dai tempi della Seconda guerra mondiale. (Valentina Spotti – 20/06/2014 – da http://www.giornalettismo.com)

   E appunto prima di tutto sono STORIE individuali. Di persone, donne, uomini, bambini, inghiottite in una tragedia che è anche collettiva della storia del Mediterraneo, da sempre considerato mare di collegamento, di scambio culturale e commerciale, ponte di civiltà tra sponde così diverse, importanti, dell’umanità.    Pertanto la necessità di dare una svolta a questi dolori, a questa carneficina quotidiana, si impone alla politica, alla cultura europea (in un momento in cui lei, l’Europa, cerca di ritrovare le sue origini migliori, il suo senso di essere geograficamente un’entità cui guardare per i suoi aspetti migliori nei secoli).

   Ma le proposte sono poche, tra encomiabili operazioni di salvataggio (come “MARE NOSTRUM”) o operazione di frontiera messe in atto dalla Ue (come FRONTEX, l’istituzione europea preposta al coordinamento del pattugliamento delle frontiere esterne aeree, marittime e terrestri degli Stati della UE). Per questo assume rilievo (politico, sociale, culturale, una PROPOSTA formulata da un parlamentare italiano, Luigi Manconi, nella quale per la prima volta la UE (se partendo innanzitutto dal nostro governo venisse accettata a Bruxelles) potrebbe “prendere l’iniziativa” sulla questione immigrazione, senza doverla subire, controllare, gestire o con respingimenti o con salvataggi difficili in mare.

   La proposta di Manconi, in sintesi, chiede di anticipare geograficamente, territorialmente, diplomaticamente, giuridicamente, nei paesi della costa settentrionale dell’Africa, il momento e la procedura di richiesta della protezione degli immigrati. Un’Europa così protagonista di una politica d’asilo efficace, in grado di farsi carico di uomini, donne e bambini, in fuga da guerre e persecuzioni. Garantendo asilo e protezione, dando ai profughi la possibilità di chiedere soccorso senza dover rischiare la vita attraversando il Mediterraneo. E senza l’intermediazione dei trafficanti di esseri umani. Un programma di reinsediamento nei paesi europei che garantisca viaggi legali e sicuri per poterli raggiungere, con il coinvolgimento di tutti gli Stati membri.

   Tutto questo ovviamente stabilendo QUOTE DI ACCOGLIENZA per ciascuno Stato europeo, programmando così ogni politica di immigrazione possibile, e facendola nella parte settentrionale dell’Africa. Istituendo così CENTRI E STRUTTURE NEI PAESI DELLA SPONDA SUD DEL MEDITERRANEO (Giordania, Libano, Tunisia, Egitto, Algeria, Marocco…). Con PRESIDI INTERNAZIONALI, europei, magari utilizzando le ambasciate che gli stati membri della Ue hanno già, operative e senza strumenti nuovi da dover inventare. Ci pare una proposta concreta, buona, possibile. Spetta all’Italia e al nostro governo (titolare della guida europea in questo semestre) fare in modo che la volontà politica degli Stati europei si indirizzi verso scenari nuovi. (s.m.)

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LA RISPOSTA SI CHIAMA «AMMISSIONE UMANITARIA»

di Luigi Manconi, da “l’Unità” del 1/7/2014

- Anticipare nei Paesi della costa settentrionale dell’Africa il momento e la procedura di richiesta della protezione. Ma tutto ciò va progettato subito –

   MA È POSSIBILE FERMARE QUESTA STRAGE? C’è un metodo o un’idea, uno strumento o una strategia – qualora ce ne sia la volontà – che non consista nell’affidarsi al buon Dio o a un destino diventato improvvisamente propizio? Continua a leggere


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PAESI CHE ODIANO LE DONNE – La connessione tra dominio maschile e paura dell’occidentalizzazione nel sentire comune dei Paesi in via di sviluppo, che provoca violenza sulle donne, parte emergente e innovativa di quelle società – Solidarietà concreta in favore del mondo femminile

SALWA BUGAIGHIS E’ STATA UCCISA il 25 giugno scorso a coltellate da estremisti islamici. Avvocatessa impegnata nelle prime giornate del febbraio-marzo 2011 della “primavera libica” contro il regime di Gheddafi a BENGASI, apparteneva a una famiglia da sempre di oppositori di Ghedaffi, e di quel piccolo gruppo di avvocati e intellettuali legati alla facoltà di legge nella capitale della Cirenaica che nei primi mesi cercò di organizzare e guidare la rivoluzione. Dopo la caduta del regime libico si era impegnata in particolare nel garantire in Libia i DIRITTI DELLE DONNE E DEI PIÙ DEBOLI. Si era dimessa dal Parlamento dopo meno di tre mesi dall’elezione, per protestare per la condizione femminile in Libia, sostenendo che le donne dovevano avere più voce

LIBIA – Nella foto: SALWA BUGAIGHIS a una manifestazione per i diritti delle donne a Bengasi - SALWA E’ STATA UCCISA il 25 giugno scorso a coltellate da estremisti islamici. Avvocatessa impegnata nelle prime giornate del febbraio-marzo 2011 della “primavera libica” contro il regime di Gheddafi a BENGASI, apparteneva a una famiglia da sempre di oppositori di Ghedaffi, e di quel piccolo gruppo di avvocati e intellettuali legati alla facoltà di legge nella capitale della Cirenaica che nei primi mesi cercò di organizzare e guidare la rivoluzione. Dopo la caduta del regime libico si era impegnata in particolare nel garantire in Libia i DIRITTI DELLE DONNE E DEI PIÙ DEBOLI. Si era dimessa dal Parlamento dopo meno di tre mesi dall’elezione, per protestare per la condizione femminile in Libia, sostenendo che le donne dovevano avere più voce

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   «HANNO paura, gli uomini indiani. Temono che l’emancipazione femminile possa significare la perdita della loro supremazia. E ogni forma di violenza verso una donna che aspiri a essere qualcosa di più di una brava moglie o figlia finisce per essere giustificata con il pretestuoso richiamo della tradizione». La considerazione di Anita Nair, scrittrice indiana intervistata da Valeria Fraschetti nell’articolo che in questo post proponiamo dà il senso vero delle difficoltà di comprensione di civiltà (non è vero che sia “scontro”) che accade in questo nostro tempo.

INDIA - MANIFESTAZIONE A NEW DELHI CONTRO LE VIIOLENZE SULLE DONNE

INDIA – MANIFESTAZIONE A NEW DELHI CONTRO LE VIIOLENZE SULLE DONNE

   Ogni tentativo di apertura e richiesta dei giovani, delle donne, dei paesi che potremmo continuare a chiamare “in via di sviluppo” (non è il caso di identificarlo con un credo religioso, l’India ad esempio non è islamismo…), ogni “primavera” e tentativo di ribadire i propri diritti individuali pari per ciascuna persona, ebbene questi tentativi di comunità e società dove ciascuno ha diritti uguali, fondamentali e imprescindibili della persona, tutto questo si scontra con resistenze e paure: di perdere il potere secolare (ad esempio da parte del mondo maschile su quello femminile), ma anche di diritti di “proprietà” sull’altro essere umano (la donna) fatto di violenze e opportunismi, di nessuna voglia di cambiare le proprie primitive e irrazionali volontà di dominio.

con la linea rossa si vedono i paesi con la maggiore violenza sulle donne (mappa da LIMES)

con la linea rossa si vedono i paesi con la maggiore violenza sulle donne (mappa da LIMES)

   Già in questo blog avevamo trattato delle violenze sulle donne in una geografia desolante (una mappa di quali paesi dove non è cosa fortunata nascere donna:

http://geograficamente.wordpress.com/2011/07/06/la-condizione-femminile-nell%80%9c/ ).

   Ma ci pare che, forse, qualcosa sta cambiando, seppur molto lentamente. Cioè che la coscienza collettiva internazionale si sta interessando di più alla questione femminile, in particolare in quei paesi finora senza una politica (e una giustizia) in difesa dei diritti delle donne e delle pari opportunità di genere.

   Proponiamo pertanto un breve incompleto excursus su continenti e paesi dove la questione dei diritti delle donne sembra più urgente, invitandoci (e invitandovi) ad approfondire i tema e a considerarlo una priorità nelle nostre attenzioni e azioni. (s.m.)

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L’assassinio di SALWA BUGAIGHIS

LIBIA: IL MARTIRIO DI SALWA, L’AVVOCATA DELLE DONNE

di Lorenzo Cremonesi, da “il Corriere della Sera” del 27/6/2014

- Era appena tornata a Bengasi per il voto. Accoltellata dagli estremisti islamici –

   Cosa poteva fare Salwa contro i suoi assassini? Cosa poteva fare una donna di 47 anni, forte solo delle sue idee, delle sue convinzioni, del suo coraggio morale, contro quattro o cinque giovani uomini armati di coltelli e pistole, ciechi di fanatismo religioso, decisi ad ucciderla? Dall’ospedale di Bengasi i bollettini medici parlano di un’aggressione brutale, senza scampo.

   Sembra sia stata accoltellata più volte. Ma la ferita letale è stata un proiettile alla testa. Alla camera operatoria è giunta in coma, per spirare subito dopo. Pare che una guardia del corpo sia stata ferita. Invece non si sa nulla del marito, Essam Ghariam: rapito, fuggito o nascosto? A casa non c’è.

   Così è morta mercoledì pomeriggio 25 giugno SALWA BUGAIGHIS, solo poche ore dopo aver votato sorridente per il rinnovo del parlamento. E con lei è morta un poco di più anche la speranza di una rivoluzione democratica frutto della «primavera araba», si è ulteriormente afflosciato l’ottimismo di una Libia libera finalmente dai fantasmi del dopo Gheddafi ed emancipata dalla minaccia qaedista.

   La morte di Salwa è in realtà l’ennesimo grido di dolore che arriva dalla parte migliore, più aperta del mondo arabo. Una richiesta di aiuto e allo stesso tempo un urlo di disperazione.  «Guardavamo a voi occidentali. Speravamo di poter diventare come voi. Avere il vostro benessere, i vostri media, la vostra democrazia, la vostra libertà di viaggiare, pensare e vivere. Ma ci stanno uccidendo. Lentamente stiamo morendo»: questo gridano le avanguardie di intellettuali, professionisti, studenti che solo tre anni fa erano pronti a morire in piazza pur di rovesciare le dittature.

   E Salwa, l’avvocatessa Bugaighis, era una di loro, a pieno titolo. La sua figura troneggia nelle memorie delle giornate concitate della sommossa contro Gheddafi a Bengasi nel febbraio-marzo 2011. Lei con la sorella Iman, docente universitaria appena poco più anziana, sono figlie d’arte. Il padre era stato cacciato in esilio tre decadi fa per la sua critica alla dittatura.

   Soprattutto Salwa fu parte trainante di quel piccolo gruppo di avvocati e intellettuali legati alla facoltà di legge nella capitale della Cirenaica che nei primi mesi cercò di organizzare e guidare la rivoluzione. «Magari moriremo. E allora? La storia non morirà. E la storia sta con noi. Noi siamo nel giusto», diceva lei convintissima. C’era sempre, a ogni riunione, alle manifestazioni, alle commissioni, a cercare di dare risposte per noi giornalisti stranieri. Bella, alta, il vestito e i capelli sempre curati, il sorriso determinato. Insisteva nel dire che le donne non avevano alcun obbligo di mettere il velo, neppure di fronte al montare dei bigotti islamici.

    Venne subito eletta nel Consiglio Nazionale Transitorio. E lei si impegnò immediatamente nel garantire i diritti delle donne, dei più deboli. Meno di tre mesi dopo la sua elezione nel primo parlamento si dimise sostenendo che le donne dovevano avere più voce. Già sentiva che specie dalla Cirenaica gli islamici radicali stavano diventando una minaccia. Ultimamente ne parlava di continuo nel suo nuovo ruolo di vice-presidente del Comitato per il Dialogo Nazionale.

   Ma era diventata anche più fatalista, consapevole dei pericoli, eppure sprezzante. «Non hai paura di tornare a Bengasi per le elezioni?», le abbiamo chiesto incontrandola due settimane fa nella hall dell’hotel Al Waddan a Tripoli. «Non posso tirarmi indietro. Bengasi è la nostra trincea. Devo esserci». Ora non parlerà più. La sua scomparsa ricorda il senso di disarmante impotenza di cui scrisse pagine memorabili Stefan Zweig, prima di morire suicida nel 1942 di fronte al deserto del nazismo. Salwa: ovvero la forza del coraggio civile, dell’intelligenza critica, tanto preziosa, eppure tanto vulnerabile di fronte alla brutalità dell’intolleranza. (Lorenzo Cremonesi)

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L’INDIA E LE VIOLENZE SULLE DONNE – L’intervista alla scrittrice Anita Nair

“LE VIOLENZE GIUSTIFICATE CON LA TRADIZIONE” Continua a leggere


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ISIS: IL NUOVO STATO DEGLI ULTRA ESTREMISTI ISLAMICI, alla conquista dell’IRAQ (ma con ambizioni su tutto il MEDITERRANEO ORIENTALE) – Guerra di religione e di potere: la resa dei conti tra islamismo moderato e integralista, e i nuovi confini in Medio Oriente – Le gravi ripercussioni mondiali

L’ ISIS È UNA TRIBÙ DI GUERRA. UN MOVIMENTO BEN ORGANIZZATO. Con un’agenda che non tiene conto dei confini coloniali. Dunque punta alla creazione di uno Stato islamico che, per ora, ingloba una parte di Siria e di Iraq. Un punto di partenza e non di arrivo. (da www.dirittiglobali.it/ )

L’ ISIS È UNA TRIBÙ DI GUERRA. UN MOVIMENTO BEN ORGANIZZATO. Con un’agenda che non tiene conto dei confini coloniali. Dunque punta alla creazione di uno Stato islamico che, per ora, ingloba una parte di Siria e di Iraq. Un punto di partenza e non di arrivo. (da http://www.dirittiglobali.it/ )

   La GUERRA IN SIRIA, la POLITICA INTERNA DEL GOVERNO IRACHENO e gli AMERICANI CHE NON CI SONO PIÙ, sono i tre motivi che hanno portato a una situazione esplosiva in Iraq, dove più di un terzo del territorio è già stato conquistato dagli integralisti islamici ultra-estremisti (per dire: la stessa Al Qaeda li considera troppo violenti!). Sembra comunque essere l’epilogo della guerra di religione (in Iraq) tra sciti (al potere) e sunniti, con i curdi che cercano di approfittarne della guerra civile tra le due fazioni religiose.

IRAQ: CENTINAIA DI SOLDATI DECAPITATI – 23/6/2014 13:51 (da ANSA) - BAGHDAD - In Iraq "centinaia di soldati sono stati decapitati e impiccati a SALAHADDIN, NINIVE, DILAYA, KIRKUK e nelle zone dove si trovano i jihadisti dello Stato Islamico dell'Iraq e del Levante (Isis)". E' quanto dichiarato da Qassem Atta, portavoce per gli affari di sicurezza del premier iracheno NURI AL MALIKI. Secondo al Jazira, i miliziani dell'Isis hanno poi rafforzato il controllo della cittadina strategica di TEL AFAR, TRA MOSUL E IL CONFINE SIRIANO, nel nord ovest del Paese

IRAQ: CENTINAIA DI SOLDATI DECAPITATI – 23/6/2014 13:51 (da ANSA) – BAGHDAD – In Iraq “centinaia di soldati sono stati decapitati e impiccati a SALAHADDIN, NINIVE, DILAYA, KIRKUK e nelle zone dove si trovano i jihadisti dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (Isis)”. E’ quanto dichiarato da Qassem Atta, portavoce per gli affari di sicurezza del premier iracheno NURI AL MALIKI. Secondo al Jazira, i miliziani dell’Isis hanno poi rafforzato il controllo della cittadina strategica di TEL AFAR, TRA MOSUL E IL CONFINE SIRIANO, nel nord ovest del Paese

   Quel che stanno tentando di fare gli ultra estremisti islamici che si ritrovano nell’ISIS (che starebbe per ”Stato Islamico dell’Iraq e del Levante”), dopo che la guerra in Siria ha loro dato nuove possibilità di espansione anche in territorio siriano, è quella di costituire un CALIFFATO, un vero e proprio STATO ULTRA ISLAMICO che, partendo dal controllo di tutto l’Iraq (e la parte nord già la stanno controllando, oltre che una parte della Siria in guerra civile) avrebbe l’ambizione di comprende il cosiddetto “LEVANTE”, cioè l’area del MEDITERRANEO ORIENTALE: Siria, Giordania, Palestina, Libano, Israele e Cipro.

MEDIO-ORIENTE

MEDIO-ORIENTE

   La cosa più dolorosa è l’enorme esodo della popolazione man mano che gli ultra-integralisti conquistano territori e città irachene, con rischi di epidemie, violenze continue…

   Con l’intervento dell’Iran e di altre milizie sciite che fanno riferimento a potenti leader religiosi sciiti locali gli ultra islamisti non potranno (forse) arrivare a Baghdad, cioè conquistare tutto l’Iraq, ma intanto stanno consolidando la loro presenza là dove già ci sono, e questo sta dividendo l’Iraq appunto tra sciti (come Baghdad lo è prevalentemente) e zone sunnite dove gli ultra religiosi si stanno consolidando. E non pensate che siano armati solo di kalasnikov, un po’ sul modello di Al Qaeda: sanno usare benissimo i social network e le più innovative tecnologie informatiche e mediatiche, quest’ultime rivolte in particolare ai “fratelli musulmani” dell’occidente, per invitarli a partecipare alla Jihad, la guerra santa.

   Pertanto anche nel Medio Oriente di religione musulmana sta avvenendo una specie di divisione etnica religiosa, con progetti di vita per le persone rivolti al più strenuo rispetto della tradizione conservatrice (tutto da vedere che questo corrisponda al volere delle indicazioni religiose). A rimetterci i diritti delle donne, la chiusura culturale a ogni rapporto con culture occidentali, un clima di terrore….

   La creazione di uno stato ultra-islamico, tracciando confini ora in fase di consolidamento tra Iraq e Siria non è comunque una guerra all’occidente: è una guerra a ogni principio di apertura moderata, di tipo democratico, libertario, di riconoscimento delle libertà individuali della persona, che man mano si sta instaurando con sempre maggior solidità nel mondo musulmano. E le primavere arabe ne sono state un’espressione fresca e spontanea: giovani che rivendicavano (rivendicano) libertà di muoversi, di informazione libera, di avere una vita, un futuro, fatto delle speranze degli altri giovani del mondo.

L'AVANZATA DEGLI ULTRA-INTEGRALISTI

L’AVANZATA DEGLI ULTRA-INTEGRALISTI

   Pertanto gli scontri tra sciti e sunniti (ne diamo qui, all’inizio di questo post, una spiegazione storico-politica del perché di questa divisione) appaiono un pretesto per dimostrare la confusione progettuale di un mondo musulmano, “tentato” dai principi libertari di riconoscimento dei diritti fondamentali della persona (le donne in primis), e dall’altra la paura di perdere una propria identità certa, consolidata, ma che inesorabilmente si va sgretolando.

   Pertanto la possibilità concreta, con la guerra attuale in Iraq, di costituzione di una Stato islamico “puro”, ultra-conservatore, è forse frutto più della mancata elaborazione di un progetto politico-religioso del mondo islamico, accettabile per tutta la sua popolazione, che si integri virtuosamente nella contemporaneità del mondo globale, pur conservando dignità e profondo rispetto della propria fede religiosa. A nostro avviso qualcosa possiamo fare noi occidentali: sostenere in tutti i modi le forze islamiche che propugnano il dialogo, evitando che vengano soprafatte dalla violenza dei loro fratelli. (s.m.)

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LE ORIGINI DEL CONFLITTO TRA SCIITI E SUNNITI

1 – Chi sono i sunniti? I sunniti costituiscono da sempre la MAGGIORANZA DEI MUSULMANI. Il loro nome deriva da Sunna, la tradizione dei detti di Maometto a cui si ispirano insieme al Corano. Affermano la legittimità dei primi califfi, successori e compagni di Maometto, e quindi delle successive dinastie che governarono l’Impero musulmano. Per i sunniti IL CALIFFO RAPPRESENTA L’UNITÀ DEI CREDENTI e non ha alcuna valenza religiosa. La loro dottrina e gli aspetti del loro credo si andarono definendo nel corso dei primi secoli di espansione dell’Islam, adattandosi in più occasioni a mediare tra tendenze contrapposte e costumi locali. L’elaborazione formale giuridica convisse infatti accanto alla pietà mistica delle confraternite. Oggi, come nel corso di tutta la loro storia, I SUNNITI CONOSCONO AL LORO INTERNO VISIONI DIVERSE.

2 – Chi sono gli sciiti? Sostengono che il LEGITTIMO SUCCESSORE DI MAOMETTO fosse ‘ALI, suo genero. Il loro nome viene infatti da Shi‘at ‘Ali, che vuol dire «PARTITO DI ‘ALI». Politica e religione si saldano in tale rivendicazione, perché secondo gli sciiti Dio non poteva lasciare la comunità musulmana senza una guida religiosa. SOSTENGONO COSÌ L’ILLEGITTIMITÀ DEI CALIFFI E DELLE DINASTIE SUNNITE, affermando che EREDI DI MAOMETTO DOVESSERO ESSERE GLI IMAM, GUIDE SPIRITUALI, e allo stesso tempo discendenti e successori di ‘Ali. Sull’identificazione di questi imam, gli stessi sciiti però si divisero ben presto in sette diverse. LO SCIISMO OGGI PIÙ DIFFUSO NEL MONDO ISLAMICO È QUELLO COSIDDETTO IMAMITA, o duodecimano, perché identifica una successione di dodici imam. IMAMITI SONO GLI SCIITI IRACHENI E ANCHE QUELLI DELL’IRAN, dove lo sciismo venne imposto come religione ufficiale a partire dal 1500.

3 – Qual è l’origine dei loro contrasti? L’ORIGINE DEI LORO CONTRASTI È DI NATURA POLITICA, e risale al primo periodo della storia dell’islam. Benché dal punto di vista rituale LO SCIISMO IMAMITA non presenti grandi divergenze rispetto al sunnismo, esso SI DIFFERENZIA PER LA DIVERSA CONCEZIONE DELLA SUCCESSIONE DI MAOMETTO. La visione sciita ispirò contrasti e anche feroci rivolte nei primi secoli dell’islam. Ma le rivendicazioni sciite di avere un discendente di Maometto alla guida della comunità hanno conosciuto solo brevi e rari successi, e più spesso sonore sconfitte in oltre mille e quattrocento anni di storia. NEL CORSO DEI SECOLI GLI SCIITI SONO STATI UNA MINORANZA PERSEGUITATA, quando non confinata in aree impervie. La loro storia di sofferenze è ben rappresentata dall’imam Hussein, il figlio di ‘Ali, fatto trucidare dal califfo omayyade sunnita nel 680 d.C. a Kerbela, nell’odierno Iraq.

4 – Qual è l’origine della loro rivalità in Iraq? LA MAGGIORANZA DELLA POPOLAZIONE IRACHENA È SCIITA, per effetto della conversione di tribù nomadi solo a partire dal 19° secolo. Si tratta di una forma di sciismo imamita arabo, con una storia diversa da quello iraniano, da cui è diviso da rivalità e anche visioni diverse su Khomeinismo e sulla Repubblica islamica nata nel 1979. GLI SCIITI IRACHENI SONO SEMPRE STATI POCO INFLUENTI DAL PUNTO DI VISTA POLITICO, anche per le loro divisioni. IL SUNNITA SADDAM HUSSEIN NE DIFFIDÒ, soprattutto negli Anni 80 segnati della guerra con l’Iran. CON LA FINE DI SADDAM e la presenza americana, gli ultimi anni hanno rappresentato UN’OCCASIONE STORICA PER LE LORO ASPIRAZIONI POLITICHE. Ma il loro nuovo ruolo deve fare i conti con il malcontento sunnita, e con la crescente contrapposizione confessionale segnata da attentati e persino minacce jihadiste ai santuari sciiti di Najaf e Kerbela. (da Corriere.it del 15/6/2014)

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IRAQ IN GUERRA

CHE COS’È L’ISIS Continua a leggere


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IL RAMMENDO DELLE PERIFERIE: tema di maturità da un articolo di RENZO PIANO – Ma c’è periferia e periferia: la bruttura dei medio-piccoli comuni può essere più grave delle periferie urbane – Scempio urbano, desolazione sociale e delitti familiari sono ora fuori delle città: nella sconfinata periferia degli 8.000 comuni italiani – La proposta di una revisione della divisione istituzionale territoriale attuale

ESAMI DI MATURITA'

ESAMI DI MATURITA’

MATURITA’ 2014, tema di italiano, 18 giugno

TIPOLOGIA D – TEMA DI ORDINE GENERALE

«Siamo un Paese straordinario e bellissimo, ma allo stesso tempo molto fragile. È fragile il paesaggio e sono fragili le città, in particolare le periferie dove nessuno ha speso tempo e denaro per far manutenzione. Ma sono proprio le  periferie la città del futuro, quella dove si concentra l‟energia umana e quella che lasceremo in eredità ai nostri figli. C‟è bisogno di una gigantesca opera di rammendo e ci vogliono delle idee. […] Le periferie sono la città del futuro, non fotogeniche d‟accordo, anzi spesso un deserto o un dormitorio, ma ricche di umanità e quindi il destino delle città sono le periferie. […] Spesso alla parola “periferia” si associa il termine degrado. Mi chiedo: questo vogliamo lasciare in eredità? Le periferie sono la grande scommessa urbana dei prossimi decenni. Diventeranno o no pezzi di città?»

Renzo PIANO, Il rammendo delle periferie, “Il Sole 24 ORE”  del 26 gennaio 2014.

Rifletti criticamente su questa posizione di Renzo Piano, articolando in modo motivato le tue considerazioni e convinzioni al riguardo.

rammendatrici

rammendatrici

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   Allarghiamo qui l’interessante spunto dato da una delle tracce degli esami di maturità di quest’anno, riguardo al tema della prima giornata di prove, che riprende una frase di Renzo Piano estrapolata da un articolo sul “Sole 24ore” del gennaio scorso (che riportiamo in questo post). Sulle PERFERIE URBANE e sulla necessità di RAMMENDARLE (bellissimo a nostro avviso questo termine, un lavoro dolce, fatto con cura…). Ripristinare in esse (periferie) vivibilità e bellezza.

Il quartiere romano di Tor Bella Monaca

Il quartiere romano di Tor Bella Monaca

   Allarghiamo il discorso perché nelle complessità geografica italica pensiamo che sia difficile pensare alle “periferie” solo come al “non centro” delle città. Solo qualcosa di marginale al centro storico. Nel nostro concetto di periferia ci vien da pensare all’INSEDIAMENTO DIFFUSO, spesso lungo le strade, che caratterizza tanta parte d’Italia; in particolare nel nord (ma non solo).

   E come non pensare a “periferia” la molteplicità smisurata di comuni (8.000…) di cui siamo dotati, tutti che programmano da se la politica urbanistica territoriale, che legiferano su tasse locali (adesso la TASI…8.000 provvedimenti diversi…); che non sono per niente in grado (anche per motivi finanziari) di fare una coerente ed allargata politica sociale, ambientale, di sicurezza, di sviluppo del lavoro nelle caratteristiche dei luoghi che essi (comuni) governano (o “non governano”).

   Cos’è allora ai giorni nostri la “periferia”? Solo i territori marginali alle grandi città? Da che punto a che punto? E le campagne inurbate che sono cresciute con le abitazioni sparse confusamente, come potremmo definirle? E l’attenzione (giusta) verso il paesaggio sventrato, è l’unica cosa che realmente accade in periferia?

   Tempo fa parlavamo dell’insolito (e doloroso) fenomeno degli efferati delitti (molti dei quali all’interno di cosiddette “famiglie felici”) che, quasi del tutto inesorabilmente, accadono nei piccoli e medi comuni, in quella periferia diffusa che troviamo oltre le medie-grandi città… Una volta era fenomeno metropolitano… da qualche decennio avviene nelle periferie diffuse dei medio-piccoli comuni (in provincia, si diceva un tempo…).

la citta diffusa del nordest

la citta diffusa del nordest

   Fenomeno di malessere sociale dei luoghi “oltre le città ben connaturate” che fa capire che “questa periferia” necessita prima di tutto di essere riorganizzata istituzionalmente. Nel governo, nella democrazia interna, nei poteri. Rivedere la separazione istituzionale degli obsoleti ottomila comuni a nostro avviso è il primo urgente passo. Metterli virtuosamente assieme (accorparli è brutto termine e non rende l’aspetto felice della cosa…), trasformare i medio-piccoli comuni (periferie) in vere città.

   Se la periferia vuol diventare “città” deve cominciare dal pensare a se stessa in funzione di aree (ambiti) e luoghi più confacenti alla contemporaneità, alle caratteristiche geomorfologiche, alla mobilità più allargata, che già da molto tempo fa sì che una persona in una giornata oltrepassi in più momenti gli obsoleti confini odierni comunali. (Ri)trovare così la dimensione geografica vera ideale, contemporanea e rivolta al futuro, da poter virtuosamente organizzare entità, luoghi (gli enti locali, i comuni), che si ritrovano tra loro per sciogliersi in nuove realtà, trasformarsi in città.

   Ecco. Superare le periferie: così da lavorare al superamento vero di ogni degrado sociale, ambientale, urbanistico, e progettare con determinazione e serenità il presente e il futuro. (s.m.)

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LA TRANQUILLA PROVINCIA SI SCOPRE PIÙ SANGUINARIA DELLE PERIFERIE URBANE

di Enrico Fovanna, da “il Giorno” del 18/6/2014 (http://www.ilgiorno.it/ )

Milano, 18 giugno 2014 - Poteva divertirsi a fare della letteratura, oggi, Gianni Biondillo, giallista milanese che spesso sconfina nel noir. Invece no. Di fronte alla svolta nel delitto di Yara e al triplice omicidio in famiglia di Motta Visconti, di fronte ai mostri nascosti dietro la facciata di padri di famiglia, prova solo imbarazzo.

«Faccio molta fatica a parlarne. Una cosa è immaginare dei morti e degli assassini in un libro, quasi un esorcismo. Un’altra parlare di persone vere, di gente che in questo momento sta piangendo i propri cari. Fare della fiction sulla realtà mi fa venire i brividi. Quando chiudo i libri, esco con le mie bambine, vado al parco, al cinema. Nella mente dei criminali devono entrare i magistrati e i poliziotti. Ma un desiderio ce l’avrei».

panorama del comune di Motta Visconti (Milano)

panorama del comune di Motta Visconti (Milano)

Quale?

«Mi verrebbe voglia di parlar male di tutto quello che c’è attorno. Mi basta pensare a quando si parla dei romeni che vanno nelle ville e uccidono. Alle fiaccolate contro gli extracomunitari. Ai colpevoli sbagliati, indicati nella strage di Erba, quando subito si è indicato come killer il marito tunisino, o nello stesso caso di Yara, quando toccò a un muratore marocchino. In realtà, ogni buon magistrato sa che questi sono i tipici omicidi che si svolgono in realtà molto ristrette, tra persone conosciute. Bravi ragazzi incensurati».

Come a Motta Visconti…

«In quel caso, la prima cosa che ho pensato e che mi sono tenuto per me è quanto si sia battuto il tamburo sulla paura indotta per non ammettere che i mostri siamo noi. Oggi ho visto l’apoteosi della pornografia.Ho visto siti con le foto dei bambini, che non c’entrano niente. Tutto ciò mi spaventa».

Lo spettacolo sul dolore?

«Certo. Orrendo. Ho visto siti web in cui si diceva: l’assassino è… E poi dovevi fare un clic per scoprire il nome. Come se fosse un gioco a premi.estero, dobbiamo dirlo, non funziona così. .

Cosa intende?

«Ogni volta scopriamo che gli assassini sono quelli della porta accanto. Pensiamo a Novi Ligure, all’epoca erano gli albanesi i cattivi. Funziona sempre così. perché abbiamo un sistema di informazione che sottostà a questa scelta politica di aumentare la paura collettiva. Oppure per non voler ammettere che noi, e sottolineo noi, siamo mostruosi. Il mostro lo vogliamo lontano. E questa è la ragione per cui le periferie si indicano come luoghi di pericolo e di terrore».

Un atto di accusa verso la provincia il suo.

«Questi omicidi dove sono sempre avvenuti? In una placida provincia italiana, in realtà ben più spaventosa di quelle famose periferie urbane. Una provincia eletta a tranquillo dormitorio, dove conosci tutti, dove si lascia la porta aperta e non si lega la bicicletta. Luoghi invece spaventosi e non perché sia arrivata un’ondata migratoria, ma perché c’è tutto un represso e un indefinito che lavora sotto. Non chiedetemi di commentare le storie dei singoli. Non ne ho il diritto».

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IL RAMMENDO DELLE PERIFERIE

di Renzo Piano, da “il Sole 24ore” del 26 gennaio 2014

   Siamo un Paese straordinario e bellissimo, ma allo stesso tempo molto fragile. È fragile il paesaggio e sono fragili le città, in particolare le periferie dove nessuno ha speso tempo e denaro per far manutenzione. Ma sono proprio le periferie la città del futuro, quella dove si concentra l’energia umana e quella che lasceremo in eredità ai nostri figli. C’è bisogno di una gigantesca opera di rammendo e ci vogliono delle idee.

RENZO PIANO

RENZO PIANO

   Siamo un Paese che è capace di costruire i motori delle Ferrari, robot complicatissimi, che è in grado di lavorare sulla sospensione del plasma a centocinquanta milioni di gradi centigradi. Possiamo farcela perché l’invenzione è nel nostro Dna. Come dice Roberto Benigni, all’epoca di Dante abbiamo inventato la cassa, il credito e il debito: prestavamo soldi a re e papi, Edoardo I d’Inghilterra deve ancora renderceli adesso.

   Se c’è una cosa che posso fare come senatore a vita non è tanto discutere di leggi e decreti, c’è già chi è molto più preparato di me. Non è questo il mio contributo migliore, perché non sono un politico di professione ma un architetto, che è un mestiere politico. Non è un caso che il termine politica derivi da polis, da città. Norberto Bobbio sosteneva che bisogna essere «indipendenti» dalla politica, ma non «indifferenti» alla politica.

   Se c’è qualcosa che posso fare, è mettere a disposizione l’esperienza, che mi deriva da cinquant’anni di mestiere, per suggerire delle idee e per far guizzare qualche scintilla nella testa dei giovani. Una scintilla di una certa urgenza, con una disoccupazione giovanile che sfiora una percentuale elevatissima.

   Quindi con il mio stipendio da parlamentare ho assunto sei giovani, che ruoteranno ogni anno e che si occuperanno di come rendere migliori le nostre periferie. Perché le periferie? Le periferie sono la città del futuro, non fotogeniche d’accordo, anzi spesso un deserto o un dormitorio, ma ricche di umanità e quindi il destino delle città sono le periferie. Nel centro storico abita solo il 10 per cento della popolazione urbana, il resto sta in questi quartieri che sfumano verso la campagna. Qui si trova l’energia.

    I centri storici ce li hanno consegnati i nostri antenati, Continua a leggere

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