Geograficamente

conservazioni e trasformazioni virtuose del territorio


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OBAMA DA NOBEL: regolarizzati 5 milioni di «INDOCUMENTADOS»: sospese le espulsioni per chi è entrato nel paese prima di avere 16 anni e per i genitori di cittadini americani – Gli STATI UNITI e la difficile questione dell’immigrazione da Sud – E IN ITALIA con l’immigrazione da Sud? Finita MARE NOSTRUM resta solo la cinica LEGGE DEL MARE

STATI UNITI. Sfida al GOP (Grand Old Party, il partito repubblicano) con decreto: REGOLARIZZATI 5 MILIONI DI «INDOCUMENTADOS». Saranno SOSPESE LE PROCEDURE DI ESPULSIONE per i prossimi due anni nei confronti DI CHI È ENTRATO NEL PAESE PRIMA DI AVERE 16 ANNI E PER I GENITORI DI CITTADINI AMERICANI. Repubblicani all’attacco, ma con un occhio al voto ispanico per le presidenziali del 2016 (da “Il Manifesto” del 22/112014)

STATI UNITI. Sfida al GOP (Grand Old Party, il partito repubblicano) con decreto: REGOLARIZZATI 5 MILIONI DI «INDOCUMENTADOS». Saranno SOSPESE LE PROCEDURE DI ESPULSIONE per i prossimi due anni nei confronti DI CHI È ENTRATO NEL PAESE PRIMA DI AVERE 16 ANNI E PER I GENITORI DI CITTADINI AMERICANI. Repubblicani all’attacco, ma con un occhio al voto ispanico per le presidenziali del 2016 (da “Il Manifesto” del 22/112014)

   Quella che Obama ha annunciato giovedì 20 novembre è una specie di sanatoria parziale per gli immigrati clandestini: che in realtà è solo una semplice sospensione dei rimpatri forzati per quelle persone, per lo più di etnia ispanica, del Centro e Sud America, che vivono e lavorano negli Usa da più di 5 anni e hanno figli che risiedono legalmente in America o ne sono cittadini, essendo nati nel Paese (negli Stati Uniti vige lo jus soli, cioè chi nasce lì è cittadino americano). Un intervento annunciato da tempo, che si applica solo a poco più di un terzo degli immigrati illegali (4 o 5 milioni, su 11) e che arriva dopo due anni di inutili tentativi del Congresso di far passare questa sanatoria.

   Ma, lo stesso, nonostante tutti i limiti, il suo significato di apertura verso quelli immigrati che non si possono non riconoscere come appartenenti alla vita degli USA (essendo lì, semi-clandestinamente, da tempo) è qualcosa di grande significato politico, culturale, morale.

BARACK OBAMA, in camicia e cravatta, senza giacca, seduto sulla sua scrivania e non alla poltrona presidenziale, annuncia giovedì 20 novembre alcuni punti del suo piano per la RIFORMA DELL'IMMIGRAZIONE perché, dice, come tutti sanno, il sistema è rotto

BARACK OBAMA, in camicia e cravatta, senza giacca, seduto sulla sua scrivania e non alla poltrona presidenziale, annuncia giovedì 20 novembre alcuni punti del suo piano per la RIFORMA DELL’IMMIGRAZIONE perché, dice, come tutti sanno, il sistema è rotto

   5 degli 11 milioni di clandestini negli Stati Uniti, genitori di cittadini e altre figure legali che avranno non passaporto o diritto di voto, ma solo la garanzia (ancora flebile) di non essere cacciati. Molti appunto vivono da decenni in America, pagando tasse, lavorando, in una esistenza kafkiana, col terrore che un controllo banale li cacci.

   E’ stato lo stesso Obama a dare le cifre nel discorso di giovedì 20 novembre che annunciava questa apertura agli immigrati. Metà vivono in que­sto paese da oltre 10 anni e un terzo sono pro­prie­tari della pro­pria casa; i loro figli finora potevano sì lau­rearsi ma non lavo­rare legal­mente, nes­suno di loro poteva viag­giare all’estero senza avere l’incubo di non essere più ammessi “in patria”.

   Sicuramente ha contato, nella “grande”, coraggiosa iniziativa di Obama, la pres­sione della lobby ispa­nica che nel 2012 aveva con­tri­buito non poco alla sua rie­le­zione senza otte­nere le riforme promesse. Probabilmente, nella logica politica elettorale, un tentativo presidenziale di recuperare il voto dei giovani e, appunto, in particolare, gli ispanici che lo hanno ora abbandonato nelle ultime elezioni per il Congresso (le cosiddette “ele­zioni mid­term”, di metà del secondo mandato presidenziale, perse in modo netto da Obama in favore dei repubblicani). E’ anche probabile che da adesso, per gli ultimi due anni di mandato, ci sarà una “guerra totale” dei repubblicani che bloccherà il parlamento americano.

   Obama, che non ha nulla da perdere, si muove allora tra progetti annunciati all’inizio di tipo umanitario, sociale (con la priorità della riforma sanitaria, cioè una sanità per tutti; adesso il riconoscimento seppur parziale degli immigrati che ci sono nel Paese; e anche sui temi ambientali una certa apertura)

   A proposito di ambiente, Obama, qualche settimana fa, ha aggiunto un’altra offensiva contro i repubblicani: ha siglato un buon PATTO SULL’AMBIENTE con il leader cinese Xi Jinping, promettendo contemporaneamente 3 miliardi di dollari al fondo ecologico Onu.

   Ma per tornare al tema della clandestinità forzata di questi immigrati che da anni vivono negli Stati Uniti, la fine dell’essere condannati a vivere nell’ombra significa che avranno vite più stabili e sicure; avranno l’opportunità di essere co-protagonisti della vita americana nel lavoro, nella cultura, nel sociale, nella vita comunitaria. Pertanto un provvedimento, quello di Obama, di grande levatura morale e concretezza nel far uscire persone dalle difficoltà.

Più di mille chilometri di muro dividono gli Stati Uniti dal Messico (su un confine di totali 3.141 chilometri), impedendo (specie nel deserto messicano dove le entrate potrebbero essere più “facili”) l’arrivo negli Stati Uniti di immigrati dal Sud

Più di mille chilometri di muro dividono gli Stati Uniti dal Messico (su un confine di totali 3.141 chilometri), impedendo (specie nel deserto messicano dove le entrate potrebbero essere più “facili”) l’arrivo negli Stati Uniti di immigrati dal Sud

   Resta il doloroso dramma della pressione alla frontiera con il Messico (3.412 chilometri di linea di confine): poveri, miserabili, dell’America centrale che cercano di entrare negli USA. Di contrappeso alla semi-regolarizzazione di 5 milioni di immigrati, è probabile che Obama e i democratici dovranno promettere ancora più mano dura ai tentativi di ingresso negli USA. Situazioni generali drammatiche di povertà che chiederebbero un intervento globale, della politica che si riconosca in un Governo Mondiale.

   A proposito dei tentativi di entrare negli Stati Uniti di persone ispaniche dal Messico, la scorsa estate sulla fron­tiera Usa si sono river­sate nuove ondate di immigrati, sta­volta però in particolare di mino­renni, giovanissimi, partiti dai loro paesi da soli, pro­vo­cando situazioni di sfruttamento e mafie in azione ancora più forti contro di loro, ragazzi abbandonati a se stessi.

   E’ ad esempio l’argomento di un film-documento uscito un anno fa, LA GABBIA DORATA (LA JAULA DE ORO è il titolo originale), di un regista messicano (Diego Quemada-Diez) che se potete vedere (è anche in dvd) nella fiction documenta in modo inesorabile il contesto di quell’impossibile difficile viaggio da Sud dell’America al nord sognato degli Stati Uniti, tra viaggi a piedi, o su treni merci sovraccarichi sopra il tetto dei vagoni (è l’immagine più ricorrente), criminali che ne approfittano delle giovani vittime, e per i pochi che arrivano al confine tra Messico e Stati Uniti, la necessità di superare il muro fatto erigere in questi anni dalle varie amministrazioni presidenziali (Clinton, i Bush) per impedire l’arrivo negli Stati Uniti di masse di poveri.

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Dal 1° novembre sul Mediterraneo centrale non c’è più l’operazione italiana di salvataggio MARE NOSTRUM: adesso c’è un’operazione europea, di ben più modeste dimensioni e pretese, che si chiama TRITON. TRITON SI LIMITA UNICAMENTE AD ATTIVITÀ DI CONTROLLO DELLA FRONTIERA DEL MEDITERRANEO CENTRALE. Quella europea non è pertanto un'operazione di ricerca e salvataggio -search and rescue - onere che resterà a carico degli Stati membri nelle acque dentro i propri confini e in quelle internazionali di competenza di ciascun Stato. TRITON ha un raggio d'azione decisamente più limitato rispetto a MARE NOSTRUM: mentre quest'ultimo si estendeva in acque internazionali, fino alle coste libiche, da cui parte la quasi totalità dei migranti che poi sbarcano in Italia; la nuova operazione europea invece si limita al pattugliamento di un'area di 30 miglia a largo di Sicilia, Calabria e Puglia

Dal 1° novembre sul Mediterraneo centrale non c’è più l’operazione italiana di salvataggio MARE NOSTRUM: adesso c’è un’operazione europea, di ben più modeste dimensioni e pretese, che si chiama TRITON. TRITON SI LIMITA UNICAMENTE AD ATTIVITÀ DI CONTROLLO DELLA FRONTIERA DEL MEDITERRANEO CENTRALE. Quella europea non è pertanto un’operazione di ricerca e salvataggio -search and rescue – onere che resterà a carico degli Stati membri nelle acque dentro i propri confini e in quelle internazionali di competenza di ciascun Stato. TRITON ha un raggio d’azione decisamente più limitato rispetto a MARE NOSTRUM: mentre quest’ultimo si estendeva in acque internazionali, fino alle coste libiche, da cui parte la quasi totalità dei migranti che poi sbarcano in Italia; la nuova operazione europea invece si limita al pattugliamento di un’area di 30 miglia a largo di Sicilia, Calabria e Puglia

   In questo post, nella seconda parte, trattiamo anche la problematica dell’immigrazione verso il nostro Paese e l’Europa, attraverso il Mediterraneo. Dal 1° novembre non c’è più l’operazione “MARE NOSTRUM”, sostituita da un’operazione europea (TRITON) che nulla ha a che vedere con l’efficacia di Mare Nostrum per quanto riguarda le vite salvate. Ancora una volta l’Europa mostra la sua mediocrità e incapacità di gestire i grandi problemi di questo tempo (e l’Italia, una volta tanto che aveva dimostrato capacità e coraggio, si adagia nel declino europeo). (s.m.)

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OBAMA DA NOBEL: IN 5 MILIONI DA INVISIBILI A AMERICANI

di Angela Vitaliano, da “il Fatto Quotidiano” del 21.11.14

- Decreto del presidente Usa per regolarizzare i clandestini in gran parte latino-americani – In tutto gli irregolari sono oltre 11 milioni –

New York – Lo aveva detto all’indomani delle elezioni di medio termine del 5 novembre, che avevano regalato la maggioranza al senato ai repubblicani, che avrebbe smesso di essere “Mr nice guy”, il presidente “gentile” alla continua ricerca di accordi bipartisan. Barack Obama, prima della scadenza di gennaio, in cui il Congresso diventerà dominio esclusivo del Gop, deve agire e farlo in fretta per sbloccare almeno alcune delle questioni che gli stanno più a cuore. Come l’immigrazione, con quel progetto di riforma che da troppi mesi, anzi anni ormai, giace al Congresso senza, ormai, nessuna speranza che su di esso si raggiunga un accordo. Continua a leggere


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L’ACCIAIO in crisi: IL DESTINO DELLE CITTA’ DELLA RUGGINE – Terni, Taranto, Piombino…: POLI INDUSTRIALI dove la fabbrica di produzione dell’acciaio è storia e vita delle persone e di tutta l’economia del luogo – CHE FARE? (come riconvertire il lavoro, come rilanciare in altro modo il ciclo produttivo)

“… l’acciaieria prima era stata come una piccola città, ma l’avevano chiusa nel 1987, e parzialmente smantellata dieci anni dopo; ora sorgeva come un antico rudere, con gli edifici coperti di dulcamara, persicaria e ailanto. Le impronte dei cervi e dei coyote formavano una trama fitta sul terreno… (…)… quando le acciaierie avevano chiuso, era andata in crisi tutta la valle. L’acciaio era il cuore. Chissà fra quanto la ruggine avrebbe divorato tutto e la valle sarebbe tornata allo stato primitivo. Solo la pietra sarebbe durata.” (RUGGINE AMERICANA, di by Philipp Meyer, ediz. Einaudi, euro 13.50)

“… l’acciaieria prima era stata come una piccola città, ma l’avevano chiusa nel 1987, e parzialmente smantellata dieci anni dopo; ora sorgeva come un antico rudere, con gli edifici coperti di dulcamara, persicaria e ailanto. Le impronte dei cervi e dei coyote formavano una trama fitta sul terreno… (…)… quando le acciaierie avevano chiuso, era andata in crisi tutta la valle. L’acciaio era il cuore. Chissà fra quanto la ruggine avrebbe divorato tutto e la valle sarebbe tornata allo stato primitivo. Solo la pietra sarebbe durata.” (RUGGINE AMERICANA, di by Philipp Meyer, ediz. Einaudi, euro 13.50)

   Terni, Taranto, Piombino, Napoli (Bagnoli), Genova, Trieste…. e molte altre città, paesi, luoghi dove le acciaierie sono diventate elementi storici di sviluppo, dell’industria che cresceva; connaturate alla storia della comunità dove sono sorte e vissute queste fabbriche, che ora o sono in crisi, o in declino, o a volte non ci sono più, diventate ruderi, ruggine….

   Come la chimica, come molte altre industrie manifatturiere. E i queste settimane siamo interessati dalla crisi del lavoro, degli esuberi possibili (cioè licenziamenti) a TERNI, nella storica acciaieria (sorta appunto a Terni 130 anni fa, nel 1884), di proprietà del gruppo multinazionale tedesco ThissenKrupp.

A TERNI ci sono in tutto 2.600 persone che lavorano nell'acciaieria, quasi altrettanto sono i lavoratori dell'indotto, dai fornitori ai manutentori (e questi lavoratori dell’indotto quasi sempre rischiano di “sparire” senza che nessuno se ne accorga, dica niente): l'azienda ha deciso che per ora sono 291 gli esuberi (di fatto licenziamenti attraverso la mobilità). Ma il settore è in caduta libera.

A TERNI ci sono in tutto 2.600 persone che lavorano nell’acciaieria, quasi altrettanto sono i lavoratori dell’indotto, dai fornitori ai manutentori (e questi lavoratori dell’indotto quasi sempre rischiano di “sparire” senza che nessuno se ne accorga, dica niente): l’azienda ha deciso che per ora sono 291 gli esuberi (di fatto licenziamenti attraverso la mobilità). Ma il settore è in caduta libera.

   Il protagonista negativo di questa fase di declino della grande industria italiana, dopo la chimica, dopo l’automobile, dopo le varie manifatture (abbigliamento, arredo, elettrodomestici…), è L’ACCIAIO, o meglio la siderurgia di Stato che ha tenuto in piedi per lustri il Pil di intere regioni.

   Su Taranto, Trieste, Piombino, Terni, Genova… si sono scaricate non solo le ragioni di una crisi di mercato e dell’avvento di nuovi produttori asiatici ma SI È RIPROPOSTO LO STESSO TEMA DELLA MANCATA SALVAGUARDIA DELL’AMBIENTE, DELLA SALUTE DELLE PERSONE, che pure aveva caratterizzato il finale della grande chimica (polveri e metalli pesanti, nichel in particolare nelle acciaierie, Taranto è l’emblema di malattie e tumori…).

IN LODE DELL’ACCIAIO, ORA IN DIFFICOLTA’ – “…L’acciaio, non una merce qualunque, ma la merce specialissima che permette di costruire grattacieli e ferrovie, di conservare in scatola gli alimenti, di muoversi e di scambiare conoscenze e pensieri, presente nelle abitazioni, nei ponti e nelle strade, in tutte i macchinari, perfino nelle merci più ‘verdi’ ed ‘ecologiche’. Una merce che, nel bene e nel male, ha accompagnato il ‘progresso’ non solo merceologico, ma anche scientifico, sociale, economico ed umano…” (Giorgio Nebbia, ambientalista, merceologo)

IN LODE DELL’ACCIAIO, ORA IN DIFFICOLTA’ – “…L’acciaio, non una merce qualunque, ma la merce specialissima che permette di costruire grattacieli e ferrovie, di conservare in scatola gli alimenti, di muoversi e di scambiare conoscenze e pensieri, presente nelle abitazioni, nei ponti e nelle strade, in tutte i macchinari, perfino nelle merci più ‘verdi’ ed ‘ecologiche’. Una merce che, nel bene e nel male, ha accompagnato il ‘progresso’ non solo merceologico, ma anche scientifico, sociale, economico ed umano…” (Giorgio Nebbia, ambientalista, merceologo)

   Pertanto la crisi delle acciaierie italiane (ora è la volta di Terni, dopo Taranto, Piombino…) è data un po’ da tante cose assieme: nel mondo c’è una SOVRACAPACITÀ PRODUTTIVA dell’acciaio; poi la logica delle MULTINAZIONALI e dello spostamento del baricentro produttivo dell’acciaio dall’Europa all’oriente cinese e all’India; delle pur giuste regole europee che ad esempio hanno impedito a un gruppo finlandese di rilanciare Terni per ragioni di antitrust; del contesto italiano, fatto di alcune debolezze come il COSTO eccessivo DELL’ENERGIA; dei livelli di INQUINAMENTO, come prima detto, sempre più intollerabili.

   A Terni ci sono in tutto 2.600 persone che lavorano nell’acciaieria, quasi altrettanto sono i lavoratori dell’indotto, dai fornitori ai manutentori (e questi lavoratori dell’indotto quasi sempre rischiano di “sparire” senza che nessuno se ne accorga, dica niente): l’azienda ha deciso che per ora sono 291 gli esuberi (di fatto licenziamenti attraverso la mobilità). Ma il settore è in caduta libera; e questo sta provocando un clima assai teso, dimostrato ad esempio dai lavoratori della TKAST (ThissenKrupp Acciai Speciali Terni) che, esasperati dopo tre settimane di sciopero, al termine di una assemblea davanti alla fabbrica, il 12 novembre scorso hanno bloccato per 4 ore l’autostrada A1 a Orte, causando 9 chilometri di coda.

AST, Acciai Speciali Terni, la fabbrica sorta nel 1884

AST, Acciai Speciali Terni, la fabbrica sorta nel 1884

   La storia degli Acciai Speciali Terni comincia 130 anni fa, nel 1884, quando nasce la “Società degli Alti Forni, Fonderie e Acciaierie” (SAFFAT). Perché a Terni? Perché la cittadina umbra era geograficamente “adatta” a iniziare un progetto concreto di industria siderurgica nazionale: in posizione strategica in quanto difficilmente attaccabile dal mare o per via aerea… e sono arrivati tanti aiuti di Stato, finanziari diretti e di banche pubbliche: e la gestione privata ha visto la partecipazione al capitale sociale di banchieri veneti, della Società Veneta e della Breda: due grandi società costruttrici di ferrovie, porti e altre strutture pubbliche e private nei decenni a cavallo tra l’800 e il 900 (vedi http://it.wikipedia.org/wiki/Acciaierie_di_Terni ).

   Insomma a Terni 130 anni fa è iniziato lo sviluppo industriale nazionale dell’ACCIAIO. Ora, dicevamo, la fabbrica è in mano a un gruppo tedesco. Vicenda in questi ultimi anni tormentata (ne parliamo dettagliatamente negli articoli di questo post): venduta dai tedeschi a un gruppo finlandese (Outokumpu), che aveva intenzione di rilanciare e sviluppare la fabbrica di Terni, la Commissione Europea ha stoppato la presenza finlandese (per problemi monopolistici, di antitrust) e l’industria è così tornata alla ThyssenKrupp, cosa che ne ha segnato il declino, avendo questo gruppo industriale nessuna ambizione a rinforzare il polo dell’acciaio in Umbria (tant’è che aveva venduto ai finlandesi), e interessato a portare le produzioni in Germania.

   Ora la speranza, per Terni, è che l’acciaieria sia comprata o da un gruppo industriale algerino o indiano. Sono gli indiani ad avere in mano la soluzione in vari poli industriali dell’acciaio italiano in crisi: a Terni, a Piombino, a Taranto. Per ora questi. Spinti dall’impetuosa crescita della loro economia nell’ultimo decennio gli indiani sono diventati, con i cinesi, i principali produttori mondiali di acciaio. E ora investono le plusvalenze accumulate comprando in Europa impianti tecnologicamente avanzati.

   Pertanto evitare i tanti licenziamenti, la fine del lavoro, a Terni (per ora poco meno di 300 esuberi, ma il futuro non è per niente roseo…), i 600 posti a rischio all’Ilva di Genova, i quasi 2.000 che a Piombino resterebbero senza lavoro se non arriva l’industriale magnate indiano Jindal… e ancor di più la difficile crisi e perdita di lavoro a Taranto…. Evitare questo non è possibile se non ci saranno piani industriali in grado di mettere assieme efficienza, innovazione, costi minori, qualità del prodotto, zero inquinamento…

PIOMBINO E L’ACCIAIERIA - “Fu l’Ilva al tempo dei nonni. Poi diventò «la Lucchini». O, più semplicemente, «la Fabbrica». Una lei, una madre nel bene e nel male, che raccoglie tra le sue braccia imponenti cielo, terra, mare, 2.500 persone più l’indotto, e tutti i figli e le mogli che aspettano che papà torni a casa. Era, e forse non sarà più. (SILVIA AVALLONE dall’articolo del Corriere della Sera del 25/4/2014 “IL MONDO D’ACCIAIO CHE NON VEDRÒ PIÙ”. Silvia Avallone è scrittrice, autrice del libro “ACCIAIO”, Rizzoli, euro 9,00, Premio Campiello Opera Prima 2010, euro 9,00) – Nell’IMMAGINE, la locandina del FILM di STEFANO MORDINI “ACCIAIO”, del 2012, che si rifà al libro di Silvia Avallone

PIOMBINO E L’ACCIAIERIA – “Fu l’Ilva al tempo dei nonni. Poi diventò «la Lucchini». O, più semplicemente, «la Fabbrica». Una lei, una madre nel bene e nel male, che raccoglie tra le sue braccia imponenti cielo, terra, mare, 2.500 persone più l’indotto, e tutti i figli e le mogli che aspettano che papà torni a casa. Era, e forse non sarà più. (SILVIA AVALLONE dall’articolo del Corriere della Sera del 25/4/2014 “IL MONDO D’ACCIAIO CHE NON VEDRÒ PIÙ”. Silvia Avallone è scrittrice, autrice del libro “ACCIAIO”, Rizzoli, euro 9,00, Premio Campiello Opera Prima 2010, euro 9,00) – Nell’IMMAGINE, la locandina del FILM di STEFANO MORDINI “ACCIAIO”, del 2012, che si rifà al libro di Silvia Avallone

   Un tema nuovo che sicuramente si è concretizzato è dato dal dover abituarsi, per il nostro sistema industriale (in questo caso le acciaierie) all’arrivo di padroni stranieri, in particolare da quei paesi che hanno economie emergenti (come la Cina o l’India). Abituarsi ai gruppi stranieri, fare i conti con essi (non solo indiani, cinesi, ma anche russi, algerini, finlandesi…).

   Parti di storia industriale italiana che passano di mano ed entrano nel villaggio globale, diventano di proprietà “straniera”, non italiana: peraltro, per le acciaierie questo fatto si spera che accada, sennò è la fine di migliaia di posti di lavoro. E’ da capire quale sarà l’atteggiamento di questi stranieri una volta in possesso di questi sistemi industriali. In un articolo de La Voce.Info che in questo post vi proponiamo, si analizza che finora l’atteggiamento è stato ambivalente: alcune multinazionali emergenti assumono un comportamento di tipo predatorio, pur tuttavia si osservano anche investimenti che generano benefici sia per gli investitori sia per le economie che li ricevono.

   Sul tema “acciaio e inquinamento” vi proponiamo poi un importante articolo di Giorgio Nebbia (docente di merceologia e tra i più rappresentativi esponenti del mondo ecologista di questi decenni), dove si tracciano delle ipotesi interessanti per dimostrare che IL CICLO DELL’ACCIAIO può essere fatto senza inquinare. In particolare attraverso il miglioramento del processo produttivo usando il METANO al posto del CARBONE: la trasformazione delle attuali acciaierie con appunto l’introduzione del ciclo basato sul metano. Detta in modo profano, usando IL METANO come agente riducente del minerale, nel depurarlo fino a divenire acciaio di massima qualità (leggete qui di seguito il dettagliato e più scientifico articolo di Giorgio Nebbia sul processo produttivo).

   Qualcuno ha prospettato, per risolvere questa grave crisi industriale (che pare irreversibile) dell’acciaio italiano, di ritornare a una siderurgia pubblica, cioè con un impegno permanente dello Stato (il “pubblico” che compra e gestisce le fabbriche, come è accaduto negli anni ‘60 del secolo scorso con le “partecipazioni statali”). Ipotesi assai ardua e temeraria: quelle scelte di 50 anni fa di “partecipazione statale” sono una delle cause principali del fantasmagorico debito pubblico italiano. E’ pur vero che allora permisero la ricostruzione del Paese e in parte anche il boom economico; ma lasciando alle future generazioni oltre al debito di quelle scelte, anche colossali ruderi industriali, veri rottami, un sistema non competitivo che non si è adeguato ai tempi. Fabbriche spesso rimaste RUGGINE INDUSTRIALE, capannoni abbandonati; ed ora anche masse di disoccupazione giustamente da salvare con un necessario welfare (cassa integrazione, mobilità…), con ulteriori costi pubblici.

   Questo non vuol dire che lo Stato non debba intervenire, anzi: promuovendo condizioni più favorevoli a un intervento privato serio e motivato (non di rapina); se serve anche con un temporaneo impegno diretto pubblico; orientando scelte verso produzioni industriali virtuose, adatte ai tempi e competitive. Pertanto a Terni, come a Taranto, Piombino e altrove il sistema dell’acciaio pensiamo possa rinnovarsi e dare ancora lavoro, ma con risposte qualificate, nuove, con cicli produttivi finalmente puliti (non inquinanti) e prodotti di qualità che la tecnologia e il sapere umano italico è sicuramente in grado di dare (negli articoli che vi proponiamo potrete trovare spunti interessanti in questo senso). (s.m.)

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ACCIAIO: GENOVA, PIOMBINO, NAPOLI, TERNI, TARANTO: IL DESTINO DELLE CITTÀ DELLA RUGGINE; LA SPERANZA È ALGERINA O INDIANA

di Dario di Vico, da “il Corriere della Sera” del 11/11/2014

   “Ruggine americana” è un grande romanzo dello scrittore Philippe Meyer ed è soprattutto una grande metafora della SECONDA MODERNITÀ. E’ un’immagine che descrive insieme UN PROCESSO DI DEINDUSTRIALIZZAZIONE e le ricadute (di DEGRADO) che genera sul territorio circostante. Continua a leggere


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“torneranno i prati”: il film di ERMANNO OLMI sulla GRANDE GUERRA – Un DRAMMA ANCORA SOSPESO, nei luoghi di allora e adesso e nelle giovani vittime di soli cento anni fa – Il terribile sacrificio di inutile dolore e morte di giovani europei, nelle nostre MONTAGNE ha lasciato stupendi resti di GALLERIE, SENTIERI, TRINCEE ed altri manufatti, da visitare, da conservare

Immagine dal film di Ermanno Olmi "torneranno i prati"

Immagine dal film di Ermanno Olmi “torneranno i prati”

   torneranno i prati, il film di Ermanno Olmi sulla Grande Guerra, è nei cinema dal 6 novembre, ma già da subito è stato valutato come un’opera “importante” in tanti Paesi: il 5 novembre è stato infatti proiettato in anteprima al Quirinale e in quasi altri cento paesi dei cinque continenti, in ambasciate, consolati, istituti di cultura, ad Amsterdam, Tashkent, Città del Capo, Parigi, Jakarta, Teheran, Boston, Seul, New York, Mosca, Buenos Aires, Wellington… Forse perché la Grande guerra fu il primo evento globale della storia dell’uomo, e forse anche perché è ancora una tematica storica, oltre che dolorosa, anche “irrisolta”, un dramma sospeso per tutti quelli che lo studiano, lo rievocano, vedono le conseguenze sul territorio: ad esempio i “segni” rimasti nelle Alpi, nelle Dolomiti, come qui vogliamo provare a parlare; partendo appunto dall’intenso, bellissimo ed emozionante film di Ermanno Olmi.

LA GRANDE GUERRA - Dal 1914 al 1918, il primo conflitto mondiale del Novecento scaraventa in trincea oltre 65 MILIONI DI MILITARI. Di questi, poco meno di 10 MILIONI MUOIONO IN BATTAGLIA O IN PRIGIONIA per ferite e malattie, mentre è altissimo il numero di chi rimane ammalato, mutilato o invalido. TRA I CIVILI si verificano non meno di 30 MILIONI DI DECESSI PER CAUSE DI GUERRA (solo in Russia, dove nel 1914 avviene il GENOCIDIO DEL POPOLO ARMENO, si registrano 13 milioni di morti), stenti e malattie, tra cui la terribile INFLUENZA “SPAGNOLA”, che in Europa uccide sei milioni di persone (soprattutto vecchi, donne e bambini). Alla fine della guerra crollano gli imperi e sorgono le nazioni, mentre la società mondiale entra definitivamente nell’era contemporanea, segnata dall’avvento delle tecnologie, della produzione industriale, dei movimenti di massa, delle dittature e delle ideologie. (da http://www.grandeguerra.ccm.it/  )

LA GRANDE GUERRA – Dal 1914 al 1918, il primo conflitto mondiale del Novecento scaraventa in trincea oltre 65 MILIONI DI MILITARI. Di questi, poco meno di 10 MILIONI MUOIONO IN BATTAGLIA O IN PRIGIONIA per ferite e malattie, mentre è altissimo il numero di chi rimane ammalato, mutilato o invalido. TRA I CIVILI si verificano non meno di 30 MILIONI DI DECESSI PER CAUSE DI GUERRA (solo in Russia, dove nel 1914 avviene il GENOCIDIO DEL POPOLO ARMENO, si registrano 13 milioni di morti), stenti e malattie, tra cui la terribile INFLUENZA “SPAGNOLA”, che in Europa uccide sei milioni di persone (soprattutto vecchi, donne e bambini). Alla fine della guerra crollano gli imperi e sorgono le nazioni, mentre la società mondiale entra definitivamente nell’era contemporanea, segnata dall’avvento delle tecnologie, della produzione industriale, dei movimenti di massa, delle dittature e delle ideologie. (da http://www.grandeguerra.ccm.it/ )

   Per l’Italia la guerra (iniziata 10 mesi dopo, a fine maggio 1915, la dichiarazione di guerra dell’impero austro-ungarico al Regno di Serbia) è all’inizio un tentativo, una speranza, di guerra di pochi, giorni, settimane: all’inizio estate del 1915 c’è l’attacco principale sul Carso e lungo l’Isonzo in direzione di Trieste e Lubiana, in previsione di uno sfondamento decisivo verso l’interno dello schieramento avversario. Le Armate Austro-Ungariche reggono pressoché ovunque gli assalti italiani, che vengono in genere respinti con gravi perdite.

   Finisce pertanto fin dall’inizio l’idea che c’era di una “guerra breve” e anche sul fronte italo-austriaco il conflitto acquista le caratteristiche della guerra di trincea, fatta di resistenza, logoramento, speranza che il nemico, l’ ”altro” cedesse; nelle terribili condizioni ambientali e climatiche, tra incredibili difficoltà di rifornimento di viveri e di materiali.

   C’è da chiedersi perché quella guerra mondiale, per quanto riguarda il fronte italiano, “si è spostata” (è stata voluta) in buona parte in montagna, in cime e vette impervie che di più non si può…Cosa a nostro avviso “militarmente”, logisticamente, incomprensibile….

   Questo combattere in posti così difficili, può essere stato dato dalla tradizione storico-geografica di divisione statuale: la frontiera, la linea di confine, fra Italia e Austria-Ungheria era allora costituita per la maggior parte proprio da notevoli rilievi e picchi rocciosi. O forse questo combattere in montagne elevate è avvenuto proprio perché a valle sarebbe stato più “temuto”, negli esiti, da entrambi gli schieramenti, il conflitto; e la tattica della guerra di logoramento (una volta accortisi che “guerra breve” non poteva essere) era così voluta (trincea contro trincea, soldato contro soldato…), e si sperava che vincesse chi aveva più risorse e chi più resisteva alle terribili avversità del freddo invernale e delle pazzesche difficoltà di muoversi (con cannoni, attrezzature…) nella morfologia di quei luoghi.

IL FRONTE OCCIDENTALE (CLICCARE SULLA MAPPA PER INGRANDIRLA) - IL MONDO IN TRINCEA - LA TRINCEA RIASSUME E SIMBOLEGGIA L’ESPERIENZA DI GUERRA DI MILIONI DI SOLDATI e l’immaginario bellico delle popolazioni del cosiddetto fronte interno. Dal 1914 al 1918 SUL FRONTE OCCIDENTALE, DAL MAR DEL NORD AL CONFINE CON LA NEUTRALE SVIZZERA, CORRONO DUE CONTINUE TRINCEE CONTRAPPOSTE (in realtà due complessi sistemi trincerati articolati in profondità sul terreno) in cui si misurano gli eserciti tedesco, francese, inglese e americano (dal 1917). Si combatte in trincea anche sul fronte balcanico e sul vastissimo fronte orientale, percorso dalle armate austro-ungariche e russe. (da http://www.grandeguerra.ccm.it/ )

IL FRONTE OCCIDENTALE (CLICCARE SULLA MAPPA PER INGRANDIRLA) – IL MONDO IN TRINCEA – LA TRINCEA RIASSUME E SIMBOLEGGIA L’ESPERIENZA DI GUERRA DI MILIONI DI SOLDATI e l’immaginario bellico delle popolazioni del cosiddetto fronte interno. Dal 1914 al 1918 SUL FRONTE OCCIDENTALE, DAL MAR DEL NORD AL CONFINE CON LA NEUTRALE SVIZZERA, CORRONO DUE CONTINUE TRINCEE CONTRAPPOSTE (in realtà due complessi sistemi trincerati articolati in profondità sul terreno) in cui si misurano gli eserciti tedesco, francese, inglese e americano (dal 1917). Si combatte in trincea anche sul fronte balcanico e sul vastissimo fronte orientale, percorso dalle armate austro-ungariche e russe. (da http://www.grandeguerra.ccm.it/ )

   Olmi, nel suo film, dove l’elemento “fiction” (la storia raccontata) è supportato da un profondo rigore storico negli innumerevoli elementi che mette in campo in appena un’ora e venti minuti di rappresentazione (ad esempio nel mettere assieme l’ambientazione della trincea, le esplosioni dirompenti, i luoghi di sopravvivenza dei soldati), Olmi sottolinea però nel suo film lo spirito prioritario dell’atto di accusa, dell’orazione civile, solenne, per tutte quelle inutili sofferenze e morti. E c’è quel forte contrasto tra lo squallore delle trincee e dei dormitori interrati e il fascino della natura che circonda quegli avamposti: un fascino che a noi oggi ci viene donato ripercorrendo quei luoghi alpini, di montagna, dolomitici….

Dalla FINE DI MAGGIO 1915 si apre IL FRONTE ITALO-AUSTRIACO (DALL’ORTLES AL MAR ADRIATICO e dal novembre 1917 sul MONTE GRAPPA e lungo il PIAVE) e ovunque la trincea diventa il simbolo principale del conflitto mondiale. (da http://www.grandeguerra.ccm.it/  )

Dalla FINE DI MAGGIO 1915 si apre IL FRONTE ITALO-AUSTRIACO (DALL’ORTLES AL MAR ADRIATICO e dal novembre 1917 sul MONTE GRAPPA e lungo il PIAVE) e ovunque la trincea diventa il simbolo principale del conflitto mondiale. (da http://www.grandeguerra.ccm.it/ )

   E vengono in mente le cattedrali gotiche (o le piramidi, o qualsiasi altro manufatto umano rimasto da noi ereditato alla visione, al suo splendore…) dove migliaia e migliaia di schiavi o quasi schiavi hanno lasciato forzosamente, costretti, la loro vita, tutte le loro forze, per costruire queste opere giunte nella loro bellezza a noi…un po’ è così nel ripercorrere adesso i sentieri di guerra, le gallerie, le trincee…. Una trasformazione “architettonica” della “natura montagna” che dà ad essa ancora più splendore con quelle gallerie, camminamenti…. Questo forse è cinico dirlo, pensarlo: la tragedia della guerra inutile e devastante di vite, consegna a noi paesaggi di gallerie, trincee, sentieri, mulattiere, avamposti, osservatori… di ineguagliabile valore e bellezza….

L'entrata della 35° galleria presso i Forni Alti sul sentiero delle 52 gallerie del MONTE PASUBIO (dal sito www.socrata.it)

L’entrata della 35° galleria presso i Forni Alti sul sentiero delle 52 gallerie del MONTE PASUBIO (dal sito http://www.socrata.it)

   Se un luogo è “tre cose” (la NATURA che lo ha così creato; l’ARTIFICIO umano che in esso possiamo trovare; gli ACCADIMENTI storici che lì si sono avuti) va detto che i paesaggi montani e semi-montani del nordest dove è passata la Grande Guerra (il fronte Austro-Italiano, ben diverso è il fronte occidentale europeo dal Mar del Nord, le Fiandre fino alla Svizzera, dove peraltro i massacri di uomini sono stati anche più cruenti…), ebbene le “tre cose” di queste montagne, di questi luoghi (natura, artificio umano, accadimento storico) sembra abbiano raggiunto il massimo di potenza e bellezza (la natura, l’artificio umano) e tragicità (l’accadimento della violenza della guerra). Su tutto “L’INGANNO” di una classe dirigente, politica, mondiale (e da noi nazionale) che ha portato alla realizzazione di quell’inutile massacro.

   Ripercorrere quei sentieri di guerra adesso, nell’approssimarsi del centenario (per il nostro Paese “1915-1918”) dà emozione nei paesaggi fatti appunto di ineguagliabile bellezza pur nella tragicità, e ciascuno di noi può fare una propria “sintesi personale”, nei suoi pensieri, di tutto questo, dei luoghi di guerra che può andare a vedere, appunto così belli, anche come detto per le gallerie, trincee, capisaldi, mulattiere, sentieri di guerra che incontra, che percorre. E’ ora anche possibile poterla fare (questa nostra interpretazione personale, questa individuale “emozione”) con la “sintesi filmica”, intima, che Ermanno Olmi ha tentato di fare con questo film, “torneranno i prati” (volutamente scritto tutto minuscolo come si conviene ad una storia minima e morale). (s.m.)

……………………………..

torneranno i prati

un film di Ermanno Olmi. Con Claudio Santamaria, Alessandro Sperduti, Francesco Formichetti, Andrea Di Maria - Italia 2014

di PAOLA CASELLA, da mymovies.it http://www.mymovies.it/ , 4/11/2014

- Un film epidermico, una ballata malinconica perfettamente centrata nel cuore di tenebra di una trincea -

   In un avamposto d’alta quota, verso la fine della prima guerra mondiale, un gruppo di militari combatte a pochi metri di distanza dalla trincea austriaca, “così vicina che pare di udire il loro respiro”. Intorno, solo neve e silenzio. Dentro, il freddo, la paura, la stanchezza, la rassegnazione. E gli ordini insensati che arrivano da qualche scrivania lontana, al caldo. Continua a leggere


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Le AUTOSTRADE ITALIANE in gestione a lobbies monopoliste – E il TRAFFICO METROPOLITANO soffoca i comuni, le periferie urbane, i centri delle città – La necessità di una RIDEFINIZIONE DEI SISTEMI DI MOBILITA’, togliendo il potere assoluto alle SOCIETÀ AUTOSTRADALI (e anche alle Ferrovie dello Stato)

Foto del CASELLO di CALCIO (Bg) della BREBEMI (Brescia – Bergamo – Milano): “…. il vero paradosso di UN’AUTOSTRADA CHE CORRE PERSINO TROPPO VELOCE NEL DESERTO PADANO: dopo vent’anni non capisci più se serva davvero, se sia arrivata fuori tempo massimo, se sia effettivamente un volano per la ripresa economica come dice Renzi (lo speriamo tutti) oppure un lusso che questo paese (in teoria) non potrebbe più permettersi (ma anche in pratica). (MARCO ALFIERI, BREBEMI, IL LUSSO DI UN’AUTOSTRADA NEL DESERTO PADANO da LINKIESTA del 27/7/2014 (http://www.linkiesta.it/))

Foto del CASELLO di CALCIO (Bg) della BREBEMI (Brescia – Bergamo – Milano): “…. il vero paradosso di UN’AUTOSTRADA CHE CORRE PERSINO TROPPO VELOCE NEL DESERTO PADANO: dopo vent’anni non capisci più se serva davvero, se sia arrivata fuori tempo massimo, se sia effettivamente un volano per la ripresa economica come dice Renzi (lo speriamo tutti) oppure un lusso che questo paese (in teoria) non potrebbe più permettersi (ma anche in pratica). (MARCO ALFIERI, BREBEMI, IL LUSSO DI UN’AUTOSTRADA NEL DESERTO PADANO da LINKIESTA del 27/7/2014 (http://www.linkiesta.it/))

   In Italia ci si appresta a fare enormi regali alle concessionarie autostradali, senza introiti per lo Stato, occultando questi benefici sotto la veste di proroghe, previste dall’articolo 5 del decreto “sblocca Italia” di cui già abbiamo parlato in questo blog.

   Concessionari con utili da capogiro. In più dal 1999 al 2013 le tariffe autostradali sono salite mediamente del 65,9 per cento, contro un’inflazione del 37,4 per cento: affari straordinari per società formate per lo più da gruppi finanziari che all’origine hanno acquistato le concessioni senza mettere un soldo (facendoseli prestare dalle banche e restituendoli con gli incassi quotidiani ai caselli autostradali).

Il 4 ottobre 1964 venne inaugurata l’AUTOSTRADA DEL SOLE, ancora oggi la più lunga autostrada italiana, più di 755 chilometri (350 milioni a chilometro) che attraversano la nostra penisola da Milano a Napoli. L’ultimo tratto (inaugurato appunto il 4 ottobre ’64) erano i 40 km tra ORVIETO e CHIUSI. La costruzione dell’Autostrada era cominciata 8 anni prima, il 19 maggio 1956. Doveva coprire esattamente 755 km DA MILANO A NAPOLI con 113 VIADOTTI, 572 CAVALCAVIA, 38 GALLERIE, 57 RACCORDI e CASELLI. I lavori partirono contemporaneamente da nord e da sud, per finire  nel punto più centrale. (se siete interessati alla storia delle STRADE ITALIANE cliccate su http://cronologia.leonardo.it/storia/a1950c.htm)

Il 4 ottobre 1964 venne inaugurata l’AUTOSTRADA DEL SOLE, ancora oggi la più lunga autostrada italiana, più di 755 chilometri (350 milioni a chilometro) che attraversano la nostra penisola da Milano a Napoli. L’ultimo tratto (inaugurato appunto il 4 ottobre ’64) erano i 40 km tra ORVIETO e CHIUSI. La costruzione dell’Autostrada era cominciata 8 anni prima, il 19 maggio 1956. Doveva coprire esattamente 755 km DA MILANO A NAPOLI con 113 VIADOTTI, 572 CAVALCAVIA, 38 GALLERIE, 57 RACCORDI e CASELLI. I lavori partirono contemporaneamente da nord e da sud, per finire nel punto più centrale. (se siete interessati alla storia delle STRADE ITALIANE cliccate su http://cronologia.leonardo.it/storia/a1950c.htm)

   Società che gestiscono un sistema di fatto a monopolio, senza concorrenza, dove se vuoi viaggiare quasi sempre sei costretto (od è più comodo) usare l’auto e non puoi fare a meno di entrare nel sistema a pedaggio delle autostrade, pagando al casello. E se ti devi fermare, fare una sosta, le aree “libere” sono quasi tutte state tolte e ti devi fermare all’autogrill, naturalmente gestito dalla stessa società che controlla l’autostrada.

   E, una volta acquisito il “potere” di possesso della infrastruttura autostradale, queste società (quasi sempre controllate da un insieme di mondo politico che controlla le Regioni e le maggiori città che sono nel tracciato autostradale, assieme ad un mondo finanziario privato sorto ad hoc per gestire “l’affare”), una volta acquisita la gestione, accade che, di scadenza in scadenza, i governi si fanno convincere a non mettere in gara al miglior offerente (ad altri possibili soggetti) la gestione successiva della gestione (ventennale, trentennale, a volte di più…) e “regalare” la proroga della concessione al gestore già presente: con in cambio qualche nuovo lavoro straordinario, una brentella di collegamento, qualche cavalcavia, la terza corsia, e cose simili….

Nella FOTO la STRADA VALSUGANA, da BASSANO DEL GRAPPA A TRENTO. La “Nuova Valsugana” PREVEDE LA COSTRUZIONE DI UN TRAFORO da fare sotto il Monte Grappa da Romano d’Ezzelino a Cismon del Grappa. Un traforo lungo 12 km costituto da 3 tunnel per una larghezza totale di 70 mt. (vedi http://notraforograppa.wordpress.com/)

Nella FOTO la STRADA VALSUGANA, da BASSANO DEL GRAPPA A TRENTO. La “Nuova Valsugana” PREVEDE LA COSTRUZIONE DI UN TRAFORO da fare sotto il Monte Grappa da Romano d’Ezzelino a Cismon del Grappa. Un traforo lungo 12 km costituto da 3 tunnel per una larghezza totale di 70 mt. (vedi http://notraforograppa.wordpress.com/)

   Pertanto si sono formate lobbies politico-affaristiche che si collegano facilmente con chi deve decidere (il governo, gli apparati preposti…), incentivati quest’ultimi a concedere la proroga senza alcuna gara anche dalla promessa di lavori sulla tratta autostradale, o di collegamento con altre (e questo serve al mondo politico per dimostrare che si sta realizzando opere, lavori pubblici).

   Quel che qui, da un punto di vista della politica urbanistica vorremmo sottolineare, è che si crea un DISALLINEAMENTO CON LA NUOVA DOMANDA DI MOBILITÀ, che quest’ultima un po’ dappertutto nella geografia della nostra Penisola italica, è sempre più DI TIPO METROPOLITANO (intracomunale, di meno di poche decine di chilometri di tragitto…) e che, perciò, richiederebbe scelte necessarie a ricalibrare nel modo giusto le infrastrutture necessarie alla mobilità (e non solo con le infrastrutture materiali: serivirebbe anche una tariffazione mirata a ridurre i costi sociali del trasporto).

   E pertanto il fare proroghe a vantaggio di lobbies di “sempre gli stessi”, giustificate per sostenere i costi di costruzione per continuare a fare tratte autostradali (spesso non necessarie o per un modello di sviluppo non più adeguato allo “spostarsi” adesso, nella nostra contemporaneità), questa cosa non va bene al sano sistema della concorrenza, ma non va bene neanche al pensare a uno sviluppo della mobilità più confacente alle necessità della nostra vita quotidiana.

Una visualizzazione del progetto dell'autostrada Valdastico Nord - La VALLE DELL’ASTICO è una vallata vicentina che si trova nel nord della provincia veneta. In questo angolo di paradiso si è deciso di costruire un’autostrada, l’A31 VALDASTICO, che attraversando la provincia di Vicenza da Sud a Nord e dovrebbe collegare Rovigo a Trento. Il tratto che manca della A31, della  VALDASTICO NORD, è il prolungamento da Piovene Rocchette (Vicenza) a Besenello (Trento). Dei 39,1 chilometri di tracciato da Piovene Rocchette a Besenello, di cui 24 in provincia di Vicenza e 15 in Trentino, 27,8 km sono in galleria ovvero il 71% del percorso. Altri 4,6 km sono in viadotto e 6,7 km sono aperti.  Non tutti sono però convinti della bontà del progetto. Per prima la Provincia di Trento che non vuole questa autostrada, ma il Governo sta andando avanti, inserendo la VALDASTICO NORD tra le opere prioritarie del Decreto “Sblocca Italia”.  (nella foto lo striscione di opposizione del “Comitato NO Valdastico NOrd”). (da http://www.infooggi.it/, 14/7/2014)

Una visualizzazione del progetto dell’autostrada Valdastico Nord – La VALLE DELL’ASTICO è una vallata vicentina che si trova nel nord della provincia veneta. In questo angolo di paradiso si è deciso di costruire un’autostrada, l’A31 VALDASTICO, che attraversando la provincia di Vicenza da Sud a Nord e dovrebbe collegare Rovigo a Trento. Il tratto che manca della A31, della VALDASTICO NORD, è il prolungamento da Piovene Rocchette (Vicenza) a Besenello (Trento). Dei 39,1 chilometri di tracciato da Piovene Rocchette a Besenello, di cui 24 in provincia di Vicenza e 15 in Trentino, 27,8 km sono in galleria ovvero il 71% del percorso. Altri 4,6 km sono in viadotto e 6,7 km sono aperti. Non tutti sono però convinti della bontà del progetto. Per prima la Provincia di Trento che non vuole questa autostrada, ma il Governo sta andando avanti, inserendo la VALDASTICO NORD tra le opere prioritarie del Decreto “Sblocca Italia”. (nella foto lo striscione di opposizione del “Comitato NO Valdastico NOrd”). (da http://www.infooggi.it/, 14/7/2014)

   La mancata connessione tra politiche di sistemi geografici di tipo metropolitano che si sono oramai affermati (…“città nuove”, concrete, che ciascuno di noi vive quotidianamente…ogni giorno da casa al posto di lavoro, o di studio, per andare dai genitori, andare alle varie scuole per chi ha figli piccoli, andare al supermercato per la spesa, il tempo libero con attività associative che uno può fare, la Parrocchia, la Chiesa, l’Ospedale quando serve…), insomma la “nostra città effettiva” è ben diversa dai confini predeterminati del nostro paese (o città) di residenza, o del “quartiere-città” se viviamo in una luogo urbano di medie-grandi dimensioni….

   Queste “città nuove, concrete” che ciascuno di noi vive quotidianamente quasi sempre non si connettono per niente con la mobilità efficiente che servirebbe per spostarsi da un posto di vita all’altro….e poco o niente si fa per concentrarsi su sistemi di questo tipo, metropolitano, che sono la stragrande maggioranza, in percentuale, dei nostri effettivi spostamenti. Quasi sempre si pensa a grandi “corridoi” extraregionali europei: autostrade con caselli di entrata-uscita assai lontani l’uno dall’altro: cose poco adatte alle attuali e future esigenze, poco necessarie.

   E’ pur vero che qualche eccezione esiste, qualche innovazione si sta sperimentando. Parliamo ad esempio del caso del Nord-est specificatamente all’Autobrennero (la società dell’autostrada che da Modena porta a Verona, Trento, Bolzano e al Brennero, al confine austriaco, per 314 chilometri): sta finanziando con i propri pedaggi il nuovo asse ferroviario verso l’Austria, assumendo di fatto il ruolo di “agenzia di corridoio”.

   Così la necessità di VIABILITÀ LOCALE EFFICIENTE rimane sempre in mano agli Enti locali: e non trova esplicazione perché i comuni non hanno soldi, e le Regioni, lo Stato, quasi sempre si concentrano su grandi opere mediaticamente strategiche (che il metter soldi, il realizzarli, conviene come riscontro politico-mediatico). E, e qui è l’argomento di questo post, le grandi risorse che sicuramente hanno le Concessionarie autostradali, servono come specchietto delle allodole per convincere la classe politico-governativa di turno a prorograre la concessione autostradale in cambio della realizzazione di qualche bretella, o terza corsia (a prezzi preventivati naturalmente esosissimi). Questo è accaduto e, come dicevamo, sta accadendo anche nel presente (il decreto sblocca Italia non si differenzia per niente da altri precedenti contesti).

   E non parliamo nemmeno di disincentivare l’accesso automobilistico alle zone urbane centrali tramite “TARIFFE DI EFFICIENZA” (si paga se si entra in centro urbano, non si paga se si utilizzano strade e anche autostrade alternative al passaggio in luoghi urbani); oppure che premiano il riempimento dei veicoli (CAR POOLING), o l’incentivazione di PARCHEGGI SCAMBIATORI collegati al trasporto pubblico. L’esazione avviene tramite barriere in punti strategici della rete, con pagamenti differenziati per tipologia di utenti grazie all’impiego di appropriate tecnologie.

   Ma se i concessionari austostradali sono “poteri forti” che così condizionano i modi di mobilità e sviluppo delle reti urbane, non da meno lo sono (un “potere forte”) le Ferrovie dello Stato, con il loro ruolo monopolistico e il forte sovvenzionamento pubblico. E anche di questo trattiamo in questo post con due illuminanti articoli di Marco Ponti, che ci tolgono dalla mente il felice assioma che “trasporto pubblico è bello” (almeno così com’è adesso non va bene). (s.m.)

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Infrastrutture e trasporti

IN AUTOSTRADA CORRE LA PROROGA (E LA RENDITA)

di Giorgio Ragazzi, da “La voce.info” del 24.10.14

(Giorgio Ragazzi è anche autore del libro “ I Signori delle autostrade”, edizioni Il Mulino, 2008 ) 

- Gestire un’autostrada è attività molto semplice e senza rischi imprenditoriali. Tutti gli interventi sono stati finanziati a debito e i debiti ripagati con i pedaggi. Eppure, attraverso le proroghe si perpetuano le rendite per le società concessionarie. Investimenti pagati due volte dai cittadini. -

I “REGALI” AI CONCESSIONARI Continua a leggere


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GLI OMBRELLI DI HONG KONG e le PROTESTE DEI GIOVANI – Primavere arabe semifallite, disoccupazioni giovanili nei paesi occidentali, stati pseudo-islamici nati specie contro la libertà delle giovani donne: NON E’ UN MONDO PER GIOVANI, la contemporaneità sembra a loro sfavore in ogni luogo geografico del pianeta

MESSAGGI SU OMBRELLI A SOSTEGNO DELLA PROTESTA A HONG KONG

MESSAGGI SU OMBRELLI A SOSTEGNO DELLA PROTESTA A HONG KONG

    Parliamo di Hong Kong e delle proteste giovanili che si sono verificate (si stanno verificando) in queste settimane e mesi, perché è un fenomeno di grande interesse per la protesta così originale, nonviolenta, fortemente giovanile, e a nostro avviso di rilevanza geopolitica in quell’area asiatica dominata dalla Cina.

HONG KONG, mappa (da IL POST.IT)

HONG KONG, mappa (da IL POST.IT)

   Ricordiamo che HONG KONG è una delle due Regioni Amministrative Speciali della Cina. La Cina è suddivisa in province, regioni autonome e municipalità, ma appunto ha anche due “regioni amministrative speciali” che sono HONG KONG e MACAO (Macao si trova ad ovest di Hong Kong). Le due regioni amministrative speciali sono state costituite nel 1997 e nel 1999 quando la sovranità delle due entità venne trasferita alla Repubblica Popolare Cinese rispettivamente dal Regno Unito e dal Portogallo (Macao, ex colonia portoghese, si trova immediatamente a ovest di Hong Kong).

HONG KONG - L’ex colonia britannica, oggi REGIONE AUTONOMA SPECIALE DI HONG KONG (HKSAR, che include l'isola omonima, KOWLOON, l'ISOLA di LANTAU e i NUOVI TERRITORI) è una delle più importanti piazze finanziarie al mondo, gode di una serie di privilegi politici, sociali ed economici che la Cina continentale non ha. Tuttavia, il suo complesso sistema politico determina inevitabilmente un esecutivo fedele a Pechino. Ciò la rende una democrazia monca. (da Limes, Giorgio Cuscito, 11/7/2014)

HONG KONG – L’ex colonia britannica, oggi REGIONE AUTONOMA SPECIALE DI HONG KONG (HKSAR, che include l’isola omonima, KOWLOON, l’ISOLA di LANTAU e i NUOVI TERRITORI) è una delle più importanti piazze finanziarie al mondo, gode di una serie di privilegi politici, sociali ed economici che la Cina continentale non ha. Tuttavia, il suo complesso sistema politico determina inevitabilmente un esecutivo fedele a Pechino. Ciò la rende una democrazia monca. (da Limes, Giorgio Cuscito, 11/7/2014)

   Ma concentriamoci sulla prima, al centro della contestazione e protesta studentesca. HONG KONG è una METROPOLI di quasi SETTE MILIONI DI ABITANTI su un’area di 1.100 CHILOMETRI QUADRATI, il che fa della città una delle aree più densamente popolate al mondo.

   Esiste urbanisticamente ad Hong Kong una (a nostro avviso virtuosa) separazione netta fra aree naturali e aree urbanizzate: e dove si è urbanizzato si è sfruttato ogni metro quadrato. E così ci sono grattacieli ovunque. E raramente sono grattacieli singoli, più spesso sono gruppi di cinque, dieci e talvolta più grattacieli, tutti uguali.

MAPPA DI HONG KONG CON I SUOI 18 DISTRETTI (CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

MAPPA DI HONG KONG CON I SUOI 18 DISTRETTI (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   Come detto in base ad accordi internazionali, nel 1997 la città passò da essere una delle ultime colonie britanniche a far parte della Cina. L’ex colonia britannica, oggi Regione autonoma speciale di Hong Kong (HKSAR, che INCLUDE L’ISOLA OMONIMA, KOWLOON, L’ISOLA DI LANTAU e I NUOVI TERRITORI) è una delle più importanti piazze finanziarie al mondo, gode di una serie di privilegi politici, sociali ed economici che la Cina continentale non ha. In base alla formula YIGUO LIANGZHI (UN PAESE, DUE SISTEMI), che regola il rapporto tra Pechino e la regione, il sistema capitalista della Hksar dovrà essere mantenuto INALTERATO FINO AL 2047. In questo modo il governo centrale si assicura il consenso dell’élite economica, tycoon locali, liberi professionisti, proprietari terrieri e categorie lavorative che beneficiano del mantenimento dello status quo.

   Su decisione della leadership cinese, nel 2017 gli hongkonghesi eleggeranno a suffragio universale il CHIEF EXECUTIVE (il capo di governo della regione) da una lista di due o tre candidati selezionati da un nominating committee: di fatto un accordo da elites economiche e finanziarie di questa regione metropolitana e il governo centrale cinese, entrambi per il reciproco tornaconto di controllo del potere economico e politico. UNA CONDIZIONE CHE I GIOVANI STUDENTI OGGI IN STRADA NON INTENDONO ACCETTARE.

HONG KONG, scontri nella "RIVOLTA DEGLI OMBRELLI"

HONG KONG, scontri nella “RIVOLTA DEGLI OMBRELLI”

   Le proteste sono iniziate in modo evidente e con una manifestazione svolta continuativamente in più giorni e notti dal 26 settembre scorso: ci sono state grandi manifestazioni, con migliaia di persone che hanno occupato piazze e strade per chiedere libere elezioni al governo cinese; e la polizia che ha aperto scontri con feriti e arresti, ma in un contesto dove i manifestanti si caratterizzano per un atteggiamento pacifico, nonviolento. Per dire: tanti manifestanti hanno dormito sui marciapiedi e nelle piazze, e poi hanno ripulito le strade dai rifiuti… tanto che vengono chiamati i “dimostranti più educati”. Questa gentilezza verso gli altri e la loro città  rende evidente il carattere non violento del movimento. Ma questo preoccupa ancor di più il governo filo-cinese che c’è adesso ad Hong Kong, e le autorità centrati cinesi.

   C’è chi teme che la situazione possa degenerare (cosa che finora non è accaduto) e che la repressione, finora esercitata dalla polizia locale, possa andare nelle mani ben più dure dell’esercito cinese (nessuno ha dimenticato “PIAZZA TIENANMEN”, la protesta in quella piazza di Pechino avvenuta dal 15 aprile al 4 giugno 1989, che si chiuse in quel giorno di giugno con il massacro degli studenti da parte dell’esercito cinese: la Croce Rossa disse che ci furono 2.600 morti).

“In una delle innumerevoli variazioni grafiche — hanno fatto un concorso per il logo dell’ombrello, con risultati fantastici — c’è un ragazzo con l’ombrello aperto sulla testa che fronteggia la colonna dei carri armati: è una citazione del 4 GIUGNO 1989 della TIENANMEN, e fissa una parentela con QUEL MERAVIGLIOSO GIOVANE DI PECHINO CHE IPNOTIZZÒ LA FILA DI TANK COL SUO SACCHETTO DI PLASTICA IN MANO. Così è toccato alla Cina di offrire due immagini delle migliori della storia contemporanea: il giovane che ballava davanti al carro armato nell’89, e i ragazzi degli ombrelli nel 2014” (A. Sofri, da “la Repubblica”)

“In una delle innumerevoli variazioni grafiche — hanno fatto un concorso per il logo dell’ombrello, con risultati fantastici — c’è un ragazzo con l’ombrello aperto sulla testa che fronteggia la colonna dei carri armati: è una citazione del 4 GIUGNO 1989 della TIENANMEN, e fissa una parentela con QUEL MERAVIGLIOSO GIOVANE DI PECHINO CHE IPNOTIZZÒ LA FILA DI TANK COL SUO SACCHETTO DI PLASTICA IN MANO. Così è toccato alla Cina di offrire due immagini delle migliori della storia contemporanea: il giovane che ballava davanti al carro armato nell’89, e i ragazzi degli ombrelli nel 2014” (A. Sofri, da “la Repubblica”)

   La protesta di Hong Kong mira non solo a conservare le libertà, ma anche ad ampliarle, nella logica di sentirsi CONFEDERATI alla grande Cina (una popolazione di un miliardo e trecento milioni di persone) e NON SUDDITI, senza sulla testa un potere assoluto accentrato. E’, come dicevamo, UNA PROTESTA GIOVANE (uno dei suoi leaders è un diciassettenne, JOSHUA WONG), pacifica, colorita. Ed è DIVENTATA NOTA COME «RIVOLUZIONE DEGLI OMBRELLI».

   Ma questa protesta giovanile, nonviolenta, ci fa venire in mente altre forme di protesta di giovani nel mondo arabo accadute a partire dal dicembre 2010: l’inizio era stato in Tunisia il 17 dicembre 2010. Quel giorno a Tunisi l’ambulante Mohamed Bouazizi si era dato fuoco per protestare contro il sequestro da parte della polizia della sua merce. Quel gesto ha innescato una serie di rivolte popolari e giovanili, che partendo dalla richiesta dei tunisini delle dimissioni del rais Ben Ali, si sono estese a Egitto, Libia, Bahrein, Yemen, Marocco, Algeria, Giordania e Siria. Con sommovimenti che ancora adesso concretamente avvengono, e sono andati non nel verso che quei giovani che hanno iniziato le proteste speravano: una società più libera, vicina alla mondialità di un pianeta dove altri giovani possono spostarsi senza problemi, viaggiare. E dove solo l’avanzare della crisi economica sta impedendo di esprimere un modo di vivere libertario, liberatorio, libero… che è nel diritto riconosciuto ai giovani (e a tutti) nel mondo occidentale; e che in occidente ora solo la non opportunità economica impedisce.

LO SKYLINE, il PANORAMA URBANO, di HONG KONG

LO SKYLINE, il PANORAMA URBANO, di HONG KONG (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   La peculiarità della protesta di Hong Kong (rispetto alle primavere) è che è basata sui diritti democratici e niente sull’economia, il benessere. E’ anche per questo che il 18 per cento della popolazione di Hong Kong che vive sotto la soglia di povertà non si identifica con una protesta riferita a questioni politico-elettorali e non a tematiche socio-economiche.

   C’è da sperare che resti qualcosa della protesta di Hong Kong; ma molto spesso delle proteste giovanili altri si impossessano della piazza, in modo strumentale, e a volte a fini diametralmente contrari (pensiamo in Egitto ad esempio, dove subito dopo l’inizio della “primavera”, c’è stata la scalata al potere, peraltro democraticamente, dei fratelli mussulmani per la costituzione di uno stato confessionale, l’esatto contrario dei motivi della protesta).

   Pertanto qui, nel proporvi alcuni articoli a nostro parere interessanti sul contesto di quanto sta accadendo ad Hong Kong pur individuando contesti ben diversi, tentiamo una sintesi: vogliamo fare un piccolo tentativo di porre il discorso alle libertà giovanili in generale di vivere il meglio possibile la propria vita. In particolare nell’esprimere quella mobilità geografica, cioè di viaggiare, che pare un elemento importante. E che ora assume un carattere più greve, difficile, con la necessità di viaggiare, pensare di cambiare Paese non per conoscere nuove cose, culture, persone… ma in particolare per trovare lavoro, e pertanto trovare i mezzi per condurre autonomamente la propria vita e le proprie aspirazioni. Condizione economica e sviluppo delle libertà democratiche si coniugano nelle varie parti del mondo.

   Ma ci preme sottolineare qui la specificità ad Hong Kong del metodo nonviolento nel condurre la protesta (cioè si può sperare di ottenere molto, in termini di libertà, senza usare violenza). (s.m.)

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QUEI 50 GIORNI DI HONG KONG TRA STUDENTI, MAFIA E ILLUSIONI

di Federico Varese, da “la Stampa” del 19/11/2014

- Iniziati gli sgomberi in alcune zone, la rivolta sembra segnare il passo – Un membro delle Triadi: ci offrivano solo 80 euro per creare il caos –

Sono passati cinquanta giorni da quando, il 28 settembre, un gruppo di studenti ha occupato alcune strade del centro di Hong Kong. Il movimento degli Ombrelli mostra adesso segni di smarrimento. Mentre la questione ucraina è stata al centro dell’agenda dell’ultimo G20, nessuno vuole irritare il presidente della Cina Xi Jinping con domande scomode su Hong Kong. I ragazzi e le ragazze di questa città affrontano da quasi due mesi la seconda potenza mondiale, le botte della polizia e le incursioni della mafia locale con la sola forza delle loro convinzioni. Continua a leggere


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IL PETROLIO, arma di finanziamento del potere globale ma anche del “terrorismo Isis”: ma IN CRISI NEL SUO PASSATO MONOPOLIO energetico, e IN DECLINO (dei prezzi) nella diversificazione energetica globale – In un mondo frammentato, controverso, contraddittorio e incomprensibile dove OGNI PAESE FA TUTTO E IL CONTRARIO DI TUTTO

UN MONDO NUOVO SENZA PETROLIO ? (dal sito www.imille.org)

UN MONDO NUOVO SENZA PETROLIO ? (dal sito http://www.imille.org)

   Dove sta andando il Mondo? Uno degli indicatori più affidabili per capire questa controversa difficile epoca, fatta di tante situazioni difficili, penose (la crisi economica, i profughi, le guerre…) e di qualche situazione nuova positiva (un nuovo “sentire” ecologico? Popoli da sempre affamati che si stanno pian pian affrancando?…), uno degli INDICATORI che possono essere usati come strumento utile per capire la complessità del momento è l’andamento del PETROLIO, a partire dalla sua quotazione in fortissima riduzione: 83 dollari il barile a metà ottobre (a fine settembre quotava ancora 100 dollari).

   Cioè il prezzo del petrolio si sta fortemente abbassando, nonostante le sanzioni alla Russia, la guerra in Medio Oriente, la Libia nel caos… tutto farebbe presupporre che in altra epoca il greggio sarebbe andato alle stelle, e invece…

   Pertanto per la prima volta da due anni il prezzo del petrolio è sotto i 100 dollari a barile, e le previsioni lo danno in ulteriore discesa. Gli esperti dicono che ciò accade per effetto dell’eccesso di offerta rispetto alla perdurante crisi economica (e di conseguenza anche produttiva, cioè c’è meno bisogno di petrolio).

   Abbiamo poi una diversificazione delle fonti energetiche, anche se non ecologicamente compatibile: il Nord America si avvia verso l’autosufficienza con la produzione massiccia di SHALE GAS e anche di SHALE OIL e TIGHT OIL (questi ultimi due sono un po’ l’argomento di questo post, e spieghiamo cosa sono nello loro diversificazioni).

OIL SHALE e SHALE OIL - Con il termine “OIL SHALE” si intende un sedimento di CHEROGENE: materiale organico depositatosi in milioni di anni nel sottosuolo in seguito alla decomposizione di alghe, plancton o altra materia organica: è un mix di sostanze di origine organica. Lo SHALE OIL non è altro che IL CHEROGENE TRASFORMATO IN PETROLIO. Il cherogene in sé è di solito allo stato solido e compatto e, per estrarre petrolio è necessario sottoporlo a complesse procedure chimiche: DAL CHEROGENE si produce BITUME, dal bitume PETROLIO PESANTE. In altre parole: lo shale oil non si estrae dal sottosuolo ma SI PRODUCE IN RAFFINERIA, partendo dall’oil shale. Pertanto LO SHALE OIL È ECOLOGICAMENTE, ECONOMICAMENTE ED ENERGETICAMENTE MOLTO PEGGIORE DEL PETROLIO CONVENZIONALE. Per produrlo, infatti, serve un costoso processo chimico con pesanti ripercussioni ambientali. Processo che, per di più, comporta un dispendio di energia. Un litro equivalente di shale oil, quindi, rende molta meno energia netta di un litro di petrolio vero. (da www.greenstyle.it/)   -   TIGHT OIL - Con TIGHT OIL si intende UN TIPO DI PETROLIO INTRAPPOLATO NELLE ROCCE O NELLE ARGILLE, che viene estratto in maniera molto simile allo SHALE GAS: si raggiunge il giacimento di tight oil con la trivellazione orizzontale e poi si procede alla sua estrazione con esplosivo e fratturazione idraulica, il famoso FRACKING. (da www.greenstyle.it/) - la foto: SHINING FUTURE_ QER_s trial shale oil project near Gladstone  (dal sito couriermail.com)

OIL SHALE e SHALE OIL – Con il termine “OIL SHALE” si intende un sedimento di CHEROGENE: materiale organico depositatosi in milioni di anni nel sottosuolo in seguito alla decomposizione di alghe, plancton o altra materia organica: è un mix di sostanze di origine organica. Lo SHALE OIL non è altro che IL CHEROGENE TRASFORMATO IN PETROLIO. Il cherogene in sé è di solito allo stato solido e compatto e, per estrarre petrolio è necessario sottoporlo a complesse procedure chimiche: DAL CHEROGENE si produce BITUME, dal bitume PETROLIO PESANTE. In altre parole: lo shale oil non si estrae dal sottosuolo ma SI PRODUCE IN RAFFINERIA, partendo dall’oil shale. Pertanto LO SHALE OIL È ECOLOGICAMENTE, ECONOMICAMENTE ED ENERGETICAMENTE MOLTO PEGGIORE DEL PETROLIO CONVENZIONALE. Per produrlo, infatti, serve un costoso processo chimico con pesanti ripercussioni ambientali. Processo che, per di più, comporta un dispendio di energia. Un litro equivalente di shale oil, quindi, rende molta meno energia netta di un litro di petrolio vero. (da http://www.greenstyle.it/) – TIGHT OIL – Con TIGHT OIL si intende UN TIPO DI PETROLIO INTRAPPOLATO NELLE ROCCE O NELLE ARGILLE, che viene estratto in maniera molto simile allo SHALE GAS: si raggiunge il giacimento di tight oil con la trivellazione orizzontale e poi si procede alla sua estrazione con esplosivo e fratturazione idraulica, il famoso FRACKING. (da http://www.greenstyle.it/) – la foto: SHINING FUTURE_ QER_s trial shale oil project near Gladstone (dal sito couriermail.com)

   Poi l’avanzata dell’Isis in Siria e in Iraq (e in territori dei curdi) avviene in luoghi dove c’è molta estrazione di petrolio e raffinerie, e se dapprincipio sembrava che il terrorismo islamico volesse distruggere queste infrastrutture energetiche, poi si è capito che esse sono motivo di finanziamento dell’esercito dei terroristi attraverso un forte contrabbando petrolifero che coinvolge i territori turchi e la Siria.

   E poi c’è la Cina, che 6, 7 anni fa era in pieno boom, cercava petrolio in tutto il mercato mondiale (e questo è stato uno dei motivi che nel 2008 il barile era a 150 dollari) e adesso invece lo sviluppo cinese è ben meno impetuoso di allora, e la ricerca del greggio si è di molto abbassata.

   Ma la caduta del prezzo del petrolio, secondo gli osservatori dei fenomeni geopolitici mondiali, può avere altre cause importanti: una di queste può essere l’atteggiamento ambiguo dei paesi del Golfo (l’Arabia Saudita, il Qatar…) che stanno immettendo nel mercato mondiale sempre più “prodotto” per far fuori lo shale gas e lo shale oil americano, mettendo in difficoltà le nuove produzioni petrolifere che a loro volta in questi ultimi tempi hanno portato in declino il petrolio “tradizionale”. Paesi arabi che appartengono alla coazione anti-Isis, ma molti sono certi che anche finanziano l’esercito dei terroristi… insomma, vien da dire che non vi sono più certezze nell’indirizzo geopolitico di molte nazioni (se mai vi fosse stato in passato) e l’ambiguità regna sovrana.

   Questo fa sì che altri paesi tradizionali esportatori di petrolio, VENEZUELA in testa e IRAN al suo fianco con una produzione potenziale stellare, e pure l’IRAQ, volevano limitare la produzione sostenendo in tal modo il prezzo anche in presenza di un calo della domanda. Ma non è nelle intenzione dell’Arabia Saudita, del Qatar.

   E alla fine tutti cercano di far cassa il più possibile: lo stesso Iraq, abbandonata ogni idea di limitare l’offerta, con la sua potenza petrolifera ora sostenuta paradossalmente dai “nemici” interni kurdi, vendono petrolio a tutti pur di far cassa; così come fa l’Isis, che si impossessa dei pozzi e ne trae vantaggio immediato alimentando un mercato nero sempre più grande. Un gioco assai complesso che potrebbe avere conseguenze devastanti.

LE TRIVELLAZIONI IN CORSO E PROPOSTE IN ITALIA (MAPPA DELLA LEGAMBIENTE DEL 2013)

LE TRIVELLAZIONI IN CORSO E PROPOSTE IN ITALIA (MAPPA DELLA LEGAMBIENTE DEL 2013)

   Su questo contesto petrolifero, energetico, globale, si può auspicare quel che di fatto sembra avvenire: una diversificazione di fonti di approvvigionamento così larga da poter evitare situazioni di impossibilità di mancanza di rifornimento energetico. Non va trascurato, in questo senso, che vi sono anche fonti energetiche non inquinanti che si stanno facendo avanti (come la crescita del solare), autoprodotte in loco. E questo ci sembra il messaggio vero da perseguire rileggendo gli articoli che vi proponiamo sulla complessità del momento, e di come la caduta del prezzo del petrolio non sia altro che una rappresentazione della necessità di avere il controllo della situazione geopolitica del pianeta, e perseguire una politica di mediazione verso la pace e la difesa da ogni aggressore (come l’Isis ora rappresenta). (s.m.)

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GUERRA DELL’ENERGIA: PETROLIO AI MINIMI

di Giulio Sapelli, da “il Messaggero” del 16/10/2014

- Crollano le Borse. Guerra dell’energia – Dove sta andando il mondo? Per tentare di comprenderlo aiuta l’andamento del prezzo del petrolio -

   La quotazione del Brent, che funge da punto di riferimento per il prezzo globale del petrolio greggio non raffinato, sta cadendo rapidamente. Continua a leggere


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L’ASSEDIO DI KOBANE, CITTA’ enclave CURDA in territorio siriano: l’ISIS che stermina la popolazione, nel colpevole silenzio della TURCHIA e dell’OCCIDENTE inerme (nostro) – L’ALLARME per un possibile massacro della popolazione curda, come accade a Srebrenica in Bosnia nel 1995

 

le fasi dell'assedio di KOBANE (dal sito formiche.net)

le fasi dell’assedio di KOBANE (dal sito formiche.net) (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   KOBANE è una città formalmente ancora in Siria, città curda enclave al confine con la Turchia, e sembra essere all’epilogo con il tragico assedio da parte dei jihadisti dell’Isis che stanno sterminando ora i combattenti curdi, uomini e donne. Combattenti curdi che vengono chiamati “peshmerga”: che significa soldato, anzi guerriero, che arriva fino al “fronte della morte” (questa è una traduzione del termine PESHMERGA: le origini di questo gruppo di combattenti risalgono alla fine dell’ottocento quando con l’impero ottomano in via di disgregazione, i Peshmerga lottarono per ricostruire lo Stato curdo che era stato distrutto).

ARIN MIRKAN, giovane combattente CURDA, si è fatta esplodere in Siria contro jihadisti dell'Is che assediano KOBANE, accanto a una postazione dei miliziani dello Stato Islamico PER NON DIVENTARE LORO OSTAGGIO: morti diversi jihadisti che cingono d'assedio l'enclave al confine con la Turchia

ARIN MIRKAN, giovane combattente CURDA, si è fatta esplodere in Siria contro jihadisti dell’Is che assediano KOBANE, accanto a una postazione dei miliziani dello Stato Islamico PER NON DIVENTARE LORO OSTAGGIO: morti diversi jihadisti che cingono d’assedio l’enclave al confine con la Turchia

   E tra non molto c’è il rischio reale che il massacro dei peshmerga, di questi combattenti curdi, accada con la popolazione rimasta a Kobane Tuttoo questo che sta accadendo assomiglia tragicamente a un altro avvenimento accaduto nei Balcani nel 1995: la “consegna” dell’inerme città di Srebrenica nella Bosnia all’esercito serbo-bosniaco, che praticò una vera e propria pulizia etnica uccidendo tutti i bosniaci mussulmani lì presenti (maschi, dai 12 ai 77 anni, tra gli 8mila e i 10mila le persone uccise).

   La differenza, forse secondaria, era che Srebrenica era una città ufficialmente “protetta” dalla comunità internazionale, dall’Onu, un’enclave, e lì si erano rifugiati i bosniaci-mussulmani “sicuri” della protezione dei caschi blu (olandesi): cosa per niente avvenuta con conseguenze che il massacro dei più di ottomila bosniaci resterà sempre una storica e dolorosa vergogna dell’Europa che lasciò che questo accadesse.

La guerra a Kobane vista dal confine turco (Epa)

La guerra a Kobane vista dal confine turco (Epa)

KOBANE è all’attenzione ora del mondo perché città curda in un territorio ufficialmente siriano ma di fatto ora simbolo dell’autonomia curda, vicina al confine con la Turchia, paese questo che sta a guardare il massacro della popolazione e la presa da parte dell’esercito crudele estremista dell’Isis, senza fare niente. Perché, nella realpolitik turca, è meglio avere come vicini di casa degli aguzzini tagliagole, che riconoscere un’autonomia curda che si ripercuoterebbe su parte del territorio turco di fatto storicamente avente la presenza al suo interno della popolazione curda.

La mappa di KOBANI con l'avanzamento-assedio dell'ISIS

La mappa di KOBANI con l’avanzamento-assedio dell’ISIS

   Da ciò lo stato inerme della Turchia ai massacri che stanno avvenendo; ma anche la scarsa efficacia degli occidentali (gli Stati Uniti, dell’Europa c’è poco da dire…) a voler evitare un’altra Srebrenica. Tutto questo mostra ancor di più la sofferenza continua e dolorosa delle popolazioni del Medio Oriente; sofferenze che devono sopportare per difendersi dall’integralismo violento dilagante, ora rappresentato da questa abnorme forma molto organizzata del crudelissimo Isis.

   Tra le tante analisi di questo tema, il primo che vi proponiamo, di Mimmo Candito da “la Stampa” ci pare il più esaustivo per descrivere la situazione… Ci vien da pensare se è mai possibile, nel villaggio mondo in cui ci troviamo, uscire da differenziazioni tra aree geografiche che non si parlano, non comunicano, non si aiutano… incomunicabilità che procura a volte “travasi” di profughi, immigrati, rifugianti politici…gente che scappa dalla guerra in cerca di sopravvivenza dignitosa.

   Se nei prossimi decenni il mondo si salverà dall’Isis (perché in ogni caso ci vorranno molti anni…) non mancherà di riapparire la storia curda e i soprusi di un popolo disconosciuto dalla Comunità internazionale… e altre situazioni di squilibrio e sofferenza vengono e verranno a galla.

   In quell’area mediorientale è da chiedersi quale è e quale sarà il ruolo della Turchia, una grande nazione legata in modo predominante al mondo occidentale (nel modo di vivere dei giovani, nelle attività sportive, nella cultura –andate a vedervi gli splendidi film di registi turchi per capire il legame “totale” con la vita europea…); la Turchia di fatto respinta dall’Unione europea cui lei chiedeva di aderire; la Turchia che è anche la porta d’Oriente, con uno stato di fatto ancora confessionale legato all’islamismo ma disposto a viverlo poco a poco in modo moderato e senza enfasi integraliste…

NELLA LOTTA STRADA PER STRADA A KOBANE, I CURDI RIMUOVONO LA BANDIERA SULLA COLLINA ISSATA DALLO STATO ISLAMICO (14/10/2014, da "La Stampa")

NELLA LOTTA STRADA PER STRADA A KOBANE, I CURDI RIMUOVONO LA BANDIERA SULLA COLLINA ISSATA DALLO STATO ISLAMICO (14/10/2014, da “La Stampa”)

   Ebbene la Turchia (con uno sviluppo economico dirompente in questi ultimi anni, ora però che risente anch’essa duramente della crisi internazionale…), la Turchia non riesce ad esprime una politica positiva nei confronti dei suoi vicini di casa, non riesce ad essere un “ponte di pace” con un ruolo di mediazione tra parti in conflitto; non riesce ad avere un approccio concreto con la comunità curda presente nel suo territorio (perché non può esserci una proposta federalista nella regioni della Turchia?); e il “problema curdo” per la Turchia si riversa sull’accondiscendenza assai pericolosa al lasciar avanzare lo stato dell’Isis… e questa mancanza di leadership “d’area” della Turchia è un bel problema per tutti (per tutto il mondo, in pericolo di pace e di sviluppo). (s.m.)

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KOBANE, NEL BORGO DIVENUTO SIMBOLO LA BATTAGLIA CHE CAMBIERÀ LA GUERRA

di Bernardo Valli, da “la Repubblica” del 25/10/2014

- Un luogo modesto, isolato, perfino un po’ poetico se regnasse la pace. – È il teatro di scontri senza sosta, una sfida in cui gli Usa e gli Alleati hanno impegnato il prestigio. – I curdi resistono, i jihadisti attaccano, i jet bombardano. – Se questo pugno di case cadesse l’America e la coalizione perderebbero la faccia. – E un fremito percorrerebbe tutto il mondo musulmano. – Fuoco e fiamme si alzano dagli edifici di KOBANE, la città siriana dove infuriano i combattimenti tra miliziani del sedicente Stato islamico e curdi - 

URFA (CONFINE TRA TURCHIA E SIRIA) – NON sembra una città siriana, pare piuttosto un borgo acquattato nell’Anatolia turca. Prima che il missile lanciato da un aereo invisibile esplodesse alle due del pomeriggio nel centro dell’abitato, coprendolo con un fumo accecante, il panorama era identico, calvo e ondulato, sui due versanti. Continua a leggere

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