Geograficamente

conservazioni e trasformazioni virtuose del territorio


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E LA NAVE VA – L’episodio della COSTA CONCORDIA, naufragata nel gennaio 2012 all’Isola del Giglio, desta riflessioni sul TURISMO DI MASSA delle CROCIERE: UN MODELLO DA RIPENSARE – Costi, benefici, qualità e (im)possibile conoscenza geografica dei luoghi nei viaggi di queste maxi-navi

Il 13 GENNAIO 2012 la COSTA CONCORDIA è naufragata AL LARGO DEL GIGLIO dopo aver urtato uno scoglio. A bordo della nave c’erano 4.229 PERSONE. L’incidente ha causato 32 MORTI e 110 FERITI. Il comandante della nave, Francesco Schettino, è attualmente sotto processo a Grosseto per omicidio plurimo colposo e lesioni colpose. La Costa Concordia è rimasta per alcuni mesi incagliata di fronte a Giglio Porto, finché nel MAGGIO DEL 2012 sono cominciate le operazioni di recupero, partite con la RIMOZIONE DELLO SCOGLIO CONFICCATO NELLO SCAFO. Nel SETTEMBRE DEL 2013 invece sono cominciate le procedure per la ROTAZIONE DELLA NAVE, gestite dall’azienda olandese Smit Salvage e dall’italiana Micoperi. Nel LUGLIO DEL 2014 si è svolta la RIMOZIONE DEL RELITTO. La Costa Concordia è partita dal Giglio il 23 luglio e, come stabilito dal Consiglio dei ministri, sarà demolita nel porto di GENOVA. (da http://www.internazionale.it/ )

23/7/2014: ABITANTI E TURISTI DELL’ISOLA DEL GIGLIO GUARDANO LA PARTENZA DELLA COSTA CONCORDIA – Il 13 GENNAIO 2012 la COSTA CONCORDIA è naufragata AL LARGO DEL GIGLIO dopo aver urtato uno scoglio. A bordo della nave c’erano 4.229 PERSONE. L’incidente ha causato 32 MORTI e 110 FERITI. Il comandante della nave, Francesco Schettino, è attualmente sotto processo a Grosseto per omicidio plurimo colposo e lesioni colpose. La Costa Concordia è rimasta per alcuni mesi incagliata di fronte a Giglio Porto, finché nel MAGGIO DEL 2012 sono cominciate le operazioni di recupero, partite con la RIMOZIONE DELLO SCOGLIO CONFICCATO NELLO SCAFO. Nel SETTEMBRE DEL 2013 invece sono cominciate le procedure per la ROTAZIONE DELLA NAVE, gestite dall’azienda olandese Smit Salvage e dall’italiana Micoperi. Nel LUGLIO DEL 2014 si è svolta la RIMOZIONE DEL RELITTO. La Costa Concordia è partita dal Giglio il 23 luglio e, come stabilito dal Consiglio dei ministri, sarà demolita nel porto di GENOVA. (da http://www.internazionale.it/ )

 

   Il 13 gennaio 2012 la Costa Concordia è naufragata al largo del Giglio dopo aver urtato uno scoglio. A bordo della nave c’erano 4.229 persone. L’incidente ha causato 32 morti e 110 feriti. Dopo due anni e mezzo la nave è stata messa nelle condizioni di poter essere trasportata in un porto-cantiere (Genova) per essere smantellata del tutto (con il suo pericoloso carico di inquinanti)

   Vogliamo parlarne qui per cercare di inquadrare (da un punto di vista turistico e geografico) quel che rappresenta adesso la “crociera”: una branchia del turismo mondiale di massa tra i più espansivi, dove il business cresce, si creano anche numerosi posti di lavoro (dalla cantieristica agli addetti dei servizi durante la navigazione, a tutto quel che ne consegue nell’organizzazione prima, durante e dopo il viaggio….)

UN ITINERARIO DI CROCIERA NEL MEDITERRANEO

UN ITINERARIO DI CROCIERA NEL MEDITERRANEO

   Sono 6,4 milioni di passeggeri (una cifra doppia rispetto a dieci anni fa) che si sono imbarcati nel 2013 da un porto dell’Europa: che risulta essere il 30% della domanda globale mondiale crocieristica. Ma il fruitore delle crociere in Europa non è necessariamente europeo: spesso il nuovo consumatore ha gli occhi a mandorla ed è cinese.

   E in Europa e nel mondo le crociere hanno come rotte i Caraibi, il Mediterraneo, il Nord Europa, il Mar Rosso, l’Oriente e l’Alaska. Una crociera può durare da pochi giorni fino a quattro settimane. Da qualche anno alle crociere sul mare si sono affiancate le crociere fluviali (sul Danubio, sul Reno…).

   E tutto questo avviene attraverso maxi-navi che arrivano a 340 metri di lunghezza, capaci di ospitare oltre 5.500 persone più mille marinai di equipaggio (e, va aggiunto, occorre costruire porti smisurati per accoglierle). Di queste maxi-navi l’Europa ne ha in produzione 24 entro il 2017 (la “nostra” Fincantieri ne sta costruendo tre con un appalto di 700 milioni cadauno). Quasi tutte le navi da crociera sono dotate di piscina, discoteca, cinema, palestre, ristoranti, sale gioco, negozi… Quello che conta pertanto è sempre meno la destinazione, o meglio, i porti e le città in cui ci si ferma una giornata: conta il “divertimentificio” creato all’interno della nave, gli svaghi, i negozi, le iniziative e le feste serali.

   Pochissimo pertanto è lasciato a qualche minima iniziativa personale del turista che si imbarca, che si affida invece tout court all’organizzazione della nave per tutto il corso della giornata, della settimana o poco più di “navigazione”. C’è chi ci va per distrarsi, riposarsi, magari conoscere persone…. Ma tutto partendo da un originario spirito di lasciarsi trascinare nel contesto organizzato. Non parliamo in nessun modo poi di crociera per incontrare lingue, culture, modi di vita diversi….

UN ALTRO ITINERARIO DA CROCIERA MEDITERRANEA

UN ALTRO ITINERARIO DA CROCIERA MEDITERRANEA

Va riscontrato poi come l’episodio del naufragio davanti all’isola del Giglio non ha fatto altro che mettere in rilievo non solo la possibili pericolosità di queste navi giganti (la questione di Venezia e l’entrata in laguna con l’attraversamento del Canale delle Zattere fin nei pressi di Riva degli Schiavoni poi è argomento di scontro da tempo…), ma la vicenda della Costa Concordia ha messo pure l’attenzione su il trend di questo “turismo di massa” che, già da tempo affermato, sembra si vada espandendo oltre ogni crisi economica individuale e collettiva.

   Da originaria “vacanza per ricchi”, da un luogo all’altro del pianeta (Londra-New York, per fare un esempio), ora la crociera è diventata più che possibile anche per categorie sociali non particolarmente abbienti. E il viaggio verso un’altra località conta sempre meno: quel che conta è che si può trovare svaghi quotidiani –ristorante, musica, piscina, centro commerciale…- dentro la nave stessa.

   Tralasciando ogni giudizio su questo tipo di turismo dal punto di vista della visione “creativa” e nuova che qualcuno potrebbe cercare nel volere una vacanza, qui preme rilevare (negli articoli inseriti in questo post) che il fenomeno di abnorme crescita crocieristica, sta diminuendo sempre più il vantaggio della “situazione di lusso” che si pensa di aver acquisito nella propria vacanza senza spendere in definitiva troppo.

   E se vogliamo metterla con i vantaggi del commercio, delle masse di persone che dovrebbero riversarsi pur per poche ore nelle maggiori località turistiche portuali, ebbene anche questo è tutto da valutare. Resta indubbiamente la sensazione che le migliaia di persone che ci lavorano, che vivono con le crociere (dagli operai della cantieristica di costruzione e manutenzione delle navi, ai marinai e personale di nave, al terziario che circonda e organizza il business…) ebbene forse questo vantaggio (occupazionale) c’è effettivamente.

CROCIERISTI

CROCIERISTI

   Resta da chiedersi se non ci possano essere altri modi più “intelligenti” e vivi (e altrettanto generatori di ricchezza economica) per fare il turismo crocieristico (che quello di passare la maggior parte del tempo del crocierista a prendere il sole nella piscina di bordo).

UN ALTRO ITINERARIO NEL MEDITERRANEO E VERSO LISBONA NELL'ATLANTICO

UN ALTRO ITINERARIO NEL MEDITERRANEO E VERSO LISBONA E CASABLANCA NELL’ATLANTICO

   Per questo a noi viene in mente un film (dal titolo in italiano “Un film parlato”, del 2003) di un ultracentenario grande regista portoghese (Manoel De Oliveira) che parla di una crociera sul Mediterraneo dove, con la guida del capitano della nave (impersonato da John Malkovich), quattro donne e una bambina, assieme agli altri crocieristi, fanno tappa in alcuni porti (Marsiglia, Napoli, Atene, Istanbul, il Cairo, Aden) alla ricerca delle radici della cultura mediterranea, delle lingue diverse che vi si parlano, dell’origine greca della nostra civiltà (il finale non è dei migliori sperabili: De Oliveira vuol fare una riflessione sul nostro presente, e inventa la crociera per farci capire il nostro declino). (s.m.)

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LA CROCIERA, UN MODELLO DI TURISMO DA RIPENSARE

di Stefano Landi, da “la Voce.info”, 17/1/2012

CONCORRENZA E MERCATI

- Dopo il disastro della Costa Concordia, diventano evidenti gli interrogativi su quella particolare forma di turismo di massa rappresentata dalle crociere. Un’industria cresciuta senza limiti e senza regole, con navi sempre più mastodontiche, porti smisurati per accoglierle, lavoratori reclutati nei paesi più poveri per salari minimi. Se l’impatto ambientale è molto rilevante, il contributo economico alle destinazioni è invece molto contenuto. Un modello che non corrisponde alle esigenze di sviluppo turistico del nostro paese. -

   È ormai chiaro che il disastro della Costa Concordia non è stato solo il frutto di una fatalità o di un errore umano. Per anni, l’industria delle crociere è cresciuta senza limiti e senza regole. Navi sempre più mastodontiche, porti smisurati per accoglierle, lavoratori reclutati nei paesi più poveri per salari minimi. Un impatto ambientale molto rilevante, un contributo economico alle destinazioni molto contenuto. Questo modello non corrisponde alle esigenze di sviluppo turistico del nostro paese.

TRENT’ANNI DI CRESCITA

Già l’Osservatorio Ebnt 2011 aveva iniziato a porre i primi punti interrogativi sull’effettivo sviluppo e le ricadute economiche e occupazionali di un comparto che, se ci si fermava alle dichiarazioni dei grandi cruise operators, le grandi compagnie crocieristiche come Costa, non avrebbe dovuto conoscere limiti alla propria espansione.

   In poco meno di trent’anni la vacanza crocieristica ha subito una profonda trasformazione, passando da genere di lusso a prodotto di massa, fino a raggiungere solo in Europa la ragguardevole cifra di 5,5 milioni di clienti imbarcati nel 2010 (sei milioni e mezzo nel 2013, ndr).

   La dinamica è stata trainata per intero dai cruise operators, che hanno saputo attuare una costante profilazione sui vari segmenti del mercato, consentendo anche alle famiglie e ai giovani di accedere a questo mercato. E che poi hanno ricercato nuove destinazioni e nuove nicchie, in modo da stimolare una sempre maggiore domanda per un prodotto che ha ormai ammortizzato i propri costi di lancio e che è quindi in grado di produrre profitti consistenti, seppur con i margini declinanti tipici della fase di maturità.

   Un’offerta straordinariamente dinamica e competitiva, che ha saputo coniugare i più importanti riferimenti della marca delle destinazioni (vedi tra tutti l’Italia e Roma, ma anche Pisa e Firenze) con un mezzo di fruizione securizzante quanto solo una nave può esserlo, almeno fino alla tragedia del Giglio. Navi sempre più grandi e rivolte su se stesse, perché il vero business in questa fase consiste nel massimizzare il tempo di permanenza e la spesa a bordo dei crocieristi. (2)

   Porti sempre più somiglianti a terminali container, realizzati a colpi di investimenti pubblici ingentissimi da parte delle Autorità portuali in competizione tra di loro e senza un quadro nazionale di riferimento: banchine lunghe chilometri per consentire l’accosto di molti giganti del mare contemporaneamente, con enormi piazzali per contenere le centinaia di pullman necessari alle escursioni, svincoli autostradali agevoli per portare nel minor tempo possibile gli escursionisti nelle città d’arte, dove magari non scenderanno neppure a terra. Ma anche Autorità portuali molto restie a dichiarare i ricavi che traggono da questi traffici, adducendo motivi di competitività (appunto).

BIANCO E NERO VENEZIANO - LE GRANDI NAVI A VENEZIA VISTE DA GIANNI BERENGO GARDIN - Venerdì 11 luglio è stata inaugurata a Milano MOSTRI A VENEZIA, che raccoglie 27 FOTOGRAFIE scattate da GIANNI BERENGO GARDIN, uno dei più importanti fotografi italiani, tra il 2012 e il 2014. Le IMMAGINI, TUTTE IN BIANCO E NERO, mostrano e denunciano il passaggio delle enormi navi da crociera nel Canale della Giudecca di Venezia. Il reportage si inserisce nel LUNGO E CONTROVERSO DIBATTITO SUL PASSAGGIO DELLE GRANDI NAVI A VENEZIA, che secondo i critici sarebbe pericoloso per la salute delle persone e per la stabilità degli edifici. Le enormi navi da crociera, alte anche 60 metri, rovinerebbero anche il paesaggio e il panorama della città, a fronte di un piccolo guadagno legato all’arrivo dei turisti. La mostra è ospitata a Villa Necchi ed è organizzata dal FAI – Fondo Ambiente Italiano in collaborazione con Fondazione Forma per la Fotografia e Contrasto, e resterà aperta fino al 18 settembre. (…..)(da IL POST.IT del 12/7/2014 (http://www.ilpost.it/ )

BIANCO E NERO VENEZIANO – LE GRANDI NAVI A VENEZIA VISTE DA GIANNI BERENGO GARDIN – Venerdì 11 luglio è stata inaugurata a Milano MOSTRI A VENEZIA, che raccoglie 27 FOTOGRAFIE scattate da GIANNI BERENGO GARDIN, uno dei più importanti fotografi italiani, tra il 2012 e il 2014. Le IMMAGINI, TUTTE IN BIANCO E NERO, mostrano e denunciano il passaggio delle enormi navi da crociera nel Canale della Giudecca di Venezia. Il reportage si inserisce nel LUNGO E CONTROVERSO DIBATTITO SUL PASSAGGIO DELLE GRANDI NAVI A VENEZIA, che secondo i critici sarebbe pericoloso per la salute delle persone e per la stabilità degli edifici. Le enormi navi da crociera, alte anche 60 metri, rovinerebbero anche il paesaggio e il panorama della città, a fronte di un piccolo guadagno legato all’arrivo dei turisti. La mostra è ospitata a Villa Necchi ed è organizzata dal FAI – Fondo Ambiente Italiano in collaborazione con Fondazione Forma per la Fotografia e Contrasto, e resterà aperta fino al 18 settembre. (…..)(da IL POST.IT del 12/7/2014 (http://www.ilpost.it/ )

CHI GUADAGNA CON LA CROCIERA

L’analisi degli impatti economici svolta a livello europeo segnala inoltre un dato non del tutto evidente all’opinione pubblica, e cioè che il vero e proprio effetto turistico delle crociere è piuttosto limitato: Continua a leggere


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I TROPPI CONFLITTI nel nostro VILLAGGIO GLOBALE se non si riuscirà a farli cessare potranno innescare una NUOVA GUERRA MONDIALE? – E i civili che muoiono più dei militari: in primis BAMBINI (olandesi, nell’aereo malese che sorvola la guerra ucraina; palestinesi, nel conflitto tra Israele e Hamas) – La necessità di una forte diplomazia internazionale di pace

17 luglio 2014: Isreale lancia l'attacco di terra sulla Striscia di Gaza - 20/7/2014:HAMAS: CATTURATO SOLDATO ISRAELIANO. 13 MILITARI UCCISI - Gaza City (Gaza), 20 lug. (LaPresse/AP) - Le brigate al-Quassam hanno annunciato di aver rapito il soldato israeliano Shaul Aron. Lo riporta l'agenzia di stampa palestinese Maan.  Il soldato sarebbe stato catturato durante i combattimenti nella Striscia di Gaza. Parlando ad una stazione televisiva di Hamas, il portavoce Abu Ubaida ha dichiarato: "Abbiamo catturato un soldato sionista e l'occupazione non l'ho ha ammesso". Per ora  nessun commento da Israele.   TREDICI SOLDATI UCCISI. Sono 13 i soldati israeliani rimasti uccisi nella Striscia di Gaza oggi durante l'offensiva di terra. Lo afferma l'esercito di Israele. Le vittime portano a 18 il totale delle vittime tra i militari israeliani. Nei giorni scorsi due civili israeliani sono rimasti uccisi dagli attacchi con colpi di mortaio e razzi verso Israele. Decine i soldati feriti. Sono almeno 425 i palestinesi uccisi nella Striscia da quando è cominciata l'offensiva israeliana, quasi due settimane fa.   "VOGLIONO ACCUMULARE MORTI CIVILI". "Israele sta prendendo di mira solo militanti nella sua campagna, ha detto il premier israeliano Benjamin Netanyahu, parlando con la Cnn. "Tutte le vittime civili non sono volute da noi, ma sono volute da Hamas. Vogliono accumulare tutti i morti civili che riescono, è orribile", ha detto il premier

17 luglio 2014: Isreale lancia l’attacco di terra sulla Striscia di Gaza – 20/7/2014:HAMAS: CATTURATO SOLDATO ISRAELIANO. 13 MILITARI UCCISI – Gaza City (Gaza), 20 lug. (LaPresse/AP) – Le brigate al-Quassam hanno annunciato di aver rapito il soldato israeliano Shaul Aron. Lo riporta l’agenzia di stampa palestinese Maan. Il soldato sarebbe stato catturato durante i combattimenti nella Striscia di Gaza. Parlando ad una stazione televisiva di Hamas, il portavoce Abu Ubaida ha dichiarato: “Abbiamo catturato un soldato sionista e l’occupazione non l’ho ha ammesso”. Per ora nessun commento da Israele. TREDICI SOLDATI UCCISI. Sono 13 i soldati israeliani rimasti uccisi nella Striscia di Gaza oggi durante l’offensiva di terra. Lo afferma l’esercito di Israele. Le vittime portano a 18 il totale delle vittime tra i militari israeliani. Nei giorni scorsi due civili israeliani sono rimasti uccisi dagli attacchi con colpi di mortaio e razzi verso Israele. Decine i soldati feriti. Sono almeno 425 i palestinesi uccisi nella Striscia da quando è cominciata l’offensiva israeliana, quasi due settimane fa. “VOGLIONO ACCUMULARE MORTI CIVILI”. “Israele sta prendendo di mira solo militanti nella sua campagna, ha detto il premier israeliano Benjamin Netanyahu, parlando con la Cnn. “Tutte le vittime civili non sono volute da noi, ma sono volute da Hamas. Vogliono accumulare tutti i morti civili che riescono, è orribile”, ha detto il premier

BASTA

   A me non interessa se erano israeliani o palestinesi. A me interessa che erano bambini. Bambini che stavano giocando a pallone sulla spiaggia. Il primo missile li ha sorvolati, lasciandoli increduli. Possibile che la guerra potesse ruggire proprio lì, tra gli alberghi e i capanni del lungomare? Sono scappati col pallone sotto l’ascella. Qualcuno è corso verso un gruppo di giornalisti stranieri appena usciti da un hotel. Qualcun altro si è rifugiato dentro un capanno, nell’illusione che al riparo di un tetto il male sparisse o facesse meno danni.

Gaza, 16 lug. – Dramma su una spiaggia di Gaza dove quattro bambini palestinesi di una stessa famiglia sono stati uccisi da colpi di artiglieria sparati dalla Marina

Gaza, 16 lug. – Dramma su una spiaggia di Gaza dove quattro bambini palestinesi di una stessa famiglia sono stati uccisi da colpi di artiglieria sparati dalla Marina

È a quel punto che il secondo missile li ha colpiti. Sono morti in quattro, tutti della stessa famiglia. Il più piccolo aveva nove anni. Il più grande dodici. I feriti perdevano sangue dalla testa e si tenevano le mani sullo stomaco, urlando di spavento e di dolore.     Immaginate i parenti di quei piccoli, l’odio senza tempo che da oggi germinerà nei loro cuori. A me non interessa più capire questa guerra, distinguere tra atti bellici e atti terroristici, soppesare i torti e le ragioni. A me interessano quei quattro bambini. E i tre adolescenti della parte opposta uccisi a freddo nei giorni scorsi. La mattanza di futuro ha raggiunto ritmi insostenibili persino per un mondo in overdose perenne d’indignazione come il nostro. Nel tentativo di dare almeno una forma all’orrore, scrivo i nomi delle sette vittime, senz’altra distinzione che non sia la loro comune appartenenza alla razza umana: Eyal Yifrah, 19 anni, Gilad Shaar (16), Naftali Fraenkel (16), Ramez Bakr (11), Ahed Bakr (10), Zakaria Bakr (10), Mohammad Bakr (9). Nove anni. Scrivo i loro nomi e urlo il mio infantile, inutile, definitivo: basta. (MASSIMO GRAMELLINI, da “la Stampa” del 17/7/2014)

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   “Troppi «focolai di crisi», accesi intorno a noi”. Lo ha detto il presidente Napolitano. E ogni crisi – oggi – può diventare globale.

   L’abbattimento del boeing 777 malese, con lo scambio di accuse tra Kiev e Mosca sulla responsabilità, con 298 vittime, perlopiù olandesi (con 80 bambini uccisi, l’aereo era partito da Amsterdam e andava a Kuala Lumpur in Malaysia), mostra come la guerra sia così vicina a noi, poche centinaia di chilometri dal nostro confine (500 chilometri) (tanto quanto lo è stata, la guerra, nella prima metà degli anni 90 nei Balcani)

   Fa pensare che il missile lanciato (è molto probabile ad opera dei separatisti russi dell’Ucraina orientale, appoggiati da Putin) sia un missile di fabbricazione russa che è in dotazione, oltre che naturalmente ai russi e ai separatisti, anche al governo ucraino e, quando non si colpisce un inerme aereo di passeggeri perlopiù olandesi, questi missili della stessa fabbricazione vengono usati da entrambe le parti l’uno contro l’altro: insomma stesse armi che si fronteggiano. Ma ciò accade spesso in tutti i fronti di guerra……

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DOV E CADUTO L AEREO MALESE

DOV E CADUTO L’AEREO MALESE

  UCRAINA: UNA GUERRA CHE RIGUARDA TUTTI

 Alla fine l’incidente è arrivato, lo scenario da guerra fredda è da ore sugli schermi tv-computer-smartphone di tutto il mondo. Quale che sia la causa e chi sia il colpevole, un aereo non può cadere per caso in un zona di guerra. Qualcuno ha premuto un grilletto.    Le 298 povere vittime originarie di ogni angolo del pianeta trasformano il conflitto che da mesi sobbolle in quella periferia di confine tra Ucraina e Russia in un conflitto dal valore globale. Non è più una nuova, vecchia, sporca storia tra ex sovietici. Quella guerra, ora più che mai, ci riguarda tutti. (…..) (Cesare Martinetti, da “la Stampa” del 18/7/2014)

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   …….E dall’altra, in un’altra parte del pianeta (non eccessivamente lontano dall’Ucraina), nello stesso giorno parte l’intervento di terra israeliana sulla Striscia di Gaza (52 mila uomini impegnati e altri 18 mila di riserva), accompagnato e derivato dall’irragionevole rifiuto di ogni tregua (proposta dagli egiziani) da parte di Hamas (con i suoi circa 20 mila guerriglieri rintanati nei tunnel o tra la popolazione) (questa ennesima guerra israelo-palestinese è possibile che si risolva in una carneficina e con conseguenze future ancora peggiori, di odio fra i due popoli).

   Ma non è solo questo (e basterebbe!). C’è da preoccuparsi dello Stato-Califfato che si sta costituendo in buona parte del territorio della Siria e dell’Iraq (ma con ambizioni di allargarsi alla Giordania, Libano e a tutto il Medio Oriente), uno stato confessionale nato “contro l’Occidente” (Al Qaeda al suo posto era un groppuscolo moderato…); oppure la presa della città di Amran nello Yemen da parte dei ribelli Houthi ai primi di luglio (vicenda fuori dall’informazione internazionale di questi giorni); molti altri conflitti ed eccidi all’interno di Stati africani e non (Congo, Nigeria, ma anche Corea del Nord etc.)… Tutto questo sembra portare a una situazione fuori controllo da parte degli altri Paesi del mondo, delle loro diplomazie “di pace” (l’America che non vuole più coinvolgersi nelle crisi in Medio Oriente, l’Europa inesistente in ogni ruolo diplomatico, la Russia che ci gioca sui conflitti, qualche paese che ci prova a dire qualcosa, come la Turchia, ma pare più per sopire conflitti interni…)….

   E tutti i soggetti in campo, che combattono tra di loro, pare non abbiano nessun “progetto” vero di come vorrebbero la società futura, il contesto per il quale hanno deciso di “usare la guerra” E, forse quel che è ancora peggio, la loro debolezza dà vita a UNA FRAMMENTAZIONE INTERNA con gruppi quasi sempre ultra radicali, violenti, che “fanno da sé”, conducono la guerra per conto proprio e come vogliono.

   Un’instabilità, una frammentazione dei soggetti, un prevalere di forze estremiste e ultraviolente… un contesto di anarchia generale davanti alla quale ci si sente impreparati

   E in tante altre parti del mondo i conflitti armati sono in larga parte sostituiti da controversie commerciali, embarghi, dispute sulla gestione delle risorse naturali…

   Poi si aggiungono le difficoltà economiche che pare stiano vivendo anche Paesi finora in crescita, come quelli identificati nell’acronimo “Brics” (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica…)…

   Ecco, tutto questo per dire che se non ci sarà una svolta “degli uomini di buona volontà”, una spinta dal basso che può riguardare tutti, un ritorno all’associazionismo internazionale, umanitario, politico, culturale rivolto ai popoli e agli stati ora non più lontani del nostro mondo-villaggio globale, tutto fa presagire che possa scoppiare un conflitto mondiale, fatto di rabbia e violenza, senza alcuna motivazione. Ma, ogni contesto storico negativo, può essere rimediato, superato, se non si sta solo a guardare. (s.m.)

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I fatti di oggi e le lezioni del passato 

GAZA E UCRAINA: DUE CRISI, UNA STORIA DA RIPASSARE

di Alessandro Zaccuri , da AVVENIRE del 19 luglio 2014

   La Storia non si ripete, d’accordo, eppure «la Storia ha più memoria di noi», come dichiarava ieri il filosofo francese Régis Debray in una lunga intervista apparsa sul quotidiano francese «Le Monde».

   Anche la geografia, del resto, ha le sue ragioni. C’è una diagonale che attraversa per intero – da Est a Ovest, e da Sud verso Nord – la carta geografica dell’Ucraina. Muove dal confine con la Russia, nei pressi di Donetsk, nel punto in cui l’altro giorno è stato abbattuto il volo MH17 della Malaysian Airlines. Continua a leggere


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SGUARDI SUL MONDO

di Nico Bazzoli

SGUARDI SUL MONDO. Letture di geografia sociale.

A cura di Alma Bianchetti e Andrea Guaran

Prefazione Franco Salvatori – Introduzione Alma Bianchetti, Andrea Guaran – In ricordo di Daniela Lombardi Giovanna Bellencin Meneghel – La geografia sociale: quadro concettuale e tematiche principali: La geografia sociale. Un breve profilo Giovanna Bellencin Meneghel – Genere, luogo, spazio: alcune riflessioni Gisella Cortesi – Assoluta, relativa, ambientale. Declinazioni di povertà Tiziana Banini – Geografia sociale e processi migratori Francesca Krasna – Geografia sociale e spazi urbani: produzione, esclusione e pratiche Stefano Malatesta, Marcella Schmidt di Friedberg – Dal modello della globalizzazione ai valori della decrescita. Oltre la società dei consumi Alma Bianchetti, Nadia Carestiato – Approfondimenti tematici: Esperienze nella geografia sociale europea Mirella Loda, Fabio Amato – Di chi è il territorio? Per una geografia partecipativa Mauro Pascolini – Povertà ed esclusione sociale: una ipotesi di lettura spaziale Andrea Guaran – “Getting Involved”. Il ruolo del volontariato nella gestione dell’heritage statunitense Franca Battigelli – Frammentazione urbana e nuove dinamiche insediative. Bologna e il suo hinterland Nico Bazzoli – I Rom e Sinti a Bolzano. Verso il superamento dei campi nomadi? Claudia Lintner.

Fin dal titolo, Sguardi sul mondo. Letture di geografia sociale, i curatori esplicitano l’intento di proporre, non volendo circoscriversi entro la struttura propria di un manuale, un ampio ventaglio di prospettive di analisi sulla complessità del mondo contemporaneo colte con la lente della geografia sociale. Tale chiave interpretativa, delineata nella sua evoluzione teorico-metodologica secondo il percorso tracciato da Daniela Lombardi, al cui ricordo è dedicato il volume, si focalizza sullo stretto rapporto tra dinamiche sociali e dinamiche spaziali, cogliendo e facendo emergere processi socio-territoriali che spesso non risultano di immediata percezione e di completa comprensione circa la loro natura e le conseguenze che innescano. In questo quadro, il volume raccoglie saggi di autori che, avvalendosi di esperienze di ricerca rese coerenti dal comune filo conduttore della lettura geografico-sociale, affrontano temi cruciali nel contesto del mondo globalizzato, quali le molteplici declinazioni della povertà e i fenomeni migratori, i processi di esclusione sociale in ambito urbano, i problemi di genere, le mobilitazioni crescenti in nome della consapevolezza della necessità di forme di gestione partecipata nel governo del territorio in risposta agli usi conflittuali di matrice top-down degli spazi pubblici, l’ascesa di visioni alternative al sistema socio-economico dominante, con le proposte della “decrescita”e l’attenzione consapevole ai beni comuni.
Un testo che si situa nel panorama della ricerca tra la geografia e la sociologia, connettendo gli interessi per lo studio delle dinamiche sociali a quello dei processi spaziali. La geografia sociale nasce infatti dall’esigenza di colmare quella lacuna dell’analisi sociologica che prendeva in esame il comportamento umano senza però approfondire gli aspetti spaziali che esso produceva. L’attenzione allo spazio, inteso non come mero contenitore degli eventi sociali nel suo senso assoluto bensì come prodotto e fattore di influenza degli eventi sociali stessi, risulta costante e pervade l’intera struttura del testo. Il volume è organizzato in due sezioni: una prima parte in cui sono raccolti contributi riguardanti il quadro concettuale della geografia sociale e le tematiche principali di riferimento; una seconda parte riguarda approfondimenti concettuali e tematici imperniati su mirati casi di studio. L’elemento trasversale che sembra fungere da collante ai diversi contributi è quello dell’urbanità, dualmente intesa sia in senso spaziale come moltiplicazione ed espansione fisica della città sia come modello di organizzazione sociale e stile di vita. Si tratta di un’opera collettiva che intende fornire un quadro concettuale della materia, delineandone la pluralità degli argomenti e dei punti di vista, ad un fine espressamente didattico. Il volume risulta allora un buon punto di partenza per giovani geografi e sociologi, interessati ad entrare in contatto con una concezione del sapere geografico che tratta lo spazio da un punto di vista relazionale.


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ISRAELE – PALESTINA di Hamas: CI SARA’ LA GUERRA? – il MEDIO ORIENTE CHE SI STA DISINTEGRANDO – Gli USA incapaci di mediare; in Siria e Iraq si è creato il nuovo crudele Stato-Califfato “ISIS” – Ma i giovani arabi della “PRIMAVERA” (e quelli israeliani) sono disposti a combattere?

Foto di GAZA CITY (palazzina colpita dai raid aerei israeliani) - Sono stati 690 i razzi e i colpi di mortaio lanciati DA GAZA VERSO ISRAELE dall'inizio dell'operazione “BARRIERA PROTTETTIVA". Lo ha detto un portavoce dell'esercito di Tel Aviv, spiegando che alcuni dei razzi sono penetrati in territorio israeliano per oltre 100 km.  Sul fronte opposto, A GAZA, i raid aerei subiti avrebbero causato l’uccisione di almeno 120 palestinesi, in gran parte civili (i feriti sono 670). Distrutte 282 case, mentre altre 9mila sarebbero state danneggiate.

Foto di GAZA CITY (palazzina colpita dai raid aerei israeliani) – Sono stati 690 i razzi e i colpi di mortaio lanciati DA GAZA VERSO ISRAELE dall’inizio dell’operazione “BARRIERA PROTTETTIVA”. Lo ha detto un portavoce dell’esercito di Tel Aviv, spiegando che alcuni dei razzi sono penetrati in territorio israeliano per oltre 100 km. Sul fronte opposto, A GAZA, i raid aerei subiti avrebbero causato l’uccisione di almeno 120 palestinesi, in gran parte civili (i feriti sono 670). Distrutte 282 case, mentre altre 9mila sarebbero state danneggiate.

   Da l’impressione di “già visto”, del “già sentito” (nelle notizie dei telegiornali, della radio, dei giornali…) quel che sta accadendo tra Israele e l’organizzazione palestinese che governa la Striscia di Gaza Hamas. Un’escalation di guerra con i soliti atroci preannunci: 3 ragazzi israeliani (Eyal Yifrah, Gilad Shaar e Naftali Fraenkel) rapiti e uccisi da uno dei tanti gruppi estremisti palestinesi; la “risposta”, rappresaglia, di alcuni integralisti israeliti con la barbarie dell’uccisione di un ragazzo palestinese (Mohammed Abu Khudair) bruciato vivo.

   Lo scrittore ebreo David Grossman, tra i più critici dell’atteggiamento israeliano verso i palestinesi (in un articolo che in questo post riportiamo) parla di questo “eterno” conflitto come “una legge della natura o di un assioma che stabilisce che questi due popoli saranno per sempre condannati alla guerra e non avranno mai pace”.

ASHKELON (ISRAELE) Una famiglia corre verso un rifugio pochi secondi dopo il suono della sirena di allarme

ASHKELON (ISRAELE) Una famiglia corre verso un rifugio pochi secondi dopo il suono della sirena di allarme

   Ma questa volta, nella tragedia e nella sofferenza di entrambi i popoli (gli israeliani sotto la paura dei razzi di Hamas; i palestinesi che subiscono i raid aerei), c’è qualcosa di ben diverso nella geopolitica del conflitto in atto: 1-un Medio Oriente in totale confusione e cambiamento (e non in meglio); 2-le potenze occidentali (in primis gli USA) che non hanno più alcuna funzione mediatrice tra le parti; 3-la frammentazione di forze diverse, tra gli stessi israeliani e i palestinesi, che non si riconoscono più nei leader e nelle istituzioni tradizionali.

   Le divisioni interne al mondo palestinese (tra l’organizzazione Hamas che controlla la striscia di Gaza e la Cisgiordania di Abu Mazen) sono esplose prima ancora che con Israele; le due leadership storiche arabe sono in agonia. Per questo hanno creato una specie di governo di unità nazionale. E da situazioni interne non controllate da entrambe sono sfociati i gravi episodi di violenza riesplosa con il sequestro e l’uccisione dei tre studenti israeliani. Dall’altra è Israele che pare non riuscire a controllare l’estremismo dentro a se: ne è la dimostrazione l’assassinio dell’adolescente palestinese (questo nel mentre stava per arrivare la dura rappresaglia israeliana contro l’uccisione dei tre ragazzi…).

   Ma sono stati i palestinesi di Hamas a (ri)iniziare il lancio di razzi e missili dalla Striscia di Gaza contro Israele… e la risposta (area) di Israele è durissima: finora 120 palestinesi, perlopiù civili uccisi. E si fa strada la possibilità di un’invasione “via terra” israeliana della Striscia di Gaza….L'originale piano di partizione della Palestina e gli insediamenti israeliani_ da Wikipedia

   Insomma, un caos indescrivibile, una situazione di smarrimento reciproco, una frammentazione delle contrapposizioni violente, senza che né i capi palestinesi né quelli israeliani possano sufficientemente controllare la spirale violenta. E dall’altra, in Siria e Iraq, gli estremisti islamici dell’ISIS (molto più pericolosi e violenti di Al Qaeda…) che guadagnano posizioni e si consolidano (appunto in Iraq e Siria ma con ambizioni di espandersi in Giordania e tutto il Medio Oriente) con la creazione di un loro Stato confessionale islamico (si dovrà stampare una nuova carta geografica dei confini e dei paesi mediorientali?).

   L’Occidente (l’America, gli Stati Uniti…) incapaci di mediare (non parliamo dell’Europa del tutto assente), e anche l’importante Egitto in epoche precedenti di paese facente azione mediatrice, ora è fuori gioco con i suoi problemi di contrapposizioni interne.

Eyal Yifrah, Gilad Shaar e Naftali Fraenkel, i tre ragazzi isrealiani catturati e uccisi da frange estremiste palestinesi

Eyal Yifrah, Gilad Shaar e Naftali Fraenkel, i tre ragazzi isrealiani catturati e uccisi da frange estremiste palestinesi

   Dal novembre 2012 (data che segna la mediazione egiziana e il fiume di sangue già versato consigliarono ai contendenti una tregua pur priva di garanzie), quel novembre 2012 nel quale pure era stato nominato segretario di stato statunitense da Obama John Kerry, lui ci aveva provato a far giungere i due popoli a una pace duratura, ma ha fallito del tutto: e Kerry stesso ripartendo le colpe fra entrambi gli schieramenti, israeliani e palestinesi, per il fallimento del suo negoziato di pace, ha chiarito anche che la colpa è stata più dei primi che dei secondi.

   Il fatto vero è che da quel novembre del 2012 è cambiato buona parte del mondo, e soprattutto è radicalmente cambiato il Medio Oriente. La Siria si dibatte nella guerra civile, le primavere arabe e i giovani in rivolta contro l’estremismo sociale religioso delle loro società non hanno ottenuto granché…. L’Egitto è tornato ai colpi di stato militari per bloccare lo strapotere sociale dei fratelli mussulmani e non conta più niente nell’azione di mediazione con Hamas e Israele…. E dietro gli egiziani, comunque, c’era sempre stata l’America e tutti lo sapevano. Ed è così finita ogni influenza americana nella regione mediorientale e tra israeliani e palestinesi in particolare.

Mohammed Abu Khudair, il ragazzino palestinese rapito e ucciso per rappresaglia da integralisti israeliani

Mohammed Abu Khudair, il ragazzino palestinese rapito e ucciso per rappresaglia da integralisti israeliani

Amir Peretz, ministro dell’Ambiente israeliano

Amir Peretz, ministro dell’Ambiente israeliano

GLI INSULTI RAZZISTI ALL’IDEATORE DELLA CUPOLA DI FERRO – Minacce di morte e applausi. Gli estremisti ebrei attaccano AMIR PERETZ, ministro dell’Ambiente, colpevole per loro di aver visitato la famiglia di MOHAMMED ABU KHUDAIR, il ragazzino palestinese rapito e ammazzato l’8 luglio. La sua pagina Facebook è diventata un elenco di insulti, incitazioni razziste, odio contro gli arabi. L’altra Israele, la maggioranza, lo ferma per strada e gli stringe la mano per ringraziarlo. Peretz rischierebbe di passare alla storia come uno dei peggiori ministri della Difesa (tra il 2006 e il 2007, gestione criticata della guerra con il Libano) se non fosse anche l’artefice politico di IRON DOME, il sistema anti missilistico che ha voluto e sostenuto quasi da solo. È la sua Cupola di ferro a proteggere in questi giorni le città. (da “il Corriere” del 11/7/2014)

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 Con Hamas sempre più debole e senza più sostegni esterni (la Siria, l’Egitto…che hanno altro cui pensare), con Israele senza gli americani… la situazione si fa ancor più anarchica, senza mediatori tra le parti. E con la debolezza di Israele e Hamas acquistano peso piccoli gruppi quasi sempre ultra estremisti, sia palestinesi che ebraici….

   Che fare allora? …. Forse i giovani non ne possono più di guerra, sia quelli ebrei che quelli palestinesi, e vogliono vivere il senso, i viaggi, le conoscenze, la mondialità vissuta da altri giovani del pianeta (le “primavere arabe” sono partite da questa necessità…). E, riguardo a quel che sta accadendo in questi giorni di scontro tra le due parti, persistono gesti di solidarietà che possono avere significati politici molto alti, concreti: come la mano tesa tra i familiari di uno dei ragazzi ebrei uccisi e quelli del palestinese bruciato vivo; oppure il Ministro dell’ambiente israeliano Amir Peretz che ha visitato la famiglia del ragazzino palestinese rapito e ammazzato. Forse la parti dialoganti di entrambi gli schieramenti possono dare forza alla speranza di uscire da questo ripetersi perenne di guerre e violenze in quell’area così importante del mondo. (s.m.)

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IL RUOLO (CHE NON C’E’ PIU’) DI EGITTO E USA

LA SCOMPARSA DEI MEDIATORI

di Franco Venturini, da “il Corriere della Sera” del 10/7/2014

   Razzi e missili di Hamas piovono sulle ben protette città israeliane, bombe israeliane piovono sulla Striscia di Gaza controllata da Hamas, e ogni giorno, quasi ogni ora, la spirale che porta a una azione terrestre delle forze di Gerusalemme appare più inarrestabile.

   Eppure non è trascorso tanto tempo da quel novembre del 2012 in cui la mediazione egiziana e il fiume di sangue già versato consigliarono ai contendenti una tregua priva di garanzie. Perché non riprovarci, perché non arrestare in tempo una tragedia annunciata e conosciuta? Continua a leggere


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‘FORTEZZA EUROPA’: le quasi quotidiane STRAGI DI MIGRANTI nel disperato tentativo di entrare in Europa e allontanarsi dalla guerra e miseria – 25 anni di stragi nel CANALE DI SICILIA, diventato fossa comune del Mediterraneo – L’urgenza di una soluzione concreta

le rotte dei migranti (da Reuters) (CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

le rotte dei migranti (da Reuters)

LE ROTTE DEGLI IMMIGRATI: DA DOVE VIENE E DOVE VA CHI PARTE DALLA LIBIA

- Viaggi e traiettorie dei migranti che riescono a sfuggire ai naufragi -

di Fabrizia Bagozzi, da EUROPA del 12/5/2014

(www.europaquotidiano.it/)

   La LIBIA è il LUOGO DI CONFLUENZA di migliaia di profughi e DISPERATI CHE ARRIVANO DALL’AFRICA CENTRALE – ma ANCHE DA EGITTO E SIRIA. Uno dei terminali, il più organizzato nel senso che è il paese in cui le organizzazioni criminali che trafficano le persone sono più radicate, complice l’attuale anarchia di fatto, hanno qui il concentramento di uomini e mezzi.

   I migranti che sopravvivono al viaggio fino a Tripoli provengono da ERITREA, SOMALIA, NIGERIA, SUDAN, ETHIOPIA, ma anche da TUNISIA, EGITTO e dalla SIRIA vengono concentrati in luoghi fatiscenti e privi delle  condizioni sanitarie (e umanitarie) di base.

   Da Tripoli ci si imbarca – spesso si viene costretti a imbarcarsi (vedendo le condizioni dei barconi i migranti spesso non vorrebbero più salire) facendo rotta per LAMPEDUSA e lambendo MALTA) e da Lampedusa si spera di trovare un ponte per l’Europa (la FRANCIA, la GERMANIA, l’OLANDA, l’INGHILTERRA, soprattutto. Ma anche ROMA e MILANO).

   Immigrati e profughi provenienti dall’Egitto, dalla Tunisia, dalla Siria passano anche da BENGASI, PORTO DI PARTENZA DIVERSO per una tratta che di nuovo lambisce Malta ma che punta all’Italia con le stesse mete: Francia, Germania, Olanda, l’Inghilterra.

   Dall’ ALGERIA si tenta la via per CEUTA e da qui per lo STRETTO di GIBILITERRA, la SPAGNA (Madrid, Barcellona e poi la Francia), ma negli ultimi anni si è anche aperta una rotta che collega Algeria e SARDEGNA (e Tunisia e Sardegna), partendo dalla costa appena sopra ANNABA. (la mappa è ripresa dalla Reuters)

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   Quasi non si contano più le vittime di migranti naufraghi nel Mediterraneo che dalla costa libica in particolare (ma anche algerina e tunisina) cercano di raggiungere l’Europa, l’Italia, con carrette del mare strapiene (terribile l’episodio del 2 luglio scorso dei 45 morti asfissiati all’interno della stiva di quel barcone trainato poi a Pozzallo -nel ragusano- dalla nave Grecale e sul quale viaggiavano in seicentoundici).

   E questo abituarsi a quasi quotidiani bollettini di stragi in mare non è una cosa accettabile: per dire, il 30 giugno un naufragio ha fatto ancora 80 vittime al largo di Catania (oltre ai 45 “soffocati” nel barcone che abbiamo detto). E come dimenticare la strage di Lampedusa (366 morti) che il 3 ottobre scorso non riuscirono a toccare terra.

MERCOLEDI’ 2 LUGLIO: Mar Mediterraneo, al largo di POZZALLO (Ragusa): GLI ULTIMI MINUTI SUL BARCONE DELLA MORTE. Un telefonino azionato da uno dei migranti, un siriano, riprende il momento in cui, in mare aperto, spunta la nave della Marina militare GRECALE. Qualcuno fa con le dita il cenno della vittoria: loro, I 600 CHE STANNO SOPRA, SONO SALVI. Quelli sottocoperta, 45 si saprà dopo, SONO GIÀ TUTTI MORTI, ASFISSIATI.  (foto da “la Stampa.it” del 3/7/2014)

MERCOLEDI’ 2 LUGLIO: Mar Mediterraneo, al largo di POZZALLO (Ragusa): GLI ULTIMI MINUTI SUL BARCONE DELLA MORTE. Un telefonino azionato da uno dei migranti, un siriano, riprende il momento in cui, in mare aperto, spunta la nave della Marina militare GRECALE. Qualcuno fa con le dita il cenno della vittoria: loro, I 600 CHE STANNO SOPRA, SONO SALVI. Quelli sottocoperta, 45 si saprà dopo, SONO GIÀ TUTTI MORTI, ASFISSIATI. (foto da “la Stampa.it” del 3/7/2014)

   E imperversa una doppia polemica (a nostro avviso fuorviante) sull’operazione messa in atto dal governo italiano chiamata “MARE NOSTRUM”: polemica antigovernativa di chi ritiene che le avventure in mare verso le coste del sud Italia siano cresciute per la consapevolezza che adesso “qualcuno verrà a salvarci, a prenderci a bordo”. E altra polemica delle autorità italiane verso l’Unione Europea che mostra quest’ultima scarso interesse e collaborazione verso l’iniziativa di salvataggio italiana. La realtà, al di là di ogni valutazione, è che sessantamila migranti sono stati tratti in salvo grazie all’operazione «MARE NOSTRUM». E noi siamo convinti che il mettersi in mare “verso l’Europa” sarebbe stato altrettanto quantitativamente uguale anche senza la consapevolezza dei migranti dell’operazione di salvataggio in corso.

   E’ infatti un movimento inarrestabile, carico di dolore, che non cesserà con le misure che l’Ue ha adottato finora né con quanto la task force «Mediterraneo» si appresta a fare in materia di frontiere e di cooperazione giudiziaria e di polizia. Sono perlopiù giovani giovanissimi uomini del centro Africa che tentano “l’avventura europea” mettendo fortemente a rischio la propria vita.

   l’Unhcr (l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) stima in 500 i migranti morti nel Mediterraneo dall’inizio del 2014 (una stima sicuramente per difetto visto che, certamente, di altri incidenti e naufragi non è mai arrivata notizia).

POZZALLO, nel Ragusano, una delle mete di appoggio della Marina Militare italiana per il salvataggio di migranti con l'operazione MARE NOSTRUM

POZZALLO, nel Ragusano, una delle mete di appoggio della Marina Militare italiana per il salvataggio di migranti con l’operazione MARE NOSTRUM (cliccare sull’immagine per ingrandirla)

   E ci sono state 20mila vittime in 25 anni (solo su dati ufficiali, ma forse son di più…) nel MEDITER- RANEO, di cui più di 7mila nel CANALE DI SICILIA, diventata la fossa comune più grande del Mediterraneo.

   La conta disperata di tutte queste stragi, la loro mappa, la si può trovare in un encomiabile blog, FORTEZZA EUROPA di Gabriele Del Grande (http://fortresseurope.blogspot.it/ ). Frutto di sei anni di viaggi nel Mediterraneo lungo i confini dell’Europa. Alla ricerca delle storie che fanno la storia. Il sottotitolo di FORTEZZA EUROPA significativamente dice che il blog vuole essere “la storia che studieranno i nostri figli, quando nei testi di scuola si leggerà che negli anni duemila morirono a migliaia nei mari d’Italia e a migliaia vennero arrestati e deportati dalle nostre città. Mentre tutti fingevano di non vedere”. Un contesto politico, culturale, sociale, che appartiene pertanto più che mai al nostro presente.

NEL MONDO CI SONO 50 MILIONI DI RIFUGIATI. L’UNHCR – l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati - lancia l'allarme: si tratta del dato più alto dai tempi della Seconda guerra mondiale. CINQUANTA MILIONI DI PERSONE che hanno lasciato le proprie case e il proprio paese per rifugiarsi altrove, in fuga dalla guerra e dalle persecuzioni. Un numero che non era mai stato così alto dai tempi della Seconda guerra mondiale. (Valentina Spotti - 20/06/2014 – da http://www.giornalettismo.com)

NEL MONDO CI SONO 50 MILIONI DI RIFUGIATI. L’UNHCR – l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati – lancia l’allarme: si tratta del dato più alto dai tempi della Seconda guerra mondiale. CINQUANTA MILIONI DI PERSONE che hanno lasciato le proprie case e il proprio paese per rifugiarsi altrove, in fuga dalla guerra e dalle persecuzioni. Un numero che non era mai stato così alto dai tempi della Seconda guerra mondiale. (Valentina Spotti – 20/06/2014 – da http://www.giornalettismo.com)

   E appunto prima di tutto sono STORIE individuali. Di persone, donne, uomini, bambini, inghiottite in una tragedia che è anche collettiva della storia del Mediterraneo, da sempre considerato mare di collegamento, di scambio culturale e commerciale, ponte di civiltà tra sponde così diverse, importanti, dell’umanità.    Pertanto la necessità di dare una svolta a questi dolori, a questa carneficina quotidiana, si impone alla politica, alla cultura europea (in un momento in cui lei, l’Europa, cerca di ritrovare le sue origini migliori, il suo senso di essere geograficamente un’entità cui guardare per i suoi aspetti migliori nei secoli).

   Ma le proposte sono poche, tra encomiabili operazioni di salvataggio (come “MARE NOSTRUM”) o operazione di frontiera messe in atto dalla Ue (come FRONTEX, l’istituzione europea preposta al coordinamento del pattugliamento delle frontiere esterne aeree, marittime e terrestri degli Stati della UE). Per questo assume rilievo (politico, sociale, culturale, una PROPOSTA formulata da un parlamentare italiano, Luigi Manconi, nella quale per la prima volta la UE (se partendo innanzitutto dal nostro governo venisse accettata a Bruxelles) potrebbe “prendere l’iniziativa” sulla questione immigrazione, senza doverla subire, controllare, gestire o con respingimenti o con salvataggi difficili in mare.

   La proposta di Manconi, in sintesi, chiede di anticipare geograficamente, territorialmente, diplomaticamente, giuridicamente, nei paesi della costa settentrionale dell’Africa, il momento e la procedura di richiesta della protezione degli immigrati. Un’Europa così protagonista di una politica d’asilo efficace, in grado di farsi carico di uomini, donne e bambini, in fuga da guerre e persecuzioni. Garantendo asilo e protezione, dando ai profughi la possibilità di chiedere soccorso senza dover rischiare la vita attraversando il Mediterraneo. E senza l’intermediazione dei trafficanti di esseri umani. Un programma di reinsediamento nei paesi europei che garantisca viaggi legali e sicuri per poterli raggiungere, con il coinvolgimento di tutti gli Stati membri.

   Tutto questo ovviamente stabilendo QUOTE DI ACCOGLIENZA per ciascuno Stato europeo, programmando così ogni politica di immigrazione possibile, e facendola nella parte settentrionale dell’Africa. Istituendo così CENTRI E STRUTTURE NEI PAESI DELLA SPONDA SUD DEL MEDITERRANEO (Giordania, Libano, Tunisia, Egitto, Algeria, Marocco…). Con PRESIDI INTERNAZIONALI, europei, magari utilizzando le ambasciate che gli stati membri della Ue hanno già, operative e senza strumenti nuovi da dover inventare. Ci pare una proposta concreta, buona, possibile. Spetta all’Italia e al nostro governo (titolare della guida europea in questo semestre) fare in modo che la volontà politica degli Stati europei si indirizzi verso scenari nuovi. (s.m.)

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LA RISPOSTA SI CHIAMA «AMMISSIONE UMANITARIA»

di Luigi Manconi, da “l’Unità” del 1/7/2014

- Anticipare nei Paesi della costa settentrionale dell’Africa il momento e la procedura di richiesta della protezione. Ma tutto ciò va progettato subito –

   MA È POSSIBILE FERMARE QUESTA STRAGE? C’è un metodo o un’idea, uno strumento o una strategia – qualora ce ne sia la volontà – che non consista nell’affidarsi al buon Dio o a un destino diventato improvvisamente propizio? Continua a leggere


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PAESI CHE ODIANO LE DONNE – La connessione tra dominio maschile e paura dell’occidentalizzazione nel sentire comune dei Paesi in via di sviluppo, che provoca violenza sulle donne, parte emergente e innovativa di quelle società – Solidarietà concreta in favore del mondo femminile

SALWA BUGAIGHIS E’ STATA UCCISA il 25 giugno scorso a coltellate da estremisti islamici. Avvocatessa impegnata nelle prime giornate del febbraio-marzo 2011 della “primavera libica” contro il regime di Gheddafi a BENGASI, apparteneva a una famiglia da sempre di oppositori di Ghedaffi, e di quel piccolo gruppo di avvocati e intellettuali legati alla facoltà di legge nella capitale della Cirenaica che nei primi mesi cercò di organizzare e guidare la rivoluzione. Dopo la caduta del regime libico si era impegnata in particolare nel garantire in Libia i DIRITTI DELLE DONNE E DEI PIÙ DEBOLI. Si era dimessa dal Parlamento dopo meno di tre mesi dall’elezione, per protestare per la condizione femminile in Libia, sostenendo che le donne dovevano avere più voce

LIBIA – Nella foto: SALWA BUGAIGHIS a una manifestazione per i diritti delle donne a Bengasi - SALWA E’ STATA UCCISA il 25 giugno scorso a coltellate da estremisti islamici. Avvocatessa impegnata nelle prime giornate del febbraio-marzo 2011 della “primavera libica” contro il regime di Gheddafi a BENGASI, apparteneva a una famiglia da sempre di oppositori di Ghedaffi, e di quel piccolo gruppo di avvocati e intellettuali legati alla facoltà di legge nella capitale della Cirenaica che nei primi mesi cercò di organizzare e guidare la rivoluzione. Dopo la caduta del regime libico si era impegnata in particolare nel garantire in Libia i DIRITTI DELLE DONNE E DEI PIÙ DEBOLI. Si era dimessa dal Parlamento dopo meno di tre mesi dall’elezione, per protestare per la condizione femminile in Libia, sostenendo che le donne dovevano avere più voce

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   «HANNO paura, gli uomini indiani. Temono che l’emancipazione femminile possa significare la perdita della loro supremazia. E ogni forma di violenza verso una donna che aspiri a essere qualcosa di più di una brava moglie o figlia finisce per essere giustificata con il pretestuoso richiamo della tradizione». La considerazione di Anita Nair, scrittrice indiana intervistata da Valeria Fraschetti nell’articolo che in questo post proponiamo dà il senso vero delle difficoltà di comprensione di civiltà (non è vero che sia “scontro”) che accade in questo nostro tempo.

INDIA - MANIFESTAZIONE A NEW DELHI CONTRO LE VIIOLENZE SULLE DONNE

INDIA – MANIFESTAZIONE A NEW DELHI CONTRO LE VIIOLENZE SULLE DONNE

   Ogni tentativo di apertura e richiesta dei giovani, delle donne, dei paesi che potremmo continuare a chiamare “in via di sviluppo” (non è il caso di identificarlo con un credo religioso, l’India ad esempio non è islamismo…), ogni “primavera” e tentativo di ribadire i propri diritti individuali pari per ciascuna persona, ebbene questi tentativi di comunità e società dove ciascuno ha diritti uguali, fondamentali e imprescindibili della persona, tutto questo si scontra con resistenze e paure: di perdere il potere secolare (ad esempio da parte del mondo maschile su quello femminile), ma anche di diritti di “proprietà” sull’altro essere umano (la donna) fatto di violenze e opportunismi, di nessuna voglia di cambiare le proprie primitive e irrazionali volontà di dominio.

con la linea rossa si vedono i paesi con la maggiore violenza sulle donne (mappa da LIMES)

con la linea rossa si vedono i paesi con la maggiore violenza sulle donne (mappa da LIMES)

   Già in questo blog avevamo trattato delle violenze sulle donne in una geografia desolante (una mappa di quali paesi dove non è cosa fortunata nascere donna:

http://geograficamente.wordpress.com/2011/07/06/la-condizione-femminile-nell%80%9c/ ).

   Ma ci pare che, forse, qualcosa sta cambiando, seppur molto lentamente. Cioè che la coscienza collettiva internazionale si sta interessando di più alla questione femminile, in particolare in quei paesi finora senza una politica (e una giustizia) in difesa dei diritti delle donne e delle pari opportunità di genere.

   Proponiamo pertanto un breve incompleto excursus su continenti e paesi dove la questione dei diritti delle donne sembra più urgente, invitandoci (e invitandovi) ad approfondire i tema e a considerarlo una priorità nelle nostre attenzioni e azioni. (s.m.)

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L’assassinio di SALWA BUGAIGHIS

LIBIA: IL MARTIRIO DI SALWA, L’AVVOCATA DELLE DONNE

di Lorenzo Cremonesi, da “il Corriere della Sera” del 27/6/2014

- Era appena tornata a Bengasi per il voto. Accoltellata dagli estremisti islamici –

   Cosa poteva fare Salwa contro i suoi assassini? Cosa poteva fare una donna di 47 anni, forte solo delle sue idee, delle sue convinzioni, del suo coraggio morale, contro quattro o cinque giovani uomini armati di coltelli e pistole, ciechi di fanatismo religioso, decisi ad ucciderla? Dall’ospedale di Bengasi i bollettini medici parlano di un’aggressione brutale, senza scampo.

   Sembra sia stata accoltellata più volte. Ma la ferita letale è stata un proiettile alla testa. Alla camera operatoria è giunta in coma, per spirare subito dopo. Pare che una guardia del corpo sia stata ferita. Invece non si sa nulla del marito, Essam Ghariam: rapito, fuggito o nascosto? A casa non c’è.

   Così è morta mercoledì pomeriggio 25 giugno SALWA BUGAIGHIS, solo poche ore dopo aver votato sorridente per il rinnovo del parlamento. E con lei è morta un poco di più anche la speranza di una rivoluzione democratica frutto della «primavera araba», si è ulteriormente afflosciato l’ottimismo di una Libia libera finalmente dai fantasmi del dopo Gheddafi ed emancipata dalla minaccia qaedista.

   La morte di Salwa è in realtà l’ennesimo grido di dolore che arriva dalla parte migliore, più aperta del mondo arabo. Una richiesta di aiuto e allo stesso tempo un urlo di disperazione.  «Guardavamo a voi occidentali. Speravamo di poter diventare come voi. Avere il vostro benessere, i vostri media, la vostra democrazia, la vostra libertà di viaggiare, pensare e vivere. Ma ci stanno uccidendo. Lentamente stiamo morendo»: questo gridano le avanguardie di intellettuali, professionisti, studenti che solo tre anni fa erano pronti a morire in piazza pur di rovesciare le dittature.

   E Salwa, l’avvocatessa Bugaighis, era una di loro, a pieno titolo. La sua figura troneggia nelle memorie delle giornate concitate della sommossa contro Gheddafi a Bengasi nel febbraio-marzo 2011. Lei con la sorella Iman, docente universitaria appena poco più anziana, sono figlie d’arte. Il padre era stato cacciato in esilio tre decadi fa per la sua critica alla dittatura.

   Soprattutto Salwa fu parte trainante di quel piccolo gruppo di avvocati e intellettuali legati alla facoltà di legge nella capitale della Cirenaica che nei primi mesi cercò di organizzare e guidare la rivoluzione. «Magari moriremo. E allora? La storia non morirà. E la storia sta con noi. Noi siamo nel giusto», diceva lei convintissima. C’era sempre, a ogni riunione, alle manifestazioni, alle commissioni, a cercare di dare risposte per noi giornalisti stranieri. Bella, alta, il vestito e i capelli sempre curati, il sorriso determinato. Insisteva nel dire che le donne non avevano alcun obbligo di mettere il velo, neppure di fronte al montare dei bigotti islamici.

    Venne subito eletta nel Consiglio Nazionale Transitorio. E lei si impegnò immediatamente nel garantire i diritti delle donne, dei più deboli. Meno di tre mesi dopo la sua elezione nel primo parlamento si dimise sostenendo che le donne dovevano avere più voce. Già sentiva che specie dalla Cirenaica gli islamici radicali stavano diventando una minaccia. Ultimamente ne parlava di continuo nel suo nuovo ruolo di vice-presidente del Comitato per il Dialogo Nazionale.

   Ma era diventata anche più fatalista, consapevole dei pericoli, eppure sprezzante. «Non hai paura di tornare a Bengasi per le elezioni?», le abbiamo chiesto incontrandola due settimane fa nella hall dell’hotel Al Waddan a Tripoli. «Non posso tirarmi indietro. Bengasi è la nostra trincea. Devo esserci». Ora non parlerà più. La sua scomparsa ricorda il senso di disarmante impotenza di cui scrisse pagine memorabili Stefan Zweig, prima di morire suicida nel 1942 di fronte al deserto del nazismo. Salwa: ovvero la forza del coraggio civile, dell’intelligenza critica, tanto preziosa, eppure tanto vulnerabile di fronte alla brutalità dell’intolleranza. (Lorenzo Cremonesi)

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L’INDIA E LE VIOLENZE SULLE DONNE – L’intervista alla scrittrice Anita Nair

“LE VIOLENZE GIUSTIFICATE CON LA TRADIZIONE” Continua a leggere


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ISIS: IL NUOVO STATO DEGLI ULTRA ESTREMISTI ISLAMICI, alla conquista dell’IRAQ (ma con ambizioni su tutto il MEDITERRANEO ORIENTALE) – Guerra di religione e di potere: la resa dei conti tra islamismo moderato e integralista, e i nuovi confini in Medio Oriente – Le gravi ripercussioni mondiali

L’ ISIS È UNA TRIBÙ DI GUERRA. UN MOVIMENTO BEN ORGANIZZATO. Con un’agenda che non tiene conto dei confini coloniali. Dunque punta alla creazione di uno Stato islamico che, per ora, ingloba una parte di Siria e di Iraq. Un punto di partenza e non di arrivo. (da www.dirittiglobali.it/ )

L’ ISIS È UNA TRIBÙ DI GUERRA. UN MOVIMENTO BEN ORGANIZZATO. Con un’agenda che non tiene conto dei confini coloniali. Dunque punta alla creazione di uno Stato islamico che, per ora, ingloba una parte di Siria e di Iraq. Un punto di partenza e non di arrivo. (da http://www.dirittiglobali.it/ )

   La GUERRA IN SIRIA, la POLITICA INTERNA DEL GOVERNO IRACHENO e gli AMERICANI CHE NON CI SONO PIÙ, sono i tre motivi che hanno portato a una situazione esplosiva in Iraq, dove più di un terzo del territorio è già stato conquistato dagli integralisti islamici ultra-estremisti (per dire: la stessa Al Qaeda li considera troppo violenti!). Sembra comunque essere l’epilogo della guerra di religione (in Iraq) tra sciti (al potere) e sunniti, con i curdi che cercano di approfittarne della guerra civile tra le due fazioni religiose.

IRAQ: CENTINAIA DI SOLDATI DECAPITATI – 23/6/2014 13:51 (da ANSA) - BAGHDAD - In Iraq "centinaia di soldati sono stati decapitati e impiccati a SALAHADDIN, NINIVE, DILAYA, KIRKUK e nelle zone dove si trovano i jihadisti dello Stato Islamico dell'Iraq e del Levante (Isis)". E' quanto dichiarato da Qassem Atta, portavoce per gli affari di sicurezza del premier iracheno NURI AL MALIKI. Secondo al Jazira, i miliziani dell'Isis hanno poi rafforzato il controllo della cittadina strategica di TEL AFAR, TRA MOSUL E IL CONFINE SIRIANO, nel nord ovest del Paese

IRAQ: CENTINAIA DI SOLDATI DECAPITATI – 23/6/2014 13:51 (da ANSA) – BAGHDAD – In Iraq “centinaia di soldati sono stati decapitati e impiccati a SALAHADDIN, NINIVE, DILAYA, KIRKUK e nelle zone dove si trovano i jihadisti dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (Isis)”. E’ quanto dichiarato da Qassem Atta, portavoce per gli affari di sicurezza del premier iracheno NURI AL MALIKI. Secondo al Jazira, i miliziani dell’Isis hanno poi rafforzato il controllo della cittadina strategica di TEL AFAR, TRA MOSUL E IL CONFINE SIRIANO, nel nord ovest del Paese

   Quel che stanno tentando di fare gli ultra estremisti islamici che si ritrovano nell’ISIS (che starebbe per ”Stato Islamico dell’Iraq e del Levante”), dopo che la guerra in Siria ha loro dato nuove possibilità di espansione anche in territorio siriano, è quella di costituire un CALIFFATO, un vero e proprio STATO ULTRA ISLAMICO che, partendo dal controllo di tutto l’Iraq (e la parte nord già la stanno controllando, oltre che una parte della Siria in guerra civile) avrebbe l’ambizione di comprende il cosiddetto “LEVANTE”, cioè l’area del MEDITERRANEO ORIENTALE: Siria, Giordania, Palestina, Libano, Israele e Cipro.

MEDIO-ORIENTE

MEDIO-ORIENTE

   La cosa più dolorosa è l’enorme esodo della popolazione man mano che gli ultra-integralisti conquistano territori e città irachene, con rischi di epidemie, violenze continue…

   Con l’intervento dell’Iran e di altre milizie sciite che fanno riferimento a potenti leader religiosi sciiti locali gli ultra islamisti non potranno (forse) arrivare a Baghdad, cioè conquistare tutto l’Iraq, ma intanto stanno consolidando la loro presenza là dove già ci sono, e questo sta dividendo l’Iraq appunto tra sciti (come Baghdad lo è prevalentemente) e zone sunnite dove gli ultra religiosi si stanno consolidando. E non pensate che siano armati solo di kalasnikov, un po’ sul modello di Al Qaeda: sanno usare benissimo i social network e le più innovative tecnologie informatiche e mediatiche, quest’ultime rivolte in particolare ai “fratelli musulmani” dell’occidente, per invitarli a partecipare alla Jihad, la guerra santa.

   Pertanto anche nel Medio Oriente di religione musulmana sta avvenendo una specie di divisione etnica religiosa, con progetti di vita per le persone rivolti al più strenuo rispetto della tradizione conservatrice (tutto da vedere che questo corrisponda al volere delle indicazioni religiose). A rimetterci i diritti delle donne, la chiusura culturale a ogni rapporto con culture occidentali, un clima di terrore….

   La creazione di uno stato ultra-islamico, tracciando confini ora in fase di consolidamento tra Iraq e Siria non è comunque una guerra all’occidente: è una guerra a ogni principio di apertura moderata, di tipo democratico, libertario, di riconoscimento delle libertà individuali della persona, che man mano si sta instaurando con sempre maggior solidità nel mondo musulmano. E le primavere arabe ne sono state un’espressione fresca e spontanea: giovani che rivendicavano (rivendicano) libertà di muoversi, di informazione libera, di avere una vita, un futuro, fatto delle speranze degli altri giovani del mondo.

L'AVANZATA DEGLI ULTRA-INTEGRALISTI

L’AVANZATA DEGLI ULTRA-INTEGRALISTI

   Pertanto gli scontri tra sciti e sunniti (ne diamo qui, all’inizio di questo post, una spiegazione storico-politica del perché di questa divisione) appaiono un pretesto per dimostrare la confusione progettuale di un mondo musulmano, “tentato” dai principi libertari di riconoscimento dei diritti fondamentali della persona (le donne in primis), e dall’altra la paura di perdere una propria identità certa, consolidata, ma che inesorabilmente si va sgretolando.

   Pertanto la possibilità concreta, con la guerra attuale in Iraq, di costituzione di una Stato islamico “puro”, ultra-conservatore, è forse frutto più della mancata elaborazione di un progetto politico-religioso del mondo islamico, accettabile per tutta la sua popolazione, che si integri virtuosamente nella contemporaneità del mondo globale, pur conservando dignità e profondo rispetto della propria fede religiosa. A nostro avviso qualcosa possiamo fare noi occidentali: sostenere in tutti i modi le forze islamiche che propugnano il dialogo, evitando che vengano soprafatte dalla violenza dei loro fratelli. (s.m.)

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LE ORIGINI DEL CONFLITTO TRA SCIITI E SUNNITI

1 – Chi sono i sunniti? I sunniti costituiscono da sempre la MAGGIORANZA DEI MUSULMANI. Il loro nome deriva da Sunna, la tradizione dei detti di Maometto a cui si ispirano insieme al Corano. Affermano la legittimità dei primi califfi, successori e compagni di Maometto, e quindi delle successive dinastie che governarono l’Impero musulmano. Per i sunniti IL CALIFFO RAPPRESENTA L’UNITÀ DEI CREDENTI e non ha alcuna valenza religiosa. La loro dottrina e gli aspetti del loro credo si andarono definendo nel corso dei primi secoli di espansione dell’Islam, adattandosi in più occasioni a mediare tra tendenze contrapposte e costumi locali. L’elaborazione formale giuridica convisse infatti accanto alla pietà mistica delle confraternite. Oggi, come nel corso di tutta la loro storia, I SUNNITI CONOSCONO AL LORO INTERNO VISIONI DIVERSE.

2 – Chi sono gli sciiti? Sostengono che il LEGITTIMO SUCCESSORE DI MAOMETTO fosse ‘ALI, suo genero. Il loro nome viene infatti da Shi‘at ‘Ali, che vuol dire «PARTITO DI ‘ALI». Politica e religione si saldano in tale rivendicazione, perché secondo gli sciiti Dio non poteva lasciare la comunità musulmana senza una guida religiosa. SOSTENGONO COSÌ L’ILLEGITTIMITÀ DEI CALIFFI E DELLE DINASTIE SUNNITE, affermando che EREDI DI MAOMETTO DOVESSERO ESSERE GLI IMAM, GUIDE SPIRITUALI, e allo stesso tempo discendenti e successori di ‘Ali. Sull’identificazione di questi imam, gli stessi sciiti però si divisero ben presto in sette diverse. LO SCIISMO OGGI PIÙ DIFFUSO NEL MONDO ISLAMICO È QUELLO COSIDDETTO IMAMITA, o duodecimano, perché identifica una successione di dodici imam. IMAMITI SONO GLI SCIITI IRACHENI E ANCHE QUELLI DELL’IRAN, dove lo sciismo venne imposto come religione ufficiale a partire dal 1500.

3 – Qual è l’origine dei loro contrasti? L’ORIGINE DEI LORO CONTRASTI È DI NATURA POLITICA, e risale al primo periodo della storia dell’islam. Benché dal punto di vista rituale LO SCIISMO IMAMITA non presenti grandi divergenze rispetto al sunnismo, esso SI DIFFERENZIA PER LA DIVERSA CONCEZIONE DELLA SUCCESSIONE DI MAOMETTO. La visione sciita ispirò contrasti e anche feroci rivolte nei primi secoli dell’islam. Ma le rivendicazioni sciite di avere un discendente di Maometto alla guida della comunità hanno conosciuto solo brevi e rari successi, e più spesso sonore sconfitte in oltre mille e quattrocento anni di storia. NEL CORSO DEI SECOLI GLI SCIITI SONO STATI UNA MINORANZA PERSEGUITATA, quando non confinata in aree impervie. La loro storia di sofferenze è ben rappresentata dall’imam Hussein, il figlio di ‘Ali, fatto trucidare dal califfo omayyade sunnita nel 680 d.C. a Kerbela, nell’odierno Iraq.

4 – Qual è l’origine della loro rivalità in Iraq? LA MAGGIORANZA DELLA POPOLAZIONE IRACHENA È SCIITA, per effetto della conversione di tribù nomadi solo a partire dal 19° secolo. Si tratta di una forma di sciismo imamita arabo, con una storia diversa da quello iraniano, da cui è diviso da rivalità e anche visioni diverse su Khomeinismo e sulla Repubblica islamica nata nel 1979. GLI SCIITI IRACHENI SONO SEMPRE STATI POCO INFLUENTI DAL PUNTO DI VISTA POLITICO, anche per le loro divisioni. IL SUNNITA SADDAM HUSSEIN NE DIFFIDÒ, soprattutto negli Anni 80 segnati della guerra con l’Iran. CON LA FINE DI SADDAM e la presenza americana, gli ultimi anni hanno rappresentato UN’OCCASIONE STORICA PER LE LORO ASPIRAZIONI POLITICHE. Ma il loro nuovo ruolo deve fare i conti con il malcontento sunnita, e con la crescente contrapposizione confessionale segnata da attentati e persino minacce jihadiste ai santuari sciiti di Najaf e Kerbela. (da Corriere.it del 15/6/2014)

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