Il BURQA che sarà vietato in Francia (e da noi?) – La necessaria distinzione tra “costrizione” e “libera scelta” – Città e territori che cambiano, tra campanili e moschee negate… I timori di un’Europa, e dei singoli luoghi che hanno perso una loro identità (ed egemonia) culturale e temono il cosmopolitismo pacifico

domenica 7 febbraio 2010 di sebastianomalamocco

Cartello multilingue apparso a Pordenone, di invito a donare il sangue: esempio pacifico di società “plurale”, unita e solidale – integralismi islamici e paure (anch’esse spesso integraliste) occidentali impediscono lo sviluppo conviviale

La Francia sta decidendo di proibire il burqa, il tradizionale indumento che nasconde il viso e ogni forma del corpo delle donne di alcuni paesi di religione islamica, principalmente l’Afghanistan (ma non solo: il burqa, capo di abbigliamento di recente introduzione –i primi del ‘900, un secolo fa- è diffuso in molti paesi arabi). Ma non è solo una questione francese, ma anche italiana (lo si vuole proibire per legge anche da noi) ed europea in generale.

Premettiamo comunque che non è un problema “di massa”, generalizzato, per le donne mussulmane: portate invece sempre più ad accogliere i principi (accattivanti) della moda occidentale, che a ripristinare alcune regole dei loro paesi di provenienza (non parliamo poi della ragazze mussulmane di terza generazione, cioè quelle nate in Europa…). Semmai ci sarebbe da chiedersi l’ “utilizzo” sempre più consumistico della “dignità e del corpo della donna” da “entrambe le parti” (integralismo maschilista religioso e integralismo consumistico), usando in tutti i modi (nella pubblicità, in ogni forma di vita quotidiana…) pezzi “esposti” del loro corpo; arrivando sempre più a un’assuefazione paranoica.

Vi offriamo qui un’ampia rassegna stampa di opinioni sul tema, premettendo che il primo articolo, di Massimo Fini apparso su “il Gazzettino”, corrisponde anche al nostro pensiero e alla nostra idea se è giusto proibire il burqa (sintetizziamo qui: no, non siamo d’accordo nel divieto assoluto; se non è costrizione di qualcuno sulla donna, ma vera libera scelta, non capiamo perché non si possa fare… semmai qualche problema può esserci sulla questione della sicurezza collettiva, cioè che sotto il burqa possa nascondersi qualche pericoloso terrorista…).

Ma qui, negli articoli a seguire, vorremmo estendere il tema: cioè della convivialità sociale con culture diverse, e dei tentativi che si possono fare per creare una società che rimanga sì italiana, veneta o lombarda o di qualsiasi altra cultura regionale, ma sia allo stesso tempo plurietnica e di convivenza pacifica (posto che le regole giuridiche, i diritti e i doveri, siano uguali per tutti, a prescindere) (a tal proposito bellissimo è lo striscione cartello manifesto sull’invito a “donare il sangue” che Vi offriamo nella parte alta di questa pagina).

E per questo abbiamo inserito tra gli articoli qui presenti un interessante reportage-diario di Paolo Rumiz sulla convivenza architettonica “campanili – minareti” in quelle città “di confine” religioso dove l’elemento plurietnico, in alcune loro fasi storiche di vita, ha dimostrato di saper convivere magnificamente (Sarajevo in primis, Gerusalemme, Istanbul…) (torneremo presto a parlare di Sarajevo in questo blog, perché è –o è stato- un modello geograficamente interessante di convivialità urbana). E facendo capire che la “pluri-religiosità e molteplicità di culture” è elemento di arricchimento delle persone. E che lo “scontro” è cercato (pianificato) da chi cerca la guerra per la guerra, spesso per disagio personale, o collettivo della propria comunità di provenienza, rifiutando di inventarsi e perseguire un progetto presente e futuro di vita compatibile con il proprio rinnovamento e le proprie origini. Leggi il seguito di questo post »

Google, Taiwan, il Tibet: il ruggito del coniglio della Cina contro gli USA (troppa necessità cinese della tecnologia americana) – l’interdipendenza dei due Paesi dominatori del mondo (con l’Europa sparita dal contesto geopolitico)

giovedì 4 febbraio 2010 di sebastianomalamocco

Il Dalai Lama invitato alla Casa Bianca da Obama, nella visita in USA di metà febbraio del leader spirituale tibetano (e l'ira della Cina contro gli Stati Uniti)

Se la Guerra Fredda della seconda metà del secolo scorso vedeva opporsi Stati Uniti e Unione Sovietica, ora i nuovi scenari mondiali vedono quella che già si chiama una “cyber-guerra” (fredda?) tra Stati Uniti e Cina. Dove, appunto, la nuova straordinaria era dell’informazione (libera?) globale è un elemento strategico tanto quanto le aggressive e distruttive armi (come i pericoli, ma anche i possibili vantaggi, dei commerci globali). Gli USA sono, nonostante i momenti di crisi, la grande potenza tecnologica, dell’innovazione (pensiamo al nuovo grande business globale messo in atto in questi giorni con il lancio sul mercato mondiale dell’ultima innovazione tecnologica l’ “iPad”  (una tavoletta – computer leggero, che in modo maneggevole usa la rete, la posta elettronica, serve a scrivere testi, è foglio di calcolo, gestisce musica, foto, video, etc.). L’altra potenza, la Cina, un colosso demografico e territoriale, economico e finanziario… in crescita esponenziale (nonostante tutte le contraddizioni, come l’antidemocrazia, l’inquinamento dei propri territori…). E le due superpotenze ora in questi giorni, settimane, mesi, si contrappongono e si affrontano su vari grandi temi: da quello della libertà di informazione negata in Cina (le limitazioni a Google); alle armi vendute dagli USA al “nemico di sempre” dei cinesi che è Taiwan; ai contrasti sui rapporti con l’Iran (la Cina sta adottando una politica di difesa internazionale di questo paese); e infine ad Obama che, in questo momento di contrapposizione tra le due superpotenze, afferma di voler ricevere il Dalai Lama, leader spirituale di quel Tibet integrato alla Cina e in lotta con essa per la sua autonomia politica, culturale, religiosa.

Riportiamo qui alcune analisi di questo contesto di contrapposizione nel G2, cioè tra i due paesi che ora sembrano in qualche modo governare il mondo (con altre potenze di contorno che si affacciano, come l’India, il Brasile, il Sudafrica). E di come questo conflitto viva l’ambiguità di due paesi che hanno entrambi bisogno dell’altro (gli USA usufruiscono della finanza, del credito cinese; la Cina non può fare a meno della tecnologia americana; entrambi, come purtroppo non è accaduto nel dicembre scorso a Copenaghen, devono -dovrebbero-  farsi carico dei grandi problemi della pace mondiale e dell’ambiente, come il clima).  Su tutto si sente la “sparizione” dell’Europa, di ogni suo peso geopolitico sul pianeta, e questo è un avvenimento storico del tutto nuovo: l’Europa era sempre stata (bene o male) al centro dell’attenzione mondiale. Anche quest’ultimo elemento (della crisi europea) è comunque un segnale che il processo di riforme radicali vere, concrete, nel “micro” e nel “macro”, a partire dai nostri territori fino ad interessare il contesto generale europeo, sono necessarie per un rilancio di un’idea di Europa che serva allo sviluppo della pace e del benessere del pianeta (ed è comunque disarmante che nella prossime elezioni regionali non si accenni minimamente a idee e progetti nuovi). Leggi il seguito di questo post »

Inquinamento da polveri sottili – Le città in crisi: dalla necessità di altre forme di trasporto compatibile (la riduzione del traffico privato) alla mancata pulizia delle strade (perché non si lavano e si puliscono le strade nelle nostre città?)

martedì 2 febbraio 2010 di sebastianomalamocco
esempio di chiusura al traffico: Bergamo, le strade del centro della città alta, del borgo medioevale sul colle (dal blog www.fuochidipaglia.it/)

“Polveri sottili, o particolato, o PM10  è il nome generico che indica tutte le sostanze sospese in aria. Sono polveri sottili, ad esempio, il polline, le spore, il sale marino, la terra alzata dal vento. Ora, a questo insieme eterogeneo di sostanze, da qualche decennio a questa parte – esattamente da quando l’uomo ha rafforzato la propria presenza intrusiva nell’ecosistema terrestre – si è aggiunta tutta una serie di elementi inquinanti, detti antropici, frutto generalmente di combustioni chimiche, quali metalli, solfati, nitrati, ceneri, fibre di amianto, polveri di cemento e carbone.  Qui sta il problema: mentre le prime sostanze, quelle naturali, non sono dannose per la salute, anzi in alcuni casi risultano persino benefiche – basti pensare all’aria ricca di iodio nei pressi del mare – le polveri antropiche sono responsabili di patologie acute e croniche all’apparato respiratorio (asma, enfisemi, tumori) e cardio-circolatorio” (dal sito “terranauta.it” e dal Rapporto “Mal’aria 2010” di Legambiente).     

 

Milano

   Vi proponiamo qui alcuni articoli che illustrano la situazione assai grave in questi giorni nelle nostre città (ma anche, e forse di più, nei centri medio-piccoli, e tutte le conurbazioni lungo le strade…luoghi questi di cui non si parla, non si fanno rilevazioni…) per ribadire la gravità di un inquinamento atmosferico che è prima di tutto un problema sanitario, di salute individuale delle persone. Secondo il rapporto annuale di Legambiente “Mal’aria 2010” sono più di ottomila le persone che nelle maggiori città italiane muoiono all’anno a causa dell’inquinamento (e nessuno ha criticato o messo in dubbio questo dato incredibile).  

   In questa nostra premessa (prima della rassegna di dati e il contesto della cronaca di questi giorni) ci preme qui sottolineare un elemento di cui nessuno parla, in merito a uno dei maggiori inquinanti di quest’epoca, appunto le polveri sottili. Cioè che queste polveri inquinanti si trovano anche in luoghi non densamente abitati e/o trafficati. Che particolari condizioni geomorfologiche, atmosferiche, dei venti, portano ad alte concentrazioni anche in zone di (relativa) campagna (come in certe zone dell’alta pianura veneta). E che nelle città, dove il contesto è più grave, originato dal forte traffico veicolare, oltre a misure più psicologiche che risolutive (la riduzione del traffico privato veicolare in alcune giornate “quando è possibile” –la domenica…-) e a intenti che poco si realizzano (anzi accade il contrario!) come l’incentivazione dei mezzi di trasporto pubblici…. in questa situazione “bloccata”, di “non cambiamento”, alcuni accorgimenti si potrebbero comunque fare. Infatti uno degli elementi di intensificazione delle polveri sottili non è solo l’emissione dai gas di scarico, ma anche il loro metterle in circolazione nell’atmosfera con l’intenso traffico sulle strade (cioè, per dirla banalmente, il sollevamento continuo, costante, della polvere).  

   In molte città europee il fenomeno delle polveri sottili, dell’inquinamento atmosferico, viene limitato con il lavaggio quotidiano delle strade (se andate a Parigi, e passeggiate alle sei del mattino, vi può capitare che vi arrivi, in strada e sul marciapiede, una piccola onda d’acqua fatta defluire dai tombini…). Le città italiane (anche e particolarmente quelle medio-piccole sono sporche e polverose; specie le strade, i marciapiedi (quando ci sono, quest’ultimi…). Un lavaggio costante, o una pulitura, un’aspirazione delle polveri (quest’ultimo caso quando l’acqua è difficile da usare, nei momenti di particolare freddo, a temperature sotto lo zero… ma il fenomeno delle Pm10 è oramai di tutte le stagioni a bassa piovosità…) organizzata costantemente sarebbe già un motivo di affrontare concretamente le emergenze (fermo restando che la riduzione degli inquinanti, dal traffico automobilistico alle emissioni pulite dei riscaldamenti domestici, è misura prioritaria).  

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L’ITALIA DELLE POLVERI SOTTILI 

   (da “Terranauta.it)  Le polveri sottili superano ormai costantemente i limiti imposti per legge in molte delle nostre città. Cerchiamo di capire cosa sono, come mai sono nocive e soprattutto perché nessuno fa niente per tutelare la nostra salute.   

Il 2010 è iniziato all’insegna dell’inquinamento da polveri sottili. In molte città italiane, i limiti imposti per legge sono stati superati più volte già in questi primi giorni – a Milano 12 volte nei primi 20 – Leggi il seguito di questo post »

Geofilm – “L’uomo che verrà” di Giorgio Diritti, imperdibile esempio di come possano trasformarsi (anche nell’insegnamento scolastico) Geografia e nuova organizzazione territoriale, Storia, Arte filmica e recupero nei ragazzi della Pietas per le (spesso dolorose) vicende umane

sabato 30 gennaio 2010 di sebastianomalamocco

la bambina Greta Zuccheri Montanari e Alba Rohrwacher, tra le interpreti del film di Giorgio Diritti "L'uomo che verrà"

   Giorgio Diritti è al suo secondo film, o, potremmo forse meglio dire “docu-film”. Il primo, “Il vento fa il suo giro” era (è) già opera assai ragguardevole, secondo noi un piccolo capolavoro, di significativo successo (una piccola comunità montana che prima accoglie e poi ripudia duramente degli “stranieri”). Questo secondo film di Diritti, “L’uomo che verrà” ha la stessa elevatissima valenza artistica (di saper bene raccontare e attrarre l’attenzione) ma anche storica; significativa delle sofferenze e atrocità del periodo della guerra mondiale del 1939-1945. Rappresenta (con gli occhi di una bambina di otto anni: straordinaria interpretazione di Greta Zuccheri Montanari) la vicenda della strage nazista (delle stragi è da dire, più d’una, perché avvenute in più giornate) nelle colline di Monte Sole a pochi chilometri da Bologna (in particolare il maggiore dei comuni colpiti è Marzabotto, e quest’eccidio è conosciuto con questo nome…) tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944, nel quadro di un’operazione dei nazisti di rastrellamento di vaste proporzioni diretta contro una formazione partigiana.

   Imperdibile questo secondo film (ora nelle sale cinematografiche) di Giorgio Diritti (imperdibile come è stato il “il vento fa il suo giro”). E de “L’uomo che verrà” qui di seguito ve ne diamo conto con alcune osservazioni di critici cinematografici, tutte rivolte a mettere comunque in rilievo il grande spessore di quest’opera filmica. E cerchiamo di farvi memoria (storica) del tema, dello scenario in cui si svolgono le vicende raccontate, e cioè della cosiddetta “strage di Marzabotto” (oltre 800 persone uccise…): uno dei tanti orribili episodi avvenuti in quella terribile prima metà degli anni ’40 del secolo scorso.

   Ma vorremmo qui anche tentare di fare un collegamento, “utilizzando” il film di Diritti, per dire come potrebbe essere l’approccio nuovo, diverso di “fare geografia a scuola” (ma anche “fare storia”) in un momento assai critico per la materia “geografia” che la Ministra Gelmini intende (con la riforma scolastica in itinere) eliminare quasi del tutto dalle scuole italiane (riportiamo, dopo la documentazione sul film di Diritti, alcuni articoli apparsi su quotidiani sulla possibile “scomparsa della geografia” (e vi invitiamo anche a firmare l’appello che trovate nel sito www.luogoespazio.info).

   “Diciamoci la verità”: difendiamo sì la necessità che a scuola ci sia più che mai la materia “geografia”; però riteniamo che il modo come spesso viene ora proposta è un po’ obsoleto, e forse va adeguato ai tempi (e anche “superarli” questi tempi…). Cioè bisogna trovare altri modi e strumenti per “rendere più produttiva” per i giovani (che si vuol formare alla vita) la disciplina geografica in tutte le sue formulazioni: dalla cartografia alla conoscenza del territorio, alla geopolitica…; dall’analisi delle trasformazioni dei luoghi (luoghi dati da “natura, artificio umano e accadimenti”) alle proposte possibili di come organizzare i territori in modo nuovo e coerente, compatibile con le persone e l’ambiente e l’economia (sarebbe importante che le nuove generazioni si confrontassero già a scuola con proposte di cambiamento virtuoso, dove ai più tecnici e scientifici strumenti urbanistici, informatici etc. si connettesse un’acquisizione ragionata, di “senso”, di cosa si vuol ottenere nel riorganizzare un determinato territorio).

   Ad esempio la “lettura del paesaggio e degli accadimenti storici” (spesso discipline come geografia e storia, e antropologia, sono assai connesse) porta a trovare strumenti nuovi di “interpretazione geografica”, attiva, dinamica, innovativa, degli studenti. La possibilità di vedere e, magari ancor di più, costruire docu-film, cioè documentari dove all’aspetto reale, scientifico, delle testimonianze dirette, si possano volutamente ed esplicitamente aggiungere elementi di “finzione filmica” per rendere più interessante la ricerca e la proposta geografica, nella compenetrazione di altre arti e scienze (come la psicologia e le vicende quotidiane che coinvolgono tutti gli “umani”); ebbene tutto questo renderebbe l’esperienza scolastica dell’acquisizione geografica dello studente, come qualcosa di assai coinvolgente, con protagonista lo studente stesso che esercita un’opera di “autoformazione”.

   Oltre ai “docu-film”, e all’opera incessante di “proposta di nuovi modi di gestire il territorio” che dovrebbe caratterizzare l’insegnamento geografico, noi di “Geograficamente” abbiamo potuto sperimentare l’importanza ed il successo (per gli scolari, gli studenti) di operazioni di “cartografia attiva”, cioè luoghi delle propria vita che sono i ragazzi a mappare. Ci riferiamo alla proposta (che stiamo facendo alle scuole) di corsi geografici di mappatura di luoghi di vita degli studenti stessi, chiedendosi (loro) quali sono gli elementi significativi per il loro ambiente e la vita delle persone della loro comunità nella quotidianità. Pertanto, facendo tre operazioni conseguenti: 1- individuando prima cosa è importante inserire nella cartografia che si vuol auto-costruire (strade, monumenti, chiese, l’ufficio postale, il parco giochi, la piazza, la fermata dell’autobus, la scuola, la sala di quartiere, il bar, il presidio sanitario, gli alberi significativi da tutelare etc…) per poi  2- andarli scientificamente a “mappare” con l’uso di strumenti di ricognizione satellitare come i GPS (le più moderne tecnologie), e infine 3- con appositi programmi informatici inserire i dati al computer, con la creazione “propria e vissuta” della cartografia del luogo (da stampare, da rendere disponibile a tutti in internet…). Ebbene, docu-film, mappature del territorio, letture e analisi geo-politiche critiche, le proposte geografiche da fare… sono tutte necessità di un nuovo approccio scolastico alla geografia, come materia di proposta ad un cambiamento virtuoso e innovativo del mondo sia in “micro” che in “macro”.

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L’UOMO CHE VERRÀ – L’eccidio nazista di Marzabotto nell’ascetico ma duro film di Diritti

L’ORRORE  DELLA  STORIA  NEGLI  OCCHI  DI  UNA  BAMBINA

da “il Gazzettino” del 29/1/2010, di Roberto Pugliese
  
Se ricordare è un dovere, a volte raccontare può aiutare a compierlo meglio. E per raccontare ancora una volta l’abominio nazista, Giorgio Diritti sceglie di “inventare” una storia fortemente simbolica intorno a fatti spaventosamente concreti, Leggi il seguito di questo post »

Salvare il piccolo commercio nei centri e altrove (e le botteghe di piccoli artigiani) è salvare la vitalità (ora spenta) dei luoghi abitati, ora solo dormitorio – Il caso del comune di Cessalto – Ritrovare i veri rumori sulle vie, sulle strade (oltre quello dei motori); passeggiare e muoversi nel “micro”ambito di vita quotidiana

giovedì 28 gennaio 2010 di sebastianomalamocco

Il Municipio di Cessalto, paese di 4000 abitanti ai confini tra la provincia di Treviso e di Venezia

“L’eroe per caso si chiama Giovanni Artico. Da otto anni fa il sindaco a Cessalto, un paese di tremila e settecento abitanti (tra la provincia di Treviso e quella di Venezia), paesino che finora aveva fatto parlare di sè per l’autostrada “Venezia-Trieste” che di lì passa (per gli incidenti in autostrada) e per la raccolta rifiuti migliore d’Italia.  Cessalto è diventato punto di riferimento nazionale delle politiche fiscali per il piccolo commercio: l’argine contro l’agonia dei centri storici, il baluardo contro i centri commerciali, il forte Apache della resistenza al fisco centralista. Tutto senza un minuto di scioperi, senza striscioni né clamorose proteste. Semplicemente con una delibera di giunta che ha per titolo «Atto di indirizzo per l’applicazione dei rimborsi di tasse comunali alle attività del piccolo commercio».  Semplice quanto geniale il sistema. Con questa delibera di giunta il sindaco ha deciso che le trenta attività commerciali del piccolo comune avranno diritto al rimborso totale delle tasse comunali: Ici, Tosap, Tarsu e Imposta pubblicità. I requisiti per accedere al rimborso? Essere titolari di attività di commercio al dettaglio, con superficie di vendita non superiore a 150 metri quadri, possedere insegne pubblicitarie inferiori a una certa dimensione (dieci metri quadri). Insomma, requisiti che fanno star dentro le botteghe di paese ed escludono le grandi superfici” (da “La Tibuna di Treviso” del 21 gennaio, di Daniele Ferrazza).

   Per rivitalizzare i piccoli centri storici è sì una questione di ripristino urbanistico (eliminare ad esempio le brutture edilizie di questi ultimi decenni; togliere il “grigio” che caratterizza piazze, strade, periferie continue… ), ma è anche “ritornare ai piccoli negozi, alle botteghe”. Ogni serranda che chiude definitivamente è un pezzo di vita comunitaria di un luogo che finisce. Dobbiamo però essere chiari. Pensare che i piccoli negozi possano “resistere” alla concorrenza (dei prezzi, ma a volte anche della qualità) dei centri commerciali, dei cosiddetti “outlet”, è cosa assai ardua, forse vana. Sì, possono esserci dei modi per resistere alla concorrenza (ad esempio associando negozi e attività in strutture simil-cooperativistiche in grado di avere livelli di produzione e consumo pari al commercio di grandi dimensioni).

   Ma non è questo il punto che ci interessa qui. Ci chiediamo piuttosto: è possibile pensare e prevedere il mantenimento nei piccoli centri, nella piazze e strade di paese, di attività residuali? … La piccola bottega di generi alimentari, il negozio del calzolaio, il bar dove con un caffè o un bicchiere di vino uno può star lì seduto a un tavolo e parlare, o giocare a carte o leggere il giornale per una o due ore o mezza giornata….  attività, è da chiarire, che consideriamo “residuali” per il redditi (inferiori alla media), “antieconomiche” per il gestore, il piccolo imprenditore che le esercita…?    E’ possibile immaginare persone, “operatori” del commercio o del piccolo artigianato che “decidono” di guadagnare meno, di accontentarsi di meno, ma di poter svolgere un’attività che non ha l’angoscia costante, quotidiana, della competitività e, quel che è più importanti, che debbono avere (queste attività “residuali”) costi di gestione bassi, molto bassi, che così permettono sì di guadagnare magari poco, ma avere poche spese fisse, così da poter lo stesso avere un reddito?   Costi bassi significa affitti abbordabili (la vera piaga di chi vuol intraprendere un’attività commerciale adesso…) e niente tasse, un’esenzione totale a chi decide di voler guadagnare poco e, di fatto, permette di mantenere vitale un luogo con la sua presenza, con la sua attività.

   Su questo le istituzioni pubbliche, dai Comuni alle Regioni, al Governo possono fare molto, e tutto il sistema ne avrebbe un vantaggio: la detassazione degli affitti introducendo una ritenuta alla fonte (15%?) e così il proprietario non ha nessun altro obbligo fiscale…. l’esonero totale dalle tasse per redditi lavorativi (commerciali o artigianali) sotto un certo “palese, evidente” livello (…l’attuale politica fiscale degli “studi di settore”, dove si misura il reddito con i metri quadri di utilizzo di un’attività, con le persone impiegate, l’energia elettrica consumata eccetera, è risultata del tutto “incongrua e incoerente”; dannosa e fallimentare proprio perché ha colpito in primis le attività marginali…).

   E il recupero dei luoghi (che siano storici o meno, architettonicamente belli o come sono spesso, cioè assai brutti…) passa anche per una fattiva “presenza” del cittadino che lì magari ora ci va solo a dormire, e poi macina chilometri per andare nel luogo degli acquisti….): passeggiare e instaurare relazioni proficue nel luogo di dimora; passeggiare e conoscere, vivere la propria realtà non a misura di automobile ma dei propri passi, del proprio camminare partendo dall’uscio di casa… Questo non esclude la necessità di “interloquire” con un’ “area metropolitana” propria, vasta, confacente a bisogni globali che ciascuno oramai ha (cui deve fare i conti): del lavoro, dello studio, di conoscenze e scambi (e qui una mobilità efficiente si fa sentire come necessità primaria). Ma non si può dimenticare il proprio luogo a pochi metri da casa, e lo sviluppo (il ritorno) di attività commerciali e artigianali che impropriamente chiamiamo “residuali” (ma che sono fondamentali per “fare comunità”).

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NIENTE  TASSE  AI  PICCOLI  NEGOZI

di Chiara Pavan, da “il Gazzettino” del 19/1/2010

Il comune di Cessalto “cancella” Tosap, Tarsu e Ici alle botteghe del paese. È il primo del Veneto

«I piccoli negozi stanno alla città come i parchi stanno ai bambini». L’equazione, sigillata tempo fa dal presidente di Confcommercio Carlo Sangalli, dev’essere piaciuta molto al sindaco di Cessalto (Tv), Leggi il seguito di questo post »

Bambini e ragazzi di Haiti (adozione sì, adozione no) – Bambini immigrati da noi, tra cittadinanza negata e difficile inserimento scolastico – Geografia di un mondo già cambiato per le giovani generazioni

domenica 24 gennaio 2010 di sebastianomalamocco

Port Au Prince. Rifornirsi di acqua potabile è una delle prime e più gravi urgenze per la popolazione (foto ripresa da “il Gazzettino”)

Vi sono problematiche difficili da scegliere e decidere, che in questi giorni si intrecciano, fortemente geografiche (geo-umanitarie, geopolitiche…). Haiti e la sofferenza dei bambini; i figli degli immigrati in Italia. Dove i protagonisti, anello che appare fragile, sono i bambini, i ragazzi preadolescenti e adolescenti (diciamo comunque quelli/quelle che hanno meno di 18 anni).

I bambini di Haiti (molti) punto di sofferenza più visibile nella tragedia del post terremoto. E dall’altra la situazione da noi con i tanti giovani immigrati (più di 800.000 bambini e ragazzi) presenti nel nostro Paese, considerati stranieri per la loro origine. E su di loro si sta dibattendo e decidendo (nella politica, nella società) come e in che modo integrarli nel contesto istituzionale di cittadinanza. Il diritto o meno a essere loro (bambini) considerati cittadini italiani, e con l’inserimento scolastico (ma non solo: anche il tema, di fatto loro esclusivo, della riduzione da 16 a 15 anni della riduzione dell’obbligo scolastico, con l’”apprendistato lavorativo” che si vuole regolamentare ed anticipare appunto di un anno).

- Adozione dei bambini di Haiti. Noi siamo per un’adozione internazionale prudente di bambini, anche in condizioni di emergenza. L’abbandono di ogni rapporto con il proprio luogo (anche se luogo di molte sofferenze…) potrebbe apparire una scorciatoia anche per ogni capacità di risollevarsi e sviluppo di un’area geografica in difficoltà, in degrado. Ci chiediamo se possano esistere (per i bambini) forme di “benessere” garantito (anche con presenza e aiuto internazionale) dentro il proprio ambiente (che si vuole diventi più vivibile)…   Ciò non toglie che possano esistere casi (così disperati come è Haiti in questo momento) che richiedono una pronta adozione internazionale. Pertanto siamo più che favorevoli ora ad adozioni urgenti per i bambini di Haiti. Un “male minore”: è in ogni caso uno strumento pericoloso quello di separare in modo definitivo i bambini dal loro territorio (le loro famiglie), dove per quanto poco sono vissuti in (bene o male) simbiosi.

- La circolare Gelmini sul limite del 30% ai bambini immigrati in classe. Dal prossimo anno scolastico verrà introdotto il tetto del 30% per gli alunni stranieri nelle classi prime della scuola primaria e secondaria. Lo prevede una circolare del ministero dell’Istruzione inviata a tutte le scuole in cui si disegna il percorso, graduale, di introduzione del tetto. Questo, si specifica bene, non come provvedimento razzista (ci mancherebbe…) ma come miglior equilibrio didattico in classi “in difficoltà” con bambini stranieri che, ad esempio, non conoscono bene nemmeno la lingua… (la Ministra Gelmini ha chiarito poi che il tetto del 30% non si applica ai bambini “stranieri” nati in Italia, che pertanto è chiaro conoscono come gli altri la lingua nazionale). Vengono qui in mente due parole importanti, due slogan “organizzativi” della scuola come la pensava (e applicava) Don Lorenzo Milani nei primi anni ’60 del secolo scorso (ma non solo lui): e cioè “il doposcuola” e “il tempo pieno”. Sopperire ad eventuali difficoltà linguistiche e conoscitive delle varie materia, ma in primis integrare le giovani generazioni (a prescindere dalla derivazione etnica) tra di loro, per un progetto sì locale, di conoscenza e valorizzazione del proprio luogo di vita, ma anche nazionale (italiano) europeo, mondiale… (non sarebbe stato meglio, una positiva rivoluzione culturale per tutti, insegnanti e alunni, ripristinare in tutte le sue forme il “doposcuola” e il “tempo pieno”?) (vi riportiamo tra gli articoli di seguito il pensiero di Don Milani).

- La cittadinanza ai bambini “stranieri” nati in Italia. Il nuovo disegno di legge sulla cittadinanza (in discussione al Parlamento a metà del dicembre scorso, e ora sospeso fino alle prossime elezioni regionali di fine marzo) non prende in considerazione gli oltre 800.000 bambini immigrati presenti nel territorio nazionale, tra cui oltre 500.000 nati in Italia. Per i figli degli immigrati, anche se nati e cresciuti in Italia, il ddl prevede infatti che possano chiedere la cittadinanza solo dopo aver compiuto 18 anni, come avviene già oggi. E in più, rispetto alla legge attuale, è aggiunta la condizione che abbiano frequentato con profitto tutta la scuola dell’obbligo.  Questo provvedimento, se passerà, farà regredire ogni processo di integrazione: di fatto un bambino nato e cresciuto in Italia è né più né meno “italiano” (nella lingua, nelle aspirazioni, nei modi e nei pensieri) come un bambino di genitori italiani. Prevale pertanto ancora lo ius sanguinis sullo ius soli (cioè che la cittadinanza sia acquisita per il fatto di essere nati sul territorio dello stato) e questo è, a nostro avviso, un “passo indietro”. Una chiusura data da paure ancestrali ma, in primis, data dalla difficoltà di esprimere un “progetto nazionale, europeo” (cioè come e perché essere italiani, europei), una condivisione di vita, culturale, che superi la provenienza etnica di ciascun bambino

Su tutto questo (l’inserimento virtuoso dei bambini “stranieri” nel contesto italiano, europeo) vediamo invece con interesse la proposta (dell’onorevole Cazzola e del ministro Sacconi), di questi giorni, di creazione di un apprendistato lavorativo a 15 anni, cioè di consentire l’accesso al mondo del lavoro ai giovani dal compimento dei quindici anni; garantendo così l’integrazione dell’apprendistato nel percorso di svolgimento dell’obbligo scolastico. E’ chiaro che questa proposta legislativa, se passerà, in primis riguarderà i ragazzi immigrati. Nelle attuali scuole professionali, nei due anni di formazione, vi è scarsa utilità per una maturazione professionale e culturale (spesso in ambienti conflittuali). L’introduzione nel mondo del lavoro (in modo protetto, regolamentato: appunto si parla di regole di “apprendistato”) può essere un’opportunità di acquisizione vera di capacità lavorative specializzate, che i primi a beneficiarne sarebbero proprio i giovani immigrati. Leggi il seguito di questo post »