Cartello multilingue apparso a Pordenone, di invito a donare il sangue: esempio pacifico di società “plurale”, unita e solidale – integralismi islamici e paure (anch’esse spesso integraliste) occidentali impediscono lo sviluppo conviviale
La Francia sta decidendo di proibire il burqa, il tradizionale indumento che nasconde il viso e ogni forma del corpo delle donne di alcuni paesi di religione islamica, principalmente l’Afghanistan (ma non solo: il burqa, capo di abbigliamento di recente introduzione –i primi del ‘900, un secolo fa- è diffuso in molti paesi arabi). Ma non è solo una questione francese, ma anche italiana (lo si vuole proibire per legge anche da noi) ed europea in generale.
Premettiamo comunque che non è un problema “di massa”, generalizzato, per le donne mussulmane: portate invece sempre più ad accogliere i principi (accattivanti) della moda occidentale, che a ripristinare alcune regole dei loro paesi di provenienza (non parliamo poi della ragazze mussulmane di terza generazione, cioè quelle nate in Europa…). Semmai ci sarebbe da chiedersi l’ “utilizzo” sempre più consumistico della “dignità e del corpo della donna” da “entrambe le parti” (integralismo maschilista religioso e integralismo consumistico), usando in tutti i modi (nella pubblicità, in ogni forma di vita quotidiana…) pezzi “esposti” del loro corpo; arrivando sempre più a un’assuefazione paranoica.
Vi offriamo qui un’ampia rassegna stampa di opinioni sul tema, premettendo che il primo articolo, di Massimo Fini apparso su “il Gazzettino”, corrisponde anche al nostro pensiero e alla nostra idea se è giusto proibire il burqa (sintetizziamo qui: no, non siamo d’accordo nel divieto assoluto; se non è costrizione di qualcuno sulla donna, ma vera libera scelta, non capiamo perché non si possa fare… semmai qualche problema può esserci sulla questione della sicurezza collettiva, cioè che sotto il burqa possa nascondersi qualche pericoloso terrorista…).
Ma qui, negli articoli a seguire, vorremmo estendere il tema: cioè della convivialità sociale con culture diverse, e dei tentativi che si possono fare per creare una società che rimanga sì italiana, veneta o lombarda o di qualsiasi altra cultura regionale, ma sia allo stesso tempo plurietnica e di convivenza pacifica (posto che le regole giuridiche, i diritti e i doveri, siano uguali per tutti, a prescindere) (a tal proposito bellissimo è lo striscione cartello manifesto sull’invito a “donare il sangue” che Vi offriamo nella parte alta di questa pagina).
E per questo abbiamo inserito tra gli articoli qui presenti un interessante reportage-diario di Paolo Rumiz sulla convivenza architettonica “campanili – minareti” in quelle città “di confine” religioso dove l’elemento plurietnico, in alcune loro fasi storiche di vita, ha dimostrato di saper convivere magnificamente (Sarajevo in primis, Gerusalemme, Istanbul…) (torneremo presto a parlare di Sarajevo in questo blog, perché è –o è stato- un modello geograficamente interessante di convivialità urbana). E facendo capire che la “pluri-religiosità e molteplicità di culture” è elemento di arricchimento delle persone. E che lo “scontro” è cercato (pianificato) da chi cerca la guerra per la guerra, spesso per disagio personale, o collettivo della propria comunità di provenienza, rifiutando di inventarsi e perseguire un progetto presente e futuro di vita compatibile con il proprio rinnovamento e le proprie origini. Leggi il seguito di questo post »










