Europa SOS Razzismo – Il primo dicembre è entrato in vigore il Trattato di Lisbona: non negli Stati Uniti d’Europa ma in un’Europa divisa in (piccole) patrie, tra chiusure e razzismi espressi o incombenti, dove i destini del mondo si decidono altrove

Giovedì 3 Dicembre 2009 di sebastianomalamocco

Mario Ballotelli, giovane calciatore assai bullo e forse antipatico, ma non per questo dev’essere vittima di continui episodi di razzismo (sintomatici di malessere sociale)…… “Ciò che non gli viene perdonato è di non essere uno dei tanti campioni di colore che arrivano, aiutano a vincere e se ne vanno. Balotelli è nero ma parla bresciano ed è italiano, rivendica la sua identità italiana. E’ il simbolo del passaggio dall’Italia di ieri a quella di domani. E’ questo che manda in corto circuito i razzisti.” (GianAntonio Stella, il Corriere della Sera… vedi tutto l’articolo in seconda pagina)

L’Europa che rafforza da questo dicembre le sue istituzioni, con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, è un’Europa confusa: che comprende la necessità di essere unita con politiche “uniche” (sui problemi internazionali, sull’economia, sull’ambiente…), ma prevalgono le “piccole patrie” e gli individualismi di ciascuna nazione. Sul tema dell’immigrazione manca una politica di sviluppo dei paesi poveri (buona parte dell’Africa se la stanno comprando i cinesi…) e ci si muove solo con respingimenti a volte crudeli (lasciando al loro destino naufraghi, o nella mani di un paese che non riconosce le regole del diritto internazionale, come la Libia).

   Un’Europa dove episodi di razzismo, di xenofobia si moltiplicano (ma questo accade quando non c’è una prospettiva chiara, un progetto futuro innovativo pur saldamente basato su quei principi di “libertà, uguaglianza, fraternità” sorti proprio in Europa dalla rivoluzione francese).  Diamo qui conto di questa nuova stagione che si apre nei suoi effetti contrastanti, tra il positivo e il negativo (il trattato di Lisbona che rinsalda le istituzioni europee, ma il diffondersi del razzismo e delle chiusure a volte xenofobe nei confronti degli immigrati, dei poveri, o di chi ha la pelle nera… la voglia di aprire un’altra era sul tema ambientale –l’Europa spinge perché si ottengano risultati positivi dall’imminente Conferenza di Copenaghen- e la totale assenza di una politica estera unitaria sui grandi problemi del mondo – è da sperare nella nuova figura di Ministro degli Esteri, la baronessa inglese Ashton a cui è affidato il duro compito di creare una politica internazionale europea-).

  

No della Svizzera ai minareti

E l’episodio del referendum svizzero, che ha bocciato la possibile costruzione di minareti nel suo territorio, imbarazza e crea preoccupazione nelle forze europee: si teme una catena di episodi, manifestazioni, petizioni, referendum che vengano a copiare quanto è accaduto in Svizzera.

   Su tutto questo (il pessimismo della ragione…) predomina la speranza che il pur lento processo di unificazione europea riesca a tirar fuori le grandi risorse (umane, democratiche, di intelligenze, di solidarietà…) di cui è ancor vivo il suolo europeo (l’ottimismo della volontà…).

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TRATTATO IN VIGORE, L’EUROPA RIPARTE DA LISBONA

di Luigi Offreddu, da “Il Corriere della Sera” del 2/12/2009 

BRUXELLES – Battesimo con fuochi d’artificio sulle sponde dell’Atlantico, ieri notte, per l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, la «Costituzione leggera» dell’Unione europea.      Che promette molte cose: snellirà una macchina troppo complessa, così almeno si spera; e rafforzerà l’Europarlamento, che potrà vagliare molte decisioni prese dal Consiglio dei ministri dell’Unione. Leggi il seguito di questo post »

I privati entrano nella gestione della pubblica ACQUA: pericoli e paure (motivate) che un bene primario (comune) non sia più bene di tutti

Lunedì 30 Novembre 2009 di sebastianomalamocco

da www.ecoblog.it

   Nella gestione della distribuzione dell’acqua ora potranno entrare soggetti non pubblici. Nella riforma dei servizi pubblici locali proposta dal Governo è stato definitivamente approvato il cosiddetto”Decreto Ronchi” (con voto di fiducia di Camera e Senato il 19 novembre scorso) che prevede, tra varie cose, la liberalizzazione dei servizi pubblici locali, compresa la gestione delle risorse idriche. In realtà riguarda solo tre servizi: appunto l’acqua, poi i rifiuti e i trasporti locali. Interessante notare che sono stati depennati da questa possibilità di far entrare soggetti privati altri tre servizi: le farmacie comunali, la distribuzione del gas naturale e il trasporto ferroviario regionale. Da ciò che è stato considerato come possibile gestione privata a ciò che è rimasto totalmente pubblico, pare di capire che si cercano capitali privati per servizi che hanno la necessità di una forte riorganizzazione delle infrastrutture, degli impianti (ma ne parliamo di questo tra poco).

   Pertanto, tornando all’acqua, e sintetizzando il decreto (che qui alla fine pubblichiamo l’articolo di legge che ci interessa, il 15) l’affidamento diretto (senza gara) del servizio di erogazione dell’acqua potrà essere mantenuto da consorzi, municipalizzate e altre strutture pubbliche se al loro interno sarà inserita  una partecipazione privata con almeno il 40 per cento, cioè entrerà un socio privato industriale (non solo finanziario!) con compiti di gestione. Se ciò non accade si va a una pubblica gara e può vincere un’impresa privata o una pubblica (cioè chi farà le condizioni migliori).

   Un bel problema inserire tout-court un socio privato almeno al 40% per municipalizzate, consorzi, etc.! Perché questo porta a rivedere molte strategie, rapporti: in primis il privato non interviene in un’impresa per rimetterci (a prescindere dallo scopo sociale dell’impresa); il privato è per sua natura portato a realizzare un profitto (giustamente). E l’acqua non è un “prodotto” o un “servizio” come un altro. Vedremo cosa accadrà di questi “inserimenti privati” di ben almeno il 40% di privati.

   Secondo chi ha voluto e approvato queste legge ciò porterà a maggiore efficienza in servizi (acqua, rifiuti, trasporto locale) malati da sempre di sprechi e inefficienza (e rendite di posizione parassitarie: ricordiamo i consiglieri di amministrazione di nomina politica lottizzati e spesso super pagati; e le clientele che ci sono…). Ma è un intento quello del legislatore, a nostro avviso, prima di tutto di tentare di coinvolgere i privati nella “patata bollente” di servizi che han bisogno di un sacco di soldi (e riorganizzazione) per funzionare nei prossimi anni, e decenni. Sia chiaro che poi i soldi per il rifacimento degli acquedotti li tireranno fuori (tutti e anche il profit privato) i cittadini, pagandoli nella tariffa domestica (o commerciale, industriale…): ma allora loro (cittadini) se la prenderanno con il privato e non con il politico di turno che non dovrà sopportare soccombenti impopolarità. 

   A proposito dell’erogazione dell’acqua ricordiamo che la maggior parte degli acquedotti sono obsoleti, con manufatti (condutture) in cemento-amianto (se venisse fuori da qualche studio che l’amianto non fa male solo ai polmoni…sarebbe un bel problema), che perdono per strada quasi la metà dell’acqua che trasportano nelle abitazioni (per non parlare poi dell’uso di quell’acqua buona, pulita, potabile che il sistema di erogazione idraulica porta a far usare nella maggior parte nello sciacquone del water (non esiste in pressoché tutte le case un doppio canale di erogazione con acqua da riciclo).

   E, tra i fautori del decreto, si insiste col dire che la proprietà dell’acqua resta pubblica (un apposito emendamento al decreto in questo senso è stato accolto). Non si può non dire che gli argomenti adotti per privatizzare (o far partecipare il privato) nei servizi pubblici non abbiano una loro seria ragione.

manifestazione a Roma per l'acqua pubblica

   Ma fa lo stesso impressione e crea vera preoccupazione pensare a una ditta privata (magari una multinazionale, senza “figure fisiche” identificabili, magari di un azionariato diffuso e anonimo; senza persone con le quali potersi confrontare) che gestisce un servizio. E magari c’è qualcuno, povero, in difficoltà, che non ce la fa a pagare, e allora che si fa? Si toglie il servizio, l’acqua?  … Di questi dubbi e perplessità ne abbiamo parlato nel settembre scorso in occasione della prima emanazione del decreto Ronchi.

http://geograficamente.wordpress.com/2009/09/12/la-privatizzazione-dell%e2%80%99acqua-e-altri-servizi-alla-persona-e-di-fatto-avvenuta-come-ora-la-comunita-puo-garantire-i-cittadini-nella-tutela-di-servizi-fondamentali/

   Ribadiamo qui i nostri dubbi e le nostre preoccupazioni. Inanzitutto è aleatorio dividere il ruolo di proprietario dell’acqua (pubblico) e il possibile gestore privato: chi gestisce e ha il possesso del bene ne è anche, seppur temporalmente, il vero proprietario. Poi è vero che ci saranno (già ci sono) promesse per dettagliare il più possibile i bandi di gara, al fine di creare garanzie affinché a nessuno sia tolto il diritto all’acqua (bisognerebbe sicuramente prevedere un minimo vitale d’acqua quotidiano per ciascun individuo, a prescindere dalla riscossione di tributi… ma a volte c’è chi ha più bisogno, chi meno…). Ma poi va quasi sempre a finire che le gare, i bandi, restano incompleti e carenti, che non si può prevedere e regolamentare tutto. A questo proposito manca pure un’ “Autorità di controllo, di garanzia”. Chi regola questo settore? Chi sta attento che il “bene acqua” sia gestito senza fenomeni di sopraffazione verso qualcuno? Leggi il seguito di questo post »

Geolibri – “Leggere il tempo nello spazio” di Karl Schlogel – quando la geografia si pone l’obiettivo di salvare il mondo

Venerdì 27 Novembre 2009 di sebastianomalamocco

Il mercato centrale di Sarajevo. Luogo di armonia e incontro, tra il convivere di chiese cristiane, moschee, sinagoghe. E il 5 febbraio 1994, qui i cecchini filo-serbi che sparavano dalle colline sulla popolazione inerme (che qui cercava di procurarsi pane e poche possibili vettovaglie), hanno colpito con vari proiettili di artiglieria questo mercato, con 68 morti e oltre 200 feriti tra la popolazione bosniaco musulmana

La bellezza dell’Europa. L’Europa non è stata soltanto l’area della terra bruciata e dello sterminio degli ebrei, bensì anche un continente di incredibile varietà e di inimmaginabile ricchezza. La potente ispirazione a creare la nuova Europa non è affatto possibile senza l’ispirazione della sua ricchezza e della sua bellezza. L’Europa nasce prima di tutto non per paura a come reazione a una minaccia, bensì perché è qualcosa, rappresenta qualcosa. Non sono soltanto la sua letteratura in molte lingue, i suoi idiomi e la sua arte, ma anche e in particolare il suo paesaggio e le città che vi sorgono. Da tali paesaggi trapela tuttora che sono stati paesaggi plurietnici e che ancora lo sono in elementi spuri, che sono il risultato di complicate ibridazioni e situazioni conflittuali che si danno soltanto in queste forme, che rappresentano microcosmi culturali, ancora presenti con tale vivezza di colori soltanto nelle città del Nuovo mondo. Non è facile parlare sinteticamente di Vienna e Trieste, della Bucarest dell’architettura moderna, della Praga di Carlo IV, della Mosca di Fedor Sehtel, della San Pietroburgo di Sergej Djagilev e della Cracovia della cosiddetta età dell’oro senza scivolare nel kitsch e nella nostalgia. Ma anche senza scadere nell’idealizzazione romantica, occorre insistere sulla ricchezza dell’Europa prima della sua violenta disibridazione e della pulizia etnica per trovare un punto fermo su ciò che l’Europa può riuscire a fare. Non riguarda soltanto le grandi metropoli cosmopolite, ma anche i centri delle province europee. Come si può essere europei senza mai essere stati a Riga? Come si può parlare della ricchezza dell’Europa senza pensare ad Odessa? Non bisogna aver sentito nominare almeno una volta Gran Varadino o aver letto qualcosa su Salonicco? Si può essere per l’Europa in coscienza e pienamente convinti soltanto quando si sa qualcosa della sua ricchezza e della sua bellezza.    (da “LEGGERE IL TEMPO NELLO SPAZIO – saggi di storia e geopolitica”, di Karl Schlogel, ed. “Bruno Mondadori”, 24 euro).

Karl Schlögel è uno dei massimi storici tedeschi. Insegna Storia dell’Europa dell’Est a Francoforte sull’Oder presso l’Europa-Universität Viadrina. In questo libro, che qui vi proponiamo, si propone di mostrare che lo spazio è una dimensione essenziale della Storia, in cui l’uomo lascia i suoi innumerevoli «geroglifici». Schlogel cerca di mostrare continuamente (in questo scritto che è un saggio di storia e geopolitica, ma anche in altri scritti, mai pubblicati in Italia, e nei suoi articoli su giornali: ve ne abbiamo proposto uno tempo fa su questo blog: http://geograficamente.wordpress.com/2009/03/30/viaggio-senza-meta-in-uneuropa-finalmente-unita-nonostante-tutto/ ), cerca di individuare la bellezza storica, delle origini, dell’Europa, malgrado tutto, oltre gli orrori delle guerre mondiali del ‘900 (scatenate da paesi europei), oltre lo sterminio nazista degli ebrei e altre minoranze; oltre la recente terribile guerra civile e “pulizia etnica” balcanica.

   Il luogo dove è accaduto qualcosa diventa significativo di una storia, di un percorso, spesso doloroso. Nei vari capitoli (ognuno a sè, ma tutti col filo conduttore dell’importanza che viene ad assumere il “luogo”) si parla di Berlino e del muro che la divideva; di Sarajevo sotto il tiro dei cecchini serbi nella prima metà degli anni ’90, vista attraverso una vecchia carta di quelli anni; si parla appunto della tragedia della deportazione nazista, attraverso gli orari ferroviari dei convogli del Reich (terribile). Oggetti, carte, strade, città, quartieri, posti di “normalità” che sono stati palcoscenici di vicende molto spesso assai dolorose.

   Schlogel si concentra molto sulla necessità di leggere le carte, cioè sull’importanza della cartografia, come forma di rappresentazione dello spazio. E se uno spazio è sì NATURA, poi ARTIFICIO UMANO (l’uomo che lo ha cambiato in qualche modo), ma poi che è anche ACCADIMENTO (cioè ciò che è accaduto e sta accadendo in quel luogo), l’autore sembra voler dire che dobbiamo avere la capacità di “leggere” il luogo che viviamo, o percorriamo, o attraversiamo, e che siamo lì più o meno per caso. Lo dobbiamo vedere, quel luogo, con quello che c’è stato in passato, quel che è oggi e quel che possiamo immaginare potrà essere in futuro: nel bene o nel male, ma il pensiero geografico cerca di simulare sempre la necessità che un luogo sia sempre migliore in futuro di quel che è oggi o è stato in passato, negli accadimenti umani e nel suo essere paesaggio.

   Il libro ci sprona ad analizzare un orizzonte storico nuovo, la necessità di studiare la storia nei suoi documenti materiali e spaziali. Ci ricorda come non sia necessario consumare le scale di un Archivio di Stato per sorprendere il passato e vagheggiare altre dimensioni. Possono bastare alcune tracce di un tempo addormentato. Basta saperle leggere queste tracce per scoprire cosa può essere successo in un frammento di passato che ci ha fatti diventare quali adesso siamo. Basta lo scontrino di un caffè come documento storico. Bastano i biglietti del metrò, possono essere interessanti come la vita di una persona. Come gli edifici che ci parlano di ieri e raccontano di noi (Giuseppe Marcenaro).
   Il fascino di queste pagine di Schlögel sta nella sua scrittura. Più di un saggio storico o estetico, si tratta di un’opera letteraria tout-court, senza bisogno di altre etichette e qualificazioni accademiche. Tutto questo lo si intende bene nella bellissima recensione di Giuseppe Marcenaro, scritta per “La Stampa Tuttolibri” del 17 ottobre 2009. E qui ve la proponiamo. Poi, di seguito tentiamo di approfondire il discorso dei luoghi, e dell’importanza della lettura geografica di essi, attraverso un articolo apparso su “il Sole 24ore”, sull’anniversario della caduta del muro, di Robert Kaplan, dal titolo “La rivincita della geografia”.

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Karl Schlogel «Leggere il tempo nello spazio» facendo rivivere frammenti perduti che ci svelano chi siamo stati. Sul marciapiede rintocca la Storia

di GIUSEPPE MARCENARO, da “la Stampa” del 17/10/2009 (Tuttolibri)

   E’ vero. La storia si «legge» anche sulle arenarie dei marciapiedi. Leggi il seguito di questo post »

Europa – Il primo dicembre entra in vigore il Trattato di Lisbona: sarà una possibilità di rilancio di un’Europa che pare irrimediabilmente sul viale del tramonto? (mentre accanto al “G2 – Usa e Cina” crescono India, Brasile, e altri grandi paesi giovani e motivati allo sviluppo innovativo…)

Mercoledì 25 Novembre 2009 di sebastianomalamocco

Europa dal satellite

Il basso profilo delle due personalità che rappresenteranno nel mondo l’Unione europea per due anni e mezzo a partire dal primo dicembre (presidente del Consiglio UE il belga Herman Van Rompuy; rappresentante per la politica estera e di sicurezza l’inglese Catherine Ashton) denotano che gli Stati nazionali (27) che compongono l’Unione Europea non vogliono perdere le loro prerogative di “unicità” nei confronti del mondo Una rendita acquisita nei secoli (leggete il bellissimo articolo sull’argomento “come è nato il nazionalismo negli stati europei” che qui, nella parte finale, abbiamo messo di Paolo Mieli, da “il Corriere della Sera”).

Ma gli analisti geopolitici (che tutti concordano che l’Europa è irrimediabilmente fuori dai processi di trasformazione e autorevolezza del mondo, che ora ha altri protagonisti) pensano anche che in fondo il processo, seppur troppo lento, di unificazione, per arrivare a quella che potremmo utopisticamente (ma realisticamente) chiamare “Stati Uniti d’Europa”, questo processo in fondo va avanti, e l’attuazione (finalmente) di quanto previsto dal Trattato di Lisbona, seppur con personaggi “modesti” come leadership al comando, è un passo positivo.

Resta il fatto che, nello sviluppo geopolitico dell’ “Europa unita”, a noi piacerebbe una spinta più decisa in questo senso. Come il “Movimento Federalista Europeo” auspica (e porta avanti in tante iniziative) tre sono i punti fondamentali dove l’Europa potrebbe rafforzarsi in uno spirito unitario e da subito tornare ad essere un soggetto fondamentale per il mondo. E qui cerchiamo sinteticamente di esporli. Leggi il seguito di questo post »

I territori pedemontani e montani ora abbandonati – Il caso VALSTAGNA (provincia di Vicenza): la possibilità di un recupero ambiental-economico, non dimenticando i segni di guerra

Lunedì 23 Novembre 2009 di sebastianomalamocco

il comune di Valstagna, in Valbrenta, sulla Valsugana

Valstagna è un comune del vicentino di circa duemila abitanti che ben si vede percorrendo la Valsugana pochi chilometri dopo Bassano del Grappa verso Trento. La Valsugana è una valle quasi tutta trentina, che va da ovest ad est, e che nella sua parte finale supera il confine istituzionale di regione entrando nella Provincia di Vicenza, e si restringe tra le montagne, incassata fra l’Altopiano di Asiago e il Monte Grappa, prendendo il nome di Canale di Brenta (dal fiume che scende questa valle di origine glaciale) e sfocia poi appunto nella pianura veneta nei pressi di Bassano del Grappa.

E il comune di Valstagna è appunto una parte di questo restringimento della Valsugana: è ben visibile dalla strada per la sua mirabile bellezza: al di là del Brenta, a ridosso del fiume, il nucleo centrale del paese. Ma dall’altra parte, nell’altro versante, una grandissima cava di calcare-calce scarnifica la montagna.   Pertanto due versanti contrapposti: uno ancora integro (nella parte bassa il bellissimo paese, e sopra si vede la vegetazione in abbandono); l’altro versante (verso il Grappa) è quello segnato dalla grande cava.

Ed è della parte in abbandono, sopra il paese, in direzione dell’Altopiano di Asiago, che vogliamo qui parlare a proposito di Valstagna: paese che si trova a 160 metri sul livello del mare, e la marginalità interessa le aree impervie, senza strada, sopra i 600 metri. E’ in quelle aree abbandonate che si coltivava il tabacco (dal 1600 in poi) e, per questo, si era messo in opera un vasto piano di sistemazione dei versanti a terrazze (qui vengono chiamati masiere). Il tabacco come eredità economica storica che si era aggiunta al commercio del legname. E il centro urbano di Valstagna era sorto sul fiorire dei commerci del legno e del tabacco. Coltivazione di tabacco che ha avuto il momento di crisi a fine ‘800 (prima era favorita dal monopolio del governo di Venezia). Sotto il governo austriaco cala progressivamente. Dal 1866 in poi, con lo Stato italiano, conviene di più coltivare il tabacco in pianura e non in posti “di versante” (anche se in Valstagna il tabacco era più pregiato, “di montagna”, ma l’era industriale impone la quantità sulla qualità…). Nel corso del ‘900 la coltivazione del tabacco è progressivamente ancora calata: dal 1951 (allora 400 ettari coltivati) al 1971 quasi niente. E rimangono le case abbandonate sviluppate in altezza (i piani alti servivano all’essiccazione del tabacco) con tante finestre per far circolare l’aria; i ricordi del contrabbando assai diffuso, nei tempi in cui, prima della Grande Guerra, poco più in là c’era il confine austriaco…

Il progressivo abbandono della parti alte del paese, del versante, anche con la fine del pascolo, hanno portato al sopravanzare del bosco, all’impossessarsi di rovi, robinie e altre piante infestanti di quelle case che ospitavano i lavoratori del tabacco e facevano da magazzino-essiccatoio. E’ il caso di Postarnia, “borgo – luogo – territorio” pressoché abbandonato nella parte più alta di Valstagna. La non più presenza di persone che “vanno su” per lavorare (coltivare e raccogliere il tabacco), o che abitavano lì (sempre con funzione economiche-agricole), ha fatto mancare quel presidio naturale al mantenimento del luogo stesso: se un sentiero (che spesso fa anche da scolo artificiale dell’acqua) frana poco o tanto, nessuno lo ripristina perché nessuno ci passa quotidianamente (non ne fa uso), e così man mano, all’avanzare del bosco selvaggio segue il degrado e la fine delle opere virtuose dell’uomo (e delle donne, erano loro le vere protagoniste del lavoro e dei manufatti costruiti con la fatica dei mezzi rudimentali), come i terrazzamenti (che consentivano il drenaggio dell’acqua), ma anche i sentieri, gli scoli dell’acqua. Leggi il seguito di questo post »

Il vertice Fao di Roma fallito: sicurezza alimentare e sicurezza ambientale (fame e clima) che non trovano la strada del cambiamento – la mancanza di un “sano egoismo” dell’Occidente nel sostenere i paesi poveri

Venerdì 20 Novembre 2009 di sebastianomalamocco

In questa mappa (la fonte è la Fao) vengono illustrati i numeri (in milioni) della popolazione malnutrita mondiale: si può vedere che i dati peggiori appartengono alla regione Asia-Pacifico, seguita dall’Africa sub-sahariana e dall’America Latina

“Jacques Diouf, direttore generale della Fao, ha chiesto 44 miliardi di dollari per la fame (i governi europei ne hanno spesi 3 mila per il sistema bancario in difficoltà…). Anche la lotta alla fame è un interesse strategico. Non si può pensare la fame come un fenomeno che colpisce popolazioni ai margini del consorzio umano.  La grande fame tocca le campagne, arriva nelle grandi periferie urbane, uccide i deboli e i bambini, spopola il mondo agricolo. La sua onda andrà ben al di là dei Paesi in via di sviluppo. Genera instabilità, ulteriore urbanizzazione, immigrazione verso il Nord del mondo. C’ è una complicità tra inefficacia delle azioni e donatori avari, che non sono moralmente in grado di esigere risultati” (Andrea Riccardi, da “il Corriere della Sera” del 17/11 scorso)

Riportiamo qui alcune notizie e riflessione sul fallimento del vertice FAO tenutosi a Roma dal 16 al 18 novembre. Snobbato dai maggiori leader mondiali, che, è chiaro, in un’epoca di crisi economica non vogliono impegnarsi in alcun modo per risollevare le sorti di un miliardo di persone che vivono in condizioni di malnutrizione. Eppure, nel “villaggio globale mondo”, tutto è interconnesso (come ricorsa Andrea Riccardi nello stralcio a un suo articolo che qui sopra riprendiamo). Manca un “sano egoismo” di metter fine alle “morti per fame”; come manca la volontà, e magari una parte di “sacrificio consumistico” per ridurre i nostri sprechi a vantaggio della risoluzione della crisi ambientale sempre più forte del pianeta.

Sviluppare idee e iniziative (culturali, economiche, politiche) sui temi della “sicurezza alimentare” e della “sicurezza ambientale” mondiali, è una necessità non più rimandabile. Il vertice Fao, dicono i più attenti osservatori, non ha solamente deluso per la mancanza di impegni economico-finanziari di sostegno al superamento della fame (20 miliardi di dollari per sostenere lo sviluppo agricolo nei prossimi tre anni erano stati annunciati nel G8 dell’Aquila per i Paesi in via di sviluppo…), ma ancor di più si è rivelato inutile per la mancanza di idee e di un progetto perseguibile per il Sud del Mondo, per la popolazioni in difficoltà. E niente idee, niente proposte e, chiaramente, nessun impegno neanche in termini di tempi, scadenze, per improntare progetti e azioni concrete.

La necessità di un’agricoltura sostenibile (superare le monocolture di sola esportazione); un coordinamento sulla sicurezza alimentare, sul sistema sanitario, sull’acqua per tutti, sulla conservazione ambientale…. la creazioni di strumenti internazionali efficaci… (ora la FAO è inutilmente costosa nel suo mega-apparato; l’ONU è un’istituzione debole…). Il controllo sul prezzo delle materie prime e in particolare delle derrate alimentari…. Tutte operazioni urgenti e preliminari allo sviluppo, affinché tutti possano vivere dignitosamente. La riqualificazione degli enti che operano “per” e “nei” paesi poveri, pare cosa fondamentale (il rilancio della FAO e la sua riorganizzazione con non più sprechi potrebbe, si prospetta, avvenire con una direzione politicamente autorevole: e il nome di Lula, ora presidente brasiliano in scadenza di mandato il prossimo anno, la garantirebbe di certo). Leggi il seguito di questo post »