Geograficamente

conservazioni e trasformazioni virtuose del territorio


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OMAGGIO A GABRIEL GARCIA MARQUEZ, nel momento della sua dipartita – scrittore e osservatore di quel REALISMO MAGICO che appartiene al mondo dell’AMERICA LATINA, pieno di vitalità che segna la felicità e il destino (a volte non buono) della popolazione e dei luoghi di un continente così straordinariamente diverso da tutti gli altri

GABRIEL JOSÉ DE LA CONCORDIA GARCÍA MÁRQUEZ, soprannominato GABO , scrittore e giornalista colombiano, è stato insignito, nel 1982, del PREMIO NOBEL PER LA LETTERATURA. Considerato il maggior esponente del cosiddetto realismo magico in narrativa, ha contribuito a rilanciare fortemente l’interesse per la letteratura latinoamericana. Il suo romanzo più famoso “CENT’ANNI DI SOLITUDINE” è stato votato, durante il IV Congresso internazionale della Lingua Spagnola, tenutosi a Cartagena nel marzo del 2007, come SECONDA OPERA IN LINGUA SPAGNOLA PIÙ IMPORTANTE MAI SCRITTA, preceduta solo da DON CHISCIOTTE DELLA MANCIA di MIGUEL DE CERVANTES (da “la Stampa.it”)

GABRIEL JOSÉ DE LA CONCORDIA GARCÍA MÁRQUEZ, soprannominato GABO , scrittore e giornalista colombiano, è stato insignito, nel 1982, del PREMIO NOBEL PER LA LETTERATURA. Considerato il maggior esponente del cosiddetto realismo magico in narrativa, ha contribuito a rilanciare fortemente l’interesse per la letteratura latinoamericana. Il suo romanzo più famoso “CENT’ANNI DI SOLITUDINE” è stato votato, durante il IV Congresso internazionale della Lingua Spagnola, tenutosi a Cartagena nel marzo del 2007, come SECONDA OPERA IN LINGUA SPAGNOLA PIÙ IMPORTANTE MAI SCRITTA, preceduta solo da DON CHISCIOTTE DELLA MANCIA di MIGUEL DE CERVANTES (da “la Stampa.it”)

Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendìa si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito…. (incipit da “Cent’anni di solitudine”)

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GABRIEL GARCIA MARQUEZ uno dei più grandi e amati scrittori del mondo, è morto giovedì 17 aprile. Era da tempo malato (con l’Alzheimer, aveva 87 anni). Era colombiano e aveva vinto il premio Nobel per la letteratura nel 1982. Il più celebre romanzo di Garcia Márquez, CENT’ANNI DI SOLITUDINE

(http://digilander.libero.it/ilmondodimacondo/centannidisolitudine.pdf ), fu pubblicato per la prima volta nel 1967: qui sopra vi abbiamo dato il magistrale inizio, incipit (si dice che questo “inizio” di romanzo sia il più grande, nella letteratura mondiale): in pochissime parole, righe, Marquez inquadra tutta la storia e la struttura del romanzo.

   Gabo (come veniva chiamato) era già da vivente uno scrittore-mito; lo sarà ancora di più con la sua morte; e la fortuna mondiale della letteratura latino-americana in questi decenni è iniziata grazie a lui. Il New York Times ora lo associa a Dickens, Hemingway, Tolstoj.centanni di solitudine feltrinelli

   La visione fantastica del mondo che Garcia Marquez nei suoi romanzi più famosi ha saputo infondere (L’AUTUNNO DEL PATRIARCA, CRONACA DI UNA MORTE ANNUNCIATA, L’AMORE AI TEMPI DEL COLERA, ma soprattutto CENT’ANNI DI SOLITUDINE) fa parte di un realismo fantastico che fa vedere e interpretare la vita della persone e dei luoghi nel più strepitoso desiderio di rappresentare immaginazione, fantasia, follia creativa, curiosità nella scoperta delle cose, che a nostro avviso appartiene molto alla geografia, al pensiero geografico inteso come osservazione-descrizione del mondo (nel micro e nel macrocosmo), dei luoghi e degli accadimenti, con quel desiderio di dare al realismo delle cose l’interpretazione più curiosa e positiva.

   Il racconto immaginifico del “villaggio Macondo” descritto in Cent’anni di solitudine riunisce in se tragedia e commedia del vivere quotidiano e storico (c’è molto dello spirito “caldo”, nel bene e nel male, della storia dell’America latina), e lo strepitìo dei desideri espressi e portati avanti dai suoi personaggi, sembra essere una terapia di vita per noi tutti che ci piace vedere il mondo con lucida positiva follia ricercandone “futuri possibili” dove poter stare bene, curiosando i luoghi e le persone che incontriamo. (s.m.)

Appena si è diffusa la notizia della morte di Gabriel Garcia Marquez, su Twitter sono comparsi migliaia di messaggi, principalmente con gli hashtag #GraciasGabo e Cien Anos de Soledad, pieni di citazioni ed omaggi alla memoria dello scrittore colombiano, sovrastati da una frase del suo capolavoro, "Cent'anni di solitudine": "Uno non è di nessuna parte finché non ha un morto sotto terra". Un'altra frase di 'Gabo', "Non è vero che la gente smette di inseguire i suoi sogni perché invecchia, è che invecchia perché smette di inseguire i suoi sogni", è stata citata dalla giornalista american Arianna Huffington, mentre un ammiratore colombiano ha segnalato che "Garcia Marquez è morto un Giovedì Santo, come Ursula Iguaran, protagonista del suo capolavoro". Residente, uno dei membri del gruppo hip hop Calle 13, ha sottolineato un'altra coincidenza in un suo tweet: "Ma allora è stato un complotto fra Cheo Feliciano (musicista di salsa morto oggi, Ndr) e Garcia Marquez per portare un pomeriggio di bohème alle mie nonne in cielo....il mondo intero è in lutto". (da ANSA.IT, 17/4/2014)

Appena si è diffusa la notizia della morte di Gabriel Garcia Marquez, su Twitter sono comparsi migliaia di messaggi, principalmente con gli hashtag #GraciasGabo e Cien Anos de Soledad, pieni di citazioni ed omaggi alla memoria dello scrittore colombiano, sovrastati da una frase del suo capolavoro, “Cent’anni di solitudine”: “Uno non è di nessuna parte finché non ha un morto sotto terra”. Un’altra frase di ‘Gabo’, “Non è vero che la gente smette di inseguire i suoi sogni perché invecchia, è che invecchia perché smette di inseguire i suoi sogni”, è stata citata dalla giornalista american Arianna Huffington, mentre un ammiratore colombiano ha segnalato che “Garcia Marquez è morto un Giovedì Santo, come Ursula Iguaran, protagonista del suo capolavoro”. Residente, uno dei membri del gruppo hip hop Calle 13, ha sottolineato un’altra coincidenza in un suo tweet: “Ma allora è stato un complotto fra Cheo Feliciano (musicista di salsa morto oggi, Ndr) e Garcia Marquez per portare un pomeriggio di bohème alle mie nonne in cielo….il mondo intero è in lutto”. (da ANSA.IT, 17/4/2014)

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17/4/2014, il lutto

ADDIO A GARCIA MARQUEZ, MAESTRO DEL REALISMO MAGICO

- Aveva 87 anni, nel 1982 fu premiato con il Nobel per la letteratura. Fra i capolavori “Cent’anni di solitudine”e “L’amore ai tempi del colera” -

da “la Stampa.it” del 18/4/2014

UNA STRADA DI ARACATA (MAGDALENA, COLOMBIA) CITTA' NATALE DI GARCIA MARQUEZ

UNA STRADA DI ARACATACA (MAGDALENA, COLOMBIA) CITTA’ NATALE DI GARCIA MARQUEZ

Citta’ del Messico – Nella memoria di chi lo ha amato risuonerà sempre uno degli incipit più celebri della storia della letteratura: quello in cui il colonnello Aureliano Buendia viene portato dal padre a conoscere il ghiaccio. Sono le prime parole di “Cent’anni di solitudine”, il più celebrato romanzo di Gabriel Garcia Marquez, “Gabo”, morto a Città del Messico a 87 anni.

   Prima di diventare l’autore-simbolo di un’intera generazione, di un continente e di una lingua, il Nobel colombiano è stato per anni un grande giornalista, un «periodista» attento, poetico e duro, dei più drammatici avvenimenti che avevano mutato la mappa di mezzo mondo, dalle rivoluzioni di Cuba e del Portogallo alla tragedia cilena, al Che, ai cubani in Angola, ai montoneros, ai dittatori centroamericani, alla Spagna postfranchista di Felipe Gonzales.

   Nato ad Aracataca, Magdalena, nel 1928, ha mescolato nella sua opera la dimensione reale e quella fantastica, dando impulso allo stile della narrativa latino-americana definito «realismo magico», di cui “Cien años de soledad” (1967) rappresenta un manifesto. Nel 1982 ha ricevuto il premio Nobel per la letteratura.

   Pubblicò “La hojarasca” nel 1955, analisi di un suicidio attraverso il monologo di tre testimoni che portano alla luce vicende e passioni di tutto un paese nel corso di un secolo. Seguirono “Nessuno scrive al colonnello” (1961), “I funerali della Mamà Grande” (1962) e “La mala ora” (1962), romanzo con intenzioni politiche.

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   La sua opera di maggior successo, “Cent’anni di solitudine” è del 1967, nella quale, sullo sfondo di un paese leggendario, Macondo, si intrecciano avvenimenti e fantasticherie, eroismi, crudeltà e solitudine. Ma ciò che più conta nel romanzo è la particolare struttura narrativa in cui la metafora e il mito acquistano valore nel quadro di una nuova visione della realtà. Dopo “Racconto di un naufrago” (1970), il volume di racconti “La incredibile e triste storia de la candida Erendira e della sua nonna snaturata” (1972) e una raccolta di articoli torna al romanzo con “L’autunno del patriarca” (1975), in cui rievoca, con il suo personale lirismo mitico e con accentuato surrealismo, la figura tragico-grottesca di un dittatore sudamericano. La sua produzione, quasi interamente tradotta in italiano, comprende i romanzi “Cronaca di una morte annunciata” (1982), “L’amore ai tempi del colera” (1985) e “Il generale nel suo labirinto” (1989), riflessione sul potere attraverso la narrazione degli ultimi giorni di vita di Simon Bolivar.

MAPPA DELLA COLOMBIA

MAPPA DELLA COLOMBIA

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   Del 1992 è, invece, la raccolta di racconti “Dodici racconti raminghi”, a metà tra realtà e fantasia; “Dell’amore e altri demoni” (1994) indaga, attraverso la storia di una ragazza internata in un convento in quanto ritenuta indemoniata, sull’ineluttabilità e sull’inspiegabilità del sentimento amoroso. Ha poi scritto “Vivere per raccontarla” (2002) e “Memoria delle mie puttane tristi” (2004), un romanzo che racconta la storia di un vecchio giornalista che, a novant’anni, trascorre una notte con una ragazzina illibata, rimanendone piacevolmente sconvolto al punto da incominciare, quasi, un nuovo percorso di vita. La sua attività pubblicistica è stata parzialmente pubblicata in “A ruota libera 1974-1995” (2003). Nel 2012 è stata edita in Italia la raccolta “Tutti i racconti”, che ricostruisce il percorso letterario dello scrittore a partire dalle prime sperimentazioni giovanili.

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   La vita di “Gabo” si intrecciò con le vicende politiche dell’America Latina. Come molti intellettuali della sua epoca difese dall’inizio la rivoluzione castrista a Cuba. Molti gli hanno rimproverato i vincoli con Castro quando il regime cubano aveva iniziato a mostrare il suo volto più crudele. In seguito divenne un simpatizzante di Hugo Chavez.

Gabriel Garcia Marquez con la moglie Mercedes Barcha, sposata nel '58

Gabriel Garcia Marquez con la moglie Mercedes Barcha, sposata nel ’58

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GARCIA MARQUEZ: GLI INCIPIT PIU’ FAMOSI Continua a leggere


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VENEZUELA, un paese confuso e fermo, tra repressione poliziesca e rivolta continua, e che rischia il default – L’AMERICA LATINA (ancora una volta dimenticata dal contesto mondiale in trasformazione) che non trova un suo interno ed esterno equilibrio di pace e sviluppo

Dallo scorso febbraio le COMUNITÀ VENEZUELANE di tutto il mondo si stanno mobilitando per sostenere quel popolo oppresso da un governo che proclama il socialismo e pratica la dittatura. La terra generosa che ha dato lavoro e ospitalità a molti emigranti italiani adesso è sede di un potere ingiusto, che guarda con indifferenza chi non ha più latte, carta igienica e, soprattutto, libertà. La mobilitazione mondiale “S.O.S. VENEZUELA” (vedi il blog “italiano” http://movimentovenezuela.blogspot.it/ ) è nata innanzitutto con lo scopo di informare tutti sulla situazione che sta vivendo quella terra e di unire la voce dei venezuelani sparsi nel mondo. (testo ripreso dal blog www.strettoweb.com/ )

Dallo scorso febbraio le COMUNITÀ VENEZUELANE di tutto il mondo si stanno mobilitando per sostenere quel popolo oppresso da un governo che proclama il socialismo e pratica la dittatura.
La terra generosa che ha dato lavoro e ospitalità a molti emigranti italiani adesso è sede di un potere ingiusto, che guarda con indifferenza chi non ha più latte, carta igienica e, soprattutto, libertà.
La mobilitazione mondiale “S.O.S. VENEZUELA” (vedi il blog “italiano” http://movimentovenezuela.blogspot.it/ ) è nata innanzitutto con lo scopo di informare tutti sulla situazione che sta vivendo quella terra e di unire la voce dei venezuelani sparsi nel mondo. (testo ripreso dal blog http://www.strettoweb.com/ )

   Che dire del Venezuela in profondissima crisi? …con tensioni sociali al massimo, povertà e indisponibilità di cibo e beni di prima necessità dati per acquisiti in qualsiasi altro paese di medie possibilità (la carta igienica che non c’è in vendita….). Il paese latino-americano che si contraddistingue per avere grandi riserve petrolifere, e per vantare una democrazia “socialista” (liberale e aperta rispetto alla dittatura cubana) e che, mettendo assieme le due cose (petrolio e democrazia), si potrebbe immaginare in una situazione ottima ed equilibrata di benessere a disposizione di tutti; cioè una ricchezza da ripartire in modo equo su tutta la popolazione…. Ma così non è. Per niente.

Il VENEZUELA è una repubblica federale. Fu il primo Stato latinoamericano ad emanciparsi dalla Corona spagnola e proclamare la propria indipendenza il 5 luglio 1811. Ha per capitale Caracas. - «UN PAESE DA SOGNO, dove con facilità si riescono ad avere RAPPORTI VERI, SPETTACOLARE da un punto di vista naturalistico, diviso TRA MONTAGNA E MARE. ORA È UN INFERNO, in Italia non avete idea di come la vita di ogni giorno sia legata a un filo. Anche quella della gente comune». (testimonianza di un anonimo italiano residente in Venezuela, da L’Arena del 2/3/2014)

Il VENEZUELA è una repubblica federale. Fu il primo Stato latinoamericano ad emanciparsi dalla Corona spagnola e proclamare la propria indipendenza il 5 luglio 1811. Ha per capitale Caracas. – «UN PAESE DA SOGNO, dove con facilità si riescono ad avere RAPPORTI VERI, SPETTACOLARE da un punto di vista naturalistico, diviso TRA MONTAGNA E MARE. ORA È UN INFERNO, in Italia non avete idea di come la vita di ogni giorno sia legata a un filo. Anche quella della gente comune». (testimonianza di un anonimo italiano residente in Venezuela, da L’Arena del 2/3/2014)

   Dalla morte di Hugo Chavez (nel marzo del 2013), e la conseguente ascesa al potere di Maduro, il suo delfino vicepresidente (dall’aprile dello stesso anno), la situazione del Paese è costantemente peggiorata. Il tasso di inflazione ha superato il 50 per cento, e le riserve valutarie sono state velocemente consumate nel tentativo di evitare collassi peggiori. Ma non è stata la morte di Chavez la causa. Forse son venuti al nodo i problemi di una democrazia improbabile fatta di culto della personalità, massimalismo, inefficienze di una classe dirigente (cooptata su basi ideologiche di appartenenza), e non rispetto di regole certe di garanzia.

   E il VENEZUELA, come del resto l’AMERICA LATINA tutta, è un paese dimenticato, di cui non si parla certo in Europa, e nel resto del mondo. Questo perché l’America Latina non interessa a livello globale neanche con le sue tragedie, nel senso che “è una via di mezzo” su tutto: conflitti e terrorismi sì violenti ma meno di quelli asiatici e del Medio Oriente (dell’Iraq, dell’Afghanistan…); povertà non durissime come invece accade in alcune parti dell’Africa centrale…. E forse più scarso interesse verso di essa (dopo la fine della divisione del mondo in due blocchi) da parte dell’America del nord, gli Stati Uniti… pur anche un minor interesse, nel caso del Venezuela, al suo petrolio, visto che altre fonti “interne”, come lo shale gas, stanno riposizionando gli USA in modo del tutto nuovo rispetto alle realtà planetarie ricche di petrolio meno necessario rispetto a qualche tempo fa.

   E della scarsa visibilità internazionale del Venezuela, e della situazione assai critica che sta vivendo, in Occidente ci si è accorti solo quando a febbraio è stato dato molto risalto dai media internazionali all’uccisione di una miss per strada (Genesis Carmona, uccisa colpita da una pallottola alla testa durante una protesta anti chavista il 18 febbraio scorso). Solo per questo.

GENESIS CARMONA, una Miss di 23 anni, è morta dopo 24 ore di agonia. Colpita da una pallottola alla testa durante una protesta anti chavista il 18 febbraio scorso, era stata portata all’ospedale di Valencia, nello stato di Carabobo, da due manifestanti in moto, ma non c’è stato nulla da fare

GENESIS CARMONA, una Miss di 23 anni, è morta dopo 24 ore di agonia. Colpita da una pallottola alla testa durante una protesta anti chavista il 18 febbraio scorso, era stata portata all’ospedale di Valencia, nello stato di Carabobo, da due manifestanti in moto, ma non c’è stato nulla da fare

   L’inizio degli scontri può essere ascritto al 4 febbraio, giorno in cui hanno avuto luogo le prime manifestazioni studentesche contro il governo di Nicolas Maduro, nello stato di TACHIRA, al confine con la COLOMBIA. Poi le manifestazioni si sono fatte aspre e dure dal 12 febbraio, giorno in cui i manifestanti si sono diretti verso il tribunale di Caracas, assaltandolo con bottiglie molotov, causando una forte repressione da parte della polizia. E poi nell’ultima settimana di marzo scontri tra polizia antisommossa e dimostranti scesi in piazza a Caracas per contestare l’arresto di due sindaci dell’opposizione. In tutto finora si parla di 31 morti, e il ferimento di 461 persone. Arresti di circa 2000 manifestanti che sono stati fermati durante episodi violenti a margine delle proteste.

   L’origine di queste proteste è dato da tre cose in particolare: a) cause economiche, b) un fortissimo tasso di criminalità, e c) una grave carenza di generi di primaria necessità, anche per chi avrebbe i soldi per comprarseli. Le file per il pane, il latte e l’olio, l’inflazione al 57% (la più alta di tutta l’America Latina) e i problemi strutturali che minano la fornitura di acqua ed energia elettrica. Ma c’è qualcos’altro: un contesto politico di scontro tra classi ricche e povere (e sono queste ultime quelle che percepiscono più duramente sulla loro pelle la crisi economica, la carenza di generi alimentari, i servizi sociali che spariscono con la crisi dello stato…).

MAPPA DEL SUD AMERICA

MAPPA DEL SUD AMERICA

   Elementi tipici “organizzati” di stati socialisti di altra epoca: che non riescono a dare regole certe a un pur mercato libero; e con poteri politici che ribadiscono la volontà di “lavorare per il popolo” (e non si può dimenticare che il quindicennio di Chavez ha segnato una diffusione dell’educazione di massa, e di altri servizi che prima il Venezuela non dava alla sua popolazione…), ma che non hanno la capacità di “mandare a casa” la propria classe dirigente quando questa si mostra inadeguata (anche perché si creano le condizioni perché non si formino classi dirigenti alternative).   Un paese il VENEZUELA che forse non è ancora una dittatura, ma che di certo non è più, e da tempo, una democrazia. Forse bisognerà ritornare a porre più attenzione, nella GEOPOLITICA intesa come denuncia del rispetto dei diritti umani, a quello che adesso è l’America Latina, facendola uscire, con i suoi popoli, dal dimenticatoio mediatico di denuncia dei diritti offesi in cui ora è. (s.m.)

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ULTIMORA 12 APRILE 2014: Primo incontro a CARACAS, in diretta televisiva dal palazzo presidenziale Miraflores, tra il governo venezuelano di Maduro e i rappresentanti dell’opposizione antichavista, dopo le proteste con 39 morti e centinaia di feriti, con la mediazione di Unasur (Unión de Naciones Suramericanas, un’alleanza politico-economica fra 12 paesi latino-americani) e il Vaticano.

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VENEZUELA TRA MITO E REALTÀ

da http://www.correttainformazione.it/ , 8/4/2014

- Manifestazioni, repressione, presunto golpe, interferenze occidentali, un calderone che rende sempre più difficile analizzare il Venezuela post Chavez -

   Dal 4 febbraio, giorno in cui hanno avuto luogo le prime manifestazioni studentesche contro il governo di Nicolas Maduro nello STATO DI TACHIRA, AL CONFINE CON LA COLOMBIA, la copertura mediatica, dentro e fuori dal Venezuela, sembra traballare. Continua a leggere


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JACQUES LE GOFF morto a 90 anni – Il PAESAGGIO UMANO e NATURALE EUROPEO, delle LANDE deserte e delle FORESTE (che non ci sono più) popolate e misteriose, raccontato da uno STORICO che dà senso e significato ai luoghi come insieme di “natura – artificio umano – accadimenti storici”

JACQUES LE GOFF

JACQUES LE GOFF

   Vogliamo qui ricordare Jacques Le Goff, morto il 1° aprile a Parigi a 90 anni, che ha modificato la nostra percezione del Medioevo, con uno studio storico, e la sua conseguente esposizione (in libri, all’università, alla radio francese…) più attenta al contesto sociale, alla vita quotidiana delle persone che vivevano nel periodo cosiddetto medioevale (le sue ricerche si sono concentrate in particolare nel XIII secolo, ottocento anni fa). E ha unito storia e geografia, assieme a sociologia e antropologia: per una storia che fosse (sia) dinamica, attenta alle idee, ai costumi, ai modelli economici.

   Perché il “metodo” di Le Goff ci serve? Perché libera una disciplina di conoscenza così importante (la storia) da modi tradizionali, “pesanti”, di intenderla: e ci fa ancora più curiosi di sapere com’era una volta: per poi accorgerci che in fondo tante cose della nostra vita quotidiana assomigliano alla natura dell’uomo di ottocento anni fa. Oppure, mettendola in negativo, perché siamo così antropologicamente cambiati rispetto ai nostri avi da dover ora riconoscerci come degli alieni. Non evoluzione di una specie, ma qualcosa di estraneo al contesto uomo-natura, e inesorabilmente in un declino cui dovremmo in questi tempi porvi rimedio, reagire (ma questa è solo un’estremizzazione negativa).

La LEGGENDA DI VERA CROCE, circa 1380, affresco della Cappella Maggiore di Santa Croce a Firenze, opera del pittore fiorentino AGNOLO GADDI. Racconta la storia della croce sulla quale venne crocifisso Gesù. La versione più nota è quella che fa parte della Legenda Aurea di Jacopo da Varazze, composta nel 13esimo secolo. JACQUES LE GOFF, che E’ STATO UN GRANDE STUDIOSO DI JACOPO DA VARAZZE, disse: «La Leggenda aurea è uno dei libri più importanti del Medioevo. Me ne sono interessato da molto tempo e non ho mai smesso di pensarci”

La LEGGENDA DI VERA CROCE, circa 1380, affresco della Cappella Maggiore di Santa Croce a Firenze, opera del pittore fiorentino AGNOLO GADDI. Racconta la storia della croce sulla quale venne crocifisso Gesù. La versione più nota è quella che fa parte della Legenda Aurea di Jacopo da Varazze, composta nel 13esimo secolo. JACQUES LE GOFF, che E’ STATO UN GRANDE STUDIOSO DI JACOPO DA VARAZZE, disse: «La Leggenda aurea è uno dei libri più importanti del Medioevo. Me ne sono interessato da molto tempo e non ho mai smesso di pensarci”

   E Le Goff si è mosso nel solco della tradizione francese che unisce geografia e storia, sul modello di FERNAND BRAUDEL (grande conoscitore dell’evoluzione del nostro mondo mediterraneo). Come Braudel Le Goff non credeva a nette separazioni tra periodi storici catalogati come diversi: Il Medioevo, il Rinascimento, la Modernità… bisognava secondo lui supe­rare que­sta idea e cogliere nella sto­ria la lunga durata (come anche affermava Braudel) di tanti feno­meni che siamo abi­tuati a pen­sare come pret­ta­mente «medie­vali».

   E Le Goff, dai suoi analitici studi e testimonianze che riesce ad acquisire, mostra di saper “annusare” la vita di ottocento o mille anni fa: la salubrità dell’aria e la fertilità del suolo, l’abbondanza di foreste ricche di miele e luogo naturale di esistenza umana (leggete il suo scritto nel primo articolo di questo post…), ma anche misteriose e piene di insidie. E le nuove città che incominciavano ad affermarsi, l’uscita da un cuneo di riflessione sul futuro dell’umanità.

immagine dal film “IL NOME DELLA ROSA” (di Jean-Jacques Annaud, con Sean Connery) tratto dal romanzo omonimo di Umberto Eco – JACQUES LE GOFF, amico di Umberto Eco, fu coinvolto nella creazione del film come esperto di tutti gli aspetti del periodo medioevale

immagine dal film “IL NOME DELLA ROSA” (di Jean-Jacques Annaud, con Sean Connery) tratto dal romanzo omonimo di Umberto Eco – JACQUES LE GOFF, amico di Umberto Eco, fu coinvolto nella creazione del film come esperto di tutti gli aspetti del periodo medioevale

   Le Goff aderisce all’ANNALES, la rivista fondata nel 1929 da Marc Bloch e Lucien Febvre, che aveva iniziato un nuovo approccio alla storiografia, privilegiando, rispetto alla storia fatta di eventi di re e imperatori (nomi, battaglie, date, trattati politici) una ricerca su tutti gli aspetti di un periodo, in particolare la vita materiale, i costumi, le strutture sociali. E lui era anche un vero affascinante raccontatore, cioè la storia con lui diveniva (diviene) “storia che si legge” con curiosità vera, senza alcuna noia (e questo Le Goff lo faceva da letterato di grandissimo spessore).

   Scriveva sui giornali, aveva una trasmissione alla radio francese, insegnava all’Università, sapeva parlare al grande pubblico senza però mai essere banale o con lo scopo di assecondare i gusti, “vendere” il prodotto: la ferrea disciplina di ricerca storica permaneva, ma in un contesto di leggibilità estrema dei suoi libri e delle suo esposizioni in tutti gli altri modi diversi dai libri. Libri che comunque per il grande pubblico sono ricchi di illustrazioni e di documenti bizzarri, ma che appunto riuscivano (riescono) ad essere leggibili e godibili da tutti proprio perché dietro vi stanno i risultati di lunghe ricerche e magistrale sapienza.

LAVORI CONTADINI NEL MEDIOEVO (dal sito www.mondimedievali.net)

LAVORI CONTADINI NEL MEDIOEVO (dal sito http://www.mondimedievali.net)

   Son quei casi nei quali storia e geografia sono un tutt’uno, un unico progetto di visione del mondo, sia naturale che umano. Il mettere in ordine la “natura originaria” del paesaggio (urbano, della natura, della montagna, della foresta, marino…), con gli “artifici” che l’uomo su di esso ha costruito nel tempo (e già questa è ricerca storica), e infine con gli “accadimenti” storici avvenuti in quel dato luogo (accadimenti che possono essere di vita quotidiana, di costume che cambia, che si evolve…dell’economia….).

   Pertanto non studiando solo gli avvenimenti politici, militari… Tutto questo mette assieme la seria e forse anche faticosa disciplina storica con la visione geografica del mondo (nel micro o nel macro) per far “immaginare” a chi studia e legge creativamente queste esposizioni (racconti, immagini, analisi, considerazioni..,.) possibilità e opportunità di come possa o potrà essere nel presente e nel futuro un dato luogo (biotopo naturale, villaggio, regione, conurbazione urbana, bacino fluviale, nuovo insediamento di ricerca tecnologica, luogo turistico che esprime bellezze naturalistiche e architettoniche diversificate…).

   Dare perciò senso al tutto, con la curiosità, la disciplina scientifica e l’immaginazione di quello che è stato un periodo storico (il medioevo) così appartenente ancora a noi; ben rappresentato da questa bella e importante figura di persona e di storico che è Le Goff, che qui vogliamo onorare. (s.m.)

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UNA DIVERSA IDEA DI STORIA

di JACQUES LE GOFF – da “La civiltà dell’Occidente medievale. Strutture spaziali e temporali (X-XIII secolo)”, 1964 (1981 in Italia, Einaudi Editore) – ripreso da minima&moralia (2/4/2014)

   Quando il giovane Tristano, sfuggito ai mercanti-pirati norvegesi approdò al litorale della Cornovaglia, “con gran sforzo salì fino alla cresta della scogliera e vide che, al di la di UNA LANDA ONDULATA E DESERTA si stendeva UNA FORESTA SENZA FINE». Ma da questa foresta venne fuori un gruppo di cacciatori e il fanciullo si uni a loro. «Allora si misero a camminare conversando, finché scoprirono un ricco castello. Era circondato da praterie, da frutteti, da sorgenti vive, da peschiere e da terre arate».

   Il paese di re Marco non è una terra leggendaria immaginata da un troviero. È LA REALTÀ FISICA DELL’OCCIDENTE MEDIEVALE. UN GRANDE MANTO DI FORESTE E DI LANDE ATTRAVERSATO DA RADURE COLTIVATE, più o meno fertili: questo è IL VOLTO DELLA CRISTIANITÀ, simile a una negativa dell’Oriente musulmano, mondo di OASI IN MEZZO AI DESERTI. Continua a leggere


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PROVINCE “fermate” dalla “legge Delrio” (che non andranno al voto di maggio), istituzione di 9 CITTA’ METROPOLITANE (ma negli obsoleti confini provinciali di città capoluogo), e l’occasione mancata della riduzione dei COMUNI con le FUSIONI – La geografia degli enti istituzionali che cerca di adeguarsi alla contemporaneità (ma i comuni non riescono a diventare CITTA’ e le regioni MACROREGIONI)

VECCHIE E NUOVE PROVINCE D'ITALIA: SARA' LA VOLTA BUONA (che saranno abolite)?

VECCHIE E NUOVE PROVINCE D’ITALIA: SARA’ LA VOLTA BUONA (che saranno abolite)?

   Con l’approvazione al Senato del Disegno di Legge del Ministro Delrio (“Disposizioni sulle città metropolitane, sulle province, sulle unioni e fusioni di comuni”) che di fatto “blocca” il potere delle province, rendendole altresì “enti di secondo livello” (cioè non più a elezione diretta dei cittadini), ebbene questo atto (seppur limitato nella sua portata: cioè non abolisce del tutto le province essendo necessaria una legge costituzionale, e lì l’iter è assai lungo, e non stabilisce a chi vanno assegnati i ruoli attuali delle provincie –Regione, comuni, o altri enti?-) questo atto dicevamo, segna un punto di non ritorno (almeno… il blocco delle elezioni in scadenza di questa primavera è un fatto assai importante: ben 73 enti provinciali sarebbero andati al voto, vanificando ogni tentativo di “fermare” le province).

   Il governo ha poi dato avvio all’iter costituzionale per togliere il nome “province” dalla Costituzione (con un decreto legge del 31 marzo) ma l’abolizione di fatto definitiva sarà proceduralmente molto lunga. E ADESSO TOCCA AI COMUNI E ALLE REGIONI CAMBIARE.

i flussi della CONURBAZIONE - CITTA' METROPOLITANA MILANESE

i flussi della CONURBAZIONE – CITTA’ METROPOLITANA MILANESE

   Vogliamo qui sottolineare che nella nostra proposta di FUSIONE DI COMUNI per costituire AL LORO POSTO CITTA’ di almeno 60.000 abitanti ciascuna (più volte paventata in questo blog…), questo non farà sì che ci sia un “allontanamento” dei servizi ai cittadini per le dimensioni più grandi dell’ente pubblico cittadino. Anzi, il contrario.

   Crediamo che il mantenimento del rapporto diretto con i concittadini che i Comuni ora cercano di avere, passa inesorabilmente con una riorganizzazione “verso l’alto” dell’istituzione comunale: solo comuni (CITTA’) più grandi territorialmente e demograficamente potranno offrire servizi adeguati e a costi sopportabili.

   Una parte (di questi servizi) saranno sì accentrati, cioè quelli nei quali il cittadino non deve confrontarsi con alcun funzionario pubblico (il “back office”: come l’ufficio personale, o la tesoreria, la ragioneria, l’ufficio legale etc.); e invece quei servizi rivolti al contatto con i cittadini (cioè dove necessita un rapporto diretto: l’anagrafe, lo stato civile, l’urbanistica, l’acquedotto…), si potrà/dovrà garantire la presenza in loco degli impiegati addetti (front office), appunto nei luoghi più vicini alle abitazioni (pertanto non solo nei municipi,. Ma ancor più decentrati, nelle circoscrizioni, quartieri, etc.). Accentrare il back office, decentrare il front office.

   E la scommessa sarà quella di allargare ancora di più il front office delocalizzato al massimo anche a servizi “altri” non propriamente “comunali”: come quelli postali, dell’inps, dell’agenzia entrate, delle prenotazioni USL… (la figura di operatori pubblici polivalenti presenti in loco, a contatto diretto con il cittadino, potrà essere la scommessa ulteriore di una revisione virtuosa del rapporto “pubblico-privato” e di un ritorno della istituzioni sui territori).

   Ma per far tutto questo è impossibile attuarlo con medio-piccole amministrazioni comunali cui ora ci ritroviamo (il 75 per cento degli oltre 8mila comuni italiani ha meno di 5mila abitanti; ma anche quelli che ne hanno 10 o 20mila sono ora realtà urbane in grave difficoltà sia economica sia ad esprimere un progetto urbano autorevole sui luoghi di loro competenza).

   Se dobbiamo guardare positivamente alla (finalmente!) “inertizzazione” del ruolo delle province con l’approvazione della legge “Delrio”, dall’altra questo provvedimento legislativo non è certo il meglio che si poteva fare per dare avvio alle 9 città metropolitane previste: il territorio (il perimetro) e le risorse finanziarie di queste istituite città metropolitane coincide con quelle delle vecchie province: e questo è un limite, una cosa nonsense. Non va bene; è una semplificazione forzata.

   Molte province così cambieranno solo denominazione trasformandosi pari pari in città metropolitane. Per dire: nel Veneto era prevista quella che viene chiamata PATREVE, dalle tre città (Padova, Treviso, Venezia) che dovevano essere il cuore dell’area territoriale omogenea che si voleva istituzionalmente che divenisse area metropolitana: per mobilità, scambi commerciali, formazione scolastica, assistenza sanitaria, cultura e ricerca applicata, tempo libero e sport, e quant’altra erogazione di servizi ci sia… E invece si individua come città-area metropolitana solo Venezia e, appunto, la sua provincia.

CITTA’ METROPOLITANE INDIVIDUATE

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   Per questo, la mancata individuazione di vere CITTA’-AREE METROPOLITANE, adeguate ai tempi; e dall’altra la splendida opportunità perduta di RIDURRE I COMUNI ATTRAVERSO LE FUSIONI (da 8.092 quali ora sono si poteva benissimo arrivare a un migliaio, e nei primi progetti del gruppo dell’attuale presidente del consiglio questo era l’obiettivo…), ebbene per questi motivi, pur plaudendo a una realtà legislativa che finalmente è riuscita a scardinare lobbies di potere e rendite di posizione consistenti (almeno finora…) che impediscono alcuna revisione geografica istituzionale territoriale, nonostante questa positività, pensiamo anche che la legge Delrio permetteva di “fare di più”: di andare nei dettagli perimetrali extraprovinciali per le città metropolitane, di passare da troppi comuni all’istituzione di nuove Città frutto della fusione dei medio-piccoli enti locali.

   Ma il processo di riforma istituzionale dei territori andrà avanti, speriamo.

   Perché se città metropolitane devono essere, esse debbono nascere da esigenze e prospettive vere: di vocazione economica, di caratteristiche geomorfologiche comuni, di mobilità interna dei cittadini, di territorio geografico omogeneo.

   E finora in ombra è rimasta le necessità di rivedere, sciogliere, le attuali 20 regioni. Se a nostro avviso ogni territorio nazionale dovrebbe essere compreso in una sua propria area metropolitana (anche i luoghi di montagna, e quelli meno urbanizzati: in questo senso si era coniato il logo “area agropolitana”); e se già adesso esistono città così estese da considerarsi un po’ città-stato (Milano, Roma…), nondimeno tutta questa riorganizzazione per AREE OMOGENEE, efficienti in tutti i servizi, questo potrà avvenire solo con lo scioglimento delle regioni in MACROREGIONI.

   Tornando alla legge “Delrio” approvata e ai comuni, con questa riforma la dimensione minima delle Unioni (di comuni) dovrebbe raggiungere i 10mila abitanti (3mila per le comunità montane). Come dicevamo, occasione perduta, per prevedere normativamente le FUSIONI di comuni.

   Tito Boeri, in un articolo che proponiamo in questo post ripreso da “la Voce.Info”, scrive che il decreto legge emanato è di fatto una legge di rinvio. Rinvia l’abolizione delle province e rinvia il riordino di funzioni e risorse fra i livelli di governo che dovrebbe sostituire i precedenti. E che “mentre il rinvio sul primo aspetto era inevitabile” sul resto si potevano già stabilire meglio dove andavano le funzioni ora svolte dalle province (le strade provinciali, la formazione, le scuole superiori…). E, aggiungiamo noi, la fusione dei comuni in realtà di almeno 60.000 abitanti poteva mettersi in moto ipso facto.

   Ma questa legge approvata dal Senato il 27 marzo scorso (con voto di fiducia…) è in ogni caso un passo in avanti concreto nella revisione geografico-istituzionale della ripartizione territoriale nazionale: e per questo dobbiamo essere soddisfatti di questo risultato. (s.m.)

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UNA SCORCIATOIA OBBLIGATA PER NON TORNARE INDIETRO

QUEL PUNTO DI NON RITORNO: UNA SCORCIATOIA OBBLIGATA PER NON TORNARE INDIETRO

di Gian Antonio Stella, da “il Corriere della Sera” del 27/3/2014

- la prima novità dopo anni di promesse per scardinare le resistenze anche se pesano le incognite - Continua a leggere


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Il CASO VENETO e l’avanzata del POPULISMO in Europa – LA BALCANIZZAZIONE DELL’EUROPA: piccole patrie (REGIONI) che vantano l’INDIPENDENZA nell’epoca della crisi economica e della FRAMMENTAZIONE istituzionale – Un’EUROPA (forte e credibile) DELLE REGIONI, con MACRO-PROGETTI TERRITORIALI, fermerà le follie separatiste?

 

INDIPENDENTISTI VENETI MANIFESTANO IN PIAZZA SAN MARCO

INDIPENDENTISTI VENETI MANIFESTANO IN PIAZZA SAN MARCO

   Premesso che per il referendum per l’ “indipendenza” del Veneto (fatto con 120 seggi sparsi nel territorio, ma in particolare on line) sono stati dati dei risultati di partecipazione del tutto improbabili (2 milioni e 350mila vi avrebbero partecipato e l’89%, cioè 2.100.000 si sarebbero pronunciati per il sì: ma da dati riscontrati la partecipazione pare non abbia superato i 100.000 veneti, più di 20 volte di meno del dato dichiarato!), premesso questo, lo stesso la situazione di disagio e “rivolta” sembra esserci davvero (in Veneto, ma non solo).

   Pertanto se il referendum veneto tenutosi nelle scorse settimane sarà sproporzionato (lo è sicuramente), i sondaggi (come quello Demos di Ilvo Diamanti, che in questo post vi proponiamo in un articolo) confermano il disagio, la frustrazione (per un’economia che non va più, per fabbriche, laboratori, negozi che chiudono…), lo straniamento veneto verso lo stato centrale.

REGIONI D'EUROPA

REGIONI D’EUROPA

   E in Europa non è solo il Veneto a incazzarsi contro un paventato centralismo burocratico delle stato nazionale: altre regioni italiane paventano lo stesso malessere, come la Sicilia e la Sardegna; e poi ci sono le cose ancor più “serie”, cioè concrete, come la Catalogna in Spagna, la Scozia in Gran Bretagna, le Fiandre in Belgio, che si approssimano a “regolari” referendum (non come in Crimea, dove comunque il risultato parrebbe ineccepibile nel volere l’adesione alla Russia…)…. Pertanto piccole patrie e geografia degli stati nazionali che dimostra una gran voglia di cambiare….

   Cambiare: non si sa come, in che modo. Ma i disagi (economici, di troppe tasse…) portano a veri e propri deliri identitari, speranze che ritornando a contesti del passato tutto ritorni come prima (la lira al posto dell’euro….): cioè si spera che “la piccola patria” risolva il problema del disagio sociale esistenziale. E’ per questo che il Veneto non parla più neanche di Nordest, ma solo di se stesso, che Venezia e Mestre vanno a un nuovo referendum per separarsi l’una dall’altra…. (neanche immaginabile piccole fusioni tra i 581 comuni veneti in entità più adatte ai tempi: ogni referendum che si tiene viene quasi sempre bocciato dai cittadini “paurosi” che qualcosa cambi).

LA SCHEDA ELETTORALE DEL REFERENDUM PER IL VENETO INDIPENDENTE - Secondo i promotori del referendum i votanti sono stati circa 2.350.000. I sì all’indipendenza 2.100.000

LA SCHEDA ELETTORALE DEL REFERENDUM PER IL VENETO INDIPENDENTE – Secondo i promotori del referendum i votanti sono stati circa 2.350.000. I sì all’indipendenza 2.100.000

E’ per questo che politiche geografiche, di revisione istituzionale territoriale, forti ed efficaci, sono messe inesorabilmente in crisi dal contesto attuale: tanto dal dover rinunciare a immaginare Macroregioni europee autorevoli e funzionali a territori che mostrano analoghe vocazioni economiche, sociali, culturali, di mobilità interna dei loro abitanti… Macroregioni che si integrano e interloquiscono tra loro in una forte, unitaria, solidale (e più che mai federalista) Europa… il caos istituzionale di adesso richiede perlomeno che le bocce delle proposte (che anche noi abbiamo tentato di fare) siano ferme.

Il 18 settembre 2014 verrà indetto UN REFERENDUM PER LA SECESSIONE DELLA SCOZIA DAL REGNO UNITO. Gli scozzesi andranno al voto per rispondere a un’unica domanda: “La Scozia dovrebbe essere un paese indipendente?”. I sondaggi dicono che perderanno. (da “il Fatto Quotidiano”)

Il 18 settembre 2014 verrà indetto UN REFERENDUM PER LA SECESSIONE DELLA SCOZIA DAL REGNO UNITO. Gli scozzesi andranno al voto per rispondere a un’unica domanda: “La Scozia dovrebbe essere un paese indipendente?”. I sondaggi dicono che perderanno. (da “il Fatto Quotidiano”)

   Pertanto i sommovi- menti in Europa (dalla Crimea che entra nella federazione russa, ai referendum che ci saranno in Scozia e in Belgio –quest’ultimo spaccherà il paese con l’allontana- mento della ricca parte nord delle Fiandre-, e la Catalogna in Spagna che vuole affrancarsi da Madrid…), questi sommovimenti sono una cosa veramente seria, da non sottovalutare, che potrebbero sfociare in un caos doloroso (di nuova guerra civile europea, magari a macchia di leopardo su vari territori); sommovimenti, e “scontenti”, che richiedono sforzi e politiche accorte per prevenire disastri possibili di qui ai prossimi mesi e anni (come invece è accaduto all’inizio degli anni ‘90 del secolo scorso con lo smembramento della ex Iugoslavia).

   E poi: dove volete che possano andare (fare) da soli questi staterelli che è possibile si formeranno? …In un momento “globale” in cui è necessario aggregarsi, ci si frammenterà ancor di più…

   C’è pertanto un desiderio di separarsi per sottolineare un disagio, un progetto di società mancante per il presente e il futuro. Ma si sa già che, se accadesse di “ritrovarsi indipendenti”, ci sarà la necessità immediata di riaggregarsi in modo diverso all’interno di entità nuove; di trovare qualcuno, più grande e potente, che quel progetto territoriale (economico, sociale, politico) ce l’ha, lo esprime (in questo senso la scellerata annessione della Crimea alla Russia sancita da un referendum-plebiscito risolve per la Crimea all’origine la cosa: cioè ci si aggrega alla “madre-Russia” sperando che Putin porti quel benessere che mancava).

   Nel contesto della frammentazione e del voler andarsene di territori (regioni) di stati nazionali europei, la soluzione “virtuosa”, come dicevamo, sarebbe quella di stabilire il progetto di un’ “Europa delle regioni”, dove poter valorizzare in ciascuna (macro-regione, o “città-stato” nel caso di grandi metropoli) le grandi specificità (culturali, ambientali, industriali, agricole, turistiche, delle nuove tecnologie innovative, della ricerca…); riscoprendo valori e contatti positivi tra popolazioni (giovani che fanno un anno di servizio civile europeo, che viaggiano e imparano lingue e tradizioni; anziani che fanno sì i turisti ma che mettono anche a disposizione le loro conoscenze ed esperienze; centri di ricerca comuni europei sulle nuove tecnologie; volontariato dentro e fuori d’Europa come segno civico della solidarietà con i più deboli; difesa del paesaggio e dall’inquinamento di associazioni e gruppi per forme alternative nuove di vita, a impatto zero…). Esprimendo solidarietà e una politica comune con le altre parti del mondo.

   Ma per fare un’ “Europa delle Regioni” servono le Regioni (cioè entità “vere”, di spessore, e non territorialmente inadeguate, burocratiche e autoreferenziali come sono adesso le regioni italiane…) e serve l’Europa (che adesso “non c’è”).

   Lo spirito dei padri fondatori, del “manifesto di Ventotene” di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, scritto e pensato nel confino (anti)fascista dell’omonima isola del Lazio meridionale in piena guerra civile europea (nel 1941), può essere, con gli opportuni strumenti di modernità dati dal nostro presente, un efficace ritorno concreto alle origini vere della costruzione di un’Europa che si immaginava federalista; e così in grado di dare risposte vere, accogliendo positivamente e risolvendo disagi e spaesamenti delle singole regioni europee per le quali i vetusti stati nazionali stanno stretti. (s.m.)

IL 9 NOVEMBRE 2014 CI SARÀ IL REFERENDUM SULL’AUTONOMIA CATALANA DA MADRID

IL 9 NOVEMBRE 2014 CI SARÀ IL REFERENDUM SULL’AUTONOMIA CATALANA DA MADRID

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MAPPE

DALLA CRIMEA AL VENETO E ALLA SCOZIA: IL RISCHIO DI RIDISEGNARE LA GEOGRAFIA

di Pierluigi Battista, da il Corriere della sera del 23/3/2014

   Morire per la TRANSNISTRIA, dopo aver sfiorato l’apocalisse con la CRIMEA? E quando dovremo esibire i passaporti per visitare TREVISO dopo la simbolica secessione on line del VENETO? Del resto, c’è poco da scherzare. Nessuno conosceva le peripezie etnico-nazionali del KOSOVO prima della dissoluzione della JUGOSLAVIA: e dopo qualche anno è stata la guerra.

   La mistica delle PICCOLE PATRIE riattizza il culto delle radici e dei sacri confini. L’uso politico della geografia non promette mai nulla di buono. E dall’esplosione di Stati e imperi, gli umori indipendentisti incrociano sempre il riaffiorare delle logiche da grande potenza.

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LA RUSSIA IN BILICO tra ritorno a un impossibile passato di contrapposizione tra blocchi, ed EMARGINAZIONE GEOPOLITICA che segnerà la fine di Putin e della sua classe dominante – LA CRISI “UCRAINA – CRIMEA”, accadimento pericoloso ma importante per una ridefinizione degli equilibri mondiali – Il possibile RUOLO dell’EUROPA come motore di sviluppo e pace

NIDO DI RONDINE (in russo: Ласточкино гнездо, Lastočkino gnezdo; in ucraino: Ластівчине гніздо, Lastivčyne hnizdo) è un castello decorativo vicino a JALTA, in CRIMEA. Fu costruito in stile neogotico fra il 1911 e il 1912 vicino a Gaspra, su una scogliera a strapiombo sul mare (40 metri di altezza) ed è opera dell'architetto russo Leonid Sherwood. Il castello domina il CAPO DI AI-TODOR sul MAR NERO e sorge a poca distanza dalle rovine dell'accampamento romano di Charax. Nido di rondine è uno dei monumenti più visitati della Crimea ed è divenuto il simbolo della costa meridionale della penisola. (foto e testo dal sito: http://isolafelice.forumcommunity.net/)

NIDO DI RONDINE (in russo: Ласточкино гнездо, Lastočkino gnezdo; in ucraino: Ластівчине гніздо, Lastivčyne hnizdo) è un castello decorativo vicino a JALTA, in CRIMEA. Fu costruito in stile neogotico fra il 1911 e il 1912 vicino a Gaspra, su una scogliera a strapiombo sul mare (40 metri di altezza) ed è opera dell’architetto russo Leonid Sherwood. Il castello domina il CAPO DI AI-TODOR sul MAR NERO e sorge a poca distanza dalle rovine dell’accampamento romano di Charax. Nido di rondine è uno dei monumenti più visitati della Crimea ed è divenuto il simbolo della costa meridionale della penisola. (foto e testo dal sito: http://isolafelice.forumcommunity.net/)

LA BELLEZZA DELLA CRIMEA, DOVE ČECHOV DICEVA «NON È MAI INVERNO» – Anton Čechov, malato, si trasferì in Crimea nel settembre 1898. Scriveva al fratello: «Qui a Yalta, non è mai inverno». Nel 2013 il National Geographic aveva indicato la Crimea come una delle migliori mete dove trascorrere una vacanza (da www.linkiesta.it)

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   La situazione in Crimea, con l’annessione alla Russia dopo il referendum del 16 marzo contestato dai paesi occidentali (nel quale il 96,6% della popolazione si sarebbe pronunciata per un sì al distacco dall’Ucraina); e l’accelerazione immediata di Putin che ha firmato al Cremlino (con i leader politici indipendentisti della Crimea) l’accordo per l’ingresso della penisola nella Federazione Russa, tutto questo ha messo scompiglio e crisi vera nella geopolitica internazionale. Tra quei “referenti occidentali” che non possono accettare un’azione così forte da parte della Russia: in particolare l’America di Obama, ma anche l’Unione europea divisa sì in stati nazionali con politiche estere diversificate, ma che, una volta tanto, UE che dovrà darsi una linea comune, proprio per la situazione assai grave creatasi tra Russia e Ucraina.

   Adesso dovrebbero quindi scattare le sanzioni promesse dai Paesi europei (seppur con toni incerti, frenati dai forti interessi con Mosca): sanzioni come il congelamento dei beni di oligarchi russi con forti interessi economici nel mondo occidentale; più severità nei visti (i turisti super-ricchi russi delle località turistiche potrebbero avere dei problemi…); e provvedimenti ancora più severi, e quindi controversi, negli scambi commerciali.

da wikipedia

da wikipedia

Leve deci­sive, finan­zia­rie, poli­ti­che, personali (del nuovo apparatik della nomenclatura dei nuovi ricchi) da mettere in ginocchio la Russia. Per dire: men­tre Putin man­dava i suoi soldati in Crimea, per tenere minacciosamente sotto controllo la situazione, l’indice di borsa a Mosca crol­lava del 12% in poche ore, creando un vero panico, con una perdita di oltre 60 miliardi di dol­lari (più del costo delle olim­piadi invernali di Sochi).

   Pertanto il problema del passaggio della Crimea dall’Ucraina alla Russia non è solo problema europeo e americano: la Russia rischia molto in questo contesto. La sfida per Putin è pesante. Già ferito dalla perdita dell’Ucraina, si sente minacciato di estromissione dal sistema finanziario occidentale; vede appunto i beni degli oligarchi, amici o nemici, sul punto di essere congelati: i super-ricchi che fanno shopping di ville, aziende, negozi, squadre di calcio e quant’altro nei paesi europei: una cosa a cui stavamo abituandoci. Ora qualche problema lo avranno, e potrebbe segnare la “fine di espansione economica” partita dal loro paese di origine dove hanno conquistato, non si sa come (dalle ceneri del comunismo) ricchezze spropositate.

L’ANNESSIONE DELLA CRIMEA ALLA FEDERAZIONE RUSSA. Con una cerimonia solenne nella sala di San Giorgio del Cremlino il 17 marzo 2014, il presidente russo ha siglato l'accordo con il premier e il presidente del parlamento di Crimea, Serghei Aksenov e Vladimir Konstatinov, sindaco di Sebastopoli (a destra nella foto). L'accordo deve ora essere ratificato dal Parlamento. Poi si dovrà approvare una nuova legge che permetta il riconoscimento di Crimea e Sebastopoli come nuovi soggetti della Federazione

L’ANNESSIONE DELLA CRIMEA ALLA FEDERAZIONE RUSSA. Con una cerimonia solenne nella sala di San Giorgio del Cremlino il 17 marzo 2014, il presidente russo ha siglato l’accordo con il premier e il presidente del parlamento di Crimea, Serghei Aksenov e Vladimir Konstatinov, sindaco di Sebastopoli (a destra nella foto). L’accordo deve ora essere ratificato dal Parlamento. Poi si dovrà approvare una nuova legge che permetta il riconoscimento di Crimea e Sebastopoli come nuovi soggetti della Federazione

   Pertanto la Russia di oggi non è l’Urss di ieri, e nessuno ha più intenzione di emarginarsi in casa, men che meno i ricchi (viene poi qui in mente i giovani delle “primavere arabe”, disposti alla rivolta per “inserirsi a pieno titolo nel “mondo” come i loro coetanei occidentali; forse anche in Russia il ritorno a un possibile isolamento internazionale sarà ben accetto).

   Su questo contesto geopolitico, grave, di questi giorni, vogliamo, nella seconda parte degli articoli proposti in questo post, concentrarci su un tema che a noi pare fondamentale nei prossimi giorni e mesi: L’INTRECCIO TRA LA QUESTIONE ENERGETICA E POLITICHE POSSIBILI NELLA CRISI UCRAINA-RUSSA (come, ad esempio, quale distribuzione di fonti energetiche ci sarà nei prossimi anni?… l’avvento dello SHALE GAS come fonte energetica –pur inquinantissima- che sta sempre più diventando strategica…).

   Le mag­giori com­pa­gnie ener­ge­ti­che della Rus­sia sono di fatto statali. La possibilità di ricattare l’Europa chiudendo i rubinetti del gas e del petrolio, può essere considerata solo una minaccia: perché la riduzione delle esportazioni, met­terebbe in dif­fi­coltà queste compagnie (Gazprom per tutte…) riducendo le entrate. E così signi­fica met­tere in crisi il bilan­cio della Rus­sia.

L'UNIONE EUROPEA DIPENDE PER IL 30% DELLE SUE FORNITURE DAL GAS RUSSO, ma tale percentuale sale drammaticamente nei Paesi dell'ex Patto di Varsavia, per esempio al 70% nel caso dell'industrializzata Polonia (che però sta puntando a sua volta sullo shale gas per emanciparsi da Mosca) e addirittura al 100% per la Bulgaria (grafico ripreso da www.ilpost.it )

L’UNIONE EUROPEA DIPENDE PER IL 30% DELLE SUE FORNITURE DAL GAS RUSSO, ma tale percentuale sale drammaticamente nei Paesi dell’ex Patto di Varsavia, per esempio al 70% nel caso dell’industrializzata Polonia (che però sta puntando a sua volta sullo shale gas per emanciparsi da Mosca) e addirittura al 100% per la Bulgaria (grafico ripreso da http://www.ilpost.it )

   Quasi metà dell’esportazione russa va in Europa, e tre quarti di essa è fatta di gas e petro­lio. E tutto que­sto passa in gran parte dagli oleo­dotti ex sovie­tici che attra­ver­sano l’Ucraina. Una Ucraina lasciata al “nemico”, agli americani (dopo già essersi annessa la Crimea), come pare stia succedendo (difficile pensare a un’invasione di tutto il paese…) signi­fica problemi non da poco nella vendita del gas all’Europa (è pur vero che è partita la costruzione dell’oleodotto “South Stream” che passerà sotto il Mar Nero per evitare proprio l’Ucraina, ma ci vorranno 5 o 6 anni prima che funzioni). E lo “shale gas” americano, la diffusione di perforazioni nel nostro continente (la Polonia sta già iniziando…), l’approvvigionamento dai paesi del nord Africa, potrebbe limitare molto il fabbisogno energetico dalla Russia per l’Europa… Per dire che la Russia di Putin sembra si sia messa in un “cul de sac” con l’acquisizione della Crimea di non facile soluzione, assai pericoloso per lei.

   Ma ancora una volta sorge la speranza di una politica (estera, interna, tutto…) dell’Europa che sia efficace e virtuosa. E’ possibile una politica europea non fatta di interessi contrapposti, ma di giustizia mondiale, di prosperità “cercata” per tutti? Dove quella parte di spirito europeo di cui far vanto derivato dalla propria millenaria storia (di cultura, arte, letteratura, esplorazione del mondo, invenzioni…. -lasciando perdere altre cose, come fascismi, nazismi e cose accadute nel secolo passato-…) sia un simbolo del ritorno occidentale ad esprimere qualcosa di vivido ed esportabile come valore. In un mondo fatto sempre più di etnie che si incontrano e, nella valorizzazione delle differenze, si possono mischiare, come elemento di ricchezza. (s.m.)

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LA NUOVA GUERRA FREDDA DI VLADIMIR

di Ugo Tramballi, da “il Sole 24ore” del 19/3/2014
   Nel suo «Lungo Telegramma» di 5.500 parole, già nel 1946 George Kennan preannunciava i pericoli delle ambizioni sovietiche, esortando tuttavia l’amministrazione americana ad evitare il confronto militare. Il contenimento dell’Urss, consigliava, sarebbe stato più proficuo: essendo la strategia staliniana una continuazione di quella russa, prima o poi anche il sistema sovietico sarebbe appassito come quello zarista.

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TERRA DEI FUOCHI (tra Napoli e Caserta): a rischio solo il 2 per cento del territorio – I rifiuti speciali e tossico-nocivi delle industrie del nord (Italia ed Europa) lì abbandonati in discariche abusive (e bruciati) non avrebbero procurato i danni ambientali che si credeva – un MOTTO DI SOLLIEVO e speranza? o solo un’ILLUSORIA VERITÀ?

[…] poco dopo l’alba, i camion abbandonarono la provinciale e si inoltrarono nella campagna di Nola. In mezzo ai campi coltivati si levava il fumo di numerosi falò. «La terra dei fuochi. Il colore del fumo rivela quali schifezze stanno bruciando» iniziò a spiegare Carla indicando le diverse direzioni. «Nero: residui plastici. Rosso: sostanze fosforose. Invece quello laggiù è azzurrino per la concentrazione di cromo». «Com’è possibile, così alla luce del sole?» domandai indignato. Carla ridacchiò. «Qui comanda la camorra. Adesso hai capito con che razza di gente fanno gli affari Trevisan e Zuglio» (dal libro “NORDEST” di Massimo Carlotto e Marco Videtta, ed. E/O)

[…] poco dopo l’alba, i camion abbandonarono la provinciale e si inoltrarono nella campagna di Nola. In mezzo ai campi coltivati si levava il fumo di numerosi falò. «La terra dei fuochi. Il colore del fumo rivela quali schifezze stanno bruciando» iniziò a spiegare Carla indicando le diverse direzioni. «Nero: residui plastici. Rosso: sostanze fosforose. Invece quello laggiù è azzurrino per la concentrazione di cromo». «Com’è possibile, così alla luce del sole?» domandai indignato. Carla ridacchiò. «Qui comanda la camorra. Adesso hai capito con che razza di gente fanno gli affari Trevisan e Zuglio» (dal libro “NORDEST” di Massimo Carlotto e Marco Videtta, ed. E/O)

   E’ capitato a chi scrive di interessarsi di discariche nella seconda metà degli anni ‘80 nell’(ex) ricco Nordest italiano. Mentre già in quel periodo si metteva in moto, nel Veneto in particolare, uno strepitoso modo di separare e recuperare i rifiuti solidi urbani (ora considerato tra i più ecologicamente efficaci al mondo), la stessa cosa non si poteva dire per i rifiuti speciali e (compresi in essi) quelli tossico-nocivi in particolare, di cui il modello industriale del nordest (allora in pieno boom) produceva in abbondanza, tanto da essere considerati quei rifiuti industriali molto ma molto superiori quantitativamente a quelli urbani (quattro o cinque volte di più).

   Fu allora che incominciarono a essere autorizzate (dall’ente Provincia) e a sorgere discariche di rifiuti speciali (sono “i rifiuti speciali” tutti quelli che non sono “urbani” o scarti edili inerti): si chiamavano discariche 2C, e ve n’erano in abbondanza, tanto da fare arrivare camion da varie parti dell’Italia centrale e meridionale.

    Ma quel che veniva smaltito, di “rifiuto speciale”, non era granché inquinante e pericoloso (almeno…); e già allora tutti pensavano e sospettavano che quei camion ripartivano per il sud “non vuoti”, ma invece carichi di rifiuti di ben altra pericolosità; veleni difficili da smaltire in loco a prezzi bassi per le aziende di  produzione: cioè si sospettava (a ragione, e nessuno smentì mai) che il “vero viaggio” quei camion meridionali lo facessero da nord a sud. Cioè che rifiuti tossico-nocivi andassero verso il sud.

La definizione “TERRA DEI FUOCHI” deriva da una frase utilizzata da Roberto Saviano nel libro GOMORRA, che a sua volta riprende i RAPPORTI ECOMAFIA pubblicati da LEGAMBIENTE. comprende un’AREA molto vasta TRA LA PROVINCIA DI NAPOLI E QUELLA DI CASERTA. In questi posti esistono molte DISCARICHE ABUSIVE, in PIENA CAMPAGNA o LUNGO LE STRADE: quando queste si saturano, per liberare spazio per i rifiuti successivi, VENGONO APPICCATI DEGLI INCENDI. Nel tempo il fenomeno si è esteso a tutta la Campania, giungendo anche nella provincia di Salerno

La definizione “TERRA DEI FUOCHI” deriva da una frase utilizzata da Roberto Saviano nel libro GOMORRA, che a sua volta riprende i RAPPORTI ECOMAFIA pubblicati da LEGAMBIENTE. comprende un’AREA molto vasta TRA LA PROVINCIA DI NAPOLI E QUELLA DI CASERTA. In questi posti esistono molte DISCARICHE ABUSIVE, in PIENA CAMPAGNA o LUNGO LE STRADE: quando queste si saturano, per liberare spazio per i rifiuti successivi, VENGONO APPICCATI DEGLI INCENDI. Nel tempo il fenomeno si è esteso a tutta la Campania, giungendo anche nella provincia di Salerno

   Poi ne vennero inchieste giornalistiche, scrittori “di indagine” di grande livello (come Saviano che ha raccolto le sue osservazioni e il suo certosino lavoro nel celeberrimo libro “Gomorra” pubblicato nel 2006), la stessa magistratura…. individuando nella cosiddetta “Terra dei fuochi” (così chiamata da un’indagine sulle ecomafie di Legambiente e poi ripresa dallo stesso Saviano nel titolo dell’ultimo capitolo di Gomorra), tra Napoli e Caserta… individuando in quell’estesa area campana di più di mille chilometri quadrati di superficie, la caratteristica appunto “dei fuochi”, cioè che qui c’erano di notte (ma anche di giorno), falò di rifiuti che venivano bruciati, che si tentava di eliminare dopo lo scarico dei camion. Il tutto con la supervisione di camorristi improvvisatisi smaltitori (che poi, invertendo i termini, sarebbero diventati imprenditori-smaltitori camorristi, cioè avrebbero organizzato bene, industrialmente l’ “affare”).

   Per dire che alcuni notevoli costi economici di quell’epoca “favolosa” del Nordest (ma si dice di anche altre parti ricche del centro-nord Europa) sono state fatte pagare sulla pelle (la salute dei cittadini e l’ambiente) del Sud.

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   Ora indagini e analisi ordinate all’Agenzia per la Protezione ambientale campana, e a strutture sanitarie nazionali, dicono che in fondo nella “terra dei fuochi” non è così inquinato come si è creduto in questi anni. La mappatura del ministero delle Politiche agricole ha interessato 57 comuni tra la provincia di Napoli e Caserta. Individuati 51 terreni dove verranno effettuati interventi di salvaguardia: 64 ettari di suolo agricolo risultano avvelenati da rifiuti tossico-nocivi. Pari a solo il 2% della superficie totale di quell’area, e allo 0,14% di quella campana. Lo dimostrano appunto le analisi eseguite dopo l’emanazione di un disegno di legge approvato lo scorso 23 dicembre che, oltre ad ordinare un chek-up approfondito di quei territori, proibisce ogni possibilità di bruciare ancora rifiuti, ammesso che qualcuno lo volesse fare senza che intervenissero le forze dell’ordine.

La mappatura del ministero delle Politiche agricole ha interessato 57 comuni tra la provincia di Napoli e Caserta. Individuati 51 terreni dove verranno effettuati interventi di salvaguardia

La mappatura del ministero delle Politiche agricole ha interessato 57 comuni tra la provincia di Napoli e Caserta. Individuati 51 terreni dove verranno effettuati interventi di salvaguardia

La serietà delle rilevazioni sembra assai credibile: ciascun sito, potenzialmente inquinato, è stato fotografato dall’alto più volte. Nella prima immagine si vede un campo coltivato, poi si nota un buco. Nell’ultima foto il terreno risulta ricomposto e nuovamente coltivato. E dal confronto tra le immagini è stato possibile risalire allo sversatoio abusivo e quindi ai veleni.

    E nel decreto del 2 dicembre scorso che prima abbiamo citato, si prevede anche che chi appicca i roghi rischia dai due ai cinque anni di reclusione (e se non viene consentito all’autorità giudiziaria di effettuare controlli, i terreni verranno catalogati come zone “no-food”).

   Pertanto bene che adesso sia stato avviato lo screening di massa su questi territori per dare certezza e sicurezza alla popolazione (sono stati stanziati 50 milioni di euro). E l’individuazione di solo una piccola parte dei terreni come siti sicuramente inquinati, è cosa buona. Pertanto sollievo e speranza per queste terre, per chi qui ci abita. Cioè che i dati positivi riportati dalle analisi chimiche (solo il 2% contaminato…) siano dati veri. Che fanno riprendere a vivere con speranza…. Resta il fatto che nessuno ha mai messo in dubbio l’arrivo di camion dal Nord (Italia, ma anche Europa) e che i roghi ci fossero, avvenissero quotidianamente.

   I “rifiuti speciali” sono la parte più consistente dei rifiuti – circa l’80 per cento dei rifiuti prodotti ogni anno in italia – e anche i più costosi da smaltire: fino a 600 euro per tonnellata, per i più pericolosi. – Si vorrebbe smentire, con i provvedimenti e i dati rivelati ora, non solo giornalisti, osservatori, testimoni, scrittori… ma anche camorristi pentiti. Tutti, su fronti opposti, che hanno descritto le condizioni di illegalità e “maltrattamento” di quei territori. Ma è pure difficile smentire tutte le innumerevoli denunce che ci sono state: dal 2001 ad oggi sono state 33 le inchieste per attività organizzata di traffico illecito di rifiuti condotte dalle procure attive nelle due province di Napoli e Caserta. I magistrati hanno emesso 311 ordinanze di custodia cautelare, con 448 persone denunciate e 116 aziende coinvolte. L’Arpac, l’Agenzia per l’ambiente della Regione Campania, ha individuato 2 mila siti inquinati. PER QUESTO POCO CREDIBILE E’ CONSIDERARE CHE “TUTTO O QUASI VA BENE IN QUELLE AREE”.

   Sta di fatto che la suddivisione tra terreni e luoghi non considerati dalle analisi ufficiali contaminati, da quelli inquinati, è una cosa doverosa e importante. E che qualsiasi azione sanitaria, ambientale, di ulteriore chiarezza è la benvenuta… Resta il fatto che questa TERRA, quest’area della Campania, la “Terra dei fuochi”, è UNA TERRA VIOLENTATA, “USATA” per le necessità di industrie del nord che volevano abbattere i costi di smaltimento, e bene accettavano chi si portava via, chi si prendeva carico (la criminalità) quei loro rifiuti tossici che costavano troppo smaltire nei loro luoghi di produzione. (s.m.)

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TERRA DEI FUOCHI, CONTAMINATO SOLO LO 0,14% DELLA CAMPANIA

di Daniela De Crescenzo da IL MATTINO di Napoli del 12/3/2014

- I risultati delle analisi: avvelenati dai rifiuti tossici 64 ettari. Fondi alla Regione Campania per pagare le analisi ai cittadini – Continua a leggere

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