Geograficamente

conservazioni e trasformazioni virtuose del territorio


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HERVÉ PIERRE GOURDEL, esploratore: camminando tra le montagne del mondo – In memoria di un alpinista ucciso da fanatici estremisti – Ma LA PROTESTA ISLAMICA alla crudele violenza dell’IS ora SI FA SEMPRE PIÙ SENTIRE: solo gli arabi e i musulmani potranno scacciare l’integralismo e la guerra planetaria

 

Residente a Nizza, HERVÉ PIERRE GOURDEL, 55 anni, era arrivato sabato 20 settembre in Algeria per fare trekking. È stato «individuato» dai suoi assassini tramite il suo profilo Facebook, su cui l’appassionato alpinista riportava le tappe del suo viaggio a oltre duemila metri. Domenica, poco prima di essere sequestrato, ha parlato un’ultima volta con il figlio, dicendo che avrebbe cominciato «una camminata di un paio di giorni» e che sarebbe stato difficile contattarlo. -   ESPERTO DI MONTAGNA, con tanti viaggi tra Marocco, Nepal e Giordania, Gourdel ha creato nel 1987 un’agenzia di guide alpine a Saint-Martin-Vésubie, alle porte del parco nazionale del Mercantour, al confine con l’Italia, e organizzava stage fotografici nell’ATLANTE MAROCCHINO. Nel suo sito internet, dedicato ai paesaggi alpestri, Gourdel parla del suo grande amore. -   «QUELLA PER L’ALPINISMO - raccontava - È UNA PASSIONE CHE COLTIVO SIN DA GIOVANE» e che «mi ha permesso di guadagnare da vivere lontano dagli uffici, arrampicandomi, sciando, percorrendo fiumi, parlando della montagna e trasmettendo entusiasmo e conoscenza». (Paolo Levi da “la Stampa” del 26/9/2014)

Residente a Nizza, HERVÉ PIERRE GOURDEL, 55 anni, era arrivato sabato 20 settembre in Algeria per fare trekking. È stato «individuato» dai suoi assassini tramite il suo profilo Facebook, su cui l’appassionato alpinista riportava le tappe del suo viaggio a oltre duemila metri. Domenica, poco prima di essere sequestrato, ha parlato un’ultima volta con il figlio, dicendo che avrebbe cominciato «una camminata di un paio di giorni» e che sarebbe stato difficile contattarlo. – ESPERTO DI MONTAGNA, con tanti viaggi tra Marocco, Nepal e Giordania, Gourdel ha creato nel 1987 un’agenzia di guide alpine a Saint-Martin-Vésubie, alle porte del parco nazionale del Mercantour, al confine con l’Italia, e organizzava stage fotografici nell’ATLANTE MAROCCHINO. Nel suo sito internet, dedicato ai paesaggi alpestri, Gourdel parla del suo grande amore. – «QUELLA PER L’ALPINISMO – raccontava – È UNA PASSIONE CHE COLTIVO SIN DA GIOVANE» e che «mi ha permesso di guadagnare da vivere lontano dagli uffici, arrampicandomi, sciando, percorrendo fiumi, parlando della montagna e trasmettendo entusiasmo e conoscenza». (Paolo Levi da “la Stampa” del 26/9/2014)

LA GHIGLIOTTINA – di Massimo Gramellini, dala Stampadel 25/9/2014

   Stavolta non hanno tagliato la testa a un soldato, a un giornalista o a un volontario: qualcuno che avesse a che fare con la guerra. Stavolta, e per la prima volta, a venire macellato come simbolo dell’Occidente è una persona che passava di lì per motivi suoi. HERVÉ PIERRE GOURDEL era un alpinista e fotografo di paesaggi: stava facendo trekking sui monti d’Algeria.

   I masnadieri lo hanno localizzato, sequestrato e giustiziato nel giro di quarantott’ore, non prima di averlo costretto al rito surreale e stalinista dell’autoaccusa. Nel video si vede un uomo con i capelli bianchi – un nonno giovane o un padre vecchio – in ginocchio davanti alla telecamera mentre ripete a pappagallo delle frasi contro Hollande. E appena la sua voce ha un sussulto di esitazione, il miliziano gli avvicina il fucile alla testa per fargli paura.

   Si percepisce il senso di straniamento, la totale incoerenza tra il contesto dell’azione e il personaggio principale: a tutti gli effetti un turista. E anche se né a me né a voi verrebbe mai in mente di scalare montagne infestate da tagliagole, è impossibile non avvertire la sensazione che al suo posto avrebbe potuto esserci uno di noi. (Massimo Gramellini)

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LE MONTAGNE DEL DJUDJURA

LE MONTAGNE DEL DJUDJURA

   Era in Algeria per scalare e magari aprire una via nuova nel Djurdjura, gruppo montuoso la cui cima più alta raggiunge i 2308 metri. HERVÉ GOURDEL, il cittadino francese rapito e decapitato dagli jihadisti del gruppo Jund al Khilafah (i soldati del Califfato) affiliato all’Isis, era una Guida alpina. Stando alla stampa francese, la parte algerina della catena montuosa dell’Atlante sarebbe tana di diversi gruppi di estremisti islamici.

   Hervé Gourdel aveva 55 anni, era Guida alpina dal 1987 e faceva parte del gruppo delle Guide del Mercantour. Era originario di Nizza e aveva alle spalle una lunga esperienza extraeuropea, anche come formatore di Accompagnateur en moyenne montagne nella parte marocchina della catena di Atlante.

   Era arrivato in Algeria sabato scorso, e aveva avuto l’ultimo contatto con la madre domenica, prima di iniziare il trekking di avvicinamento di 2 giorni al Djurdjura: secondo quanto riferito da L’Express, la Guida era insieme a un turista – forse il suo cliente -, aveva davanti un viaggio di una decina di giorni durante i quali voleva aprire una via nuova di roccia, non è chiaro esattamente in quale parte dal gruppo del Djurdjura.

“Il diploma di guida mi ha permesso di guadagnarmi da vivere lontano dagli uffici, arrampicando, sciando, scendendo dai torrenti, parlando di montagna…trasmettendo agli altri passione e conoscenza!” aveva scritto sul suo sito web.

   Il rapimento di Gourdel risale a domenica 21 settembre, mercoledì 24 l’esecuzione diffusa mediaticamente in tutto il mondo. Secondo il quotidiano Le Point, la porzione algerina della catena dell’Atlante ospiterebbe da tempo gruppi islamici in lotta con il governo di Algeri. Nelle grotte tra le montagna si sarebbero rifugiati anche in passato, già nel decennio del terrorismo tra il 1992 e il 2002. (da LA MONTAGNA.TV DEL 25/9/2014 http://www.montagna.tv/ )

La CATENA MONTUOSA dell'ATLANTE  è un sistema montuoso dell'AFRICA NORD-OCCIDENTALE, che si estende per circa 2.500 km. tra MAROCCO, ALGERIA e TUNISIA

La CATENA MONTUOSA dell’ATLANTE è un sistema montuoso dell’AFRICA NORD-OCCIDENTALE, che si estende per circa 2.500 km. tra MAROCCO, ALGERIA e TUNISIA (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

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   “Quali tempi sono questi, quando discorrere d’alberi è quasi un delitto…. e l’uomo che ora traversa tranquillo la via mai più potranno raggiungerlo dunque gli amici…” vengono in mente versi di Brecht (“A coloro che verranno”) nell’immaginare e parlare di Hervé Gourdel, esploratore alpinista andato in Algeria per scalare montagne; rapito e decapitato dagli jihadisti del gruppo JUND AL KHILAFAH (i soldati del Califfato) affiliato all’Isis. I jihadisti di Jund al-Khilafa sono annidati nelle montagne della CABILIA e l’alpinista francese è finito nella loro trappola micidiale.

   Appassionato di fotografia, pubblicava scatti dei paesaggi e dei luoghi che visitava sul suo sito internet e sulla sua pagina face book. E’ stato rapito il 20 settembre scorso mentre faceva trekking a TIZI-OUZOU, nella regione montagnosa di DJUDJURA in CABILIA, regione dell’ALGERIA a est della capitale.

La CABILIA è una regione dell'ALGERIA, che ha inizio ad un centinaio di chilometri ad est di Algeri e che si estende lungo la costa da DELLYS fino oltre BUGIA comprendendo, nell'interno, l'elevata catena del DJURDJURA. La sua popolazione (CABILI, in berbero Leqbayel) parla il cabilo, che è un dialetto berbero. Il PARCO NAZIONALE DEL DJURDJURA è uno dei parchi nazionali algerini. Tra le città vicine vi sono Tizi Ouzou (a nord) e Bouira (a sud)

La CABILIA è una regione dell’ALGERIA, che ha inizio ad un centinaio di chilometri ad est di Algeri e che si estende lungo la costa da DELLYS fino oltre BUGIA comprendendo, nell’interno, l’elevata catena del DJURDJURA. La sua popolazione (CABILI, in berbero Leqbayel) parla il cabilo, che è un dialetto berbero. Il PARCO NAZIONALE DEL DJURDJURA è uno dei parchi nazionali algerini. Tra le città vicine vi sono Tizi Ouzou (a nord) e Bouira (a sud)

   Nell’esprimere pietas e tristezza dell’atroce assassinio di Gourdel (un pacifico e curioso esploratore…. di cui chi qui legge sicuramente si riconosce…), nell’analisi oltre ogni commozione, colpiscono in particolare due cose di questa tragica vicenda: la prima è che è stato ucciso una persona che “passava di lì”, un esploratore – alpinista, non un “operatore” in zona di guerra (come può essere un giornalista, o un rappresentante volontario di associazioni internazionali che operano per l’assistenza o lo sviluppo in quei paesi); la seconda “diversità” è che l’assassinio mediatico di Hervé Gourdel non ha avuto luogo in Iraq, bensì in Algeria, sulla riva meridionale del «nostro» Mediterraneo.

   Se si vuole un’altra cosa che si sta sempre più scoprendo è che il califfato dell’ISIS, con «capitale » a Raqqa, nel Nord della Siria, ha militanti provenienti da tanti angoli del mondo, Europa compresa (da qui tremila, si quantifica): persone ben radicate in Occidente, cittadini europei o nordamericani; e il califfato quindi dispone di uomini che possono agire al rientro nei paesi di residenza.

   Se andiamo a vedere il contesto algerino, geograficamente vicinissimo a noi, sicuramente i gruppi di terrore che lì ci sono, sono nati durante la guerra civile in Algeria, scoppiata all’inizio degli anni Novanta, in seguito alla vittoria elettorale del FIS (Fronte islamico della salvezza). Cosa del tutto inaspettata allora alle prime elezioni veramente democratiche in Algeria: vinse il gruppo-partito politico più integralista ed estremista, antidemocratico per definizione. L’intervento dell’esercito (che annullò le elezioni) per impedire uno stato islamico confessionale, ha prodotto tanti gruppi estremisti dediti a un terrorismo cronico. Uno di questi, JUND AL-KHILAFA, è appunto quello che ha rapito e decapitato Hervé Pierre Gourdel. Gruppo estremista algerino che si ispira al califfato dell’Isis. E tanti altri gruppi islamisti formatisi clandestinamente in vari continenti seguiranno le tracce del gruppo algerino, cioè si uniranno ai terroristi dello Stato Islamico.

   Ma in questo post vi proponiamo alcuni scritti e analisi che vogliono ribadire come questo fenomeno terrorista di inaudita violenza è prima di tutto e innanzitutto una guerra nel mondo arabo, tra “primavere di libertà” (del sentirsi cittadini del mondo, dove ciascuno esprima se stesso riconoscendo pari diritti a tutti), e rivolte violente ed integraliste di chi non crede a questa possibilità di “mondo libero”.

   E fa impressione che ci siano arabi o musulmani europei e americani tra i terroristi: con chi di quel mondo occidentale si sente forse marginale, respinto, o forse solo con un desiderio di “avventura”, di denaro (i mercenari ci son sempre stati) e magari di odio assoluto da esprimere. E così nei video delle esecuzioni si vedono gli incappucciati boia-speaker, con perfetto accento inglese o americano da dove viene la loro provenienza e il loro vissuto “prima”.

LE MONTAGNE DEL NORD - E' meglio visitare le montagne, le foreste e i villaggi della CABILIA e dell'AURES in primavera o in autunno, quando la vegetazione si fregia di colori straordinari. La CABILIA, raggiungibile da TIZI OUZOU, ospita il MASSICCIO DEL DJURDJURA, dove, in inverno, sono in funzione alcune piste di sci. Gli Aures, a sud di Constantine, sono solcati da magnifici passi e scanalature, principalmente nella regione di Batna. Nel nord dell'Algeria, nel cuore delle montagne di Cabilia, la temperatura è compresa tra i 3 e i 7 gradi. D'inverno è quindi possibile vedere la neve. (da http://www.easyviaggio.com/ )

LE MONTAGNE DEL NORD – E’ meglio visitare le montagne, le foreste e i villaggi della CABILIA e dell’AURES in primavera o in autunno, quando la vegetazione si fregia di colori straordinari. La CABILIA, raggiungibile da TIZI OUZOU, ospita il MASSICCIO DEL DJURDJURA, dove, in inverno, sono in funzione alcune piste di sci. Gli Aures, a sud di Constantine, sono solcati da magnifici passi e scanalature, principalmente nella regione di Batna. Nel nord dell’Algeria, nel cuore delle montagne di Cabilia, la temperatura è compresa tra i 3 e i 7 gradi. D’inverno è quindi possibile vedere la neve. (da http://www.easyviaggio.com/ )

   Altra cosa impressionante è che nella nuova guerra integralista tutto avviene senz’alcuna effettiva rivendicazione politica: il Califfato non è vissuto come un atto di vendetta rispetto al presente e al passato, all’Occidente. Il Califfato è vissuto come l’inizio di un’epoca che non intende misurarsi con niente che riguardi un processo politico seppur farneticante: si tagliano le teste degli occidentali, perché l’Occidente non si arrende, e basta.

   Ma su tutto un fatto nuovo e positivo è che in queste settimane, in questi giorni, il dissenso alla guerra e all’estremismo si sta allargando ed esprimendo sempre di più nel mondo arabo. Sempre più manifestazioni di arabi-mussulmani si schierano apertamente contro l’Isis, contro ogni violenza; affermano che la cultura islamica è pacifica, e nulla ha a che vedere con quella violenza che accade oggi; e nulla li accomuna allo Stato Islamico.

   Interessante poi la comprensione di studiosi islamisti della crisi che il mondo islamico sta vivendo al suo interno. Crisi “letta” proprio da studiosi, storici, giornalisti islamici che incominciano a riflettere positivamente su quel che accade nel mondo arabo, e sulle soluzioni per una via pacifica e di sviluppo. Proviamo a darvene conto in questo post. (s.m.)

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I BARBARI ALLE NOSTRE PORTE. LA CIVILTÀ ARABA È CROLLATA. NON SI RIPRENDERÀ NELL’ARCO DELLA MIA VITA

di HISHAM MELHEM, da POLITICO MAGAZINE del 18/9/2014 (traduzione di Raffaele Deidda) (Hisham Melhem è capo redattore a Washington di AL-ARABIYA NEWS CHANNEL e corrispondente del quotidiano libanese AN NAHAR)

   Con la decisione di usare la forza contro gli estremisti violenti dello Stato Islamico, il presidente Obama sta facendo qualcosa di più che entrare consapevolmente in una palude. Sta facendo di più che giocare con i destini di due paesi semi-distrutti, Iraq e Siria, le cui società sono state fatte a pezzi prima che gli americani apparissero all’orizzonte. Obama sta avanzando ancora una volta, e comprensibilmente con grande riluttanza, nel caos di una civiltà intera che si è frantumata.

Profughi curdi in Turchia (a Suruc,, provincia di Sanliurfa, Turchia) 23 settembre 2014 (foto da PANORAMA_IT)

Profughi curdi in Turchia (a Suruc,, provincia di Sanliurfa, Turchia) 23 settembre 2014 (foto da PANORAMA_IT)

   La civiltà araba, così come l’abbiamo conosciuta, è praticamente defunta. Il mondo arabo oggi è più violento, instabile, frammentato e guidato dall’estremismo – l’estremismo dei governanti e degli oppositori – più che in ogni altro tempo, fin dal crollo dell’Impero Ottomano un secolo fa.

   Ogni speranza della storia araba moderna è andata delusa. La promessa di una crescita politica, Continua a leggere


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VENEZIA malata di troppo TURISMO: che è anche l’unica fonte di reddito – E la sua FRAGILITA’ AMBIENTALE ancora una volta è messa a dura prova da un nuovo progetto: LO SCAVO DEL CANALE CONTORTA – Gli storici problemi di una città che solo il suo splendore la fa resistere ad ogni definitivo declino

MANIFESTAZIONE A VENEZIA DOMENICA 21 SETTEMBRE – CONTRO LE GRANDI NAVI E IL PROGETTO DI SCAVO DEL CANALE CONTORTA – Monta la protesta internazionale contro lo scavo in laguna veneziana del CANALE CONTORTA per far arrivare le grandi navi alla stazione Marittima. Manifesti in Canal Grande e appello ai comitati privati affinché intervengano presso l’Unesco. Per fermare «l’ennesima grande opera dannosa per la laguna». E manifestazione confermata per DOMENICA 21 SETTEMBRE. SI PARTE (IN BARCA) DA PUNTA DELLA DOGANA INTORNO A MEZZOGIORNO. - «Occorre un momento di confronto tra i vari progetti», ha detto l’urbanista CARLO GIACOMINI, «perché c’è il rischio che la Valutazione di Impatto ambientale sia fatta solo su un unico progetto, quello del Porto». In queste ore al ministero è stato protocollato anche IL PROGETTO ALTERNATIVO presentato da Cesare De Piccoli e dalla società di tecnologìe marine genovese DUFERCO sul nuovo TERMINAL PER I PASSEGGERI IN BOCCA DI PORTO DI LIDO, davanti all’isola artificiale costruita per il Mose. (da “la Nuova venezia del 16/9/2014) - (foto del bacino di San Marco e Venezia)

MANIFESTAZIONE A VENEZIA DOMENICA 21 SETTEMBRE – CONTRO LE GRANDI NAVI E IL PROGETTO DI SCAVO DEL CANALE CONTORTA – Monta la protesta internazionale contro lo scavo in laguna veneziana del CANALE CONTORTA per far arrivare le grandi navi alla stazione Marittima. Manifesti in Canal Grande e appello ai comitati privati affinché intervengano presso l’Unesco. Per fermare «l’ennesima grande opera dannosa per la laguna». E manifestazione confermata per DOMENICA 21 SETTEMBRE. SI PARTE (IN BARCA) DA PUNTA DELLA DOGANA INTORNO A MEZZOGIORNO. – «Occorre un momento di confronto tra i vari progetti», ha detto l’urbanista CARLO GIACOMINI, «perché c’è il rischio che la Valutazione di Impatto ambientale sia fatta solo su un unico progetto, quello del Porto». In queste ore al ministero è stato protocollato anche IL PROGETTO ALTERNATIVO presentato da Cesare De Piccoli e dalla società di tecnologìe marine genovese DUFERCO sul nuovo TERMINAL PER I PASSEGGERI IN BOCCA DI PORTO DI LIDO, davanti all’isola artificiale costruita per il Mose. (da “la Nuova venezia del 16/9/2014) – (foto del bacino di San Marco e Venezia)

  In un numero de “l’Espresso” dello scorso agosto il settimanale si concentrava su tre città europee che (tra le tante bellissime che ci sono in Europa)), vale la pena di capire quale sia la loro vitalità, il loro essere “inclusive” per chi va a viverci, cioè che ci si sente bene subito, come essere a casa. E questa tre città testate erano Venezia, Barcellona e Parigi.

   Città sicuramente con caratteristiche urbane, storiche, architettoniche, molto diverse tra loro: ma quel che appariva, almeno a un medio lettore, era che la seconda e la terza, oltre ai fasti del passato, stanno vivendo trasformazioni strutturali (sulla mobilità in particolare) che le stanno rendendo ancora più interessanti di quel che già sono (pensiamo solo al sistema metropolitano parigino).

   E invece Venezia pare non abbia un suo progetto definito di quel che vuole essere nel presente e nel futuro. Quel che si intravede chiaramente (e vi invitiamo a leggere il bellissimo primo articolo che proponiamo proprio ripreso dall’Espresso, di Roberto Di Caro), quel che si intravede è lo spopolamento progressivo della città dei dogi, non solo dei suoi abitanti (che vanno a vivere in terraferma, in particolare a Mestre), ma anche delle sue attività “altre” dal turismo: assicurative, finanziarie, artigianali, manifatturiere perfino di vetri artistici o chincaglierie veneziane che ora vengono dalla Cina (e vendute molto spesso a Venezia da cinesi con acquirenti altri cinesi, che sono una parte turistica sempre più rilevante…)… E l’essere Venezia sempre più una città esclusivamente turistica: un turismo che, pur unica preziosa fonte economica di vita, la sta “risucchiando” sul nulla urbano, sta perdendo caratteristica di città viva.

TURISTI SUL PONTE DI RIALTO - “Oggi i turisti sul ponte che fotografano i turisti in gondola che fotografano i turisti sul ponte sono l’immagine accartocciata e avvitata su se stessa di un luogo che, a furia di modellarsi sul turismo mentre tutto il resto sbiadiva e si ritraeva, in questo gioco di specchi finisce per scivolare nella caricatura delle sue caricature…” (da “Bed and Breakfast Venezia”, di Roberto De Caro “l’Espresso” 8/8/2014)

TURISTI SUL PONTE DI RIALTO – “Oggi i turisti sul ponte che fotografano i turisti in gondola che fotografano i turisti sul ponte sono l’immagine accartocciata e avvitata su se stessa di un luogo che, a furia di modellarsi sul turismo mentre tutto il resto sbiadiva e si ritraeva, in questo gioco di specchi finisce per scivolare nella caricatura delle sue caricature…” (da “Bed and Breakfast Venezia”, di Roberto De Caro “l’Espresso” 8/8/2014)

   Ma è da domandarsi: se Venezia vive di turismo possiamo almeno dire che è una città “inclusiva” dei forestieri che vengono a visitarla (che uno si sente a casa..)? Certo che no, per niente: il turista quasi sempre si trova in una città carissima, che lo sfrutta, dove si mangia male, e l’unica consolazione è ammirarne l’unicità di bellezza.

   E su tutto Venezia città fragile affronta i maggiori temi di difesa e conservazione, con grandi opere, grandi interventi che la mettono ancor di più in pericolo: una volta è stato il famigerato canale dei petroli per le petroliere verso Porto Marghera, adesso si sta completando il Mose, megaopera che chiuderà ancor di più la laguna nelle sue bocche di porto, e (ed è questo che parliamo in questo post) si sta approvando lo scavo di un nuovo canale (Contorta Sant’Angelo).

Ecco il nuovo canale CONTORTA (punteggiato in ocra) da scavare per le Grandi Navi, avversato dai comitati ambientalisti in difesa di Venezia (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA) - GRANDI NAVI:DEPOSITATO PROGETTO CONTORTA - ANSA - 16 Set 2014 - L'Autorità Portuale di Venezia ha depositato presso il Ministero dell'Ambiente l'istanza per l'AVVIO della procedura di VIA (Valutazione di Impatto Ambientale) del PROGETTO PRELIMINARE per l'ESCAVO del CANALE CONTORTA SANT'ANGELO, alternativa al passaggio delle grandi navi davanti S. Marco a Venezia. Il progetto consiste nell'adeguamento della via acquea di accesso alla Stazione Marittima di Venezia e nella riqualificazione delle aree limitrofe al Canale Contorta Sant'Angelo

Ecco il nuovo canale CONTORTA (punteggiato in ocra) da scavare per le Grandi Navi, avversato dai comitati ambientalisti in difesa di Venezia (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA) – GRANDI NAVI:DEPOSITATO PROGETTO CONTORTA – ANSA – 16 Set 2014 – L’Autorità Portuale di Venezia ha depositato presso il Ministero dell’Ambiente l’istanza per l’AVVIO della procedura di VIA (Valutazione di Impatto Ambientale) del PROGETTO PRELIMINARE per l’ESCAVO del CANALE CONTORTA SANT’ANGELO, alternativa al passaggio delle grandi navi davanti S. Marco a Venezia. Il progetto consiste nell’adeguamento della via acquea di accesso alla Stazione Marittima di Venezia e nella riqualificazione delle aree limitrofe al Canale Contorta Sant’Angelo

   Per risolvere il passaggio delle grandi navi da crociera nel Bacino di San Marco e nel Canale della Giudecca, c’è appunto il progetto (approvato dal governo l’8 agosto scorso, ma solo adesso è stato proposto alla valutazione di stato ambientale, VIA…) di realizzare in laguna un nuovo canale artificiale sul tracciato del Contorta Sant’Angelo che, diramandosi poco prima di Fusina dal Canale dei Petroli e toccando le isole di Sant’Angelo della Polvere e San Giorgio in Alga, porta verso la Giudecca e di qui alla Stazione Marittima. Lo scavo di un nuovo canale è avversato da molti (non solo dagli ambientalisti), ed è considerata un’ulteriore ferita irreversibile al fragile equilibrio lagunare veneziano.

   Varie proposte ci sono state per risolvere il problema senza dover fare (scavare) un altro canale assai impattante. Proposte in particolare che prospettano la sosta delle grandi navi fuori laguna: come quella di un porto off shore in Adriatico. Poi quella di fermare le navi a Porto Marghera…..

E’ solo in queste settimane che è stato ufficializzato un progetto alternativo al Contorta, presentandolo alla VIA: si chiama “VENICE CRUISE 2.0″ della Duferco sviluppo srl di Genova, e proposto dall’ex vice ministro ai trasporti De Piccoli. In questo progetto alternativo si ipotizza di creare una struttura galleggiante fuori dalla bocca di porto del Lido, esterna anche alle paratoie del Mose, che permetta lì di “parcheggiare” le grandi navi, con trasbordo dei passeggeri in laguna con mezzi appropriati leggeri.

   Che succederà? Questa nuova battaglia per Venezia, per una sua trasformazione virtuosa si connette ancora una volta al turismo e alle masse di persone che, legittimamente, vogliono visitare questa incredibile straordinaria città. Pertanto sarà dalle scelte (politiche, strategiche) di come gestire il turismo nei prossimi mesi e anni (anche con le scelte strutturali di rifiuto di nuovi disastri ambientali come il Contorta si prospetta), sarà anche da queste scelte che Venezia potrà iniziare ad uscire dalla “monocoltura turistica” cui si trova adesso. (s.m.)

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BED & BREAKFAST VENEZIA

di Roberto Di Caro, da “l’Espresso” del 8/8/2014

   Qui abitò George Sand nell’estate del 1834, evocò l’anima di Venezia nelle “Lettres d’un voyageur”… Minelli bed & breakfast, leggi sotto la targa di marmo, in piccolo sulla porta. Suoni, nell’androne libri e quadri, al primo piano una stamperia d’eccellenza, al secondo una signora moldava alla reception. Tre stanze, bello spazio, mobili primo Novecento, quattro persone 160 euro a notte, 180 il week end: “Ma l’ostello alla Giudecca costa 35 euro a testa in cameroni”, conteggia il proprietario. Giovanni Bianchi. Gondolieri il nonno, il padre e lui stesso agli inizi, poi una fabbrica di vetri a Murano fino a 12 anni fa quando ancora aveva un senso e dava lauti guadagni. Continua a leggere


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SCOZIA tra SECESSIONISTI e UNIONISTI (e INCERTI): il REFERENDUM dagli esiti difficili – il desiderio di affermare l’indipendenza da un’Inghilterra chiusa al mondo, contrapposto alle ragioni del mantenimento della stabilità – la FRAMMENTAZIONE COME UNICA STRADA? – Un’Europa dei popoli fatta di MACROREGIONI e CITTÀ STATO, con minor valore degli STATI NAZIONE, risolverebbe l’inadeguata situazione attuale?

 

EDIMBURGO - VICTORIA STREET (da Wikipedia)

EDIMBURGO – VICTORIA STREET (da Wikipedia)

   In SCOZIA giovedì 18 settembre ci sarà il referendum perché i cittadini scozzesi decidano se continuare a stare con la Gran Bretagna (l’Inghilterra con il Galles, l’Ulster, cioè l’Irlanda del nord), oppure se fare una naziona autonoma. Il quesito a cui gli elettori e le elettrici dovranno rispondere è: “SIETE D’ACCORDO CHE LA SCOZIA DIVENTI UNA NAZIONE INDIPENDENTE?”. A proposito di questo quesito c’è da dire che il governo scozzese locale, promotore del referendum, aveva insistito per dare ai cittadini la possibilità di scegliere una forma di autonomia radicale ma senza la completa indipendenza, qualcosa di molto FEDERALISTA, un’ipotesi che avrebbe attratto molti elettori; il Regno Unito era contrario e ha permesso solo un referendum secco sull’indipendenza.granbretagna

   Va subito detto che noi, se fossimo coinvolti come elettori, saremmo in un bel guaio: cioè non sapremo cosa votare. Nel senso che la frammentazione in piccoli staterelli in quest’epoca dove necessita “incontrarsi”, aggregarsi (pur mantenendo le proprie specificità culturali, economiche…) non è una cosa per niente buona…. Ma rileviamo che nel caso dell’Inghilterra, della sua politica antieuropea ed isolazionista, e di una Scozia terra di grande tradizione culturale e politica (la Scozia con l’Atto di Unione del 1707 ha mantenuto un distinto sistema giuridico, un suo sistema di istruzione…), la situazione è molto più complessa, e ogni decisione di voto ha i suoi pro e i suoi contro… (cerchiamo di sciogliere il nodo negli articoli di questo post eventualmente sentendo voi che leggete cosa ne pensate).

   L’eventuale vittoria dei secessionisti scozzesi al referendum metterebbe molto nei guai l’Inghilterra: non si tratta solo di perdere l’appellativo di “Regno Unito” visto che non ci sarebbe più la Scozia ma solo l’Inghilterra (con aggiunta dell’Ulster, l’Irlanda del Nord, che comunque nominativamente adesso viene ad aggiungersi nel cosiddetto “Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord”. Si tratta di effetti economici sicuramente molto forti: un riequilibrio dell’economia inglese con difficoltà anche organizzative da entrambe le parti. Ma ancor di più l’Inghilterra perderebbe l’autorevolezza mondiale che ora ha, sarebbe una stato “più piccolo”, meno influente.

PAESAGGIO SCOZZESE (da pegasoviaggi.wordpress.com)

PAESAGGIO SCOZZESE (da pegasoviaggi.wordpress.com)

   E la stessa permanenza in Europa dell’Inghilterra sarebbe inesorabilmente compromessa: il premier Cameron, che ha promesso di rinegoziare l’adesione britannica all’Unione europea e ha annunciato un referendum per il 2017, per verificare se gli inglesi vogliono stare in Europa; ebbene se adesso se ne va la Scozia, nel 2017 il referendum su continuare o meno ad aderire alla Ue è sicuro che vincerebbero i “no”, essendoci la maggior forza filo-europea in Gran Bretagna proprio nel territorio scozzese.

   Paradossalmente accadrebbe che potremmo avere una Scozia nell’Unione Europea, e un’Inghilterra fuori, quest’ultima che si aggrappa al Commonwealth, ai fasti di un impero ex coloniale che oramai sempre più vede gli stati membri essersi resi autonomi se non concorrenti (vedi l’Australia) rispetto alla ex madre patria.

13 set. (TMNews) - A POCHI GIORNI DAL REFERENDUM SULL'INDIPENDENZA DELLA SCOZIA del 18 settembre, I SONDAGGI NON SCIOLGONO LA SUSPANCE e continuano a dare i "sì" e i "no" distanziati di pochissimo lasciando immaginare un finale da cardiopalma e un arrivo davvero sul filo di lana. - Un'inchiesta di YouGov da per la prima volta i "sì" in testa mentre un successivo messaggio Survation torna a vedere vincente il "no" con sei punti di vantaggio. SOLO COSA CERTA, LO SCARTO TRA I DUE CAMPI: RISTRETTO, ristrettissimo, con I SÌ CHE CONTINUANO A RECUPERARE TERRENO su terreno, segno evidente che I COSIDDETTI INDECISI STANNO SCIOGLIENDO LE LORO RISERVE SEMBRANO FARE NELLA DIREZIONE INDIPENDENTISTA (…) - Quanto ALL'AFFLUENZA PREVISTA, i sondaggi sembrano unanimi: MOLTI, MOLTISSIMI SCOZZESI HANNO VOGLIA DI DIRE LA LORO. Lo faranno giovedì e si vedrà come

13 set. (TMNews) – A POCHI GIORNI DAL REFERENDUM SULL’INDIPENDENZA DELLA SCOZIA del 18 settembre, I SONDAGGI NON SCIOLGONO LA SUSPANCE e continuano a dare i “sì” e i “no” distanziati di pochissimo lasciando immaginare un finale da cardiopalma e un arrivo davvero sul filo di lana. – Un’inchiesta di YouGov da per la prima volta i “sì” in testa mentre un successivo messaggio Survation torna a vedere vincente il “no” con sei punti di vantaggio. SOLO COSA CERTA, LO SCARTO TRA I DUE CAMPI: RISTRETTO, ristrettissimo, con I SÌ CHE CONTINUANO A RECUPERARE TERRENO su terreno, segno evidente che I COSIDDETTI INDECISI STANNO SCIOGLIENDO LE LORO RISERVE SEMBRANO FARE NELLA DIREZIONE INDIPENDENTISTA (…) – Quanto ALL’AFFLUENZA PREVISTA, i sondaggi sembrano unanimi: MOLTI, MOLTISSIMI SCOZZESI HANNO VOGLIA DI DIRE LA LORO. Lo faranno giovedì e si vedrà come

   I sondaggi scozzesi parlano di una situazione in bilico tra secessionisti ed unionisti, con forte preoccupazione in particolare di gruppi economici e finanziari (le banche) installati in Scozia, e che non immaginano cosa potrebbe accadere dopo, e minacciano di andarsene (questi ultimatum minacciosi sono aria viva per gli indipendentisti, punti percentuali loro regalati senza far nulla…).

   Altri sondaggi danno già in sorpasso i nazionalisti scozzesi; altri ancora prospettano una “ripresa del comando” da parte degli unionisti…. Quel che si capisce, comunque vada, è che molti scozzesi denotano una vera incertezza sul “che fare”, su cosa votare…

   E in Europa altri ci proveranno a “staccarsi”: per tutti l’esempio più realistico sono i catalani e i baschi in Spagna (ma nella stessa rimanente parte di Gran Bretagna, Galles e Irlanda del Nord, non ci penseranno molto a trarne le conseguenze). E poi Fiandre, Bretagna, paesi Baschi, Tirolo, Transilvania… e forse altre regioni d’Europa chiederebbero di emanciparsi dallo stato nazionale cui appartengono.

   Vecchi rancori tra etnie, motivi economici di regioni che si sentono sfruttate dallo stato centrale…… ma quasi sempre desiderio di recuperare uno spirito di popolo, ipernazionalista… in un momento nel quale gli stati nazionali mostrano tutti i loro limiti, sono in irreversibile declino, ma “resistono”, fanno la voce grossa nel contesto europeo (pur con difficoltà a controllare la situazione economica loro interna); guardano con soggezione nuove aree mondiali (altri stati nazionali che si consolidano…) che oramai stanno prendendo il predominio economico, politico, culturale, rispetto alla vecchia consunta Europa. Continente europeo che non riesce (e non vuole) risollevarsi dall’apatia, dai giochi appunto nazionalisti dove ognuno cerca di portare a casa qualcosa, senz’alcun desiderio di abbandonare poteri consunti e avviare una nuova fase concreta costituente (quell’idea di STATI UNITI D’EUROPA, un’idea FEDERALISTA, che aprirebbe nuove prospettive nella cultura, nei modi di essere e di fare dei cittadini europei, nell’economia e in uno sviluppo nuovo, nella politica rinnovata.

   Pertanto è da osservare con particolare attenzione questi nuovi confini europei che potrebbero crearsi tra Scozia ed Inghilterra, confini europei che già si stanno muovendo nella parte orientale d’Europa tra Ucraina e Russia, ma che potrebbero avvenire in tante altre parti.

   L’individuazione geografica di MACROREGIONI EUROPEE, di CITTA’ STATO….cose che di fatto già esistono (economicamente, culturalmente…), potrebbero sopperire alla fatiscenza malinconica degli stati nazionali. E tutto assumerebbe un aspetto interessante; una nuova prospettiva di vita comunitaria per ciascuno nel proprio territorio. Un virtuoso “ripensarsi”. (s.m.)

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ECCO COME CAMBIERÀ IL REGNO CHE RESTA UNITO

di Gennaro Malgieri, 19/9/2014, da www.formiche.net/

   Il Regno resta unito. La paura a Londra è svanita dopo i primi exit poll. Gli inglesi sono andati a letto un po’ più sollevati rispetto a quando si erano alzati. Poi, nella tarda notte, la sconfitta dei secessionisti è stata confermata dai dati reali. La bufera è passata, ma ha lasciato segni evidenti.

   Se gli unionisti cantano vittoria, gli indipendentisti sanno che da oggi il rapporto con il governo di Sua Maestà Britannica deve necessariamente cambiare. Insomma, se, come abbiamo sempre immaginato, il “distacco” aveva sì ragioni emotive, razionalmente si alimentava di pretese che gli scozzesi non avrebbero mai potuto ottenere trattando, come hanno fatto, per decenni.

   Dovevano usare le maniere forti. Ed ora Cameron e chi gli succederà a Downing Street dovrà onorare la cambiale che Alex Salmond metterà immediatamente all’incasso: maggiori poteri alla Scozia sempre meno integrata nel Regno Unito, ampliamento della devoluzione, riconoscimento di istanze economiche che impoveriranno il Paese e consentiranno allo “Stato” riottoso delle Highland di condizionare più o meno tutte le scelte strategiche che si affolleranno sul tavolo della politica britannica, a cominciare da quelle concernenti l’energia.

   Naturalmente l’insuccesso degli indipendentisti non verrà valutato come tale alla luce dei risultati ottenuti da chi ha promosso il referendum: le parole di Salmond sono state eloquenti al riguardo e naturalmente contrastano con le interpretazioni che ne danno gli unionisti, soprattutto nella capitale. Continua a leggere


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LE NUOVE VIE DEL GAS saranno le nuove VIE DELLA SETA? – IL GASDOTTO DALL’AZERBAIGIAN: non solo sicurezza energetica, energia pulita, strategia geopolitica: anche CANALE CULTURALE di scambio e comunicazione tra i popoli – Riusciranno i gasdotti ad essere anche strumenti di pace e sviluppo?

BAKU CAPITALE DELL’AZEIRBAIGIAN – Baku e il suo traffico – “Baku: Con il suo centro storico patrimonio dell’Unesco – il palazzo degli Shirvanshah, la Torre della Vergine -, lo sfavillio delle sue Flame Towers e delle sue architetture ardite e bellissime, con il suo infinito lungomare e la sua contagiosa voglia di vivere, con i suoi boulevard in cui non ce n’è uno che non guidi come un pazzo…” (Carlo Vulpio, da “il Corriere della Sera” del 17/8/2014)

BAKU CAPITALE DELL’AZEIRBAIGIAN – Baku e il suo traffico – “Baku: Con il suo centro storico patrimonio dell’Unesco – il palazzo degli Shirvanshah, la Torre della Vergine -, lo sfavillio delle sue Flame Towers e delle sue architetture ardite e bellissime, con il suo infinito lungomare e la sua contagiosa voglia di vivere, con i suoi boulevard in cui non ce n’è uno che non  guidi come un pazzo…” (Carlo Vulpio, da “il Corriere della Sera” del 17/8/2014)

   L’interdipendenza globale energetica è cosa ormai acquisita (cioè accettata): l’autoproduzione, il minor consumo, possono sì essere virtuosamente perseguite, ma non basterà mai ai nostri consumi. Almeno nel contesto del presente. Allora, se proprio dobbiamo cercare approvvigionamenti energetici lontani da noi, questi possono essere un motivo positivo per fare una geopolitica di pace mondiale: anche cercando Paesi e multinazionali che non sfruttino le persone, non guardino al solo profitto, o potere di dominio, ma perseguano uno sviluppo compatibile, solidale….

   Da qui l’idea di una diversificazione verso l’Asia (l’Azeirbaigian) delle importazioni di metano (energia pulitissima) è qualcosa che, in tutti gli aspetti negativi e difficili della geopolitica attuale, ci pare invece idea positiva.

VIA LIBERA AL PROGETTO TAP, IL GASDOTTO CHE DALL'AZERBAIJAN ATTRAVERSERÀ LA GRECIA, L'ALBANIA E IL MAR ADRIATICO PER SBARCARE NEL SALENTO, lungo la costa di San Foca nella marina di Melendugno. L'ok è arrivato dalla commissione nazionale Via del ministero dell'Ambiente ed è un SÌ CON PRESCRIZIONI. La parte in Adriatico del gasdotto sarà off shore, mentre quella on shore, nel Salento, si svilupperà per un tratto di circa 8 chilometri cui vanno aggiunti 1,5 chilometri di microtunnel che attraverseranno da sotto la spiaggia di San Foca per connettersi con la condotta sottomarina. Da San Foca il gasdotto si dirigerà poi verso Mesagne, in provincia di Brindisi, per il collegamento alla rete nazionale. (da www.quotidianodipuglia.it/ del 29/8/2014)

VIA LIBERA AL PROGETTO TAP (Trans Adriatic Pipeline), IL GASDOTTO CHE DALL’AZERBAIJAN ATTRAVERSERÀ LA GRECIA, L’ALBANIA E IL MAR ADRIATICO PER SBARCARE NEL SALENTO, lungo la costa di San Foca nella marina di Melendugno. L’ok è arrivato dalla commissione nazionale Via del ministero dell’Ambiente ed è un SÌ CON PRESCRIZIONI. La parte in Adriatico del gasdotto sarà off shore, mentre quella on shore, nel Salento, si svilupperà per un tratto di circa 8 chilometri cui vanno aggiunti 1,5 chilometri di microtunnel che attraverseranno da sotto la spiaggia di San Foca per connettersi con la condotta sottomarina. Da San Foca il gasdotto si dirigerà poi verso Mesagne, in provincia di Brindisi, per il collegamento alla rete nazionale. (da http://www.quotidianodipuglia.it/ del 29/8/2014)

   Cerchiamo energia pulita (e il metano lo è) e incentiviamo questo scambio come possibilità di conoscenza con nuovi mondi, scopriamo luoghi e realtà dove cerchiamo di portare a loro il meglio di noi e per andare a vedere il meglio di loro: appunto UNA NUOVA VIA DELLA SETA.

Per VIA DELLA SETA si intende il RETICOLO, che si sviluppava per circa 8.000 km, costituito da ITINERARI TERRESTRI, MARITTIMI E FLUVIALI lungo i quali nell'antichità si erano snodati i commerci tra l'impero cinese e quello romano. LE VIE CAROVANIERE attraversavano L'ASIA CENTRALE e IL MEDIO ORIENTE, collegando Chang’an (oggi Xi'an), in CINA, all’ASIA MINORE e al MEDITERRANEO attraverso il MEDIO ORIENTE e il VICINO ORIENTE. Le diramazioni si estendevano poi a est alla Corea e al Giappone e, a Sud, all’India. Il nome apparve per la prima volta nel 1877, quando il geografo tedesco FERDINAND VON RICHTHOFEN (1833-1905) pubblicò l'opera TAGEBUCHER AUS CHINA. Nell'Introduzione von Richthofen nomina la SEIDENSTRAßE, la «VIA DELLA SETA». (da Wikipedia)

Per VIA DELLA SETA si intende il RETICOLO, che si sviluppava per circa 8.000 km, costituito da ITINERARI TERRESTRI, MARITTIMI E FLUVIALI lungo i quali nell’antichità si erano snodati i commerci tra l’impero cinese e quello romano. LE VIE CAROVANIERE attraversavano L’ASIA CENTRALE e IL MEDIO ORIENTE, collegando Chang’an (oggi Xi’an), in CINA, all’ASIA MINORE e al MEDITERRANEO attraverso il MEDIO ORIENTE e il VICINO ORIENTE. Le diramazioni si estendevano poi a est alla Corea e al Giappone e, a Sud, all’India. Il nome apparve per la prima volta nel 1877, quando il geografo tedesco FERDINAND VON RICHTHOFEN (1833-1905) pubblicò l’opera TAGEBUCHER AUS CHINA. Nell’Introduzione von Richthofen nomina la SEIDENSTRAßE, la «VIA DELLA SETA». (da Wikipedia)(CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   La definitiva approvazione del governo italiano (cioè della commissione di valutazione impatto ambientale: e speriamo che le prescrizioni per lo sbarco in Salento del gasdotto siano serie e “vere”: cosa che spesso non fa la commissione Via!) (ne parliamo con due articoli in questo post), l’approvazione, se eviterà ogni danno ambientale, ci pare una cosa buona. E’ così che TAP (Trans Adriatic Pipeline) trasporterà in Italia e dalla Puglia in tutta Europa 10 miliardi di metri cubi di gas all’anno a partire dal 2019.

   Questa diversificazione energetica (rispetto ai ricatti di Putin impegnato a ricostruire l’Unione Sovietica, alla vicina Libia che ancora deve trovare una sua strada di pace…) può anche essere un buon motivo per far capire che il nostro “piccolo” Paese è poco adatto a perforazioni impattanti (in terraferme e nei mari che lo circondano) per cercare petrolio o gas. E’ quantomeno opinabile l’approvazione, sempre governativa, di iniziare l’iter per perforazioni alla ricerca di petrolio (sicuramente di scarsa qualità) in Adriatico (solo perché lo fa la Croazia, e noi non possiamo farci sfuggire “la nostra parte” di petrolio).azeiabigian CARTA

   Se il progetto è quello di aumentare l’impiego di metano al posto di carbone, olio combustibile e petrolio, questa nuova Via del Gas così non è soltanto un nuovo asse energetico-commerciale, e quindi geopolitico, della massima importanza. E’ anche un grande canale culturale. Noi e loro.

   Se l’antica VIA DELLA SETA, iniziata nell’epoca dell’impero romano (fino ai ricordi della Repubblica veneziana, Marco Polo alle fine del tredicesimo secolo…), era la scoperta delle culture, dei prodotti, delle genti d’Oriente da parte dell’occidente, ora il rapporto può essere molto più reciproco: sono “loro” a venire da noi portandoci una fonte importante per la nostra vita. Ci chiediamo: riusciremo noi a offrire a loro qualcosa di veramente utile, importante, della nostra cultura, del nostro modo di essere, cui possano positivamente usufruirne? (speriamo) (s.m.)

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LA VIA DEL GAS

di Carlo Vulpio, da LA LETTURA de “il Corriere della Sera” del 17/8/2014

BAKU (AZERBAIGIAN) – Tutti lo chiamano CORRIDOIO MERIDIONALE EUROASIATICO e sembrano «vederlo» per la prima volta soltanto oggi, ma la linea, quasi una retta, che unisce BRINDISI a BAKU, la capitale dell’AZERBAIGIAN sulle rive del MAR CASPIO, è una «strada» che esiste da duemila anni ed è lunga quattromila chilometri.

   Terminata la VIA APPIA, che collegava ROMA a BRINDISI, cominciava, attraversato il mar ADRIATICO all’altezza di DURAZZO, in ALBANIA, la VIA EGNAZIA, che si fermava alle porte di ISTANBUL, allora ancora BISANZIO.

   Da qui, nei secoli successivi alla fondazione di COSTANTINOPOLI, «la Nuova Roma» che aveva sostituito Bisanzio, si sarebbero diramate una serie di altre strade verso l’Oriente, tutte rientranti nella mitologica definizione di Via della Seta, che sarebbe diventata famosa con i viaggi di Marco Polo nella seconda metà del 1200.

   Una di queste Vie della Seta è quella che, appunto, dalla fine della Via Egnazia corre longitudinalmente per tutta la TURCHIA, fino a ERZURUM – Arzen per i Romani, Teodosiopoli per i bizantini e infine Arz-e-Rum, cioè il valore dei Romani, in persiano –, e dopo aver attraversato la GEORGIA termina in Azerbaigian. Precisamente nella regione del GOBUSTAN, tra i blocchi di pietra millenaria e i meravigliosi petroglifi paleolitici della montagna di Boyukdash, a circa cinquanta chilometri da Baku, dove si trova la prova di quanto stiamo dicendo, una roccia con questa incisione: «All’epoca dell’imperatore Domiziano Cesare Augusto Germanicus. Il centurione Lucio Giulio Massimo, XII Legione Fulminata».

   L’incisione risale agli anni tra l’84 e il 96 dopo Cristo ed è la più orientale (e quindi la più lontana da Roma) epigrafe latina che si conosca. Probabilmente l’unica in tutto il CAUCASO, poiché i Romani si erano spinti fin quaggiù per controllare l’unico passo esistente tra Caucaso meridionale e settentrionale. Insomma, geopolitica anche allora, nulla di nuovo sotto il sole.

LA NUOVA VIA DELLA SETAGASDOTTO BTE-TANAP-TAP

Oggi, questo stesso cammino è tornato di grande interesse, ma in senso inverso. Da Baku a Brindisi (o meglio, a MELENDUGNO, LECCE). La stessa Via della Seta, la stessa Via Egnazia, fuse senza soluzione di continuità in un’unica, grande VIA DEL GAS. Il gas dell’Azerbaigian.

   Uno dei cinque Paesi – con IRAN, RUSSIA, KAZAKISTAN e TURKMENISTAN – che si affacciano sul mar Caspio e che si dividono l’enorme quantità di gas (il 46 per cento delle riserve mondiali) stivato nei suoi fondali. E’ GAS METANO, di gran lunga il meno inquinante tra i combustibili fossili (non c’è paragone con carbone e petrolio), il più economico, il più facile da trasportare anche attraverso lunghi gasdotti – tubi interrati, anche sotto il fondale marino, del diametro di poco più di un metro -, il più abbondante in natura.

Per l’Unione Europea, che è il terzo consumatore mondiale di energia, dopo Usa e Cina, e il cui «paniere energetico» nel 2035 sarà riempito per ben il 30 per cento dal gas, un’ancora di salvezza. Per l’Italia in particolare, che dopo la crisi libica è diventato il primo importatore di petrolio dall’Azerbaigian, un’opportunità doppia, anzi tripla, visto che si potrebbe CONVERTIRE A GAS (anzi, si dovrebbe, in base a un accordo del 2001, governo Prodi) sia la centrale elettrica di CERANO (la più grande d’Europa), sia quella di BRINDISI NORD e persino produrre una parte dell’acciaio dell’Ilva con centrali termoelettriche alimentate a gas, già diffuse sia in Azerbaigian, sia nel resto d’Europa.

   Dice il ministro azerbaigiano dell’Energia, Natig Aliyev: «Questo progetto è davvero la nuova Via della Seta, perché cambia in radice la mappa dell’energia mondiale e porta sul palcoscenico nuovi attori, come il nostro Paese, finora considerato poco e comunque meno di Iraq e Iran».

   I giacimenti di gas azerbaigiano del Caspio si chiamano Shah Deniz I e II. Il secondo, ancora tutto da sfruttare, vale non meno di 45 miliardi di dollari. Il gasdotto progettato, e in parte già costruito, è composto da TRE «TRONCONI», BTE (Baku-Tblisi-Erzurum), TANAP (Trans Anatolian Pipeline) e TAP (Trans Adriatic Pipeline). Sarà concluso nel 2018 e già l’anno successivo trasporterà dieci miliardi di metri cubi di gas, che potranno essere raddoppiati.

   Una quantità di gas pari al 15% dell’attuale consumo annuo dell’Italia (70 miliardi di metri cubi), che potrà quindi AUMENTARE L’IMPIEGO DI METANO AL POSTO DI CARBONE, OLIO COMBUSTIBILE E PETROLIO e potrà smistarlo anche ai Paesi vicini, evitando così inutili e dannose perforazioni alla ricerca di petrolio di scarsa qualità in Adriatico e consentendo all’Unione Europea di avere un forno in più (e di quale portata) da cui comprare il pane, senza l’ansia di dover dipendere dal buon cuore della Russia o dalle sorti di Libia e Algeria. Il gasdotto servirà, con altrettante diramazioni, anche i Paesi balcanici e persino Israele e Iran, che certo non si scambiano affettuosità.

NON SOLO PETROLIO E GAS

BAKU, capitale dell'Azeirgaigian

BAKU, capitale dell’Azeirgaigian

   QUESTA VIA DEL GAS però non è soltanto un nuovo asse energetico-commerciale, e quindi geopolitico, della massima importanza. E’ ANCHE UN GRANDE CANALE CULTURALE, un fascio di nervi e di neuroni che per lungo tempo è rimasto pressoché inattivo, e invece percorre e lega due mondi diversi, che da secoli hanno in comune molto più di ciò che essi stessi credono. Che sia stata progettata da diverse società multinazionali riunitesi in consorzio – tra le quali, la società di Stato azerbaigiana Socar – non vuol dire che sia opera del demonio.    Significa, più semplicemente, che OGGI STA AVVENENDO CON IL GAS CIÒ CHE, sempre qui, AVVENNE GIÀ IERI, quando, era il 1995, da poco implosa l’Unione Sovietica, l’Azerbaigian inaugurò la cosiddetta «POLITICA DELLE PORTE APERTE» e per sfruttare al meglio il proprio petrolio (trattenendo per sé il 30 per cento dei ricavi, fatto che è già passato alla storia come «il contratto del secolo») coinvolse nel medesimo consorzio tredici compagnie di OTTO PAESI DIVERSI, meritandosi l’appellativo di «ONU IN MINIATURA» e assicurandosi così l’indipendenza vera, quella economica, che gli avrebbe procurato anche quella politica.

   Significa, inoltre, non dimenticare nemmeno ciò che è avvenuto l’altro ieri, quando, meravigliati davanti ai gusher, le fontane spontanee di petrolio che sgorgano dal sottosuolo, si decise di fare la prima trivellazione al mondo (era il 1848), e poi il primo oleodotto (1879), e poi la prima raffineria per ottenere il cherosene, merito del grande Dmitrij Mendeleev, quello della tavola periodica degli elementi, e poi la prima società petrolifera, che i fratelli Robert e Ludwig Nobel, quelli del premio omonimo, crearono proprio a Baku, da dove salpò anche la prima petroliera, che i Nobel chiamarono Zoroaster, perché qui, quindici o forse diciotto secoli prima di Cristo, nacque Zarathustra e da qui si diffuse lo zoroastrismo in tutta la Persia e in gran parte dell’Asia centrale.

   Con il suo CULTO DEL FUOCO, forza creatrice e purificatrice. Da cui il nome stesso AZERBAIGIAN, che letteralmente significa «GUARDIANO DEL FUOCO», e la definizione «Terra del Fuoco» che il Paese – centrato in anticipo l’obiettivo Onu, previsto per il 2015, di «RIDUZIONE DELLA POVERTÀ», DAL 49 AL 5 PER CENTO -, ha scelto per farsi conoscere all’estero.

ALLA SCOPERTA DELLA TERRA DEL FUOCO

Yanar Dagh, i fuochi spontanei con il gas dal sottosuolo

Yanar Dagh, i fuochi spontanei con il gas dal sottosuolo

Il fuoco c’è davvero, in Azerbaigian, e brucia spontaneamente sulla terra argillosa della collina di Yanar Dagh, alimentato dal GAS INVISIBILE CHE FUORIESCE DAL SOTTOSUOLO. Uno spettacolo unico, incredibile, Continua a leggere


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FRONTEX PLUS nel MEDITERRANEO, per i profughi e immigrati al posto di MARE NOSTRUM: ma non sono due cose diverse? (da soccorso in mare a controllo delle frontiere) – La necessità di CREARE UN CORRIDOIO UMANITARIO – La vera questione di UNA POLITICA CHE MANCA SUI PROFUGHI E L’IMMIGRAZIONE – La proposta di UN COMMISSARIO EUROPEO AL MEDITERRANEO

NEL MAR MEDITERRANEO SONO MORTI 1.600 MIGRANTI DA GIUGNO -   Secondo l’alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite (Unhcr), malgrado l’operazione di soccorso della marina militare italiana MARE NOSTRUM da giugno sono morti 1.600 MIGRANTI, mentre cercavano di attraversare il CANALE DI SICILIA. Dall’INIZIO DEL 2014 sono morte quasi DUEMILA PERSONE. Dall’inizio dell’anno sono stati SOCCORSI CENTOMILA MIGRANTI. Centinaia di migranti in fuga DALLA SIRIA, DALL’ERITREA, DAI PAESI DEL NORDAFRICA raggiungono ogni anno le coste italiane. (da INTERNAZIONALE del 26/8/2014 - www.internazionale.it/) (CLICCARE SUL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

NEL MAR MEDITERRANEO SONO MORTI 1.600 MIGRANTI DA GIUGNO – Secondo l’alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite (Unhcr), malgrado l’operazione di soccorso della marina militare italiana MARE NOSTRUM da giugno sono morti 1.600 MIGRANTI, mentre cercavano di attraversare il CANALE DI SICILIA. Dall’INIZIO DEL 2014 sono morte quasi DUEMILA PERSONE. Dall’inizio dell’anno sono stati SOCCORSI CENTOMILA MIGRANTI. Centinaia di migranti in fuga DALLA SIRIA, DALL’ERITREA, DAI PAESI DEL NORDAFRICA raggiungono ogni anno le coste italiane. (da INTERNAZIONALE del 26/8/2014 – http://www.internazionale.it/)

   L’Europa (ma probabilmente l’Italia sempre protagonista in primis) sostituirà, dal prossimo novembre, l’operazione governativa italiana di salvataggio MARE NOSTRUM. Operazione nata all’indomani della morte di 366 eritrei il 3 ottobre 2013 al largo di Lampedusa (a poche decine di metri dall’isola dei Conigli).

   Mare Nostrum è stato uno strumento fondamentale che ha permesso di risparmiare tante altre vittime (ha portato in salvo almeno 70mila migranti), ma che ha, secondo il governo italiano, “costi insostenibili”: 9 milioni di euro al mese.

   Pertanto un’operazione umanitaria che ha dato finora risultati encomiabili in termini di vite umane, ma troppo costosa per rimanere a carico solo dell’Italia (ci sono cinque unità navali impegnate ogni giorno nell’attività di SAR -search and rescue-). E poi, cosa ancor più problematica, il farsi carico dei migranti non è cosa da poco: molti di questi, peraltro, più o meno legalmente, subito si dirigono verso altre nazioni del centro-nord dell’Europa.

Il 27 agosto scorso CECILIA MALMSTRÖM la commissaria europea agli Affari interni, annuncia con il ministro degli Interni italiano ANGELINO ALFANO l’operazione FRONTEX PLUS che nelle intenzioni italiane dovrebbe sostituire l'operazione MARE NOSTRUM e potrebbe partire a novembre. Il condizionale è d'obbligo poiché, come ha ripetuto Malmström lungo l'intera conferenza stampa, IL SUCCESSO DELLA FRONTEX PLUS DIPENDERÀ SOPRATTUTTO DALLA GENEROSITÀ DEI 28 PAESI EUROPEI nel versare un contributo alla causa e nel mettere a disposizione mezzi aerei e marittimi (da www.huffingtonpost.it/, 27/8/2014)

Il 27 agosto scorso CECILIA MALMSTRÖM la commissaria europea agli Affari interni, annuncia con il ministro degli Interni italiano ANGELINO ALFANO l’operazione FRONTEX PLUS che nelle intenzioni italiane dovrebbe sostituire l’operazione MARE NOSTRUM e potrebbe partire a novembre. Il condizionale è d’obbligo poiché, come ha ripetuto Malmström lungo l’intera conferenza stampa, IL SUCCESSO DELLA FRONTEX PLUS DIPENDERÀ SOPRATTUTTO DALLA GENEROSITÀ DEI 28 PAESI EUROPEI nel versare un contributo alla causa e nel mettere a disposizione mezzi aerei e marittimi (da http://www.huffingtonpost.it/, 27/8/2014)

   FRONTEX PLUS prende il nome da un’agenzia europea che si chiama FRONTEX. Frontex è l’Agenzia intergovernativa istituita dall’UE nel 2005 per la gestione delle frontiere esterne all’Unione europea, di fatto votata prima ai respingimenti, poi alla mera segnalazione delle imbarcazioni di migranti in mare.

   FRONTEX PLUS si baserà sulla fusione delle due missioni in corso che sta svolgendo la sua madrina FRONTEX: e cioè AENEAS (dallo Ionio verso le coste nordafricane) e HERMES (un sostegno all’Italia per fronteggiare l’enorme afflusso di migranti nel canale di Sicilia).

   L’idea e il progetto è quello di fermare in primis il mercato clandestino del trasporto di immigrati, anche con la distruzione, una volta raggiunti e trasbordati gli immigrati, dei barconi da requisire: questi barconi, incredibilmente, adesso capita molto spesso che vengono più volte utilizzati: tornati nelle coste africane, diventano quasi delle imbarcazioni ”di linea”, dei traghetti, cioè fanno più viaggi.

Don MUSSIE ZERAI, SACERDOTE ERITREO che con la sua associazione HABESHIA si occupa di dar voce a chi scappa dall’Eritrea e dall’Etiopia: “FRONTEX PLUS NON SARÀ LA PANACEA è sotto gli occhi di tutti, perché continua a lavorare sul problema dei viaggi in mare senza affrontare IL VERO NODO DELLA QUESTIONE, OVVERO LA CREAZIONE DI UN CORRIDOIO UMANITARIO che parta da paesi limitrofi a quelli da cui si scappa, come SUDAN o NIGER, ovvero prima che entrino in azione i trafficanti in LIBIA. Come? ISTITUENDO LUOGHI DI TRANSITO sicuri, APRENDO LE AMBASCIATE ai casi più vulnerabili, per esempio” (la foto di DON MUSSIE ZERAI è tratta dal documentario MARE CHIUSO, di STEFANO LIBERTI e ANDREA SEGRE)

Don MUSSIE ZERAI, SACERDOTE ERITREO che con la sua associazione HABESHIA si occupa di dar voce a chi scappa dall’Eritrea e dall’Etiopia: “FRONTEX PLUS NON SARÀ LA PANACEA è sotto gli occhi di tutti, perché continua a lavorare sul problema dei viaggi in mare senza affrontare IL VERO NODO DELLA QUESTIONE, OVVERO LA CREAZIONE DI UN CORRIDOIO UMANITARIO che parta da paesi limitrofi a quelli da cui si scappa, come SUDAN o NIGER, ovvero prima che entrino in azione i trafficanti in LIBIA. Come? ISTITUENDO LUOGHI DI TRANSITO sicuri, APRENDO LE AMBASCIATE ai casi più vulnerabili, per esempio” (la foto di DON MUSSIE ZERAI è tratta dal documentario MARE CHIUSO, di STEFANO LIBERTI e ANDREA SEGRE)

   MA QUI STA a nostro avviso IL PROBLEMA: Frontex Plus è un’operazione di controllo delle frontiere, MARE NOSTRUM era (è ancora fino a novembre) di soccorso in mare. E non si capisce bene chi e come coprirà il ruolo del salvataggio, che inesorabilmente (a queste condizioni di “incontro in mare” con le carrette di navigazione con su i migranti) si riproporrà.

   Pertanto tutto questo è un po’ difficile da capire: sperare che il controllo più severo (che è la missione principale di Frotex Plus) riduca i viaggi (specie estivi) dal sud del Mediterraneo, è cosa poco credibile. Vien poi assicurato (almeno…) che non si farà nessun respingimento pericoloso per le persone nei barconi (almeno questo si dice), però li si farà capire che sono poco benvenuti…. E si spalmerà la spesa di questa immigrazione su vari paesi europei (sperando nella partecipazione…), e così non dovrà essere solo l’Italia a farsene carico…..Tutte ragioni buone se si vuole, ma si capisce che sono deboli, senza una prospettiva, un progetto.

MAPPA DEI FLUSSI MIGRATORI NEL MEDITERRANEO (da www.reporternuovo.it) (CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

MAPPA DEI FLUSSI MIGRATORI NEL MEDITERRANEO (da http://www.reporternuovo.it) (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   Il vero nodo della questione è un altro, cioè che così non cambierà molto nel flusso senza regole e limiti di immigrati e profughi (in balìa di bande criminali). Cioè noi pensiamo che sia molto più confacente e concreta la proposta di chi dice che servirebbe (serve) la CREAZIONE DI UN CORRIDOIO UMANITARIO che parta da paesi limitrofi a quelli da cui i migranti, i profughi, scappano, come SUDAN o NIGER (ma anche ETIOPIA e ERITREA). Cioè rapportarsi a queste persone ben prima che entrino in azione i trafficanti in LIBIA.

   Come? Istituendo luoghi di transito sicuri, aprendo le Ambasciate ai casi più vulnerabili, coinvolgendo strutture internazionali in quei luoghi, organismi di volontariato….Questa è la proposta di Don MUSSIE ZERAI, SACERDOTE ERITREO che con la sua ASSOCIAZIONE HABESHIA si occupa di dar voce a chi scappa dall’Eritrea e dall’Etiopia. Ma è anche la proposta del deputato LUIGI MANCONI (presidente della Commissione per la tutela e la promozione dei diritti umani del Senato) e della SINDACA di LAMPEDUSA GIUSI NICOLINI: cioè stabilire presìdi di registrazione e smistamento gestiti nei paesi rivieraschi direttamente dalle Nazioni Unite e dall’Ue.

   Solo un coinvolgimento di quei territori specie del nord Africa, possono permettere di rapportarsi ai singoli migranti: a chi ha reali problemi di persecuzione politica, di violenza e guerra nei propri paesi, di miseria e sopraffazione. Come e in che modo aiutarli è lì che si può stabilire e programmare: con quote di entrata nella UE, con progetti straordinari in loco, con creazione di opportunità nei paesi d’origine ove sia possibile.

   E una delle questioni più difficili è anche che, proprio nei territori della costa nordafricana, il disinteresse europeo a quanto lì sta accadendo tra le popolazioni, le etnie, che ci vivono, non può essere più dimenticata: ci riferiamo allo stato di anarchia e guerra civile in LIBIA, in una condizione di “tutto contro tutti” (dopo la fine del regime autoritario di Ghedaffi non si è creata una situazione stabile e migliore). Anche su questo l’Europa può fare molto.

Un  gommone di migranti soccorsi dalla Marina militare ( da www.reporternuovo.it)

Un gommone di migranti soccorsi dalla Marina militare ( da http://www.reporternuovo.it)

   Nei millenni trascorsi (con Roma, Cartagine…) la sponda sud del Mediterraneo non è stata mai vissuta come qualcosa di completamente diverso ed estraneo, “un altro pianeta”, ma di fatto esisteva uno scambio continuo tra le varie sponde mediterranee. Per questo è necessario ora che una POLITICA MEDITERRANEA COMUNE recuperi quel “filo interrotto” storico di rapporto tra i due continenti, che veda l’Europa coinvolta in prima persona nel cercare di valorizzare in tutti i modi l’area del Mediterraneo, creando flussi di merci, di traffico, di economie, turismo, di scambi culturali.

   Ad esempio un “Erasmus” per gli studenti africani ed europei, di reciproca conoscenza e soggiorno in realtà agricole, economiche varie, turistiche, di tutti i biotopi che entrambi i continenti offrono (vivere un’esperienza nel deserto marocchino, libico una volta pacificato… non sarebbe male per i nostri giovani, ma anche nelle comunità rurali, nelle organizzazioni comunitarie africane…)

   Tutto fa pensare che FAR RIVIVERE IL MEDITERRANEO (come anche lo descrive FERNAND BRAUDEL, nella sua colossale fondamentale opera, un libro che vi consigliamo caldamente di leggere, “CIVILTÀ E IMPERI DEL MEDITERRANEO NELL’ETÀ DI FILIPPO II”, ed. Einaudi… costa sui 50 euro però li vale molto di più…), tutto questo eliminerebbe alla radice questo stato di “problema irrisolto e irrisolvibile” che pare essere la grande spinta di popolazioni dai paesi poveri e in guerra verso il Nord.

   Tra le voci e le proposte più interessanti per metter fine a questa tragedia quotidiana degli annegati in mare, ma anche a questo “vissuto” dell’immigrazione clandestina come impossibilità di accettare un flusso continuo di persone nel vecchio continente europeo, come vera svolta concreta iniziale, ci pare assai interessante l’idea dell’ex Ministro agli esteri ed esponente radicale EMMA BONINO di istituire un COMMISSARIO EUROPEO AL MEDITERRANEO.

   Pertanto un “ministro europeo” dotato di mezzi e poteri, che finalmente si dedichi a una integrazione geografica, politica, economica, culturale di quest’aerea che antropologicamente e storicamente, nei secoli rappresenta un flusso continuo di rapporti tra “noi e loro”. E viene in mente non solo le economie che potrebbero svilupparsi, ma la valorizzazione di culture, paesaggi, ambienti… che al solo pensarci fanno sognare una nuova età per l’Europa, l’Africa, i Balcani, e una prospettiva di pace anche per l’attuale disastrato Medio Oriente. (s.m.)

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ZERAI: FRONTEX PLUS? UNA PEZZA, MA SERVE UNA SOLUZIONE RADICALE

di Daniele Biella da VITA.IT 28/8/2014 http://www.vita.it/mondo/

- Il religioso, punto di riferimento internazionale per tutti gli eritrei in fuga dalle persecuzioni, analizza a caldo il nuovo accordo per il salvataggio in mare dei migranti, che “non fermerà la brutalità dei trafficanti, servono azioni concrete nei paesi africani. Ue e Unione africana devono collaborare come non hanno mai fatto”. Tante le questioni aperte - Continua a leggere


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Il MEDIO ORIENTE SCONVOLTO – Stravolta la mappa (di Picot e Sykes) della GRANDE GUERRA, in crisi gli assetti del SECONDO DOPOGUERRA – L’avanzata del crudele STATO DELL’ISIS; La resistenza del POPOLO CURDO; ISRAELE non più isolata, HAMAS rimasta sola… – L’inizio di un inedito riequilibrio geopolitico

La diga di MOSUL liberata dai curdi (di Alfonso Desiderio, foto da Ansa)

La diga di MOSUL liberata dai curdi (di Alfonso Desiderio, foto da Ansa)

  La crudelissima morte (con decapitazione) del giovane giornalista free-lance americano James Foley, vuole essere un messaggio all’America e a tutto l’Occidente di “guerra totale” dei jihadisti dell’ISIS (sigla che starebbe per “Stato islamico dell’Iraq e della Siria”, il cui acronimo si è già abbreviato in “IS”, stato islamico, oppure lo si chiama con il nome di “califfato” come proclamato agli inizi dell’estate).

   E non esiste nessuna rivendicazione, mediazione, possibilità di rapporto con “il nemico”: c’è un’impossibilità di ogni dialogo di chicchessia con l’integralismo violento islamico. Questo è un fatto nuovo nel corso della storia e degli avvenimenti geopolitici, anche se già praticato da Al Qaeda, ma con ISIS (IS) sembra esserlo ancor di più e concretamente: perché ora appunto si parla di Stato, territorio, islamico estremista.

A Nordest dell'IRAQ, in verde, la regione del KURDISTAN IRACHENO

A Nordest dell’IRAQ, in verde, la regione del KURDISTAN IRACHENO

   Pertanto è il declino definitivo dell’ordine e della centralità occidentali: ci si fa la guerra, ma con le trattative (più o meno rispettate), con eserciti o stati che si affrontano… non che i macelli delle due guerre mondiali del secolo scorso, la stragrande preponderanza dei milioni di civili morti, l’olocausto perpetrato dai nazisti e fascisti, le purghe staliniane, la Cambogia di Pol Pot, il massacro di Srebrenica… tutto questo e altro siano cose di gentiluomini rispettosi dei patti… ce ne passa…. Ma ora lo stato islamico estremista, l’IS, è un elemento ancor di più di incomunicabilità totale con ogni “regola” occidentale.

   E il nemico non è solo, appunto, l’Occidente, ma pare esserlo prima di tutto l’Islamismo moderato, dialogante, che nella stragrande maggioranza dei suoi aderenti sempre più si rapporta con tutti, pacificamente, nel villaggio-mondo.

James Foley ad Aleppo, in Siria, nel luglio 2012

James Foley ad Aleppo, in Siria, nel luglio 2012

   Sull’islamismo che, ad esempio vive e convive in Occidente, sorge però la contraddizione terribile che si fa avanti individuando l’accento spiccatamente londinese dell’assassino del giornalista americano. Esiste perciò un atipico contesto di terroristi islamici cresciuti nelle capitali occidentali europee…

   Sarà solo un problema del Medio Oriente e della sua geopolitica sconvolta da quanto sta accadendo? …non solo della creazione dello stato dell’ISIS tra Siria e Iraq, ma anche della probabile proclamazione di uno stato indipendente nel Kuridistan iracheno, quale riconoscimento dovuto e ottenuto per il ruolo di resistenza agli aguzzini dell’Isis che i curdi ora stanno portando avanti…e poi c’è Israele e Hamas, duellanti infiniti a suon di uccisioni, dove però gli equilibri geopolitici stanno cambiando, e Hamas perde alleati, mentre Israele ora dialoga con varie potenze arabe….

   Ecco, sui sommovimenti specie quelli più violenti del Medio Oriente, sul fatto che all’esercito degli estremisti islamici aderiscono anche molti musulmani occidentali, e che questi “occidentali” tornano poi nelle loro case, città europee (o americane) questo fa pensare che ci possa essere un pericolo di importazione della guerra anche da noi, attraverso un terrorismo diffuso…. (una guerra mondiale di stampo pseudo religioso…)

LA POSSIBILE SPARTIZIONE DELL'IRAQ IN TRE STATI: SCITI a sud, SUNNITI dell'ISIS a centro-nord, e CURDI a nordest (mappa ripresa da LIMES)

LA POSSIBILE SPARTIZIONE DELL’IRAQ IN TRE STATI: SCITI a sud, SUNNITI a centro-nord, e CURDI a nordest (mappa ripresa da LIMES)

   Resta comunque, anche se il conflitto fosse circoscritto al solo Medio Oriente, il dovere di intervenire contro gli aguzzini estremisti islamici che appartengono al conformarsi di questo nuovo stato “IS”. E’ un dovere di rispetto della legalità internazionale, o almeno un soccorso, difesa, dei deboli, dei soprafatti, di qualunque stato, etnia, religione essi appartengano.

   Alla scelta politica di dare senso concreto a una POLIZIA INTERNAZIONALE che intervenga a fermare le crudeltà, si fa sentire pure la necessità di un “progetto diverso” delle nostre comunità, della nostra vita sociale. Un rivedere i nostri schemi di vita: così tanta violenza e integralismo (non solo proveniente dall’estremismo islamico…) fa pensare che stiamo andando verso un inesorabile declino totale di valori, di “sentimenti”. Se sta avvenendo tutto questo caos nel pianeta, qualche responsabilità ce l’abbiamo pure noi.

   Pertanto la premessa a una guerra mondiale (che si può ben evitare) implica una nuova presa di possesso della propria vita sociale, collettiva, personale e, nel villaggio globale, un interesse e un “prendersi cura” (“to care” è il verbo intraducibile inglese) dei destini di milioni di innocenti, difendendoli e aiutandoli quando necessitano del nostro aiuto. (s.m.)

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L’INGANNO FEROCE DEL CALIFFATO

di Bernardo Valli, da “la Repubblica” del 21/8/2014

   TUTTO cambia, alleanze, confini, e tutto resta incerto. Le prime, le alleanze, non sono sempre le stesse, mutano secondo i conflitti. E i confini definitivi non sono ancora tracciati. Il francese FRANÇOIS GEORGES-PICOT e l’inglese MARK SYKES direbbero che IL LORO MEDIO ORIENTE è diventato un groviglio inestricabile. Sarebbero inorriditi. L’arroganza coloniale della loro epoca garantiva idee chiare. I due diplomatici ridisegnarono la regione con un accordo. L’ASIA MINOR AGREEMENT creava nuove frontiere. sykes-picot map in 1916

   QUINDI, creava nuove nazioni sulle spoglie dell’IMPERO OTTOMANO, dissoltosi durante la Grande Guerra (1914-1918). Si formò cosi UN EFFIMERO MEDIO ORIENTE secondo gli interessi di Inghilterra e Francia. Cent’anni dopo, in seguito a rivolte, conflitti, colpi di Stato, invasioni e rivoluzioni, il Medio Oriente è in preda a tanti drammi geopolitici simultanei che messi insieme fanno una guerra destinata a sconvolgere la mappa di Picot e Sykes. Con uno stile orientale, in cui POLITICA E RELIGIONE SI MISCHIANO, IL MEDIO ORIENTE CAMBIA FACCIA come accadde più volte all’Europa nel secolo scorso.

   L’ultima sanguinosa novità, LO STATO ISLAMICO, CHE SI VANTA DI TAGLIARE LA TESTA AI PRIGIONIERI, occupa un incerto spazio tra la Siria orientale e il cuore del limitrofo Iraq. È tutt’altro che stabile, soprattutto dopo l’intervento aereo americano, ma si stende all’incirca tra la provincia irachena di Diyala e la città siriana di Aleppo. Al-Baghdadi, il suo capo, si è autoproclamato califfo, cioè successore di Maometto. Ma la sua è una sinistra mascherata. Inganna pochi musulmani (un miliardo e mezzo) sparsi nel mondo.

   La sua forza militare si aggirerebbe sui CINQUANTAMILA UOMINI, Continua a leggere


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CURDI DELL’IRAQ che combattono per fermare l’ISIS: per se stessi, per il Medio Oriente, per l’Occidente – L’avanzata dell’Isis, tra PULIZIE ETNICHE (il popolo del nord Iraq degli YAZIDI) e la nuova FISIONOMIA GEOGRAFICA MEDIORIENTALE – L’OCCIDENTE chiamato ad aderire a UNA GUERRA NECESSARIA

DONNE CURDE PESHMERGA - Una leggenda dice che ogni famiglia curda ha un PESHMERGA che lo protegge. Cioè UN SOLDATO, anzi UN GUERRIERO che arriva fino “AL FRONTE DELLA MORTE”, traduzione di Peshmerga. Le origini di questo gruppo di combattenti risalgono alla fine dell’ottocento quando con l’impero ottomano in via di disgregazione, i Peshmerga lottarono per RICOSTRUIRE LO STATO CURDO che era stato distrutto. -  Oggi si calcola che siano circa 200 MILA, addestratissimi, preparatissimi e molto ben armati visto che ricevono rifornimenti da Stati Uniti, Francia, Germania e Russia. TRA I PESHMERGA CI SONO ANCHE BATTAGLIONI DI DONNE. (da http://iljournal.today/, 11/8/2014)

DONNE CURDE PESHMERGA – Una leggenda dice che ogni famiglia curda ha un PESHMERGA che lo protegge. Cioè UN SOLDATO, anzi UN GUERRIERO che arriva fino “AL FRONTE DELLA MORTE”, traduzione di Peshmerga. Le origini di questo gruppo di combattenti risalgono alla fine dell’ottocento quando con l’impero ottomano in via di disgregazione, i Peshmerga lottarono per RICOSTRUIRE LO STATO CURDO che era stato distrutto. – Oggi si calcola che siano circa 200 MILA, addestratissimi, preparatissimi e molto ben armati visto che ricevono rifornimenti da Stati Uniti, Francia, Germania e Russia. TRA I PESHMERGA CI SONO ANCHE BATTAGLIONI DI DONNE. (da http://iljournal.today/, 11/8/2014)

   Ormai il Califfato dell’ISIS (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante) è “uno Stato” vero e proprio, un’entità territoriale organizzata che controlla un’armata super equipaggiata: le armi migliori sono state sottratte al demotivato esercito iracheno (e sono tutte americane di ultima tecnologia); c’è il probabile appoggio dell’Arabia Saudita (che addestra alle armi gli adepti dell’Isis); e arrivano adepti da tutte le parti del globo (ceceni, libici, afgani, cinesi, ma anche olandesi, francesi, inglesi). E così le truppe dell’ISIS si ingrossano sempre di più: oltre ai jihadisti fanatici arrivati dall’estero c’è anche la guerriglia sunnita locale.

15/8/2014: "Nessun piano di evacuazione sul monte Sinjar. L'assedio alla minoranza yazida minacciata dai jihadisti dell'Isis è stata rotta". Lo ha detto il presidente Obama, che ha assicurato che "la situazione è migliorata" ma che continueranno i raid  (CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

15/8/2014: “Nessun piano di evacuazione sul MONTE SINIAR (la parte in verde sulla mappa). L’assedio alla minoranza yazida minacciata dai jihadisti dell’Isis è stata rotta”. Lo ha detto il presidente Obama, che ha assicurato che “la situazione è migliorata” ma che continueranno i raid

   Va detto che il fatto che un gruppo ultra-estremista (osteggiato per la sua violenza perfino da Al Qaeda) riesca a avanzare continuamente (perpetrando violenze pazzesche) e si stia formando come “stato” nei territori conquistati, non è un caso, ma ha precise ragioni: 1) oltre alle armi pesanti prima dette, ci sono le ingenti risorse economiche ottenute conquistando città importanti dell’Iraq (come Mosul, centro petrolifero e bacino idroelettrico con una grande diga); 2) Il fatto di potersi muoversi tra due stati ora nel totale caos (Siria e Iraq), spostandosi di qua e di là liberamente dal confine oramai inesistente; 3) come prima detto il sostegno dell’Arabia Saudita, che “gioca” su questo caos in Medio Oriente per accrescere una propria leadership; 4) La debolezza di chi si oppone ai fanatici jihadisti: in Iraq c’è un esercito demotivato, in frantumi, e il governo iracheno con il suo leader (Nouri al-Maliki, ora dimessosi) non ha fatto niente per “recuperare” la componente sunnita che guarda con favore la dissoluzione dello stato, così ha “lasciato fare” agli integralisti; e pure l’Occidente è in difficoltà (forse solo Obama da qualche settimana si muove a difesa di minoranze massacrate come gli Yazidi e a sostegno dei Curdi; e ora timidamente l’Europa manderà aiuti e armi agli oppositori dell’Isis).

YAZIDI IN FUGA (foto dal Messagero.it) - Un popolo in fuga verso la Turchia. Questa è la sorte degli YAZIDI, una minoranza religiosa che da secoli vive nel nord dell'Iraq. Con la nascita dello Stato Islamico del Levante hanno iniziato a subire persecuzioni a causa della loro fede. Il ministero per gli Affari femminili iracheno ha allertato la comunità internazionale per denunciare il rapimento di centinaia di donne e ragazze che correrebbero il rischio di essere rese schiave

YAZIDI IN FUGA (foto dal Messagero.it) – Un popolo in fuga verso la Turchia. Questa è la sorte degli YAZIDI, una minoranza religiosa che da secoli vive nel nord dell’Iraq. Con la nascita dello Stato Islamico del Levante hanno iniziato a subire persecuzioni a causa della loro fede. Il ministero per gli Affari femminili iracheno ha allertato la comunità internazionale per denunciare il rapimento di centinaia di donne e ragazze che correrebbero il rischio di essere rese schiave

   Perché, DOPO GLI SCIITI E I CRISTIANI ORA nel mirino dei miliziani sunniti dello Stato Islamico CI SONO GLI YAZIDI. Una piccola minoranza della quale si cerca, dai fanatici islamisti, di arrivare a una vera e propria PULIZIA ETNICA.

   Come dicevamo anche l’Unione europea il giorno di ferragosto (con la sua abituale lentezza che denota il declino europeo) ha accolto «con favore» la decisione di alcuni stati membri di consegnare le armi ai curdi iracheni, che combattono l’Isis.

LE REGIONI DEI CURDI - Il KURDISTAN è un VASTO ALTOPIANO situato nella PARTE SETTENTRIONALE E NORD-ORIENTALE DELLA MESOPOTAMIA, che include l'alto bacino dell'EUFRATE e del TIGRI, il LAGO DI VAN e il LAGO DI URMIA e le CATENE DEI MONTI ZAGROS E TAURO. Il clima è continentale rigido, le precipitazioni sono abbondanti e i terreni sono fertili per i cereali e l'allevamento. Politicamente è DIVISO FRA GLI ATTUALI STATI DI TURCHIA (sud-est), IRAN (ovest), IRAQ (nord) e, in minor misura, SIRIA (nord-est) ed ARMENIA, anche se spesso quest'ultima zona è considerata facente parte del Kurdistan solo dai più ferrei nazionalisti. Solo il KURDISTAN IRACHENO ha una certa AUTONOMIA politica, come REGIONE FEDERALE DELL'IRAQ, in seguito alla fine del regime di Saddam Hussein nel 2003. Anche il Kurdistan siriano ha una autonomia politica da quando c'è la guerra civile. (da Wikipedia)

LE REGIONI DEI CURDI – Il KURDISTAN è un VASTO ALTOPIANO situato nella PARTE SETTENTRIONALE E NORD-ORIENTALE DELLA MESOPOTAMIA, che include l’alto bacino dell’EUFRATE e del TIGRI, il LAGO DI VAN e il LAGO DI URMIA e le CATENE DEI MONTI ZAGROS E TAURO. Il clima è continentale rigido, le precipitazioni sono abbondanti e i terreni sono fertili per i cereali e l’allevamento.
Politicamente è DIVISO FRA GLI ATTUALI STATI DI TURCHIA (sud-est), IRAN (ovest), IRAQ (nord) e, in minor misura, SIRIA (nord-est) ed ARMENIA, anche se spesso quest’ultima zona è considerata facente parte del Kurdistan solo dai più ferrei nazionalisti. Solo il KURDISTAN IRACHENO ha una certa AUTONOMIA politica, come REGIONE FEDERALE DELL’IRAQ, in seguito alla fine del regime di Saddam Hussein nel 2003. Anche il Kurdistan siriano ha una autonomia politica da quando c’è la guerra civile. (da Wikipedia) (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   L’appoggio alla resistenza curda da parte di tutte le forze che si oppongono alla violenza dell’Isis è una urgente necessità che anche l’Europa deve farsi fortemente carico. Un contesto particolarmente pericoloso quello che sta accadendo (nella geografia del Medio Oriente, nei pericoli per l’Occidente…). Ma su tutto pensiamo deve valere la difesa degli inermi: le vittime civili quotidiane che questa guerra sta provocando, e la cosa intollerabile delle violenze che vengono portate da questi fanatici religiosi.

   Ancor di più si sente la necessità di un governo mondiale che “si intrometta” nei conflitti, con l’obiettivo prioritario di difendere i deboli (da qualunque parte stiano), le vittime di ogni violenza e integralismo. (s.m.)

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La situazione in Iraq

CON I PESHMERGA SULLA LINEA DEL FRONTE. «L’ISIS CI ATTACCA CON LE ARMI USA»

di Lorenzo Cremonesi, inviato a ERBIL, da “il Corriere della Sera” del 13/8/2014

- Dopo la fuga dell’esercito di Bagdad, i jihadisti hanno catturato gipponi, artiglieria, munizioni sofisticate. «E sono passati da 30 mila a 100 mila» - Continua a leggere

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