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conservazioni e trasformazioni virtuose del territorio

Geofilm – il giardino dei limoni (ma parliamo anche di Gaza)

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lemontree013

Se vi interessa capire di più, oltre le terribili cronache di questi giorni, il clima che esiste nel conflittuale rapporto tra israeliani e palestinesi, non potete mancare di andare a vedere un bellissimo film, com’è “Il giardino dei limoni“, ambientato in Cisgiordania (terra palestinese). L’ambientazione della vicenda è proprio al confine con Israele (e lì si vede pure che sorge il tristemente  famoso muro divisorio); siamo vicino alla città di Ramallah (vedi la carta qui pubblicata in data 6 gennaio). Qui di seguito proponiamo una breve descrizione e recensione di questo film,  proposta dal settimanale “Internazionale” che a sua volta la ha ripresa dal quotidiano francese “Liberation”. Ma, subito dopo vi proponiamo due importanti articoli sullo stato di guerra attuale, uno di Mario Vargas Llosa (grande scrittore peruviano) pubblicato su “El Pais” e  “La Stampa” di oggi (“Stiamo con i civili di Gaza“), e un articolo apparso su “The Economist” (e ripreso da “Internazionale”) dove si fa un’analisi, a nostro avviso molto meditata ed obiettiva, sulle cause e responsabilità di questa dolorosa guerra in Medio Oriente (“La guerra, a torto o a ragione“).

Il Giardino dei limoni.

Il giardino dei limoni è una favola mediorientale, aspra come il limone e dolce come la limonata. Salma (Hiam Abbass) è una vedova palestinese i cui tre figli sono andati in America per tentare la fortuna. Non le resta che il suo frutteto, ereditato dal padre. Il suo vicino, Navon (Doron Tavory), è il nuovo ministro della difesa israeliano. Appena arrivato Navon fa installare videocamere, filo spinato e una torretta di sorveglianza che svetta tra gli alberi. Soldati e guardie del corpo controllano ogni gesto della donna. Ma non basta. Siamo in piena intifada e, secondo i servizi segreti, dei terroristi potrebbero nascondersi tra gli alberi: in cambio di un generoso indennizzo, Salma dovrà tagliare i suoi limoni. La donna non ci sta e si imbarca in una battaglia legale. Nel frattempo il suo giardino diventa “zona militare”. Per essere una favola, Il giardino dei limoni è di un realismo esasperante. Ed è la storia di un’intera regione, dove si cerca una “soluzione” da migliaia di anni. Il regista israeliano Eran Riklis ne ha per tutti: l’ottusità di chi dovrebbe garantire la sicurezza, la schizofrenia della classe politica israeliana, i mezzi d’informazione locali e internazionali. Non si salva neanche la società palestinese, con i suoi dirigenti, sempre più lontani dalla gente comune, e in generale i suoi uomini, amareggiati e umiliati. Le donne, palestinesi e israeliane, sono le prime vittime di questo antico conflitto tutto maschile. Ma potrebbero essere anche la soluzione, come suggerisce Riklis.

Christophe Ayad, Libération

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STIAMO CON I CIVILI DI GAZA

Mario Vargas Llosa, El Pais – La Stampa

C’è qualche possibilità che l’invasione militare di Gaza messa in atto da Israele distrugga le infrastrutture terroriste di Hamas – obiettivo ufficiale dell’operazione – e faccia terminare i lanci di razzi artigianali degli integralisti palestinesi che controllano la Striscia sulle città israeliane di frontiera? Penso che non ce ne sia nessuna e che l’operazione militare nella quale, sino al momento in cui scrivo, sono morti oltre 600 palestinesi – un gran numero di bambini e di civili innocenti – e che ha causato migliaia di feriti, avrà, nella comunità palestinese piuttosto l’effetto d’una potatura dalla quale uscirà rafforzata Hamas e parecchio indebolita la parte moderata, l’Autorità Palestinese guidata da Mohamed Abbas.

Per dare una parvenza di realtà al motivo brandito come giustificazione dell’attacco da Ehud Olmert e dai suoi ministri, Israele dovrebbe occupare Gaza con un immenso e permanente spiegamento militare o perpetrare un genocidio di cui neppure i suoi falchi più fanatici oserebbero farsi carico e che, speriamo, il resto del mondo non tollererebbe; anche se l’opinione pubblica internazionale ha mostrato, più d’una volta, una supina indifferenza per la sorte dei palestinesi.

La verità è che, per quanto feroce sia stata la punizione inflitta dall’esercito d’Israele a Gaza e, anzi, proprio a causa del sentimento d’impotenza e di odio per ciò che è accaduto al milione e mezzo di palestinesi che vivono ridotti alla fame e mezzo asfissiati in questa trappola, è probabile che, quando Tsahal si sia ritirato dalla Striscia e sia tornata «la pace», gli atti terroristici riprendano con maggior vigore e con un desiderio di vendetta attizzato dalle sofferenze di questi giorni.

I fautori dei bombardamenti e dell’invasione rispondono a chi li critica con questa domanda: «Sino a quando un Paese può sopportare che le sue città siano bersaglio di razzi terroristi lanciati dalle frontiere per giorni e mesi da un’organizzazione come Hamas che non riconosce l’esistenza di Israele e non nasconde le sue intenzioni di distruggerlo?». L’interrogativo è davvero molto pertinente e nessuno, a meno che non sia un terrorista o un fanatico, può trovare giustificazioni alla continua stretta criminale che Hamas esercita sulla popolazione civile d’Israele. D’accordo. Ma se si tratta di cercare le ragioni del conflitto non è onesto, a mio modo di vedere, fermarsi solo a questo, ai razzi artigianali di Hamas, e non andare, invece, un po’ indietro nel tempo per capire – il che non vuol dire giustificare – ciò che accade in quest’esplosivo angolo di mondo. La vittoria elettorale che ha portato Hamas al potere nella Striscia non è stato un atto di massiccia adesione dei palestinesi di Gaza né al fanatismo integralista né alle azioni terroristiche, ma un modo del tutto legittimo con il quale i cittadini hanno detto no all’inefficienza e, soprattutto, alla vergognosa corruzione dei dirigenti dell’Autorità Nazionale Palestinese. E, anche, un tipico atto di autodistruzione verso la quale gli esseri umani, individualmente o collettivamente, si orientano quando toccano situazioni limite di debolezza e di disperazione totale.

Indubbiamente la ritirata israeliana da Gaza e l’abbandono dei 21 insediamenti di coloni che lì s’erano stabiliti, nell’estate del 2005, suscitò grandi speranze che questo gesto potesse dare impulso al processo di pace destinato a portare alla creazione d’uno Stato palestinese che coesistesse con Israele e fosse garanzia della sua futura sicurezza. Non solo tutto ciò non accadde: Hamas si ribellò e i suoi scontri con Al Fatah – con sparatorie e uccisioni – da una parte e, dall’altra, la politica di Israele volta a isolare Gaza e a mantenerla in una condizione d’implacabile quarantena impedendole di esportare e di importare, vietandole l’utilizzo del cielo e del mare, concedendo alla popolazione di uscire da questo ghetto solo con il contagocce e dopo pratiche burocratiche opprimenti e umilianti, contribuirono a determinare quel grande «fallimento economico» che oggi i falchi d’Israele mostrano come prova dell’incapacità dei palestinesi di autogovernarsi.

Mi domando se qualsiasi Paese del mondo avrebbe potuto progredire e modernizzarsi nelle atroci condizioni in cui vive la gente di Gaza. Non parlo per sentito dire, non sono vittima di pregiudizi nei confronti di Israele, un Paese che ho sempre difeso, in particolare quando era al centro d’una campagna internazionale orchestrata da Mosca che appoggiava tutta la sinistra latino-americana. Ho visto le cose con i miei occhi. E ho provato nausea e indignazione per la miseria atroce, indescrivibile in cui languono senza lavoro, senza futuro, senza spazio per vivere, negli antri stretti e immondi dei campi profughi o in quelle città sommerse dalla spazzatura dove i topi scorrazzano sotto gli occhi pazienti dei passanti, le famiglie palestinesi condannate a poter solo vegetare, ad aspettare che la morte arrivi a mettere fine a un’esistenza senza speranza, completamente inumana. Sono questi poveri infelici, bambini e vecchi e giovani, privati ormai di tutto ciò che rende umana la vita, condannati a un’agonia ingiusta proprio come quella degli ebrei nei ghetti dell’Europa nazista, quelli che, ora, vengono massacrati dai caccia e dai carrarmati d’Israele, senza che tutto ciò serva per avvicinare d’un solo millimetro la sospirata pace. Al contrario, i cadaveri e i fiumi di sangue di questi giorni serviranno solo ad allontanarla, la pace, e ad alzare nuovi ostacoli e a seminare altri risentimenti e altra rabbia sulla strada dei negoziati.

Tutto questo lo sanno – molto meglio di me e di qualsiasi altro osservatore – i dirigenti d’Israele. La classe dirigente d’Israele è di altissimo livello, assai più colta e preparata rispetto alla media dell’Occidente. E se è così, perché, allora, scatenare un’operazione militare che non sconfiggerà il terrorismo dei fanatici di Hamas e che, in cambio, serve solo a screditare uno Stato che, con azioni punitive come questa, ha ormai perso quella superiorità morale mostrata in passato nei confronti dei suoi nemici quando Yitzhak Rabin firmò gli accordi di Oslo del 1993?

Credo che la risposta sia questa: dal fallimento dei negoziati di Camp David e di Taba del 2000-2001 in cui il governo israeliano guidato da Ehud Barak era disposto a fare importanti concessioni che Arafat fu così sconsiderato da rifiutare, la società israeliana, profondamente delusa, ha vissuto una deriva destrorsa radicale e, per massima parte, legata alla convinzione che con i palestinesi non siano possibili accordi ragionevoli. E che, quindi, solo una politica basata sulla forza, sulla repressione e su sistematiche punizioni li piegherà inducendoli ad accettare, alla fine, una pace imposta secondo le condizioni di Israele. Questo spiega la popolarità avuta da Ariel Sharon e il crescente appoggio al movimento dei coloni che continuano a installare insediamenti ovunque in Cisgiordania e alla costruzione del Muro che isola e divide la Cisgiordania palestinese. E ciò spiega, inoltre, perché, da quando le bombe hanno incominciato a piovere su Gaza, sia schizzata in avanti, come una freccia, la popolarità dei laburisti di Ehud Barak, l’attuale ministro della Difesa, e della leader di Kadima, la cancelliera Tzipi Livni, i quali, grazie all’operazione militare contro Gaza, hanno ridotto il vantaggio che, in vista delle prossime elezioni, aveva nei loro confronti il conservatore Benjamin Netanyahu. Non bisogna dimenticare che, secondo indagini demoscopiche, oltre due terzi degli israeliani approvano l’azione militare contro Gaza.

«I nostri cuori si sono induriti e i nostri occhi si sono coperti di nuvole», dice il giornalista israeliano Gideon Levy in un articolo pubblicato sul giornale Haaretz il 4 gennaio 2009 commentando l’incursione di Tsahal a Gaza. Come tutto ciò che scrive, il suo testo è ricco di onestà, lucidità e coraggio. È un rimpianto per questa progressiva scomparsa della morale nella vita politica del suo Paese – quel fenomeno che, secondo Albert Camus, precede sempre i cataclismi della storia – e una critica a quegli intellettuali progressisti come Amos Oz e David Grossman che, prima, levavano le loro energiche proteste contro eventi quali il bombardamento di Gaza e, adesso, timidamente, rispecchiando la generale involuzione della vita politica israeliana, si limitano a invocare la pace.

LA GUERRA, A TORTO O A RAGIONE

da “The Economist”, Gran Bretagna – ripreso da “Intenazionale”

Israele dice di essere stata provocata da Hamas. Ma Gaza era sotto embargo da novembre. E’ stato fatto tutto il possibile per evitare questa guerra?

Le proporzioni e la ferocia dell’attacco a Gaza sono state sconvolgenti, e le immagini della sofferenza dei civili che vediamo in tv stringono il cuore. Ma per quanto criticabile, il ricorso di Israele alle armi per mettere a tacere i razzi di Hamas non deve sorprenderci. Questa guerra si preparava da tempo.

Da quando, tre anni fa, Israele ha ritirato i suoi soldati e i suoi coloni dalla Striscia di Gaza, i palestinesi hanno sparato migliaia di razzi e colpi di mortaio oltre il confine, uccidendo poche persone ma turbando la vita quotidiana degli abitanti del sud del paese. Tra il 19 dicembre, quando Hamas ha deciso di non rinnovare la tregua che durava da sei mesi, e il 27 dicembre, quando Israele ha cominciato la sua campagna di bombardamenti, i razzi sparati dalla Striscia sono stati quasi 300. In questo senso, Israele ha ragione quando afferma di essere stata provocata.

Da lontano è facile dire che dopo il ritiro da Gaza solo una decina di israeliani sono stati uccisi dai razzi palestinesi. Ma pochi governi, alla vigilia delle elezioni, lascerebbero colpire le loro città ogni giorno dai razzi, per quanto inefficaci. Negli ultimi mesi, inoltre, Hamas è riuscito a procurarsi dei razzi più micidiali, con cui sta colpendo le città israeliane che prima erano fuori portata. Ai confini con il Libano, Israele deve vedersela con un altro gruppo estremista, Hezbollah, che è fermamente deciso a distruggere Israele e ha a disposizione un arsenale di missili provenienti dalla Siria. E’ comprensibile quindi che gli israeliani vogliano impedire che a Gaza la situazione diventi altrettanto pericolosa. Tuttavia, non dovrebbero meravigliarsi della valanga di reazioni negative suscitate in tutto il mondo. E non solo perché la gente raramente si schiera dalla parte degli F16.

Di solito, per essere giustificata una guerra deve rispondere a tre criteri.

Prima di tutto un paese deve aver esaurito tutti gli altri mezzi per difendersi. In secondo luogo l’attacco dev’essere proporzionato all’obiettivo. E infine deve avere buone probabilità di raggiungere i suoi scopi. Da tutti questi punti di vista, la posizione di Israele è più debole di quanto il suo governo sia disposto ad ammettere. E’ vero che subisce da molto tempo gli attacchi provenienti da Gaza, ma avrebbe potuto fermarli in un altro modo. Infatti non è del tutto vero che l’unica cosa che Israele chiede è la pace lungo il confine. Gli israeliani hanno cercato di ostacolare Hamas imponendo l’embargo alla Striscia e favorendo lo sviluppo economico della Cisgiordania, dove è al potere Al Fatah.

Anche durante la tregua hanno lasciato entrare a Gaza solo un piccolo flusso di aiuti umanitari. Quindi, se Israele è stato provocato, anche Hamas può dire di esserlo stato. Se Israele avesse interrotto l’embargo, Hamas avrebbe potuto rinnovare la tregua. Anzi, secondo una possibile interpretazione dei suoi obiettivi, Hamas ha ripreso gli attacchi per imporre a Israele nuove condizioni, tra cui l’apertura della frontiera.

Per quanto riguarda le porporzioni, i numeri parlano da soli, almeno fino a un certo punto. Solo nei primi tre giorni, erano stati uccisi 350 palestinesi e quattro israeliani. Nè il buon senso né le leggi della guerra impongono però che Israele si allontani dalla norma, che è quella di uccidere più nemici possibili ed evitare le perdite nel proprio campo. Hamas ha commesso una follia a scatenare questa guerra. Ma tra le vittime palestinesi decine erano civili. Ridurre al minimo i morti dovrebbe essere nell’interesse di Israele: i palestinesi che sta bombardando oggi, saranno suoi vicini per sempre.

L’ultimo criterio è quello dell’efficacia del conflitto. All’inizio Israele ha dichiarato che, per quanto il governo si auguri la caduta di Hamas, l’operazione attuale ha uno scopo più limitato: fare in modo che Hamas smetta di sparare. Ma come ha imparato in Libano nel 2006, questo obiettivo è tutt’altro che facile da ottenere. Come è successo per Hezbollah, la resistenza ha aumentato la popolarità di Hamas e lo ha mandato al potere. E’ molto difficile che ceda.

LA TREGUA SUBITO

E’ possibile che Israele abbia dimenticato così presto la lezione del Libano? Forse con la guerra di oggi vuole compensare la sconfitta di allora. Con la minaccia nucleare iraniana all’orizzonte, e la sempre maggiore influenza dell’Iran, Israele vuole ricordare ai suoi nemici che è ancora capace di combattere e di vincere.

Per il cessate il fuoco serve un mediatore. Barack Obama non è ancora presidente, e finora George W. Bush si è tenuto da parte. Lui, o chiunque altro abbia una certa influenza, dovrebbe intervenire subito. Per convincere Hamas la tregua dovrebbe prevedere la fine dell’embargo, alleviando la sofferenza dei civili ed eliminando una delle giustificazioni di Hamas per continuare a combattere. In seguito Obama dovrà riprendere le trattative. La situazione non è disperata. fino a dicembre il presidente palestinese Abu Mazen ha trattato con Israele, ma il leader di Al Fatah controlla solo la Cisgiordania. Finché metà del popolo palestinese sosterrà un’organizzazione che non vuole riconoscere il diritto all’esistenza di Israele, si potranno fare pochi progressi. Ma dato che Hamas non svanirà nel nulla, sarà necessario trovare un modo per fargli cambiare idea. E per far questo le bombe non servono.

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