Geograficamente

conservazioni e trasformazioni virtuose del territorio

La GEOGRAFIA del NARCOTRAFFICO mondiale (e locale). Quando un fenomeno degenerativo diventa economia globale diffusa, con (l’assente) governo mondiale che non dà risposte allo sviluppo compatibile dei paesi poveri; e gli Stati nazionali che adottano una fallimentare pratica proibizionista verso i consumatori

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Cocaleros, Colombia -LA PRODUZIONE DI COCAINA IN COLOMBIA - Le piccole comunità indigene che popolano le zone occupate dai narcocultivos sono le prime vittime degli “effetti collaterali” della cocaina. Vedendosi spesso costretti a lasciare la propria terra a causa dei massacri, gli assassini mirati, il reclutamento forzato dei giovani, i blocchi economici e delle vie di comunicazione, le incursioni armate o i campi minati, l’unica alternativa per chi resta è quella di lavorare al servizio dei narcos nelle coltivazioni di coca o nelle raffinerie disseminate nella selva. Cosí grandi flussi di persone si muovono in direzione delle periferie dei centri urbani, scappando da una storia di terrore sovente finalizzata al furto di terra, e contemporaneamente si creano sempre nuove zone della Colombia in cui la cocaina è ordinaria moneta di scambio, ed i narcotrafficanti sono i custodi e protettori armati di un ordine in cui ogni persona ed ogni attività gravita attorno al mercato della produzione di cocaina. Il gran numero di contadini, “cocaleros e raspacinos”, costretti dalla necessità a mettersi al servizio di questa logica, nelle lotte per la spartizione del potere e del territorio sono coloro che ogniqualvolta queste si concludono con nuovi assetti sono vittime di vendette e ritorsioni. E´ difficile dunque cogliere le differenze tra chi aderisce alle organizzazioni di narcotrafficanti per convinzione e chi per necessità, laddove rappresenti l’unica possibilità in quei territori dove lo stato non ha accesso. (da L.I.M.En la rivista on-line del gruppo "oltre i confini” - http://limen.tn.it/)

   Il narcotraffico si è globalizzato. Le organizzazioni criminali si muovono in giro per il mondo: producono, ma anche seguono la vendita, “lavano” il denaro sporco in attività “legali”, magari in perdita, antieconomiche, ma ricavandone denaro pulito… insomma “economia e finanza” sono al servizio del nuovo volto (forse ancor più temibile) di organizzazioni che producono e trafficano merce di morte, che si sta diffondendo sempre più nei corpi e nei cervelli di sempre più persone, consumatori più o meno abituali (i prezzi diventano sempre più accessibili…).

   E non parliamo di droghe leggere, hascisc, marijuana, ideologicamente represse e che vedono prigioni in giro per il mondo piene di poveracci, spacciatori da poco, che proprio lì (in galera) spesso si formano alla vera criminalità. Parliamo di droghe pesanti: l’eroina (ora di ritorno dopo gli anni ’70 del secolo scorso, che aveva imperversato), che dà dipendenza paranoica, con danni materiali al corpo e porta in un abisso cui è assai difficile tornare indietro; e parliamo delle cosiddette droghe chimiche, create in laboratorio (con sviluppi senza confini nella loro possibilità di produzioni sempre diverse e di espansione per il loro basso prezzo).

   Ma parliamo in particolare dell’uso sempre più allargato (di massa) della “polvere bianca”, la cocaina, più o meno “buona” (cioè che non produce danni corporei collaterali), e che porta a una diffusa degenerata dipendenza psicologica. E’ la cocaina adesso il vero grande business del narcotraffico internazionale, capace di inquinare economie finora pulite, con una capacità concorrenziale che non conosce regole (tanti denari da investire; mentre le “attività oneste” i soldi li devono chiedere in prestito alle banche). L’illegalità che schiaccia la legalità (una competizione viziata…)

   La mancanza di un impegno comune degli stati (del governo mondiale che manca…) si esprime anche in questo campo: pur riconoscendo i grandi sforzi di alcuni (ad esempio gli Stati Uniti, da Clinton in poi) per frenare e sradicare la produzione delle droghe (ad esempio le misure “anticocaina” messe in atto in Colombia, di cui parliamo negli articoli che seguono). Un sistema criminale che si avvale di nuove regole, di una nuova mobilità mondiale delle persone e delle merci, ora che non esiste più il “muro” (cioè la divisione e il controllo del mondo tra Est ed Ovest). E che trova nell’ “informazione libera” e in “tempo reale”, com’è internet, altre possibilità di organizzare il commercio globale degli stupefacenti.

   Nella situazione di distribuzione geografica del fenomeno droga, appare ora cambiato il contesto: se i paesi produttori più o meno sono gli stessi di vent’anni fa (Colombia, Perù, Marocco, Afghanistan, Pakistan, Birmania, Laos, Thailandia…) ben diversa è la situazione del “canali di transito”: l’est europeo, ma soprattutto l’AFRICA (sulla costa occidentale, ponte verso l’Europa), continente che finora aveva avuto un ruolo secondario nel commercio delle droghe.

   Il problema dello sradicamento delle coltivazioni di cocaina e della produzione di droghe sintetiche, appare risolvibile solo con un’inversione di tendenza (una drastica diminuzione) nei livelli di consumo globale (specie del mondo occidentale). Ma sta accadendo il contrario. Viene da chiedersi in modo spontaneo se la politica del ferreo proibizionismo adottata finora dalla maggior parte dei paesi europei, sia la strada giusta. E’ in ogni caso sicuro che questo proibizionismo dà fiato e vigore alla criminalità del narcotraffico (che, sennò, non avrebbe ragione di esserci). Insomma il consumo di droghe è da domandarsi se può meglio essere debellato se esiste a cielo aperto (nell’antiproibizionismo) o con misure ferree di proibizione.

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LE DROGHE DOPO IL MURO. COM’E’ CAMBIATO IL NARCOTRAFFICO

di Loretta Napoleoni e Matteo Ballero, da l’UNITA’ del 4/12/2009  

   Il 10 luglio 2009 viene arrestato in Romania un tuttofare del cartello colombiano e venezuelano di cocaina. Si chiama Jesus Eduardo Valencia-Arbelaez, ma nell’ambiente è conosciuto come Il Padre. Da mesi i servizi dell’antidroga di tre continenti lo tengono d’occhio. A confermare i sospetti è l’acquisto di un aeromobile per trasportare cocaina dal Sudamerica all’Africa occidentale. Dalle intercettazioni telefoniche risulta che la società acquirente è un’impresa di Cipro ma l’aereo è immatricolato nella Sierra Leone.

   Che ci faceva Il Padre a Bucarest? Stava forse prendendo contatti con la criminalità locale? Da quando la Romania è entrata nell’Unione Europea i narcotrafficanti colombiani vorrebbero usarla come base operativa nel Vecchio Continente. Oppure si trattava di riciclaggio? L’Organizzazione, il nome del gruppo di cui Valencia-Arbelaez faceva parte, si occupava anche di questo ed era in procinto di lavare tra i 30 ed i 60 milioni di Euro in Spagna.

   Questa storia non è l’incipit di un thriller ma un piccolo squarcio di vita criminale contemporanea. Dalla caduta del Muro di Berlino il narcotraffico si è globalizzato e l’ha fatto sfruttando al massimo le opportunità offerte dalla deregulation. Dal crollo dei costi dei trasporti fino all’abolizione dei dazi doganali, il traffico di droga oggi viaggia lungo centinaia di migliaia di rotte, attraversa continenti e oceani, spesso con la stessa facilità e celerità di un pacco postale.

   Negli ultimi anni il tarlo del narcotraffico ha iniziato a destabilizzare interi paesi, a finanziare guerre fratricide e a ridisegnare a suo vantaggio la mappa mondiale del crimine. Il boom dei narcotici ha fatto proliferare il crimine organizzato un po’ dovunque. In America Latina sebbene la Colombia rimanga il maggior produttore di cocaina al mondo, Bolivia e Perù hanno ricominciato a produrla ed ad esportarla.   

   Ormai solo il 54% della cocaina consumata negli Usa è colombiana, il resto proviene da questi due Paesi. A luglio del 2009, nella Bolivia orientale, la polizia ha scoperto il più grande laboratorio al mondo, una struttura capace di produrre 100 chilogrammi di cocaina al giorno. Ma è in Perù che i colombiani hanno un rivale fenomenale. Sulle Ande è ricomparso Sendero Luminoso sotto le sembianze di un narco-cartello. Persa l’ideologia filo maoista, il gruppo ha assunto la struttura commerciale e le modalità operative del cartello dei colombiani.
   Le metamorfosi criminali del terrorismo sono quasi all’ordine del giorno. Il modello è quello Colombiano delle Farc, nate come gruppo marxista negli anni ’80, si trasformano nella milizia del baroni della cocaina per poi esserne assorbiti e diventare loro stessi un narco-cartello. In Afghanistan, i Talebani recitano lo stesso canovaccio. I guerrieri islamici sono diventati narco-guerrieri.

   La forza del narcotraffico rispetto a quella delle 72 vergini che spettano ai martiri islamici si chiama eroina: 67 miliardi di dollari la stima del fatturato annuo di quest’industria nel mondo, abbastanza per tenere sotto scacco l’esercito più potente al mondo. L’assimilazione del modello del crimine organizzato da parte dei gruppi armati e della criminalità spicciola viaggia sulle ali dei profitti da capogiro generati dalla vendita dei narcotici.

   Tra le vittime il Venezuela e il Messico che da Paesi di transito sono diventati narco-Stati. Ormai tutte le tratte principali della coca sudamericana passano per il Venezuela, a gestirle sono le Farc ed i cartelli locali. Dalle 60 tonnellate del 2004 si è passati a 260 nel 2007. Da qui la merce sbarca in Messico dove la criminalità locale, organizzatasi anch’essa come un cartello, la contrabbanda negli Stati Uniti. Il Messico produce e vende anche marijuana. Un business che genera il 60% delle entrate della criminalità locale, pari a 8,6 miliardi di dollari, sui 13,8 miliardi totali.

   Gran parte della cocaina che non parte alla volta degli Stati Uniti approda in Africa occidentale – un continente fino a qualche anno fa estraneo al narcotraffico – da dove raggiunge l’Europa, l’Australia e la Nuova Zelanda. I narcotrafficanti hanno trasformato Paesi come la Guinea Bissau, la Guinea Conakry, il Mali o la Mauritania, agli ultimi posti nella classifica dello sviluppo, nelle loro basi operative. Aerei e navi venezuelane e brasiliane fanno la spola tra i due continenti, traghettano droga e qualche volta anche armi.

   A gestire la logistica è la criminalità organizzata nigeriana, intorno alla quale ruota una nebulosa di gruppi armati che controllano fette sempre più grosse del territorio. Tra questi ci sono anche membri del terrorismo islamico. Pare certo il coinvolgimento degli Hezbollah, data la presenza di una grande diaspora libanese in questa regione, specialmente nel riciclaggio dei proventi del narcotraffico; come pure certa sembra essere la presenza di gruppi armati affiliati ad Al Qaeda e in particolare la “Aqim”, Al Qaeda nel Maghreb.

   Sono loro che controllano le piste che passano attraverso il Mali e la Mauritania del Sud. In Europa è il grande crimine organizzato che gestisce il narcotraffico. L’estate scorsa a Napoli è approdata una nave con 400 chilogrammi di cocaina peruviana, le autorità portuali pensano fosse destinata alla ‘ndrangheta. Sempre alla ‘ndrangheta era diretto un carico di droga gestito da un cartello messicano, recentemente sgominato, che la spediva in Italia da Dallas. I carichi destinati all’Australia e Nuova Zelanda fanno quasi tutti scalo in Sud Africa, dove il crimine è in netta ascesa. Importante centro di riciclaggio, a detta delle Nazioni Unite questa nazione non solo è un Paese di transito ma anche di consumo della droga.

   Il consumo di narcotici è in netto aumento in tutti i Paesi di transito, un fenomeno legato alle nuove strategie di marketing del crimine organizzato moderno. Sebbene le piazze principali rimangano i Paesi occidentali, l’abbattimento dei prezzi al dettaglio dovuto alla facilità e rapidità dei trasporti, all’efficienza della produzione e all’aumento dell’offerta, ha reso possibile la vendita anche nei paesi meno ricchi.

   Oggi un grammo di cocaina costa un decimo che vent’anni fa. Nell’ultimo rapporto Onu si parla di aumento dei tossicodipendenti e dei siero-positivi in tutti i Paesi limitrofi ai grandi produttori e cioè nel centro Asia e nell’America latina. La Russia, da dove transita gran parte dell’eroina destinata al mercato europeo, ne consuma ormai circa 80 tonnellate l’anno, anche in Iran, che ha più di un milione di tossicodipendenti, e in Pakistan, un tempo solo Paesi di transito, il consumo aumenta. Ma è alla Cina che i narco-trafficanti guardano. È il mercato del futuro con una popolazione giovane, enorme ubicata in un territorio vergine sconfinato.

   La Cina è già coinvolta nel narcotraffico ma come produttore di due precursori chimici, il Pmk (piperonilmetilchetone ), usato per l’Ecstasy, e il Bmk (benzilmetilchetone ) utilizzato nella produzione di amfetamine. I maggiori acquirenti sono i narco-trafficanti del Triangolo d’Oro dove si produce gran parte delle meta-anfetamine consumate al mondo.

   Negli ultimi mesi, la ripresa della lotta dei cartelli locali contro il governo birmano ha riportato il Triangolo d’Oro alla ribalta del narco-traffico. Per finanziare la guerra i produttori hanno aperto i magazzini di eroina, oppio ed ecstasy svendendo scorte ingenti, accumulate da anni a causa dell’eccessiva produzione mondiale.

   Grazie ai saldi dei narcos nella prima metà del 2009 alla frontiera tra Tailandia e Birmania si è registrato un aumento del 2100% di sequestri di eroina rispetto al 2008. Il pericolo è che la svendita in atto nel Triangolo d’Oro apra nuovi mercati fino ad ora poco recettivi come Indonesia e Cina. Nazioni densamente popolate dove le potenzialità di crescita della domanda e dei guadagni sono immense. Se ciò avvenisse la mappa del narcotraffico subirebbe un ulteriore allargamento. (di Loretta Napoleoni e Matteo Ballero, da l’UNITA’ del 4/12/2009)

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“I NARCO-IMPERI ALLA CONQUISTA DEL MONDO”

di Flavia Amabile, da “la Stampa” del 18/2/2010

Cocaina, riciclaggio e furti informatici – Rapporto all`Osce: “Senza leggi per difenderci”

   Come sopravvivono paesi quali l`Afghanistan o la Guinea? Vendendo droga. E quanto rende il traffico di cocaina pura? Più o meno il 4 mila per cento mentre per le sostanze oppiacee si arriva anche al 14 mila per cento.

   Sono cifre enormi, le ha calcolate Carlo Vizzini, senatore, rappresentante speciale contro la criminalità organizzata transnazionale. Nella sua relazione disegna un quadro fosco dello strapotere e delle ramificazioni dei traffici illegali in tutto il mondo.

   E ricorda che, a rendere più semplice la vita dei criminali sono alcuni fattori. Innanzitutto la mole dei guadagni: il narcotraffico muove ogni anno 1000-1500 miliardi di dollari, vale a dire «il 2-3% dell`intero prodotto nazionale lordo mondiale, precisa Vizzini nella sua relazione, sottolineando anche che si tratta di  «stime per difetto».

   Un potere economico immenso, insomma. «Con questi introiti – spiega il rapporto – imprese nate in maniera illegale schiacciano inesorabilmente ogni concorrente, oggi alle prese con difficoltà congiunturali, strutturali e microeconomiche che partono proprio dalla difficoltà di reperire finanziamenti sul mercato bancario e finanziario».

   Insomma, se avete mai avuto dubbi sul perché alcune attività aprano e chiudano nel giro di poco tempo mentre per le persone normali mettere in piedi anche un piccolissimo negozio può richiedere mesi, una riposta è proprio nella parole del senatore Vizzini.

   Difficile combattere gli imperi criminali – prosegue la relazione anche perché «oggi un abile tecnico riesce a lavare una somma di denaro sino a 80 volte in 24 ore». E, quindi se a mezzanotte, su una certa quantità di soldi sono ancora chiare le tracce dei traffici illegali da cui arrivano, allo scadere della mezzanotte della sera successiva quei soldi sono passati attraverso ottanta giri di mano che hanno cancellato ogni peccato originario. Puliti. Seguendo tecniche di hackeraggio sofisticatissime in modo da rendere del tutto anonimo ogni passaggio».

   Una macchina del riciclaggio perfetta e Stati impotenti perché «non si riesce a definire una legislazione comune». In Italia, ad esempio, ricorda il senatore Vizzini, l`autoriciclaggio non è reato. Mancano gli strumenti per incastrare i criminali. I giudici possono richiedere accertamenti bancari, ad esempio, ma hanno bisogno di «un`ingente documentazione» per ottenere il via libera. E non sempre ci riescono. Quando ci si trova di fronte a una società off-shore spesso «non si hanno i mezzi giuridici». E, infine, si creano quelli che Vizzini definisce «metodi di interposizione legale», degli schermi che rendono «difficile» capire chi sia il vero titolare dei soldi investiti.

   Altrettanto pericolosa e potente è la criminalità informatica, ricorda la relazione. Le varie forme di hackeraggio usate anche per pulire il denaro sporco ma anche al furto di dati e informazioni di carattere personale, hanno un fatturato di circa 75 miliardi di euro, «cifra che supera di gran lunga il Pil di tantissimi Paesi e prossimo al fatturato dell`industria della droga».

   Per combattere un nemico così potente e organizzato c`è un`unica soluzione, ricorda Vizzini ai Paesi dell`Oste: unirsi, adottando protocolli d`intesa e leggi comuni.

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Afghanistan. Parte la distruzione dei campi di papavero. È partita l`operazione di distruzione delle coltivazioni di oppio a Helmand, la roccaforte dei talebani e di trafficanti di droga, sotto attacco delle forze internazionali. Distruzione che, presto, si estenderà a varie altre regioni del sud dell`Afghanistan.

Lo ha riferito Zemeray Bashary, portavoce dei ministero degli interni afgano, in una conferenza stampa in video che ha collegato il quartier generale della Nato a Bruxelles con Kabul. «Abbiamo cominciato il programma di sradicamento a Helmand – ha detto Bashary». E poi ha precisato: «Molto presto cominceremo a Kandahar, Farah e Nimruz». Si tratta delle province del sud, segnate dalla forte presenza talebana e delle coltivazioni di papavero. Per le forze internazionali, oltre che per Kabul, la lotta alla coltivazione dell`oppio è fondamentale e strategica. Infatti, i talebani tra i loro finanziatori contano anche sulla presenza dei narcotrafficanti.(“la Stampa”del 18/2/2010)

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L’AMERICA E L’INVASIONE DEI «NARCOS»

di Guido Olimpio, da “il Corriere della sera” del 19/3/2010

Nuova guerra di Obama: contro i 500 mila messicani che portano la droga a 30 milioni di tossicodipendenti

   Non appena insediato alla Casa Bianca Barack Obama ha subito rivolto la propria attenzione alla sfida dei narcos messicani. Sembrava un nuovo inizio, poi però si sono imposte altre priorità. L’Iraq, l’Afghanistan, la grana sanitaria.

   Ma la questione Messico, con la sua cronaca di morte quotidiana, non è sparita. E sarebbe un errore pensare che sia un affare che riguarda solo chi vive a Sud del Rio Grande. La metastasi si è diffusa a Nord del fiume, negli Usa, diventando un pericoloso «fronte interno». il segretario di Stato Hillary Clinton e quello della Difesa Robert Gates, seguiti da generali e capi dell’ intelligence, sono stati a Città del Messico per un inusuale consiglio di guerra con le autorità locali.

   L’amministrazione deve trovare una ricetta che mette insieme tre obiettivi: aiutare i messicani nella lotta alle gang, contrastare l’ infiltrazione, ridurre la domanda di droghe negli Stati Uniti. Non senza ragione il presidente del Messico Felipe Calderon rammenta che è il mercato americano a provocare l’ingordigia dei Cartelli, pronti a tutto pur di prendersi fette di mercato.

   E, infatti, la guerra si sviluppa lungo i tre corridoi che dal Messico si insinuano negli Stati Uniti. Il primo è a Ovest, con la porta Tijuana-San Diego. Il secondo taglia al centro, in Arizona (Nogales, Douglas). Il terzo a Est, nel Texas. Direttrici che si sovrappongono alle grandi arterie. Le usano le auto, le usano i narcos per creare basi e centri di distribuzione in oltre 200 città, le percorrono molti dei 4,6 milioni di camion che ogni anno passano il confine.

   Un dossier ufficiale segnala che il Cartello di Sinaloa è presente in 129 località, quello di Juarez in 44, il Golfo in 44 e la banda di Tijuana in «appena» 20. Sono queste organizzazioni rivali a far affluire stupefacenti di ogni tipo che soddisfano la richiesta di 30 milioni di cittadini statunitensi. In cambio ricavano tra gli 8 e i 24 miliardi di dollari ogni anno, più un fiume di armi per darsi battaglia. Loro portano la «roba» e ricevono contante che viene contrabbandato verso sud dagli spalloni.

   Le «colonie» messicane, in combutta con bande locali, esportano anche violenza. Il controllo di una piazza di distribuzione significa omicidi e sequestri. Un numero: a Phoenix (Arizona) in tre anni sono stati denunciati 3 mila rapimenti, gran parte legati ai narcos. A Laredo, Texas, impazzano invece i killer a pagamento, spesso minorenni. A El Paso, ancora Texas, dormono i sicari incaricati degli omicidi a Juarez. Devono solo attraversare il ponte che unisce le due città, praticamente attaccate.

   Prima George Bush e poi Obama hanno provato a reagire. Il loro intervento è ancorato – forse troppo – al Piano Merida. Un pacchetto di 1,4 miliardi di dollari che prevedeva training, invio di mezzi e tecnologia. Ma al dicembre 2009, gli Usa avevano messo a disposizione del vicino solo una minima parte degli aiuti promessi. Ritardi burocratici e le resistenze del Congresso hanno compromesso il programma. I politici locali invocano lo schieramento dell’ esercito. Il governatore del Texas, Rick Perry, ha varato un piano di contingenza con la mobilitazione dei Ranger e misure supplementari alla frontiera.

   Altri congressisti pretendono dai messicani trasparenza – troppi soldi vanno in mani sbagliate -, lotta alla corruzione e stop alle violazioni dei diritti umani. A partire dal giugno 2009, sotto l’ incalzare della violenza, l’amministrazione democratica ha fatto uno sforzo in più. Gli Stati Uniti hanno fornito materiale per le intercettazioni e qualche elicottero. È stato lanciato un corso di addestramento rapido per investigatori a San Luis Potosí. Sono stati formati team misti. È partito «Platform Mexico», un centro informatico in un bunker di 5 piani che collega i database dei due Paesi.

   Oltre 400 agenti della Border Patrol sono arrivati di rinforzo. Ufficiali messicani sono stati inseriti nel Northern Command (Colorado) e nella Task Force di Key West (Florida). La Dea ha lanciato l’«Operazione Bandiera nera» sul transito della droga, quindi ha mandato 128 agenti sulla frontiera con compiti specifici nel campo dell’ intelligence. I messicani, dopo anni di indecisioni, hanno reso più facili le estradizioni: 258 arrestati sono stati rispediti negli Usa. Infine sono nati i team misti a El Paso e sono stati aperti «uffici» a Nogales ed Hermosillo.

   Ma si tratta delle classiche gocce perdute in un oceano. Per gli analisti militari è troppo poco. Il Messico aspetta ancora una ventina di elicotteri e mezza dozzina di aerei. Non arriveranno prima del 2011. E devono aumentare anche i velivoli senza pilota Usa, ma i tagli al budget rendono problematico l’incremento.

   Per lo stesso motivo – e perché non funzionava – è stata sospesa la costruzione della barriera invisibile, fatta di sensori, telecamere e altre diavolerie. Servirebbero una collaborazione più stretta ma i nodi politici e le diffidenze sono forti. Dopo l’uccisione di tre persone legate al Consolato di Ciudad Juarez, l’Fbi è intervenuta ma ambienti messicani hanno avvertito: si limitino a una assistenza tecnica. I commentatori si aggrappano a rapporti ufficiali che danno conto di come la corruzione non sia solo una prerogativa dello stato latino: dal 2003 sono stati arrestati 129 funzionari o poliziotti americani accusati di aver favorito i criminali.

   I gringos restano gringos. Lo spiegamento di forze – anche se incompleto – è criticato da quanti lo accostano alla militarizzazione del presidente Calderon. Affidarsi all’esercito non ha dato risultati – sostengono – è difficile piegare i banditi con i fucili. Neppure la presenza di 7 mila soldati a Ciudad Juarez ha ridotto gli omicidi. Forse sarebbe meglio – suggeriscono – legalizzare alcune droghe, come la marijuana.

   L’impressione è che Washington non sappia bene quale strada prendere. Le risorse sono limitate, non è possibile trasformare la frontiera in una cortina di ferro e, soprattutto, ogni soluzione non può che essere parziale. I protagonisti – Usa e Messico – sono troppo diversi. Una realtà fornisce droga e l’altra la consuma. Senza contare il tessuto sociale. Quello messicano sembra fatto apposta per favorire i cartelli. Quello americano è ideale per generare soldi e infiltrarsi. Il fronte interno della narco-guerra resterà aperto ancora a lungo. (Guido Olimpio)

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DA http://www.liberainformazione.org/news.php?newsid=9000

Africa, 20.10.2009 | di Gaetano Liardo

MALAFRICA

Le nuove rotte del narcotraffico internazionale

   Nel tentativo di far giungere sempre più cocaina in Europa a rischi sempre minori, i narcotrafficanti tracciano continuamente nuove rotte. Possono sembrare strane o antieconomiche, ma sicuramente sono funzionali all’obiettivo di incrementare i guadagni, tanti, minimizzando i rischi. Accade così che l’Africa, e in particolar modo il versante occidentale, nel giro di pochi anni sia diventato uno dei centri nevralgici del transito della “blanca” proveniente dal Sud America e diretta verso l’Europa.
   Accade, inoltre, che la regione risulti essere una ambientazione ideale per sviluppare anche altri tipi di traffici, perché ha in sè delle caratteristiche molto importanti: è molto povera, le forze di polizia e l’esercito sono poco attrezzati e spesso conniventi, le élites al potere si dimostrano sensibili ai narcodollari.
   “In Senegal, e in tutta l’Africa occidentale, convogliano tutti i tipi di stupefacenti destinati all’Europa. Non solo cocaina, ma anche hashish dal Marocco e, grazie all’apertura delle rotte commerciali con l’Africa orientale, hashish e oppio afgano”, scrive la Direzione centrale dei servizi antidroga nella relazione del 2008.
   Le rotte aperte dalle organizzazioni criminali per far passare la cocaina stoccata in Africa occidentale sono varie e abbracciano la geografia di un intero continente. “Sempre più frequentemente i trafficanti si avvalgono di nuovi modus operandi consistenti nella ricerca di rotte terrestri, aeree e navali inconsuete e inimmaginabili”, riporta la Dcsa. Rotte inimmaginabili.
   Gli investigatori, ad esempio, hanno individuato una rotta atlantica. Dal Sud America la cocaina arriva in Africa occidentale, in Senegal, Ghana, Guinea, Guinea Bissau, solo per fare alcuni esempi, per essere successivamente trasportata verso gli Stati Uniti. “Tali rotte, che a un primo esame appaiono antieconomiche, in quanto complesse e tortuose, presentano infatti minori rischi di sequestri dei carichi illeciti”.
   Altra rotta è quella del Sahel. Via deserto, attraversando Mauritania, Mali, Niger per approdare alle coste maghrebine di Algeria, Libia e Tunisia. Deserto e oceano comportano uno sforzo organizzativo immenso e molto costoso, ma sicuramente la consapevolezza di annullare quasi del tutto i rischi. “Il sequestro di 46 tonnellate di cocaina dal 2005 ad oggi è il dato più significativo a sostegno della tesi di un hub africano – registra la Dcsa – e verosimilmente è solo la minima parte del reale volume dei traffici”.
   Per provare a contrastare i traffici via mare l’Organizzazione mondiale delle dogane (Wco) e le Nazioni Unite (Unodc) hanno dato vita ad un programma di assistenza a vari governi, tra i quali molti dell’Africa occidentale, per controllare i container stoccati in porti ritenuti sensibili. Se si considera che il 90% del commercio mondiale avviene via mare, e che ogni anno viaggiano 420 milioni di container marittimi, l’impresa non è delle più facili. Inoltre, risulta difficile realizzare un efficace contrasto al narcotraffico in Africa occidentale proprio perchè la maggior parte dei governi della regione sono collusi con i trafficanti, se non addirittura protagonisti nella gestione dei traffici stessi.
   Un altro interessante dato che emerge dall’analisi della Dcsa è la collaborazione delle organizzazioni criminali nella gestione dei traffici: “il traffico di sostanze stupefacenti è stato ed è il fattore chiave nel processo di trasformazione e di rinnovamento del crimine organizzato, basato sull’ampliamento del proprio raggio di azione, adottando una strategia di globalizzazione criminale-finanziaria nel contesto di una integrazione transnazionale sia dei mercati illeciti che degli stessi grucriminali”.
   Anche al Dipartimento di SUsa e all’Europol fanno un’analisi simil’Africa Occidentale è considerata un criminale a tutti gli effetti, con conseguenze devastanti sulla stabilità dell’intero continente. Le rotte della cocaina inoltre collegano direttamente e stabilmente gli altri traffici che flagellano l’Afrarmi, esseri umani, diamanti, e rifiuti sici e tecnologici.
   Le organizzazioni criminali fanno affari e prosperano, tracciano alleanze e consolidano i propri rapporti con l’establishment politico – economico africano. Il tutto nel silenzio più assordante che avvolge il grande continente dimenticato.

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COLOMBIA – CALABRIA

di Francesco Pea (da L.I.M.En la rivista on-line del gruppo “oltre i confini” - http://limen.tn.it/ ) 

   Quando parliamo delle relazioni che intercorrono tra Italia e Colombia necessariamente bisogna andare oltre il normale flusso di rapporti tra stati che caratterizzano l’odierna società ed economia globale. Tra i due paesi vi sono rapporti sotterranei talmente saldi, che non si esagera nel dire vi sia un doppio filo che li unisce indissolubilmente. La costanza con cui avvengono ingenti scambi di droga e denaro tra la Colombia, maggiore produttore mondiale di cocaina, e l’Italia, fa sì che si sia venuto a creare nel tempo, nel silenzio generale, un sodalizio tra i due paesi che da vita ad un’imponente economia clandestina parallela a quella legale ed in grado di condizionarla e di soffocarla.

   Il narco-traffico è un mercato capace di moltiplicare i profitti in maniera esponenziale e di generare quantità di ricchezza tali per cui nessun altra impresa (legale o illegale che sia) o stato può reggere la concorrenza: e proprio per queste caratteristiche è da sempre il mercato privilegiato dalle mafie.

   Si comprende pertanto l’attrattiva per la criminalità organizzata del commercio di cocaina, dove i ricavi sono totalmente slegati dalla produzione, rappresentando una forma di rendita, e tra le forme di rendita la più redditizia, grazie alla quale colui che riesce a impossessarsi della formula vincente (dove contano la conoscenza dei canali, la capacità di una presenza capillare sul territorio, gli appoggi politici) può vedere ricavi centuplicati rispetto agli investimenti iniziali.

   Tale commercio si muove prevalentemente in direzione dei paesi sviluppati quali USA e Europa dove col tempo si è verificata un allarmante crescita del consumo di “polvere bianca” , e vede come interlocutori principali dei narcos colombiani, esponenti di spicco della criminalità organizzata italiana e principalmente di ‘nrangheta e camorra, associazioni mafiose responsabili dello smistamento e della diffusione della cocaina che, attraverso i loro uomini, canali, investimenti, riesce a giungere in Nord America, Europa ed in ogni piazza di ogni città d’Italia.

   L’aumento del consumo di cocaina in Europa, complice l’abbattimento dei prezzi che si sono dimezzati rispetto agli anni precedenti ne ha consacrato il passaggio da droga d’elite a droga di largo consumo, con una capillare diffusione sul territorio italiano garantita dalle organizzazioni mafiose (complice il fatto di poter contare su un grande quantità di manodopera a basso costo a cui delegare lo spaccio al dettaglio).

   Per tali organizzazioni il mercato della cocaina rappresenta il luogo ideale dove far fruttare i propri capitali complici i prezzi di favore che ricevono alla fonte. Non vi sono famiglie che non sono implicate nel traffico di cocaina, anche se neppure la toccano, investono soldi che poi i trafficanti faranno fruttare. Recenti indagini hanno dimostrato la saldatura che vi è tra narcos colombiani e uomini della ‘ndrangheta calabrese, che gli consente di gestire la quasi totalità del traffico mondiale con investitori e riciclatori in diversi paesi, riuscendo a trattare all’incirca 600 tonnellate di coca l’anno, dove “il contributo fondamentale della criminalità organizzata italiana sta nella mediazione dei canali e nella capacità di garantire continui capitali di investimento”.

   Operazioni coordinate tra DEA statunitense e Direzione Antimafia di Reggio Calabria hanno dapprima documentato i legami delle “n’drine” calabresi (struttura di base della ndrangheta, autonoma sul proprio territorio che si basa sulla famiglia di sangue garantendo così il silenzio per cui non si conosce il fenomeno del pentitismo in Calabria) con i narcos colombiani; Salvatore Mancuso in particolare, leader della formazione paramilitare Autodefensas Unidas de Colombia (AUC).  Recentissime indagini hanno provato i collegamenti fra le cosche calabresi e il cosiddetto cartello del golfo, ricostruendo le fasi: traffico di droga dalla Colombia, dove la cocaina viene prodotta, al Messico ed ai paesi Africani, come luoghi di smistamento, arrivando a Stati Uniti, Canada ed Europa, dove la droga viene spedita e poi inserita nei circuiti di spaccio.

   Scoprire i traffici, i canali di arrivo tramite cui la droga giunge in Italia, diviene fondamentale per le magistratura, ma questo si rivela non essere sufficiente anche in virtù del fatto che per ogni rotta smantellata o persona arrestata vi è sempre qualcuno che è pronto a prenderne il posto. Allora diviene necessario capire, per arrivare a contrastarle, le trasformazioni della polvere bianca. Infatti la velocità di profitto che caratterizza questo mercato, fa si che un enorme mole di denaro necessiti poi di venire riciclato, lavato, reinvestito in attività quali commercio, aziende, costruzioni, flussi bancari, appalti pubblici, andando ad avvelenare e falsare ogni dinamica di marcato basata sulla (leale) concorrenza. Si comprende infatti che chi disponga di tali liquidità, acquista il potere di determinare il successo o la morte del mercato in cui verranno messe in campo e di rendere l´intero sistema economico dipendente e soggiogato.

   La stabilità dei contatti tra i due paesi si basa insomma sulla affidabilità dei i clan italiani agli occhi dei partner colombiani, essendo in grado di garantire investimenti costanti e corposi tali da creare un ponte a struttura mobile tra sud italia e sud america in cui transitano senza soluzione di continuità cocaina e denaro.

La Colombia, paese che si estende su 1.141.748 km² (tre volte l´Italia), con una biodiversita senza eguali nel mondo è il primo produttore ed esportatore mondiale di cocaina e il terzo produttore mondiale di marijuana, e l’eroina colombiana (prodotto relativamente nuovo per la regione andina) è considerata tra le migliori del mondo. Nonostante cifre discordanti in termini di quantità prodotte, superfici coltivate e, soprattutto, profitti, tutte le stime e gli studi concordano infatti nell’indicare la forte ascesa negli ultimi anni della Colombia come coltivatore e produttore di droga, rispetto a un pressoché generale declino dei Paesi di area andina. Si parla infatti di 100.000 ettari di terreno coltivati a coca per produrre circa l’80 % della cocaina mondiale.

   Alla base della strategia colombiana di lotta al narco-traffico vi é il “Plan Colombia”, concordato tra il governo colombiano e quello statunitense. Esso si basa su un paradigma di lotta alla coca ed alla cocaina che punta a colpire direttamente l’offerta e la coltivazione. Il piano quinquennale lanciato allo scadere dell’amministrazione Clinton, prevede un’azione congiunta di distruzione delle colture e di aiuti militari contro il narcotroffico. Gli Stati Uniti, attraverso il Plan Colombia, anno stanziato ingenti fondi per la guerra al narcotraffico nel loro preciso interesse nazionale (il 90% della cocaina ed ora anche il 50% dell’eroina arrivano dalla Colombia).

   Il costo totale del Plan Colombia è stato calcolato in 7.500 milioni di dollari. Il governo statunitense ha contribuito con 1.575 milioni, mentre lo stato colombiano ha finanziato 4.000 milioni di dollari. L’80% della spesa è stata destinata ad interventi di carattere militare, mirati soprattutto a combattere i gruppi guerriglieri; solo il 20% è stato investito con fini sociali. I crescenti sforzi del governo colombiano, sotto la costante spinta e appoggio degli Stati Uniti interessati a combattere alla fonte l’ingresso di droga nel proprio paese, hanno raggiunto cifre record nella distruzione di narcocultivos.

   Ciò nonostante l’efficacia di tale strategia è stata più volte messa in discussione sia dalle stime (sebbene sempre al ribasso in quanto i rilevamenti satellitari rivelano solo campi superiori a un quarto di ettaro, non vedono le piantine appena nate e le colture sono sempre più nascoste nella foresta amazzonica), ma soprattutto dal fatto che nel mondo i consumi siano aumentati ed i prezzi scesi, e questi sono indizi del fatto che la produzione all’origine stia crescendo e che la catena del narcotraffico funziona.

   Le strategie utilizzate per la distruzione delle coltivazioni sono fondamentalmente due, ma il primo, lo sradicamento manuale effettuato dalle pattuglie della Policía, viene ritenuto ormai troppo rischioso, considerato l’alto numero di militari uccisi nei territori presidiati dai campi minati e dagli eserciti che difendono le coltivazioni. Così si preferisce utilizzare la “fumigación aerea“, l’irrorazione di una sostanza erbicida (glifosato) per mezzo di piccole unità aeromobili. Alternativa meno pericolosa (anche se sono numerosi gli equipaggi abbattuti dalla contraerea dei narcos) e più efficace. Questa pratica è stata però da più parti condannata per le pesanti conseguenze sulla vita colombiana: il cocktail chimico usato oltre a causare problemi respiratori nella popolazione più debole come vecchi e bambini provoca inoltre danni ambientali che in un contesto di biodiversità senza eguali al mondo ancor più grave.

   Oltre a colpire indiscriminatamente ogni tipo di specie su cui entri in contatto il veleno buttato dagli aerei a volo raso è tra le cause dello sfollamento forzato interno, che coinvolge ormai quasi 4 milioni di persone, e che fa della Colombia il leader di una sconvolgente classifica mondiale. Infatti le fumigazioni hanno “spinto le coltivazioni in altre aree, molte volte all’interno della selva, o delle riserve indigene, cosa che ha implicato una continua distruzione di boschi e l’estensione sociale del conflitto”.

   Ai danni ambientali causati da questa tecnica di distruzione delle coltivazioni si aggiungono quelli legati al trattamento delle piante ed al processo di trasformazione delle foglie di coca in cocaina. La deforestazione attraverso incendi controllati per strappare alla foresta lembi di terra coltivabile è infatti pratica diffusa. Il carico chimico necessario a massimizzare la produttività di queste piantagioni tra fertilizzanti e antiparassitari e le sostanze chimiche necessarie alla raffinazione tra cui etere e acetone, cemento e benzina, finiscono irrimediabilmente nell’ambiente circostante, inquinando in maniera massiccia e spesso irreversibile il suolo, i corsi d’acqua superficiali, le falde sotterranee e provocando la morte di migliaia di organismi animali (soprattutto acquatici) e vegetali, l’isterilimento del suolo, la diminuzione delle riserve d’acqua potabile, l’alterazione della catena alimentare, e chi ne soffre di più sono proprio le popolazioni che vivono in quelle zone che vedono ulteriormente diminuire le risorse di base necessarie alla sopravvivenza.

   Le piccole comunità indigene che popolano le zone occupate dai narcocultivos sono dunque le prime vittime degli “effetti collaterali” della cocaina. Vedendosi spesso costretti a lasciare la propria terra a causa dei massacri, gli assassini mirati, il reclutamento forzato dei giovani, i blocchi economici e delle vie di comunicazione, le incursioni armate od i campi minati, l’unica alternativa per chi resta è quella di lavorare al servizio dei narcos nelle coltivazioni di coca o nelle raffinerie disseminate nella selva.

   Cosí grandi flussi di persone si muovono in direzione delle periferie dei centri urbani, scappando da una storia di terrore sovente finalizzata al furto di terra, e contemporaneamente si creano sempre nuove zone della Colombia in cui la cocaina è ordinaria moneta di scambio, ed i narcotrafficanti sono i custodi e protettori armati di un ordine in cui ogni persona ed ogni attività gravita attorno al mercato della produzione di cocaina.

   Il gran numero di contadini, “cocaleros e raspacinos”, costretti dalla necessità a mettersi al servizio di questa logica, nelle lotte per la spartizione del potere e del territorio sono coloro che ogniqualvolta queste si concludo con nuovi assetti sono vittime di vendette e ritorsioni. E´ difficile dunque cogliere le differenze tra chi aderisce alle organizzazioni di narcotrafficanti per convinzione e chi per necessità, laddove rappresenti l’unica possibilità in quei territori dove lo stato non ha accesso.

   Il fallimento del Plan Colombia avviene di fatto perché non ha saputo costruire sostenibili alternative economiche per i “cocaleros”, ma d’altronde, ben si comprende la difficoltà di fornire un’alternativa di lavoro alla produzione di coca visti i suoi elevati tassi di redditivitá. Per ogni ettaro di coltivazioni sradicate o fumigate ce ne sarà sempre un altro o più pronto a prenderne il posto in un altro punto del paese.

   Sulla necessità di soppiantare la coltivazione di coca attraverso la sua graduale sostituzione con altre colture, alcune organizzazioni non governative hanno cominciato a sviluppare programmi che andassero a finanziare direttamente culture tradizionali alternative, ed esempi in tal senso si trovano giá nell’opera del missionario trentino padre Giacinto Franzoi, impegnato nel promuovere nella regione del Caguán la coltivazione della pianta del cacao come fonte di guadagno in grado di soppiantare la coltivazione della coca.

   Dall’altra parte però, il Plan Colombia, studiato per combattere la produzione di cocaina ed eroina colombiana, dal 2001 ha ricevuto un nuovo impulso, trasformandosi, sulla linea della lotta globale al terrorismo, in una guerra contro i gruppi insorgenti colombiani. Temi quali il narcotraffico, il conflitto colombiano che dura da 60 anni e l’inserimento nelle liste internazionali delle organizzazioni terroristiche di alcuni degli attori armati sono divenuti così oggetto di una strategia unitaria in cui la risposta repressiva del governo, finanziata con denari americani, si concentra in particolar modo contro la quarantennale guerriglia delle FARC (Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane) autofinanziatasi attraverso sequestri e narcotraffico.

Nel 2004 questi sforzi si sono concretati nel ‘Plan Patriota’, con il quale il presidente Uribe, dopo essere stato rieletto, ha deciso di combattere la guerriglia direttamente nei loro avamposti storici.

   Peró l’attuale presidente Uribe e la sua politica di “seguridad democratica”, da una parte elegge la via militare (ma negando l’esistenza stessa del conflitto e riducendolo ad un fenomeno di terrorismo internazionale e di narcotraffico), dall’altra favorisce la smobilitazione dei gruppi paramilitari attraverso i meccanismi della legge di giustizia e pace.

   Il paramilitarismo, che nasce dalla difesa dei grandi latifondisti in opposizione alla presenza di gruppi guerriglieri, si sviluppa parallelamente all’apparato militare ufficiale da una parte e dall’altra agli interessi dei grandi narcotrafficanti: infatti all’interno delle AUC si trovano sia autentici leader antiguerriglieri, sia narcotrafficanti bisognosi di un esercito per i loro traffici. Così un processo di pace che voleva smantellare l’apparato paramilitare si è trasformato in un processo di negoziazione con alcuni dei più grandi narcotrafficanti del paese, i quali hanno potuto spostare il centro dei loro affari in impenetrabili aree rurali, difesi da veri e propri eserciti e hanno davanti a loro la prospettiva dell’impunità per i numerosi reati commessi e la concreta possibilità di veder cancellate le richieste di estradizione.

   Infatti il deterrente maggiore per i narcos colombiani è da sempre stato lo spettro dell’estradizione negli Stati Uniti. Chi traffica in Colombia tiene in conto di passare qualche tempo in prigione, ma sa anche che i potenti in questo paese la prigione la possono scegliere e che da lì possono continuare a gestire gli affari con un relativa tranquillità. Ma andare in galera negli USA è un altro conto.

   Per questo la Colombia è stata definita una “diplomazia bicefala” in quanto mentre da una parte stipula accordi di cooperazione internazionale per il rispetto e lo sviluppo de diritti umani con l’Europa, dall’altra acutizza il conflitto civile in atto con tecnologie ed armamenti americani.

   In Colombia per liberarsi dei gruppi armati e del conflitto che questi alimentano è doveroso tenere nella dovuta considerazione il problema del narcotraffico, un cancro che corrompe tutto con facilità, grazie alla imponente mole di denaro che è capace di generare. Ma proprio a causa di tale pervasività, bisogna stare attenti a non confondere piani che sono necessariamente diversi, in cui è rischioso assimilare contadini che si danno alla coltivazione della coca per garantirsi un reddito di sussistenza ai fenomeni di terrorismo internazionale. Mentre non si può pensare che risolvere il conflitto colombiano riuscirà ad eliminare il problema del narcotraffico, è vera la relazione inversa: solo riuscendo a denarcotizzare il conflitto si potrà sperare di risolverlo.

   Le popolazioni indigene per prime subiscono le conseguenze di una mondo che ruota attorno alla coltivazione della coca e di un’economia fittizia basata sui proventi del narcotraffico. In Colombia il 7% dei proprietari terrieri detiene il 70% delle terre coltivabili che vengono impiegate principalmente per colture da esportare sul mercato globale e solo in secondo luogo il settore agrario produce beni a basso costo destinati ad un mercato interno caratterizzato da bassi salari. In tale contesto la coltivazione della pianta della coca, laddove non assicurata dalla presenza di gruppi armati, rappresenta l’unica fonte di sostentamento: è una pianta che cresce al sole e all´ombra, offre quattro raccolti pieni all´anno ed è assicurato che avrà degli acquirenti.

   Una pianta che nella tradizione andina, mutuata dalla cultura Inca, si vede attribuita una funzione sacra ed un valore medicinale, ben diverso dal valore che assume nei locali in cui si consumano i moderni riti occidentali. Si capisce quindi l´affermazione dell´ONU secondo cui per ridurre nel lungo termine il problema della droga, é necessario mettere in atto piú interventi di prevenzione. Bisogna cioè risalire all´origine: a chi consuma droga (FRANCESCO PEA –  L.I.M.En)

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Lotta al narcotraffico

NEL 2009 CROLLANO I SEQUESTRI DI DROGA

Antigone: «Finita la tolleranza zero». Nel 2008 record, poi trend negativo anche di operazioni e arresti: meno 12,5%

Da http://www.diariodelweb.it/

   Crollano nel 2009 le operazioni antidroga in Italia e, con queste, i sequestri di sostanze stupefacenti o psicotrope. Secondo i dati forniti dall’associazione Antigone nell’anno passato il numero delle operazioni (sono state 21.956,33) è calato improvvisamente del 12,5% rispetto al 2008 (furono 36.897,41) e anche i sequestri di droga in un anno sono scesi del 37% (da 42.602 kg a 26.872 kg).

   Il calo delle operazioni, spiega Antigone, sembra comportare una flessione dei sequestri relativa a tutte le sostanze censite, ma la variazione più significativa da segnalare è certamente quella relativa ai derivati della cannabis ed in particolare all’hashish, che avevano invece visto nel 2008 una notevole crescita delle quantità sequestrate. Il 2008 era stato l’anno dei record, con il numero più elevato di operazioni antidroga e con il quantitativo più elevato di sostanze complessivamente sequestrate.

   Se si va però ad esaminare l’andamento dei sequestri rispetto a ciascuna sostanza separatamente, si scopre che mentre i sequestri di cocaina hanno registrato dal 2006 in poi un andamento leggermente decrescente, ed i sequestri di eroina calavano già dal 2004, dallo stesso anno erano costantemente in crescita i sequestri dei derivati della cannabis, con una esplosione nel 2008 dovuta ad una crescita dei sequestri di hashish del 74,4% rispetto all’anno precedente. Nel 2009 questo dato abnorme si ridimensiona, ed a fronte di un calo complessivo dei sequestri rispetto a quasi tutte le sostanze, il dato relativo all’hashish è quello che registra la flessione maggiore (-51%).

   Secondo i dati di Antigone nel 2009 cala anche il numero delle persone segnalate per reati legati al possesso o alla vendita di droga: furono 35.097 nel 2008, sono state 30.831 lo scorso anno. Per l’associazione «pare esservi stato un calo del controllo di polizia, e quindi della rilevazione di illeciti, in particolar modo nei confronti dei soggetti e delle condotte che tradizionalmente suscitavano minor allarme sociale, ovvero quelle meno gravi, che non vedono coinvolti gli straneri, e che riguardano le droghe leggere. Si tratta ovviamente di un dato non di poco conto, dopo anni che si registra una tendenza di segno inverso, di un controllo sempre più stretto sulla criminalità di minor spessore, che sta tra l’altro facendo esplodere le nostre carceri».

   Pur restando invariata la normativa sulle droghe – continua Antigone – sembra che la nostra ‘guerra alla droga’, interpretata come tolleranza zero verso la criminalità di minor spessore, sia forse oggetto di un ripensamento. Da una parte l’esplosione della popolazione detenuta, oggi costretta in condizioni inumane nel sistema penitenziario più sovraffollato d’Europa, e dall’altro i dati relativi all’abuso di sostanze stupefacenti, che non sembrano in alcun modo beneficiare di queste politiche repressive, stanno forse mettendo il ministero dell’Interno di fronte alla necessità di un ripensamento della tolleranza zero perseguita in questi anni?».

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Dopo l’operazione anti-droga con 74 arresti

“Padova città di smercio e narcotraffico. Qui il denaro non ha odore”

da “il Mattino di Padova” del 11/11/2009

   – Lo scrittore Massimo Carlotto racconta l’economia illegale esentasse -

   L’anima noir della città s’incarna nelle «indagini non autorizzate» dell’Alligatore. Verità altrimenti impronunciabili, nero su bianco nella narrazione letteraria. Di droga si legge, eccome, nell’ultimo romanzo di Massimo Carlotto che dalla stanza d’albergo di Firenze (dove ieri presentava “L’amore del bandito”) “rilegge” la notizia del giorno con uno sguardo tanto disincantato, quanto più acuto della cronaca. «Conferma in pieno la tesi che cerco di sviluppare da un po’: Padova è la città dello smercio e del narcotraffico a livello molto alto. Sono persuaso della dimensione albanese e kosovara di comando rispetto a tutti gli altri: i magrebini ormai sono ridotti al ruolo di “tirapiedi”. Gli italiani, invece, servono per smerciare droga in alcuni ambienti e anche per poter riciclare soldi, investendoli in attività pulite» afferma in prima battuta.
   Carlotto ascolta i dettagli. Poi riflette a voce alta: «Non si riesce mai ad arrivare alle figure più interessanti. Ma questa è una vecchia storia: dalla banda Maniero in poi sfugge sempre il livello alto dell’organizzazione. Via Anelli all’epoca era il mercato ghettizzato, una sorta di vetrina dello spaccio. E faceva anche comodo che fosse così. Ma il vero “giro” è sempre stato altrove. C’è la Padova che sniffa come la Milano da bere dei bei tempi».

   Un po’ come l’Alligatore, scruta l’«anima nera» dei padovani: «E’ un atteggiamento culturale. Fa impressione che ci si preoccupi di avere il cortile di casa bello e ordinato o del giardino pulito senza gente fastidiosa, brutta, sporca e cattiva. Invece, se sono persone eleganti, che arrivano, riciclano, magari comprano attività commerciali e poi se ne vanno, va benissimo. In fin dei conti aiuta l’economia, crea posti di lavoro. E il denaro non ha odore».

   Ritorna a Nord Est l’ombra lunga della criminalità: «Ragionando di mafie, bisogna misurarsi col livello superiore. Le mafie sono stanche di investire i proventi in aziende e commercio perché rappresenta un rischio economico. Puntano piuttosto agli appalti delle opere pubbliche, dove si guadagna e basta. L’infiltrazione nel territorio delle culture criminali è molto pericolosa».

   E Carlotto ribadisce la sua convinzione: «C’è un vero e proprio cartello che controlla il confine a Est. Da Trieste il flusso arriva proprio a Padova, da dove si dirama verso Bologna per il “ mercato” del centro sud oppure verso Milano e Torino». La cocaina abitudine come lo spritz? «Andrebbero effettuati almeno tre volte l’anno le analisi che rivelano i metaboliti degli stupefacenti nelle fognature. Il consumo di cocaina in città è diventato di massa. E garantisce affari pazzeschi».
   Conclusione ad ampio raggio: «E’ uno scenario che si dipana. La droga, certamente. Poi c’è il denaro che viene riciclato e ripulito. La sofisticazione alimentare, che è diventato un “ramo produttivo” della criminalità: indirettamente, la gente non sa nemmeno quanto e come ne viene a contatto. Vale per il traffico illegale di rifiuti o dei farmaci, senza dimenticare le truffe. Nel “sistema Italia” la dimensione illegale è importante. E a Nord Est siamo pieni di evasori totali».

………….

da LIMES, rivista di geopolitica italiana

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2 thoughts on “La GEOGRAFIA del NARCOTRAFFICO mondiale (e locale). Quando un fenomeno degenerativo diventa economia globale diffusa, con (l’assente) governo mondiale che non dà risposte allo sviluppo compatibile dei paesi poveri; e gli Stati nazionali che adottano una fallimentare pratica proibizionista verso i consumatori

  1. io devo portare la droga all’esame di terza media ma devo fare il sud america come faCciio ??

  2. Allora cara Stefany cerco di risponderti io, anche se non sono molto ferrato nella materia o materie visto che poni due quesiti. Quindi, per portare la droga all’esame (ignoro cosa ti debba servire) bisognerebbe sapere anche la quantità e il tipo, ma provo lo stesso a darti una risposta, cerca di avvolgerla con della carta stagnola così da eludere possibili metal detector, se ci sono dei cani anti droga e la quantità non è elevata prova a immergerla nei vasetti di nutella così da evitare odori. Altrimenti, se vuoi correre meno rischi affidala a qualche tuo amico, ma assicurati che non parli se viene beccato e per far questo promettigliene una piccola parte a lavoro compiuto. Penso ti siano utili questi consigli, mentre per l’altra domanda è più difficile risponderti, fare il sud america…considerando che l’età della terra è stata stabilita in 4,5 miliardi di anni e pochi meno ne sono serviti per creare i continenti come li vediamo adesso; l’unico consiglio che ti posso dare è di procurarti alcune bombe atomiche o altre armi equivalenti per tentare di spezzare il continente Africano dandogli la forma desiderata, cioè del sud America. Oppure potresti tentare la strada che stanno percorrendo, sia in Olanda che a Dubai e cioè portando della sabbia sul mare fino a creare un pezzo di terraferma, ma sinceramente viste le dimensioni e i mezzi sarà un’impresa ciclopica se non impossibile! Quindi forse non c’è una risposta realizzabile per quest’ultima domanda, ma spero tu non ti demoralizzi e ti faccio un imbocca al lupo per il tuo esame.

    PS però chiedere di fare un continente in meno di un mese (credo che gli esami siano a giugno) è da Dio non da persone.

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