Geograficamente

conservazioni e trasformazioni virtuose del territorio

LAVORO e QUALITA’: nella GESTIONE TERRITORIALE, nei BENI COMUNI – Nuove sfide del presente e dell’immediato futuro, per uscire dalla crisi e reinventare nuovi modi di sviluppo – il pensiero geografico alla (dura) prova della proposta politica

Lascia un commento

Immagine ripresa dal sito http://www.assesempione.info/

   Sempre più appare difficoltoso immaginare il prossimo immediato futuro come dato dall’uscita dalla attuale crisi globale (che colpisce particolarmente l’Europa, gli Stati Uniti… cioè quei paesi di “antico benessere”) con i vecchi parametri della crescita industriale (come? in che modo??) e del mero aumento del prodotto interno lordo.

   Da tempo sosteniamo in questo piccolo blog geografico che la scelta di cambiamento è prima di tutto data da una nuova qualità di vita (ambientale, sociale, urbanistica, economica, di autonomia alimentare ed energetica) dei TERRITORI in cui si svolge la nostra quotidianità.

  E, come detto nel primo articolo che vi proponiamo (di Lucio Perosin, del Movimento Federalista Europeo) mai come adesso, di fronte alla minacciata disponibilità di beni essenziali per l’uomo, si misura come ci sia bisogno di uscire dalla logica tutta incentrata o sulla gestione privatistica, cioè sul liberismo, o viceversa sulla gestione pubblica nella sua accezione di statalismo.

   L’importanza che beni come l’acqua, l’aria, l’energia, l’ambiente, il paesaggio, la salute, l’istruzione… siano considerati “beni comuni indisponibili ad un utilizzo di parte” diventa strategica e non possiamo più derogare (lo devono ricordare anche gli “sviluppisti a prescindere” come in questi giorni ci paiono essere i “pro-Tav”, disposti ad appoggiare le politiche di ingenti sacrifici di spesa nazionale ed europea per un’opera – il treno ad alta velocità da Torino a Lione – che non si sa bene cosa ora potrà servire – le merci? i passeggeri? quali merci, quali passeggeri?…).

   La vera emergenza del futuro (scusate, del presente!) sarà (è) il LAVORO PER TUTTI, per i giovani in particolare (uomini e donne) (abbiamo inserito in seconda battuta un articolo di Carlo De Benedetti ripreso da “il Sole 24ore”, con degli scenari futuri assai allarmanti ma molto realisticamente possibili, anche se poi le sue conclusioni, di De Benedetti, sono da discutere). E per questo è necessario ridefinire i paradigmi e i valori sociali, uscendo da connotati che finora non hanno prodotto grandi risultati, come “pubblico è bello” oppure al contrario “privatizzare è necessario”. Qualcosa di diverso si deve pensare e praticare. Andrebbe introdotta, anche a livello di diritto, una nozione che superasse quella corrente di proprietà privata e di proprietà pubblica (nel senso di ente locale o statale), insufficiente a definire questo nuovo concetto di BENE COMUNE, di proprietà personale e proprietà comune, termini tra loro distinti ma complementari.

   Anche la RIDEFINIZIONE DEI TERRITORI che noi geografi proponiamo, anche e specialmente nel superamento della obsoleta divisione territoriale nazionale in 8.100 comuni, 110 provincie, 20 regioni (con la creazione di NUOVE CITTÀ che raccolgono insieme i comuni sempre più in difficoltà, AREE METROPOLITANE al posto delle provincie e MACROREGIONI al posto delle costose e superate regioni), anche questo va nel contesto di una risoluzione degli eccessivi costi di apparati pubblici poco efficienti e di servizi ai cittadini dispendiosi e poco produttivi. Perché se debiti si devono fare (e ogni possibilità di sviluppo e crescita richiede investimenti finanziari, perciò anche si dovrà far nuovi debiti), va pure detto che ci sono debiti e debiti, spesa pubblica produttiva (e della quale si può pensare di indebitarsi) e spesa pubblica da eliminare. (sm)

……………………………….

 BENI COMUNI E POLITICA

8/3/2012 – di LUCIO PEROSIN (del Movimento Federalista Europeo)

Premessa. La crisi finanziaria globale ha suscitato in tutto il mondo un movimento di giovani e meno giovani toccati direttamente nei propri interessi e nella proprie aspettative di vita. La logica del mercato globale aveva intrapreso una marcia che sembrava non avere limiti di alcun tipo, né sociali né territoriali. Ma lungo il suo cammino vittorioso il neoliberismo economico è rovinosamente inciampato. E non sa come risollevarsi. Nemico a se stesso. Per reazione la gente tenta una risposta, cerca di opporsi. Di trovare altre strade, vie di uscita alternative.

   Si rifà vivo l’antagonismo sociale. Globale, questa è la novità. Perché il nemico è globale. Ma sappiamo che il collante dell’antagonismo, da solo, non è sufficiente. Alla lunga è controproducente. Ci vogliono allora delle proposte, delle risposte in positivo. Ma qui sta il difficile. Questa è la sfida. Si profilano all’orizzonte segnali interessanti e nuovi che vanno raccolti e approfonditi. Segnali la cui novità è data dal fatto che siccome il nemico è globale, è giocoforza tentare di dare delle risposte globali. La novità, e non è poca cosa, sta tutta qui. Perché bisogna saper proporre nuovi paradigmi interpretativi della società globale. Una bella sfida!

LO STATO DELL’ECONOMIA OGGI

   Nel cosiddetto mercato globale le multinazionali dei paesi occidentali e dei paesi emergenti da una parte e la speculazione finanziaria internazionale delle banche piuttosto che le politiche monetarie degli stati e delle istituzioni mondiali dall’altra, sono in grado di ridurre in miseria e mettere alla fame in un batter d’occhio milioni di cittadini in ogni parte del mondo.

   E’ uno scenario che vede ancora l’umanità divisa in padroni e servi, in balia di poteri e organizzazioni che in sfregio alla vita umana e alle più elementari condizioni di vita perseguono i loro propri interessi a breve senza scrupolo alcuno, accaparrando risorse e accumulando capitale.

   Un mercato dove non solo il lavoro, ridotto a merce di scambio, è messo a repentaglio alla stregua di un bene qualsiasi, ma spesso anche la stessa condizione umana è gravemente minacciata e considerata come scarto dello sviluppo.

   E fa per di più impressione che tutto questo accada a fronte di avanzamenti tecnologici e di potenzialità di ricerca scientifica che potrebbero assicurare, già da oggi, pane e lavoro a tutti.

   Dopo il crollo del comunismo il mercato è diventato l’unico orizzonte pensabile. Ed è in questo contesto che trionfa l’individualismo: cioè quando l’individuo non ha alcun limite se non il proprio interesse/profitto. E che trionfa l’impresa capitalistica: cioè quando il mezzo (il capitale) diventa fine, il capitale diventa padrone dell’impresa, come sanzionato anche dalle leggi (spa, srl, ecc.).

   Il mercato diviene dunque l’unico ambito di riferimento per l’economia, un campo sterminato per i singoli individui e per l’impresa capitalistica in cui scorazzare liberamente per realizzare i propri interessi. Si potrebbero elencare a lungo le nefaste conseguenze di questa impostazione unilaterale e rovesciata dell’impresa: inquinamento, fame, ingiustizie, distruzione del territorio, disoccupazione di massa, ecc.

COME FUNZIONA IL COSIDDETTO MERCATO

   Per comprendere i limiti dell’ideologia liberista trovo esemplare prendere le mosse dalla spiegazione che gli economisti danno della nascita e della specificità del mercato. Il mercato viene descritto come un luogo protetto in cui alcune persone vengono lasciate libere di “giocare” ai venditori e compratori.

   E allorché con le loro azioni dettate dall’istinto e dalla passione rischiano di creare qualche problema al normale proseguimento del gioco, interviene “qualcun altro”, cioè la legge, a riportare l’ordine.[1]

   Insomma questi che giocano al mercato non sono considerati responsabili delle loro azioni. Sono considerati alla stregua di scolari bisognosi dell’occhio vigile della maestra. Perché possono combinare molti guai se lasciati troppo liberi.

   C’è bisogno sempre di “qualcun altro” (nel nostro caso la classe dei politici) che abbia una visione d’insieme e che abbia a disposizione i mezzi adeguati per intervenire nel caso questi discoli con le loro azioni sconsiderate facciano del male a loro stessi o agli altri. Non è questa un’entusiasmante visione del mercato, soprattutto quando si pensa che questa concezione si è mantenuta fino ai giorni nostri, ben oltre il periodo della nascita del capitalismo. Se non che oggi i problemi del mercato non son più quelli della fiera rionale o di paese, ma sono mondiali.

   E quando dei ragazzini irresponsabili compiono qualche azione avventata, le conseguenze sono enormemente più gravi e coinvolgono molte più persone di un tempo. Ci si fa male in tanti. Si scherza col fuoco. Tanto più che ogni tanto compare all’orizzonte qualche pratica liberista spinta (vedi il reaganismo e il thacherismo) secondo la quale il mercato dovrebbe essere in grado di regolarsi da solo, a condizione che lo stato ne resti assolutamente fuori!

   Oppure di contro, come in questi tempi di crisi economica globale, si assiste al sorgere di posizioni che richiedono a gran voce l’intervento massiccio dello stato nel mercato per tranquillizzare i cittadini. Si oscilla cioè ora dalla parte dello stato ora dalla parte del mercato a seconda delle convenienze politiche e delle congiunture da gestire.

UN SENTIMENTO NUOVO

   Oggi per esempio la gente, sempre più timorosa del futuro di fronte ad una crisi economica drammatica, vede meno di buon occhio il libero scorazzare dei privati nelle sconfinate praterie del libero mercato. E poiché viene addirittura messa a repentaglio la disponibilità di beni comuni essenziali (come l’acqua, l’aria, l’ambiente, ecc.) per la sopravvivenza dell’umanità intera, ecco che da molte parti si chiede a gran voce l’intervento massiccio dello stato in campo economico. Col rischio contrario di cadere nello statalismo appena poco prima fieramente avversato.

   Insomma voglio dire che se l’ideologia del libero mercato (ogni tanto regolato dallo stato) aveva delle plausibili giustificazioni quando sorse in Europa e si espanse gradualmente nel resto del mondo, il fatto che a tutt’oggi permanga indisturbata questa ideologia a fronte di uno scenario che non è assolutamente più quello di un tempo, questo mi sembra non solo colpevole ma soprattutto inadeguato a fronteggiare i problemi di oggi.

   Mai come adesso infatti, di fronte alla minacciata disponibilità di beni essenziali per l’uomo, si misura come ci sia bisogno di uscire dalla logica tutta incentrata sulla gestione privatistica, cioè sul liberismo, o viceversa sulla gestione pubblica nella sua accezione di statalismo.

SCENARI NUOVI

   Oggi, proprio di fronte a problemi di portata mondiale, bisogna poter uscire dalla contrapposizione pubblico-privato perché la libertà privata è venuta a coincidere con la libertà collettiva. Se uno gioca “liberamente”, cioè privatisticamente, con l’ambiente, con l’energia, ecc. come se fosse un problema di portata limitata e settoriale e non globale, costui gioca in maniera irresponsabile perché le conseguenze dannose ricadrebbero subito sull’umanità intera oltre che su di lui stesso: non ci sono più spazi e tempi intermedi in grado di assorbire il danno.

   Questo è il tempo in cui si tocca concretamente con mano l’idea spesso ritenuta idealistica che “la mia libertà finisce dove incomincia la libertà dell’altro” come l’ideologia liberale sostiene, ma che “la mia libertà incomincia dove incomincia la libertà dell’altro[2].

   Infatti a fronte della crisi finanziaria, dell’inquinamento, del surriscaldamento del pianeta, dell’esaurimento progressivo di beni essenziali come acqua e aria, non è più possibile la separazione tra locale e globale, individuale e collettivo, ecc.

   Emerge drammaticamente l’importanza che beni come l’acqua, l’aria, l’energia, l’ambiente, il paesaggio, la salute, l’istruzione, ecc. siano considerati beni comuni indisponibili ad un utilizzo di parte. Per i quali si dovrebbe prevedere una gestione “personale e comune” al posto di una gestione privata (individuale, societaria) e pubblica (là dove per pubblica s’intende del singolo stato o dell’ente locale intermedio come Comune, Regione, ecc.): che sarebbero sempre gestioni parziali e partigiane di un patrimonio di ciascuno e dell’umanità intera.

   La qual cosa presuppone che, trattandosi di beni personali e contemporaneamente comuni, nel senso che appartengono alla singola persona e all’umanità intera, andrebbe introdotta anche a livello di diritto una nozione che superasse quella corrente di proprietà privata e di proprietà pubblica (nel senso di ente locale o statale), insufficienti a definire questo nuovo concetto di proprietà personale e proprietà comune, termini tra loro distinti ma complementari.[3]

   Ma al di là di questa pur importante questione giuridica, è fondamentale che l’utilizzo e la gestione di un bene personale e comune debbano essere anch’essi personali e comuni. Ciò vuol dire che innanzitutto va introdotta una concezione dell’economia non più di stampo liberista/individualista o statalista/collettivista, ma invece un’economia di utilità personale e comune. Fare una simile operazione sarebbe molto importante perché modificherebbe atteggiamenti e comportamenti individuali e collettivi e creerebbe i presupposti per una nuova cultura adeguata ai tempi che viviamo.

   In secondo luogo vuol dire che andrebbero individuati di volta in volta, con precisione, tutti quei beni e quei servizi che da subito sono o stanno per diventare indisponibili per un uso statalistico-privatistico (oltre ai suaccennati beni, andrebbero qui annoverati la salute, l’istruzione, la previdenza sociale, ecc.).

   Che tutti questi beni andrebbero gestiti da soggetti giuridici aperti alla partecipazione di singoli cittadini utenti, di associazioni, del volontariato, in altre parole di tutta la società civile interessata e anche di Enti locali di vario livello. Cittadini che abbiano però il potere reale di contare e di decidere nella gestione dei beni. Che non deve più essere (come lo è ora) terreno di conquista dei partiti e luogo di mediazione tra politica ed economia (con conseguente fisiologica corruzione).

   E’ da notare peraltro che un’esperienza in questa direzione è già stata fatta negli anni ‘70 con i Decreti Delegati della scuola: gestione del tutto abortita per insipienza e volontà politica precisa di svuotarli di potere effettivo. Il modello però andrebbe ripreso, esteso ad altri settori dei servizi e alla gestione di beni comuni, andrebbe attualizzato e riproposto.

   E quando si parla di nuovi soggetti di gestione comune delle risorse, bisogna individuare i diversi livelli territoriali di gestione che vanno dal territorio locale a quello nazionale, da quello europeo a quello globale: gestione multilivello che non deve essere conflittuale ai diversi gradi territoriali ma che deve essere improntata invece al criterio dell’autogestione a tutti i livelli.

   Autogestione che, analogamente al criterio dell’autogoverno, è un criterio di chiara ispirazione federalista che fa coesistere, senza conflitti di principio, diverse istanze di potere e, nel caso specifico, diversi livelli territoriali di gestione delle risorse.[4]

   E infine è bene concludere con una riflessione, oggi di drammatica attualità, sull’inscindibilità in presenza della crisi economico-finanziaria globale, del rigore economico e contemporaneamente della crescita.  Perché la crisi non si risolve solamente con politiche di rigore contabile, ma anche creando debito, da indirizzare però non negli sprechi o nella spesa corrente o nei consumi superflui, ma verso la valorizzazione di beni (comuni) che apportino sia un benessere immediato per i cittadini ma anche un crescente patrimonio da lasciare alla generazioni future.

   In altre parole c’è debito e debito. Il debito che non va fatto è quello improduttivo, che non crea patrimonio. Quello che va fatto si chiama investimento di garanzia per il futuro. L’esempio evidente di questi giorni è dato dal problema del territorio italiano che sta letteralmente franando sotto i nostri piedi per incuria, miopia politica e corruzione affaristica con un esborso di risorse finanziarie ben superiori a quelle necessarie per l’ordinaria manutenzione dello stesso. Un patrimonio artistico, ambientale e culturale che invece sarebbe importante curare e valorizzare non solo per i cittadini di oggi, ma anche per quelli di domani. (LUCIO PEROSIN)


[1] “Ma tutti coloro i quali vanno alla fiera, sanno che questa non potrebbe aver luogo se, oltre ai banchi dei venditori i quali vantano a gran voce la bontà della loro merce, ed oltre la folla dei compratori che ammira la bella voce, ma prima vuole prendere in mano le scarpe per vedere se sono di cuoio o di cartone, non ci fosse qualcos’altro: il cappello a due punte della coppia dei carabinieri che si vede passare sulla piazza, la divisa della guardia municipale che fa tacere due che si sono presi a male parole …” . Luigi Einaudi, Lezioni di politica sociale, Einaudi, TO, 2004.

[2] “Il concetto di libertà comune espresso nella molteplicità dei suoi significati in quasi tutte le lettere dei condannati a morte della Resistenza Europea, serve ad ampliare il concetto di libertà e a specificarne meglio il senso. Dalla libertà individuale, per cui la mia libertà finisce dove comincia la tua, si passa alla libertà personale, connessa alla libertà comune, in cui la mia libertà comincia dove comincia quella dell’altro. Il processo di liberazione comune si conclude solo quando al mondo non ci sarà più nessun schiavo e nessun oppresso”. Ernesto Baroni-Giorgio Rivolta, Libertà personale e bene comune, IPOC, MI, 2011.

[3] “Dopo la violentissima epopea delle enclosures i modelli rimasero sempre due, ossia quello dello Stato sovrano e quello della proprietà privata. Con la morte dell’intelletto generale, questi due modelli ancor oggi esauriscono il campo delle possibilità e sono presentati come contrapposti dalla dominante retorica della modernità: per il liberalismo costituzionale lo Stato rappresenta il pubblico, mentre la proprietà, paradigma del privato, è fondativa del mercato. Le due nozioni dominanti, Stato e proprietà privata, colonizzano interamente l’immaginario, esaurendo rispettivamente l’ambito del pubblico e quello del privato in una sorta di gioco a somma zero: più mercato e meno Stato o più Stato e meno mercato sono le sole alternative politiche che esauriscono le opzioni e i programmi rispettivamente della destra e della sinistra parlamentari. Ma, lungi dall’essere contrapposte, queste nozioni sono figlie di una medesima logica assolutistica e riduzionista che deprime il comune a favore dell’individuo, sacrificando l’identità ( e l’intelletto) del tutto a quella delle sue parti. Proprietà privata e sovranità statuale sono cioè figlie di una logica economica che emarginando il comune cancella la logica ecologica e umilia l’intelligenza generale, producendo soltanto pensiero unico: la logica implacabile dell’accumulo di capitale”. Ugo Mattei, Beni comuni – un manifesto, BA, 2011.

[4] In concreto, il riconoscere un’entità come bene comune significa dichiararne l’incompatibilità sia con la logica pubblicistica, tipica della delega alla Stato e ai suoi apparati, sia con quella privatistica, tipica dell’individualismo possessivo, trasformatosi oggi sempre più in struttura aziendalistica informata al solo criterio tecnocratico e quantitativo dell’efficienza nell’accumulo. I beni comuni sono la base della democrazia partecipativa autentica, fondata sull’impegno e la responsabilità di ciascuno nel raggiungimento dell’interesse di lungo periodo di tutti. Per esempio, considerare l’acqua come bene comune – o la scuola, o la rendita fondiaria, o l’informazione – significa innanzitutto creare una barriera politica alta contro ulteriori processi di privatizzazione. Allo stesso tempo, non significa affatto trasferire la gestione di questi beni comuni a strutture dello Stato o di enti locali legittimate dalla delega della rappresentanza politica generica o dal principio burocratico. Significa, viceversa, studiare ed elaborare strutture di governo partecipato e autenticamente democratico, capaci di attrarre gli amministratori più motivati, incentivarne il perseguimento di una logica transnazionale e transgenerazionale, quale quella ecologica, e controllarne l’operato esercitando il diritto fondamentale all’accesso da parte di tutti. Queste strutture di governo dei  beni comuni devono essere calibrate sulla comunità degli utenti e dei lavoratori, vedendosi attribuite le competenze necessarie e sufficienti per operare la gestione virtuosa ed ecologica dei beni comuni di cui sono chiamate ad occuparsi. Competenze ecologiche, dunque, legate alle comunità di riferimento e libere dall’arbitrio dei confini giurisdizionali dello Stato e degli enti territoriali”. Ugo Mattei, Beni comuni – un manifesto, BA, 2011.

………………………………………….

Opinioni da destra:

I NUOVI RISCHI GLOBALI

LA GUERRA DEL LAVORO NEL GIARDINO DELL’ECONOMIA

di Carlo De Benedetti, da “Il Sole 24ore” del 19/2/2012

   Troppo spesso la discussione intorno alle riforme economiche pecca di un’ottica troppo ristretta. L`economia mondiale non è un giardino dove spostando, stagione dopo stagione, le proprie piantine si ritrova sempre uno spazio in cui vivere a proprio agio. Bisogna allargare lo sguardo, abbattere gli steccati, piantare nuovi semi.

   Consiglio la lettura di un libro che ho trovato illuminante. Si intitola The coming jobs war. Ed è stato scritto da Jim Clifton, il presidente di Gallup, il grande istituto di sondaggi americano. È quello per la creazione e la ricerca di posti di lavoro, la guerra che si combatterà nei prossimi trent`anni.

   Clifton lo sostiene non su base empirica, ma sui dati scientifici di un sondaggio planetario che Gallup sta conducendo ormai da cinque anni.

   Una guerra globale, i cui attori saranno gli Stati, ma soprattutto le città, i territori, le zone capaci di attrarre investimenti e iniziative imprenditoriali. Una contesa che diventerà sempre più feroce man mano che la globalizzazione avanzerà e che avrà impatto su ogni altro aspetto della nostra vita associata. Se i Paesi falliranno nei prossimi anni sul fronte della creazione dei posti di lavoro, falliranno in tutto il resto e declineranno rapidamente.

   Di più: sperimenteranno conflitti sociali sempre più drammatici, cadranno nell`instabilità, nel caos fino a possibili cambi traumatici di regime.

   Cos`è in fondo quello che stiamo vedendo in Grecia in questi giorni? Non è il primo effetto di quella guerra all`interno e nel cuore dell`Europa? E cosa potrà succedere alla Spagna se non sarà capace di far rientrare il proprio 30% di disoccupati, all`Italia se non saprà dare risposte ai troppi giovani senza lavoro, e all`Europa tutta e agli Stati Uniti se non sapranno trovare le giuste ricette per tornare a crescere a ritmi sostenuti?

   Dei 7 miliardi di abitanti della terra, 5 sono adulti con più di 15 anni. Di questi, dice la ricerca Gallup, 3 miliardi lavorano o vogliono lavorare. E la maggior parte dì loro aspira a un lavoro formale e full-time.

   Il problema è che oggi ci sono nel mondo solo 1,2 miliardi di posti di lavoro di questo tipo. C`è quindi una voragine di 1,8 miliardi di lavori che mancano. Come dire che il 50% di coloro che vogliono un buon lavoro a tempo pieno (e qui Gallup lo identifica in un impiego con regolare busta paga e 30 ore settimanali) non lo trova o non lo troverà; con in più un altro 10% che aspira inutilmente a un lavoro part-time.

   E’ contro questa voragine che si combatterà la prossima guerra mondiale. Se non saremo capaci di dare risposte, quella mancanza di lavoro si tradurrà in instabilità sociale, estremismo e terrorismo, migrazioni senza controllo, danni ambientali, squilibri commerciali, e infine vere e proprie guerre  militari.

   Per evitare questi scenari la guerra del lavoro va combattuta e vinta con il Pil, con la capacità di generare crescita economica. In campo ci sono giganti in ascesa, dalla Cina al Brasile. Mentre l`Europa oggi è al fronte con truppe poco motivate, mal equipaggiate e peggio dirette.

   Si stima che nei prossimi 30 anni il Pil mondiale crescerà di 140mila miliardi di dollari. Bisognerà ritagliarsene una buona quota. Gli scenari, lo sappiamo, non sono incoraggianti. Servirebbe uno scatto. E invece il nostro continente si attarda nella battaglia del debito e confonde troppo spesso il rigore – necessario – con una strategia di lungo termine.

   I leader politici europei devono prendere atto al più resto di questa realtà: saranno giudicati dalle loro opinioni pubbliche soprattutto sulla base della loro capacità di creare posti di lavoro attraverso la crescita economica.

   Mi riferisco alle leadership politiche, ma questo vale anche per le leadership economiche. Perché sono convinto che in questo sforzo che abbiamo davanti un ruolo fondamentale lo avranno gli imprenditori, e chiunque sia capace di trasformare idee innovative in modelli di business.

   L’imprenditorialità, all’interno di territori che si prestano a farla sviluppare, sarà il vero driver, l’arma decisiva della nostra battaglia del lavoro. Se l’Europa vuole combatterla e vincerla dovrà davvero cambiare passo. (Carlo De Benedetti)

……………………………..

Opinioni da sinistra:

L’ OTTIMISMO DELLA RAGIONE: SCUOLA E DIRITTI, PERCHÉ UNO SVILUPPO È POSSIBILE

di Federico Rampini, da “la Repubblica” del 6/3/2012

   Il pessimismo è diventato bipartisan. A sinistra molti vedono un mondo in preda a diseguaglianze crescenti, con un esercito di poveri in aumento, e un’ Apocalisse ambientale in arrivo. La destra descrive una società occidentale assediata da forze ostili: gli immigrati, un mondo arabo in preda al fondamentalismo. Gli uni accusano il capitalismo, gli altri la secolarizzazione e la perdita di fiducia dell’ Occidente nei propri valori.

   E se il mondo in cui viviamo fosse un luogo migliore di come viene rappresentato? Quando Bill Gates partecipò all’ ultimo vertice del G20, dovendo tenervi una relazione sugli aiuti allo sviluppo, portò con sé il libro di Charles Kenny ora tradotto in italiano con il titolo Va già meglio, sottotitolo “Lo sviluppo globale e le strategie per migliorare il mondo” (Bollati Boringhieri). “E’ un saggio molto efficace – sostiene Gates – per spiegare che gli aiuti allo sviluppo ottengono risultati incredibili con costi modesti: a malapena l’ 1% o il 2% della spesa pubblica nella maggior parte dei paesi ricchi. Ed è la prova che bisogna guardare oltre il Pil, per misurare questi risultati”.

   Appena cinquant’ anni fa, osserva Gates attingendo ai dati di questo libro, più della metà della popolazione mondiale era denutrita o sotto-nutrita, oggi la percentuale è scesa ben al di sotto del 10%. In Africa la longevità si è allungata di ben dieci anni dal 1960, e questo nonostante il terribile impatto dall’ epidemia di Hiv-Aids. Meno della metà dei bambini del pianeta frequentavano la scuola elementare nel 1950, oggi sono il 90%. L’alfabetizzazione si è più che raddoppiata dal 1970 ai nostri giorni perfino in quell’ Africa sub-sahariana che ci ostiniamo a considerare come un’area di sola miseria e sofferenza.

   Quello che ci rende ciechi – e pessimisti – è l’ossessiva attenzione al Pil e ad ogni altra misurazione economica del benessere. Per quanto diciamo che il Pil non è tutto, poi per pigrizia finiamo per guardare quasi solo a quello.

   Ma perfino dal punto di vista del benessere individuale il metro monetario è peggio che fuorviante. Ci fa ignorare il progresso vero, quello che conta. Un esempio: alla fine del XIX secolo la Regina Vittoria era la persona più potente del pianeta, dominava su un quarto della popolazione mondiale, possedeva un fantastico patrimonio personale e viveva nel lusso; tutto ciò non le impedì di perdere una figlia e una nipote uccise dalla difterite; una malattia che ai nostri giorni si previene con un vaccino del costo di pochi euro e che è alla portata di tutti.

   Quando si parla di diseguaglianze sociali crescenti – un fenomeno incontestabile, in atto in molti paesi – si omette di specificare che il divario è misurato da redditi e patrimoni. Gran parte dei beni che definiscono la qualità della vita – la riduzione delle morti al parto, l’allungamento della longevità, l’istruzione, l’accesso all’informazione e alle comunicazioni, sono diffusi molto più equamente che nel passato. Se guardiamo a questi indicatori di vero benessere, le nostre società sono molto più egualitarie oggi.

   Questo vale anche nei confronti tra l’Occidente e il resto del mondo, o il Nord e il Sud del pianeta. La Liberia è uno dei paesi più poveri del mondo, e se guardiamo solo agli indicatori economici il suo bilancio è fallimentare. Eppure negli ultimi 30 anni anche in Liberia la mortalità infantile è crollata, e se negli anni Ottanta la maggioranza della popolazione era analfabeta oggi l’80% delle bambine sa leggere e scrivere. “Il più grande successo nello sviluppo dell’ umanità – scrive Kenny – non è stato nel rendere la gente più ricca, ma nel rendere molto meno costosi quei beni che contano davvero come la salute e l’ istruzione”.

   E’ la nostra attenzione monomaniacale sul reddito e sul Pil, quella che rende visibili sui nostri schermi radar solo i fenomeni di sviluppo in Cina, India e Brasile. Ma la longevità media negli ultimi anni è cresciuta più in Siria che in Cina. In Libia la durata di vita media, 74 anni, è di soli 4 anni più corta che negli Stati Uniti.

   La ragione per cui questi progressi non si accompagnano necessariamente a storie di boom economico, è che la salute di massa oggi costa pochissimo; è “l’effetto Regina Vittoria”. Inoltre la nostra lettura della storia contemporanea soffre di una mancanza di prospettiva: a furia di seguire gli eventi minuto per minuto, perdiamo il senso dell’evoluzione su periodi lunghi.

   Nel misurare l’avanzata della democrazia nel mondo, tendiamo a dimenticare che appena 40 anni fa le donne non avevano il diritto di voto in Svizzera, mentre oggi votano anche in Egitto. Questo naturalmente può scatenare tensioni sociali, e anche conflitti violenti, quando si creano sfasature nella diffusione di diritti e opportunità economiche: tanta crescita economica ma il cappio della censura di Stato in Cina; più accesso all’informazione che ai posti di lavoro nel mondo arabo.

   Ecco dunque un altro capitolo del progresso umano che sfugge alla misurazione economica: sì, l’ America ha avuto una dilatazione delle diseguaglianze nei redditi e nei patrimoni durante gli ultimi 40 anni; in compenso però ha visto regredire le discriminazioni basate sul sesso, la razza, la religione, o l’orientamento sessuale. Chi ha nostalgia dei “bei tempi andati” e guarda con tenerezza retrò ai nostri album di foto degli anni Cinquanta e Sessanta, lo fa o perché soffre di amnesìe selettive, oppure perché ha la fortuna di appartenere a quella élite privilegiata che stava davvero molto bene 40 anni fa.

   Questo vale anche in generale per l’Occidente, così cupo oggi nella sua visione del futuro: il sospetto è che ciò sia dovuto allo shock del ridimensionamento inesorabile della leadership dell’uomo bianco. Il saggio di Kenny è un utile strumento per fare un’ operazione-verità, premessa indispensabile per uscire dalla crisi con le priorità giuste.

   Rendersi conto che oggi il Vietnam ha raggiunto solo il reddito pro capite dell’Inghilterra di Charles Dickens, ma ha il 95% della popolazione che sa leggere e scrivere (contro il 69% degli inglesi dell’Ottocento) e una longevità di 69 anni contro 41, costringe a chiedersi: che cosa conta davvero?

   Un’ altra lezione è preziosa al termine di questa operazione di “pulizia” nella nostra interpretazione del mondo: tutti quei beni che definiscono la vera qualità della vita – salute, istruzione, diritti – sono strettamente legati al ruolo dello Stato. E questo, piaccia o no, è un innegabile riscatto delle idee che sono all’ origine della sinistra. (Federico Rampini)

…………………………..

VALORIZZARE LE DONNE CONVIENE*

di Daniela Del Boca, Letizia Mencarini e Silvia Pasqua

da http://www.lavoce.info/  del 7.03.2012

   Le principali “rivoluzioni silenziose” che la società deve fare perché ci sia una parità reale tra donne e uomini: quella dell’istruzione -in Italia quasi compiuta- quella del lavoro femminile -ancora ampiamente irrealizzata- quella dei carichi familiari -“tradita” dagli uomini”- e quella della presenza nella politica -timidamente incominciata. Il nostro paese, dunque, è indietro, soprattutto se raffrontato agli altri paesi europei. Ecco che cosa deve fare la politica per aiutare a colmare la differenza.

   È di nuovo l’8 marzo e nonostante le tante pagine scritte, i discorsi, i blog, le manifestazioni di piazza e le dichiarazioni pubbliche, pochissimo è stato fatto per sostenere il lavoro delle donne. Eppure il cammino di quella “rivoluzione silenziosa” che ha trasformato la vita delle donne in molti paesi sviluppati attraverso cambiamenti, rivoluzionari appunto, nell’istruzione, nel mondo del lavoro e nella famiglia, è tutt’altro che completa in Italia.

ISTRUZIONE, UNA RIVOLUZIONE QUASI FATTA

La prima “rivoluzione”, quella dell’istruzione femminile, è quasi pienamente compiuta: le giovani italiane sono ormai più istruite degli uomini, anche se scelgono spesso percorsi di studio meno remunerativi nel mercato del lavoro. Le giovani, infatti, sembrano preferire le discipline dell’area umanistica, caratterizzata da livelli occupazionali e retributivi più bassi, mentre gli uomini scelgono maggiormente le discipline dell’area scientifica e ingegneristica, caratterizzata da livelli occupazionali e retributivi più elevati.

LA RIVOLUZIONE INCOMPIUTA: IL LAVORO

La seconda “rivoluzione”, quella del mercato del lavoro, resta largamente incompiuta. Il tasso di partecipazione lavorativa delle donne italiane è sempre il più basso di Europa, mentre il tempo dedicato al lavoro domestico e di cura è sempre il più alto. Tra le donne tra i 20 e i 34 anni nel 2010 il tasso di occupazione è addirittura sceso (al 48 per cento, contro il 50 per cento del 2000).
Una delle ragioni principali per la bassissima partecipazione delle donne italiane è dovuta al fatto che un quarto delle donne occupate esce dal mercato del lavoro alla nascita del primo figlio. Tra le giovani sono addirittura in crescita le interruzioni imposte dal datore di lavoro (oltre la metà del totale). (1) A sperimentare le interruzioni forzate del rapporto di lavoro sono soprattutto le giovani generazioni (il 13,1 per cento tra le madri nate dopo il 1973) e le donne residenti nel Mezzogiorno. Le interruzioni, poi, si trasformano nella maggior parte dei casi in uscite prolungate dal mercato del lavoro: solo il 40 per cento delle donne uscite riprende il lavoro (il 51 per cento al Nord e il 23,5% al Sud).

LA RIVOLUZIONE TRADITA: IN FAMIGLIA

Lontana dal compiersi e “tradita” (dagli uomini) è la rivoluzione all’interno della famiglia, nella ripartizione dei tempi e dei compiti familiari tra uomini e donne, così sbilanciata da creare, vista anche la scarsità di servizi di cura, enormi problemi di conciliazione tra lavoro e maternità e impedendo la crescita dell’occupazione femminile.
La rivoluzione di genere nella politica, poi, non è mai cominciata: ancora oggi, anche per la scarsa presenza di donne in parlamento (59 senatrici su 331 e 134 deputati donna su 630), le istanze e le proposte di legge su parità e politiche sociali a beneficio delle donne hanno un cammino lento e faticoso.
Se negli ultimi anni è mancata la volontà politica di cambiare e rendere più efficiente ed uguale per genere il nostro paese, adesso anche i più forti i vincoli finanziari della crisi economica portano a trascurare le donne nell’agenda politica del paese. Tuttavia ci sono interventi che sarebbero investimenti per il futuro, più che costi, e che potrebbero cominciare a cambiare il contesto in cui le donne (e gli uomini) vivono e lavorano.

COSA DEVE FARE LA POLITICA

Un primo intervento importante sarebbe quello di fornire alle donne incentivi nei settori della formazione tecnico-scientifica (obiettivo strategico già dell’Unione Europea). In Italia questi strumenti sono praticamente assenti.
Un secondo importante intervento sarebbe il ripristino della legge 188/2007 contro le dimissioni in bianco. Si tratta di una norma approvata da una maggioranza trasversale dal secondo Governo Prodi e cancellata dall’ex ministro Sacconi, che prevedeva l’uso di moduli numerati validi al massimo 15 giorni per presentare dimissioni volontarie. Un intervento davvero a costo zero, che consentirebbe di combattere questa pratica discriminatoria ottenendo maggiore occupazione femminile e favorendo la fecondità.
Occorre poi introdurre incentivi ad una più equa divisione del lavoro domestico tra uomini e donne. Interventi cruciali in questa direzione riguardano i congedi parentali. Nell’ottobre del 2010 il Parlamento Europeo ha approvato una legge per proteggere le donne dal licenziamento a causa della maternità e garantire anche ai padri almeno due settimane di congedo obbligatorio (remunerato).

   Si possono anche estendere i congedi ai padri e pensare a congedi part-time per ambedue i genitori (sull’esempio della Svezia) in modo da ridurre l’impatto negativo sulla carriera e sui salari delle madri. Si tratta, di fatto, di ridistribuire su ambedue i genitori i costi dei congedi parentali. Questo tipo di iniziativa dovrebbe essere sostenuta da campagne di sensibilizzazione per i padri e le imprese. Il congedo ai padri aiuterebbe inoltre a promuovere la cultura della condivisione della cura dei figli, delle responsabilità e anche dei diritti tra madri e padri.
Per le donne che lavorano è poi necessario un maggior sviluppo e monitoraggio delle politiche di conciliazione sul posto di lavoro, anche in applicazione dell’art 9 della legge 53/2000, che promuove e finanzia la messa in atto di buone prassi di conciliazione da parte le imprese. (2)
Infine è necessario aumentare la disponibilità e ridurre il costo per le famiglie dei servizi di cura per i bambini piccoli. Dopo l’intervento “Piano per i nidi 2007″ del ministro Bindi, ben poco è stato fatto. In Italia, l’investimento pubblico nei bambini nella prima fase del ciclo di vita è limitato sia rispetto gli altri paesi europei, sia se si confrontano le spese pubbliche destinate a bambini di altre classi di età. La spesa media per i bambini in età 0-2 è infatti del 25 per cento inferiore a quella media dei paesi Ocse e pari alla metà della spesa media destinata alle classi di età 6-11 e 12-16.

   Di conseguenza, l’offerta nidi pubblici in Italia oggi è tra le più basse d’Europa e solo il 12 per cento dei bambini sotto i tre anni ha un posto al nido pubblico, contro il 35-40 per cento della Francia e il 55-70 per cento dei paesi nordici. Il legame tra offerta di nidi, lavoro delle madri e risultati scolastici dei bambini è fondamentale.

   Non solo avere la madre che lavora non pregiudica lo sviluppo della capacità cognitive e comportamentali, come invece erroneamente spesso ritenuto, specie se il minor tempo che la madre trascorre con il figlio è compensato dal tempo di personale qualificato in strutture di elevata qualità, i nidi pubblici appunto. Anzi, quanto minore è il livello di istruzione e di reddito dei genitori, quanto più l’asilo nido assume il ruolo di investimento precoce nei bambini.(3)
Se si riconosce il ruolo dei nidi nel processo di accumulazione di capitale, allora la proposta è quella di inserire il nido nel sistema dell’istruzione scolastica pubblica. Costruire nuovi nidi pubblici è indubbiamente costoso, ma essi sono meritevoli di spesa pubblica come il resto dell’istruzione scolastica. E poi, un maggior numero di asili nido significherebbe una maggiore occupazione (femminile) sia per gli effetti diretti (le educatrici assunte) sia per gli effetti indiretti (più donne con figli potrebbero lavorare). è credibile quindi che, almeno in parte, il costo dei nuovi nidi potrebbe essere sostenuto dagli introiti derivanti dalle imposte sui redditi delle nuove assunte.

(*) Del Boca D., Mencarini L. e Pasqua S. (2012), “Valorizzare le donne conviene. Ruoli di genere nell’economia italiana”, Il Mulino.
Questo artico è pubblicato anche su neodemos.it

(1) Dati dell’Indagine Multiscopo sull’Uso del Tempo dell’ISTAT (2008-2009).

(2) Visentini A. (2012), Sulla parità non bastano i buoni propositi, lavoce.info, 26.01.2012.

(3) Del Boca D., Pasqua S., Pronzato C. (2011) Il nido fa bene ai genitori e ai figli, LaVoce.info, 15.12.2011.

……………………………………….

L’EUROPA FA I CONTI CON 8 MILIONI DI NEET

22/2/2012 – dal sito http://www.aranagenzia.it/

- Italia fanalino di coda nelle politiche di istruzione e occupazione giovanile -

   In questi tempi di recessione globale, una delle principali preoccupazioni dei policy makers europei riguarda i giovani e, soprattutto, il successo della loro transizione dalla scuola al mercato del lavoro.

   Dati allarmanti di Eurostat e indagini svolte al livello europeo dallo Youth Forum e da Eurofond mettono in luce l’aumento preoccupante dei NEET, “not in employment, education or training, ossia giovani di età compresa tra i 15 e i 24 anni, disoccupati e al di fuori di ogni ciclo di istruzione e formazione.

   Gli ultimi dati Eurostat mostrano i giovani come i più colpiti dall’attuale crisi economica: il tasso di occupazione giovanile in Europa è sceso del 32,9% e nel luglio 2011 il tasso di disoccupazione giovanile ha raggiunto il 20,7%, pari a circa cinque milioni di giovani disoccupati.

   Si rileva inoltre, che sebbene vi siano differenze significative tra gli Stati membri dell’UE, in tutti la disoccupazione dei giovani ha risentito dei cambiamenti del PIL in misura maggiore rispetto alla disoccupazione generale. Infatti, a fronte del rallentamento della crescita economica, si registra un aumento del tasso di disoccupazione dei giovani, i più vulnerabili nei periodi di recessione, in quanto, in un mercato che offre minori opportunità lavorative, essi devono competere con persone in cerca di lavoro che hanno acquisito molta più esperienza di loro.

   Proprio partendo da questa generale visione critica, i responsabili delle decisioni politiche dell’UE hanno iniziato a concentrare la loro attenzione sui NEET.

   L’acronimo NEET nasce per la prima volta nel Regno Unito alla fine degli anni 80, per definire una modalità alternativa di classificazione dei giovani a seguito dei cambiamenti avvenuti nelle politiche in materia di indennità di disoccupazione.

   Da allora l’interesse per i NEET è cresciuto a livello politico europeo e definizioni equivalenti a questa sono state create in quasi tutti gli Stati membri. L’importanza assegnata a questo tema è tale oggi da essere diventata una delle flagship delle politiche economiche e occupazionali proposte dalla Commissione europea.

   La dimensione del problema è notevole: nel 2010 la percentuale di giovani NEET era del 12,8% nei 27 Paesi dell’UE, percentuale che corrisponde circa a 7,5 milioni di giovani. Questa percentuale varia in modo significativo tra gli Stati membri, spaziando dal 4,4% dei Paesi Bassi al 21,8% della Bulgaria. In tutti gli Stati membri, ad eccezione del Lussemburgo, è stato registrato un aumento rilevante dei NEET all’insorgere della crisi. Nel 2010 in Italia e nel Regno Unito le dimensioni dei NEET hanno raggiunto la cifra di 1,1 milioni tra i giovani di età compresa tra i 15 e i 24 anni.

   Specificatamente in Italia circa 800mila giovani, pari al 18% del totale, hanno lasciato prematuramente gli studi. Nel mezzogiorno quasi la metà dei ragazzi che abbandonano la scuola lo fa senza aver trovato una occupazione. Ma quali sono i giovani che rischiano di diventare NEET?  Ci sono dei fattori sociali, economici e personali che possono aumentare le probabilità che una persona entri a far parte del gruppo NEET?

   L’indagine condotta su vasta scala a livello transanazionale da Eurofound ha rilevato che sono a rischio i soggetti che presentano delle disabilità, i giovani con un background di immigrazione, i giovani con un basso livello di istruzione, con un reddito familiare basso, i cui genitori sono stati disoccupati o che a loro volta hanno un basso livello di istruzione.

   Dai risultati dell’indagine si deduce che il gruppo NEET è alquanto eterogeneo e può suddividersi in tanti sottogruppi a seconda delle condizioni prese in considerazione, fisiche, economiche, sociali. Ognuno di essi presenta delle esigenze diverse, alcuni hanno il controllo della propria condizione, come ad esempio coloro che sono usciti dalla scuola e non cercano lavoro, altri invece si trovano in questa categoria indipendentemente dalla loro volontà, come chi presenta una disabilità, i disoccupati.

   Pertanto potremmo dire che con il termine NEET si andrebbe a designare “lo svantaggio” in tutta la sua multiforme accezione. L’appartenenza alla categoria NEET, oltre ad essere uno spreco del potenziale dei giovani, ha ripercussioni negative per l’economia e la società.

   Trascorrere dei periodi di tempo come NEET può condurre all’isolamento, all’insicurezza, alla criminalità, ad avere problemi di salute fisica e mentale. Ognuna di queste conseguenza implica un costo sociale.   Pertanto appartenere al gruppo NEET non costituisce solo un problema individuale ma anche un problema per le società e l’economia nel suo complesso, basti pensare ai costi per le finanze pubbliche, come l’indennità di disoccupazione, gli assegni familiari, oppure ai costi per le risorse. Per questo, il governo e le parti sociali hanno fissato degli obiettivi per ridurre, a livello globale, la percentuale dei NEET.

   Negli ultimi anni gli Stati membri dell’UE hanno predisposto politiche nazionali ed europee destinate ad aumentare l’occupabilità giovanile e a promuovere maggiore partecipazione all’occupazione da parte dei giovani, sia attraverso misure relative all’istruzione, come il prevenire e ridurre l’abbandono scolastico e incrementare i corsi di istruzione e formazione professionale, sia attraverso misure che facilitano la transizione dalla scuola al lavoro.

   Una volta che gli studenti dispongono delle abilità e competenze necessarie sono disponibili iniziative politiche che possono favorire il loro ingresso nel mercato del lavoro. Molti paesi hanno introdotto una serie di incentivi, agevolazioni fiscali, sovvenzioni, tagli dei costi non salariali del lavoro, al fine di incoraggiare le aziende ad assumere, formare i giovani e a creare occupazioni supplementari destinate a loro.

   In questo contesto si può dire che tutti gli Stati membri dell’UE hanno adottato o stanno adottando misure per affrontare le sfide poste dalla crisi economica e dalle sue conseguenze sulla gioventù, per reintegrare i giovani nel mondo del lavoro o dell’istruzione, ma i risultati di queste azioni potranno essere valutati e apprezzati solo in un prossimo futuro.

Fonti :

www.youthforum.org  –  www.eurofound.europa.eu

  ……………………………………..

IL SOGNO PERDUTO DEI GIOVANI: SVANITI ALTRI 80.000 POSTI

da “IL MESSAGGERO” del 17/2/2012

   La crisi sta colpendo soprattutto loro, i giovani. Ogni giorno arriva una nuova desolante conferma: nei primi nove mesi del 2011 gli under 30 hanno visto sfumare altri ottantamila posti di lavoro. Lo ha rivelato il presidente dell`Istat, Enrico Giovannini, durante un`audizione in commissione Bilancio della Camera.

   Una caduta delle opportunità che va ad aggiungersi a quella pesantissima già registrata nel biennio 2009-2010, quando i posti persi furono oltre mezzo milione.

   Porte sbarrate, curricula cestinati prima di essere letti, sogni svaniti prima ancora di immaginarli: altro che bamboccioni o monotonia del posto fisso. Spesso non c`è nemmeno il contratto precario. Entrare nel mondo del lavoro è diventato sempre più difficile per i ragazzi italiani. E il 2011 rischia di chiudere con un conto ancora più pesante.

   «Quando si tireranno le somme si vedrà che nel 2011 si saranno persi oltre 100 mila occupati tra i giovani, mentre contemporaneamente l`80°/o delle assunzioni è con contratti di lavoro precari» dice il segretario confederale Cgil, Fulvio Fammoni.

   A pagare il costo più alto è la fascia under 25 (15-24 anni), il cui tasso di disoccupazione è salito al 31%: peggio di noi in Europa c`è solo la Spagna. Se si considera invece la fascia tra i 18 e i 29 anni, la situazione è meno drastica: il tasso di disoccupazione è sceso dal 20,5% del primo trimestre 2011 al 18,6% del terzo trimestre. Siamo comunque «almeno 11 punti percentuali» al di sopra del tasso di disoccupazione complessivo, sottolinea il presidente Istat.

   Il non lavoro dei giovani e il loro giocoforza rimanere a carico dei genitori, sta facendo scivolare sempre più famiglie nella povertà. Nel 2010, svela sempre l`Istat, circa un quarto della popolazione (24,5%) risultava a rischio povertà ed esclusione sociale: molto più della media europea (pari a 21,5% se calcolata sui 17 Paesi dell`area euro e 23,4% fra i 27). Nel Sud, dove già prima della crisi la situazione non era florida, ora è diventata drammatica: il rischio povertà interessa il 39,4% della popolazione.

   Famiglie numerose (36,3%), madri sole(39,0%), anziani (32,4%) e immigrati (51%) sono le altre situazioni di enorme sofferenza.

   Migliorare il funzionamento del mercato del lavoro, quindi, diventa sempre più una necessità e il governo è determinato a farlo. «Ci sono troppi esclusi dal mondo del lavoro, giovani, donne, anziani e disabili.

Dobbiamo rendere migliore domanda e offerta. La riforma dovrà essere incisiva e credibile e va fatta entro marzo» conferma il ministro del Welfare, Elsa Fornero. Che si dice anche «fiduciosa» nella possibilità di trovare un`intesa con le parti sociali.

   Sarà l`apprendistato lo strumento tipico di ingresso nel mercato del lavoro per i giovani: «Dovrà rappresentare una vera occasione di formazione per ì giovani e non prevalentemente uno strumento di flessibilità in entrata» ribadisce il ministro.

   Aver relegato come ultimo tema la questione dell`articolo 18, si conferma una scelta saggia. «Aver preso questa sequenza, mi sembra molto positivo» fa sapere il numero uno del Pd, Pierluigi Bersani. L`argomento comunque non scompare, come ricorda Foriero, parlando di una «riforma a 360 gradi». Sottolineature che, naturalmente, risultano molto gradite in Confindustria. Commenta la presidente, Emma Marcegaglia: «Andiamo nella giusta direzione». (…)

…………………………………………..

 INVISIBILI E DISOCCUPATI

di Ugo Cennamo, da “Il Giorno” del 19/2/2012

   Il Ministro Elsa Fornero annuncia «riforme coraggiose» per il mondo del lavoro e le promette «entro la fine di marzo». (…) Obiettivo ambizioso, ma che rischia di fallire in partenza perché non tiene conto che a quel tavolo mancherà una delle parti in causa, un ospite invisibile, il cui fantasma sarà evocato senza però mai comparire.
   Uomini, donne, cassintegrati, licenziati, precari, dipendenti… tutti avranno un rappresentante, un portavoce delle loro istanze. Ma chi prenderà la parola per gli under 25, per tutti coloro che un lavoro finora non l’hanno mai visto? Un giovane su tre, il 36 per cento della popolazione compresa in questa fascia d’età, se ne sta a casa e non vede all’orizzonte alcun tipo di occupazione in grado di lasciare anche solo intravedere il proprio futuro.

   E la percentuale dei giovani a spasso s’alza ancora se si considera lo stato delle cose a Sud di Roma. Eppure, da sempre, non esiste un paladino dichiarato delle esigenze di chi deve compiere il primo passo nel mondo del lavoro. Da qui nasce la delusione, la sfiducia verso le istituzioni, quella stessa che porta poi ad allontanarsi da qualsiasi forma di partecipazione.

   L’accettazione passiva dello stato delle cose finisce per prevalere, un atteggiamento che rischia a lungo andare di accentuare l’indifferenza e la diffidenza verso il mondo politico. Come accadeva negli anni Settanta/Ottanta, i più bui della storia della Repubblica. Anche allora alla frattura fra Stato e giovani, si aggiungeva quella fra chi un posto di lavoro l’aveva e chi invece non l’aveva mai visto.

   All’epoca trovò terreno fertile il terrorismo, oggi la sensazione è che la disperazione spinga non più verso la follia ideologica, ma alla delinquenza, alla violenza perseguita per sopravvivere. Meccanismo ben noto nelle periferie degradate delle metropoli, ma che rischia di trovare terreno fertile un po’ ovunque, laddove il futuro somiglia a un buco nero. (Ugo Cennamo)

……………………………………

inchiesta

LA PENISOLA DEL LAVORO CHE NON C’È

- Viaggio nell’Italia della disoccupazione “reale” sopra l’11% -

di Paolo Baroni, da “la Stampa” del 27/2/2012

   C’è la Natuzzi che a Santeramo manda in cassa 1300 operai, poi ci sono mille possibili esuberi alla Sirti, altri 183 alla Sixty (abbigliamento), la Ritel di Rieti che rischia il fallimento, lo Zuccherificio Molise sull’orlo della chiusura, e ancora 250 posti in bilico alla Arcese (trasporti), 300 alla Invatec di Roncadelle (biomedicale), la Raggio di Sole (mangimi animali) che lascia la Basilicata, e c’è pure la Coop che in cassa ne ha 170 a rotazione, perché non si vendono più libri.
Il «bollettino della crisi» degli ultimi sette giorni segnala un’altra dozzina di casi in giro per l’Italia e poche buone notizie, come la Sigma Tau di Pomezia che trova l’intesa per salvare 400 posti e l’Omsa di Faenza che ritira le procedure di mobilità e concede altri sei mesi di cassa in deroga a 239 operaie. Magra consolazione.
Con la disoccupazione «ufficiale» che a fine anno sfiorava il 9%, il lavoro in Italia resta una vera emergenza. Già oggi, infatti, secondo i calcoli della Cgil, quella «reale» viaggia attorno all’11,4%. Quella giovanile calcolata dalla Cgia di Mestre arriva addirittura al 38%, e in Campania addirittura al 51. Sommando ai disoccupati ufficiali, che a fine anno erano 2 milioni e 243 mila, gli sfiduciati e cassintegrati a zero ore si arriva infatti a quota 3 milioni. E nei prossimi mesi, dato che il Paese ha imboccato ufficialmente il tunnel della recessione, la situazione è destinata ad aggravarsi.
«L’economia italiana non riparte», avvisa il Centro studi di Confindustria nell’ultimo bollettino. La contrazione dell’attività «rimane marcata» ed è prevedibile «un’accentuazione della caduta del Pil nel primo trimestre, complice il maltempo». Se, come prevedono le stime (che vanno dal -1,3% della Ue, al -1,5/-1,6 di Bankitalia e Confindustria sino al disastroso -2,2% del Fondo monetario), il 2012 sarà davvero tanto brutto, sarà soprattutto il lavoro a farne le spese. E inevitabilmente, sostiene il Csc, «il deterioramento del mercato del lavoro proseguirà».
Ora, se è vero che a gennaio il ricorso alla cassa integrazione ordinaria è sceso (235mila unità, contro un picco di 447mila a inizio 2010), è anche vero che ora non c’è più reintegro. La cassa scende perché quando finiscono le ore a disposizione non si rientra in fabbrica ma si perde il posto. Si va in mobilità. «Siamo in piena emergenza», annunciava nei giorni scorsi il segretario confederale della Cgil, Vincenzo Scudiere.
La mappa del cosiddetto «tiraggio» degli ammortizzatori sociali (cassa integrazione ordinaria, cig speciale e cassa in deroga) a gennaio ci mostra una situazione a macchia di leopardo. Lo scorso mese le ore autorizzate di «cig» sono state circa 55 milioni (-26,7% rispetto a dicembre 2011), ed hanno coinvolto oltre 320 mila lavoratori.

   Secondo l’analisi della Uil la flessione ha interessato tutte e tre le gestioni: la «straordinaria» è diminuita del 34,7%, quella in deroga del 33% e l’ordinaria del 9,5%. Dal confronto con lo stesso mese del 2011, le ore autorizzate sono complessivamente diminuite dell’8,5%, con la cassa in deroga scesa del 26,3% e la straordinaria del 9,9%. Viceversa la cassa ordinaria è salita dell’11,1%.

   In sei regioni le ore autorizzate sono cresciute, con un picco del 186% in Valle D’Aosta. In valori assoluti, la regione con il più alto numero di ore richieste è invece la Lombardia (13,5 milioni, +4,5%). A livello provinciale il record spetta a Crotone (+596,1%), seguono Imperia (+461), Verbania (+218) Trieste (+190), Aosta (+186) e Reggio Emilia (+156%). Mentre in valori assoluti è Torino a segnare il record: 3,8 milioni di ore. Nel confronto col gennaio 2011 sono 38 le province che hanno visto aumentare le ore di cig, con una punta del 2.898% in più a Caltanissetta.
La cassa in deroga lo scorso mese interessava 78 mila lavoratori per un totale di circa 13,2 milioni di ore, 2,6 milioni solo in Veneto. Rispetto a dicembre è aumentata in ben 27 province, toccando il record a Vicenza: 827 mila ore. L’industria il comparto col più alto numero di ore (41 milioni), seguito da commercio (5,2 milioni), edilizia (4,8) e artigianato (4). E questo è davvero l’ultimo stadio delle crisi: finita la cassa in deroga c’è la mobilità. Il capolinea. Solo in Lombardia, segnala la Cgil, tra gennaio e febbraio l’Osservatorio regionale del lavoro ha registrato «un preoccupante aumento del 22%» dei licenziamenti. E così altri 14mila posti sono andati in fumo. (Paolo Baroni)

…………………………………………

I GIOVANI TORNANO NELLE BOTTEGHE

da “La Stampa” del 16/2/2012

- L’esecutivo punta sui contratti di apprendistato: formazione e stipendio ridotto -

   Elsa Fornero ha le idee decisamente chiare: «l’apprendistato deve diventare la forma tipica per l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro. È lo strumento per fare formazione professionale seria» e per «politiche attive, servizi per il lavoro e ammortizzatori». E così la forma di assunzione più antica e tradizionale – che affonda le sue radici addirittura nel Medioevo, con il classico ingresso «a bottega» dei giovani – verrà ulteriormente rilanciato per diventare la via maestra, se non esclusiva, per lo sbarco sul mercato del lavoro dei più giovani.
Non sarebbe la prima volta nella storia più recente del nostro paese: nei primi Anni 80 un grande successo lo ebbero i contratti di formazione-lavoro, che per molti versi adottano la stessa logica dell’apprendistato. Ovvero, che si rivolge quasi in via esclusiva ai giovani, con un contratto di durata limitata nel tempo.

   Secondo criterio, l’idea che l’«apprendista» che comincia a lavorare debba (oltre alla formazione che passa per l’attività lavorativa vera e propria) fruire di un adeguato tempo di formazione assicurato dall’azienda.

   Terzo, il principio che vista la sua «ridotta» capacità professionale debba ricevere uno stipendio «d’ingresso», inferiore a quello di un lavoratore già qualificato che svolge la stessa mansione. Quarto, che per il periodo di apprendistato il dipendente sia licenziabile in pratica senza alcun vincolo. Quinto, che l’azienda riceva un incentivo per assumere un apprendista, e lo conservi per un certo arco di tempo se deciderà di confermare e convertire in impiego stabile il lavoratore terminato l’apprendistato.
Questi i principi generali di un sistema recentemente modificato dopo un accordo tra governo Berlusconi e sindacati, ma che probabilmente verrà semplificato e modificato. Del resto, proprio ieri il ministro Fornero ha anche chiarito che per esempio la formazione degli apprendisti dovrà essere tutta garantita e certificata, e che i controlli in materia saranno molto severi.

   Oggi, una parte – quella svolta in strutture pubbliche – è «effettiva» (anche se non necessariamente efficace). Mentre la formazione a carico del datore di lavoro in molte aziende, specie quelle più piccole, che non dispongono di una struttura più organizzata, è totalmente virtuale e quasi sempre si esaurisce nel semplice svolgimento del lavoro.

   Ma tornando al sistema oggi in vigore, sono tre i diversi contratti di apprendistato consentiti, tutti regolati da apposite normative delle Regioni e (insieme) dai contratti collettivi, che stabiliscono tra l’altro anche il livello del salario d’ingresso «ridotto» e le caratteristiche della formazione.

   Il primo è l’apprendistato per la qualifica e il diploma professionale, rivolto ai giovani da 15 a 25 anni di età e in pratica dedicato a favorire una transizione dalla scuola dell’obbligo al lavoro. Il secondo è l’apprendistato professionalizzante o contratto di mestiere, che può durare anche cinque anni, e riguarda giovani da 17-18 anni a 29. Il terzo è l’apprendistato di alta formazione e ricerca, che chiama in causa giovani da 17-18 a 29 anni di età ma finalizzato a professioni ad alta qualificazione.

   In tutti questi casi chi assume paga contributi ridotti al 10%, e se conferma il lavoratore gode di questo notevole sgravio per un altro anno. Con le più recenti novità, per favorire la riassunzione degli ultracinquantenni espulsi dal mondo del lavoro causa crisi, un contratto di apprendistato adesso può essere fatto anche a un lavoratore più anziano, di qualsiasi età, che abbia perso il vecchio posto di lavoro e sia iscritto alle liste di mobilità.
Nel 2010 in tutto erano 542 mila i giovani che lavoravano in apprendistato, pari al 15% degli occupati tra i 15 e i 29 anni d’età. Una quota significativa, ma certo non predominante. Ma i numeri del recente rapporto Isfol confermano che rispetto a tutti i contratti atipici o precari l’apprendistato offre più chances di passare al (monotono ma agognato) posto fisso.

   Nel 2010, nonostante la crisi, gli apprendisti passati a contratti a tempo indeterminato sono aumentati del 12% a 177 mila unità. Nel Nord hanno raggiunto l’obiettivo in 102.892 (+11,7%) nel Centro Italia ce l’hanno fatta 43.216 (+19,6%) e nel Mezzogiorno 30.888 (+5,4%). Tornando ai numeri generali, i dati mostrano anche il limite dell’apprendistato così com’è oggi, che resta un affare che riguarda principalmente i giovani maschi delle Regioni del Centro-Nord.

   Il 32% dei contratti riguarda lavoratori occupati in aziende di tipo artigianale. Relativamente ai settori, il commercio e riparazioni pesa per il 24% (131.669 posti) contro il 23% del manifatturiero (126.060), con un sorpasso verificatosi per la prima volta proprio nel 2010. Da sottolineare che le giovani donne registrano percentuali di trasformazione del contratto a tempo indeterminato più alte dei ragazzi. Calano invece le trasformazioni per gli apprendisti sotto i 24 anni (-16%).

  ………………………………………..

Approfondimenti. Il welfare. Il lavoro. I dati Istat

FLEXICURITY, UN SOGNO DA CINQUE MILIARDI

di Enrico Marro, da “il Corriere della Sera” del 2/3/2012

- La riforma degli ammortizzatori sociali frenata dai costi. Raddoppiati in tre anni -

   Sono più di quindici anni che la riforma degli ammortizzatori sociali è incagliata sullo scoglio delle risorse. Il problema è semplice. In Italia il sistema di sostegni al reddito per chi perde l’ occupazione protegge bene solo una parte dei lavoratori, soprattutto quelli delle imprese medio-grandi, mentre lascia fuori gli altri, in particolare i giovani con contratti precari.

   Tutti i governi si sono posti l’ obiettivo di rendere il sistema più universale, riducendo certi eccessi di protezione (lavoratori sussidiati per 6-7-8 anni di seguito tra cassa integrazione, mobilità e mobilità lunga, fino alla pensione) in cambio del potenziamento dell’ indennità di disoccupazione.

   L’ esecutivo Prodi, nel 1996, istituì una commissione guidata dall’ economista Paolo Onofri che formulò proposte in questo senso, concludendo però che sarebbe stato necessario un aumento della spesa dello 0,7% del Pil. Giuliano Amato, anche lui ex presidente del Consiglio di due governi di centrosinistra (oltre che ministro del Tesoro), parlò di qualcosa come 9 mila miliardi di lire (4,5 miliardi di euro). Impossibile, e non se ne fece nulla.

   La flexicurity costa Da allora il sogno è rimasto sempre lo stesso: realizzare la flexicurity, dove se perdi il lavoro non è un dramma perché per un congruo periodo di tempo ricevi un robusto sussidio e soprattutto servizi di riqualificazione e ricollocamento, insomma il sistema ti aiuta a ritrovare una buona occupazione. Flessibilità e sicurezza, appunto.

   Solo che la flexicurity, cara anche al ministro del Lavoro Elsa Fornero, costa. Fornero sta cercando di ottenere dal Tesoro 1,5-2 miliardi di euro all’ anno di maggior impegno strutturale. Di argomenti ne avrebbe, visto che la «sua» riforma delle pensioni produrrà a regime risparmi da 20 miliardi di euro l’ anno. Secondo la Cgil, per allestire un sistema di ammortizzatori davvero universale ci vorrebbe di più: un aumento della spesa di 5 miliardi l’ anno.

   Ma fare questa riforma nel bel mezzo della più grave crisi economica del dopoguerra complica il quadro. L’ esplosione della spesa Bastano pochi numeri per rendersene conto. Prima della crisi, per tutti gli ammortizzatori (cassa integrazione, indennità di mobilità e di disoccupazione), si spendevano circa 8 miliardi di euro l’ anno. Poi dal 2008 la spesa è aumentata (9,9 miliardi), più che raddoppiando dal 2009 (16,9 miliardi).

   Negli ultimi due anni le uscite sono state di 18,9 miliardi nel 2010 e di 17,9 nel 2011. Chi ha pagato e chi paga? Fino al 2007 il sistema era sostanzialmente in equilibrio, nel senso che i contributi versati dalle aziende e dai lavoratori per gli stessi ammortizzatori finanziavano le prestazioni. Dal 2008, invece, è dovuto intervenire massicciamente lo Stato.

   Del resto, siamo passati dai circa 2 milioni e mezzo di lavoratori che ogni anno, fino al 2007, venivano interessati per periodi più o meno lunghi da un qualche ammortizzatore ai quattro milioni circa all’ anno negli ultimi tre anni.

   Chi paga la riforma? Risultato: dal 2008 al 2011 lo Stato ha sborsato circa 30 miliardi. Anche perché ha risposto all’ emergenza estendendo gli ammortizzatori alle piccole imprese attraverso la «deroga», finanziata con 8 miliardi nel biennio 2009-2010, con un miliardo nel 2011 e con un altro miliardo stanziato dalla Legge di stabilità per il 2012. A queste risorse del governo centrale si aggiungono quelle delle Regioni attraverso i fondi europei.

   Attualmente per la cassa integrazione in deroga il 60% ce lo mette lo Stato e il 40% la Regione (si scende però al 26% se si calcolano anche i contributi figurativi). Stando così le cose, il governo vorrebbe sì fare una riforma per allargare in maniera strutturale il perimetro degli ammortizzatori, superando quindi lo strumento tampone della deroga, ma vorrebbe anche che a pagare questa operazione fossero i beneficiari della stessa, cioè imprese e lavoratori.

   Le piccole aziende, però, non vogliono farsi carico di maggiori contributi per ammortizzatori che comunque, dicono, vengono usati in maggior parte dalle grandi. Le grandi non vogliono rinunciare a strumenti come la cassa integrazione straordinaria e la mobilità che hanno permesso loro di gestire le ristrutturazioni aziendali.

   Ecco perché, anche questa volta, o si trovano le risorse o la riforma rischia di saltare. (Enrico Marro)

………………………………………..

SCENARI DELL’ALTA FINANZA E DELL’ECONOMIA DEL NORDEST:

Dietro l’operazione FonSai. I protagonisti quasi sconosciuti della finanza decentrata

NORDEST MENEGUZZO & SOCI – LA RADIOGRAFIA DI SOLDI E POTERE

di Stefano Righi, da “Corriere Economia” del 20/2/2012

- Ecco chi c’ è vicino a Palladio, dalla Finint di Conegliano a Veneto Banca di Consoli Una regione con tanti punti di attrazione e nessuna leadership riconosciuta -

   Audace colpo dei soliti ignoti. Con cadenza ciclica, la finanza del Nordest ne mette a segno uno. L’ ultimo è firmato Palladio finanziaria nel capitale di Fondiaria Sai, secondo gruppo assicurativo italiano ridotto sull’ orlo del fallimento da un miliardo di debiti e da coefficienti di solidità in caduta libera.

   Un collasso industriale sul quale dopo Mediobanca, Unicredit e Unipol si è gettata con il defibrillatore in mano anche la piccola e semisconosciuta Palladio di Roberto Meneguzzo e Giorgio Drago, scatenando la prima battaglia della finanza decentrata.

   Ma chi sono questi, si son chiesti i più? Ancora veneti, come lo era Silvano Pontello quando si inventò Antonveneta a metà degli anni Novanta, dando vita all’ attuale feudo del Monte dei Paschi, 700 sportelli in regione guidati da Giuseppe Menzi; o come Gianni Zonin che una quindicina d’ anni fa divenne uno dei primissimi azionisti della Banca Nazionale del Lavoro con la Popolare di Vicenza o come, qualche tempo prima, fece Giorgio Zanotto, padre del Banco Popolare guidato oggi da Carlo Fratta Pasini e Pierfrancesco Saviotti.

   Veneti come Meneguzzo, che viene da Malo, il paese di Luigi Meneghello e dello straordinario Libera nos a Malo, il ritratto in prosa di una terra che al cinema, talvolta, si identifica ancora con Signore e Signori.

   Meneguzzo è uno che non ne perde una, di occasioni di business, dice chi lo conosce, che sa sempre vedere oltre, capire dove sta l’affare. Questione di fiuto, come stavolta, anche se deve aggiustare il piano giorno per giorno. Intanto, apre a nuovi soci, dopo le tre banche (Veneto Banca 9,8%, Banco Popolare 8,6%, Montepaschi 0,5%) nel capitale di Palladio sembra esserci lo spazio – e qualche trattativa avviata – per far entrare un quarto istituto di credito.

   I possibili partner non mancano, anche fuori dal credito, come la famiglia che fa capo a Nicola Amenduni, signore delle Acciaierie Valbruna di Vicenza, che incrocia Palladio nel capitale di Ferak, il veicolo che partendo dalla Crt di Torino di Fabrizio Palenzona porta nel consiglio delle Generali Angelo Miglietta, passando proprio per la città berica.

   Poco più a nord c’è l’ex Popolare di Asolo e Montebelluna, cresciuta a immagine e somiglianza di Vincenzo Consoli fino a diventare Veneto Banca, un nome che oggi sta stretto a chi ha interessi in Puglia e nelle Marche e controlla una quotata con sede a Torino del calibro di Banca Intermobiliare. Desideri Fondiaria è solo l’ultimo oggetto del desiderio di una terra che dal Lago di Garda si spinge fino a Trieste, in cerca di un centro di gravità permanente.

   Dal 1797 non lo è più Venezia, che sta al Veneto come New York agli Stati Uniti. Così ogni iniziativa viene risucchiata dai campanili e una terra che ha saputo cambiare volto – fino agli anni Settanta i veneti erano considerati i terroni del Nord – non è ancora diventata adulta. Policentrica per definizione, accusa l’ assenza di leadership e di rappresentanza.

   Le Assicurazioni Generali sono troppo per essere traino del territorio. Troppo grandi, troppo proiettate all’estero, più vicine a Milano che a Venezia, un player mondiale, come sottolinea il group ceo Giovanni Perissinotto. Trieste è lì, potentissima, nell’ angolo in alto e segue logiche di sviluppo che prescindono dal campanile: Viva l’ A e pò bon… Lì, nella piana, è invece il campanile a essere protagonista: ognun paròn a casa sua. Specie nel momento della incapacità di individuare una leadership unitaria.

EXPORT

«È un periodo in cui in ambito industriale si respira un’ atmosfera pesante – dice Andrea de Vido, amministratore delegato di Finint -. Però anche in questo frangente in Veneto c’è una classe imprenditoriale che attacca anziché difendersi. Si tratta di imprenditori che talvolta sono costretti ad andare all’estero dalle difficoltà concrete che incontra chi vuole fare business in Italia, ma che comunque non mollano. Mi sembrano segnali importanti».

   Finanziaria Internazionale (Finint) nacque nel 1980 su iniziativa di Enrico Marchi (oggi vicepresidente di Antonveneta) e de Vido: furono i primi in Italia a fare le cartolarizzazioni. Oggi Finint controlla Save, la società che gestisce l’ aeroporto di Venezia, terzo scalo italiano. Vicina a Generali, con cui esistono rapporti di reciproca partecipazione azionaria, Finint – socia di Ferak ed Effeti – si è sviluppata attraendo intelligenze non solo finanziarie e oggi a Conegliano, in quella che era l’ area dell’ elettrodomestico, da Zanussi a Zoppas, è il primo datore di lavoro.

RAPPRESENTANZE

La corsa a Confindustria, con Andrea Riello che si è fatto da parte prima della partita finale, è solo l’ennesimo episodio di un film già visto. Un sogno che sfuma. Come nel caso dei ministri, ce ne sono stati, ma nel ventennale di Tangentopoli provate a ricordarne uno dello spessore di Gianni De Michelis o del Doge Carlo Bernini – senza voler risalire fino alla triade Pirubi, Flaminio Piccoli, Mariano Rumor, Toni Biasaglia – tra i cento che son venuti dopo. Al netto della questione morale – un fattore – il confronto non regge. Eppure le eccellenze non mancano.

   «Il Veneto – dice Giustina Mistrello Destro, pdl, già sindaco di Padova, attuale componente della X Commissione attività produttive della Camera – è terra di grandi capacità, ma deve oggi inventarsi un futuro inedito. I segnali vengono dalla medicina molecolare di Vimm, dal porto di Venezia, dove Paolo Costa sta costruendo una rete di alleanze sia a livello passeggeri che di merci, e dalle Fiere, Vicenza su tutte, grazie a Roberto Ditri, ex manager della Magneti Marelli.

   La partita più importante si sta però giocando a livello autostradale, l’ A4 taglia in due il territorio, è asse di sviluppo. Oggi, con le casse vuote, molte amministrazioni locali sono uscite dal capitale per far spazio ai privati, soprattutto Gavio, Mantovani e Astaldi. Sono iniziative a cui manca l’ accompagnamento di un progetto politico che sappia valorizzare e tutelare questa progettualità…».

LEZIONI DA RIPETERE

Le infrastrutture sono da sempre il nodo scorsoio di una regione che produce e muove le proprie merci su vecchie strade provinciali segnate da filari di platani. Dopo decenni di discussioni, code infinite, morti e inquinamento, l’ allora presidente pdl della Regione Giancarlo Galan – predecessore dell’ attuale, il leghista Luca Zaia – realizzò il Passante di Mestre, l’ uovo di Colombo del traffico veneto.

   Una lezione che non è stata imparata se la recente apertura dei lavori della Pedemontana è stata immediatamente bloccata da un ricorso. E ancor di più se ci si perde in discussioni su dove realizzare la fermata veneziana della futuribile Alta velocità ferroviaria, come se ci fossero location più strategiche dell’ aeroporto Marco Polo. «Vede – sottolinea Giustina Destro – il Veneto talvolta è come quelle anziane signore che tengono i gioielli in cassaforte per timore di essere rapinate.

   Ma così non ne godono e tutto resta in potenza, chiuso in un cassetto». Come finirà? L’ ex impero di Salvatore Ligresti diventerà la cassa di risonanza degli interessi del Nordest? Difficile crederlo, vista la reazione di Mediobanca e Unicredit all’ entrata in campo di Palladio.

   Taluni indicano come possibile spalla la compagnia francese Axa, che sarebbe finalmente decisa a fare in Italia un passo all’ altezza della propria fama. Ma si profilerebbe uno sgarbo di non poco conto a Generali. Così, la conclusione è lontana e a Nordest stanno già pensando al prossimo colpo. Ma ognuno per conto proprio. (Stefano Righi)

About these ads

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 561 follower