Geograficamente

conservazioni e trasformazioni virtuose del territorio

DISTRETTO IKEA in Veneto – NORDEST specchio geografico dei problemi italici – un’AREA IN CRISI di obiettivi e futuro sostenibile (nei valori, nell’economia, per il territorio, per la sua gente)

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L’arcivescovo di Padova ANTONIO MATTIAZZO tratteggia in tono preoccupato la realtà che lo circonda: «Colgo smarrimento, pessimismo, paura del domani. Il benessere che nega e irride i valori sta generando infelicità. Si privilegiano l’edonismo e il materialismo, così la vita diventa senza senso. Ieri una donna mi ha inviato una mail che inizia con due parole: “Sono disperata”. Cos’è questa corsa ai maghi, al fitness, alle lotterie? Non ci si sposa per timore delle responsabilità, non si crede nell’amore, si tiene una porta aperta per scappare...»(Filippo Tosatto, da “il Mattino di Padova” del 27/1/2012)

   IKEA (che tutti conoscono) è un’azienda multinazionale fondata in Svezia e avente sede nei Paesi Bassi, specializzata appunto nella vendita di mobili, complementi d’arredo e altra oggettistica per la casa. Sta pure diventando (lo è sempre stata) un “luogo per andarci” (anche a mangiare: cucina etnica nordeuropea, ma non solo). Ha attualmente 258 centri di vendita in 37 paesi, gran parte dei quali in Europa, ma anche negli USA, in Canada, in Asia e in Australia. In Italia i centri Ikea sono 19, ma presto ce ne saranno molti altri.

   Indubitabile che Ikea rappresenti un modo innovativo di vendere/comprare mobili per la casa: di buona qualità, belli, moderni, che si possono scegliere o non scegliere con calma, e a prezzi non elevati. Inoltre Ikea si serve spesso per la loro produzione del “conto lavorazione” di mobilifici e fabbriche locali (pertanto un marketing commerciale cui niente è da dirsi, almeno da quel che si sa).

   E’ interessante il “fenomeno Ikea”, come fenomeno commerciale. Nel suo propagarsi nei territori interessati (quasi sempre vicino a un casello autostradale, cioè in luoghi raggiungibili abbastanza velocemente anche da lontano, cercando di non creare problemi aggiuntivi al traffico locale). Non interessa qui il “fenomeno” dei consumatori che fanno la fila, che invadono questi centri del mobile (perché non dovrebbero farlo? vista la convenienza…). Parliamo dei sindaci, dei comuni interessati alla “proposta Ikea” di fare un nuovo centro nel loro comune (naturalmente, lo ribadiamo, sempre vicino a uno svincolo autostradale di grande comunicazione, e con la promessa del Comune di autorizzare rotatorie e quant’altro serva alla funzionalità del “luogo Ikea”).

   Vi facciamo l’esempio della proposta di “parco commerciale” dell’Ikea a Casale sul Sile (un piccolo comune di 27 Kmq. con circa 11.000 abitanti che si trova nella cintura urbana della città di Treviso): un’area “Ikea” di 420 mila metri quadrati all’entrata del casello di Preganziol del Passante di Mestre, 200 milioni di investimento e 1300 posti di lavoro garantiti. La decisione finale sull’apertura del punto vendita, che ha suscitato in questi mesi un vivace dibattito politico, spetta agli enti pubblici, Regione in primis (e la Provincia di Treviso di fatto è d’accordo per l’apertura). I contrari sono i commercianti (il loro slogan dice: “ogni posto di lavoro della grande distribuzione ne porta via tre al piccolo commercio) e chi, come gli ambientalisti, fa notare che altri 40 ettari di terreno (più tutto il sistema della nuova viabilità) è un duro colpo a un’area con spazi verdi sempre più residui. Sta di fatto che il “sistema Ikea” è vincente e funziona, perché viene “certificato” dai consumatori che lo apprezzano, cioè “ci vanno in quei centri commerciali” (appunto perché piacciono come luoghi, e forse per qualità e convenienza dei suoi prodotti) (e dovunque Ikea chiederà, nel Nordest e in Italia, altri centri si faranno di sicuro).

   Quel che qui ci interessa è la debole presenza, nella decisione se concedere o meno l’autorizzazione, di autorevoli interlocutori pubblici locali: i COMUNI (che vogliono restare piccoli) non possono che vedere come “un miracolo” l’arrivo di qualcuno che porterà a loro qualche soldo in più nel magro bilancio. E il possibile arrivo dell’Ikea a Casale sul Sile, per l’esempio che abbiamo fatto, è la cosa più importante di tutte nel dibattito tra candidati sindaci di quel piccolo comune trevigiano alle elezioni del 6-7 maggio prossimo (ovvio che sia così). E poi interessa capire il perché il SISTEMA ECONOMICO VENETO, così capace di pensare alla sua sopravvivenza e sviluppo (andando all’estero, all’inizio in Romania, poi in Cina e adesso in altri posti del mondo come NordAfrica, Serbia…), non ha potuto inventarsi lui, per i suoi mobilifici, per i suoi prodotti, un “sistema Ikea”, per il Nordest, ma anche per esportarlo dovunque (cioè gli svedesi son stati ben più bravi…).

PADOVA EST e il CENTRO IKEA - “IL NORDEST NON C’È PIÙ, HA RESISTITO TRENT’ANNI E POI SI È DISSOLTO,(…) aveva trovato la propria strada allo sviluppo e al benessere senza l’economia di Stato, i grandi capitali, le metropoli, le multinazionali; anzi DECENTRANDO IL LAVORO IN UNA FILIERA DI PICCOLE IMPRESE che dividevano rischi e proventi conservando una straordinaria flessibilità, piuttosto condividendo l’esperienza manifatturiera nella organizzazione territoriale dei “DISTRETTI”: ogni paese si specializzava in un prodotto (…) Qui si lavorava diversamente: non si erano ingrossate le città e neppure si era trasferita la gente. LE FABBRICHE NASCEVANO DI FIANCO, ATTORNO AI PAESI, QUASI MESCOLANDOSI AGLI ORTI E ALLE CASE, ALLE STALLE E AI CAMPI, in un intreccio senza soluzione di continuità. (…) POI IL MONDO È CAMBIATO: per un verso LA GLOBALIZZAZIONE ha aperto nuovi mercati e offerto opportunità di delocalizzazione, (…) ha progressivamente VANIFICATO LA FORZA DEI DISTRETTI e reso indispensabili l’aggregazione in soggetti più grandi e più forti (la medio-impresa) rendendo necessari servizi finanziari e competenze di progettazione e di marketing finora non percepite (…)”(CESARE DE MICHELIS – Il Corriere del Veneto del 29/3/2012)

Qui vogliamo allargare il discorso: le grandi opere, i grandi interventi che “arrivano” su un territorio catalizzano l’attenzione, e realtà politico-amministrative assai deboli (come i comuni, ora più che mai deboli…) non possono certo avere alcuna autorevolezza nel decidere in un modo o nell’altro su scelte strategiche del loro futuro, con cognizione di causa: accettano qualsiasi cosa venga loro proposta, pur che porti soldi. Per questo noi geografi insistiamo per una revisione istituzionale dei comuni, individuandoli in aree omogenee più grandi, e con una popolazione di almeno 60.000 abitanti.

   Ma è di tutto il NORDEST e della sua attuale crisi che qui, in questo post, vogliamo tracciare un discorso (con alcuni articoli interessanti ripresi qua e là). Il NORDEST che geograficamente non è più lo stesso: né rurale né manifatturiero: pertanto non ci sono più i “metalmezzadri”, e non c’è più il policentrismo di città-comprensori a guida di un’area…. spariti o quasi i distretti industriali (del calzaturiero nella Riviera del Brenta e Montebellunese, dell’abbigliamento nella Pedemontana vicentina e trevigiana, del mobile, dei piccoli elettrodomestici…. forse resta importante solo l’agroalimentare, come il prosecco trevigiano, il “San Daniele” friulano, l’orticoltura della bassa pianura…).

   L’aforisma “nordest” e la sua identificazione geografica non sempre è la stessa: a volte si intende solo il Veneto, altre volte l’area geografica effettiva  di indicazione del termine “nordest italiano”: cioè le regioni Friuli e Venezia Giulia, Trentino e Alto Adige/SudTirolo, e il Veneto. E non è un problema da poco per stabilire progetti, relazioni, un futuro chiaro e possibile.

   Terra (il nordest, forse il Veneto di più…) dove le infrastrutture di rete (mobilità locale, strade e quasi inesistenti ferrovie) sono in forte difficoltà: peggiorate in questi decenni da un’urbanizzazione fatta di comuni assai brutti da vedere, nati lungo le strade.

   Quello che vogliamo dire nel parlare di questa nuova fase di sviluppo di grandi centri commerciali (nel territorio che resta), è che se dagli anni 70 del secolo scorso si è voluto praticare una deregulation costruttiva di cui ora ci accorgiamo i danni (in Veneto capannoni dappertutto, case e casette in ogni luogo, anche grazie a false attività agricole approvate da una legge regionale –la n. 35 del 1985- che permetteva di costruire quella che poi è stata chiamata la “villettopoli veneta”), ora ci stiamo preparando (anzi siamo già in fase concreta) a nuove colate di cemento. Vien da dire che almeno prima un benessere, una ricchezza diffusa, il territorio la ha avuta. Adesso non ne siamo per niente sicuri che ci sarà un “ritorno” per la comunità. (sm)

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“PERCHÉ L’IKEA ORA È IL NOSTRO SPECCHIO”

di DARIO DI VICO dal “Corriere della Sera” del 28 marzo 2012

- Se per raccontare l’Italia abbiamo bisogno di Ikea. Le raccomandazioni respinte, le file, i no del Nord –
Con una battuta potremmo dire che l’Ikea si avvia a diventare la nuova autobiografia di una nazione (l’Italia). A leggere le cronache che arrivano dalle città di provincia sembra quasi che la multinazionale svedese stia catalizzando su di sé tutti gli epifenomeni della nostra vita associata. Al Sud ci si mette in coda per esser assunti ma allo stesso tempo a Treviso il centrodestra si è a lungo spaccato nel tentativo di impedire l’apertura di un nuovo punto vendita. Anche nel Torinese e nel Pisano è successo qualcosa di simile, protagoniste in entrambi i casi le amministrazioni di centrosinistra.
L’ultima nuova viene dall’Abruzzo, da San Giovanni Teatino e narra di un politico locale di centrodestra che ha premuto sull’Ikea per pilotare le assunzioni e si è trovato in mano una formale lettera di protesta dell’azienda. La verità è che l’Ikea in Italia ormai è quasi dappertutto, nonostante la recessione continua a macinare ricavi e profitti, è una delle poche multinazionali che assumono ed è riuscita a far soldi persino con il food. Grazie ai ristoranti che ha aperto dentro i suoi punti vendita e che servono mirtilli, polpettine svedesi con la marmellata e salmone in tutte le salse.

   La nostra politica locale si è accorta dell’onnipresenza Ikea e ha capito che le decisioni che riguardano gli svedesi sono elettoralmente sensibili, vengono analizzate al microscopio dalle varie constituency e possono decidere della sorte di un sindaco.
Prendiamo i commercianti. Sicuramente non amano l’Ikea e tendono a premere sugli enti locali per dire no. A Casale sul Sile, in provincia di Treviso, i negozianti — tendenzialmente elettori di centrodestra — si sono trovati a fianco di ambientalisti, vendoliani e grillini in un’alleanza inedita pur di premere sul sindaco contro un insediamento Ikea da 1.300 nuovi posti di lavoro. Il responsabile della Confcommercio, Guido Pomini, ha tuonato contro «gli incalcolabili danni all’ambiente e alla viabilità» e ha messo in guardia «dalla nuova cementificazione». L’offensiva dei commercianti ha creato molti mal di pancia in casa leghista e solo lunedì 24 marzo il consiglio provinciale di Treviso ha dato il via libera per la prima pietra di un nuovo centro commerciale dopo mesi di impasse.
I produttori di mobili del Nord est in una prima fase erano rimasti anche loro tremebondi davanti all’avanzata svedese, ora invece fanno a gara per essere fornitori della multinazionale. Così tra il centro commerciale di Villesse sulla A4 e il nuovo di Treviso si sta formando una specie di distretto Ikea, aziende italiane che fanno la stragrande maggioranza del fatturato vendendo agli scandinavi e ne vanno fiere.

   I margini di profitto sono bassissimi perché l’Ikea avrà pure un’immagine sobria ed elegante ma quando si tratta di contratti non regala un euro a nessuno e così capita che in qualche riunione di artigiani la cosa venga fuori. Del resto quando si nominano gli svedesi davanti a una platea di industriali e artigiani del mobile brianzoli seguono sempre sorrisini imbarazzati.

   Perché lo straordinario successo della multinazionale gialloblù rappresenta per il made in Italy un clamoroso autogoal. Se c’era un sistema Paese che avrebbe dovuto dotarsi di una catena commerciale capace di attirare nei propri saloni consumatori di tutti i target questo è sicuramente il nostro.

   Siccome non abbiamo una sufficiente cultura della vendita retail abbiamo preso un ceffone dagli svedesi, poi un altro dai francesi (Decathlon/articoli sportivi) e un altro ancora dagli spagnoli (Zara/abbigliamento). E speriamo di fermarci qui.
I piani dell’Ikea per l’Italia sono ambiziosi: investimenti per 700 milioni e una dozzina di nuove aperture in una congiuntura in cui i posti di lavoro valgono oro. Già più di un anno fa a Catania davanti a un bando di 240 assunzioni si erano registrate 24 mila domande in sole 72 ore. Calcolarono che avendo Catania e dintorni una popolazione di 600 mila persone almeno il 13% degli etnei coltivava il sogno di diventare commesso, magazziniere, telefonista, contabile, cameriere dell’Ikea. A Bari e Salerno le cose negli anni precedenti non erano andate diversamente, nel primo caso i candidati erano stati 30 mila per 262 posti e nel secondo 21 mila per 210 assunzioni.

   Con questo potenziale «bellico» è evidente che i manager dell’Ikea hanno un potere di condizionamento fortissimo sugli enti locali. I concorrenti italiani raccontano di favoritismi ottenuti qua e là lungo la penisola addirittura per ridisegnare le strade di accesso ai magazzini gialloblù. La cosiddetta variante Ikea sarebbe la prima richiesta che un sindaco si trova davanti e alla quale — sostengono sempre i rivali — non riesce mai a dir di no. In Abruzzo nei giorni scorsi i posti in palio erano 200 e sul sito Ikea sono stati 30.446 abruzzesi a candidarsi. L’idea che è venuta agli amministratori di San Giovanni Teatino è stata quella di inaugurare un nuovo tipo di scambio italo-svedese. Ma evidentemente i politici abruzzesi devono aver sottovalutato i rapporti di forza e così sono stati messi alla berlina.
Se i designer di grido raccontano come gli scandinavi siano dei gran copioni, bravi solo a sguinzagliare in giro per il mondo i propri trendsetter per cercare nuove idee da replicare, la multinazionale dell’arredamento aggiorna continuamente la sua immagine di responsabilità sociale e modernità. Di recente ha addirittura sponsorizzato la prima indagine realizzata in Italia sull’inclusione di gay, lesbiche, bisex e transessuali (acronimo: Gblt) nel mondo del lavoro.

   A presentarla a Milano c’era Ivan Scalfarotto, è venuto fuori che tra i 500 lavoratori Ikea che avevano risposto al questionario il 14% si dichiarava Gblt e i manager Ikea hanno potuto concludere che «si può partire dal luogo di lavoro per costruire quell’idea di comunità e reciproca attenzione che negli ultimi anni in Italia è stata picconata».

   Per chiudere il cerchio manca solo che a qualcuno, nella crisi delle ideologie, venga in mente di lanciare il Partito Ikea. Giustizia e comodità. (Dario Di Vico)

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I limiti di un modello, il bisogno di un progetto innovativo

LA FINE DEL NORDEST POLVERIZZATO E LA SFIDA DI UN FUTURO METROPOLITANO

di CESARE DE MICHELIS, da “il Corriere del Veneto” del 29/3/2012

   E’ finita! Il Nordest non c’è più, ha resistito trent’anni e poi si è dissolto, esattamente come all’inizio si era manifestato nella sua inequivocabile concretezza. Per accorgersi che il mondo nelle Venezia era cambiato non c’era voluto molto tempo e neppure un acume eccezionale; più difficile era stato capirlo e spiegarlo. Che fosse il Nordest era chiaro: a nord di Roma capitale, a est del triangolo industriale di Torino e Milano.

   Qui si lavorava diversamente: non si erano ingrossate le città e neppure si era trasferita la gente. Le fabbriche nascevano di fianco, attorno ai paesi, quasi mescolandosi agli orti e alle case, alle stalle e ai campi, in un intreccio senza soluzione di continuità.

   Prese a tenaglia tra il potere politico e quello economico le Venezie avevano trovato la propria strada allo sviluppo e al benessere senza l’economia di Stato, i grandi capitali, le metropoli, le multinazionali; anzi decentrando il lavoro in una filiera di piccole imprese che dividevano rischi e proventi conservando una straordinaria flessibilità, piuttosto condividendo l’esperienza manifatturiera nella organizzazione territoriale dei “distretti”: ogni paese si specializzava in un prodotto, se non lo sapeva già da tempo, dopo un po’ imparava a farlo meglio con competenza e innovazione e con maggiore rapidità e a minor costo che altrove.

   A questo “miracolo” aveva giovato una struttura famigliare solida e solidale, un’economia che si convertiva all’industria senza rinunciare all’agricoltura, una disponibilità di territorio che sembrò a lungo infinita, una politica e un’amministrazione al tempo stesso generose e liberali.

   Nacquero così centinaia di zone industriali, una rete di infrastrutture – le circonvallazioni – modeste ma funzionali, una propensione al risparmio che rendeva meno influente il ruolo della finanza, un’abilità spregiudicata a eludere il fisco anche a costo di rinunciare al diretto sostegno pubblico.

   Poi il mondo è cambiato: per un verso la globalizzazione ha aperto nuovi mercati e offerto opportunità di delocalizzazione, spostando anche il centro degli interessi economici da quell’ovest di cui eravamo l’est e quello dei poteri politici da quel sud di cui eravamo il nord, per l’altro ha progressivamente vanificato la forza dei distretti e reso indispensabili l’aggregazione in soggetti più grandi e più forti (la medio-impresa) rendendo necessari servizi finanziari e competenze di progettazione e di marketing finora non percepite.

   Infine il sistema infrastrutturale delle Venezie ha richiesto un rapido adeguamento alla nuova scala delle esigenze commerciali e produttive che ha faticato e fatica a realizzarsi in concreto. Certo ci sono state trasformazioni importanti del sistema portuale e aereoportuale, è stato realizzato il “passante”, ma la circonvallazione su ferro e anche su gomma non è all’altezza di un sistema industriale sviluppato com’è ormai quello delle Venezie.

   Il Nordest, come ci ha paradossalmente spiegato Ilvo Diamanti, potrebbe più facilmente riconoscersi come Sudovest: a sud di Francoforte e a est dei nuovi mercati centroeuropei; ma la questione non è banalmente nominalista, è più concretamente economica e organizzativa.

   Una regione a intenso sviluppo manifatturiero ha bisogno di una diversa configurazione territoriale, di una più adeguata distribuzione delle funzioni, di  maggiori competenze tecnologiche, scientifiche e culturali e di un più efficace sistema formativo; ha bisogno di nuove infrastrutture che consentano al sistema di proiettarsi verso ambiziosi traguardi.

   Persino lo storico policentrismo delle nostre province, dove ai capoluoghi – tredici – si affiancano ovunque altre città per dimensione e importanza niente affatto minori, si è progressivamente rivelato causa di una polverizzazione di competenze e opportunità che rallenta la crescita: se ne accorse a suo tempo Eugenio Turri che descrisse la tendenza a uscire dai centri urbani che diventavano barriere quasi insormontabili per la mobilità per cercare spazio e libertà di movimento nelle valli interstiziali.

   La questione metropolitana, che, quando, anni fa, si impose, trovava la principale ragion d’essere nell’integrazione di Venezia – due volte speciale: per il centro storico insulare e per porto Marghera con i grandi insediamenti industriali di base – con il territorio di terraferma, oggi ha una valenza e una scala affatto differente, perché riguarda l’intero sistema manifatturiero delle Venezie. (Cesare De Michelis)

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NORDEST INFELICE, UNA SOCIETÀ RICCA POVERA DI IDEALI

- Fondazione Nord Est fa un ritratto sociologico: sarà la base dell’analisi del mondo cattolico verso l’assemblea ad aprile di Aquileia 2 –

di Filippo Tosatto, da “il Mattino di Padova” del 27/1/2012

PADOVA – Lavoro, autonomia, intraprendenza, coesione. I valori fondanti di una metamorfosi che ha trasformato il Nordest da periferia depressa a locomotiva di sviluppo. Ora i fattori di crescita si sono erosi e lo scenario sta cambiando radicalmente.

   Così la Chiesa alza lo sguardo, si pone in ascolto, scruta il nuovo orizzonte e si prepara a interpretarlo. Lo fa con l’aiuto della Fondazione Nord Est e del suo direttore scientifico Daniele Marini, il curatore de La grande trasformazione: 1991-2011, l’indagine a più voci che costituirà una sorta di bussola antropologica per Aquileia2, il convegno che la Conferenza episcopale del Triveneto ha convocato in aprile, a vent’anni di distanza dal precedente.

   Lo studio – anticipato per sommi capi da Marini – (NDR: vedi 20_anni_di_NE_-_Sintesi(2) approfondisce la dinamica dei principali indicatori. La popolazione, che cresce (da 6,5 a quasi 7,2 milioni) al pari dell’indice di vecchiaia, con segnali di ripresa del tasso di fecondità favorito dall’immigrazione, la cui incidenza in Veneto (10,2%) sopravanza la media nazionale (7,5%). La nuzialità in caduta libera: 3,4 matrimoni ogni mille abitanti (minimo storico) mentre i divorzi salgono allo 0,9 per mille, i bimbi nati fuori dal matrimonio rappresentano il 26,4% del totale e le unioni civili (51%) superano ormai quelle religiose. La formazione, con l’aumento sensibile di diplomati (dal 16,2 al 26,8%) e di laureati (dal 4 al 10,2%); e il lavoro, che fino al 2008 ha registrato una crescita costante di occupati, toccando un tasso di attività del 69%, salvo calare nell’anno successivo e scontare la recessione in atto. La struttura produttiva: fino al 2005 le attività extra agricole sono lievitate al ritmo di 10 mila unità all’anno, in seguito la crescita è rallentata. Il reddito, infine, con il Pil procapite stimato in 29.746 euro, + 17,9% in più rispetto alla media nazionale.

   Ma l’intento del magistero cattolico va oltre la sociologia. E l’arcivescovo di Padova Antonio Mattiazzo, primo fautore di Aquileia2, tratteggia in tono preoccupato la realtà che lo circonda: «Colgo smarrimento, pessimismo, paura del domani. Il benessere che nega e irride i valori sta generando infelicità. Si privilegiano l’edonismo e il materialismo, così la vita diventa senza senso. Ieri una donna mi ha inviato una mail che inizia con due parole: “Sono disperata”. Cos’è questa corsa ai maghi, al fitness, alle lotterie? Non ci si sposa per timore delle responsabilità, non si crede nell’amore, si tiene una porta aperta per scappare… Noi partecipiamo alle gioie e al dolore della nostra gente e vogliamo aiutarla camminando ogni giorno al suo fianco».

   Nella sua Padova, la multicultura ecclesiale è già realtà: «Abbiamo una parrocchia francofona con suore e preti, una comunità religiosa nigeriana, un sacerdote cinese e uno dello Sri Lanka che seguono i connazionali. E pratichiamo l’ecumenismo con convinzione, mettendo a disposizione luoghi di culto ai fratelli ortodossi. E poi i laici: cosa farebbero i più deboli senza il terzo settore?».

   Il Nordest cresce anche grazie agli immigrati, è giusto allora garantire il diritto di cittadinanza ai loro figli nati in Italia? «Io non sono un politico e su questo tema si è espresso già, autorevolmente, il presidente della Repubblica. Tuttavia, se una famiglia vive stabilmente qui e partecipa allo sviluppo della società, credo sia equo riconoscerle i diritti civici. Da cristiano, adotto la categoria di equità perché include la libertà e la giustizia e non sacrifica mai l’una in nome dell’altra, com’è avvenuto nel socialismo reale e come accade spesso nel mondo capitalista».

   Al suo fianco, il segretario del comitato preparatorio Aquileia2, don Renato Marangoni, annuisce: «Non abbiamo più prontuari con tutte le risposte ma cerchiamo la verità: partiamo dal vissuto, ci interroghiamo». (Filippo Tosatto)

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 «COSÌ SI SACCHEGGIA IL TERRITORIO»

di DANIELE FERRAZZA, da “la Tribuna di Treviso” del 22/3/2012

- Marco Tamaro (Fondazione Benetton): con Ikea e Barcon, è «uno sterminio di campi» -

   «L’Ikea a Casale e il polo industriale di Barcon sono due casi emblematici di consumo sbagliato del territorio, con il ricatto dell’occupazione». Marco Tamaro è direttore della Fondazione Benetton studi e ricerche, che recentemente ha ospitato, su questi temi, Salvatore Settis e Gian Antonio Stella.

   «Dove stiamo andando? Quale territorio stiamo lasciando ai nostri figli? Sono domande che sento echeggiare da un’opinione pubblica sempre più sensibile. La politica, purtroppo, appare sorda e cieca». Tamaro difende invece il progetto di Pierre Cardin di Palais Lumiere a Porto Marghera: «Almeno in questo caso si tratta di ri-uso del territorio, perché siamo dentro a un contesto post industriale. Forse manca una visione generale di cosa si vuol fare dopo Porto Marghera».

   Preoccupa, invece, il grimaldello normativo usato per velocizzare l’approvazione di questi progetti, destinati come sempre ad accendere polemiche e a partorire comitati popolari. E’ l’articolo 32 della legge regionale 35 del 29.11.2001, che deroga a tutte le procedure urbanistiche purché il progetto sia dichiarato «di interesse regionale».

   E’ la procedura usata per la torre del «trevigiano» di Sant’Andrea di Barbarana (dove è nato nel 1922) Pierre Cardin: 244 metri di altezza circondata da 115 mila metri quadrati di aree commerciali, 35 mila metri di residenze, 25 mila di alberghi a Porto Marghera. Costo: 1,5 miliardi di euro. Promessi settemila posti di lavoro.

   E’ la stessa usata per Veneto Green City, tra i Comuni di Pianiga e Dolo, di cui un terzo proprietà del trevigiano Gruppo Basso: 1,8 milioni di metri cubi su più di un milione di metri quadrati per un polo terziario di innovazione. Costo previsto: 2 miliardi di euro. Altri settemila posti di lavoro.

   Identica procedura attesa per il polo industriale di Barcon:un milione di metri quadrati di nuova area industriale per realizzare il macello più grande d’Europa e la cartiera più importante d’Italia, capaci di lavorare 232 tonnellate di carne al giorno e 450 tonnellate di carta igienica al giorno. Promessi 300 milioni di investimenti e 600 posti di lavoro. E, infine, stessa procedura per il parco commerciale dell’Ikea a Casale: un’area di 420 mila metri quadrati all’entrata di Preganziol del Passante di Mestre, 200 milioni di investimento e 1300 posti di lavoro garantiti.

   «Vedo una politica debole di fronte agli interessi privati – aggiunge Tamaro –. E questo spalanca le porte alla speculazione. Sull’Ikea e Barcon siamo addirittura all’insipienza, con la Provincia che si impegna a cambiare il Piano territoriale di coordinamento per far spazio a queste due discutibili operazioni. Io credo che il limite sia stato raggiunto: siamo allo sterminio dei campi, per dirla con Andrea Zanzotto». (Daniele Ferrazza)

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IL NORDEST NON E’ AMICO DEI GIOVANI

di Vittorio Filippi (sociologo), da “il Corriere Veneto” del 19/2/2012

   No, non siamo proprio un paese per giovani. Il giudizio vale per l’Italia, ma vale (purtroppo) in modo particolare per la nostra regione. Non tanto perché, demograficamente, il Veneto sia una regione tra le più longeve del paese, tanto è vero che la persona più vecchia d’Italia – 113 anni! – risiede proprio in Veneto. Anzi, questa longevità di massa è decisamente un fatto socialmente positivo (e chi potrebbe sostenere il contrario?).

   No, il discorso è diverso e viene quantificato da una breve ricerca presentata dal Sole 24 Ore di qualche giorno fa. Ricerca che ha voluto misurare quali sono le regioni più “amichevoli” e positive nei confronti dei giovani e quali, invece, meno attrattive e favorevoli agli under 30.

   Per realizzare tale misurazione sono stati impiegati cinque parametri: il mercato del lavoro (le assunzioni di giovani, la disoccupazione e l’inattività giovanile), l’imprenditorialità giovanile (nonché l’indice di sopravvivenza delle imprese avviate dai giovani), l’istruzione (e quindi i laureati tardivi tra i 30 e i 34 anni, la dispersione scolastica, la frequenza formativa), la demografia (l’indice di vecchiaia, i giovani morti in incidenti stradali, il reddito dei giovani, l’età al matrimonio, il numero dei giovani amministratori pubblici e l’incidenza dei giovani sulla popolazione) e la dinamica della crisi nel periodo 2008-2010: che significa, in concreto, quanto e come la crisi ha penalizzato i giovani.

   Da questo insieme di indicatori statistici ne è uscita una sorta di geografia delle regioni più o meno “amiche” dei giovani. Per curiosità  del lettore va subito detto che aprono le Marche e la Valle d’Aosta con il miglior risultato e chiudono (malamente) Sardegna e Campania. Ma quello che sostanzialmente interessa è che le tre locomotive dello sviluppo italiano, e cioè Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna ne escono in modo piuttosto inglorioso se non preoccupante.

   Il Veneto, in particolare, si posiziona sulla quattordicesima posizione tra le venti regioni. Seguito a ruota dalla Basilicata. E restando sotto la media del paese.

   Soprattutto nella nostra regione la crisi ha falciato proprio trai più giovani: è stato calcolato che dal 2008 gli occupati under 30 sono calati del 14 per cento, in pratica 51 mila giovani che annaspano nell’avarizia crescente del mercato del lavoro.

   Da notare che, nello stesso periodo, gli occupati non giovani tra i 30 e i 64 anni sono invece cresciuti dell’1,6 per cento. Ma grossi segnali di sofferenza sono venuti anche dall’imprenditorialità giovanile, esigua da un lato e fragile – quanto a possibilità di durata nel tempo – dall’altro. Morale della favola, che purtroppo favola non è. In Veneto, complice una crisi lunga e imbastardita, si sprecano i giovani.

   E se la radice della parola iuven viene da iuvare, essere utile, contribuire al bene comune, allora lo spreco appare in tutta la sua iniquità ed ampiezza. E’ uno spreco sociale che pesa e peserà sulla competitività economica della regione. Oltre ad avvelenare i rapporti tra le generazioni. (Vittorio Filippi)

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VENETO SOMMERSO DALLA CEMENTO SPA

di Roberta De Rossi, da “il Mattino di Padova” del 30/3/2012

VENEZIA – Si tratti di infiltrazioni mafiose di organizzazioni criminali in cerca d’investimenti per dare verginità legale ai loro capitali illeciti, di tangenti per agevolare pratiche, di abusi edilizi bell’e buoni, di cemento taroccato per speculare alla faccia della sicurezza, ma anche di costruzioni legali, sì, ma così massicce a coprire il territorio, la pregiata ditta “Cemento Spa” è settore ad alto rischio nel Veneto dei capannoni, delle villette e delle torri avveniristiche sul litorali, dei passanti autostradali e delle cave.

   Lo denuncia Legambiente, nel dettagliato rapporto su “Il caso Veneto” – redatto da Gianni Belloni – che sarà presentato alla commissione Antimafia, a Venezia il 19 e 20 aprile. «Il Veneto è al terzo posto per illeciti nel ciclo del cemento», commenta Gigi Lazzaro, presidente regionale di Legambiente, «corruzione, mafie, illegalità e abnorme consumo del suolo sono sintomi di un sistema malato che sta stringendo al collo l’ambiente e l’economia in Veneto. Quanto a cementificazione legale, l’11 % del suolo è urbanizzato contro una media nazionale del 7,6%».

   Qui la corruzione è cresciuta del 32,6% nel 2011, come raccontano gli arresti per tangenti negli uffici dell’Edilizia privata di Comune e Provincia di Venezia e quello dell’amministratore dell’Autostrada Venezia-Padova: «C’è uno scadimento del senso della giustizia, non si vede il disvalore di comportamenti quasi tollerati ed accettati», aveva rilevato il presidente della Corte d’appello Vittorio Rossi.

   «Cemento Spa nel Nord Italia, e nel Veneto è fatta di infiltrazioni mafiose con investimenti di capitali illeciti nell’economia sana», commenta il vicepresidente nazionale Legambiente, Stefano Ciafani, «ma anche di cementificazione massiccia legale con fenomeni di corruzione e malaffare. C’è anche chi specula sul cemento depotenziato mettendo a rischio vite, come nel caso dell’elementare Anna Frank di Povegliano Veronese o di due lotti dell’autostrada Valdastico Sud sequestrati dalla direzione antimafia di Caltanissetta».

   Le storie raccontate da Legambiente sono tante. La relazione della Dia su un’azienda attiva a Treviso intestata a un uomo già arrestato come prestanome di Provenzano, un imprenditore calabrese arrestato per associazione mafiosa e residente a Padova, beni per 3 milioni sequestrati dalla dia di Padova a un pregiudicato.

   «Dalle inchieste emerse sinora nel Veneto», commenta Lazzaro, «nel ciclo del cemento operano sia camorra che ’ndrangheta, ma in maniera sempre più silenziosa, dietro un’immobiliare o un fondo finanziario sul mercato internazionale».

   Poi l’abusivismo sotto sequestro: 413 appartamenti di un village resort a Peschiera, 7 palazzine a Belluno, un complesso di appartamenti, negozi, uffici a Campolongo Maggiore (Venezia). Ci sono le intimidazioni (auto sfondate, vigne tagliate) contro gli ambientalisti veronesi in lotta contro gli scavi selvaggi. C’è la cementificazione regolare che fa del Veneto la seconda regione più edificata d’Italia dopo la Lombardia: a fronte di 400 mila abitanti in più, si è costruito per un milione. E il rapporto della Corte dei conti sul Passante – i cui costi sono levitati da 864 milioni a 1,3 miliardi – contro il ricorso alle procedure d’urgenza per le grandi opere per «la sistematica e allarmante disapplicazione delle norme del codice degli appalti».

   Come se ne esce? Per Legambiente, con protocolli di legalità presidiati dalla Prefetture, sanzioni pesanti per la corruzione, inserendo nel codice i reati ambientali oggi non contemplati, nonostante l’Europa. (Roberta De Rossi)

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«COMUNI ALLA CANNA DEL GAS URBANIZZANO PER FARE CASSA»

da “la Nuova Venezia” del 30/3/2012

VENEZIA – Comuni e Province stritolate dal Patto di Stabilità, possibili vittime-complici dell’urbanizzazione selvaggia. Lo denuncia l’assessore all’Ambiente del Comune di Venezia,  Gianfranco Bettin.

   «Esiste anche un problema di legalità del disastro», sottolinea Bettin, «con le amministrazioni, come lo stesso Comune di Venezia, sottoposte a due meccanismi infernali. Da una parte la necessità di vendere, o svendere, beni pubblici con trasformazione del cambio d’uso degli immobili (spesso in attività ricettive) per fare cassa e rispettare il rigore insensato del Patto di stabilità. Dall’altra la pratica degli oneri di urbanizzazione, con i quali comuni alla canna del gas cercano risorse per assicurare ai cittadini i servizi. Così si consentono urbanizzazioni in cambio di opere: un cambio  d’uso in cambio di un asilo, con alcuni vantaggi, ma molti rischi. Così il governo del territorio viene extradeterminato».

   Venezia non sfugge a questo ricatto, con vicende che hanno fatto il giro d’Italia: la trasformazione del Fontego dei Tedeschi in mega centro commerciale Benetton, la vendita della storica Ca’ Corner della Regina per farne casa Prada, la mega lottizzazione a polo sportivo-divertimento sulle aree vergini di Tessera City.

   «Serve il coraggio politico di spezzare questo circolo vizioso e modificare il Patto di stabilità», conclude Bettin, «perché non si possono dare servizi “costi quel che costi”. Per il momento si tratta di vigilare per ridurre quanto più possibile l’impatto: l’abbiamo fatto per Tessera City e il Consiglio comunale potrebbe andare oltre».

   Intanto il Comune ha attivato con Legambiente l’Osservatorio sulle Ecomafie puntato sul territorio lagunare, «per unire la tutela ambientale con la necessità di tenere sotto controllo le possibili infiltrazioni mafiose». (r.d.r.)

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VENETO CITY MADRE DI TUTTI I CANTIERI

di Francesco Furlan, da “La Tribuna di Treviso” del 30/3/2012  

- Riviera del Brenta, piano su oltre 70 ettari. Poi tocca a Tessera, Casale (Ikea) e Barcon di Vedelago –

VENEZIA – Cantieri aperti a inizio 2014. Sorgerà tra Dolo e Pianiga, ma il nome ne svela l’ambizione: è Veneto City, diventato nel tempo Veneto Green City, per lo stesso motivo per cui oggi case e palazzi sono venduti con nomi come La Palma, il Roseto, Magnolia. E’ il più grande intervento programmato in Veneto.

   Per chi partecipa all’impresa immobiliare (Stefanel, Endrizzi, Biasuzzi, Andrighetti e da ultima la Mantovani di Baita) e per le dimensioni. La prima parte dell’intervento sorgerà su un’area di 715 mila metri quadrati, con negozi (70.000 metri quadrati), uffici (300.000) alberghi (50.000) e servizi (150.000).

   In questi giorni la società sta lavorando per realizzare i piani urbanistici attuativi (Pua) che dopo il via libera di Zaia all’accordo di programma tra la società e i comuni di Dolo e Pianiga, ricoperti d’oro con un contributo di costruzione di 50 milioni di euro, permetteranno di aprire i cantieri a inizio 2014.

   Rinaldo Panzarini, ad di Veneto City spa, non si sbilancia: «Stiamo contattando investitori e clienti, siamo sulla buona strada». Pochi giorni fa è volato a Bruxelles, per prendere ispirazione dal trade mart della città belga. Veneto City vuole diventare il grande show room delle piccole imprese venete, in uno spazio facilmente raggiungibile, tra il Passante, la ferrovia Venezia-Padova, lì dove arriverà anche la Romea commerciale.

   Intanto sono già sette i ricorsi presentati contro il mega-insediamento, da chi ritiene che sarà una grande speculazione immobiliare e che ucciderà i piccoli negozi della Riviera del Brenta (commercianti e comitati) e da chi come il gruppo Basso, di Treviso, proprietario di alcuni terreni nell’area, si trova suo malgrado coinvolto nel progetto.

   E se la Riviera del Brenta non è più da tempo quella dei «piccoli villaggi tra ville e giardini» descritta da Goethe nel suo Viaggio in Italia anche il resto del Veneto continua a cambiare connotati. Con progetti come Tessera City vicino all’aeroporto Marco Polo, l’operazione Ikea a Casale sul Sile, l’area agro-industriale di Barcon di Vedelago. (Francesco Furlan)

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VIAGGIO NEL CAPOLUOGO VENETO

VENEZIA, I TORMENTI DI UNA CITTÀ-VETRINA

Sospesa tra fioritura artistica , spopolamento e casse vuote

di Aldo Cazzullo, da “il Corriere della Sera” del 26/3/2012

   Sostiene Massimo Cacciari che le sciagure di Venezia sono due: le contesse che smaniano per salvarla; e il carattere dei suoi abitanti. «Venezia sta morendo!» è il lamento delle contesse e dei veneziani. In realtà, Venezia è già morta, come città. Ed è risorta, come vetrina.
Di giorno Venezia non è affatto tetra, e neppure malinconica. Anzi, non è mai stata così bella, così vivace. Mai arrivati così tanti soldi dal Nord-Est, che qui amano chiamare le Tre Venezie, e da Milano, dall’Europa, dall’America. Soldi privati, però. Di mercanti, non di mecenati. Una fioritura di restauri e fondazioni.

   Il caso più eclatante è quello di Pinault, che si è preso un pezzo di Venezia – la meravigliosa Punta della Dogana – per esporre gli artisti della sua collezione che poi venderà nella sua casa d’aste. Ora la polemica infuria sul Fontego dei Tedeschi, comprato dai Benetton, su cui l’archistar olandese Rem Koolhaas ha disegnato una contestata terrazza con vista sul Ponte di Rialto.

   È anche vero però che dentro Punta della Dogana nessuno metteva piede da decenni. Mentre al Fontego, un tempo affrescato da Giorgione e da Tiziano giovane, rifatto negli Anni 30 e trasformato nelle Poste, si andava al più a pagare le bollette.

   E con le mega-affissioni sul Ponte dei Sospiri e in San Marco, anche quelle contestate e per giunta orribili, il Comune ci paga il recupero e la manutenzione della basilica, del campanile, di Palazzo Ducale, del Correr…

   Di notte, Venezia torna se stessa. Cioè una città spopolata, come altri centri storici; e Venezia è ormai il centro storico di Mestre. Ma qui, circondati dalla bellezza, è più triste lo spettacolo degli infissi chiusi, delle luci spente, del silenzio, mentre il flusso dei pendolari e dei turisti poveri si sposta verso la terraferma.  Restano vivi gli angoli dove si ritrovano gli studenti: Campo santa Margherita, San Giacomo dell’Orio, il mercato di Rialto. I residenti si sono lamentati, e il Comune ha imposto il coprifuoco a mezzanotte. Del resto, se un ragazzo suona i bonghi in Campo de’ Fiori a Roma o al Ticinese a Milano, tutto si perde in mezzo al frastuono. Nel silenzio e nel vuoto di Venezia, pare stia cominciando un attacco di guerrieri zulù. In compenso, per mancanza di vie di fuga, non ci sono rapinatori, da quando hanno preso «Kocis», che scappava col barchino.

L’EX SINDACO FILOSOFO
Racconta Cacciari: «Non si ha idea di cosa ho trovato dentro Punta della Dogana! Topi che scorrazzavano. Impiegati chiusi nei loro ufficetti. Nella torretta che guarda San Marco, forse il posto più bello del mondo, c’era un appartamento abusivo: sì, uno che abitava lì, all’insaputa di tutti. Il giorno in cui devono cominciare i lavori, spunta nei magazzini un deposito di legni vecchi. Dico: toglieteli. Mi rispondono che non si può, è roba della sovrintendenza. Chiamo la sovrintendenza: venite a prenderli. Mi rispondono che non si può, sono i resti di un vecchio solaio. A quel punto ho cominciato a urlare. Una scena isterica. Ho dato di pazzo».

   Lo stesso accadde a piazzale Roma, dove sorgerà la nuova cittadella della giustizia, a prezzi triplicati rispetto al preventivo. «E ci credo – dice Cacciari -. Terreni inquinati. Lavori ritardati. Altri fatterelli, tra cui questo. Stanno per partire i lavori, quando viene annunciata una scoperta sensazionale: casse piene di ossa di animali. Dico che la cosa è nota: fino all’800 lì c’erano i macelli. Mi rispondono che la cosa è clamorosa, si può ricostruire tutta la catena alimentare di Venezia nel XVIII secolo. Vado, e mi mostrano un osso di capra, di vitello, di bue… Ho cominciato di nuovo a urlare. Un’altra scena isterica. Ho dato un’altra volta di pazzo: “Se non partono subito i lavori, prendo una mazza e distruggo le ossa una a una!”».
Racconta Cacciari di non sopportare più «il piagnisteo stucchevole» su Venezia, il lamento che sale «dagli sciagurati salotti» e da un popolo avvezzo a mugugnare. Ricorda quanto è stato fatto in questi vent’anni: il nuovo Arsenale, con il centro di ricerca Thetis; la ricostruzione della Fenice, per quanto tormentata; il restauro di Ca’ Giustinian, sede della Biennale, su cui avevano messo gli occhi i Benetton che già possiedono l’isolato a fianco; il recupero della Certosa, l’isola dove si esercitavano i lagunari e dove adesso ci sono un parco, un centro per riparare le barche, un porto turistico. E poi gli investimenti delle banche e dei privati, il rilancio della Fondazione Cini, lo sbarco di Prada a Ca’ Corner della Regina, la Querini Stampalia, la Bevilacqua La Masa, i musei civici affidati a Gabriella Belli, il raddoppio dell’Accademia; oltre ovviamente a Pinault, che ora si è impegnato a recuperare il teatro di Palazzo Grassi (ad oggi però deserto di mostre).

   Il problema è che il Comune non ha più un euro. Si sono inaridite le due fonti storiche, entrambe affidate all’alea, alla sorte: la legge speciale, e il casinò. Venezia da sempre è un’enclave in un Nord-Est distante e ostile: è di sinistra in un mare destrorso; in Confindustria ha Eni, Enel, Telecom, Finmeccanica, giganti lontani e distratti, non piccoli imprenditori legati al territorio; è assistita e succhia(va) soldi da Roma, anziché versarne.

   Ora lo Stato paga meno, e finisce tutto al Mose: la più grande opera d’ingegneria idraulica al mondo; già inghiottiti 5 miliardi di euro, e mancano ancora due anni di lavori. Poi ci sarà da pagare la manutenzione delle gigantesche dighe mobili che custodiranno le tre bocche di porto, da cui entrano in laguna le barche e le maree.
La città è scettica. Arrigo Cipriani, per esempio: ottant’anni ad aprile, due ristoranti a Londra, sette a Manhattan; il simbolo dell’ospitalità veneziana. Nel vecchio magazzino di cordame divenuto l’Harry’s Bar, una sera ha avuto a cena quattro re a quattro tavoli diversi. Però condivide il giudizio di Cacciari sugli aristocratici ansiosi di salvare Venezia.

   Dice Cipriani che tutto cominciò dall’alluvione del 1966: «La città rimase sommersa per meno di 24 ore, il giorno dopo l’Harry’s Bar era aperto, i danni li fecero soprattutto i motoscafi che sfrecciavano per divertimento. Venezia convive con l’acqua fin dalla nascita: è come un corpo umano, con la circolazione arteriosa e quella venosa; l’acqua entra, pulisce, fuoriesce. Il Mose ferma le maree di un metro e 20; ma piazza San Marco è a 90 centimetri sul livello del mare, sarebbe sommersa lo stesso. E poi quest’anno l’acqua alta non si è ancora vista…».

   L’altra cassaforte del Comune è il casinò, che un tempo ospitava gli smoking bianchi dei giocatori di chemin de fer al Lido, e oggi vive di cinesi che giocano alle slot machine in terraferma, a Ca’ Noghera. Tra la crisi e la concorrenza dello Stato con le slot on line, l’incasso è sceso da 200 milioni l’anno a 145. Siccome cento se ne vanno per i costi fissi, i proventi del Comune sono crollati. Il nuovo sindaco vorrebbe privatizzare la gestione, ma i croupier non ne vogliono sapere di lavorare sotto padrone e hanno fatto sei giorni di sciopero (per non essere da meno, i gondolieri hanno ottenuto dalla giunta lo status di lavoro usurante, come i minatori, i palombari, gli operai delle cave e dell’amianto).

IL SINDACO OROLOGIAIO
Il nuovo sindaco – Giorgio Orsoni, 66 anni – è un personaggio interessante. Certo, non ha il carisma del predecessore. («Cossa xé ‘sto carisma?» chiedeva l’altro giorno in vaporetto un pensionato a un amico, parlando di Cacciari. Risposta: «Vol dir che no ti pol dirghe niente». «Vorria averlo anca mi». E l’altro, con aria di mistero: «Xé dificilisimo!»).

   Venezia nel ‘900 è vissuta su coppie di carismatici: al tempo del fascismo, Cini e Volpi; nel dopoguerra, Feliciano Benvenuti e Bruno Visentini; fino a poco fa, Cacciari e il patriarca Angelo Scola. La città ha il gusto per le cariche dal suono arcaico: patriarca, procuratore di San Marco, magistrato alle acque, ammiraglio dell’Arsenale, che per beffa del destino è un genovese. Genovese è pure l’erede di Scola, Francesco Moraglia, che si è insediato ieri.
Il primo procuratore di San Marco è anche sindaco. Eletto dalla sinistra anche se votava liberale. Più che un amministratore, Orsoni è un amministrativista. Più che un politico, ricorda un orologiaio: ha il gusto minuzioso di smontare i problemi, analizzarli in ogni ingranaggio e cercare di aggiustarli. L’hanno definito “il doge di Benettown”, ma il primo progetto della terrazza sul Fontego è stato bocciato e ora un’occhiuta commissione sta esaminando il secondo.

Però i problemi non finiscono mai. Al Lido scavando le fondamenta del nuovo Palazzo del Cinema hanno trovato l’amianto, e si sono fermati. Il ponte di Calatrava pare maledetto: la Corte dei conti chiede i soldi indietro all’architetto e ai tecnici del Comune, l’arco è troppo ribassato per cui si sta già allargando alle basi, là dove sono in agguato gli zingari che si offrono ruvidamente di portare la valigia ai turisti insospettiti. Poi ci sono le navi da crociera, che dappertutto si sono allontanate dalla riva, tranne qui. Dice il sindaco che il bacino di San Marco è un passaggio obbligato, però dovrebbe diventare Ztl: almeno il Comune ne guadagnerebbe qualcosa. Ma le vere questioni epocali sono due. Lo spopolamento della Venezia storica. E il destino della più grande area industriale d’Europa, Marghera.

IL SINDACO DI MESTRE
Il display della farmacia Morelli di campo San Bartolomeo, vedetta della grande fuga, indica che sono rimasti 58.855 residenti. Orsoni dice che se si aggiungono 20 mila studenti, 20 mila pendolari, altri 20 mila che vivono a Venezia pur non avendo la residenza, gli abitanti delle isole e la quota giornaliera dei 22 milioni di turisti che ogni anno passano in città, si arriva a 200 mila: la popolazione che da sempre la laguna può contenere.

   Sarà. Anche il sindaco però deve riconoscere che il silenzio notturno, le finestre sbarrate, i palazzi fatiscenti accanto a quelli recuperati dai miliardari danno un’immagine di città morta che contrasta con la vivacità diurna. Il giovedì sera, poi, giorno di chiusura del “Giorgione”, non c’è neppure un cinema (ora dovrebbero aprirne un altro vicino al teatro Goldoni).
Il punto è che i veneziani non vogliono più vivere a Venezia, e non solo perché le case ai piani alti sono carissime e quelle umide a livello dell’acqua o surriscaldate sotto i tetti non le prende nessuno. I veneziani vogliono – proprio come tutti noi – la macchina sotto casa.

   Il Comune ha seimila appartamenti, molti affittati ai popolani, come la mitica Lucia Massarotto: sfrattata dalla Riva dei sette martiri dove sventolava il tricolore in faccia ai leghisti, ha trovato casa a Santa Croce. È la classe media a mancare, sono i borghesi che abitavano i piani tra quello nobile e le mansarde, come racconta il conte Ranieri Da Mosto, discendente di Alvise – navigatore, scopritore delle isole di Capo Verde – e superstite della Venezia aristocratica, rintanato nel palazzo settecentesco vicino alla chiesa di San Pantalon.
Il campanile di San Pantalon è tra quelli che perdono pietre e sono sorvegliati dalla Sovrintendenza: San Marco, Torcello, Burano, Frari, Santo Stefano. Il parroco, don Marco Scarpa, ha un’altra chiesa in restauro, i Tolentini, e lancia un appello: «Cerco sponsor. Sono disposto a mettere affissioni». Certo è triste vedere il marchio dell’Hard Rock Café proiettato sul campanile di San Marco la notte di Carnevale, o trovare la Scuola Grande di San Rocco chiusa per un “evento” di una carta di credito. Però la manutenzione del complesso cui Tintoretto lavorò per oltre vent’anni, ritraendosi tra i soldati romani mentre osserva angosciato la Crocefissione, costa.

   Tele, marmi, legni, e il tesoro: il pollice di San Pietro, l’indice di sant’Andrea, una vertebra di san Rocco, un frammento della corona di spine. Forse il posto più bello del mondo. Con appena 120 mila visitatori l’anno. Su 200 turisti che sbarcano a Venezia, 199 non vanno a vedere la spirale di angeli che entra nella capanna di Maria con un vortice che ricorda la velocità astratta di Balla, e poi l’Annunciazione di Tiziano, il Cristo portacroce di Giorgione… Forse non ha torto Cipriani, quando dice che la gran parte non sono turisti, ma curiosi.

Figurarsi Mestre. La città più brutta d’Italia, almeno sino a poco fa. Ora hanno pedonalizzato piazza Ferretto, piantato boschi in periferia, trasformato la discarica di San Giuliano in parco, fatto arrivare la banda larga, progettato l’M9, il museo del futuro. Certo, neppure il gran lavoro di Gianfranco Bettin, lo scrittore che prima come prosindaco ora come assessore se ne occupa da vent’anni, potrà mai fare di Mestre un bel posto.

   Può evitare il peggio, come Bettin ha fatto con i centri sociali, a cominciare dal Rivolta di Luca Casarini, dove sono nate le Tute Bianche e ora si insegna l’italiano agli extracomunitari. All’ingresso sventola il leone di San Marco, però incappucciato tipo subcomandante Marcos.
Bettin dice le stesse cose di Andrea Tomat, presidente di Confindustria Veneto: Marghera deve restare un insediamento industriale. Le infrastrutture ora ci sono: il benedetto Passante, la crescita dell’aeroporto e del porto fanno di Mestre il centro del Nord-Est. Se le sorti del petrolchimico sono segnate, si punta sul rilancio del Vega, il centro di ricerca delle nanotecnologie, dove si progettano idee; ora servirebbero tutte attorno le industrie che le realizzino.

   Pierre Cardin, che in realtà si chiama Pietro Cardin ed è nato a Sant’Andrea di Barbarana (Treviso), prima di morire vorrebbe erigere qui a Marghera la “Tour Lumière“, un palazzo da un miliardo e mezzo di euro e 254 piani, per ospitare l’università della moda. Il sindaco non dice no. Il presidente della Regione è entusiasta. Forse perché pure Luca Zaia viene dalla Marca Trevigiana, e ha per Venezia lo stesso sentimento di estraneità e di meraviglia che avevano i suoi genitori, venuti qui per la prima e ultima volta in viaggio di nozze nel 1966, e tornati al paese con la convinzione che il posto più bello del mondo fosse la basilica di San Marco.

   Per concordare basta scoprire la formella della fiancata Nord, studiata dalla grecista Monica Centanni, che raffigura il volo di Alessandro Magno: i bizantini pensavano che, conquistato il mondo, Alessandro fosse sceso negli abissi con un sommergibile trasparente, poi avesse aggiogato al suo carro due ippogrifi e impugnando due lepri come esche fosse asceso al cielo; sino a quando un angelo non gli sbarrò il cammino.

   Oppure basta ammirare la cupola della Creazione, appena restaurata dalla Venice Foundation, la Genesi degli analfabeti, dove Dio mette la mano di Adamo sulla testa del leone a indicare la primazia dell’uomo sugli animali; lo stesso leone che nel mosaico accanto esce dall’arca di Noè e dopo mesi di inerzia si stira le zampe prima di allungarsi nella corsa.

   Dovrebbe accadere lo stesso a Venezia: riprendere a correre, nonostante il peso di un compito così gravoso, custodire tanta bellezza e farle rinascere attorno una città. (ALDO CAZZULLO)

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Altroargomento -

GRANDI OPERE E RETI DIFFUSE DI COMUNICAZIONE CHE MANCANO (O SPARISCONO):

 NON C’È SOLO LA TAV

di MARCO PONTI, 30.03.2012, da “LA VOCE.INFO” http://www.lavoce.info/

   Non c’è solo la Torino-Lione. Il governo è in procinto di decidere su un certo numero di grandi opere. L’attenzione mediatica è concentrata sul tunnel della Val di Susa, ma c’è il forte rischio che anche questi altri interventi possano rivelarsi, nel complesso, un cattivo affare per il paese e per gli equilibri di finanza pubblica del prossimo ventennio (1). È urgente un ripensamento che porti a scegliere progetti meno costosi, più rapidamente realizzabili e perciò più utili alla crescita.

IL CATALOGO (BREVE) È QUESTO
Alcune opere sono già state finanziate in parte, altre hanno passato la cruciale soglia dell’approvazione del Cipe. (2) Vale la pena riflettere sulle maggiori.
Si tratta del tunnel ferroviario del Brennero, della linea ferroviaria Milano-Genova (nota come “terzo valico”, essendocene già due, e sottoutilizzati), la linea alta velocità Milano-Verona, le nuove linee ferroviarie Napoli-Bari e Palermo-Catania, tecnicamente non ad alta velocità, ma con costi unitari del tutto paragonabili, e il miglioramento in asse della linea Salerno-Reggio Calabria (forse la più sensata). Il costo totale preventivato supera i 27 miliardi di euro. Va segnalato che i preventivi non hanno avuto una verifica “terza”, come sarebbe auspicabile, dato l’ovvio e storicamente verificato incentivo per i promotori dei grandi progetti a sottostimarne abbondantemente i costi.
Vi è anche una forte intesa politica “bipartisan” per la nuova linea Venezia-Trieste, mentre non è chiaro al momento il destino del ponte sullo stretto di Messina.
SOMIGLIANZE
Quali caratteristiche hanno in comune questi progetti? Sommariamente si può dire così: non sono stati resi pubblici i piani finanziari: cioè non è noto quanto sarà a carico dei contribuenti e quanto a carico degli utenti. La cosa non sembra irrilevante in un periodo di grande scarsità delle risorse pubbliche. Non sono in generale note analisi costi-benefici comparative delle opere, finalizzate a determinare una scala trasparente di priorità.

   I finanziamenti non sono “blindati” fino a garantire il termine dell’opera. La normativa recente che consente di realizzarle “per lotti costruttivi”, invece che “per lotti funzionali” (vedi “Grandi opere, un pezzo per volta“, e “A volte ritornano, i lotti non funzionali), rende possibili cantieri di durata infinita, come già spesso è accaduto per opere analoghe.

   Si tratta di opere ferroviarie, ed è noto che la “disponibilità a pagare” degli utenti per la ferrovia è molto bassa, tanto che in generale se si impongono tariffe che prevedano un recupero anche parziale dell’investimento, la domanda, già spesso debole, tende a scomparire integralmente. Questo aspetto, su cui qui non è possibile dilungarsi, rende problematica la scelta, in presenza di risorse scarse.

   I benefici ambientali del modo ferroviario non sono discutibili. Ma non è così in caso di linee nuove: le emissioni climalteranti “da cantiere” rendono il saldo ambientale molto problematico. (3)

   Il contenuto occupazionale e anticiclico di tali opere appare modestissimo: si tratta di tecnologie “capital-intensive” (solo il 25 per cento dei costi diretti sono di lavoro), e comunque l’impatto occupazionale è lontano nel tempo, data la durata media di realizzazione. (4)

PROGETTO PER PROGETTO
Vediamo ora alcuni aspetti, per quanto frammentari, specifici di alcune di queste opere. La debolezza del quadro informativo di cui si dispone è un problema politico in sé: investimenti pubblici di tale portata dovrebbero essere documentati e comparati in modo trasparente ed esaustivo.
Sul “terzo valico” Mauro Moretti, amministratore delegato di Fs, si è espresso più volte mettendone fortemente in dubbio la priorità, tanto da dover essere duramente ripreso con una lettera al Sole-24Ore dall’ex-ministro Pietro Lunardi. lavoce.info ha dimostrato l’inconsistenza dell’analisi costi-benefici della linea av Milano-Venezia (vedi “E sulla Milano-Venezia i conti non tornano“), presentata con notevolissimo eco mediatico e unanime approvazione politica due anni fa, senza che mai questa dimostrazione sia stata confutata dagli autori dell’analisi.

   Per il tunnel del Brennero, gli austriaci da tempo esprimono perplessità sulle proprie disponibilità finanziarie. (5) Certo se l’Italia costruisse la propria metà, vi sarebbero rilevanti problemi funzionali per l’opera, in assenza della parte austriaca. Una dimostrazione di inconsistenza è stata proposta da lavoce.info anche per l’analisi costi-benefici presentata da Fs per la linea Napoli-Bari (vedi “E sulla linea Napoli-Bari corre la perdita“). Anche in questo caso, nessuna smentita è pervenuta.
Quali conclusioni trarne? Forse vale la pena di sfatare una posizione più volte emersa nei dibattiti pubblici, cioè che le infrastrutture generino nel tempo la domanda che le giustifica: il maggior flop infrastrutturale di questi anni, la linea di alta velocità Milano-Torino, costata 8 miliardi e con una capacità di 330 treni/giorno, ne porta, dopo tre anni dall’entrata in servizio, appena venti. Né si può argomentare che l’avvento del collegamento Torino-Lione ne genererebbe molti di più: le stime ufficiali (ma quelle del progetto completo, non di quello attuale, molto più modesto) parlano di meno di venti treni aggiuntivi.
UN MONDO MIGLIORE
Purtroppo, la debolezza della domanda ferroviaria (non dell’offerta, si badi) non è forse il problema maggiore. Che sta nei cantieri infiniti, consentiti dall’attuale normativa. Per ragioni di consenso si rischia di avere moltissime opere non finite in tempi ragionevoli, con costi economici stratosferici. Si pensi all’esempio del progetto alta velocità, trascinatosi in media per dieci anni invece dei cinque fisiologici: su un costo complessivo di 32 miliardi, il costo-opportunità perduto delle risorse pubbliche (usando il valore standard europeo del saggio sociale di sconto del 3,5 per cento) è stato di 3,2 miliardi (questo, ignorando gli altri extra-costi, che hanno reso l’opera non confrontabile con altre simili europee). E l’extra-costo finanziario è ovviamente assai più elevato.
Non sembra proprio il momento di andare avanti con queste logiche, evidentemente proprie di un diversa fase politica ed economica, quando è così urgente rilanciare la crescita del paese.
Ecco, la crescita. In molti invocano le grandi opere proprio per rilanciare la crescita. Ammesso che veramente ci sia un nesso forte tra opere pubbliche e crescita, appare difficile contestare che alla crescita servano di più opere socialmente utili e dal costo ragionevole che opere di utilità sociale molto dubbia ed estremamente costose. (6) Altrimenti, tanto varrebbe scavare buche e riempirle: così, almeno, si eviterebbero i probabili effetti pro-ciclici di spese ingenti inevitabilmente prolungate nel tempo.

   Anche lasciando da parte i paradossi di Keynes, sarebbe raccomandabile un ripensamento serio finalizzato non necessariamente a spendere meno (anche se non sarebbe disprezzabile, visto che di soldi ce ne son pochi), ma a spendere meglio (maggior utilità sociale di ogni euro speso) e con il traguardo di risultati più vicini nel tempo, per risolvere inefficienze localizzate che sul serio limitano la crescita (si pensi ai collegamenti tra i maggiori porti e interporti e la rete ferroviaria, ai grandi nodi metropolitani ferroviari e stradali).
Ma chi avrà il coraggio di dire di no a tanti “sogni nel cassetto” di politici, banche e costruttori locali, soprattutto in vicinanza di elezioni? La risposta che affiora subito alla mente è: il governo tecnico. Speriamo bene. (Marco Ponti)

(1) L’articolo è stato scritto con la collaborazione di Raffaele Grimaldi.
(2) Si vedano le Gazzette ufficiali del 26.4.2011, 10.6.2011, 9.6.2011, 31.12.2011.
(3) Westin J. e Kågeson P. (2012), “Can high speed rail offset its embedded emissions?”, Transportation Research Part D, 17, 1–7
(4) Vedi de Rus, G. e Inglada, V. (1997), “Cost-benefit analysis of the high-speed train in Spain”, The Annals of Regional Science, 31, 175–188.
(5) Si veda Il Sole-24Ore del 20.3.2012
(6) Vedi Di Giacinto V., Micucci G., Montanaro P. (2011), “L’impatto macroeconomico delle infrastrutture: una rassegna della letteratura e un’analisi empirica per l’Italia”, in Banca d’Italia: Le infrastrutture in Italia: dotazione, programmazione, realizzazione, 21-56.

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