Geograficamente

conservazioni e trasformazioni virtuose del territorio

la GRECIA nel caos economico, politico, sociale… rappresentazione della contraddizione europea del persistere di una anacronistica divisione in STATI-NAZIONE – la GRECIA esplicazione pratica del MALESSERE EUROPEO NAZIONALISTICO e di quel che potrà accadere in ogni dove in Europa

Lascia un commento

Piazza Syntagma, Atene – GRECIA, TUTTI A PRELEVARE PRIMA DEL (NUOVO) VOTO DEL 17 GIUGNO PROSSIMO – DA LUNEDÌ RITIRATI DALLE BANCHE 1,2 MILIARDI DI EURO. E’ ripartita una FUGA DI CAPITALI DALLA GRECIA, piombata nel CAOS POLITICO con le elezioni della scorsa settimana tanto che se ne profila una ripetizione. In apertura dell’edizione online il Financial Times riferisce di «banchieri di Atene secondo i quali tra lunedì e ieri i ritiri di fondi dai conti correnti hanno superato 1,2 miliardi di euro, pari allo 0,75 per cento dei depositi totali». E’ FALLITO L’ULTIMO TENTATIVO DI FORMARE UN GOVERNO E OGGI È STATO DECISO DI CONVOCARE NUOVE ELEZIONI ANTICIPATE IL 17 GIUGNO. Un quadro di incertezza che ha riacceso i timori di una insolvenza sui pagamenti del paese e di una sua possibile fuoriuscita dall’area euro. L’incarico è stato affidato ad interim a Panayiotis Pikrammenos che ha ammesso: «Il paese è a un punto critico. Spero di essere in grado di svolgere il mio compito, il mio sarà puramente un governo di transizione» (da “la Stampa.it” del 16/5/2012)

   Il 17 giugno si andrà ad altre elezioni in Grecia (dopo appena 40 giorni dalle altre…). Per fare cosa? Sarà peggio e un po’ meglio di adesso? La Grecia riuscirà (in un’Europa tutta in crisi) a risollevarsi dal caos cui sta sprofondando?  Elezioni in fondo auspicate (e lasciate “che arrivino” non accettando alcun compromesso) dai partiti della sinistra radicale (come “Syriza” e il suo leader “Tsipras”: chiede la cancellazione del debito, ma già l’Europa ha cancellato 100 milioni di debiti…); partiti di “opposizione al sistema” che è sicuro che raddoppieranno il consenso. E loro (la sinistra radicale) vogliono sì l’Europa (cosa questa che lascia uno spiraglio…) ma non la politica rigorista, i tagli alla spesa pubblica, imposti dal Fondo Monetario ma ancor di più dall’Europa con il leader del momento (seppur contestato) che è la Germania della cancelliera Merkel. Pertanto hanno (questi partiti della sinistra radicale) un po’ torto e un po’ ragione… (la situazione complessa del momento…)

   Quel che appare preoccupante in questi mesi e settimane, dappertutto (pertanto non solo in Grecia) è che è sì vero che forse siamo vissuti al di sopra delle nostre possibilità (magari facendole pagare finora ai popoli del terzo mondo, rapinando le loro materie prime…) ma, adesso, le nostre società stanno marciando, nella crisi e nella fine di un sistema, senz’alcun obiettivo chiaro, attraverso forse meccanismi che appaiono quasi “automatici” (il mercato, la finanza, un modello di vita globale unico, centri commerciali e acquisti tecnologici…) e che magari funzionassero questi meccanismi sociali automatici! (queste cose che prescindono ogni scelta critica condivisa): anzi sono loro per primi (mercato, finanza, modelli di vita..) in situazione di schizofrenia, di crisi assoluta…. E adesso dobbiamo reinventarci un futuro (per fortuna forse): TORNARE A UNA PARTECIPAZIONE ATTIVA sulle scelte grandi e piccole, non delegare più appunto a meccanismi automatici che ci hanno portato al nulla di adesso.

il Parlamento ad Atene

Ma tornando all’argomento che è all’attenzione di questo post e importante adesso, cioè il vero significato, profondo, della crisi della Grecia, viene da pensare che ci potrebbe sì esser l’accettazione del “ritorno alla povertà” in quel Paese (che già si sta verificando: vi invitiamo a leggere, qui di seguito, il bellissimo reportage di Dimitri Deliolanes ripreso dal quotidiano “IL FOGLIO” del il 12 maggio scorso), ma il vero problema è capire quali possono essere i volani di un ritorno allo sviluppo, al lavoro diffuso, alla ricchezza, per la “piccola” Grecia (che rappresenta solo l’1% del prodotto interno lordo dei 17 paesi europei dell’Eurozona, ma che assume, per la sua intensità, bellezza e civiltà, un significato stratosferico della presenza mediterranea nella geografia dell’Europa).

   E’ sicuro comunque che non basta un volano di sviluppo solo all’interno della Grecia (il ritorno all’economia agroalimentare di esportazione, alla pesca in particolare, a un turismo più solido e meglio gestito…), e neppure una ripresa economica del “sistema Europa”: serve anche rivedere drasticamente i meccanismi della finanza globale, speculativa e improntata a vivere sui fallimenti degli altri, alla ricchezza di chi investe su operazioni che non hanno niente di produttivo (in questo senso la tassa sulle transazioni finanziarie, la cosiddetta “Tobin Tax”, sarebbe un buon inizio se ci fosse in ogni parte del mondo…)

…. È da far notare come l’ “Europa unita”, cioè nelle cose che ha fatto insieme, in fondo queste politiche comuni siano quelle che hanno funzionato, che stanno funzionando… (l’abolizione delle frontiere, Erasmus, le regole per una concorrenza leale…. lo stesso euro, la moneta unica, in fondo è stata una rivoluzione positiva, che ci ha cambiato nella “mentalità”… una moneta forte mondiale, uguale in così tanti Paesi…); e che invece le cose in crisi in Europa sono quelle gestite, distintamente, dagli stati nazionali (come le politiche del lavoro, dello sviluppo economico, dell’immigrazione…. tutte politiche queste che gli stati nazionali hanno voluto tener ben strette a sé).

    Noi qui proviamo a rappresentare il “senso” culturale e geopolitico della necessaria, imprescindibile presenza greca nell’Unione Europea (è immaginabile che uno stato americano, ad esempio la Pennsylvania, esca dalla federazione degli Stati Uniti d’America, perché in situazione di default economico?!?) nel tentativo (che oramai non può lasciar tempo) di costruzione degli Stati Uniti d’Europa. E ci interessa, in un blog geografico come il nostro, provare a rappresentare, a fare sintesi sul significato storico e geografico nella vita sociale e nella politica così tragica della Grecia del momento. Andando magari a vedere il luogo “geografico”, urbano, della città “principe”, meravigliosa ellenica, cioè Atene: e in essa ad esempio luoghi come le piazze com’erano e come sono (Piazza Syntagma, che significa “Costituzione”, sede del Parlamento e delle manifestazioni e scontri che ci son stati in Grecia già da più di due anni; oppure Piazza Omonia, che significa “Concordia”, e che fino a qualche anno fa era una delle piazze più attraenti di Atene, ed ora è un ginepraio di miserie e contraddizioni della Grecia del momento -disoccupazione, povertà, droga, prostituzione…-).

…E’ un paese che si sta smembrando sotto gli effetti disastrosi della crisi economica, della fine di ogni welfare (dipendenti pubblici licenziati o con drastica riduzione della paga, lo stesso per i pensionati a 400 euro al mese…). Giovani, quelli più bravi, che tentano di andarsene all’estero (Germania, Stati Uniti, Australia…) …chi può torna in campagna e si fa l’orto…

   Fa impressione, leggendo il reportage de “il Foglio”, che qui proponiamo come primo articolo di questo post, che gli accadimenti nelle piazze di Atene di adesso, la vita e il caos che vi si sta svolgendo, il miscuglio umano di sangue e tenebre, sia dopotutto una cosa a noi familiare, contestuale, qualcosa che ci pare di avere già visto e vissuto, che sentiamo assolutamente nostra. Scontri di piazza, fascisti e comunisti, droga e prostituzione, appaiono elementi mischiati in una città dal nobilissimo straordinario aspetto. Le miserie e le contraddizioni della vecchia Europa. Pertanto vien da dire che ci troviamo di fronte a un “caos europeo” che forse ben conosciamo. E il porvi fine, l’aiutare a risollevarsi, è una scommessa del mondo non solo della politica (europea), ma anche della cultura, del vissuto che ciascuno (nei suoi scambi familiari, sociali, del lavoro…) viene ad avere come cittadino europeo, e mediterraneo, ora coinvolto emotivamente nel marasma civile della “piccola nostra” Grecia. (sm)

………………………………….

ATENE, ESTERNO GIORNO CON MACERIE

- La capitale greca conta i debiti, non crede al default e sorseggia frappè –

di DIMITRI DELIOLANES, da “IL FOGLIO” del 12/5/2012

   l centro di Atene è una grande Elle. La gamba più corta è costituita dai tre grandi vialoni che uniscono piazza Syntagma con piazza Omonia, dalla “Costituzione” alla “Concordia”. Due estremi, a meno di un chilometro di distanza, appena due fermate della metro: a Syntagma c’è il Parlamento, un enorme palazzone neoclassico, costruito per essere il palazzo reale di Ottone, il primo sovrano della Grecia indipendente, opera degli architetti bavaresi che si era portato appresso, con tanto di giardino alle spalle, ora parco pubblico. La grande piazza di fronte deve al suo nome all’adunata sediziosa degli ateniesi che nel 1844 hanno imposto a Ottone, giovane ma assolutista, di concedere al regno una Costituzione.

   Invece a Omonia c’è l’inferno. Alla fine del piccolo parco dietro al Parlamento c’è palazzo Zappion, dove è stato collocato il centro stampa per i quasi mille inviati delle elezioni. Mi dicono che gli italiani erano al secondo posto, subito dopo i tedeschi e prima dei turchi. Da lì bastano due passi per entrare subito nel cuore della crisi.

   A Syntagma sono ancora evidenti le ferite delle durissime battaglie di piazza combattute negli ultimi due anni e mezzo. Il marmo della fontana al centro è stato sbeccato per ricavarne proiettili da lancio, lo stesso è capitato al marmo della balaustra e dei gradini del lussuosissimo hotel che si affaccia di lato, il Grande Bretagne. Fino a un mese fa si provvedeva a rapidi restauri, ora ci si è arresi, è una fatica di Sisifo.

   Nei caffè si gode il sole estivo e si sorseggia il tradizionale frappè, mentre si sbeffeggiano i nuovi onorevoli e si raccontano i misfatti dei celebri non eletti (più della metà dei componenti del governo Papademos). Syriza va per la maggiore: Tsipras piace alle signore che un decennio fa ammiravano l’eleganza dell’allora sindaco Dimitris Avramopoulos, un conservatore ex diplomatico. I greci adorano la vita da caffè. Ogni gruppo, in base al livello culturale, le preferenze politiche, l’età, ha il suo caffè, ma tutti sono convinti che alla fine si voterà di nuovo a giugno. Si uscirà dall’euro? No, sarebbe una catastrofe per noi (greci) e per loro (gli europei).

   Uno dei vialoni che conducono verso Omonia si chiama Panepistimiou (dell’Università), perché passa davanti al peristilio dell’Ateneo. Per la verità gli edifici in puro stile Pericle sono tre, uno a fianco dell’altro: oltre all’Università, c’è la Biblioteca Nazionale e l’Accademia. Ma è lo spazio davanti all’Ateneo a essere costantemente invaso da striscioni di protesta, tende di contestatori e vu’ cumpra’: Cd e Dvd taroccati, cianfrusaglie made in China, libri usati, ma anche droghe leggere e pesanti. La polizia, ammesso che lo voglia, non può intervenire, perché vige un diritto d’asilo pieno e assoluto. Si tenta da anni di ridimensionarlo, ma studenti e professori gridano subito alla “repressione della cultura”.

   Dall’altra parte della strada giacciono ancora i ruderi dei palazzetti neoclassici dati alle fiamme da bande di anarchici insurrezionalisti il 13 febbraio. Sembra che abbiano provato a tirare molotov anche alla Biblioteca ma non ci siano riusciti.

   Seguendo le tracce degli incendi, ci si inoltra nella parte vecchia della città, quella ai piedi dell’Acropoli, che porta fino all’antica Agorà. Per restaurarla e salvare gli ultimi palazzi neoclassici, sopravvissuti alla massiccia speculazione del periodo dei colonnelli, gli ateniesi hanno lottato strenuamente per più di un ventennio. Ora tutto è andato letteralmente in fumo.
Sulla Panepistimiou gli unici edifici che danno segni di vita sono le banche e qualche servizio pubblico. I negozi hanno da tempo abbassato le serrande e sulle vetrine vuote svettano gli affittasi e i vendesi. E man mano che ci si avvicina a Omonia, il paesaggio cambia completamente. Ai passanti frettolosi si aggiungono sempre più numerosi i tossici, ciondolanti e coperti di stracci. Se si svolta a sinistra ci si addentra a Exarchia, il quartiere studentesco e ribelle.

   Nell’isola pedonale tra il Politecnico e il bellissimo Museo Nazionale ci sono centinaia di asiatici che si iniettano eroina di fronte a tutti. Immigrati tossicodipendenti penso che si incontrino solo in Grecia.  A pochi metri di distanza, i poliziotti in assetto antisommossa difendono il ministero della Cultura. Sono sempre in allarme: uno di loro è stato gravemente ferito tre anni fa in un attacco terrorista.

   E agli anarchici di Exarchia piacciono molto gli attacchi a sorpresa a colpi di molotov. Ce n’è almeno uno a settimana. La polizia è convinta che tra il traffico di eroina e certi gruppi estremisti ci sono solidi legami, teorizzati peraltro dai vecchi “comontisti” italiani, dimenticati in patria ma ben noti in Grecia. Un collega giovane mi spiega che, effettivamente, il problema c’è: mentre andiamo verso l’omonima piazzetta, mi indica i manifesti sui muri e mi spiega le posizioni di ogni gruppo, questi sono pacifisti, questi altri dei veri delinquenti. Alcuni manifesti sono decisamente deliranti: l’Organizzazione per la ricostruzione del Partito comunista denuncia che dietro la crisi greca c’è la Russia. Ci imbattiamo anche in adesivi in italiano e spagnolo. Exarchia è la capitale dell’antagonismo europeo.
A Exarchia i picchiatori di Alba d’Oro non osano farsi vedere. Ma basta attraversare il viale della gambetta lunga della Elle, subito dopo Omonia, e ti ritrovi a Ayios Panteleimon, il quartiere ad alta densità migratoria. Due energumeni in maglietta (ma senza distintivi) sostano minacciosi a braccia conserte di fronte a un grande magazzino di profumi. Entrando si sentono vari idiomi balcanici e molti clienti sono scuri di pelle, ma tutto fila liscio. Nei negozi più piccoli le insegne parlano albanese, ucraino, cinese, pachistano.

   Una collega che abita da queste parti mi ha detto che è incappata parecchie volte nelle ronde naziste, una volta perfino all’uscita della metro. E’ bruna, tipo mediterraneo, e le chiedono sempre i documenti.  Proprio in mezzo al quartiere c’è la chiesa di Ayios Panteleimon che alla fine della messa domenicale organizza un piccolo rinfresco. Ogni volta c’è la fila per bere un succo di frutta e mangiare un biscottino.

   Tanti immigrati, magari islamici, ma anche tanti greci. Il parroco Maximos è molto attivo: ha concesso alcuni capannoni della chiesa ai senza tetto e ha organizzato anche un rudimentale ambulatorio con medici volontari. Non tutti i parrocchiani approvano, ma sono ormai una cinquantina le mense della chiesa ortodossa e di organizzazioni non governative sparse in ogni angolo dell’Attica.

   La crisi dei consumi, anche alimentari, è evidente nei supermercati. Una catena austriaca ha deciso di abbandonare il mercato greco e i grandi distributori rimasti si sono adattati: niente prosciutto di Parma o vini francesi, ma sottomarche a prezzi scontati. E anche così il carrello è sempre più leggero.

   Uno degli aspetti positivi della crisi è la scomparsa del traffico. Fino a due anni fa il centro di Atene era una bolgia infernale, con i claxon che non davano tregua. All’ora di punta trovare un taxi (con tariffe a un terzo di quelle italiane) era un’impresa. Ora la gente si sposta con i mezzi pubblici e mette in vendita la macchina. Con poche migliaia di euro è possibile acquistare auto bellissime con pochissimi chilometri, ma gli acquirenti scarseggiano. E i taxi se ne stanno tristemente in fila nelle piazze, aspettando tempi migliori. Come le prostitute, per lo più africane, che di notte dilagano in ogni angolo del centro, cinque euro a prestazione.

   La cosa che impressiona è che la campagna elettorale è finita domenica ma ci sono pochissimi manifesti dei candidati. In un’epoca di vacche magre, i partiti sono stati parsimoniosi. Solo piccoli comizi volanti e anche questi all’inizio della campagna elettorale. Ogni comparsata pubblica dei candidati del Pasok e di Nuova democrazia provocava sonore proteste e lanci di ortaggi. Alla fine i due partiti (ex) maggiori hanno optato per le manifestazioni solo al chiuso, lasciando le piazze ai partiti anti austerità.

   Ma il coprifuoco per i politici più esposti non è finito. E’ capitato anche a me di sentire per strada levarsi all’improvviso un forte boato di riprovazione al passaggio di qualche (ex) deputato. E’ dura anche per i giornalisti. I giornali degni di questo nome sopravvissuti alla crisi sono praticamente tre. Un gruppo di estrema sinistra ha affisso dei manifesti con le foto di tre direttori “bugiardi e venduti”. Non solo per la linea mantenuta, ma anche perché avrebbero “purgato” i colleghi più scomodi.

   Anche le famigerate tv private non se la passano bene. Le grandi star sono scappate a Cipro e ora trasmettono telenovelas turche e talk show a basso costo con chiacchiere in libertà e finte risse. E’ urgente per loro trovare un nuovo “protettore” politico che restauri in fretta lo strapotere perduto. Intanto i giornalisti disoccupati sono 17 mila. Qualcuno è andato in Australia, in Canada o in Svezia, nelle emittenti della diaspora. Ogni tanto ricevo telefonate disperate: c’è lavoro in Italia? Ma è così in tutti i settori.

   Alla prima occasione i giovani laureati fuggono in Germania o negli Stati Uniti. L’Australia si è impegnata a prendere a scaglioni circa 10 mila artigiani e tecnici. Sono migliaia le famiglie con genitori disoccupati che fuggono in campagna, dove ci sono i parenti e magari un pezzo di terra da farci l’orto. Chi non ha neanche questo, deve vivere con i 400 euro di pensione della nonna. Sono i genitori dei circa 400 mila bambini denutriti di cui parla l’Unicef. L’Africa in Europa.

   Per strada si fa grande sforzo per mantenere un minimo di decenza. A Omonia, tra i questuanti all’ingresso della metro alcuni hanno i vestiti consunti ma di buona qualità. Altri cercano di nascondere il volto. Le signore indossano pezzi firmati ma di qualche anno fa. I ricchi vivono barricati nei quartieri residenziali come Psychicò, un labirinto pieno di verde, con piscine nascoste e la Porsche in garage. Qualcuno è stato pizzicato dal fisco grazie a Google Earth e grossi nomi della moda, come Lakis Gavalas, stanno ora in prigione, nella stessa cella dell’ex ministro della Difesa Akis Tsochatzopoulos, uno dei fondatori del Pasok. Hanno trovato nei suoi conti nascosti miliardi, non milioni, tutte tangenti per acquisti di armi.

   Anche i turisti sono sempre più rari. Il grosso bypassa Atene e va nelle isole. I pochi coraggiosi se ne stanno rintanati negli albergoni ed escono solo in pullman per visitare l’Acropoli e il suo bellissimo museo (quando i custodi non scioperano). Quest’anno gli arrivi di tedeschi subiranno un calo del 30 per cento. Meglio non vedere da vicino come hanno ridotto questo paese. (Dimitri Deliolanes)

 ………………………………

LA PREGHIERA DI AIACE

di BARBARA SPINELLI, da “la Repubblica” del 16/5/2012

   CI ABITUIAMO talmente presto ai luoghi comuni che non ne vediamo più le perversità, e li ripetiamo macchinalmente quasi fossero verità inconfutabili: la loro funzione, del resto, è di metterti in riga. Il pericolo di divenire come la Grecia, per esempio: è una parola d’ordine ormai, e ci trasforma tutti in storditi spettatori di un rito penitenziale, dove s’uccide il capro per il bene collettivo. Il diverso, il difforme, non ha spazio nella nostra pòlis, e se le nuove elezioni che sono state convocate non produrranno la maggioranza voluta dai partner, il destino ellenico è segnato.
Lo sguardo di chi pronuncia la terribile minaccia azzittisce ogni obiezione, divide il mondo fra Noi e Loro. Quante volte abbiamo sentito i governanti insinuare, tenebrosi: “Non vorrai, vero?, far la fine della Grecia”?  La copertina del settimanale Spiegel condensa il rito castigatore in un’immagine, ed ecco il Partenone sgretolarsi, ecco Atene invitata a scomparire dalla nostra vista invece di divenire nostro comune problema, da risolvere insieme come accade nelle vere pòlis.
L’espulsione dall’eurozona non è ammessa dai Trattati ma può essere surrettiziamente intimata, facilitata. In realtà Atene già è caduta nella zona crepuscolare della non-Europa, già è lupo mannaro usato per spaventare i bambini. Chi ha visto la serie Twilight zone conosce l’incipit: “C’è una quinta dimensione oltre a quelle che l’uomo già conosce. E’ senza limiti come l’infinito e senza tempo come l’eternità. È la regione intermedia tra la luce e l’oscurità, tra la scienza e la superstizione, tra l’oscuro baratro dell’ignoto e le vette luminose del sapere”. Lì sta la Grecia: lontana dalle vette luminose dell’eurozona, usata come clava contro altri.
L’editorialista di Kathimerini, Alexis Papahelas, ha detto prima delle elezioni: “Ci trasformeranno in capro espiatorio. Angela Merkel potrebbe punire la Grecia per meglio convincere il suo popolo ad aiutare paesi come Italia o Spagna”. Il tracollo greco è “un’opportunità d’oro” per Berlino e la Bundesbank, secondo l’economista Yanis Varoufakis: nell’incontro di oggi tra la Merkel e Hollande, l’insolvenza delle Periferie europee (Grecia, e domani Spagna, Italia) “sarà usata per imporre a Parigi le idee tedesche su come debba funzionare il mondo”. Agitare lo spauracchio ellenico è tanto più indispensabile, dopo la disfatta democristiana in Nord Reno-Westfalia e il trionfo di socialdemocratici e Verdi, pericolosamente vicini a Hollande. La speranza è che Berlino intuisca che la sua non è leadership, ma paura di cambiare paradigmi.
Può darsi che la secessione greca sia inevitabile, come recita l’articolo di fede, ma che almeno sia fatta luce sui motivi reali: se c’è ineluttabilità non è perché il salvataggio sia troppo costoso, ma perché la democrazia è entrata in conflitto con le strategie che hanno preteso di salvare il paese. Nel voto del 6 maggio, la maggioranza ha rigettato la medicina dell’austerità che il Paese sta ingerendo da due anni, senza alcun successo ma anzi precipitando in una recessione funesta per la democrazia: una recessione che ricorda Weimar, con golpe militari all’orizzonte. Costretti a rivotare in mancanza di accordo fra partiti, gli elettori dilateranno il rifiuto e daranno ancora più voti alla sinistra radicale, il Syriza di Alexis Tsipras. Anche qui, i luoghi comuni proliferano: Syriza è forza maligna, contraria all’austerità e all’Unione, e Tsipras è dipinto come l’antieuropeista per eccellenza.
La realtà è ben diversa, per chi voglia vederla alla luce. Tsipras non vuole uscire dall’Euro, né dall’Unione. Chiede un’altra Europa, esattamente come Hollande. Sa che l’80 per cento dei greci vuol restare nella moneta unica, ma non così: non con politici nazionali ed europei che li hanno impoveriti ignorando le vere radici del male: la corruzione dei partiti dominanti, lo Stato e il servizio pubblico servi della politica, i ricchi risparmiati. Tsipras è la risposta a questi mali – l’Italia li conosce – e tuttavia nessuno vuol scottarsi interloquendo con lui. Neanche Hollande ha voluto incontrare il leader di Syriza, accorso a Parigi subito dopo il voto.

   E avete mai sentito le sinistre europee, che la solidarietà dicono d’averla nel sangue, solidarizzare con George Papandreou quando sostenne che solo europeizzando la crisi greca si sarebbe trovata la soluzione?  Chi prese sul serio le parole che disse in dicembre ai Verdi tedeschi, dopo le dimissioni da Primo ministro? “Quello di cui abbiamo bisogno è di comunitarizzare il nostro debito, e anche i nostri investimenti: introducendo una tassa europea sulle transazioni finanziarie, e sulle energie che emettono biossido di carbonio. E abbiamo bisogno di eurobond per stimolare investimenti comuni”. L’idea che espose resta ancor oggi la via aurea per uscire dalla crisi: “Agli Stati nazionali il rigore, all’Europa le necessarie politiche di crescita”.
La parole di Papandreou, ascoltate solo dai Verdi, caddero nel vuoto: quasi fosse vergognoso oggi ascoltare un Greco. Quasi fosse senza conseguenze, l’ebete disinvoltura con cui vien tramutato in reietto il Paese dove la democrazia fu inaugurata, e le sue tragiche degenerazioni spietatamente analizzate. Sono le degenerazioni odierne: l’oligarchia, il regno dei mercati che è la plutocrazia, la libertà quando sprezza legge e giustizia.

   Naturalmente le filiazioni dall’antichità son sempre bastarde. Anche la nostra filiazione da Roma lo è. Ma se avessimo un po’ di memoria capiremmo meglio l’animo greco. Capiremmo lo scrittore Nikos Dimou, quando nei suoi aforismi parla della sfortuna di esser greco: “Il popolo greco sente il peso terribile della propria eredità. Ha capito il livello sovrumano di perfezione cui son giunte le parole e le forme degli antichi. Questo ci schiaccia: più siamo fieri dei nostri antenati (senza conoscerli) più siamo inquieti per noi stessi”.

   Ecco cos’è, il Greco: “un momento strano, insensato, tragico nella storia dell’umanità”. Chi sproloquia di radici cristiane d’Europa dimentica le radici greche, e l’entusiasmo con cui Atene, finita la dittatura dei colonnelli nel 1974, fu accolta in Europa come paese simbolicamente cruciale.
Il non-detto dei nostri governanti è che la cacciata di Atene non sarà solo il frutto d’un suo fallimento. Sarà un fallimento d’Europa, una brutta storia di volontaria impotenza. Sarà interpretato comunque così. Non abbiamo saputo combinare le necessità economiche con quelle della democrazia. Non siamo stati capaci, radunando intelligenze e risorse, di sormontare la prima esemplare rovina dei vecchi Stati nazione.

   L’Europa non ha fatto blocco come fece il ministro del Tesoro Hamilton dopo la guerra d’indipendenza americana, quando decretò che il governo centrale avrebbe assunto i debiti dei singoli Stati, unendoli in una Federazione forte. Non ha fatto della Grecia un caso europeo. Non ha visto il nesso tra crisi dell’economia, della democrazia, delle nazioni, della politica. Per anni ha corteggiato un establishment greco corrotto (lo stesso ha fatto con Berlusconi), e ora è tutta stupefatta davanti a un popolo che rigetta i responsabili del disastro.
Le difficoltà greche sono state affrontate con quello che ci distrugge: con il ritorno alle finte sovranità assolute degli Stati nazione. È un modo per cadere tutti assieme fuori dall’Europa immaginata nel dopoguerra. Ci farà male, questa divaricazione creatasi fra Unione e democrazia, fra Noi e Loro. La loro morte sarebbe un po’ la nostra, ma è un morire cui manca il conosci te stesso che Atene ci ha insegnato. Non è la morte greca che Aiace Telamonio invoca nell’Iliade: “Una nebbia nera ci avvolge tutti, uomini e cavalli. Libera i figli degli Achei da questo buio, padre Zeus, rendi agli occhi il vedere, e se li vuoi spenti, spegnili nella luce almeno”.(Barbara Spinelli)

……………………………………..

GIOVANI E IMMIGRATI IN FUGA DA ATENE – IL SOGNO DI UN FUTURO È OLTRE FRONTIERA

di Ettore Livini, da “la Repubblica” del 15/5/2012

- Un under 24 su due è senza lavoro. Esodo di laureati – Sembra di essere tornati al dopoguerra: allora un milione di greci lasciò il Paese – La crisi ha affossato l´edilizia e i lavoratori stranieri preferiscono rimpatriare -

ATENE – Grecia addio. La grande fuga è cominciata. Non dei capitali (quelli hanno lasciato già da tempo Atene) ma dei cervelli e delle braccia. Nessuno, qui sotto il Partenone, si stupisce.

   La disoccupazione è arrivata al 21,7%, quella tra i ragazzi sotto i 24 anni ha stabilito il nuovo record continentale a quota 53,8%. E i giovani ellenici che non trovano lavoro in patria fanno la valigia e provano a cercar fortuna all´estero. Il 10% dei laureati, calcola Loris Lambrinidis, docente dell´università di Salonicco, ha preferito emigrare oltre frontiera subito dopo la laurea nel 2011.

   E la stesso ha fatto il 51% degli studenti con un master. Pazzi? No, razionali: la crisi non ha risparmiato nessuno e persino tra i fortunati con in tasca un Phd la percentuale dei senza lavoro è raddoppiata in tre anni al 10%. Un´emorragia che non accenna a fermarsi visto che l´addio delle migliori teste del paese – assicura Lambrinidis – «è accelerato negli ultimi mesi».
Sembra di essere tornati al dopoguerra, quando in un paio di decenni un milione di persone è emigrato dalla Grecia. Ogni occasione è buona. «Lo scorso ottobre abbiamo organizzato ad Atene la fiera Skill Australia per offrire un´opportunità di lavoro nell´altro emisfero», raccontano all´ambasciata di Canberra.

   I paletti erano stretti: bisognava parlare inglese correntemente, avere almeno una qualifica tecnica. Risultato: 13.500 richieste di partecipazione a fronte di 800 posti potenzialmente disponibili in Oceania, dove l´1,5% della popolazione ha origine ellenica. «Ci sono ben 25mila persone pronte a prendere l´aereo ad Atene per trasferirsi a Sydney o Melbourne» è la certezza di Lazarus Kassavidis dell´agenzia di impiego Skill up Australia.
Si viaggia da nord a sud, ma anche da sud a nord: l´emigrazione greca verso la Germania – calcola l´istituto di statistica tedesco – è aumentata dell´84% nei primi sei mesi del 2011. La speranza di un futuro migliore vale più delle radici. Sette studenti su 10, secondo un recente sondaggio della Athens Pantheon university sognano di trasferirsi oltre frontiera, anche se per ora solo uno su cinque ha avviato le procedure per trasformare il sogno in realtà.

   E i genitori, piuttosto che trovarsi degli eterni bamboccioni “forzati” in casa, spingono in questa direzione: il 95%, calcola una ricerca della società specializzata Sedima, preferisce avere il figlio all´estero piuttosto che saperlo disoccupato.
«Io mi sono affidato alla fortuna», racconta Manolis Sordeli, fresco di diploma al Politecnico sotto il sole di questo inizio estate ateniese. Lo scorso anno si è informato all´ambasciata americana sull´Us diversity Visa, i permessi di lavoro temporanei che Washington assegna con una sorta di lotteria online.

   Poi si è iscritto come hanno fatto altri 53mila suoi concittadini (il 12% in più del 2010). Gli è andata male, ma – garantisce – «riproverò l´anno prossimo». Altri suoi coetanei seguono vie più canoniche: le richieste di lavoro “Made in Greece” sull´European Job mobility portal nel 2011 sono state 7.500, più o meno il totale di tutte quelle accumulate nei venti anni precedenti.
La tempesta perfetta dell´euro non ha cambiato solo la vita dei laureati greci. Un altro fenomeno figlio della crisi degli ultimi tre anni è la fuga delle braccia albanesi che hanno sostenuto il boom immobiliare ellenico prima e dopo le Olimpiadi di Atene nel 2004. Allora era un´altra epoca. C´era l´euforia dell´ingresso nella moneta unica, i fondi strutturali della Ue, l´orgoglio dei giochi.

   La disoccupazione nel 2008 viaggiava al 7% e l´industria del mattone occupava circa 400mila persone. Oggi tutto è cambiato. Le gru sono ferme, Atene è tappezzata di cartelli “enokozietai” (affittasi) e i dipendenti dei big delle costruzioni sono scesi a 240mila. Molti ex immigrati da Tirana, rimasti senza lavoro, non hanno avuto scelta: hanno fatto le valigie, caricato in macchina i bambini nati e cresciuti in Grecia e sono tornati a casa. Cifre ufficiali non ce ne sono.

   Secondo la Reuters il mini-esodo avrebbe interessato circa 250mila persone. L´unico indizio (“segui il denaro”, dice il proverbio) è l´aumento di 717 milioni di euro dei depositi bancari in Albania nel 2011, molti dei quali, secondo gli esperti, sarebbero soldi rimpatriati da Atene. Se la Grecia tornerà alla dracma, per gli emigrati di ritorno, almeno, sarà stato un affarone. (Ettore Livini)

 …………………………….

LA MINACCIA E I BLUFF DELLA GRECIA

di Stefano Lepri, da “la Stampa” del 15/5/2012

   La cura di sola austerità nell’area euro è sconfitta, ad opera degli elettori di diversi Paesi e regioni. Su come integrarla, si apre ora una stagione di faticosi negoziati, forse di maldestri compromessi. Ma per la Grecia è urgente essere pronti a tutto. E occorre distinguere le realtà dalle minacce e dai ricatti che si incrociano in queste ore.
Punto primo. La Grecia non è in grado di sopravvivere da sola; non più di quanto potrebbe ad esempio – per avere un’idea delle dimensioni – una Calabria separata dall’Italia. Senza aiuti dall’Europa e dal Fondo monetario, presto non avrebbe soldi né per pagare gli stipendi degli statali né per comprare all’estero ciò che serve ad andare avanti, tra cui alimenti e petrolio.
Punto secondo. Dopo la ristrutturazione a carico dei privati, oggi circa la metà del debito greco è in mano all’Europa o al Fondo monetario. Quindi se la Grecia non paga, ci vanno di mezzo soprattutto i contribuenti dei Paesi euro, cioè noi tutti (in una stima sommaria, circa un migliaio di euro a testa).
Punto terzo. Il ritorno alla dracma sarebbe vantaggioso solo nella fantasia di economisti poco informati, per lo più americani. Trapela ora che il governo Papandreou aveva commissionato uno studio dal quale risultava che perfino i due settori da cui la Grecia ricava più abbondanti introiti, turismo e marina mercantile, non sarebbero molto avvantaggiati da una moneta svalutata.
Punto quarto. L’incognita vera è quali danni aggiuntivi, oltre al debito non pagato, una eventuale bancarotta della Grecia causerebbe agli altri Paesi dell’area euro (in primo luogo crescerebbero gli spread). Di certo le conseguenze sarebbero asimmetricamente distribuite: più gravi per i Paesi deboli, in prima fila il Portogallo poi anche Spagna e Italia; meno gravi per la Germania.
Non c’è risposta certa alla domanda presente nelle teste di tutti i ministri dell’Eurogruppo riuniti ieri sera a Bruxelles – se convenga di più sostenere la Grecia o lasciarla andare a fondo. A prima vista, almeno per l’Italia la solidarietà sembra meno costosa del diniego; eppure, guardando nel futuro, una Grecia non risanata diventerebbe una palla al piede.
Fa bene perciò ragionare sulle alternative; e occorre farlo in modo politico, dato che due crisi politiche qui si intrecciano, una dei meccanismi decisionali europei, un’altra dei partiti greci.
Ad Atene, un sistema politico crolla, come nell’Italia di 20 anni fa, ma le scelte minacciano di polarizzarsi in modo più pericoloso. Occorre chiedersi se la sconfitta dei due ex partiti dominanti, Nuova Democrazia e socialisti, sia dovuta ai tempi troppo stretti del risanamento chiesto dall’Europa, o non soprattutto al modo iniquo e inefficiente con cui i sacrifici sono stati distribuiti tra i cittadini, proteggendo clientele e centri di potere.
L’Europa aveva preteso tempi più stretti di quelli ritenuti opportuni dal Fmi proprio perché non si fidava dei politici greci in carica. Ora non se ne fidano più nemmeno gli elettori. I loro voti si sono spostati verso politici emergenti i quali però raccontano una bugia: che la Grecia può ricattare gli altri Paesi in modo più efficace, minacciando di trascinarli nel baratro se non apriranno di nuovo il portafoglio.
Dal lato opposto, sta alla Germania e agli altri Paesi rigoristi dimostrare che il ricatto è vano perché nel baratro non ci cadremo. Ovvero, occorre che mettano le carte in tavola, specificando quali gesti di solidarietà compirebbero verso gli altri Paesi deboli nel caso ad Atene si formasse un governo deciso al braccio di ferro. Altrimenti dire ai greci «o mangiate questa minestra, o saltate dalla finestra» si rivelerebbe un bluff , come già tendono a ritenere i mercati. (Stefano Lepri)

…………………………….

I CREDITORI NON SONO SENZA COLPE

di Mario Deaglio, da “la Stampa” del 16/5/2012

   La rinuncia dei partiti politici greci a formare un nuovo governo è, nei fatti, un «no» al piano di rientro dal debito preparato a Bruxelles e proposto ad Atene dall’Unione Europea. Mentre il rifiuto veniva pronunciato, un Presidente francese appena insediato si preparava a incontrare il cancelliere tedesco Angela Merkel, uno dei pochissimi leader sopravvissuti al terremoto politico che, negli ultimi tre anni, ha fatto crollare pressoché tutti i governanti europei coinvolti nel tentativo, finora sostanzialmente fallito, di trovare una via d’uscita dalla crisi.
Ad aggiungere un tocco di drammaticità, caso mai ce ne fosse bisogno, l’aereo presidenziale francese è stato sfiorato da un fulmine e ha dovuto tornare indietro costringendo a rinviare l’incontro, sia pure solo di quale ora; si è così provocato l’ennesimo, sia pur quasi simbolico, ritardo europeo nell’affrontare i problemi dell’Europa. La politica torna così a recitare, per quanto in tono minore, il ruolo che la contrappone, spesso controvoglia, alla finanza internazionale. E questo avviene non solo a Parigi, Berlino e Atene.
Ma anche negli Stati Uniti, dove il presidente Obama ha lanciato accuse durissime a Wall Street e invocato regole più severe per le banche anche a seguito delle perdite impreviste di JP Morgan, uno dei colossi della finanza internazionale. Queste perdite sono la prova che le grandi banche internazionali non hanno imparato molto dalla crisi e si sono illuse di poter riprendere tutte le vecchie abitudini dopo essere state, in molti casi, salvate con soldi pubblici.
A spingere una classe politica riluttante a un confronto con la finanza internazionale c’è una società civile in ebollizione, con le manifestazioni degli indignados non solo in Spagna e Grecia ma anche a Londra e negli Stati Uniti.

   Il problema si può sintetizzare in una serie di interrogativi che stanno diventando sempre più pressanti: fino a che punto la società civile – e gli uomini di governo che la rappresentano – può accettare la «dittatura dello spread» per usare la felice espressione del Presidente della Consob, Giuseppe Vegas, alla presentazione del suo rapporto annuale? Fino a che punto decisioni importanti per una collettività nazionale possono venir sottratte ai suoi organi politici e sommariamente decise dal «mercato» in sedi diverse dai Parlamenti, chiamati ormai solo a ratificare sbrigativamente intese che sono dei veri e propri «diktat»?
Quando si concedono finanziamenti «sbagliati» a Paesi che non sono in grado di restituirli, l’errore viene commesso da due parti, non solo dal debitore ma anche da chi concede il prestito. Non si vede perché quest’errore debba ricadere solo sul Paese debitore, ossia sulla parte normalmente più debole in questo tipo di transazioni, e non invece suddivisa tra quanti hanno sbagliato, ossia tra debitori e creditori in base a qualche criterio che non sia puramente finanziario.

   Alla dittatura dello spread occorrerebbe contrapporre una sorta di «democrazia del debito» in cui ciascuno paga per i propri errori. E questo dovrebbe valere in maniera del tutto particolare all’interno dell’Unione Europea, dove i greci furono indotti a contrarre debiti anche dalla facilità con la quale numerose banche europee e americane erano pronte a offrire loro credito.
Imporre alla Grecia (e forse domani ad altri Paesi) di pagare i debiti nei tempi stabiliti può significare una condanna di questo Paese – e domani forse di altri in Europa e altrove – a lunghi periodi non solo di incertezza ma perfino di povertà. Occorrerebbe considerare che un debitore esoso può attirare su di sé un risentimento molto maggiore di quello che si attira un nemico vincitore in guerra e che un simile risentimento è pericoloso per gli stessi creditori non solo sul piano civile ma anche su quello finanziario.
Non bisogna dimenticare, infatti, che, quando il deficit pubblico si azzera, il manico del coltello passa dal creditore al debitore. Non dovendo richiedere risorse aggiuntive, il debitore si rinforza mentre il creditore si indebolisce: il debitore potrebbe infatti decidere di ritardare la restituzione del debito o ridurre gli interessi sotto il livello pattuito.

   Una severità eccessiva nei confronti del debitore che non ce la fa rischia di porre le basi di risentimenti dai quali potrebbero sorgere nuovi, e più forti, motivi di instabilità. Nella storia i casi di questo genere sono piuttosto frequenti (i tedeschi dovrebbero rammentare che il risentimento contro le riparazioni di guerra successive alla Prima guerra mondiale spianò la strada a Hitler) ma – si sa nelle scuole alle quali si formano gli attuali uomini della finanza la storia non ha certo il posto d’onore.
E’ essenziale che il Presidente Hollande e il cancelliere Merkel superino il livello della miopia prevalente negli ultimi mesi nell’affrontare i problemi dell’euro, nel cercare di stabilire una posizione comune che tenga conto di giustificate riserve tedesche ma anche di un quadro più generale in cui queste riserve appaiono meschine.

   Sarebbe uno di quei piccoli miracoli ai quali l’Unione Europea ci ha abituato se dall’incontro scaturisse una posizione comune, flessibile e ragionevole, in luogo del pericoloso dogmatismo al quale i tedeschi ci hanno abituato negli ultimi tempi. (Mario Deaglio)

 …………………………….

HAMILTON, CHI ERA COSTUI?

Lezione americana per l’Europa “alla greca”: i debiti sono di tutti

di MARCO VALERIO LO PRETE, da “IL FOGLIO” del 16/5/2012

   Hamilton, chi era costui? Il debito pubblico fuori controllo è la traccia quasi indelebile di tutto quello che in Europa è andato storto negli ultimi decenni, e su quel punto divisivo fu costruita la federazione americana. La “vera lezione” della recessione in corso, ha scritto l’economista Raghuram Rajan su Foreign Affairs, pur senza sposare l’ossessione moralistica di Angela Merkel, è che “prendere in prestito e spendere per costruire la strada che porta alla ripresa economica” non è più sostenibile.

   Eppure sempre a partire dal debito pubblico – sostiene un numero crescente di economisti – andrebbe ricercata la soluzione europea per affrancarsi dalla crisi. Sono gli stessi economisti, non è un caso, che nelle loro ricerche oggi fanno con insistenza il nome di Alexander Hamilton, padre fondatore degli Stati Uniti, primo segretario al Tesoro americano dal 1789 al 1795, e soprattutto leader politico che alla fine del Settecento convinse gli americani di una cosa: il debito pubblico statale non è bellissimo, ma il debito pubblico in comune fa la forza di una federazione.

   “Per come la vedo io, questo è un momento da Alexander Hamilton – ha detto a inizio anno Paul Volcker, già presidente della Federal Reserve americana, parlando della situazione europea – Il problema è che non c’è nessun Alexander Hamilton all’orizzonte”.

   Detto altrimenti: o l’Unione europea oggi mette in comune i suoi debiti e attraverso gli Eurobond compie un passo deciso verso un’unione politica che possa legittimamente temperare rigore o lassismo fiscale, oppure si lascia decimare da Lady Spread.

   Se la situazione resta com’è, infatti, la speculazione testerà la resistenza dei singoli stati membri dell’euro, prendendoli uno a uno: oggi è la volta della Grecia, mai come in questo momento vicina all’abbandono della moneta unica, domani tocca al Portogallo e all’Irlanda, poi alla Spagna.

   A meno che, appunto, non valgano a qualcosa gli insegnamenti di Hamilton, così come li ha sintetizzati Tom Sargent, premio Nobel per l’Economia del 2011: “Quando furono creati gli Stati Uniti, alla fine del Settecento, le condizioni dell’America di allora erano simili a quelle dell’Europa di oggi”, ha osservato in un’intervista alla Stampa.

   Dopo la Guerra d’indipendenza americana dal Regno Unito, durata dal 1775 al 1783, in nord America le “colonie” divennero “stati” ma non ancora veramente “uniti”. Erano tredici, tutti con il potere di battere moneta, contrarre debito e decidere le loro politiche fiscali, a fronte di un governo federale debole come stabilito nella prima Costituzione, gli Articles of Confederation.

   E tutti e tredici indebitati a causa dello sforzo bellico. Poi però “i padri fondatori, che in larga parte erano creditori dei vari stati, scrissero la Costituzione proprio allo scopo di correggere questo vizio di fondo – ricorda il Nobel per l’Economia – Il governo centrale si fece carico dell’intero debito dei tredici stati, che in cambio persero l’autonomia economica assoluta che avevano avuto fino a quel momento. Washington ed Hamilton alzarono le tasse per saldare i debiti, e cominciarono a emettere bond federali. Per salvarsi, l’Europa dovrebbe imparare la loro lezione”.

   La nascita degli US Bond – e soprattutto della Costituzione del 1789 – non fu un pranzo di gala, e questo va ricordato sia agli entusiasti degli Eurobond e dell’unione politica sia agli scettici che giudicano politicamente impraticabile una maggiore integrazione dell’Ue. Secondo Ron Chernow, biografo di Hamilton, in quell’occasione si arrivò al limite del rottura della Confederazione americana. Il primo segretario al Tesoro degli Stati Uniti, infatti, dovette affrontare innanzitutto avversari ideali, quelli che come Thomas Jefferson difendevano l’autonomia dei singoli stati membri in nome di un potere che fosse quanto più vicino possibile ai governati.

   Non solo: ad opporsi all’emissione di titoli di debito comune furono gli stati più virtuosi, Virginia e North Carolina, che non ritenevano giusto doversi sobbarcare il debito dei meno disciplinati Massachusets e South Carolina, vicini al default come la Grecia di oggi. Hamilton avanzò comunque: fece alcune concessioni – prima un default parziale per alleggerire il fardello debitorio di tutti, poi lo spostamento della capitale da New York a Washington, più vicino agli stati “rigoristi” di allora – ma soprattutto, sostengono i due economisti C. Randall Henning e Martin Kessler in un rapporto del Bruegel Institute di Bruxelles, presentò il suo piano per una “more perfect union” come “un grande progetto politico”.

   Soltanto a fronte di un debito nazionale gli investitori avrebbero avuto interesse (economico) a non far crollare tutto, e soltanto un governo federale così legittimato e con in mano le leve della politica fiscale avrebbe potuto evitare secessioni in una fase storica popolata da grandi potenze bellicose. Superato quello spartiacque politico, i singoli stati decisero ciascuno per sé di introdurre il pareggio di bilancio tra le proprie leggi.

   L’Europa a trazione tedesca – complici anche gli allegri governi greci e non solo – sta provando il percorso esattamente opposto: prima la moneta unica e poi (forse) una Banca centrale che ne sia garante, prima i vincoli di bilancio e poi (forse) un debito e dei rischi in comune, prima le ossessioni contabili e poi la politica. Per fortuna ci sono gli economisti a rispolverare il nome del primo segretario al Tesoro Usa. (Marco Valerio Lo Prete)

…………………………….

Ritrovare un percorso aggregante, la prima riforma necessaria

UN’EUROPA SENZA GUIDA IN BALÌA DI SPREAD ED EGOISMI

di Massimo Calvi, da “AVVENIRE” del 15/5/2012

   La sonora sconfitta del partito della cancelliera tedesca Angela Merkel nel maggiore land del Paese e la situazione di pericoloso stallo politico in Grecia hanno fornito ai mercati una formidabile occasione per accanirsi sui mali europei, sulla fragilità della sua classe dirigente e sui limiti evidenti della struttura che sorregge l’euro.

   Niente di nuovo, si dirà: che la Cdu perdesse in Nordreno-Westfalia era dato per scontato, anche se non nelle proporzioni con cui si è poi configurata la sconfitta del partito fautore del rigore in Europa; e di possibilità che la Grecia possa uscire dall’euro si parla da mesi, da ben prima che Atene diventasse di fatto ingovernabile dopo le elezioni di settimana scorsa.
Dove sta il problema, allora? Perché i mercati – o la speculazione, come la si preferisce chiamare quando il segno davanti ai valori quotati diventa negativo – ieri hanno fatto schizzare gli spread di Italia e Spagna e affossato le Borse?

   Le ragioni di questo, purtroppo, continuano a essere le solite da tempo: l’Unione è un continente politico ingovernato (e ingovernabile), nel quale la sovranità dei singoli Paesi non ha ceduto nulla, o quasi, a favore di una guida capace di guardare all’Europa nel suo insieme, nell’interesse di tutti e non solamente di qualcuno, per non dire del più forte.
È su questa base instabile e traballante che il duo Merkel-Sarkozy, per rispondere esclusivamente ai rispettivi elettorati, ha potuto far sì che la Grecia andasse lentamente alla deriva, imponendo a tutti i Paesi con livello di debito più critici una ricetta del rigore fine a se stesso capace di trascinare nel baratro l’economia dell’intero continente.

   Fedele cartina di tornasole di questa condizione strutturale è la moneta dell’Eurozona: concepita per essere irrevocabile, in realtà molti leader europei sempre più spesso trovano utile affermare, quando si tratta di doversi dare una spolverata di pubblico rigorismo, che dall’euro si può tranquillamente uscire se non se ne rispettano le regole.
Nelle ultime ore lo hanno fatto ancora, abbastanza imprudentemente, il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schauble e il presidente della Commissione Ue, Josè Manuel Barroso. Un gioco al massacro dalla memoria corta. Da quando la tempesta del debito pubblico si è abbattuta sull’Europa, diversi governi hanno dovuto pagare, in un modo o nell’altro, seppure per responsabilità diverse, il loro tributo alla “dittatura degli spread”, cedendo il passo (in genere al partito fino a quel momento all’opposizione o a “tecnici”): è accaduto in Irlanda, Portogallo, Spagna, Italia, Grecia. Finito il giro dei cosiddetti “Piigs”, analoga sorte è toccata alla Francia, con l’uscita di scena di Sarkozy e la vittoria del socialista François Hollande, mentre ora in difficoltà appaiono i governi in carica in Olanda e, dopo il voto di domenica, in Germania.
È possibile che i terremoti politici più recenti stiano facendo maturare in Europa una maggiore sensibilità verso la necessità di politiche per la crescita, oltre al dovere della disciplina di bilancio. Ma è altrettanto realistico pensare che le antiche posizioni, a Berlino come ad Atene, possano invece ulteriormente irrigidirsi.   E poi in un processo di questo tipo non è mai facile definire con chiarezza dove arrivi la pressione dei mercati e dove invece incominci la volontà dei popoli e, soprattutto, come questa possa incanalarsi in un percorso virtuoso invece che produrre derive populiste e disgreganti.
La realtà è che l’Europa sta implodendo a causa del suo essere fragile e ondivaga nella ricerca di soluzioni alla propria crisi, più appesa ai problemi elettorali interni di singoli Paesi, o di singole regioni, che salda nelle convinzioni di un modello di sviluppo condiviso e comune.

   Senza la categoria della solidarietà, si potrebbe ricordare, il principio di sussidiarietà sul quale si fonda la libertà europea non può che trasformarsi in un’esaltazione dell’egoismo, come sta avvenendo. È in questa preoccupazione che va individuata la prima riforma necessaria. Più del rigore e della crescita. (Massimo Calvi)

 ………………………………..

GRECIA: TORNANO I COLONELLI?

di Roberto Fantuzzi, da

http://www.finanzaelambrusco.it/ del 14/5/2012

   Dopo i risultati delle elezioni del 6 Maggio scorso, in Grecia “a sòm mèss c’me tri in ‘na scrana” (stiamo messi come se fossimo seduti in tre su una sedia).

Pareva che il problema fosse a destra con i filonazisti di Alba Dorata new entry in parlamento, ma il problema maggiore è a sinistra.

   Nonostante il premio di maggioranza per il primo partito Nuova Democrazia (centro destra), il crollo del Pasok (socialisti), impedisce di avere una maggioranza pro euro. Nel caso non si riesca a formare un governo di coalizione, si va dritti alle urne (e fuori dall’Europa). L’altra sorpresa elettorale è Syriza (comunisti) capeggiata dal leder radicale Alexis Tsipras; in caso di nuove elezioni questa formazione politica è accreditata dai sondaggi di un buon 24% (130 seggi circa, quando la maggioranza è di 151 seggi).

   L’ordine di grandezza del problema si può desumere dai 5 punti che Tsipras ha posto come base della discussione per il programma del governo di coalizione:

- cancellazione immediata di tutte le misure che impoveriscono i greci, come i tagli alle pensioni ed ai salari;

- cancellazione immediata di tutte le misure imminenti che minano i diritti fondamentali dei lavoratori, come ad esempio l’abolizione dei contratti di lavoro;

- l’abolizione immediata della legge che concede l’immunità ai parlamentari dai procedimenti giudiziari, la riforma della legge elettorale e una revisione del sistema politico;

- un indagine sulle banche greche e l’immediata pubblicazione dell’audizione sul settore bancario fatta da Black Rock;

- la creazione di un comitato di revisione internazionale per indagare sulle cause del deficit pubblico della Grecia, con una moratoria su tutti i servizi del debito fino a quando i risultati verranno pubblicati.

   Anche Fotis Kouvelis, leader di Sinistra Democratica, ha dettato le sue condizioni per entrare nel governo: annullare la legislazione che ha ridotto il salario minimo e facilita i licenziamenti e “sganciare” la Grecia dagli impopolari accordi con Ue e Fmi per i prestiti finanziari.

   Verrebbe da chiedersi di che lavoro stanno parlando, visto che erano quasi tutti assunti dallo Stato - da qui il problema della spesa pubblica impossibile da controllare – in un paese che si poteva chiamare di pescatori, quando il pesce c’era.

   La crisi greca è costata finora circa 240 miliardi di euro in prestiti dall’Europa alla Grecia e 1000 miliardi di euro dati dalla BCE alle banche europee per proteggerle dal rischio ellenico. Dire che l’hanno gestita male, è dire poco.

   L’idea che ci siamo fatti è che con i normali meccanismi democratici non si possa risolvere un bel niente, e tanto meno con nuove elezioni che rafforzerebbero la maggioranza contraria all’Europa. A forza di fare della retorica i greci si sono infilati in un tunnel senza uscita.

   Già nell’aprile del 1967, i Colonnelli dell’esercito greco fecero un colpo di Stato per “salvare il paese” dalla cospirazione comunista. Purtroppo, nel paese di Platone e Socrate, il rischio è che l’alternativa alla democrazia siano i Colonnelli. (Roberto Fantuzzi)

About these ads

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 570 follower