Geograficamente

conservazioni e trasformazioni virtuose del territorio

TERREMOTO IN EMILIA – non rifare gli errori de L’Aquila: NO NEW TOWN, SI’ PREFABBRICATI (per un rapido ripristino delle abitazioni nei centri originari) – DESTINARE I SOLDI DELLE (INUTILI) GRANDI OPERE ALLA RICOSTRUZIONE (dell’Emilia martoriata, ma anche della città dell’Aquila)

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UNA CARTA ANCORA DA FARE

   Resta un altro punto emerso con decisione negli ultimi giorni. E cioè l’opportunità di trasformare l’attuale mappa del pericolo sismico che segnala appunto il potenziale pericolo di una zona in base alle statistiche dei terremoti già avvenuti in passato, in una mappa del rischio sismico il quale deve tener conto dei parametri economici dell’area; cioè deve considerare oltre gli insediamenti abitativi anche quelli produttivi.

   Questo è uno sforzo ancora da compiere e che deve coinvolgere ingegneri, economisti ed esperti vari. Solo a quel punto esisterebbe il preciso valore di rischio da cui partire per scrivere dei regolamenti anche più restrittivi, ad esempio, negli insediamenti industriali mettendoli al riparo dai possibili danni dai quali oggi non sono tutelati proprio per una regolamentazione insufficiente. (GIOVANNI CAPRARA, da IL CORRIERE DELLA SERA del 1/6/2012)

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   In questo Post tentiamo di proseguire un discorso sul terremoto in Emilia (sisma che ancora non da segni di essere cessato) rilevando che la situazione disastrosa per chi non ha più una casa sicura da abitare, per le attività produttive che devono forzatamente rimanere in sospeso (con il pericolo di chiusura), con il patrimonio artistico distrutto in buona parte (di grande valore in quell’area di paesi con centri storici magnifici); ebbene tutto questo richiede una volontà, una spinta propulsiva che pur potrebbe dare speranza e rilancio a un paese “addormentato” e senza obiettivi di futuro come il nostro.

   La ricostruzione dell’Emilia distrutta in queste settimane; ma anche la ricostruzione della città de L’Aquila; la messa a norma per la sicurezza sismica di tutte quelle abitazioni, edifici pubblici, le opere d’arte, le fabbriche… che sparse per un territorio nazionale in gran parte a forte rischio sismico… ebbene tutto questo è un reale progetto di ricostruzione materiale di un’Italia ora in decadimento. La ripresa del sistema lavorativo edile non può che avvenire in questo modo: attraverso il restauro, la ricostruzione, la messa in sicurezza…. Lavoro e lavoro da fare… e, si sa, il sistema di un’edilizia (finalmente virtuosa, non solo produttrice di espansione del cemento nei territori) porta con se a effetti positivi in tutti i settori che in qualche modo sono annessi a queste attività (e sono moltissimi, i più disparati).

LA QUOTIDIANITA’ DIFFICILE DEL TERREMOTO IN EMILIA (da Umbria 24 news)

Ma dove trovare i finanziamenti, i soldi per fare questo?  Due settimane fa in questo post avevamo prospettato la possibilità di una forte agevolazione fiscale per i privati che si mettono in “questa lunghezza d’onda” (cioè di ristrutturare, di mettere a norma). A fronte di un decadimento attuale delle entrate fiscali perché ogni attività lavorativa sta declinando (con una disoccupazione nazionale oltre il 10%). La messa in funzione di un sistema di attività a “tassazione zero” porta necessariamente a rimettere in funzione altre attività invece regolarmente tassate. Alla fine l’Erario “ci guadagna”.

   Ma dobbiamo anche dire BASTA CON LE INUTILI GRANDI OPERE (come la Tav, in val di Susa e altrove). La filosofia delle grandi opere, è un modo solo di “dire qualcosa” (per chi le propone, e spiace che quest’ultimo governo ragioni come tutti gli altri che ci son stati, di destra e di sinistra), perché non si ha un’idea che sia una di cosa proporre di veramente utile. SE ANDIAMO A VEDERE  nel dettaglio, tutte LE GRANDI OPERE sono un’autentica follia per I COSTI CHE RAPPRESENTANO (e che potrebbero essere impiegati in una riqualificazione diffusa dei territori), per LA SCARSA FUNZIONALITÀ RISPETTO AGLI OBIETTIVI che si propongono (autostrade ad esempio per ridurre il traffico…), e per LA DISTRUZIONE AMBIENTALE CHE IL PIÙ DELLE VOLTE PROVOCANO. Facciamo un elenco di tutti quei progetti di “grandi opere” che possiamo ancora benissimo fermare e DESTINIAMO I FONDI ALLA RICOSTRUZIONE IN EMILIA, e a tutto quel “restauro diffuso” (e messa a norma di edifici) che ci si prospetta subito come necessità di iniziare.

la TORRE DELL’OROLOGIO DI FINALE EMILIA, COM’ERA, IL CROLLO DEL 20 MAGGIO, QUELLO DEL 29 MAGGIO (da http://www.artesalute.blogspot)

Nel momento poi del così forte disagio delle popolazioni dell’Emilia colpita dal terremoto, vien da dire di non fare l’errore dell’Abruzzo della creazione di new town e cose simili estranee alle persone del posto e al paesaggio: molto meglio i prefabbricati provvisori, in grado di proteggere chi ha la casa danneggiata sia dal caldo (ora) che dal freddo (temiamo: se la ricostruzione non parte subito). E, dalla provvisorietà dei prefabbricati, tornare alle proprie case. Là dove si è sempre vissuto e si vuol continuare a vivere. (sm)

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QUANTO DURERÀ QUESTO TERREMOTO?

- La placca africana avanza, terza ondata da record in due settimane – Perché la terra trema in modo così violento? – Le risposte degli scienziati per capire che cosa sta accadendo nel cuore dell’Emilia.

di GIOVANNI CAPRARA, dal Corriere della Sera del 4 giugno 2012

1 Che cosa sta succedendo nel cuore della terra emiliana?
   Dal 20 maggio questo è il terzo giorno da record. Dopo la prima scossa forte del 20 maggio (5.9 di magnitudo della scala Richter) si è passati al 29 maggio con una magnitudo di 5.8 e ora siamo più o meno allo stesso livello: 5.1, ma con molta preoccupazione in più perché questo sisma sembra non finire mai. Il luogo non è nuovo e interessa più o meno la stessa zona della seconda scossa.
2 Come mai la terra trema ancora così violentemente?
   Anche se il nuovo terremoto è di notevole livello, secondo i geofisici rientra nella coda del primo consistente scossone. Insieme ci sono decine di altri sussulti di livello inferiore ma non si ama definirle repliche del primo e con le pinze si usa il termine di assestamento.
3 Ci si può aspettare altri fenomeni così forti?
   Sin dal primo momento, cioè dal 20 maggio, i sismologi avevano affermato che altre scosse si sarebbero potute verificare anche di livello oltre il quinto grado della scala Richter. È impossibile dire scientificamente come e quando l’energia accumulata nel sottosuolo possa venire rilasciata. Ci sono tre ipotesi considerate: la prima è che dopo il primo colpo forte nel giro di qualche giorno ulteriori scosse di non trascurabile intensità esauriscano il fenomeno. Purtroppo non è quello che sta accadendo perché sono già trascorsi 14 giorni e tutto continua in modo significativo. La seconda ipotesi è che prosegua per settimane e mesi ma degradando progressivamente; la terza e continui addirittura per tempi ancora più lunghi ma rilasciando l’energia in modo lento e lieve.
4 Ma le cause sono sempre le stesse o ci può essere una ragione diversa?
   No, si tratta sempre della conseguenza dello scontro tra la placca africana con quella euroasiatica. Noi siamo su un lembo superiore e quindi sempre molto a rischio. La Pianura Padana viene progressivamente schiacciata dagli Appennini che la spingono sotto l’arco alpino. La zona centrale risente quindi del fenomeno.
5 Che cosa potrà succedere?
   Nessuno lo può prevedere. Purtroppo la scienza è disarmata. Ci sono soltanto delle serie storiche degli eventi da considerare e da queste emerge come nel 1570 un terremoto di una potenza analoga a quelle delle scosse attuali, intorno a 6 gradi della scala Richter, distrusse per la metà la città di Ferrara governata dagli Estensi. E quel terremoto, pur degradando nelle scosse successive, si protrasse addirittura per quattro anni. Nessuno si augura una ripetizione di questo genere ma nessuno lo può escludere.
6 Non esiste qualche tipo di segnale che possa venire in soccorso?
   Purtroppo no. Quelli finora considerati non hanno aiutato dimostrandosi inaffidabili. A parte i comportamenti di certi animali, si sono considerati gas emessi dal sottosuolo e anche segnali più sofisticati come l’emissione di elettroni. Alcuni satelliti avevano rilevato talvolta questo tipo di rilascio cercando di misurarlo; ma alla fine non si è ancora riusciti a decifrarlo con esattezza. A tale scopo si prevede il lancio di altri satelliti.
7 La ricerca ci può aiutare?
   Prima di tutto continuare l’indagine dei movimenti delle grandi placche in cui è divisa la crosta terrestre. E questo si deve fare con strumenti terrestri e con satelliti. Il secondo è cercare di scavare dei pozzi profondi per cogliere nelle viscere della Terra qualche anomalia che possa essere interpretata con un messaggio di un terremoto incombente. A tal scopo si stanno scavando alcuni pozzi in vari continenti e il più profondo è in California vicino a San Francisco per monitorare la faglia di San Andreas
8 Che cosa si può fare?
   Con i terremoti c’è solo una via da seguire. Prima di tutto bisogna essere consapevoli che viviamo in un Paese tra i più sismici del mondo e che quindi un terremoto non è una remota eventualità ma una realtà del nostro territorio. La seconda è che bisogna essere rigorosi nel costruire rispettando le regole antisismiche. E per gli edifici storici più vulnerabili bisogna investire per metterli in sicurezza. Solo così non si piangono vittime e si protegge il territorio e noi stessi. (Giovanni Caprara)

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TERREMOTO, ANCORA SCOSSE IN EMILIA. SEVERINO: “DETENUTI PER RICOSTRUIRE”

da http://www.agi.it/ , ore 22.00 del 4/6/2012

(AGI) – 4 giu. – Nuove scosse in Emilia prolungano il “terremoto infinito” e le istituzioni vagliano come reagire all’emergenza. Sono state piu’ di 70, dopo la mezzanotte, le scosse che si sono abbattute sul territorio modenese anche nel giorno del lutto per le vittime del 29 maggio.

   Le ultime significative, per ordine di tempo, sono state registrate alle 19.48 (magnitudo 3.1) nei pressi di Rolo (RE) e Moglia (MN) e alle 20.04 (magnitudo 3.2) tra Rolo, Novi di Modena e Fabbrico (RE). Un nuovo martellamento che ha fatto seguito alla potente scossa di grado 5.1 delle 21.20 di ieri, che ha colpito Novi causando anche il crollo della torre del paese. La piu’ forte scossa di oggi si e’ verificata alle 8.55 (magnitudo 3.9) nei pressi di Concordia e San Possidonio.

   Ad aggravare la situazione e’ giunta una violenta pioggia che si e’ abbattuta dalle prime ore della mattina sui comuni colpiti dal sisma. La Protezione civile ha allestito, nelle decine di tendopoli sparse su tutta la provincia, dei nuovi letti per consentire agli sfollati che dormivano in tende private in parchi pubblici o giardini, di trovare riparo.

   Sono 8.346, per la precisione, i cittadini sfollati ospitati la scorsa notte nei 27 campi e nelle strutture coperte (palestre, centri civici, biblioteche) preposti nei comuni modenesi colpiti dal sisma. E’ inoltre in costruzione un nuovo campo nella zona fiera a Carpi da 500 posti, che portera’ la disponibilita’ in centri di accoglienza e strutture coordinata dal Centro unificato di protezione civile di Marzaglia a un totale di 10.439 posti.

   Altre 1.388 persone sono state sistemate in diversi alberghi, prevalentemente nell’Appennino modenese. In Emilia sono almeno 219 le scuole statali lesionate dal sisma, totalmente (121) o parzialmente inagibili (94). A queste si aggiungono 50 scuole paritarie dell’infanzia in cui si sono gia’ accertati danni e altre 52 in cui le verifiche sono ancora in corso. Complessivamente, sono circa 50 mila gli studenti coinvolti.
Sono i numeri emersi dalla conferenza stampa tenuta questa mattina in Regione dall’assessore regionale alla scuola Patrizio Bianchi e dal vice direttore dell’ufficio scolastico regionale Stefano Versari. Secondo una stima di Confartigianato, e’ stato colpito l’80% delle strutture produttive delle zone terremotate della regione, per quanto riguarda i danni ad artigiani e piccole imprese.

   Il ministro della Giustizia, Paola Severino, durante la visita al carcere della Dozza di Bologna, ha lanciato l’idea di “rendere utile la popolazione carceraria per i lavori di ripresa del territorio. Momenti come questi – ha dichiarato il ministro – potrebbero vedere anche parte della popolazione dei detenuti tra i protagonisti di un’esemplare ripresa”.

   “Auspico – ha affermato invece il capo della Protezione civile, Franco Gabrielli – che ci sia un maggior raccordo tra gli interventi in emergenza e la programmazione per la ricostruzione”. Il territorio italiano “e’ fragile da almeno 50 anni.

   Se non si fa prevenzione si rincorrono i danni”, ha detto il Ministro dell’Ambiente, Corrado Clini. “C’e’ una gara straordinaria di solidarieta’ che e’ scattata tra gli imprenditori” ha sottolineato dal canto suo il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, facendo il punto sull’emergenza a margine dell’assemblea generale di Confindustria, a Modena.

   “Purtroppo mi sembra che ogni giorno che passa i danni sono piu’ alti di quello che si pensava. Ci tengo comunque a sottolineare i 200 milioni che la comunita’ europea ha reso immediatamente disponibili”. E oggi si sono celebrati a Quartirolo di Carpi i funerali di don Ivan Martini, 65 anni, il sacerdote morto nel crollo della sua chiesa di Rovereto, dopo il terremoto del 29 maggio scorso. Centinaia le persone presenti in chiesa per l’estremo saluto. (AGI) .

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EVENTI SISMICI E SICUREZZA: BASTA CON L’IPOCRISIA ISTITUZIONALE!

di MASSIMO GRISANTI, da www.lexambiente.it del 30/5/2012

- Le colpe, gravissime, degli amministratori pubblici, a partire da quelli emiliani: tutti hanno eluso le regole -

   Una nuova violenta scossa di terremoto del 5.8 grado della scala Richter ha colpito stamani l’Emilia, con epicentro tra Carpi, Midolla e Mirandola nel modenese.
Subito sono tate pubblicate dichiarazioni dei membri del Governo dello Stato. La dichiarazione del Presidente del Consiglio Monti: lo Stato “farà tutto quello che deve fare, che è possibile fare, nei tempi più brevi, per garantire la ripresa della vita normale in questa terra così speciale, importante e produttiva per l’Italia” (cfr. La Stampa web del 29/5/2012 ore 12:45). La dichiarazione del Ministro Fornero: “E’ innaturale che i palazzi crollino ad ogni nuova scossa” (cfr. Repubblica web del 29/5/2012 ore 12:45). Inoltre, dal Corriere della Sera web del 29/5/2012 ore 12:47: “… Ripartono le polemiche che investono le autorità per aver dato l’ok a rientrare in scuole e abitazioni. (…)”.
E della vicinanza alle popolazioni colpite il capo dello Stato ricorda di averne già parlato ieri “prima che accadesse questa nuova grave scossa. So che da qui a poco il presidente della Regione Emilia Romagna Vasco Errani e il presidente del Consiglio Mario Monti si rivolgeranno attraverso la tv alle popolazioni colpite e al Paese per riaffermare l’impegno forte di solidarietà, assistenza, vicinanza e impegno per la ricostruzione” (da La Stampa web del 29/5/2012 ore 12:50).
La prevenzione sismica non importa a nessuno perché, a differenza della ricostruzione, non fa PIL, a meno che non vengano imputati i costi delle opere di prevenzione a investimenti. Nelle dichiarazioni istituzionali non si può non notare una sorta di ipocrisia istituzionale.
Vorrei ricordare, senza andare tanto lontano nella memoria, che il 22/12/2011 le Agenzie di Stampa divulgavano un comunicato della Conferenza Unificata Regioni – Province autonome (presieduta dal Presidente della Giunta Regionale della Basilicata, che tante vittime ha dato al terremoto) nel quale veniva reso noto che – tutti raggianti – i Presidenti, all’unanimità, avevano deciso di proporre allo Stato la modifica dell’art. 94 del D.P.R. n. 380/2001 al fine di abrogare l’istituto della preventiva autorizzazione del Genio Civile per iniziare i lavori in zona sismica.
Siccome i nostri Amministratori non provano alcuna vergogna, possiamo tranquillamente rendere noto per extenso il testo del comunicato stampa, sicuri che non offendiamo nessuno:

“Snellire le procedure relative all’autorizzazione per l’inizio dei lavori nelle località sismiche, in modo da ridurre i tempi necessari per l’adeguamento antisismico degli edifici. E’ questo l’obiettivo della proposta di modifica di alcuni articoli (art. 94 e 104) del Testo Unico per l’Edilizia, approvata all’unanimità dalla Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome.
Controlli a campione al posto dell’autorizzazione preventiva.
Le nuove norme, presentate dall’assessore alle Infrastrutture della Regione Basilicata (che presiede la relativa commissione della Conferenza), Rosa Gentile, contemplano la possibilità per le Regioni di prevedere al posto dell’autorizzazione preventiva per l’inizio dei lavori, modalità di controllo a campione.
Norme più leggere.
Le Regioni, stando alla proposta licenziata, potranno derogare alle norme che disciplinano i vincoli per il reclutamento del personale al fine di costituire efficaci reti tecniche di controllo. In caso di cambiamento della classificazione sismica dei territori o delle norme tecniche, chi abbia già iniziato una costruzione non avrà l’obbligo di adeguarsi alle nuove previsioni se concluderà i lavori entro 18 mesi. Diversamente, per tempi più lunghi, sarà necessario presentare una valutazione della sicurezza al fine di stabilire se è possibile proseguire con la costruzione o sia necessario un progetto di adeguamento.
Obiettivo la celerità della prevenzione sismica.
“Il nostro obiettivo – ha spiegato l’assessore lucano Gentile – è quello di rendere la celerità una materia ordinaria e non straordinaria legata all’emergenza. In un settore delicato come la prevenzione sismica è fondamentale potersi muovere celermente nell’adeguamento degli edifici per giungere ad un abbattimento del rischio legato al territorio. E piuttosto che derogare a tutte le norme quando i problemi e i lutti si sono già verificati, è bene rendere le normative più leggere prima ed evitare eventi catastrofici”.
L’obiettivo, in realtà e come è evidente nei carteggi ministeriali scambiatisi tra l’ex Ministro On. Di Pietro e l’ex Ministro On. Lanzillotta all’indomani della sentenza n. 182/2006 della Corte Costituzionale, è sempre stato quello di affrancare le Regioni dalle connesse responsabilità derivanti dall’esercizio della funzione di controllo sismico (ex ante, mediante il rilascio della preventiva autorizzazione, ex post mediante il rilascio dei certificati di rispondenza). Per la precisione, Vasco Errani è stato colui il quale ha sempre richiesto (nella sua qualità di Presidente pro tempore della Conferenza Regioni-Province), talora con veemenza, allo Stato la completa liberalizzazione dell’attività edilizia nelle zone sismiche.
A quest’ultimo proposito vorrei ricordare che è dal 1982 che le Regioni in asserita applicazione della Legge n. 741/1981 hanno eliminato la preventiva autorizzazione sismica richiesta dalla Legge n. 64/1974 per edificare in zona sismica. Ciò ha comportato la pressoché totale elusione di controlli.
Dico elusione perché, in realtà, le leggi regionali non potevano – in attuazione della Legge n. 741/1981 – eliminare l’obbligo della preventiva autorizzazione per l’edilizia privata, bensì la loro sfera di azione legislativa delegata era rivolta unicamente verso le opere pubbliche (è evidente la ratio del legislatore che riteneva un inutile defatigamento dell’azione di governo l’approvazione di un’opera pubblica da parte di un soggetto pubblico, visto che ab origine la progettazione deve essere stringente ed assicurare la massima tutela possibile contro i fattori di rischio connessi all’utilizzazione del suolo).
Invero, la Legge n. 741/1981 già nel titolo “Ulteriori norme per l’accelerazione delle procedure per l’esecuzione di opere pubbliche” delinea il campo applicativo.
La delega legislativa concessa dallo Stato alle Regioni mediante le disposizioni di cui all’art. 20 è strettamente eccezionale in materia la cui potestà legislativa esclusiva è statale.
Ne consegue che dovendo essere interpretata in senso restrittivo, la delega legislativa – conformemente al campo di applicazione della Legge n. 741/1981 e cioè le opere pubbliche – non poteva inferire le opere private.
Di talché, in assenza di un intervento statale che impugnava le leggi regionali manifestamente incostituzionali nella parte che consentivano di poter ovviare alla preventiva autorizzazione sismica per la realizzazione delle opere private, è legittimo pensare che lo Stato e le Regioni abbiano – violando la Costituzione – un concorso di colpa nei delittuosi eventi sismici succedutesi dal 1982 ad oggi ?
Può essere, questa ricostruzione, un recondito motivo che ha portato, recentemente, il Governo ad emanare un decreto legge con il quale non viene più assicurato l’intervento risarcitorio dello Stato in caso di eventi sismici o, più in generale, di calamità naturali (compreso inondazioni) ?
Oggi l’importante è la produttività, l’efficientismo, la liberalizzazione delle attività economiche. Seppoi ciò si traduce in pericolo per i Cittadini non importa niente a nessuno, anzi ci guadagna pure l’impresa funeraria (anche loro fanno PIL).
Sarà che il progresso è fare due passi indietro, finché siamo a tempo ? (Massimo Grisanti)

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I CAPANNONI: PILASTRI E CERNIERE, NON REGGONO

- Costruiti per resistere a sollecitazioni verticali, non a quelle orizzontali di un sisma -

di Lorenzo Salvia, da “il Corriere della Sera” del 30/5/2012

   Shoe box, li chiamano gli americani, scatole di scarpe. Oltre alla morte, alle macerie e alle famiglie scaraventate nelle tende, stavolta il terremoto ha portato la paura dei capannoni, venuti giù come nemmeno le casette medievali.

   Cemento grigio, 1.000 metri quadri di media, in Italia ne abbiamo più di 700 mila. E di questi, secondo l’ultimo rapporto dell’Agenzia del Territorio, oltre 80 mila sono proprio in Emilia Romagna. Da lì vengono fuori merci che conquistano i mercati stranieri, il 30% diventa export. Solo da Modena e Ferrara arriva l’1% del nostro Pil, il prodotto interno lordo. Sono il cuore dell’economia di quella terra e dell’Italia intera, i capannoni. Rappresentano uno dei simboli di un Paese che lavora.

Ma adesso ci accorgiamo che sono anche l’anello debolissimo di un patrimonio edilizio che già di suo non è il massimo della sicurezza. «Sono edifici molto semplici – spiega Bernardino Chiaia, professore di Scienza delle costruzioni al Politecnico di Torino – formati da pochi pilastri e travi. Riescono a resistere solo a sollecitazioni verticali mentre in caso di sollecitazioni orizzontali, come quelle provocate da un terremoto, possono venire giù come un castello di carte».

   Castello di carte, proprio così. Sembrano le parole di chi ha appena sentito la terra tremare e sta tremando pure lui, di chi è scappato tra la polvere di uno di quei colossi venuti giù. E invece è il pacato ragionamento di un esperto del settore, che siede anche nel consiglio d’amministrazione dell’Ingv, l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia. Il punto è che le travi sono poggiate sui pilastri, a tenerli insieme è solo una cerniera, nulla di più. Se la terra trema, la trave può perdere l’appoggio del pilastro. E allora viene giù, insieme al tetto. Possibile? Possibile che strutture dove lavorano ogni giorno migliaia di persone siano fatte «seguendo il modello dei Lego», come dice un altro ingegnere, il bolognese Guido Cacciari con 20 anni di esperienza nelle zone sismiche?

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Prima del 2003 quel pezzo di Emilia Romagna non era considerato zona a rischio. Solo dopo il terremoto di San Giuliano di Puglia la cartina, in realtà pronta dal 1999, è stata modificata. Fino ad allora i capannoni sono stati costruiti come se la terra non avrebbe mai tremato. «Non c’è un problema di violazione delle regole – dice Gaetano Maccaferri, presidente di Confindustria Emilia Romagna – semmai una questione di aggiornamento delle regole. Ma non dimentichiamo che in questa zona l’ultimo terremoto forte risale al 1500. Chi poteva dirlo?».

Dobbiamo dire grazie proprio a quella cartina aggiornata con quattro anni di ritardo se buona parte dei capannoni emiliani sono venuti giù uccidendo Gianni, Kumar, Mohammad e tutti gli altri operai che si stavano guadagnando lo stipendio. Perché è stato proprio in quegli anni che anche l’economia del capannone ha vissuto la sua bolla.

   La legge Tremonti bis, approvata nel 2001 e proposta dall’allora ministro dell’Economia, assegnava incentivi fiscali alle imprese che reinvestivano i loro utili in «beni strumentali». Capannoni, sostanzialmente. In soli cinque anni, e solo in Veneto, sono stati costruiti edifici industriali pari a un capannone alto 10 metri, largo 28 metri e lungo più di 200 chilometri.

   Un boom che ha portato sicuramente tanto lavoro ma anche una montagna di problemi. Alla sicurezza, come abbiamo visto. Al paesaggio, tanto che ogni giorno il cemento si mangia 45 ettari di verde. Ma anche all’economia. Magari l’ingegner Perego portato a teatro da Antonio Albanese esagerava un po': «Nella mia famiglia – diceva nel suo spettacolo Giù al nord – lavoriamo tutti da generazioni. Mio nonno ha fatto il capannone piccolo, mio padre quello grande, io quello grandissimo. Mio figlio si droga. Ha scoperto che non riuscirà mai a fare un capannone più grande del mio».

Ma adesso che la bolla è scoppiata e l’economia soffre i problemi si vedono sul serio. I capannoni sono troppi, nel 2009 le compravendite sono crollate del 15,9%, il prezzo è sceso a 546 euro al metro quadro.  Non li vuole più nessuno, molti sono vuoti, sfitti, abbandonati. Solo nella provincia di Treviso sono uno su cinque. In Emilia Romagna li stanno contando proprio adesso: «Le nostre associazioni di Modena e di Ferrara – spiega ancora il presidente degli industriali, Maccaferri – si stanno attivando per vedere se è possibile trasferire lì chi ha avuto le proprie strutture danneggiate. Naturalmente a patto che non ci siano problemi di sicurezza». E che gli operai siano d’accordo.

Anche nel resto d’Italia molti capannoni sono in cerca di una nuova destinazione. Non sempre è possibile fare come a Porta Genova, dove le strutture industriali della Milano di un tempo sono diventate loft e appartamenti di prestigio. L’80% delle shoe box d’Italia si trova nei piccoli comuni, una volta abbandonate rischiano di diventare terra di nessuno. Solo pochi anni fa la leghista Manuela Dal Lago aveva lanciato la sua proposta di riconversione industriale: «Vista la crisi in corso potrebbero essere riadattati per la vendita del sesso. Permetterebbero controlli contro i magnaccia, controlli sanitari, e pure il pagamento delle tasse». (Lorenzo Salvi)

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I VULCANI DI SABBIA CHE MANGIANO LE CASE: “COME LO SCIAME HA SCIOLTO IL SOTTOSUOLO”

di ELENA DUSI, da “la Repubblica” del 31/5/2012

- Scosse amplificate fino a 8 volte dai sedimenti della Pianura Padana – “La costruzione più solida non può nulla quando il terreno gli sprofonda sotto” –

   La parabola della casa costruita sulla sabbia è diventata purtroppo realtà. Di sabbia e sedimenti portati dal fiume è infatti formata la Pianura Padana. E i sismologi sanno che durante i terremoti di magnitudo superiore a 5, soprattutto se prolungati, questi terreni sono soggetti al fenomeno della “liquefazione”. Il suolo passa dallo stato solido a quello fluido, perde consistenza, sprofonda e trascina con sé tutto quel che su di esso trovava appoggio: case, fabbriche, capannoni.
«La liquefazione è responsabile di buona parte dei disastri di questa sequenza di terremoti» conferma Paola Montone, sismologa dell´Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv). La sabbia liquefatta non si limita a far perdere di consistenza il terreno. La pressione del sisma la spinge anche verso l´alto e la fa spruzzare fuori dal terreno come da una fontana.

   I geologi chiamano questo fenomeno “vulcanelli” e molte delle vittime del sisma hanno raccontato la terrificante sensazione di venir catapultati all´improvviso dalla terraferma al mare. Il materiale che risale, nel frattempo, apre in profondità delle voragini che risucchiano verso il basso il terreno in superficie.
«Ho visitato delle case pochi giorni prima del sisma» Prosegue Paola Montone. «Erano tutte costruite a dovere. Ma la costruzione più solida del mondo non può nulla se il terreno gli sprofonda sotto ai piedi».  Immagini simili erano arrivate anche dal terremoto di Fukushima: edifici paradossalmente intatti ma ribaltati come soldatini di piombo caduti a terra.
La sabbia della Pianura Padana era già finita sotto accusa. La sua morbidezza infatti amplifica fino a 7-8 volte la violenza delle onde sismiche rispetto alla roccia compatta. Ma ora che i segni della liquefazione si moltiplicano sulla superficie della zona ferita dal terremoto, per gli ingegneri chiamati a progettare in zone a rischio sismico si apre un nuovo ordine di problemi. «Sapevamo dell´esistenza di questo fenomeno, ma non ci aspettavamo che si presentasse in maniera così estesa» ammette Paride Antolini del Consiglio Nazionale dei Geologi.
La sabbia, un materiale già di per sé poco compatto, nella Pianura Padana è anche gonfio dell´umidità dei fiumi. Quando subisce l´onda d´urto del sisma e passa dallo stato solido a quello fluido, cerca di sfuggire all´enorme pressione salendo in superficie attraverso ogni crepa aperta nel terreno. Oltre a far sprofondare le case, la liquefazione in Emilia Romagna ha fatto slittare strade e ponti, che sono stati chiusi per sicurezza.
«La scena è molto spaventosa per chi se la trova davanti», racconta Antolini. «Dal terreno inizia a fuoriuscire sabbia mista ad acqua. Ogni crepa del pavimento, i pozzi dei giardini, le fratture del suolo diventano sorgenti da cui zampilla terreno liquefatto».

   Di questi “vulcanelli” oggi è costellata l´intera area del sisma. Il giorno dopo la scossa, i coni di sabbia si presentano come piccoli cumuli alti poche decine di centimetri, allineati per centinaia di metri lungo le fratture del terreno. In cortili, campi coltivati e stadi di calcio gli effetti dei “vulcanelli” potrebbero essere scambiati per i postumi di un´alluvione. Se non fosse che quella sabbia tanto simile a fango è stata sputata fuori direttamente dalla pancia della Terra.
Quanto d´altra parte sia fragile e cedevole il suolo dell´Emilia Romagna appare chiaro da un´immagine che Gianluca Valensise apre sullo schermo del suo computer. In una cartina del Nord Italia, il sismologo dell´Ingv mostra tutte le aree che stanno lentamente sprofondando: la metà orientale della Pianura Padana e l´area attorno a Venezia.

   «Potrebbero essere fenomeni di tipo tettonico» spiega Valensise. «Ma sospettiamo piuttosto che a far abbassare il livello del suolo sia il peso delle città e delle costruzioni».  (Elena Dusi)

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La carta c’è, ma gli enti locali devono completarla con le misure del loro territorio

LA MAPPA SISMICA? È FACOLTATIVA

- Ritardi e intoppi, le Regioni non sono obbligate a valutare i rischi -

di GIOVANNI CAPRARA, da “il Corriere della Sera” del 1/6/2012

   Il punto di riferimento per la valutazione dei terremoti lungo la penisola è la mappa di pericolosità sismica preparata dall’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia e in vigore dal 2003. La lunga sequenza di scosse, alcune delle quali hanno sfiorato il sesto grado di magnitudo della Scala Richter, ha posto la domanda se la mappa oggi in uso sia da aggiornare e non rispecchi più i possibili pericoli del territorio. Questo emerge anche dal fatto che nell’ultimo anno la Pianura Padana ha tremato molte volte con intensità inusuali rispetto ai deboli movimenti di fondo che la caratterizzava maggiormente in passato.
Nel 2003 nasce la mappa
La mappa era stata compilata prima nel 2003 e raccoglieva gli studi condotti in precedenza dai geologi dell’Ingv nei quali era già indicata una pericolosità per l’area oggi bersagliata. Ma essendo rimasta nei cassetti perché la politica, nonostante i solleciti, non la considerava per trasformarla in un regolamento amministrativo, le sue valutazioni scientifiche non erano utilizzate.

   Ci voleva il terremoto di San Giuliano di Puglia, nel Molise, nel 2002 con la scuola crollata e la morte dei 27 bambini assieme alla loro maestra, perché il documento dell’Ingv venisse tirato fuori dai cassetti e un’ordinanza della Protezione civile firmata dal presidente del Consiglio lo trasformasse nella mappa che stabilisce la classificazione sismica del territorio.

   Era, appunto, il 2003 e nella quarta zona inserita compariva l’area emiliana (che nella precedente ricognizione degli anni Ottanta del Cnr divisa in tre zone non era considerata) con una probabilità indicata intorno ad una magnitudo massima di 6.2 della scala Richter. Quindi quanto sta accadendo rientra nelle valutazioni allora espresse.

Caratteristiche di base
Ma la mappa, formalmente accettata nel 2004 anche dalla Commissione Grandi Rischi e da esperti internazionali, ha caratteristiche generali per tutto il territorio nazionale tanto che parte da una considerazione teorica con il suolo piatto e su roccia.

   «Quindi – spiega Carlo Meletti, primo tecnologo dell’Ingv – il documento offre dei dati di base sul pericolo su cui si deve costruire il dettaglio». E qui dovevano e devono entrare in scena Comuni e Regioni i quali considerano le specifiche caratteristiche delle loro zone e aggiungono i dati che «personalizza» la carta nazionale descrivendo così la realtà in modo più preciso, per quello che loro appunto compete, e consente la costruzione di regole costruttive rispondenti al tipo di ambiente in cui si agisce.

   Questo lavoro può essere assegnato a liberi professionisti ed è molto importante perché è solo in base a queste aggiunte di dati che si può stabilire come le caratteristiche locali possono amplificare un terremoto in base alla natura del luogo.
La pubblicazione nel 2006
Nel 2006, di nuovo finalmente, la mappa veniva pubblicata dalla Gazzetta ufficiale, prima era reperibile sul sito dell’Ingv, senza il crisma dell’atto pubblico. A questo punto un’altra ordinanza stabiliva che da quel momento le Regioni dovevano far riferimento alla mappa nelle loro operazioni edilizie ma non esisteva un obbligo; cioè potevano anche ignorarla se preferivano.

   E questo per un bisticcio fra leggi: una legge nazionale non può interferire con i provvedimenti regionali. Infatti già l’invito dell’Ordinanza a dover prendere in considerazione il documento era stato mal digerito.

La micro zonizzazione del territorio
Intervenne comunque una legge ad incentivare l’avvio di un lavoro prezioso e indispensabile. Battezzata «Legge Abruzzo» garantiva alle zone con maggiore pericolosità (quelle che superavano il valore 125 indicato dalla mappa di base) per elaborare i dati aggiuntivi locali.

   «Questa operazione – aggiunge Carlo Meletti – è stata battezzata microzonizzazione proprio perché arriva a descrivere nei minuti particolari il territorio suggerendo le indicazioni più opportune. Ora la microzonizzazione, di pertinenza delle Regioni e dei Comuni è stata avviata in alcune località ma non dovunque. In qualche raro caso come la Regione Lazio la microzonizzazione è diventata un obbligo».

Un passo avanti dopo L’Aquila
Un altro passo avanti intervenuto dopo il terremoto a L’Aquila: sono state introdotte nuove tecniche di valutazione arrivando anche a considerare quei fenomeni di liquefazione di cui si è parlato nei giorni scorsi. Solo dopo questa data le «Norme tecniche per le costruzioni», deliberate nel 2008, entrano in vigore in tutta la Penisola.
Già l’applicazione delle regole sismiche del 2003 aveva proceduto a rilento perché, paradossalmente, era rimasta pure in vigore la possibilità di far riferimento alle norme precedenti. «Ed è a causa di tutti questi ritardi – precisa una nota dell’Ingv – che nelle zone colpite in questi giorni si è accumulato un notevole deficit di protezione sismica, che è in parte responsabile dei danni avvenuti». E aggiunge come un avvertimento che «una situazione analoga interessa un notevole numero di Comuni, localizzati principalmente nell’Italia settentrionale».
Una Carta ancora da fare
Resta un altro punto emerso con decisione negli ultimi giorni. E cioè l’opportunità di trasformare l’attuale mappa del pericolo sismico che segnala appunto il potenziale pericolo di una zona in base alle statistiche dei terremoti già avvenuti in passato, in una mappa del rischio sismico il quale deve tener conto dei parametri economici dell’area; cioè deve considerare oltre gli insediamenti abitativi anche quelli produttivi.

   Questo è uno sforzo ancora da compiere e che deve coinvolgere ingegneri, economisti ed esperti vari. Solo a quel punto esisterebbe il preciso valore di rischio da cui partire per scrivere dei regolamenti anche più restrittivi, ad esempio, negli insediamenti industriali mettendoli al riparo dai possibili danni dai quali oggi non sono tutelati proprio per una regolamentazione insufficiente. (Giovanni Caprara)

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IL GEOLOGO

«MA TUTTA L’ITALIA È A RISCHIO»

di Luca Liverani, da “AVVENIRE” del 1/6/2012

   «I tempi della politica, purtroppo, sono diversi da quelli degli scienziati. Quello che per noi è immediatamente comprensibile, fatica a passare nella normativa». Come le regole per le costruzioni antisismiche, spiega Paride Antolini, che hanno impiegato un anno e mezzo per diventare operative. Solo cioé dopo i 308 morti dell’Aquila.

   Geologo di Cesena, membro del Consiglio nazionale dei geologi, conosce bene la sua terra. Anche, spiega, grazie alle ricerche di idrocarburi avviate da Enrico Mattei. «L’Italia è tutta a rischio sismico – spiega l’esperto – e bisogna decidersi una buona volta ad avviare un piano nazionale di messa in sicurezza dell’edilizia abitativa esistente. Noi non la finiremo, ma i nostri figli forse sì. La vita umana è o no una priorità?».
Che Ferrara dovesse prima o poi tremare di nuovo, come nel 1570, voi geologi lo dite da almeno 20 anni. Perché non è stata classificata correttamente?
Sì, 500 anni dal punto di vista geologico sono pochissimi. Per noi era chiaro che il sisma poteva ripresentarsi. Conoscendo la struttura del sottosuolo e l’evoluzione dell’Appennino, dire che l’area è sismica è corretto. Prevedere una data invece non è possibile.
Cos’è cambiato nella classificazione del rischio?
Fino al 2003, dal punto di vista della normativa per l’edificazione, la regione non era classificata come sismica. I geologi in realtà già sapevano, per la storia e la struttura del sottosuolo, che era a rischio. L’ordinanza del presidente del consiglio dei ministri del 20 marzo 2003 ha dato una prima classificazione, in una scala da 1 – la più pericolosa – a 4. Ma quella era classificata come zona 3, «comuni interessati da scuotimenti modesti». Poi ci si è resi finalmente conto che andava riclassificata, anche sotto la spinta delle indicazioni europee. Il 14 gennaio 2008 è arrivato il decreto ministeriale con le «norme tecniche per le costruzioni». Ma sono entrate in vigore dal 1° luglio 2009. Cioè sotto l’impulso della tragedia di aprile 2009 a L’Aquila.
Quali sono le conseguenze concrete?
Che da allora in Italia si progetta in maniera effettivamente antisismica. Non si ragiona più per macrozone, ma per coordinate geografiche, su “maglie quadrate” di 5 chilometri di lato. Una classificazione molto più rigorosa. Se i capannoni industriali sono stati progettati prima, non c’è da meravigliarsi se sono crollati.
Perché gli allarmi dei geologi sono ignorati?
La politica ha tempi troppo lunghi, noi siamo solo un tassello del dibattito culturale. Il problema è più ampio. Dopo un’alluvione, una frana, un’eruzione con distruzioni e lutti, ci dobbiamo chiedere: abbiamo fatto di tutto per evitare che potesse succedere? Non c’è prezzo che valga la perdita di una vita umana. La realtà amara è che serve la disgrazia per far passare alcuni concetti. Come per l’inquinamento, l’amianto, il petrolchimico a Marghera. E il problema non è solo come si costruisce, ma dove.
Cosa intende dire?
L’Emilia Romagna ha un consumo enorme di territorio, la “macchia edificata” negli ultimi vent’anni si è espansa in modo incredibile. Anche in aree non sicure, come i fiumi. In Liguria e Toscana s’è visto il risultato. È un problema culturale. Se la priorità è la vita umana, tutto passa in secondo piano. A parte Sardegna e Puglia meridionale, tutta Italia è più o meno sismica…
…Ma solo una piccola parte del patrimonio abitativo è antisismico.
Il problema è proprio intervenire sull’esistente. Milioni di persone corrono gli stessi rischi dei ferraresi. I lutti ricorrenti sono provocati dal crollo degli edifici vecchi, per lo più di in mattoni, costruito tra dopoguerra e anni ’70.
Qual è allora la cosa da fare?
Un piano nazionale di investimenti per il patrimonio edilizio esistente. O aspettiamo che tutto venga ricostruito per vetustà, ma servono secoli, oppure si deve cominciare a mettere le case al riparo almeno dai crolli. Costa? Parliamo di vite umane. Ogni due o tre anni c’è un sisma, un terremoto, un alluvione. Ragioniamo – e spendiamo – sempre in un’ottica di breve periodo. Nessuno comincia ad affrontare il problema. La nostra generazione non ha la capacità economica? Forse, ma cominciamo. Almeno per i nostri figli. (Luca Liverani)

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«QUINDICI ANNI PER RENDERE SICURA L’ ITALIA»

- Il ministro Clini: servono 41 miliardi. Napolitano il 7 giugno nelle zone colpite -

di ALESSANDRA ARACHI, da “il Corriere della Sera” del 1/6/2012

    Corrado Clini, ministro dell’ Ambiente, non promette la luna: «Ci vorranno almeno quindici anni e quarantuno miliardi di euro per realizzare un piano nazionale per la difesa del territorio. Il 60 per cento di questi soldi verranno da finanziamenti privati».

   Le macerie dell’ ultimo terremoto sono ancora tutte calde e al ministro Clini tocca anche smentire una notizia che per giorni, in questa difficile settimana, era rimbalzata sul web, di sito in sito, passata di bocca in bocca. «È assurdo pensare che l’ evento sismico dell’ Emilia sia dovuto al deposito di stoccaggio di gas metano a San Felice sul Panaro. Per quel deposito il ministero dell’ Ambiente aveva dato valutazione positiva solamente per uno studio di fattibilità, non una valutazione positiva per la realizzazione di questo stoccaggio».

   Certo, fosse stato realizzato quel deposito di gas metano proprio nell’ epicentro del sisma sarebbe stato tutto molto diverso. «Voglio rivedere l’ istruttoria di quel progetto», spiega il ministro Clini. E spiega: «È evidente che la situazione è molto più critica di quanto non fosse prima». È evidente che c’ è più di qualcosa da rivedere, non soltanto nel deposito di San Felice sul Panaro.

   Dice ancora Clini: «L’ attuale mappa sismica non è una misura di prevenzione adeguata, come ci siamo potuti accorgere con quest’ ultimo terremoto. Questa mappa è basata su una serie di eventi storici, ma evidentemente non fa fede. Dobbiamo attrezzarci a resistere alle sollecitazione estreme, deve essere questo il nostro standard di prevenzione».

   Le macerie sono ancora tutte fumanti. Giovedì prossimo, il 7 giugno, sarà il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ad andare a visitare i luoghi devastati dal sisma. «Ho avuto una cordiale telefonata con il presidente Napolitano che si è informato su come procedono gli interventi legati all’ emergenza del terremoto», ha detto Vasco Errani, governatore dell’ Emilia Romagna, confermando la notizia della visita del capo dello Stato.

   Certo una cosa è chiara: per mettere in sesto il nostro Paese bisogna rimboccarsi le maniche. Quindici anni di tempo e quarantuno miliardi di euro, ha detto il ministro Clini in un’ intervista a Famiglia Cristiana, serviranno per realizzare un piano nazionale basato sulla manutenzione degli assetti naturali e sulla revisione degli usi.

   Spiega ancora Corrado Clini: «Bisogna pulire gli alvei dei torrenti e dei fiumi. Gli argini devono essere aggiustati oppure costruiti ex novo, i boschi devono essere curati. Dobbiamo renderci conto che la difesa del territorio è un’ infrastruttura necessaria allo sviluppo, come lo sono le ferrovie veloci, i porti efficienti, gli scali aerei all’ avanguardia».

   Bisogna rimboccarsi le maniche. «E puntare sul patrimonio dei nostri giovani» ha detto il ministro dell’ Ambiente che ieri era alla Luiss a Roma ad un evento voluto dallo stesso ministero insieme ad Italia Camp. Coinvolte quaranta università italiane, quaranta aziende e presentati sessanta progetti tutti realizzati da giovanissimi professionisti.

   L’architetto Claudia Sgandurra, una laurea in tasca da appena due anni, ha presentato il progetto di un database con i profili professionali e i progetti di giovani architetti, ingegneri, geometri, restauratori a disposizione per opere di ricostruzione dei territori colpiti dalle calamità naturali.  Gaetano Maccaferri ha subito mostrato interesse: è il vicepresidente di Confindustria con delega alle Politiche regionali ma, soprattutto, presidente della Confindustria Emilia Romagna. (Alessandra Arachi)

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SIKH, RUMENI E MUSULMANI. L’IMMAGINE SIMBOLO DEL SISMA

- Dietro la tragedia anche le storie dei lavoratori immigrati -

di GIANNI RIOTTA, da “la Stampa” del 1/6/2012

modena – Ogni terremoto ha una sua immagine, che rimane per sempre, nel ricordo e nella storia. Di Messina, 1908, stima delle vittime tra 90 e 120.000 morti, abbiamo vecchie pellicole color seppia con i marinai russi della flotta del Mediterraneo, agli ordini dell’ammiraglio Livtinov, che con le corazzate Slava e Cesarevic e l’incrociatore Makarov portano i primi soccorsi. Del Belice, 1968, ricordiamo Cudduredda, la bambina di Gibellina che, estratta viva dalle macerie, muore in braccio a un vigile del fuoco piangente, il cronista Sergio Zavoli a due passi. L’Irpinia ci scuote con il grido di denuncia dei ritardi nei soccorsi del presidente Pertini, il Friuli per l’ordinata ripresa, l’Aquila con il frontone del Palazzo del Governo demolito, metafora dell’Italia smarrita.
Se dovessi scegliere un’immagine tra quelle che ho visto in giro per San Felice, Mirandola, Cavezzo, Medolla, nella Bassa Modenese, penserei ai sikh, gli operai venuti dal Punjab a lavorare da noi, seguaci della religione fondata nel XV secolo dal Guru Nanak Dev Ji, con i loro turbanti, persuasi che la fede in un dio supremo, e una vita laboriosa e onesta, siano destino dei giusti. Hanno pregato insieme per un loro compagno caduto in un capannone. O i ragazzi rumeni che chiedono alle telecamere: «Inquadrateci, poi diteci quando andiamo in onda e così mamma vede che siamo vivi». O i maghrebini: saldatori, vetrai, manovali che, incrociando le schede telefoniche, provano a rassicurare casa.
Meriterebbero di andare nell’album di una tragedia tutti i 17 morti, i 350 feriti, i 15.000 sfollati che il Fato ha tolto a una routine bonaria di dovere, famiglia, benessere. I tecnici del business biomedicale, il secondo del pianeta, che al telefono raggiungono i clienti in tutto il mondo, valvole cardiache, strumenti per la dialisi, rassicurando che presto la produzione ripartirà. Sanno che milioni di malati, in cinque continenti, hanno bisogno dei loro prodotti, sanno che in sei mesi possono perdere il mercato a vantaggio dei concorrenti, sanno che tantissimi in Italia vivono dei frutti della valuta che importano.

   Chiamano Los Angeles, Pechino, Melbourne dalla tenda in via Libertà di Cavezzo, dal campo di calcio di Mirandola, dalla roulotte: «Tutto ok, gli ordini partono prestissimo, davvero tutto a posto qui, business as usual…» e controllano i figli sul prato. Ho visto gli anziani, con la cannula dell’ossigeno, in cerca di farmaci mentre il dottor Borelli di Medolla, farfallino al collo, si sgola per far arrivare una farmacia mobile. Chi ha bisogno di un catetere, chi soffre il caldo della tenda, chi deve andare in ospedale per le piaghe. Nessuno si lagna, generazione Giobbe.
Gente come il giornalista Carlo Marulli, tra i fondatori del quotidiano «Il Foglio» a Bologna nel 1975, con gli intellettuali del Mulino, Pedrazzi e Gorrieri, poi alle riviste della satira, Il Male, Cuore, e ora in campagna nella Bassa, che dai tweet @carlomarulli illustrati con irriverenza dai baffi di Stalin, sfollato con una figlia piccola, nota come sembrino «allegri i parchi pieni di tende», con gli anziani a chiacchierare e i bambini, felici di non avere scuola, a contendersi le altalene.
Un’illusione di festa, certo, una sagra paesana che la dignità emiliana tiene moltissimo a rappresentare davanti ai forestieri, ma la tragedia incombe nella domanda che è diventata saluto: «La casa è su?». «La casa è su» vuol dire la vita riprenderà presto, «la casa non è su» allunga la precarietà. La comunità tiene insieme tutti: lacrime, sorrisi, pacche sulla schiena. Forse la crepa più profonda, su cui noi dinosauri dell’informazione e pronipoti del web dovremmo insieme riflettere, con umiltà, è quella che divide la realtà in Emilia dalla sua rappresentazione nei media. Parata sì, parata no del 2 Giugno sui siti: in Emilia nessuno ne parla. Un pensionato mi ha detto: «Senta, al massimo, visto che non vogliono a Roma le Frecce tricolori che a me piacciono tanto, perché non le mandano qui a sorvolare l’Emilia, a salutarci, il 2 giugno? Mi promette di farlo sapere al presidente Napolitano?». Mantenuto, signor Guido.
Capannoni sicuri o no: in Emilia tutti son certi che ora non son più sicuri, ma, come dicono al Genio Civile, «prima li testavamo contro il vento, il solo rischio, erano a norma delle leggi che esistevano, chiaro adesso non vanno più bene». Potete eccepire a questa logica? Non nella Bassa.
Forse la foto che simboleggia insieme la Bassa, l’Emilia e l’Italia 2012 è quella della Rocca Estense a San Felice sul Panaro. Capolavoro dell’ingegnere militare Bartolino da Novara, così d’avanguardia che nel 1404 sa trasformare in arma strategica perfino gli argini del Po. Tre crepe, una da destra, una da sinistra, la terza dal basso, la lacerano senza rimedio. Ogni scossa la fa tremare. Da lontano i curiosi si chiedono come stia in piedi. «Sembra il vaso dei fumetti di Tom e Jerry – dicono tutto crepato, appena lo tocchi va in pezzi». Invece, finora, resiste, simbolo delle coscienze che la circondano. Potrebbe essere domani, 2 giugno, simbolo della Repubblica italiana, ricca di genio, antica di storia, maestosa per bellezza, spaccata dalle crepe della corruzione, dell’egoismo, dell’ingiustizia, scossa dalla rissa politica, eppure in piedi, bellissima. (Gianni Riotta)

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LA VAL DI SUSA E LE NEW TOWN DELL´AQUILA

di SALVATORE SETTIS, da “la Repubblica” del 16/3/2012

- L´Italia da decenni è vittima e ostaggio di un pensiero unico, spacciato per ineluttabile –

   Che cos´hanno in comune la Tav in Val di Susa e le new towns berlusconiane che assediano L´Aquila dopo il terremoto? Che cosa unisce l´autostrada tirrenica e il “piano casa” che devasta le città? Finanziatori e appaltatori, banche e imprese sono spesso gli stessi, anche se amano cambiare etichetta creando raggruppamenti di imprese, controllate, partecipate, banche d´affari e d´investimento. E sempre gli stessi, non cessa di ricordarcelo Roberto Saviano, sono i canali per il riciclaggio del denaro sporco delle mafie. Ma queste lobbies, che senza tregua promuovono i propri affari, non mieterebbero tante vittorie senza la connivenza della politica e il silenzio dell´opinione pubblica. Espulso dall´orizzonte del discorso è invece il terzo incomodo: il pubblico interesse, i valori della legalità.
Se questo è il gorgo che ci sta ingoiando, è perché l´Italia da decenni è vittima e ostaggio di un pensiero unico, spacciato per ineluttabile. Un unico modello di sviluppo, una stessa retorica della crescita senza fine governano le “grandi opere”, la nuova urbanizzazione e la speculazione edilizia che spalma di cemento l´intero Paese. Ma su questa idea di crescita grava un gigantesco malinteso.

   Dovremmo perseguire solo lo sviluppo che coincida col bene comune, generando stabili benefici ai cittadini. è invalsa invece la pessima abitudine di chiamare “sviluppo” ogni opera, pubblica o privata, che produca profitti delle imprese, anche a costo di devastare il territorio.

   Si scambia in tal modo il mezzo per il fine, e in nome della “crescita” si sdogana qualsiasi progetto, anche i peggiori, senza nemmeno degnarsi di mostrarne la pubblica utilità. A giustificare questa deriva si adducono due argomenti. Il primo è che la redditività delle “grandi opere” è provata dall´impegno finanziario dei privati; ma si è ben visto (Corte dei conti sulla Tav) che il project financing è uno specchietto per le allodole.

   Una volta approvato il progetto, i finanziatori spariscono e subentrano fondi statali, accrescendo il debito pubblico. Il secondo argomento, la creazione di posti di lavoro, è inquinato da un meccanismo “a piramide” di appalti e subappalti, tanto più inesorabile quanto più grandi siano le imprese coinvolte e le relative “opere”.

   Nessuno, intanto, si chiede se non vi siano altri modi di creare o salvaguardare l´occupazione. La Legge Obiettivo del governo Berlusconi, ha scritto Maria Rosa Vittadini, «ha trasformato il paese in un immenso campo di scorribanda per cordate di interessi mosse dal puro scopo di accaparrarsi risorse pubbliche. Un numero imbarazzante di infrastrutture (oltre 300) è stato etichettato come “opera di preminente interesse nazionale” e come tale ha ricevuto incaute promesse di finanziamento da parte del Cipe. Si tratta di una impressionante congerie di infrastrutture prive di qualunque disegno “di sistema” nazionale, di qualunque valutazione d´insieme, di qualunque ordine di priorità».
Questo è il modello di sviluppo dominante negli ultimi decenni, questa la spirale negativa che ci ha condotto alla crisi che attraversiamo. Ma per reagire alla crisi ci vien suggerita una cura omeopatica, a base di ulteriore cemento. Ci lasciamo dietro, intanto, una scia di rovine, nel paesaggio e nella società.

   Le new towns dell´Aquila si fanno a prezzo di abbandonarne il pregevole centro storico, ridotto a una Pompei del secolo XXI; il passante Tav di Firenze, costosissima variante sotterranea di un assai migliore percorso di superficie, viene scavato sotto la città senza le dovute certezze sul rischio strutturale e sismico.

   In Val di Susa, l´irrigidirsi del governo sta provocando una crescente sfiducia nelle istituzioni, certo non temperata dalle “risposte” pubblicate sul sito di Palazzo Chigi. Esse lasciano in ombra troppi punti importanti: per esempio il recentissimo ammodernamento della già esistente galleria del Fréjus, costato mezzo miliardo di euro; per esempio gli alti rischi di dissesto idrogeologico (come già accaduto nella tratta Bologna-Firenze); per esempio la reticenza sullo smaltimento dello smarino amiantifero e sui danni alla salute da dispersione delle polveri sottili.
O ancora l´azzardata asserzione che «le tratte in superficie si collocano in aree già compromesse». Ma il vero capolavoro di questa artefatta verità è in una frasetta: «Si può dire che il consumo del suolo dell´opera assuma una rilevanza minima se confrontato con i dati del consumo edilizio e urbanistico dei comuni della Val di Susa nel periodo 2000-2006».

   Complimenti: lo scellerato consumo di suolo da parte dei Comuni non è dunque, per chi ci governa, un errore da stigmatizzare e correggere, bensì una scusante per martoriare ulteriormente la valle. A ragione un recente convegno a Firenze, organizzato da Italia Nostra, si è chiesto se le “grandi opere” siano causa o effetto della crisi economica. Ma una cosa è certa: non ne sono la cura.
Perché un modello di finto sviluppo come questo ha tanta solidità da esser condiviso da governi d´ogni sorta? La forza d´urto delle lobbies e dei loro affari è essenziale ma non basta. La dominanza di una fallimentare idea di crescita è il rovescio e l´identico della drammatica incapacità di immaginare per il Paese un modello alternativo di sviluppo, che vinca il muro contro muro delle opposte retoriche della “crescita” e della “de-crescita”.

   E l´assenza di un progetto per l´Italia del futuro è insieme causa ed effetto della crisi della politica, della fiducia nei partiti scesa sotto l´8%, della somiglianza fra non-progetti “di destra” e non-progetti “di sinistra”. Ma è proprio impossibile immaginare un´Italia ancora capace di vera innovazione, e non solo di cementificazione? Fra finta crescita e de-crescita, esiste una terza strada: una crescita vera, incentrata sull´utilità sociale e non sui profitti di banche e imprese.

   Ne esiste, anzi, persino il progetto, che governanti e politici amano dimenticare. Si chiama Costituzione. Ma per una vera crescita nella legalità e nello spirito della Costituzione, cioè del bene comune, è necessario investire prioritariamente in cultura e non in ponti sullo Stretto, in ricerca e non in incentivi alle imprese che disseminano pale eoliche in valli senza vento, nella scuola e non nei tunnel. È tempo di trasformare in manifesto e progetto quell´”imperativo ecologico” di cui parlava Hans Jonas: di ridare all´Italia un futuro degno della sua storia. (Salvatore Settis)

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Le leggende (da sfatare) sul sisma

LE «VERITÀ» RIVELATE SUL SISMA E AMPLIFICATE SOPRATTUTTO DAL WEB
- Tutte, o quasi, false: eccole -

di MARIO TOZZI, da “la Stampa” del 1/6/2012

Animali
Si sente spesso dire che c’è aria di terremoto, come una cappa afosa, anche in inverno, che preluderebbe al sisma. Come l’agitazione di cani, gatti, galline e maiali. A parte il fatto che i poveri maiali restano sotto le macerie come gli uomini, il boato del terremoto si risente anche nel campo degli ultrasuoni non percepiti dagli umani, ma dagli animali. Solo però qualche decimo di secondo prima della scossa. E i fenomeni meteorologici avvengono migliaia di metri sopra le nostre teste, quelli sismici decine di migliaia sotto i nostri piedi: nessuna relazione è possibile.
Cratere
Si continua a utilizzare la similitudine nata in Irpinia con il terremoto del 1980 che interessò una vallata simile a un cratere. Il paragone deriva anche dal fatto che i paesi distrutti si presentavano con quella forma. Ma i crateri sulla Terra li fanno solo i vulcani e le bombe.
Perforazioni & estrazioni
I terremoti emiliani dipendono dall’estrazione di gas dal sottosuolo padano? Trivellazioni e pozzi, indagini di prospezione, o la tecnica dell’allargamento delle fratture nel terreno per sfruttare i giacimenti (fraking) provocherebbero crolli sotterranei e dunque voragini e sismi. In questo caso dovremmo registrare molti terremoti in Arabia Saudita, Texas e Mare del Nord. E, al contrario, basterebbe fermare quei progetti per ottenere una nuova calma tettonica. Non ci sono cavità sotterranee che contengono idrocarburi o acqua, ma la roccia funziona come una spugna imbibita. L’estrazione provoca un locale costipamento dei serbatoi rocciosi che possono portare a un lento sprofondamento del suolo che si chiama subsidenza e che è ben noto in Pianura Padana. Ma che è proprio il contrario di un terremoto, che avviene molto rapidamente e più in profondità. Nessun pozzo scavato dagli uomini supera i 14 km di profondità, mentre i terremoti arrivano fino a 700 km.
Previsione
Sarebbe la scoperta scientifica del secolo, se fosse vera. Andrebbe però verificata in un contesto internazionale permettendo di riprodurla in altri laboratori, cosa che, curiosamente, non mai stata fatta. Sostenere che «tra marzo e novembre ci sarà un terremoto di magnitudo superiore a 5 fra Modena e Ferrara» non è nemmeno una previsione, visto che la distanza è di 59 km e 270 giorni sono tanti. E poi, cosa si dovrebbe fare, evacuare le due province per nove mesi? Anche a L’Aquila si fece una «previsione», che, in realtà, riguardava Sulmona e un lasso di tempo di mesi. Purtroppo i terremoti non si possono prevedere e solo una volta, in Cina nel 1975, è stato possibile farlo, ma in quell’occasione succedeva qualsiasi cosa: il terreno si alzava e si abbassava, c’erano continue scosse sensibili, si seccavano sorgenti, si liberava gas. Il regime cinese evacuò la regione di Haicheng e il terremoto fece «solo» mille vittime. Ma l’anno successivo il Tangshan fu scosso dal più disastroso terremoto di sempre, con oltre mezzo milione di morti. Liberazioni di gas radon dal sottosuolo possono essere utilizzate a questo scopo, ma è ancora presto per trarne schemi scientifici oggettivi.
Armi micidiali
Terremoti indotti dagli uomini e programma Haarp (High Frequency Active Auroral Research Program). In Alaska si sta sperimentando un sistema (Haarp) per provocare onde radio di debole intensità nella ionosfera per motivi civili e militari. E’, invece, un tentativo di creare un’arma micidiale, una specie di cannone elettromagnetico che possa indurre terremoti? Nessuna forza controllata dall’uomo è in grado di generare terremoti di magnitudo elevata a distanza: la crosta terrestre ne modifica talmente il tracciato da non poter assolutamente indirizzare le onde sismiche eventualmente generate. Negli Anni 60 e 70 gli esperimenti atomici sotterranei di russi, cinesi e statunitensi hanno creato terremoti, ma deboli e ben riconoscibili su un sismogramma. L’aspetto assurdo è che i test cinesi avrebbero scatenato terremoti in Alaska e quelli statunitensi in Iran, scatenandosi due o tre giorni dopo l’esplosione. Un terremoto come quello emiliano sprigiona l’energia di decine di ordigni atomici che esplodono tutti insieme lungo una faglia in profondità. (Mario Tozzi)

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LA MEMORIA

I CONTADINI E GLI OPERAI DELLA MIA TERRA FERITA

- Dalle fabbriche alle piazze sono stati colpiti in modo scellerato i luoghi della socialità. Rivedo quel casolare illuminato in una notte piena di lucciole e la badante di mia nonna che era una pastora -

di MICHELE SERRA, da “la Repubblica” del 30/5/2012

   LA SOLA cosa buona dei terremoti è che ci costringono, sia pure brutalmente, a rivivere il vincolo profondo che abbiamo con il nostro paese, i suoi posti, la sua geografia, la sua storia, le sue persone. Appena avvertita la scossa, se non si è tra gli sventurati che se la sono vista sbocciare proprio sotto i piedi, e capiamo di essere solo ai bordi di uno squasso tremendo e lontano, subito si cerca di sapere dov’è quel lontano.
E quanto è lontano, e chi sono, di quel lontano, gli abitanti sbalzati dalle loro vite. Si misurano mentalmente le pianure o le montagne che ci separano dal sisma. Prima ancora che computer e tivù comincino a sciorinare, in pochi minuti, le prime immagini, le macerie, i dettagli, i volti spaventati, la nostra memoria comincia a tracciare una mappa sfocata, eppure palpitante, di persone, di piazze, di strade, di case. Una mappa che è al tempo stesso personale (ognuno ha la sua) e oggettiva, perché è dall’intreccio fitto delle relazioni, dei viaggi, delle piccole socialità che nasce l’immagine di un posto, di un popolo, di una società.
Leggo sul video Cavezzo e subito rivedo un casolare illuminato in mezzo ai campi in una notte piena di lucciole, ci abitava e forse ci abita ancora un mio amico autotrasportatore, Maurizio, non lo sento da una vita, cerco il suo numero sul web, lo trovo, lo faccio ma un disco risponde che il numero è sconnesso.
A Finale Emilia viveva, e forse vive ancora, la Elia, la magnifica badante che accompagnò mia nonna alla sua fine. Era nata in montagna, nell’Appennino modenese, faceva la pastora e governava le pecore, scendere nella pianura ricca a fare l’infermiera era stato per lei, come per tanti italiani nella seconda metà del Novecento, l’addio alla povertà, l’approdo alla sicurezza: ma ancora raccontava con gli occhi lucidi di felicità di quando da ragazzina cavalcava a pelo, galoppando sui pascoli alti. Molti degli odierni italiani di pianura hanno radici in montagna.

   L’Appennino ha scaricato a valle, lungo tutta l’Emilia, un popolo intero di operai e di impiegati. La sua popolazione, dal dopoguerra a oggi, è decimata: dove vivevano in cento oggi vivono in dieci, come nelle Alpi di Nuto Revelli.
Andai a trovarla a Finale, tanti anni fa, per il funerale di suo figlio, era estate e l’afa stordiva. Le donne camminavano davanti e gli uomini dietro, si sa che i maschi hanno meno dimestichezza con la morte. Non c’erano ancora i navigatori e arrivai in ritardo, in quei posti è molto facile perdersi, le strade sono un reticolo che inganna, è un pezzo di pianura padana aperto, arioso, disseminato di paesi e cittadine, ma non ci sono città grandi a fare a punto di riferimento (anche questo, penso, ha contributo a limitare il numero delle vittime).

   Se sei un forestiero e l’aria non è limpida, e non vedi l’Appennino che segna il Sud e – più lontano – le Alpi che indicano il Nord, ti disorienti, non sai più dove stai andando. Forse da nessun’altra parte la Pianura Padana appare altrettanto vasta e composita, non si è lontani da Modena, da Bologna, da Mantova, da Ferrara, ma neppure si è vicini.

   Anche per questo ogni paese ha forte identità: non è periferia di niente e di nessuno. Uno di Finale Emilia è proprio di Finale Emilia, uno di Crevalcore proprio di Crevalcore.
Crevalcore è bellissima, è uno di quei posti italiani dei quali non si parla mai, una delle tante pietre preziose che ignoriamo di possedere. La struttura è del tredicesimo secolo, pianta quadrata, città fortificata.  Ci andai molto tempo fa per un dibattito, cose di comunisti emiliani, ex braccianti e operai che ora facevano il deputato o il sindaco e discutevano di piani regolatori ma anche del raccolto di fagiolini, facce comunque contadine con la cravatta allentata, seguì vino rosso con grassa cucina modenese perché Crevalcore è ancora in provincia di Bologna, l’ultimo lembo a nord-ovest, ma è a un passo da Modena, e dunque tigelle con lardo e aglio.
Non riesco a ritrovare, di quei posti, un solo ricordo che non sia amichevole, socievole, conviviale. Non è vero che è la natura contadina, ci sono anche contadini diffidenti e depressi. È piuttosto l’equilibrio fortunato, e raro, tra benessere individuale e vincoli sociali, sono paesi di volontari di ambulanza e di guidatori di fuoriserie, di bagordi in discoteca e di assistenza agli anziani.
La parola “lavoro”, da quelle parti, è diventata una specie di unità di misura generale: li avrete sentiti anche voi, gli anziani, dire ai microfoni dei tigì “mai visto un lavoro del genere”, il lavoro cattivo del terremoto. Come fosse animato da uno scientifico malanimo contro il luogo, ha colpito soprattutto i capannoni industriali, le chiese e i municipi.

   E quei portici, quei fantastici luoghi di mezzo tra aperto e chiuso, con le botteghe e i caffé, che sfregio vederli offesi, ingombri di macerie e sporchi di polvere. Sono stati colpiti, come in un bombardamento scellerato, tutti i luoghi dell’identità e della socialità. La fabbrica e la piazza, che nell’Emilia rossa sono quanto resta (molto) di un modello economico che ha prodotto meno danni che altrove. Vorticoso come in tutto il Nord, con qualche offesa all’ambiente come in tutto il Nord, con qualche malessere (le droghe, lo smarrimento, la noia) come in tutto il Nord, ma con una sua solidità, un suo equilibrio, una ripartizione intelligente tra industria e agricoltura, tra acciaio e campi.
A proposito, chissà se ha subito danni lo splendido museo Maserati che uno dei fratelli Panini ha eretto a Modena all’interno della sua azienda agricola. Lamiere lucenti in mezzo alle forme di parmigiano biologico (come quelle che la televisione mostra collassate, e sono un muro portante anche loro) e l’odore del letame che lega tutto, fa nascere tutto. I muggiti delle mucche, in mancanza di meglio, per simulare il rombo del motore.

    Per quanto il terremoto abbia fatto “un lavoro mai visto”, il lavoro di quei padani di buon umore (quelli di cattivo umore, si è poi visto, sono stati una novità perdente) rimetterà le cose a posto, prima o poi. Quando tutto sarà finito, i morti sepolti, i muri riparati, e i visitatori non saranno più di intralcio ai soccorsi, andate a Crevalcore, e ditemi se non è bella. (Michele Serra)

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