Geograficamente

conservazioni e trasformazioni virtuose del territorio

PIANO CITTA’ nel decreto sviluppo emanato dal Governo: l’OPPORTUNITÀ DI INIZIARE UNA RIQUALIFICAZIONE URBANA dei nostri centri, paesi e città ora abbandonati all’anarchia urbana di questi decenni – Perché non pensare a UN PIANO URBANISTICO FATTO A MISURA DEI BAMBINI?

1 commento

BERLINO, CITTA’ A MISURA DI BAMBINO – Oggi a Berlino c’è l’equo canone, e affittare una casa di 50 metri quadri in un quartiere residenziale può costare intorno ai 250 euro al mese. Non c’è da stupirsi se le famiglie non hanno paura di mettere al mondo dei figli. (testo e immagine dal sito http://WWW.STYLE.IT/, di Sara Ficocelli) – BERLINO è stata anche definita L’UNICA GRANDE CAPITALE EUROPEA A MISURA DI BAMBINO. Ci sono PARCHI GIOCHI in gran parte delle piazze della città, ma anche TANTISSIMO VERDE. OGNI QUARTIERE HA ALMENO UNO O DUE GRANDI PARCHI, il più grande e bello è il TIERGARTEN in pieno centro. (…) Una delle ultime mode berlinesi inoltre sono CAFFÈ, BAR E RISTORANTI PER BAMBINI, attrezzati con GIOCHI, TRAMPOLINI, LABIRINTI (da http://www.marcopolo.tv/ )

   All’interno del Decreto Sviluppo pubblicato nella Gazzetta ufficiale del 26 giugno 2012 c’è un provvedimento denominato “PIANO CITTÀ”, che punta a realizzare interventi di riqualificazione di aree urbane degradate, attraverso quello che viene chiamato il “contratto di valorizzazione urbana”. Pochissime le risorse finanziarie messe a disposizione: 224 milioni di euro, e poi mutui agevolati agli enti locali per 2 miliardi di euro fatti con anticipazioni della Cassa Depositi e Prestiti (che peraltro derivano da tagli di interventi di edilizia già programmati).

   Un’inezia. Su progetti perlopiù che si concentreranno su grandi città, proposti un po’ a caso, specialmente per la riqualificazione di quartieri e centri storici. Pertanto pochi soldi, su obiettivi frammentati, senza un obiettivo progettuale chiaro. MA L’IDEA DEL PIANO CITTA’ E’ LO STESSO BUONA, INTERESSANTE.

   I tanti tentativi di questi ultimi anni, sempre “volontari”, di privati (associazioni o singoli cittadini) o di amministrazioni comunali, di rendere più vivibili le città (orti urbani, pedibus, piste ciclabili… per cercare di appropriarsi un po’ del territorio urbano troppo cementificato, o ridare un’autonomia alla mobilità alternativa all’auto, partendo spesso dai bambini, i più colpiti dal predominio del traffico cittadino, non avendo loro neanche la possibilità di esercitare la memoria storica di un’altra epoca diversa dal monopolio automobilistico…), ebbene ogni tentativo di rendere più accettabili le città, è stato ampiamente azzerato dall’ulteriore progressivo degrado dei centri storici (negozi chiusi dappertutto, piccole attività artigianali non più competitive…), e così dal non riuscire a fermare l’inarrestabile svuotamento, la difficoltà di far vivere le città nella loro quotidianità: se non con episodi di “notti bianche” d’estate, mercatini natalizi invernali, e altre cose simili, alcune forse necessarie e piacevoli altre meno…

   La periferia diffusa (tipica di molte aree geografiche italiane, sia al nord che al centro, forse un po’ meno al sud…) fa poi “il resto”, in senso negativo: qui, nella periferia diffusa, neanche ci si pone il problema della “città”, che essa (città), non esiste proprio: solo case sparse, quasi sempre lungo le strade, in comuni insignificanti, grigi dentro e fuori…

CHE FARE? – Di fronte alle carenze strutturali e allo stato di abbandono delle nostre città (mentre altri luoghi urbani d’Europa stanno trasformandosi, diventano sempre più belli e accoglienti…), non possiamo liquidare negativamente questo seppur piccolo provvedimento governativo di riqualificazione urbana (che il decreto sviluppo ha chiamato PIANO CITTA’).

   Non è un problema il fatto che il motivo della sua emanazione sia solo quello del rilancio dell’edilizia: anche in passato questo è avvenuto e a volte (poche volte a dire il vero) ha avuto effetti a cascata assai positivi. Pensiamo in particolare al “Piano Casa INA” dell’immediato secondo dopoguerra che ha creato innumerevoli quartieri popolari (appunto chiamati “quartieri Ina” dal nome dell’Istituto titolare delle costruzioni) con residenze, abitazioni (condomini), ancora oggi di pregio e vivibilissime (appunto in quel caso il motivo prevalente dell’intervento non era di riqualificazione urbana e residenziale e neppure di “dar casa” a chi non ce l’aveva: il ministro che lo attuò, Amintore Fanfani, era ministro del lavoro, e lo scopo prioritario, unico, era quello di dar lavoro a manovali, muratori, far ripartire l’edilizia, l’economia….).

SAN CARLO, frazione di SANT’AGOSTINO (FERRARA) – «IL PAESE CHE VORREI», questo il tema, prima del terremoto, dettato dalle maestre (a SAN CARLO, 15 chilometri da FERRARA, paese che il TERREMOTO ha invaso di fango fuoriuscito dal sottosuolo, ndr). I sogni dei piccoli sono ancora appesi ai muri (della scuola elementare da demolire). «Io vorrei un parco acquatico, una farfalla grandissima, una torre altissima, Natale ogni giorno con tanta neve intorno», ha scritto Sara. «Io metterei – scrive Marco – una piscina, una sala giochi carina, tante giostre divertenti e il mare con i salvagenti». Andrea, per fare bello San Carlo, propone una pista da go-kart. Federico chiede «un pulmino per venire a scuola», Diana vorrebbe «vedere le montagne, sono alte e portano aria fresca a pulita». Beatrice invece non propone nulla. San Carlo le piace così com’è. «Il paese che vorrei – scrive – è quello in cui vivo. Con la mia famiglia, miei amici, e tutte le persone che mi vogliono bene». (Jenner Meletti, da “la Repubblica” del 20/6/2012)(immagine ripresa dal sito http://www.laperfettaletizia.com/)

   Pertanto questo “Piano Città” ora promulgato dall’attuale governo, piano che è del tutto irrilevante nei finanziamenti (224 milioni di euro e 2 miliardi di prestiti…) potrebbe però diventare il volano perché “i privati” ci credano a iniziare a investire in un’edilizia virtuosa, nella riqualificazione delle città. E’ da capire se c’è la volontà generale di rilanciare le città, anche nelle loro economia, commerciale, artigianale, turistica, di vita vissuta dei cittadini: solo così (se c’è “economia”) i privati potranno decidere che l’investimento “vale” (e così finalmente tirar fuori dai forzieri delle banche le enormi masse di denaro ora congelate in attesa di capire cosa sta accadendo, cosa conviene).

   In una recente ricerca dell’Ance (l’associazione dei costruttori) e di Legambiente, è stato rilevato che  il valore degli investimenti nelle costruzioni nel 2011 è stato di 213 miliardi di euro, e che di questi 133 miliardi sono stati destinati a investimenti di riqualificazione del patrimonio esistente; cioè il 63% dell’intero valore del mercato: una quota maggioritaria degli investimenti edilizi oramai (finalmente) si indirizza sulla riqualificazione, sul restauro, le ristrutturazioni. Questo dovrà coinvolgere tutti i centri urbani in degrado, e per il privato che investe si dovrà pensare di trovare motivi di “ritorno economico”.

   Ma allora, se il Piano Città vuole essere un volano per la riqualificazione urbanistica di tutti i centri, una ripresa di vita in loro di economia, commercio, scambi culturali… ebbene forse questo Piano è del tutto mancante di un obiettivo su cui puntare: si basa solo sull’investire appunto in strutture pubbliche (piazze, palazzi…) finanziandole senza coerenza alcuna su un chiaro obiettivo da raggiungere.

   Qualcuno ha chiesto che tutti i pur ridotti soldi siano destinati alla ripresa urbana delle città del terremoto dell’Emilia e dell’Abruzzo. Richiesta inoppugnabile, anche se riteniamo che altri fondi di solidarietà nazionale debbano su quei contesti di emergenza sociale essere messi in campo.

   Ci piacerebbe per questo pensare che un PIANO CITTA’ possa individuare un obiettivo di “NUOVA QUALITÀ DELLA VITA” dei centri urbani, legato anche a una ripresa economica oltre al momento dell’intervento edilizio diretto iniziale. Città che ritornino a produrre, a vivere, a dare servizi. Città come luoghi in cui si sta bene, si “ricerca la felicità” (ora perduta?). ECCO PERCHÉ CITTÀ “A MISURA DI BAMBINI”, come avviene in molti centri e capitali europee (su tutte sembra prevalere Berlino), potrebbero essere l’idea di riqualificazione urbanistica che fa tornare a (ri)vivere i centri storici, ma anche le periferie diffuse di case lungo le strade rappresentate da anonimi comuni medio-piccoli. UN’IDEA DI BASE, LA CITTÀ “A MISURA DI BAMBINO” darebbe veramente senso a un PIANO CITTA’; lo spiegherebbe meglio, e tutti (amministratori, popolazione, associazioni, realtà economiche…), avrebbero qualcosa di chiaro su cui partire concretamente. (sm)

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Campana e nascondino nel cortile di casa: giocare ora è un diritto

DA MILANO PARTE LA “LIBERAZIONE DEI CORTILI”: I CONDOMINI TORNANO AI BAMBINI

dal sito http://www.blitzquotidiano.it/ del 2/7/2012

MILANO – La sfida è partita da Milano: restituire i cortili ai bambini, lasciare che lo spazio comune del condominio torni a essere terreno di gioco per i più piccoli. C’è voluta un’ordinanza apposita del Comune per far sì che i bambini potessero passare dal chiuso delle loro stanze, dai giochi solitari davanti a un pc o una tv, allo spazio aperto per eccellenza.

   Che sia in cemento o addirittura di prato verde, il cortile è stato per decenni terra dei bambini di città.   Milano prova a tornare alle origini, togliendo dal regolamento della polizia urbana la possibilità di vietare il gioco in cortile. Ruba bandiera, nascondino, campana, un due tre stella, torneranno ad animare quello spazio e pazienza se qualche urlo arriverà fin dentro i salotti dei condomini.

   A Milano hanno lasciato solo qualche paletto: ogni condominio può decidere autonomamente se adottare orari di riposo in cui è garantito il silenzio o se vietare il più temuto e dannoso dei giochi. Il calcio. (…)

   A Torino la “liberazione dei cortili” è avvenuta già nel 2006, anche se lì il Comune ha stabilito alcune regole per tutti: niente gioco tra le 14 e le 16 e dalle 22 alle 8. La stessa “liberazione” potrebbe arrivare anche a Bari, che solo due anni fa aveva vietato il gioco “ai maggiori di 6 anni” in alcuni piazze del centro; e a Palermo. A Roma fu Walter Veltroni a pensare di metter mano al regolamento ma poi la cosa naufragò.  Eliminato, in compenso, il divieto del gioco in strada. Per il resto è meglio attenersi alle regole: il disturbo del riposo delle persone rimane vietato dall’articolo 659 del codice penale con multe per i genitori fino a 40 euro.

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PIANO-CITTÀ DA DUE MILIARDI

dal sito LETTERA 42 (http://www.lettera43.it/ ) del 25/6/2012

   Due miliardi di euro e 100 mila nuovi posti di lavoro. A tanto ammonta il «piano città» del governo nell’ambito dei progetti urbanistici previsti dal decreto Sviluppo. L’obiettivo è quello di ripartire dai capoluoghi, con nuovi quartieri e infrastrutture, per rilanciare l’economia e l’occupazione del Paese. Si parte dai lavori per mettere a nuovo centri storici abbandonati e aree industriali dismesse, per poi costruire parcheggi e ridare vita a vecchi ospedali.
RILANCIARE L’EDILIZIA. Inoltre il governo vuole rilanciare in fretta l’edilizia, uno dei settori che sta soffrendo di più la crisi. Il decreto Sviluppo, in Gazzetta Ufficiale il 25 giugno, mette a disposizione del «piano città» due miliardi di euro.

   «Non sfiliamo niente dalle tasche dei cittadini», ha assicurato il viceministro delle Infrastrutture e Trasporti, Mario Ciaccia. «Semmai ci rimettiamo dentro qualcosa. A regime l’operazione può creare 100 mila nuovi posti di lavoro». La parte più corposa dei finanziamenti statali arriva dalla Cassa depositi e prestiti (un miliardo e 600 milioni) mentre dal ministero delle Infrastrutture sono previsti 224 milioni.
NUOVI ALLOGGI, PARGHEGGI E SCUOLE. Tra le misure principali ci sono, per esempio, un mega-parcheggio e una piazza-giardino a Firenze per far decollare il Teatro del Maggio. A Bologna il progetto riguarda la riqualificazione del degradato Mercato Navile, attraverso la costruzione di 300 alloggi sociali, una scuola e un centro culturale di quartiere.
RIQUALIFICAZIONE DELLE STRADE. A Bari si punta invece a una riqualificazione paesaggistica e ambientale, valorizzando il mare con un interventi nel quartiere San Girolamo-Fesca come ristorazione, un bacino nautico, un acquario e un Urban center per attività socio-culturali.
Co-finanziamenti per 55 milioni sono previsti a Napoli su tre aree della zona orientale: porto, Centro direzionale e Vigliena.    Si va dalla riqualificazione delle strade all’abbattimento di barriere architettoniche fino a una nuova stazione della metropolitana.
TRASPORTI. A Roma si vuole valorizzare Pietralata con 33 milioni per nuove infrastrutture, alloggi, parcheggi, scuole e uffici pubblici. Infine a Genova l’obiettivo è di investire sui trasporti (metropolitana, una nuova tramvia, banchine) per alleggerire la pressione del traffico.

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INU SU PIANO CITTA’: POCHI INTERVENTI SENZA REGIA

- L’Istituto Nazionale di Urbanistica elenca pregi e difetti del Piano Città -

dal sito http://www.casaeclima.com/ del 2/7/2012

   Inserito all’interno del Decreto Sviluppo, pubblicato sul supplemento ordinario n. 129 della Gazzetta ufficiale n. 147 di martedì 26 giugno 2012 (leggi qui), il piano città punta a realizzare interventi di riqualificazione di aree urbane degradate attraverso il “contratto di valorizzazione urbana”. Secondo quanto riportato in Gazzetta, per l’attuazione degli interventi verrà istituito, a decorrere dall’esercizio finanziario 2012 e fino al 31 dicembre 2017, un “Fondo per l’attuazione del Piano nazionale per le città” da 224 milioni di euro.
Ad analizzare il provvedimento ci ha pensato l’Istituto Nazionale di Urbanistica (INU) che ha ravvisato sia aspetti positivi che negativi.
LUCI E… Secondo l’Istituto, nel piano città è da considerarsi come aspetto positivo anzitutto il fatto che il governo abbia colto l’opportunità di utilizzare le Città come laboratori economici e sociali per innescare alcune azioni condivise e visibili per la crescita, e abbia resistito alla tentazione di considerarle esclusivamente centri di spesa pubblica da controllare e ridurre. L’auspicio è che si tratti di un primo passo, certo non sufficiente, verso il ritorno alle politiche urbane nazionali, dopo un decennio in cui queste sono scomparse dall’ “agenda” dello Stato.

   L’Inu considera inoltre positivo che vengano in parte ripresi ed in parte introdotti per essere sperimentati, nuovi strumenti e nuove procedure (senza offrire il “tradizionale” ricorso a deroghe, varianti automatiche, o altro di simile, cui si è assistito dalla fine degli anni 90) quali, ad esempio, la Cabina di regia ed il Contratto di valorizzazione urbana. Importante poi che ritorni un’azione che può promuovere e stimolare la progettualità competitiva delle Città e la valutazione comparativa di tali progettualità.
…OMBRE. Desta invece la perplessità dell’Inu la modesta entità delle risorse economiche effettivamente messe a disposizione (224 milioni spalmati su 6 anni), pur dovendosi considerare il realistico effetto volano (oltre a quello ottimisticamente sperato dal DL) nei confronti dell’investimento e delle risorse private che dovrebbero dilatare non poco l’entità economica complessiva.

   Non sembra poi abbastanza verosimile considerare come “Piano nazionale per le Città”, un insieme di interventi che appare più una miscellanea di oggetti che possono fruire di (pochi) finanziamenti pubblici, che un pacchetto integrato di azioni efficaci per la riqualificazione urbana, il miglioramento infrastrutturale, l’efficientamento energetico, la realizzazione di scuole o parcheggi, il social housing,… (sono gli obbiettivi e campi di intervento dell’art 12 del DL 83).

   E’ da rilevare inoltre uno sguardo troppo limitato al breve periodo e condizionato dall’urgenza, cantierabilità e spendibilità degli interventi più che dallo spessore e valore dei progetti e la scelta del provvedimento di mettere in piedi il collegamento operativo diretto tra governo e città: potrebbe costituire un elemento di sottovalutazione il mancato coinvolgimento delle Regioni su una materia come quella della riqualificazione urbana.

   In ultimo, ma non certo per ultimo, l’Inu si sarebbe aspettato (almeno nella Relazione al DL 83) un cenno di consapevolezza di questo Governo (di cui vanno certamente apprezzati l’impegno nei confronti del Paese, la competenza, la credibilità) sulla opportunità, necessità ed urgenza di offrire al Paese, con il Parlamento, un “telaio” di principi, obbiettivi e regole fondamentali per la pianificazione ed il governo del territorio (che attende la indispensabile legge nazionale dal 2001, per non dire dalla nascita della Repubblica, e cioè dalla modifica del Titolo V della Costituzione); un telaio cui si potrebbero meglio riferire, se esistesse, anche provvedimenti come quelli dello stesso DL 83.

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COSÌ I BAMBINI DEL TERREMOTO DISEGNAVANO LA CITTÀ PERFETTA

di JENNER MELETTI, da “la Repubblica” del 20/6/2012

SANT’ AGOSTINO (Ferrara) – C’ è un caldo che spacca, dentro le tende arriva a 50 gradi. C’è la paura delle scosse che non finiscono mai. La più pesante è arrivata proprio a mezzanotte, in un’ora vigliacca, perché è in quel momento che decidi se dormire in casa o in macchina e la botta del 3,2 ti toglie ogni coraggio. Ma oggi, a San Carlo- il paese inghiottito dal fango arrivato dal sottosuolo – si piange per una scuola, l’elementare “padre Accorsi”.

   Ci sono stati tutti, in questo edificio rosso costruito nel 1935 e ricostruito nel 1949, dopo i bombardamenti della guerra. In piazza,a guardare i soldati del Genio Ferrovieri di Bologna incaricati di togliere libri e banchi e zaini e gli attrezzi della palestra ci sono i nonni, i loro figli e i nipoti, che chiedono spaventati: «Ma davvero la mia scuola la buttano giù?». Due giorni ancora, il tempo del «recupero oggetti validi», poi le ruspe abbatteranno tutto.

   È passato un mese, dal terremoto, e il “funerale” della scuola elementare racconta il dolore di un terremoto che ha distrutto le vite di donne e uomini e poi si è accanito contro i sopravvissuti. La scuola, in un paese, è la casa di tutti.

   «Io mi sto uccidendo», dice Roberto Lodi, il vicesindaco di Sant’ Agostino che abita qui a San Carlo. «Sto coordinando i lavori per svuotare la scuola e mi sento morire dentro. La chiesa dove mi sono sposato non c’è più, adesso tiriamo giù anche la scuola che è stata anche mia. Riusciremo a tornare nelle nostre case, ma nulla sarà più come prima».I bambini delle terza e quarta elementare stanno in piazza, appoggiati alle biciclette.

   «Ha visto le classi? Ci sono i nostri disegni». Entri nel corridoio e capisci perché l’edificio sarà abbattuto. «Il muro portante è spaccato – spiega il vigile del fuoco Gianluca Musitelli, arrivato da Venezia – e sotto il corridoio c’è il vuoto. Le fondamenta sono state rotte dal fango uscito dalla terra».

   Sembrano commossi, i soldati del Genio. Raccolgono pennarelli e quaderni dai piccoli banchi, staccano disegni dai muri. Forse ricordano i loro banchi di scuola. Solo i banchi nuovi saranno messi nella nuova scuola, prefabbricata e antisismica, che sorgerà proprio qui e sarà pronta a settembre. «Ma ha visto i nostri disegni?».

   Li hanno preparati negli ultimi mesi di scuola, quelli di terza e quarta elementare, quando San Carlo era un paese normale. «Il paese che vorrei», questo il tema dettato dalle maestre. I sogni dei piccoli sono ancora appesi ai muri. «Io vorrei un parco acquatico, una farfalla grandissima, una torre altissima, Natale ogni giorno con tanta neve intorno», ha scritto Sara. «Io metterei – scrive Marco – una piscina, una sala giochi carina, tante giostre divertenti e il mare con i salvagenti». Andrea, per fare bello San Carlo, propone una pista da go-kart. Federico chiede «un pulmino per venire a scuola», Diana vorrebbe «vedere le montagne, sono alte e portano aria fresca a pulita». Beatrice invece non propone nulla. San Carlo le piace così com’ è. «Il paese che vorrei – scrive – è quello in cui vivo. Con la mia famiglia, miei amici, e tutte le persone che mi vogliono bene».

   Quasi un sogno, oggi, portato via come gli altri dai camion Astra Smh del Genio. Le strade che vanno verso Finale sono pieni di cartelli. «Vai piano, siamo già abbastanza scossi». Alla trattoria Canaletto, sulla provinciale, pavimento e tavoli si mettono a vibrare e l’oste subito rassicura. «È un camion, è solo un camion». «Ecco perché abbiamo messo i cartelli. Ogni scossa è un colpo al cuore».

   A Buonacompra il campanile non c’ è più. È stato “smontato”, pietra dopo pietra e i rottami ora sono in un cumulo accanto a quello della chiesa. Ma dieci famiglie che abitavano sotto il campanile possono tornare nelle loro case. Trentotto gradi, ieri nella bassa. «Io ho paura – dice Marco Cestari, responsabile della Protezione civile di Finale Emilia – che i bambini e i vecchi cadano a terra, collassati».

   Il montaggio dei condizionatori procede lentamente, perché- racconta un tecnico che sta collegando fili e tubi – le macchine sono quelle già usate all’Aquila e il 30% non sono funzionanti. «Un mese dopo – dice il sindaco Fernando Ferioli- siamo ancora in piena emergenza. Il polo industriale delle ceramiche è fermo all’80%. Il terremoto ha sollevato e spostato i forni di cottura, macchine delicatissime che non possono muoversi di un millimetro. Se non arriva la defiscalizzazione, qui non ci sarà nessuna rinascita».

   Tensione nelle cinque tendopoli, con duemila ospiti. «Non puoi stare un mese in tende da otto posti, senza privacy. Ci sono state liti fra gruppi di stranieri, marocchini e ghanesi. La cosa più importante, per eliminare le tensioni, è far riprendere il lavoro. Fra industria e commercio ho già 4.000 cassintegrati».

   La voglia di ripartire c’è, ma spesso resta un desiderio. «Il negoziante che vuole riaprire si compra il container o la casetta di legno con soldi suoi e deve pagare mille euro per l’allacciamento alla luce e all’acqua. Io come sindaco non ho poteri veri. Se ordino lavori di consolidamento in un edificio pericolante e il proprietario mi dice che non ha soldi, che posso fare? C’è una torretta piena di crepe che impedisce l’accesso ad altre case. Se ordino l’abbattimento e il proprietario si oppone, vado ad avviare una lite giudiziaria che durerà anni? Chiediamo la defiscalizzazione perché gli imprenditori possano investire qui i soldi delle tasse. La prima rata Imu è sospesa, la seconda, a settembre, no. Come posso chiedere soldi ai cittadini che non hanno case, nemmeno una delle dieci chiese della città, neanche un ospedale? Come Comune continuo a distribuire almeno 5.000 pasti al giorno nelle tendopoli e non so ancora come faremo a pagare. Fra un mese avrò finito anche i soldi degli stipendi ai dipendenti comunali, che qui lavorano giorno e notte».

   Nella piazza di San Carlo arrivano altri bambini e altri anziani. Ricordano la bidella Rosina Bordasi: «Si alzava alle cinque per mettere il carbone nella caldaia e con un’ampollina metteva l’inchiostro nei calamai». Suo figlio Giorgio è ancora bidello della scuola. Gli chiedi come vive un giorno come questo. Si mette a piangere. – JENNER MELETTI, SANT’ AGOSTINO (Ferrara)

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LETTERA APERTA AL MINISTRO PASSERA. “PIANO CITTÀ”, ADELANTE, CON JUICIO!

di LUCA MOLINARI, dal sito IL POST http://www.ilpost.it/ del 27/6/2012

Caro Ministro Passera,

   ho avuto modo di seguire in questi giorni su alcuni quotidiani la notizia riguardante la firma del presidente Napolitano per il Decreto-Sviluppo intitolato “Piano città”, e, partendo da queste notizie, ho sentito l’urgenza di scriverLe questa breve lettera.

   Come è spesso capitato nel nostro Paese, e in molti altri Paesi Occidentali, quando ci si confronta con una crisi drammatica e diffusa, si fa ricorso al mondo delle costruzioni per riattivare economie, occupazione, investimenti necessari a fare ripartire la macchina ingolfata dello Stato.

   Si tratta di una dinamica elementare, che ha sempre portato risultati importanti per il Paese che ha avuto il coraggio di adottarla, ma che credo valga la pena di guardare con cautela.

   Sulle stesse pagine dei giornali si riportano i primi, necessari elenchi delle città medio-grandi e dei loro progetti esistenti già sulla carta che potrebbero trarne giovamento. E da questo elenco sembra si dovrà partire subito.

   L’imperativo alla base di questa azione è, infatti, il tempo.

   Fare in fretta per avviare entro l’autunno molti di quei cantieri rimasti insabbiati nelle pastoie burocratiche di un sistema amministrativo che troppo spesso ha frustrato gli investimenti pubblici e privati, oltre che la voglia di trasformazione espressa dalle diverse comunità locali, facendo perdere, spesso, grandi occasioni e fondi che si erano già resi disponibili.

   Ma, anche, fare in fretta per cercare di muovere rapidamente le risorse, per non sprecarle inutilmente, e attivare occupazione e lavoro per tante imprese italiane che hanno bisogno di ossigeno e di occasioni concrete per riprendere a operare.

   Combattere il tempo che manca, in questa fase drammatica per il nostro Paese, è anche occasione per dare buoni esempi, per segnare il passo su di una possibile ripresa, e per cercare di allontanare i troppi avvoltoi della politica amica-nemica che non chiedono altro che argomenti per far desiderare il crollo di un progetto “alternativo” prima che prenda seriamente piede nel nostro Paese.

   Ma la preoccupazione che sta dietro questa mia lettera è proprio legata a questo fattore. Perché la fretta, l’assenza di tempo hanno dato vita nel nostro Paese a opere incompiute o mal realizzate di cui non riusciamo più a liberarci, come è stato per i troppi “monumenti mancati” realizzati per i Mondiali di calcio o per la desolante periferia di palazzine su palafitte costruire “temporaneamente” per gli sfollati del terremoto Aquilano.

   Le cronache giornalistiche parlano di una “Cabina di regia” composta dal Ministero dello Sviluppo, Infrastrutture, Economia, Beni Culturali, Regioni, Anci, Demanio e Cassa Depositi e Prestiti, ma mi domando se questo importante gruppo di esperti sarà coinvolto solo per valutare la necessaria regolarità procedurale e coerenza delle richieste, oppure se da questo gruppo ci si potrà aspettare, invece, una sorta d’indirizzo più ambizioso che individui e dichiari con chiarezza le strategie generali e gli obiettivi che questi progetti dovrebbero seguire.

   Mi chiedo se i temi della qualità progettuale diffusa e della condivisione sociale partecipata e trasparente siano elementi a cui questa commissione guarderà.

   E se così fosse, perché non sono stati chiamati in questo gruppo di lavoro i rappresentanti degli ordini professionali coinvolti in questo processo come gli architetti, i paesaggisti e gli ingegneri?

   La mia domanda è se, dopo questa prima, urgentissima fase che partirà dai progetti già sul campo e dalle necessità espresse in maniera frammentaria e localistica dalle diverse amministrazioni, ci si potrà aspettare la produzione di una strategia unitaria e consapevole per il nostro Paese.

   Che cosa considerate primario e urgente perché stia al centro del nuovo “Piano Città”? La riforma delle residenze sociali? Quella delle strutture scolastiche? Una diversa visione infrastrutturale che rifletta sull’impatto delle smart city nei prossimi anni e che riduca il traffico su gomma? La rottamazione del patrimonio edilizio degradato? Una visione diversa per i nostri centri storici che non siano una semplice cartolina per turisti? Una politica energetica e sostenibile diffusa e unitaria lungo tutto il Paese? Una crescita senza consumo di nuovo territorio? Un’azione decisa per una diffusa politica paesaggistica? Forme di defiscalizzazione per gli interventi virtuosi e pilota che sappiano integrare progetto, arti e scienze tra di loro?

Quali visioni di Paese e di qualità progettuale diffusa vuole consegnare il “Piano città” ai governi futuri imponendogli una strategia da continuare e rafforzare?

   La delicatezza del momento non è unicamente economica, e Le assicuro che non ne sto in alcun modo sottovalutando la gravità, ma è anche simbolica e culturale. Dopo decenni passati a cementificare senza criterio e consapevolezza una parte importante del nostro paesaggio, crede che la giusta strada sia ancora quella di avviare grandi opere pubbliche seguendo strategie invecchiate e superate dal tempo in cui stiamo entrando?

   Non crede che le scelte fatte nei prossime anni saranno decisive, non solo per risolvere la crisi attuale, ma, soprattutto, per dare una prospettiva differente al nostro Paese?

   La mia non è una sollecitazione all’immobilismo, quanto, piuttosto a fare bene e diversamente rispetto agli anni passati. Non possiamo più permetterci la leggerezza incosciente di chi, per decenni, ha sperperato risorse e luoghi, perché ogni manufatto o scelta che verrà fatta oggi segnerà pesantemente l’identità dei luoghi che i nostri figli abiteranno.

   Da anni penso che il nostro ritardo strutturale, oggi, rappresenti una straordinaria occasione di trasformare l’Italia in un inedito laboratorio sperimentale e progettuale in cui dare forma e sostanza a un Paese simbolo per il Mediterraneo e per l’Europa, e sarebbe un vero peccato vedere ripetere gli errori di sempre, e lo sfregio di nuove risorse e territorio proprio da un governo che della consapevolezza disciplinare e dell’intelligenza del fare sta facendo un importante cavallo da battaglia.

   Adelante, con juicio, mi verrebbe da sperare, consapevoli che ogni scelta per le nostre città e i nostri territori è, oggi, ancora più delicata e fragile di quanto non sia mai stata prima.

La ringrazio per l’attenzione e La saluto cordialmente. Luca Molinari

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PIANO CITTÀ, CORSIA PREFERENZIALE PER I PROGETTI URBANI GIÀ AVVIATI

di Luisa Grion, da “la Repubblica” del 26/6/2012

   Gara semplificata e partenza anticipata: il governo spinge sul Piano città e – in attesa del decreto che definirà i criteri di lavoro della Cabina di regia, «cuore» dell’intera operazione emergono i primi dettagli sui tempi e modi da seguire.

   In genere la procedura prevista in questi casi, è lenta: prima che il cantiere di una riqualificazione urbana finanziata con bando dal ministero delle Infrastrutture possa partire ci vogliono due- tre anni. Troppi per un Paese in crisi: il ministero sta quindi pensando di adottare, per il Piano città, una procedura semplificata. L’idea che sta prendendo piede è quella di dare la precedenza a progetti urbani già avviati che ora, grazie all’aiuto dei fondi statali (2 miliardi di euro) possano avere nuovo impulso, o a piani cittadini che si integrino a progetti già in corso sull’housing sociale o sull’edilizia scolastica.

   I tempi sono stretti: affinché gli effetti dell’intera operazione possano vedersi già in autunno (obiettivo fissato dal ministro Passera dal viceministro Ciaccia) il decreto che definisce i criteri grazie ai quali la Cabina di regia avvierà la «gara» e deciderà quali progetti ammettere al co-finanziamento statale dovrà essere varato entro i primi di luglio.

   La Cabina (che oltre ai quattro ministeri coinvolti comprende rappresentanti delle Regioni, del Demanio, l’Anci e la Cassa Depositi e Prestiti) in realtà già sta individuando le basi sulle quali avviare la selezione: la priorità dovrebbe essere accordata a progetti velocemente cantierabili (obiettivo dell’intera operazione è creare 100 mila posti di lavoro entro i prossimi due- tre anni), sui quali sia facile far convergere altri fondi pubblici e privati e che rispondano ad emergenze di disagio abitativo o di trasporto urbano. Le domande di accesso al cofinanziamento cominciano a fioccare: diverse città hanno già inviato alle Infrastrutture i loro progetti. E non si tratta solo di grandi centri: nella partita vogliono starci anche città più piccole.

   Se Roma, Bologna, Firenze o Napoli puntano alla riqualificazione di interi quartieri, c’è anche chi – come Pavia – chiede al governo 5 milioni di euro per restaurare il monastero di Santa Clara, ex caserma Calchi, e trasformarlo in una biblioteca multimediale. Ascoli Piceno ne chiede 30 per bonificare l’aera industriale dismessa dell’ex Sgl Carbon. Il progetto presentato prevede la creazione di un polo scientifico-tecnologico completamente ecosostenibile.

   Perugia punta ad un co-finanziamento di 20 milioni per risistemare l’area del Mercato coperto, dell’ex policlinico di Monteluce e per intervenire su Fontivegge, zona confinante con la stazione e soggetta al degrado.

   A Pesaro servono poco meno di 18 milioni per dare nuova vita all’ex ospedale psichiatrico di San Benedetto, risistemando il parco pubblico e inserendovi servizi sociali: dalla biblioteca ai parcheggi interrati. Siracusa userebbe i 9 milioni cui punta per co-finanziare la riqualificazione l’ex cintura ferroviaria e risistemare il lungomare. Verona ne vuole 40 per recuperare la zona nord-ovest: dall’Arsenale, a Borgo Nuovo, alla Corte Rurale.

   Pescara chiede poco meno di 8 milioni per costituire alloggi sociali e servizi per l’infanzia da mettere a disposizione delle giovani coppie che vivono e lavorano in città.

   Tante piccole e medie opere da contrapporre all’idea che lo sviluppo possa arrivare solo dalle grandi opere infrastutturali: servizi di cui il Paese ha bisogno, ma che richiedono tempi e sforzi economici ben maggiori ai 2 miliardi che il governo oggi può offrire. Un recente studio del Censis su «trasformazione urbana e sviluppo sostenibile» era stato chiaro: «Pur ricche di qualità in gran parte ereditate dal passato, le città italiane non sembrano riuscire a garantire alla maggioranza dei loro utenti standard adeguati in termini di abitabilità, qualità dei servizi urbani e spazi dell’abitare: è necessaria una inversione di rotta». – LUISA GRION

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IL DECRETO SVILUPPO IN GAZZETTA UFFICIALE. E’ IN VIGORE

dal sito http://www.casaeclima.com/ del 27/6/2012

- Detrazioni con aliquota al 50% per ristrutturazioni ed efficienza energetica fino al 30 giugno 2013. Sospensione Sistri e fondo unico per la crescita -

   Project bond per le infrastrutture, novità sulle detrazioni fiscali del 36% e 55%, nuovi strumenti di debito per le Pmi, sospensione del Sistri. Queste sono solo alcune delle misure urgenti per il rilancio dell’economia contenute nel decreto legge per la crescita (decreto sviluppo) pubblicato sul supplemento ordinario n. 129 della Gazzetta ufficiale n. 147 di martedì 26 giugno 2012.

   Già approvato dal Consiglio dei Ministri del 15 giugno scorso, il decreto sarà trasmesso alle Camere per essere convertito in legge entro il 25 agosto 2012.

   Di seguito riportiamo le principali novità.

DETRAZIONE UNICA PER RISTRUTTURAZIONI E RIQUALIFICAZIONE ENERGETICA. Fino al 30 giugno 2013, la detrazione Irpef sulle ristrutturazioni edilizie sale dal 36 al 50%, mentre il tetto massimo di spesa agevolabile passa da 48mila a 96mila euro.

Prorogata fino al 30 giugno 2013 la detrazione fiscale del 55% sulle riqualificazioni energetiche degli edifici, ma l’aliquota scende dal 55 al 50% per le spese sostenute dal 1° gennaio 2013 a 30 giugno 2013.

INFRASTRUTTURE. In materia di infrastrutture, viene riconosciuto ai project bond lo stesso trattamento fiscale agevolato riconosciuto ai titoli di Stato (ritenuta al 12,5 per cento), al fine di incentivarne la sottoscrizione. Viene inoltre modificata la Legge di Stabilità 2012 in particolare sulla defiscalizzazione del finanziamento alle infrastrutture.

Il trattamento fiscale degli interessi pagati dal concessionario sui project bond è ricondotto a quello degli interessi pagati sui finanziamenti bancari. Inoltre, le operazioni relative alle obbligazioni si assoggettano alle imposte di registro ipotecaria e catastale in misura fissa; viene anche chiarito che l’emissione di obbligazioni di progetto può essere diretta anche a consentire operazioni di rifinanziamento di precedenti debiti prima della relativa scadenza.

I Comuni, per la realizzazione di opere infrastrutturali, potranno utilizzare i crediti d’imposta sui dividendi delle società che gestiscono servizi pubblici locali, senza la limitazione annualmente fissata in circa 500 mila euro.

AFFIDAMENTO A TERZI NELLE CONCESSIONI. Sale dal 50 al 60% la quota minima di lavori che i concessionari devono affidare a terzi.

GARE DI PROGETTAZIONE. Con l’abrogazione definitiva delle tariffe professionali (Decreto liberalizzazioni), le stazioni appaltanti sono rimaste prive di un riferimento per determinare gli importi da porre a base delle gare per l’affidamento dei servizi di architettura e ingegneria. La soluzione al problema contenuta nel decreto sviluppo prevede il ritorno temporaneo alle tariffe minime per il calcolo dei corrispettivi per le attività di progettazione oggetto di gara, fino all’emanazione del decreto del ministero della Giustizia con i parametri da utilizzare per determinare i compensi in sede giudiziaria.

IVA SULL’INVENDUTO. Ripristinata l’Iva sulla cessioni e locazioni di nuovi immobili rimasti invenduti. L’attuale normativa prevede che le cessioni e le locazioni da parte delle imprese edili di nuove costruzioni destinate ad uso abitativo, oltre il termine di cinque anni dalla costruzione, sono esenti dall’imposizione di Iva. Tale disciplina impedisce alle imprese di costruzione di portare a compensazione l’Iva pagata per la realizzazione dell’opera, nel caso in cui questa venga venduta o locata dopo il termine di cinque anni. In questa situazione, l’Iva rimane quindi a carico degli imprenditori edili.

La norma abolisce il limite temporale dei cinque anni, prevedendo quindi che le cessioni o locazioni di nuove abitazioni effettuate direttamente dai costruttori siamo sempre assoggettate ad Iva, consentendo di conseguenza alle imprese di avvalersi della compensazione.

SALTA L’ESENZIONE IMU. Salta l’esenzione, per tre anni dall’ultimazione dei lavori, del pagamento Imu per gli immobili rimasti invenduti.

SEMPLIFICAZIONI PER I TITOLI ABILITATIVI. Il decreto sviluppo contiene anche delle semplificazioni in materia di titoli abilitativi, al fine di ridurre gli ostacoli burocratici che l’imprenditore deve affrontare nel corso dell’iter per ottenere i titoli autorizzatori per gli interventi. Nel caso della Scia (Segnalazione certificata di inizio attività), le autocertificazioni già previste all’articolo 19 della legge 241/1990 (sostitutive di pareri di enti od organi, previsti dalle leggi) vengono estese, oltre che ai pareri, anche a tutti gli atti preliminari di altri enti od organi, previsti non solo a livello legislativo ma anche regolamentare.

Questo stesso principio di semplificazione procedimentale viene esteso anche alla Dia, mediante la modifica dell’articolo 23 del Testo unico edilizia.

SOSPENSIONE DEL SISTRI. Come annunciato dal ministro Passera, il decreto sviluppo prevede la sospensione del Sistri, il sistema informatico per la tracciabilità dei rifiuti che avrebbe dovuto partire il 30 giugno prossimo. Per consentire i necessari accertamenti sul funzionamento del Sistri, vengono sospesi il termine di entrata in operatività del sistema per un massimo di 12 mesi e i conseguenti adempimenti delle imprese, ferma restando la disciplina di controllo preesistente.

È quindi sospeso il pagamento dei contributi per il 2012 da parte delle imprese e sono sospesi gli effetti del contratto stipulato nel 2009 con la Selex-Se.Ma (gruppo Finmeccanica); di conseguenza sono inesigibili le relative prestazioni.

PIANO CITTA’. In programma il Piano città per la realizzazione di interventi di riqualificazione di aree urbane degradate attraverso il “contratto di valorizzazione urbana”. Per l’attuazione degli interventi è istituito, a decorrere dall’esercizio finanziario 2012 e fino al 31 dicembre 2017, un “Fondo per l’attuazione del Piano nazionale per le città” da 224 milioni di euro. Con un decreto del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, sarà istituita la cabina di regia per la selezione dei progetti.

RIORDINO INCENTIVI. Pronto il riordino degli incentivi alle imprese, con la cancellazione di 43 norme nazionali. Partirà da 300 milioni di euro il Fondo unico per la crescita sostenibile. Altri 300 milioni arriveranno da vecchi fondi della programmazione negoziata, circa 1 miliardo potrà derivare dal Fri della Cassa depositi e prestiti e altrettanto dalle revoche della vecchia legge 488. Introdotta inoltre la moratoria di un anno delle rate di finanziamento dovute dalle imprese concessionarie di agevolazioni dello Sviluppo economico. Previsti anche progetti di riconversione e riqualificazione delle aree di crisi complessa modificando la normativa dei vecchi accordi di programma.

BONUS RICERCA. Il credito di imposta per la ricerca non riguarda gli investimenti ma solo le assunzioni di personale qualificato; è riconosciuto nella misura del 35%, con un limite pari a 200mila euro ad impresa.

GIOVANI E GREEN ECONOMY. Un’altra misura estende il finanziamento agevolato previsto dal fondo Kyoto (su cui sono disponibili 470 milioni di euro) a soggetti pubblici e privati che operano in ulteriori 4 settori della Green Economy: protezione del territorio e prevenzione del rischio idrogeologico e sismico; ricerca e sviluppo e produzioni di biocarburanti di seconda e terza generazione; ricerca e sviluppo e produzioni e istallazione di tecnologie nel solare termico, solare a concertazione, solare termo-dinamico, solare fotovoltaico, biomasse, biogas e geotermia; incremento dell’efficienza negli usi finali dell’energia nei settori civile e terziario (incluso social housing).

Il finanziamento ai progetti di investimento è vincolato alla creazione di nuova occupazione giovanile a tempo indeterminato.

SRL SEMPLIFICATA. Viene introdotta una nuova disciplina per la Srl semplificata nel caso in cui i soci abbiano un’età superiore ai 35 anni.

MINIBOND. Vengono istituiti nuovi strumenti di debito per le Pmi. Per le società di capitale finora escluse (in particolare piccole aziende) sarà possibile l’emissione di titoli – minibond – per la raccolta di risorse sul mercato dei capitali, monetario e finanziario. L’emissione dovrà essere assistita da uno sponsor (banche, imprese di investimento, Sgr, Sicav ecc.).

ONLINE FORNITURE E CONSULENZE CON LA PA. Per favorire la trasparenza, dovranno essere pubblicate su Internet le forniture e consulenze con la Pubblica amministrazione oltre i mille euro, e anche i sussidi ed ausilii finanziari alle imprese.

SBLOCCO DELLE INFRASTRUTTURE ENERGETICHE. Nel decreto per la crescita c’è anche una norma per sbloccare le infrastrutture energetiche in attesa di autorizzazione. In caso di inerzia dell’amministrazione regionale, potrà intervenire la presidenza del Consiglio.

MISURE IN MATERIA DI RICERCA E ESTRAZIONE DI IDROCARBURI. Si stabilisce una fascia di rispetto unica, per petrolio e per gas, e più rigida, passando dal minimo di 5 miglia alle 12 miglia dalle linee di costa e dal perimetro esterno delle aree marine e costiere protette, per qualunque nuova attività di prospezione, ricerca e coltivazione. Sono fatti salvi i procedimenti concessori in materia di idrocarburi off-shore che erano in corso alla data di entrata in vigore del cosiddetto “correttivo ambientale”.

IMPRESE A FORTE CONSUMO ENERGETICO. Una norma contenuta nel decreto riconduce alla disciplina europea l’individuazione delle imprese a forte consumo di energia che possono usufruire di sgravi fiscali e parafiscali. In particolare si identificano le categorie di imprese a forte consumo di energia non solo tenendo conto della quantità di energia consumata, ma anche del peso che essa riveste sui costi di produzione e sull’attività di impresa, riequilibrando in modo più equo le attuali agevolazioni.

La disposizione specifica inoltre le forme con cui l’Autorità per l’energia elettrica e il gas (AEEG) è chiamata a dare attuazione alla recente norma relativa ai regimi tariffari speciali per l’energia elettrica destinati a grandi consumatori industriali.

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Dal sito www.lacittadeibambini.org/ :

LA CITTÀ E I BAMBINI: PERCHÉ ABBIAMO BISOGNO DELLA PARTECIPAZIONE DEI BAMBINI?

FRANCESCO TONUCCI[1] – Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione del CNR

1. La città è degli adulti e per gli adulti

La città fino a poche decine di anni fa era il luogo dell’incontro, dello scambio, del passeggio. Per questo doveva essere, ed era, pur con tutte le contraddizioni e le ingiustizie sociali bella, ricca di monumenti, di sorprese, di prospettive sempre nuove.

In questa città, l’interesse e l’abitudine dei cittadini erano quelli di uscire di casa e di vivere la città, di frequentarne le strade, le piazze e i luoghi di incontro. La casa era un luogo importante ma legato prevalentemente alle funzioni primarie, tutta la vita sociale, gli interessi, il divertimento, si collocavano negli spazi pubblici della città.

Oggi sembra tutto rovesciato: il desiderio più forte che i cittadini esprimono è quello di rientrare il più presto possibile a casa. La casa è diventata ricca e confortevole, un luogo difeso verso l’esterno, rassicurante e rilassante verso l’interno. La città è diventata ostile, la si vive come pericolo da evitare. Si cerca di passare da un luogo privato (la casa) ad un altro luogo “privato” (il luogo di lavoro, la scuola, la palestra, il teatro, ecc.) e per non rischiare i tanti pericoli di un preoccupante attraversamento si preferisce utilizzare un mezzo privato come l’automobile. I luoghi pubblici, che caratterizzavano la città, vengono, abbandonati, privatizzati, come luoghi di transito o di parcheggio e considerati pericolosi. La continuità di luoghi privati e la scomparsa dei luoghi pubblici caratterizza in qualche modo una “non città”.

La città risponde così alle esigenze dei cittadini adulti e produttivi, che hanno una forte motivazione ad uscire e i mezzi per farlo. Hanno bisogno di attraversare grandi spazi in poco tempo e preferibilmente col loro mezzo privato. Gli altri cittadini, quelli più deboli o semplicemente meno interessati ai grandi spostamenti, finiscono per non poter più uscire di casa o farlo il meno possibile. Le nostre città sembrano non avere vecchi, handicappati. Nelle strade non si vedono bambini, che dividono il loro tempo fra la scuola, le tante attività pomeridiane (di chitarra, dei vari sport, di lingue) e la televisione.

Una volta i cittadini che non vedevano l’ora di uscire di casa chiedevano ai loro amministratori città dove si potesse vivere bene fuori, dove fosse bello passeggiare, incontrarsi. Oggi, i cittadini che non vedono l’ora di tornare a casa chiedono ai loro amministratori una città difesa, controllata, che garantisca la sicurezza privata.

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Che cosa è successo? Perché la città negli ultimi decenni ha cambiato così profondamente le sue caratteristiche? In un periodo di forte spinta alla urbanizzazione e di grande produttività industriale le città sono state asservite a queste linee di sviluppo. Le risposte date in questi ultimi decenni da amministratori e tecnici delle città non sono legate ad un progetto complessivo, ad una elaborazione culturale, ad una politica, ma principalmente alle spinte speculative da una parte e a quelle produttive dall’altra. Per un lato la città ha dovuto farsi carico dell’accoglienza di un numero incredibile di nuovi cittadini, che ne hanno raddoppiano, triplicano e in alcuni casi anche di più il numero di abitanti. Dall’altro lato è stato necessario permettere a questo popolo produttivo di raggiungere i posti di lavoro: costruire collegamenti; offrire trasporto pubblico; favorire, con la costruzione delle utilitarie, l’acquisto dell’auto da parte degli operai; mettere in condizione gli automobilisti di muoversi liberamente e parcheggiare vicino a casa e vicino al lavoro. E poi permettere ai lavoratori di lasciare a qualcuno i bambini e gli anziani, di non farsi diretto carico degli handicappati.

Se si osservano le modifiche di questi anni si nota come sempre più le strade e le aree pubbliche delle città sono diventate luogo esclusivo delle macchine, perdendo progressivamente la loro funzione di luoghi pubblici. Fino alla scelta estrema e paradossale: per potersi muovere con sicurezza tutti i cittadini si muovono in macchina, anche per distanze brevi, anche per accompagnare i bambini a scuola. A questo punto il pedone scompare e con lui scompaiono la preoccupazione di tutelare i suoi territori, i marciapiedi, gli slarghi, le piazze, e le sue esigenze come la possibilità di attraversare facilmente le strade.

L’obiettivo principale della mobilità urbana è quello di favorire il traffico automobilistico, di “fluidificarlo”, di “velocizzarlo”. Le macchine hanno il motore, ma il livello del suolo, il percorso più favorevole è riservato sempre a loro: spetta ai pedoni arrampicarsi sui cavalcavia o scendere nei sottopassaggi. Molte aree usate soprattutto dagli anziani e dai bambini come spazi liberi sono diventati parcheggi o stazioni di servizio.

La maggioranza dei cittadini ha difficoltà a percorrere le strade della città, ad attraversarle, ad andare da soli a scuola, alla posta, al mercato, a soddisfare autonomamente le proprie esigenze, ad esercitare un loro preciso diritto incluso in quello più generale di cittadinanza: quello di usare gli spazi della città, percorrerli con sicurezza. Ci diceva un amico romano che sua nonna non usciva più da alcuni mesi da casa perché il semaforo non restava verde per un tempo sufficiente per farla attraversare.

La assenza di questi cittadini dalle strade è una prova eclatante della perdita di democrazia delle aree urbane.

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2. Quanto costano ai bambini questi cambiamenti?

Se queste trasformazioni provocano disagio per tutti, i bambini pagano un costo ancora maggiore: trascorrono la maggior parte del loro tempo in luoghi chiusi, dove svolgono attività organizzate e controllate dagli adulti; hanno una mobilità autonoma estremamente limitata e ritardata rispetto all’età; non hanno la possibilità di cercarsi degli amici per giocare o per condividere l’avventura della progressiva scoperta di luoghi nuovi; non gli viene consentito di sperimentare rischi proporzionati alla crescita delle sue capacità.

Il bambino è escluso dalla città, la sua integrazione sociale si verifica solo in ambienti appositamente pensati per lui, con compagni che non sceglie e con adulti che hanno una precisa funzione di insegnamento e di controllo. Questo significa che nelle loro attività di gioco i bambini non possono assistere alle attività degli adulti e quindi hanno minori possibilità di acquisire conoscenze e abilità attraverso l’osservazione e l’imitazione. Significa anche che scompare dalla esperienza quotidiana dei bambini l’incontro con compagni di gioco più grandi e più piccoli di età che garantivano comportamenti spesso conflittuali, ma ricchi di apprendimenti di abilità, di atteggiamenti di imitazione o di protezione.

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Giocare in città. Se è vero che lo sviluppo di gran lunga più rilevante per quantità e per qualità di una donna e di un uomo avviene nei primi anni di vita, che quando si arriva all’età scolastica la maggior parte degli apprendimenti fondamentali sono già avvenuti, se è vero che tutto quello che avverrà successivamente è fortemente condizionato dalle “fondamenta” che si sono potute costruire nel primo periodo della vita, bisogna riconoscere il ruolo fondamentale nello sviluppo delle persone della attività ludica. Il gioco del bambino con il suo corpo e con il corpo della madre, l’esplorazione dello spazio vicino, l’uso degli oggetti per conoscere, per conoscersi, per simulare, l’incontro con l’altro per giochi più ricchi, articolati e complessi, la definizione delle regole, sono elementi fondamentali per un armonico sviluppo.

La città storica, dove non c’erano spazi previsti per i bambini, si offriva al bambino come un playground, un spazio definito e protetto disposto da accogliere il gioco dei bambini nel mondo degli adulti. Non era uno spazio pensato per i bambini e per questo era per loro misterioso e vario, ricco di stimoli e di sorprese. La città moderna assume invece sempre più l’aspetto di un insieme di sandbox, spazi recintati di piccole dimensioni destinati a funzioni definite e per queste, e solo per queste, arredati. La città playgrund era intrigante perché varia ed estesa, aveva dei confini flessibili; l’incontro con l’altro era cercato e non temuto, la sicurezza era ottenuta grazie ad un continuo processo di appropriazione dello spazio da parte del bambino. Nella città sandbox non c’è imprevisto, la percezione del suo spazio è immediata e conclusa nel momento stesso della sua percezione, la sicurezza è ottenuta grazie alla netta separazione tra interno ed esterno. Negli ultimi decenni si è profondamente modificato l’uso degli spazi pubblici da parte dei bambini: è aumentata di molto l’età in cui è permesso ai bambini di stare fuori casa senza il controllo di adulti, è diminuita la varietà e la qualità dei luoghi nei quali possono muoversi, sono aumentate le limitazioni poste dagli adulti e il numero delle professionalità che hanno il compito di sorvegliare le attività dei bambini. In questa esasperata esigenza di protezione e di tutela garantita dalla continua presenza di adulti nelle varie attività dei bambini e dalla creazione di luoghi per i bambini progettati con criteri di sicurezza e di controllo è diventato impossibile per i bambini vivere esperienze di rischio.

Il rischio va considerato una componente essenziale del gioco: è nell’incontro con difficoltà nuove e nel loro superamento che si prova la consapevolezza e la soddisfazione di un apprendimento. Questo produce piacere, consolida il livello raggiunto e spinge a nuovi traguardi: a prove più difficili, a spazi più ampi, a relazioni più articolate. I bambini affrontano rischi commisurati alle loro capacità, perché il loro obiettivo è il superamento della prova e non una temeraria e cinica sfida (atteggiamenti sconosciuti ai bambini). Tutto questo è fatalmente inibito dalla presenza degli adulti che non possono esimersi dal controllo e dalla tutela.

Le diverse modalità di appropriazione degli spazi pubblici del quartiere da parte dei bambini, in particolare l’accesso agli spazi per il gioco, la valutazione degli spazi aperti del quartiere e la loro possibilità di muoversi autonomamente sono influenzati dalle caratteristiche progettuali e strutturali dell’ambiente urbano. Tra lo spazio e le attività ludiche esiste una relazione complessa. Le strade e le piazze vicine alle abitazioni, diversamente da quello che si verifica per i giardini privati, promuovono l’incontro con un numero maggiore di coetanei, consentono la realizzazione di  giochi diversi e permettono ai bambini di acquisire familiarità con l’ambiente che viene percepito come uno spazio semi-privato, così come negli spazi dotati di prati e alberi i giochi creativi sono più frequenti rispetto ad aree prive di vegetazione. Se invece la domanda sociale è quella della sicurezza, della separazione e del controllo, le città realizzeranno spazi dedicati ai bambini, rigorosamente orizzontali per facilitare la vigilanza degli adulti, separati da recinzioni e nei quali siano possibili solo i giochi per i quali sono stati progettati. Questi favoriscono soprattutto la dimensione motoria, ma tendono ad inibire l’espressività ludica, non promuovono la socializzazione fra i bambini. Per offrire una risposta alle esigenze ludiche dei bambini l’ambiente dovrebbe essere ricco e stimolante in modo da offrire loro diverse possibilità di interazione e appropriazione; questo significa dare libero accesso ai diversi spazi della città.

La casa, ogni volta che le condizioni economiche lo permettono, tende ad essere autonoma e autosufficiente. La villetta con il suo giardino e la sua recinzione può permettere al bambino di giocare in uno spazio ricco e articolato senza mai uscire e incontrando solo i compagni invitati. Quando le condizioni economiche non permettono tanto ci si accontenta della cameretta dei bambini, del terrazzo. Tende invece ad essere abbandonato come eccessivamente promiscuo e quindi pericoloso il cortile condominiale che allora può essere destinato a parcheggio delle auto dei genitori.

Negli ultimi anni in molte città si è sviluppata una politica di difesa e di potenziamento del verde pubblico, ma parchi e giardini sono spesso lontani dalle abitazioni e richiedono necessariamente l’accompagnamento dei bambini da parte dei genitori. Per questo si va affermando un movimento di rivalutazione dei cortili condominiali e l’invito a restituirli ad un uso sociale. Una ricerca condotta da Prezza et al., (2000) mostra che questi spazi “vicini”, liberati dalle macchine, possono diventare molto importanti specialmente per i bambini più piccoli che vi possono vivere le prime esperienze di autonomia e di incontro con altre figure adulte diverse dai genitori. È emerso inoltre che il cortile è più utilizzato dai bambini come spazio di gioco rispetto al parco e alle strade private; che i bambini che abitano in una casa con il cortile hanno una maggiore autonomia di spostamento.

Rispetto ai diversi contesti abitativi si è potuto verificare che la libertà dei bambini è limitata soprattutto in città, in particolare nei centri storici che hanno perso la loro originaria funzione abitativa per assumere funzioni commerciali e burocratiche, e nei vecchi quartieri periferici, dove la frammentazione del tessuto urbano, la separazione delle funzioni, l’aggressività del traffico, l’inquinamento e la pericolosità sociale impediscono ai bambini quasi completamente le loro attività autonome.

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Percorrere la città. Sessanta anni fa la mobilità di un bambino all’età della scuola elementare non era molto differente da quella dei suoi genitori. Oggi la mobilità dell’adulto è grandemente aumentata, ma parallelamente quella dei bambini si è ridotta notevolmente, in gran parte per il rischio introdotto dalle automobili. La pretesa di mobilità degli adulti, scrupolosamente accolta nelle scelte urbanistiche e di mobilità urbana negli ultimi decenni, ha di fatto annullato la possibilità di mobilità autonoma dei loro figli e dei loro vecchi.

La diminuzione dell’autonomia del bambino non riguarda solo la possibilità di compiere ampi spostamenti nel tessuto urbano. Un numero crescente di bambini è accompagnato a scuola da un adulto, in genere in automobile. Sempre meno bambini possono attraversare la strada da soli, recarsi autonomamente nei luoghi di svago, guidare una bicicletta in spazi pubblici, ecc. La diminuzione della libertà e della possibilità di operare scelte autonome ha determinato un rallentamento del processo di crescita del bambino, a causa della mancanza di apprendimenti sia delle caratteristiche spaziali dell’ambiente sia di comportamenti  che garantiscono l’indipendenza. Una ricerca condotta in tre quartieri della città di Roma, che ha coinvolto bambini di 8-11 anni di età, ha evidenziato che il 13,5% va sempre a scuola da solo, il 68,3% è sempre accompagnato da adulti e il 18,3% va occasionalmente a scuola da solo (Giuliani et al. 1997). Prezza et al. (2000) confermano questi dati per la città di Roma ed evidenziano che “sono più autonomi i maschi rispetto alle femmine, i più grandi rispetto ai più piccoli, quelli che abitano in una casa con cortile, quelli che abitano in un quartiere più nuovo e quelli i cui genitori percepiscono più sicuro il quartiere sia rispetto al traffico che socialmente”. Da una ricerca in corso presso l’Istituto di Psicologia del CNR di Roma, che ha coinvolto sei città italiane per un totale di più di 1000 bambini, la percentuale media dei bambini italiani dai 6 agli 11 anni che va scuola accompagnato da adulti è dell’82,5% con significative differenze fra nord 91,7% e sud 69,2% [2]. Questa ricerca ha trovato valori simili sull’autonomia che i bambini hanno nell’uso del quartiere (andare a giocare a casa di amici, a fare la spesa, all’oratorio, ecc.).

Alcuni elementi del tessuto urbano più di altri hanno delle ricadute negative sulla mobilità dei bambini. Gli attraversamenti delle strade sono elementi cruciali nella rete dei percorsi pedonali. Sono luoghi particolarmente pericolosi e per questa ragione, rappresentano delle vere barriere cognitive che impediscono ai bambini di appropriarsi della città.

La diminuzione dell’autonomia di spostamento dei bambini è un fenomeno preoccupante anche perché molte ricerche hanno evidenziato che l’acquisizione di conoscenza ambientale è influenzata positivamente dall’esperienza personale che i bambini hanno di un dato ambiente. Una ricerca in corso mostra che le modalità con cui viene effettuato il percorso casa – scuola influenzano la conoscenza spaziale dell’ambiente in bambini di 8 – 11 anni di età[3].

L’ampiezza dell’home – range è negoziata dai bambini con i loro genitori e dipende da fattori come l’età, il sesso, il contesto ambientale (urbano, suburbano, rurale), dalle paure ambientali dei genitori e dei bambini, dell’attrattività del paesaggio, ecc. Hart, (1978, 1979) ha mostrato che il sesso è associato a consistenti differenze di ampiezza dell’home range a partire dagli 8 – 10 anni di età. Questa differenza era dovuta, non solo ad una maggiore protezione delle femmine, ma anche che per i maschi una maggiore libertà era necessaria per sviluppare un adeguato ruolo maschile. I dati più recenti raccolti in Italia nella citata ricerca del CNR ci dicono che l’autonomia dei bambini è talmente diminuita che le differenze fra maschi e femmine, che pure esistono, non sono però significative.

Lo sviluppo della mobilità autonoma nei bambini è influenzato non solo dalla reale pericolosità dell’ambiente ma anche dalla percezione dei rischi nei genitori e nei bambini stessi. Il concetto di rischio è molto ampio, perché i timori e le preoccupazioni riguardano non solo il pericolo di incidenti fisici, ma anche l’inquinamento dell’aria, il rumore, le limitazioni presenti nell’ambiente esterno per i bambini, la diminuzione della loro libertà di movimento, la loro separazione da altri bambini e dagli adulti. La percezione dei rischi è diversa nei bambini e nei genitori. I genitori, ad esempio, diversamente dai loro figli, considerano gli incidenti stradali come gli eventi più probabili e gravi. Anche la valutazione delle capacità e delle competenze dei bambini da parte dei genitori influenzano la loro autonomia e il tipo di interazione che questi hanno con l’ambiente. Varie ricerche sottolineano che le limitazioni di autonomia sono dovute più alle paure dei genitori che non alle reali incapacità dei bambini, ad esempio rispetto ai pericoli del traffico. Le paure dei genitori di rapimenti, aggressioni, ecc. sono amplificati dai media che determinano così un incremento nella percezione della pericolosità dell’ambiente urbano. Questo limita fortemente le occasioni di incontro dei bambini all’esterno e influisce sul tipo di attività intraprese, pur essendo noti i dati che dimostrano che questi pericoli vengono corsi dai bambini quasi sempre dentro e non fuori e ad opera di persone da loro conosciute e in gran parte da genitori e parenti, l’effetto che si produce è un rafforzamento della proibizione ai bambini di uscire da soli di casa e una forte tendenza ad educarli a diffidare degli estranei.

Nello studio degli effetti di alcune esperienze di promozione dell’autonomia dei bambini dai 6 agli 11 anni e in particolare della proposta “A scuola ci andiamo da soli”, realizzate in una città italiana[4], Baraldi et al. (2000) osserva come le famiglie, pur condividendo alla quasi unanimità l’iniziativa per la sua importanza e la sua bontà, hanno poi difficoltà a tradurla in pratica lasciando andare i bambini da soli a scuola, attribuendo la responsabilità di questo comportamento alla mancanza di adeguati interventi strutturali per la sicurezza da parte del Comune. L’autore ritiene invece che questo comportamento apparentemente incoerente sia di fatto di difesa di un modello di genitorialità nella quale la tutela e gli atteggiamenti educativi sono prevalenti rispetto a quelli di sollecitazione e sostegno della autonomia.

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3. Per un cambiamento reale abbiamo bisogno dei bambini

Gli stessi cittadini che hanno chiesto una mobilità rapida, a totale servizio dell’auto, oggi, anche grazie al cambiamento culturale promosso dai movimenti ambientalisti, e all’allarme proveniente dalle rilevazioni dei dati sulla qualità dell’aria in città stanno modificando la domanda. Chiedono maggiore pulizia, minore occupazione di suolo pubblico, maggiore tutela della salute. Gli amministratori rispondono promettendo interventi di tutela e cambiamenti radicali sull’ambiente urbano nei loro programmi amministrativi. Ma l’atteggiamento dei cittadini è conflittuale: temono una risposta coerente, che costerebbe la rinuncia a tanti privilegi ormai considerati diritti. Per questo gli amministratori preferiscono dare esecuzione parziale e spesso apparente alle loro promesse e si preferisce intervenire più sugli effetti che sulle cause del malessere. Si usano asfalti elastici o paratie antirumore per ridurre l’inquinamento acustico, si costruiscono enormi parcheggi sotterranei per liberare spazi in superficie, si fermano periodicamente le macchine o si impongono le marmitte catalitiche per abbassare gli indici di inquinamento. Ma, almeno nei nostri paesi mediterranei, non si interviene sul numero di auto, sulla loro compatibilità con i cittadini che scelgono di muoversi a piedi o in bicicletta.

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Il bambino come parametro. Di nuovo l’adulto produttore è il modello a cui uniformare gli interventi amministrativi. Si tratta sempre di rispondere alle sue domande, di soddisfare i suoi bisogni, trascurando o violando i diritti e i bisogni della maggioranza della popolazione. Fra i cittadini adulti e i loro amministratori si mantiene così un accordo perverso sul quale si fondano i privilegi dei primi e il consenso dei secondi.

Da questa consapevolezza nasce il progetto “La città dei bambini” che invita i Sindaci e gli amministratori delle città a cambiare il punto di riferimento e invece del cittadino adulto e produttivo assumere il bambino. Il bambino non per dare maggiori servizi o risorse a questa categoria sociale, ma scegliere il più piccolo a garanzia di tutti; il più lontano dalle logiche e dalle mentalità degli adulti per garantire attenzione e ascolto alle esigenze di tutti. Si tratta di una nuova filosofia di gestione della città.

Assumendo il bambino come parametro diventa difficile rispettare l’accordo complice fra elettori e amministratori di cui si parlava: i bambini hanno bisogno di crescere e per farlo debbono giocare. Per giocare debbono potersi muovere nella città, debbono poter realizzare i loro giochi con la minima intromissione degli adulti. Hanno quindi bisogno di un ambiente percorribile dai pedoni e garantito dalla preoccupazione e dalla responsabilità sociale di tutti. Un simile ambiente risponde evidentemente non solo alle esigenze dei bambini, ma anche a quelle degli anziani, dei portatori di handicap, e, se si riesce a superare l’ottica angusta dei privilegi, di tutti i cittadini. Si tratta di ripensare la città come luogo pubblico, dove le strade e le piazze siano canali di comunicazione e di scambio; e come luogo sicuro, non perché presidiato, ma perché frequentato, vissuto, occupato da persone che si fanno carico del benessere collettivo.

I più piccoli non solo rappresentano i bisogni di tutti i cittadini, ma anche i bisogni della città considerata come grande ecosistema oggi gravemente malato. Tutti i malesseri che oggi si riconoscono nella città moderna corrispondono alle sofferenze dei bambini: la città soffre per lo sviluppo a zone separate e specializzate e i bambini hanno bisogno di una ambiente articolato, complesso, condiviso; la città soffre dei grandi agglomerati abitativi che producono disagio sociale, emarginazione e malavita e i bambini soffrono della impossibilità di incontrarsi in questi ambienti pericolosi, senza verde e senza piazze; la città soffre di traffico, di inquinamento, di rumore e i bambini soffrono della insicurezza che impedisce loro di vivere liberamente le loro esperienze necessarie di esplorazione e di gioco.

In questo senso possiamo dire che il bambino è un sensibile indicatore ambientale e quando il bambino starà bene significherà che la città avrà ritrovato la sua funzione naturale di luogo di esperienze condivise, cooperative e solidali. Questo è un modo corretto di proporre lo sviluppo sostenibile.

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I bambini possono aiutarci. Il bambino non solo deve diventare un riferimento culturale per gli amministratori, ma può lui stesso assumere ruoli protagonisti nel contribuire a questa trasformazione della città. Occorre dargli la parola, saperlo ascoltare ed essere disposti a tener conto di quello che propone. Sono tre atteggiamenti estremamente complessi, che normalmente gli adulti non assumono, pensando che il loro ruolo di genitori, di insegnanti o comunque di adulti implichi le funzioni di educare, insegnare e proteggere e il ruolo di bambini quelle di ascoltare e ubbidire.

Per dare la parola ai bambini, per saperli ascoltare ed essere disposti a tener conto di quello che propongono occorre una precondizione: essere convinti che i bambini sanno, che sanno bene quello che vogliono e specialmente quello che manca loro, che sono capaci di formulare proposte. Questa condizione preliminare si forma con un atteggiamento critico sulle tradizionali certezze dell’adulto competente, su una corretta, attenta e sensibile osservazione dei comportamenti infantili, sullo studio dello sviluppo e delle competenze infantili e su un recupero della memoria della propria infanzia, dei desideri appagati e di quelli insoddisfatti.

Se si forma questo atteggiamento di disponibilità e di attesa curiosa e interessata nei confronti dei bambini allora si possono avviare positive esperienze di partecipazione infantile. Quelle più interessanti e sperimentate in questi dieci anni di esperienza del progetto “La città dei bambini” in varie città italiane e straniere che vi hanno aderito sono Il consiglio dei bambini e La progettazione partecipata ai bambini.

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Il consiglio dei bambini. Da molti anni, a partire dalla Francia, si sono avviate esperienze di Consigli comunali dei bambini e dei ragazzi ed oggi sono abbastanza diffuse anche in Italia. La loro caratteristica prevalente è di offrire alle giovani generazioni la possibilità di vivere una esperienza di amministrazione il più possibile simile a quella degli adulti in modo che ne comprendano le caratteristiche. È sostanzialmente una esperienza di educazione civica che prevede la costituzione di partiti, una campagna elettorale, una elezione simile a quella degli adulti, la vittoria di un partito, la nomina di un sindaco e della sua giunta. Di solito il programma del Consiglio così costituito consiste nella realizzazione del progetto che il partito vincente portava come suo programma grazie ad un contributo del Comune. Nel progetto “La città dei bambini” la proposta è sostanzialmente diversa e prevede molto più semplicemente un gruppo di bambini, di solito dai 6 ai 10 anni che lavora con un animatore adulto per “dare consigli” agli amministratori della città. Viene nominato nelle scuole preferibilmente per sorteggio, si riunisce in locali fuori della scuola e esprime il punto di vista dei bambini sui vari temi che interessano la vita della città, naturalmente a partire da quelli che più direttamente interessano i bambini. Le opinioni, le proteste e le proposte che emergono vengono comunicate al sindaco e al Consiglio comunale.

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La progettazione partecipata. Questa attività prevede un gruppo di bambini che assieme a tecnici della città (architetti, urbanisti, ambientalisti, ecc. a seconda del compito) interviene su un ambiente, uno spazio o un servizio, per i quali è prevista una ristrutturazione. L’obiettivo è quello di raccogliere dai bambini le loro esigenze, di interpretare con loro i bisogni della comunità, avere da loro idee e proposte per la ristrutturazione e arrivare ad un progetto che possa godere della creatività dei bambini, ma che sia realizzabile grazie ai contributi dell’esperto dell’adulto. In genere progetto nasce con una precisa richiesta ai bambini da parte degli amministratori e impegna questi ultimi a tener conto delle proposte che emergeranno.

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4. Perché abbiamo bisogno della partecipazione dei bambini?

Partecipazione, educazione, appartenenza. Uno dei problemi più gravi che la nostra società sta incontrando è il difficile rapporto fra la generazione degli adulti che hanno potere economico e decisionale e le generazioni estreme, quella dei bambini e dei giovani da un lato e quella degli anziani dall’altro. I giovani non si riconoscono nella società degli adulti, non si sentono parte delle loro città. Spesso scelgono atteggiamenti di fuga, dal disinteresse alla droga, o di aggressività, dal vandalismo alla delinquenza. Sembrano questi i modi per mettersi in rapporto con la generazione dei loro padri e dei loro governanti, questi i modi per affermare che loro non sono veri cittadini. Se non si riesce a modificare questo rapporto è difficile ipotizzare un futuro migliore sia da un punto di vista sociale che ambientale. Ogni proposta che gli adulti fanno per modificare atteggiamenti e ambienti rischia di essere vanificata da questa rottura generazionale. La strategia vincente consiste nel rinunciare agli atteggiamenti paternalistici o tradizionalmente educativi, nei quali il bambino e il giovane vengono coinvolti in funzione di quello che saranno domani e non di quello che chiedono, sperano e di cui hanno bisogno oggi, e chiamare le giovani generazioni a ruoli di responsabilità e di protagonismo. Nelle esperienze di Progettazione partecipata i bambini si sentono investiti di una fiducia e di una responsabilità reale. Gli adulti sono disposti ad ascoltarli, ad accogliere i loro bisogni, a tener conto delle loro idee fino a realizzarle. La piazza, il percorso, l’ambiente che risulterà da questa originale collaborazione saranno la loro piazza, il loro percorso, il loro ambiente. Ne saranno orgogliosi. Saranno disposti ad impegnarsi per realizzarli, mantenerli e difenderli. Si sentiranno cittadini oggi e si prepareranno a modificare e a prendersi cura la loro città. Seppure è ancora difficile dimostrare queste affermazioni con dati scientifici, si hanno già indicazioni su come gli interventi nati da queste forme di collaborazione fra adulti e bambini tendano ad essere tutelati e conservati molto più a lungo di quelli offerti dalle amministrazioni secondo le tradizionali modalità. Sembra anche che attraverso tali esperienze di partecipazione i bambini costruiscano atteggiamenti di appartenenza e di responsabilità in netta controtendenza con l’estraneità e il disinteresse di cui si parlava sopra. Pensiamo che questo vada considerato un grande risultato, condizione fondamentale per un reale sviluppo sostenibile delle città

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Si potrà obiettare che questo effetto, pur significativo, riguarda un numero estremamente limitato di soggetti e che non è facile moltiplicare le esperienze fino a coinvolgere l’intera categoria dei bambini. Occorrono infatti disponibilità di ambienti da progettare, tecnici adulti disposti e capaci, risorse economiche per le realizzazioni. A questa obiezione si può rispondere con due argomentazioni. Da un lato va considerato che una esperienza realizzata da un gruppo di bambini, provenienti da varie classi di una scuola ha dietro le rispettive famiglie e tutti i compagni delle diverse classi con le loro famiglie. Si è potuto verificare l’alto livello di interesse e di partecipazione attiva che questo tipo di esperienze produce nella popolazione adulta. I bambini vanno quindi considerati agenti e promotori privilegiati di partecipazione anche delle altre categorie sociali. Dall’altro lato, se le amministrazioni locali sapranno valutare correttamente gli effetti positivi di tali esperienze, specialmente per la costruzione di atteggiamenti positivi e responsabili nelle giovani generazioni, potranno senza difficoltà dedicarvi molte più risorse. Potranno passare da un atteggiamento di interesse e curiosità quasi sperimentale ad una generalizzazione di queste strategie su tutti gli interventi di progettazione che comunque una città deve affrontare.

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Un accesso alle esigenze dei cittadini più deboli. I bambini sono capaci di interpretare ed esprimere i bisogni e i desideri che la città di oggi non riesce a soddisfare. Nel recente sviluppo della città si sono progressivamente dimenticati le esigenze dei cittadini più deboli a favore degli adulti, lavoratori, automobilisti. Le necessità e i desideri che i bambini possono esprimere rappresentano correttamente i bisogni di altre categorie sociali inascoltate come ad esempio gli anziani, i portatori di handicap, i poveri, gli stranieri. Ma in realtà rappresentano anche quelli degli adulti che per avere qualche privilegio in più per la loro auto, per la loro fretta, per il loro bisogno di guadagnano, hanno rinunciato alla serenità, alla tranquillità, alle relazioni.

Naturalmente i bambini partecipano come tutti ai condizionamenti e alle suggestioni delle proposte che li raggiungono, dai modelli che li circondano (giardinetti, giocattoli, materiali elettronici), agli affascinanti messaggi pubblicitari che li bombardano. Sono anch’essi pieni di stereotipi, di desideri indotti, di idee inculcate. Anche i bambini hanno paura dei pedofili e pensano di essere troppo piccoli per vivere l’autonomia di cui, d’altra parte, sentono di avere bisogno. Per avere da loro una collaborazione utile e significativa bisogna essere capaci di far loro superare gli stereotipi ed arrivare al loro pensiero reale. Occorre che gli adulti credano che i bambini sono capaci di questo e debbono quindi avere una formazione professionale che permetta loro di lavorare correttamente con i bambini.

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Idee efficaci e innovative. I bambini, consapevoli dei loro bisogni e dei loro desideri, sono capaci di formulare proposte adatte a soddisfarli esprimendo idee originali ed efficaci. Per il bambino, come si diceva, il cambiamento non è una scelta culturale, razionale, legata ad analisi estetiche o ambientali, è una esigenza primaria. La città così come si è trasformata non gli permette esperienze essenziali per il suo sviluppo. Le proposte che farà saranno quindi necessariamente innovative perché mireranno a cambiamenti sostanziali, che rendano possibili quelle esperienze. Il bambino ha bisogno di uscire da solo di casa, questo semplice bisogno richiede che le case permettano ad un bambino di uscire; che la strada non sia un luogo pericoloso; che gli automobilisti rispettino i diritti dei pedoni; che ci sia un controllo sociale di tutela dei luoghi pubblici; che ci siano luoghi vicini dove incontrarsi e giocare. Lui non può accontentarsi di essere trasportato, accompagnato e vigilato; non può essere soddisfatto dai tanti giocattoli, dalla sua camera super accessoriata, dalle difese della sua casa; non può accettare spazi, ambienti, corsi, scuole pensati solo per lui ed ai quali potrà andare solo accompagnato e nei quali sarà sempre affidato alla custodia e all’insegnamento degli adulti.

Come per i bisogni anche per le idee bisogna che gli adulti che lavorano con i bambini e animano le sue esperienze di partecipazione siano capaci di dargli la parola, di ascoltarlo e di tener conto dei suoi contributi. Debbono essere convinti che “ne vale la pena”, che la consapevolezza e la creatività infantili unite alle competenze adulte sono una formidabile alleanza per un cambiamento reale della città. Debbono essere consapevoli che nelle sue proposte il bambino tiene conto delle esigenze di tutte le altre categorie sociali, a partire dalle più deboli e che lo fa, di nuovo, non per generosità e altruismo, ma per necessità egoistica: lui sa che da solo è perduto e solo in una città condivisa e partecipata potrà ritrovare la sua autonomia e la sua cittadinanza.

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Rischi e limiti della partecipazione. Spesso, una adesione superficiale o strumentale a queste proposte, porta gli amministratori ad atteggiamenti scorretti. Si passa dal paternalistico sorriso di benevolenza alle proposte infantili, premiate con tanti elogi e poi dimenticate (anche perché non capite o capite male), alla realizzazione delle loro proposte, indipendentemente dalla loro qualità, pensando così di far contenti i bambini. La partecipazione dei bambini è importante se produce un cambiamento negli adulti, se li porta ad una nuova capacità di ascolto delle esigenze e delle idee di chi di solito non parla e non propone. Non si tratta di pensare che tutto quello che dicono i bambini sia giusto, né il contrario. Si tratta di riconoscerli come interlocutori competenti e di metterli nelle migliori condizioni per dare il loro contributo. Si tratta poi di assumere il loro punto di vista e tradurlo nelle varie attività amministrative, sia nella progettazione della città sia nella definizione dei nuovi comportamenti.

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5. Cosa ci dicono i bambini

In questi undici anni nei quali il progetto “La città dei bambini” si è sviluppato in Italia e all’estero abbiamo potuto raccogliere varie proposte emerse dai Consigli dei bambini e dalle esperienze di Progettazione partecipata. Ne presentiamo alcune per mostrare come dare la parola ai bambini non sia una metafora; come le loro proposte siano concrete e operative e come i bambini tendano ad interpretare bisogni comuni nella città e a restituire alle città le loro caratteristiche sociali e comunitarie perse in questi ultimi decenni. Naturalmente occorre andare al di là della apparente semplicità di quello che i bambini dicono e saperne apprezzare i significati più ricchi ed impegnativi.

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Il diritto di giocare in città. L’articolo 31 della Convenzione dei diritti dei bambini di New York del 1989 dice che i bambini hanno diritto al gioco. Un diritto apparentemente ovvio, ma che di solito non viene rispettato. Un bambino durante il Consiglio comunale aperto[5] ha protestato dicendo che quando lui stava giocando in piazza un vigile urbano gli ha preso la palla. Una protesta apparentemente banale e che moltissimi bambini italiani potrebbero ripetere. Di solito è proibito ai bambini giocare a palla nei luoghi pubblici, spesso è proibito andare in bicicletta e perfino calpestare il prato. Quel bambino rivendicava semplicemente che un cittadino (non un futuro cittadino) potesse esercitare un suo diritto in uno spazio pubblico della sua città. Il Consiglio ha riconosciuto la legittimità della protesta ed oggi, in quella città, i bambini possono giocare nelle piazze. Una piazza dove giocano i bambini è completamente diversa, più viva e più frequentata anche dagli adulti. Un altro bambino fece notare come lui e i suoi compagni venissero sempre mandati via dal cortile condominiale perché “disturbavano”. Si è preferito sancire una serie di divieti al gioco dei bambini a tutela della tranquillità degli adulti e trasformare i cortili condominiali in parcheggi, piuttosto che lasciarli come spazi vicini, privilegiati per le prime autonomie, le prime socializzazione dei bambini e spazi di incontro per tutti. Si è proposto ai sindaci di invitare i consigli di condominio a mettere “a norma” i regolamenti secondo le indicazioni della Convenzione e di restituire i cortili ad un uso sociale.

I bambini di una delegazione di vari paesi, ricevuti a Bruxelles dalla Commissione europea, hanno proposto che nelle città i bambini avessero a disposizione per i loro giochi lo stesso spazio che gli adulti hanno per parcheggiare le loro auto. Una richiesta che apparirebbe molto meno paradossale e provocatorie se i diritti dei bambini venissero presi sul serio e se si riflettesse adeguatamente sull’importanza del gioco nella vita degli uomini e delle donne.

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Il diritto di muoversi nella città. Per i bambini è chiarissimo che l’impossibilità di uscire di casa per il pericolo del traffico è una ingiustizia. Chiedono che i genitori non abbiano paura e che li lascino più liberi, chiedono di poter attraversare le strade e che gli automobilisti li rispettino, chiedono di poter andare a scuola con i loro amici e senza la sorveglianza degli adulti. Complessivamente i bambini chiedono agli amministratori che si assuma una politica di tutela e di priorità nei confronti dei pedoni e delle biciclette. Ma questo potrà avvenire solo quando le strade della città impediranno, per la loro struttura e non solo per le proibizioni, comportamenti pericolosi da parte degli automobilisti e dei motociclisti. Strade più strette, non rettilinee, attraversamenti pedonali rialzati ad altezza dei marciapiedi sono alcune misure che gli amministratori possono prendere in risposta a queste esigenze dei bambini e di tutti i pedoni. Un bambino di Granollers (Barcellona) diceva che la bicicletta è più democratica dell’automobile perché possono usarla tutti, anche i bambini, mentre per l’auto occorre una certa età, la patente e tanti soldi; e in più l’auto è pericolosa perché provoca incidenti, inquina l’aria e fa molto rumore.

Una bambina di una città del sud Italia diceva che per essere fatto bene un marciapiedi dovrebbe permettere di passare ad una famiglia. La bambina parlava del diritto al passeggio e per passeggiare bisogna camminare insieme. Tutelare il diritto di passeggio può essere un’altra indicazione progettuale.

Un bambino diceva che andare a scuola a piedi, senza i genitori, è bello, ma le strade debbono essere pulite, belle, interessanti. Una volta le nostre città venivano progettate per stupire il visitatore e il cittadino, sorprenderlo con monumenti, fontane, pavimentazioni, facciate, esposizioni di merci, prospettive imprevedibili. Era progettata perché valesse la pena passeggiare, percorrerla a piedi. Oggi, avendo scelto le macchine, la città si è lasciata andare, è diventata brutta, ricca di segnali stradali, auto in sosta, cartelli pubblicitari sempre più violenti e volgari, luci eccessive. Il bambino rivendica il bisogno e il diritto di una città bella, di strade interessanti, con negozi, panchine, alberi, fontane. Strade per muoversi a piedi, per andare a fare la spesa, per passeggiare e per andare a scuola. È da un lato un invito a tornare a progettare e dall’altro a difendere le tracce di vita delle strade, i negozi, le botteghe artigiane, contro le tentazione dei Centri commerciali che stanno realizzando delle “anti-città” ai bordi delle città, assorbendo i piccoli esercizi commerciali e impoverendo le strade cittadine.

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Il bisogno di autonomia. Un piccolo consigliere del Consiglio dei bambini di una città italiana, al Consiglio comunale aperto, ha chiesto “Un campo di calcio senza allenatore”. Richiesta apparentemente strana, eccentrica, ma che descrive il livello di saturazione che i bambini hanno nei confronti degli adulti che di fatto controllano tutte le loro attività. Per un bambino è oggi praticamente impossibile giocare al pallone, mentre è possibile studiare football in una delle tante scuole pomeridiane, ma è un’altra cosa, è sempre una scuola.

Altri bambini hanno detto che è meglio essere accompagnati dai nonni che dai genitori e spiegarono che i nonni, quando li accompagnano ai giardinetti, poi si ritrovano con i loro amici, giocano a carte, discutono insieme lasciando abbastanza liberi i bambini; i genitori invece vanno proprio per controllarli, non fanno altro, si stancano e danno il tormento ai figli. Un’analisi interessante, che propone esperienze utili di collaborazione fra le generazioni estreme, in un momento in cui anche gli anziani rappresentano un rilevante problema sociale.

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I posti dove andare. Nel Consiglio dei bambini della città di Rosario, in Argentina, si discuteva sugli spazi di gioco e su come fosse difficile averne per tutti. Un bambino disse che non era importante che le piazze fossero grandi, l’importante era che fossero tante. Una nuova importante indicazione progettuale: i luoghi di incontro, di sosta, di gioco, debbono essere raggiungibili autonomamente anche dai cittadini più piccoli e più deboli, per questo è importante che siano vicini a casa e quindi numerosi, anche se piccoli. Una proposta contro i grandi impianti, i grandi parchi, le grandi opere che sono però praticamente irraggiungibili da parte della maggioranza dei destinatari.

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Una casa trasparente. In una scuola dell’infanzia i bambini, animati da architetti, hanno disegnato e discusso su come dovrebbe essere una casa per essere una casa dove si vive bene. Un bambino disse che la casa doveva essere trasparente. Al di là della immagine poetica si può intuire una protesta per la casa – fortezza dove i nostri bambini sono costretti a vivere, contro la paura degli altri, la difesa della privacy e il desiderio di aprirsi all’esterno, per vedere fuori, per andare fuori, per farsi vedere da fuori.

In un gruppo di lavoro sul Piano Regolatore Generale, formato da bambini e ragazzi, coordinati da un architetto, volendo dare indicazioni su come dovessero essere fatte le case perché i bambini ci potessero vivere bene, hanno detto che non dovrebbero essere né grandi condomini con tanti appartamenti, né villette unifamiliari. Nel grande condominio si ha paura degli altri e si rimane chiusi in casa; nella villetta non si ha bisogno degli altri e si rimane ugualmente soli. La casa che propongono è un piccolo condominio con pochi appartamenti, dove sia facile conoscersi, trovarsi, aiutarsi. Forse i politici e gli architetti, quando hanno progettato le periferie delle città, con i grandi blocchi di appartamenti, o quando hanno posto degli appartamenti a decine e decine di metri dal suolo, hanno pensato poco ai bisogni dei bambini, degli anziani, dei portatori di handicap.

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Le proposte dei bambini sono molte di più e riguardano anche altri aspetti della vita urbana. Ma anche limitandoci a queste, se un amministratore le prendesse sul serio, le studiasse, le affidasse a bravi tecnici, progettisti, urbanisti, chiedendo loro di tenerne conto e di soddisfare i bisogni che rappresentano, forse le città si avvierebbero rapidamente ad una trasformazione reale e vantaggiosa per tutti i loro cittadini. Sarebbe una città dove tutti possono spostarsi da soli, incontrarsi, risolvere autonomamente i problemi sociali. Una città dove molta gente si sposta a piedi o in bicicletta e quindi più silenziosa, più pulita, più sana. Una città più bella. Una città più sicura non perché difesa da polizia, armi e telecamere, ma dalla gente che la “occupa”, che la vive.

Certo, ascoltare i bambini e tener conto delle loro richieste è difficile e rischioso: tutto quello che restituiremo loro dovremo toglierlo ai loro genitori, che ornai lo considerano un diritto (anche se è solo un privilegio). Il problema è che i genitori votano e i bambini no. Ma forse i genitori sono ancora disposti a rinunciare a qualcosa per il futuro e per la felicità dei loro figli, forse i cittadini adulti sono ancora capaci di fare questo per coloro che rappresentano il loro futuro.

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6. La città piccola

Probabilmente, per rispondere adeguatamente a queste esigenze, bisognerebbe progettare a rovescio. Oggi la progettazione urbanistica inizia con le tavole a scala 1:10.000, la città vista dall’alto, da lontano, e a quella distanza si prendono le decisioni più importanti: dove deve passare la tangenziale, dove sviluppare nuove urbanizzazioni, dove prevedere un parco, dove il centro commerciale, il campus scolastico, il centro sportivo. Da lassù non si vede chi abita dove passerà la tangenziale o dove si creerà il centro sportivo. Quando la progettazione arriverà più vicina alla gente e si adotteranno scale 1:500, che permettono di vedere le case, le strade e i marciapiedi, le decisioni importanti sono già state prese. Ovviamente si capisce che non si può rinunciare ad una progettazione complessiva, ma si dovrebbe tener conto che quella città grande che si va a progettare a così lontano è una città che solo una minoranza di cittadini utilizzerà. Pochi hanno bisogno di attraversare la grande città e questi pochi chiedono di poterlo fare velocemente e per loro si progetta la tangenziale. La maggioranza dei cittadini vive nella piccola città che è il loro quartiere. Ci vivono i bambini che vorrebbero poter andare a scuola e a giocare senza scomodare i genitori, ci vivono gli anziani che vorrebbero poter passeggiare, arrivare alla posta o all’edicola senza pericoli e leggere il giornale in un giardino o poter giocare a carte con gli amici. Ci vivono i portatori di handicap per i quali oggi è quasi impossibile uscire di casa e che vorrebbero invece essere riconosciuti come cittadini godendo il diritto di percorrere la loro città. Ci vivono molte casalinghe che non usano la macchina e vorrebbero fare la spesa senza faticosi e pericolosi percorsi e incontrarsi con le amiche nei momenti liberi. Ci vivono le mamme giovani che vorrebbero portare fuori i loro bambini senza compiere percorsi di guerra e senza far loro respirare eccessivi gas tossici. Ci vivono e ci restano i poveri, gli stranieri, i malati. E anche quella minoranza forte e che tanto ha pesato per il degrado della città, che nel quartiere non vive ma ritorna alla fine della giornata di lavoro, avrebbe piacere di poter uscire un po’ con i figli, passeggiare con il compagno, la compagna. Quello che i bambini chiedono rappresenta l’interesse di tutti, a partire dai più deboli, dai meno ascoltati. Allora la progettazione dovrebbe avere due direzioni, dal lontano al vicino e dal vicino al lontano. Per tutti coloro che passano quasi tutti i giorni nel loro quartiere andrebbero previste delle garanzie intoccabili, anche nella progettazione da lontano. Per esempio l’intoccabilità dei quartieri stessi (eventuali percorsi veloci dovranno passare ai loro confini e non attraversarli, anche se questo modifica i tracciati ottimali), la continuità dei percorsi pedonali, la presenza di spazi pubblici verdi, di piazze.

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7. Una nuova cultura dell’infanzia

Tutto questo diventerà più comprensibile se saremo capaci di costruire una nuova cultura dell’infanzia. Il bambino è vissuto dai genitori, dagli insegnanti dagli istruttori, come un soggetto da educare, che vale per quello che sarà domani. Educare vuol dire preparare al futuro, tirar fuori qualcosa che ancora non c’è e che domani ci sarà: la futura donna, il futuro uomo, il futuro cittadino. In questo modo viene negato il bambino di oggi, il bambino vero, con i suoi bisogni, le sue capacità, le sue diversità. Il bambino di oggi è inesistente, è trasparente. Ma il modello di adulto che viene proposto al bambino come modello per il suo domani siamo noi, i suoi genitori, i suoi insegnanti. Questo progetto educativo è quindi conservatore: tende a garantire che il futuro sia il più possibile simile al passato. Il bambino di oggi è invece preoccupante, eversivo perché è diverso: pensa diversamente da noi, ha bisogni spesso conflittuali con i nostri. Tener conto delle sue esigenze e delle sue idee può comportare profondi adattamenti e rinunce negli adulti.

La nuova cultura dell’infanzia è la cultura del bambino di oggi, del bambino che è così lontano da noi che è difficile capirlo, è difficile ascoltarlo, ma se siamo disponibili a metterci alla sua altezza e dargli la parola, sarà capace di aiutarci a capire il mondo e ci darà la forza per cambiarlo.

Rispetto al bambino, così come lo viviamo normalmente, le domande che di solito l’adulto si pone sono: “Come possiamo aiutarlo? Come possiamo proteggerlo?” Nella prospettiva di questa nuova cultura la domanda dovrà essere: “Come lui può aiutare noi?”

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IL PROGETTO, LA RETE (Box)

Presso l’Istituto di Psicologia del CNR di Roma si è costituito un gruppo di ricerca e di coordinamento internazionale del progetto “La città dei bambini” (Tonucci 96) che promuove forme di partecipazione attiva dei bambini alla vita delle città per un cambiamento coerente verso uno sviluppo sostenibile.

Il progetto nasce dall’analisi del degrado urbano che produce disagio in tutte le categorie sociale e specialmente nelle più deboli, dai bambini agli anziani e dalla consapevolezza che gli adulti difficilmente sono disposti ad operare per un cambiamento urgente e radicale considerato d’altra parte irrinunciabile.

Per spingere le città ad un cambiamento coerente e radicale verso uno sviluppo sostenibile e tenendo in massima considerazione il benessere di tutte le categorie sociali si propone di cambiare il parametro e di passare dall’adulto, maschio, lavoratore al bambino. Non è un proposta educativa ma politica, per una nuova filosofia di governo della città. È una proposta affidata al sindaco e alla collegialità degli amministratori: una proposta trasversale che coinvolge tutti i settori dell’amministrazione.

È il sindaco che aderisce

Seminario di Giunta

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Attività. Il progetto suggerisce l’apertura di un Laboratorio come gruppo di lavoro per la progettazione, l’attuazione e lo stimolo agli amministratori e come luogo di incontro di adulti e bambini e di tutti gli adulti che a diverso titolo si interessano di infanzia.

Propone la partecipazione diretta dei bambini attraverso l’attivazione di esperienze come il “Consiglio dei bambini” e la “Progettazione partecipata”.

Propone agli amministratori di sviluppare politiche atte a restituire autonomia ai bambini con opportuni interventi strutturali e modifiche di comportamenti. Una iniziativa significativa, come primo passo per il recupero della autonomia infantile, è quella chiamata “A scuola ci andiamo da soli” che propone ai bambini, a partire dai sei anni, di andare a scuola senza l’accompagnamento degli adulti. Una proposta che, per superare le paure delle famiglie, deve intervenire strutturalmente sulla pericolosità del traffico e ricostruire atteggiamenti di attenzione e responsabilità da parte degli adulti del quartiere (commercianti, anziani, vigili urbani).

Chiede agli adulti, a partire dagli amministratori delle città un cambiamento di ottica e di priorità: recupero dei cortili condominiali, una politica a favore dei pedoni e dei ciclisti, riaffidamento delle strade e delle piazze all’uso pubblico dei cittadini delle varie generazioni, aumento delle autonomie dei cittadini a partire dai più deboli e più piccoli, ricerca della sicurezza urbana non attraverso misure di difesa ma di partecipazione e di “occupazione” degli spazi da parte dei cittadini.

È interessante notare come ogni iniziativa che cerchi realmente di modificare il contesto urbano per renderlo adatto e accogliente rispetto alle esigenze dei bambini produca da un lato effetti favorevoli per tutte le categorie sociali e specialmente per quelle più deboli (anziani, handicappati, poveri), dall’altro la necessità di momenti decisionali e organizzativi trasversali nella amministrazione. Di fatto, nelle città dove il progetto si sta applicando con maggiore correttezza e coerenza il Laboratorio è affiancato da un gruppo di lavoro “interassessorile”, formati dai rappresentanti dei vari settori della amministrazione.

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La rete, la ricerca. Il  gruppo di ricerca internazionale del CNR per il progetto “La città dei bambini” per il supporto e il coordinamento delle città che aderiscono al progetto. L’adesione alla rete viene data personalmente dal Sindaco e confermata da una delibera del Consiglio comunale.

Per appoggiare le attività delle città il gruppo CNR pubblica un Bollettino per lo scambio delle notizie fra le città e il supporto alle varie iniziative; organizza seminari periodici e stages di formazione per gli operatori dei Laboratori, gli amministratori e i tecnici delle città; produce materiali per lo sviluppo e la documentazione delle iniziative; cura un Centro di documentazione internazionale; sta sviluppando un sito web che veicolerà tutte queste funzioni.

Il gruppo CNR ha condotto, in un quartiere di Roma, una ricerca sul rapporto fra autonomia sul percorso casa – scuola e sviluppo delle conoscenze spaziali dell’ambiente in bambini dai 6 agli 11 anni.

Ha anche iniziato un programma di ricerca nazionale per lo studio degli effetti delle sue attività sul cambiamento dell’ambiente urbano. In particolare sta studiando l’autonomia dei bambini italiani dai 6 agi 11 anni nei loro spostamenti nell’ambiente vicino e nel percorso casa – scuola. Intende verificare se e come si modifica l’autonomia dei bambini nelle città che propongono l’iniziativa “A scuola ci andiamo da soli”.

Ha partecipato con due città della rete ad un programma biennale europeo “Life ambiente” per dimostrare l’efficacia di azioni come “A scuola ci andiamo da soli” e la “Progettazione partecipata” per lo sviluppo sostenibile delle città.

Il progetto è nato a Fano, città di medie dimensioni del centro Italia, nel 1991. Da allora hanno aderito circa quaranta città italiane, distribuite su tutto il territorio nazionale, venti città spagnole e le più importanti città argentine, come Rosario, Cordoba, Mar del Plata e Buenos Aires.

(FRANCESCO TONUCCI - Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione del CNR – Responsabile del progetto “La città dei bambini” - via U. Aldrovandi, 18 – 00197 Rome, Italy)


[1] Francesco Tonucci – Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione del CNR – Responsabile del progetto “La città dei bambini” - via U. Aldrovandi, 18 – 00197 Rome, Italy  – <tonucci@nembo.net>

[2] In sei città italiane, due del nord, due del centro e due del sud, sono stati somministrati questionari di indagine sulle varie autonomie motorie dei bambini (andare da soli ad acquistare al negozio, ai corsi pomeridiani, ecc.) e sulle modalità del percorso casa – scuola. I questionari sono stati proposti ai bambini dai sei agli undici anni e ai loro genitori. In alcune delle città coinvolte questo studio costituirà il riferimento di partenza per valutare i cambiamenti che produrrà l’iniziativa “A scuola ci andiamo da soli”. La prima fase della ricerca, con lo studio dei livelli di autonomia dei bambini è attualmente in fase di elaborazione.

[3]  Questa seconda ricerca dell’Istituto di Psicologia del CNR è stata condotta in un quartiere di Roma e studia come le modalità dell’andare a scuola (da soli, accompagnati da adulti a piedi, accompagnati in macchina) modifichi la conoscenza spaziale dell’ambiente in bambini della scuola elementare (da 6 a 11 anni). La ricerca è attualmente in fase di pubblicazione.

[4] Si veda il box “Il progetto – la rete”

[5] Nelle città della rete nelle quali si è attivato un “Consiglio dei bambini” una volta all’anno questo si incontra con il Consiglio comunale in una riunione straordinaria durante la quale i piccoli consiglieri hanno il diritto di parola che esercitano per presentare agli amministratori le loro proposte, proteste e idee.

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Un pensiero su “PIANO CITTA’ nel decreto sviluppo emanato dal Governo: l’OPPORTUNITÀ DI INIZIARE UNA RIQUALIFICAZIONE URBANA dei nostri centri, paesi e città ora abbandonati all’anarchia urbana di questi decenni – Perché non pensare a UN PIANO URBANISTICO FATTO A MISURA DEI BAMBINI?

  1. Complimenti !

    Anche il geografo Jean Bernard Racine, già premio Vautrin Lud, ha recentemente pubblicato un capitolo in tema di “geografia cittadina” e bambini :

    2011. Un ‘droit de cité’ pour les tout-petits? Penser et bien vivre la petite enfance au cœur de la ville, in Reinberg O, Blanc V. (éds) Un accident est si vite…évité! Lausanne, CHUV: 44-66

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