Geograficamente

conservazioni e trasformazioni virtuose del territorio

VENEZIA, Marghera e il PALAIS LUMIÈRE: fotografia di un Veneto che non sa più quale sia il suo futuro (e allora va bene anche il grattacielo a tre torri di Pierre Cardin)

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copertina dell’articolo di “le Monde” del 31 luglio 2012 (immagine tratta da “il Gazzettino”)

   Il Palais Lumiere è un grattacielo che lo stilista Pierre Cardin (francese di origine veneta) vuole costruire a Marghera, a 10 chilometri da Piazza San Marco. Il “Palais lumière” è previsto che sarà alto 250 metri (140 metri in più del campanile di San Marco) e con 255 mila metri quadrati di superficie; avrà un costo di 2 miliardi e 100 milioni. Pertanto il grattacielo (composto di tre torri), a Marghera, affacciato sulla laguna, sarà visibile anche da Venezia.

   Una visibilità, par di capire, non totalmente ingombrante: tanto quanto le vecchie ciminiere dell’area chimico-industriale ora spente: la torre sostituirà le vecchie ciminiere con l’incandescenza della sua illuminazione che, da quel che si può immaginare dal progetto, da lontano potrà apparire simile (e forse più) a quella della Torre Eiffel a Parigi (visibile di notte a molti chilometri oltre la megalopoli parigina).

rappresentazione del Palais lumièr

Il progetto del grattacielo composto da tre torri di 66 piani, trasparente di giorno e illuminato di notte, con alberghi, ristoranti, appartamenti di lusso e la sede dell’Accademia della Moda, questo progetto a nostro avviso rappresenta tre tendenze diverse: copiare la ville lumière francese (Parigi, bellissima di notte; ma il contesto qui è un po’ diverso, e non ha certo niente da dover copiare). Poi c’è la tendenza a cercare l’ “innalzamento al cielo” e la visibilità “voluta” a tutti i costi delle archistar (con la costruzione di un “non luogo” artificiale, cioè del tutto nuovo, dove si inserisce”vita”, cioè gente che arriva, o che ci lavora). E infine, come terza tendenza, il voler proporre un luogo di incontro fatto di beni da vedere, vendere, e, lo ripetiamo, portare lì della gente… certo un bene questo se si vuole, come lo può in parte essere un grande centro commerciale (dobbiamo riconoscere l’esistenza di una socialità positiva a questi luoghi). In più Pierre Cardin prevede un’ “università della moda” (e questo potrebbe essere un elemento interessante).

   Noi non sappiamo bene se essere favorevoli o contrari alla mega Torre, al Palais lumière: constatiamo che per Venezia forse la torre è solo una “piramide” che il vecchio celebre stilista vuole costruirsi a sua memoria futura (sfruttando la celebrità di Venezia: in questo senso non crediamo granché alla minaccia che se avrà forti opposizioni egli destinerà la torre e i suoi soldi in Cina o in altra parte del mondo: a nostro avviso il valore aggiunto di Venezia è quel che a lui interessa…). Pertanto Venezia con vicino (e visibile) una piramide estranea a nostro avviso bruttissima e superata, per niente originale nell’architettura delle archistar di questi ultimi decenni… Venezia forse non ha che da rimetterci: deve “dare” del suo, della sua storia, bellezza e celebrità, senza “ricevere” alcunché dal Palais lumière. Forse invece il territorio circostante, come Marghera e la sua necessità di darsi un futuro economico post-industriale, qualcosa ne ricaverà di positivo: si andrà a mettere le mani in aree in crisi, a riorganizzare un luogo ora in un certo disagio.

   Ma quel che appare evidente, torre o non torre (secondo noi questo progetto si farà), è un Veneto senza più una chiara motivazione di futuro possibile e di positiva dinamicità: dallo sviluppo industriale e manifatturiero dagli anni ’60 del secolo scorso fino agli anni ’90 (e ora scomparso con le produzioni portate in paesi a basso costo di manodopera, e con le economie autonome dei paesi ex poveri emergenti); con un’edilizia scomposta e assai selvaggia (che ha fatto un casino delle bellissime campagne e paesi del Veneto centrale, ora diventati una convulsa grigia periferia lungo le strade); da tutto questo si sta passando a improbabili mega centri commerciali, quartieri e città fatte ex novo (e i centri storici si svuotano); a proposte continue di luoghi di puro consumo, di “divertimentificio” e nulla più. In questa logica è probabile che sia sicuro Pierre Cardin che il progetto di attrarre gente sulle torri del Palais lumière funzionerà. Arriveranno soldi e un po’ di occupazione, e non è certo male: ma non è che poi ci vorrà un’altra torre e poi ancora un’altra, senza uno sviluppo virtuoso autorigenerato? (sm)

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L’ULTIMO AFFRONTO A VENEZIA: LA TORRE FIRMATA PIERRE CARDIN

di SALVATORE SETTIS, da “la Repubblica” del 31/7/2012

- Polemiche in Laguna per il progetto Palais Lumière: “Svetterebbe su San Marco” –

   C’è una nuova moda tra i potenti: profanare Venezia. In barba alle leggi e asservendo le istituzioni. Tre eventi in sequenza non lasciano dubbi in proposito. Atto primo: dopo l`incidente della Costa Concordia naufragata al Giglio con gravi perdite umane e disastro ambientale, da tutto il mondo venne la richiesta che si stabilissero: “Nuove regole per quei colossi”.

   Specialmente nel punto più prezioso e fragile, Venezia. E infatti il decreto è arrivato in marzo, e vieta “inchini” e passaggi a meno di due miglia nautiche dalla costa (quasi quattro chilometri). Con una sola eccezione: Venezia, dove enormi navi, da 40.000 tonnellate e oltre, sfiorano ogni giorno Palazzo Ducale, incombono sulla città, inquinano la laguna, oltraggiano lo skyline di Venezia e i suoi cittadini. Venezia dunque “fa eccezione”, ma non perché è più protetta, come il mondo si aspetta, bensì perché non lo è affatto (due incidenti evitati per pochi metri negli ultimi sei mesi).

   Secondo atto: Benetton compra il Fondaco dei Tedeschi, prezioso edificio di primo Cinquecento ai piedi del ponte di Rialto, per farne «un megastore di forte impatto simbolico». Accettabile, vista l`antica destinazione commerciale di quella fabbrica illustre. Ma Rem Koolhaas, l`architetto incaricato della ristrutturazione, disegna un neo-Fondaco con sopraelevazione, mega-terrazza con vista su Rialto e scale mobili che violentano dall’alto l`armonioso cortile.

   Dopo la denuncia di questo giornale (“Quel centro commerciale che ferisce Venezia”, 13 febbraio) e di molti altri, dopo il parere negativo della Soprintendenza, Koolhaas insiste: «Faremo il progetto, al diavolo il contesto, è quello che paralizza la nuova architettura». Profanare un edificio storico è dunque parte del “forte impatto simbolico” commissionato da Benetton.

   Il terzo atto è di questi giorni: Pierre Cardin, memore delle sue origini venete, a 90 anni vuol lasciare un segno in Laguna. Costruendo a Marghera un Palais Lumière da un miliardo e mezzo, alto 250 metri, superficie totale 175mila metri quadrati. Tre torri intrecciate, 60 piani abitabili, un`università della moda e poi uffici negozi, alberghi, centri congressi, ristoranti, megastore, impianti sportivi. Una città verticale, un`occasione unica peri il recupero di un`area industriale in degrado.

   Ma la Torre di Babele targata Cardin, coi suoi 250 metri di altezza, sarebbe alta 140 metri in più del campanile di San Marco, e svettando su Marghera segnerebbe duramente lo skyline di Venezia, in barba a tutte le norme urbanistiche: impossibile non vederla da piazza San Marco, anzi da tutta la città. Specialmente di notte, perché il mastodonte, illuminatissimo, meriti il nome di Palais Lumière.

   Non solo: sarebbe sulla rotta degli aerei, e violerebbe di ben 110 metri i limiti di altezza imposti dall`Enac (Ente nazionale aviazione civile). Ma se l`Enac risponde picche, Cardin non demorde: o un sì integrale al progetto, o il suo palazzo emigrerà in Cina.

   Che cos`hanno in comune questi tre episodi? Sono tre occasioni per Venezia. Ma perché, se vogliamo portare turisti a Venezia per mare, va fatto con meganavi superinquinanti che s`insinuano in città come altrettanti grattacieli? Perché, se vogliamo recuperare all`uso commerciale il Fondaco dei Tedeschi, dobbiamo violarne l`architettura? Perché Cardin non può, nei 250mila metri quadrati del parco che avrebbe a disposizione, edificare due, tre torri più basse, con la stessa superficie totale?

   C`è una sola risposta: in tutti questi casi, oltraggiare Venezia non è una conseguenza non prevista, ma il cuore del progetto. E` essenziale profanare questa città gloriosa che infastidisce i sacerdoti della modernità quanto una vergine restia può irritare un dongiovanni che si crede irresistibile. La profanazione, anzi la visibilità della profanazione, ha una forte carica simbolica, è uno statement di iper-modernità rampante e volgare, che si vuol prendere la rivincita sul passato, umiliare Venezia guardandola dall`alto di una mega-nave o di una superterrazza a piombo su Rialto, o di un grattacielo a Marghera.

   Pazienza se (lo ha scritto Italia Nostra) l`Unesco dovesse cancellare Venezia dalle sue liste, dato che nel 2009 lo ha fatto con Dresda, dopo la costruzione di un ponte visibile dalla città barocca. Ma c`è un altro denominatore comune: i soldi. In tutti e tre i casi, il ricatto è lo stesso: senza le mega-navi calano i turisti; per avere la mega-torre di Marghera e la mega-terrazza del Fondaco bisogna ubbidire al committente senza fiatare.

   E le istituzioni? Prone ai voleri del dio Mercato, sono pronte a tutto: nel caso del Fondaco, il Comune ha accettato da Benetton una sorta di “bonus” di 6 milioni promettendo in cambio di permettere (e far permettere) tutto; il sindaco Orsoni dichiara che «è assurdo mettersi di traverso a Cardin».

   Intanto il presidente della regione Zaia incensa lo stilista paragonandolo a Lorenzo il Magnifico (forse non ricordava il nome di nessun doge), e chiede «che il ministro Passera si metta una mano sul cuore» e induca l`Enac a chiudere un occhio: anche la sicurezza dei voli dovrà pur inchinarsi al Denaro.

   In questa squallida sceneggiata, due sono le vittime: non solo Venezia (e i veneziani), ma anche la legalità, sfrattata a suon di milioni. E intanto Pierre Cardin ha già messo in vendita gli appartamenti del Palais Lumière, con un annuncio diffuso a Parigi, in cui lo si vede torreggiare sullo sfondo di una Venezia ridotta a miniatura. La legalità può aspettare, la Costituzione può andare in soffitta. (Salvatore Settis)

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CACCIARI SU PALAIS LUMIÈRE: ORRIBILE – ORSONI: NON SIAMO SCHIAVI DI NESSUNO

- L’ex sindaco: «Brutto, ma a caval donato…». Il primo cittadino: Italia Nostra dà un’immagine falsa di Venezia. E il quotidiano francese Le Monde scrive del caso –

da IL CORRIERE DEL VENETO del 1/8/2012

VENEZIA – «Il Palais Lumiere che infiamma la Città dei Dogi»: così titola oggi il quotidiano francese Le Monde che dedica un articolo, con richiamo in prima pagina, alla polemica suscitata in Italia dal progetto di una «torre faraonica» alta 245 metri dello stilista italo-francese Pierre Cardin, che dovrebbe sorgere a Porto Marghera, alle porte della Serenissima.

   «Omaggio o affronto a Venezia?», si chiede il giornale riportando le tesi di chi è a favore e di chi è contro la realizzazione dell’edificio. E conclude: «Per Pierre Cardin è prendere o lasciare. O il progetto viene approvato così com’è o lo stilista è già pronto a realizzarlo in Cina».

   Come la pensi Massimo Cacciari, fin qui rimasto in silenzio, è emerso oggi. Una stroncatura senza appello, quella dell’ex sindaco di Venezia: «La Torre Lumiere? una cosa orribile, un progetto vecchio, stile ‘900». Parlando a margine di un incontro della «Fondazione Pellicani», Cacciari si è detto contrario «a questa bulimia da archistar».

   Ma ha anche ammesso che «a caval donato non si guarda in bocca»; e dato che il Palais Lumiere mobiliterebbe grandi risorse in un’area come Porto Marghera abbandonata da anni ha convenuto che «si può anche fare, perché non darà fastidio». Il filosofo, del resto, non si è detto entusiasta neppure di altri grandi progetti di recupero avviati a Venezia, come il Fontego dei Tedeschi restaurato dal gruppo Benetton, che ne farà un sito principalmente commerciale.

   Ma alle voci critiche levatesi verso questa e altre iniziative dei privati in città, come quelle di Italia Nostra, ha risposto: «lo comperi Italia Nostra allora. Non si trovano sempre mecenati come Pinault, Prada che portano gli investimenti e restaurano i musei».

   E il sindaco attuale, Giorgio Orsoni? E’ irritato dalle accuse di Italia Nostra. Soprattutto se si adombra, come è successo, l’ipotesi di una giunta alla mercé dei «ricconi» di turno. «Non siamo schiavi del primo Paperon de Paperoni che arriva a Venezia: è un falso clamoroso che mi fa arrabbiare moltissimo. Chiedo le dimissioni di Italia Nostra».

   Alla vigilia della pausa estiva, il sindaco ha tracciato il bilancio dell’amministrazione comunale elencando i risultati raggiunti («dalla città metropolitana, fino all’Arsenale restituito finalmente alla città»), ma se l’è presa con «l’immagine mediatica» di una Venezia «svenduta» al miglior offerente. Un’ immagine clamorosamente falsa secondo Orsoni, di cui il Comune paga incolpevolmente il prezzo.

   Lo stesso stereotipo che si sarebbe alimentato contestando sia la vendita a Prada di Cà Corner della Regina, sia la scelta sul Fontego dei Tedeschi di proprietà di Benetton che lo vuole trasformare in un grande centro commerciale vicino a Rialto e, ultime in ordine di tempo, le tre torri alte 240 metri che Cardin vorrebbe costruire a Marghera.

   Scelte che Orsoni difende con convinzione («abbiamo il dovere di valutare la proposta di Cardin per tutti i vantaggi che comporta»), ma con toni decisamente più concilianti nei confronti delle «persone qualificate», come Salvatore Settis, che hanno mosso critiche «non distruttive» sia nel caso del Fontego che del Palais Lumiere: «Non si deturpa lo skyline di Venezia se si costruisce qualcosa a 20 km dal centro della città», ha sottolineato il sindaco, invitando tutti «alla pacatezza e a non esasperare problemi che non esistono usando Venezia che va tutelata nel modo migliore».

   Resta il parere del diretto interessato, Pierre Cardin. Che arriva per voce del suo legale, l’avvocato Sandro De Nardi: «In relazione alle critiche al progetto che sono apparse in questi giorni su taluni media veneti e nazionali – ha detto all’ANSA De Nardi – va detto che ci sono affermazioni talvolta inesatte, talaltra completamente destituite di fondamento e per certi versi addirittura gravemente diffamatorie». In particolare l’avvocato fa riferimento all’osservazione «assolutamente falsa» secondo cui la torre si vedrebbe da tutta la città di Venezia. «Disterebbe circa 10 chilometri dal centro monumentale e 4 dal bordo lagunare (ove peraltro già compaiono ciminiere, una stazione petrolifera e Fincantieri) – spiega -. Lo dimostrano incontrovertibilmente le fotografie pubblicate sul sito www.palaislumiere.eu».

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PALAIS LUMIÈRE, I FRANCESI SI INTERROGANO: “OMAGGIO O AFFRONTO ALLA CITTÀ LAGUNARE?”

- Un articolo di Le Monde oggi ripropone la polemica che si è scatenata sulla torre alta 245 metri proposta da Pierre Cardin -

da http://www.gazzettino.it/ del 2/8/2012

VENEZIA – Varca i confini territoriali e perfino quelli nazionali la polemicache accende gli animi a Venezia, ossia la costruzione del Palais Lumièredi Pierre Cardin. E non a caso Le Mondededica oggi un articolo alla torre che tanto fa discutere in laguna: il titolo è “Il Palais Lumière che infiamma la Città dei Dogi”.
I cugini francesi si tuffano nella polemica suscitata dal progetto della torre alta 245 metri dello stilista italo-francese che dovrebbe sorgere a Porto Marghera, alle porte della Serenissima.
“Omaggio o affronto a Venezia?”, si chiede il giornale riportando le tesi di chi è a favore e di chi è contro la realizzazione dell’edificio. E conclude: “Per Pierre Cardin è prendere o lasciare. O il progetto viene approvato così com’è o lo stilista è già pronto a realizzarlo in Cina”.

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PALAIS LUMIERE

L’UNESCO: BASTA POLEMICHE. IN POCHI METRI SI GIOCA IL SÌ

- Torre Cardin, si studia la distanza dalla fascia tutelata. E un architetto accusa: senza verifiche, a rischio i palazzi veneziani -

da “il Corriere del Veneto” del 28/7/2012

VENEZIA - Qualche metro, non di più. È su una distanza irrisoria che lo stilista Pierre Cardin si giocherà il via libera dell’Unesco sul palazzo della luce. Non in verticale, sia chiaro, perché l’approvazione dell’Enac, l’ente dell’aeronautica civile, anche se per il momento informale, c’è già tutta.

   Questa volta la questione è tutta orizzontale, perché via dell’Elettricità a Marghera, il luogo scelto come sede per il Palais Lumière, corre lungo il confine dell’area di influenza dell’organismo delle Nazioni Unite che ha il compito di preservare il patrimonio artistico mondiale. «Marghera non è una zona direttamente tutelata e quindi non abbiamo una competenza specifica – spiega il presidente della commissione nazionale italiana dell’Unesco Giovanni Puglisi – ma c’è una zona di influenza tutto intorno a Venezia su cui invece abbiamo competenza. Il Palais Lumière è proprio al confine.

   Se risulterà che il palazzo sorge all’interno di questa zona allora valuteremo l’impatto dell’opera sul territorio, altrimenti non interferiremo». Per il momento comunque Puglisi lascia intendere che non è stata presa nessuna decisione in merito. Né a favore né contro. «La decisione non si baserà sulle posizioni soggettive e sulle interpretazioni personali di bellezza – continua Puglisi – andremo oltre il parere negativo di Italia Nostra, degli architetti e andremo anche oltre il parere positivo di Pierre Cardin».

   Poco importa dunque che lo stesso Cardin sia ambasciatore onorario dell’Unesco, per il presidente della commissione italiana «queste polemiche e queste prese di posizione sono il frutto della calura agostana», visto che il progetto è in fase ancora troppo embrionale per essere discusso nella sede delle Nazioni Unite.

   Negli unici casi in cui l’Unesco è intervenuto, la decisione di agire è stata presa di fronte al progetto completo e alle simulazioni di impatto ambientale. «È successo quando è stato approvato il progetto della Valdastico Sud perché passava attraverso le ville Venete ed è successo quando il governo tedesco ha deciso di costruire un ponte sulla valle dell’Elba nei pressi di Dresda», continua Puglisi. Nel primo caso, la Valdastico fu spostata di un centinaio di metri e tutto fu risolto. Nel secondo caso il governo tedesco organizzò un referendum e, forte del voto popolare fece uscire Dresda dall’Unesco per poter costruire il ponte.

   E Venezia potrebbe uscire dall’Unesco? «Non lo voglio nemmeno pensare», sorride Puglisi. Va detto che nel terzo e ultimo caso di intervento dell’Unesco sulla realizzazione di una grande opera, il grattacelo della Gazprom a San Pietroburgo, l’organismo delle Nazioni Unite ha avallato la costruzione del palazzo quando è stato dimostrato dalle autorità russe che l’opera era a dieci chilometri dal centro storico, più o meno la stessa distanza che intercorre tra piazza San Marco e la torre della luce.

   Unesco a parte, l’interesse dei veneti per l’opera continua ad alimentare il dibattito. Dopo le critiche durissime di Italia Nostra che ha bocciato senza possibilità di appello l’opera voluta da Cardin, ieri è stato il turno dei dubbi tecnici dell’architetto Fernando De Simone, esperto internazionale di costruzioni sotterranee.

   «Senza le opportune verifiche sul terreno, il peso e le dimensioni della struttura possono mettere a rischio la stabilità dei palazzi circostanti e la stessa Venezia – spiega l’esperto – I controlli devono essere fatti molto bene per evitare che si ripeta la “scoperta” dell’amianto che ha portato al triste epilogo del palazzo del Cinema al Lido». «Non perdiamo tempo inutilmente – ribatte il presidente di Confcooperative Angelo Grasso – questa è un’occasione d’oro per creare occupazione». (Al.A.)

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ORSONI: “LA TORRE CARDIN NON DETURPERA’ VENEZIA”

di Alberto Vitucci, da “il Mattino” di Padova del 1/872012

VENEZIA. «C’è una nuova moda tra i potenti: profanare Venezia, in barba alle leggi e alle istituzioni». Il professor Salvatore Settis, storico dell’Arte, ex presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali, spara a zero contro la politica delle «grandi opere» in laguna. E il sindaco Orsoni gli risponde per le rime. I toni sono fermi, anche se più pacati rispetto a qualche mese fa. «Il professor Settis è persona di livello», dice, «da lui accetto le critiche anche se non mi trovano d’accordo».

   E le accuse di «svendere la città» ai ricchi che la vogliono comprare, le trasformazioni dei palazzi sul Canal Grande in hotel, musei e centri commerciali? «Ma non è vero», si infiamma Orsoni, «a tanti abbiamo detto di no, anche se non sta a noi decidere i progetti dal punto di vista architettonico. La Torre Cardin, ad esempio, la volevano fare più vicina a Venezia. Abbiamo detto no. Ma non possiamo ingessare la città».

   Dalle colonne di Repubblica Settis ha denunciato ieri la «profanazione» della città storica. L’ultimo oltraggio, scrive, è il Palais Lumière firmato Pierre Cardin. 250 metri e 175 mila metri quadrati di negozi e appartamenti a Marghera, in riva alla laguna. Tre enormi torri alte due volte e mezzo il campanile di San Marco, un miliardo e mezzo di investimenti.

   Ma nel «museo degli orrori» Settis inserisce anche le grandi navi, che continuano a circolare in bacino San Marco nonostante il disastro del Giglio, e poi le scale mobili e la terrazza sul tetto del Fontego dei Tedeschi, a fianco del ponte di Rialto che Benetton vuole trasformare in centro commerciale. «La profanazione, anzi la visibilità della profanazione», scrive Settis, «ha una carica di modernità rampante e volgare che vuol prendersi una rivincita sul passato e umiliare Venezia».

   Settis, che si era dimesso dal Consiglio superiore in polemica con il governo Berlusconi, non è nuovo a questo tipo di interventi. Nel febbraio scorso aveva duramente criticato la «svendita» dei palazzi veneziani e le istituzioni «prone al volere del dio Mercato».

   «Arrabbiato? Ma no. Settis è uno studioso di livello, non possiamo sottrarci al confronto. Dice anche cose giuste, i toni sono propositivi, diversi da quelli di qualche comitato che si oppone e basta».

Ma l’attacco è pesante. Settis parla di «affronto a Venezia» e cita progetti che l’amministrazione sta portando avanti.

«Un momento. Sulle grandi navi ha ragione. Siamo stati presi in giro tutti. Hanno fatto un decreto che vale ovunque ma non a Venezia».

Il Comune non ha protestato molto.

«Ho sempre detto che il passaggio di quelle grandi navi davanti a San Marco deve essere ridotto. L’altra sera ho incontrato gli amministratori di Costa e Msc e anche loro hanno convenuto: per il futuro della crocieristica a Venezia non è essenziale che le navi continuino a entrare per il canale della Giudecca».

Ma le alternative non ci sono e dunque tutto resta com’è.

«Ci stiamo lavorando. Secondo me la soluzione migliore è spostarle a Marghera e farle entrare da Malamocco. Ma non basta denunciare i problemi, bisogna trovare le soluzioni».

L’ultimo affronto, scrive il professore, è la Torre Cardin. Ma lei si è detto favorevole, il Consiglio comunale ha votato a grande maggioranza.

«Non sono per niente d’accordo con lui sull’ impatto della torre sulla città. Perché altrimenti non si potrebbe costruire nulla intorno a Venezia, neanche a Treviso e Padova».

A Londra non hanno paura della modernità.

«Certo bisogna valutare bene. Ma io credo che la torre sia abbastanza lontana da Venezia, che si possa fare».

Anche qui Settis non è proprio in sintonia con le scelte della sua amministrazione.

«Stavolta ha usato toni più garbati, a differenza dell’altra volta. E poi ha avanzato proposte alternative. Dice perché non portare i turisti in nave e fermarli fuori? Perché non fare il centro commerciale senza violare l’edificio rinascimentale? E infine, perché non costruire torri un po’ più basse? Credo che su queste basi si possa discutere».

Il terzo punto sollevato è quello del nuovo Fontego dei Tedeschi. Qui i pareri tecnici sulla terrazza e le scale mobili sono tutti negativi. Ma il Comune ha firmato una convenzione con Benetton e ha già incassato 6 milioni di euro per il cambio d’uso.

«Che c’entra? il Comune ha dato il suo parere favorevole alla trasformazione del vecchio ufficio delle poste in centro commerciale. Mi pare che anche Settis convenga sul fatto che quella destinazione è compatibile con la storicità del luogo».

Ma c’è di mezzo una terrazza vietata dalla legge e scale mobili che attraversano il cortile e hanno bisogno di demolizioni dei parapetti in marmo.

«Sulle scelte architettoniche non ho voluto entrare e non entro. Noi aspettiamo il parere della Soprintendenza, poi porteremo la delibera in Consiglio comunale. Quell’edificio va recuperato, e speriamo di farlo nel modo migliore possibile».

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PALAIS LUMIÈRE: UN ALTRO TENTATIVO DI SFREGIO ALLA LAGUNA DI VENEZIA

da  Italia Nostra, Venezia del 25/7/2012

Il progetto voluto da Pierre Cardin, una torre alta 250 metri, rappresenta un oltraggio allo skyline di Venezia. www.italianostra.org, 23 luglio 2012 (m.p.g.)

   Davvero a Venezia i soldi possono muovere ogni cosa? Non ci possiamo credere! Eppure la storia del grattacielo di Cardin così insegnerebbe. Raccontiamo in due parole la discutibile vicenda per chi ancora non la conoscesse.
Pierre Cardin, novantenne, ha deciso di lasciare su questa terra un segno più duraturo (e visibile) di un bel vestito, di una splendida collezione di moda: una costruzione altissima, tutta di vetro, disegnata da lui stesso. Si tratta di tre torri a vela, alte 250 (250!) metri unite da sei dischi, 60 piani, per la superficie totale di calpestio di 175.000 mq.
E dove vorrebbe costruire il mastodonte? Ma nel posto più visibile e (se anche questa storia va in fondo) meno tutelato al mondo: Venezia. Certo, in Piazza S. Marco è un po’ difficile, ma in gronda lagunare, perché no? Tanto in Laguna si possono scavare nuovi canali portuali, fare nuovi porti, costruire nuove aree logistiche, forse anche metropolitane subacquee.

   E’ vero, la Laguna, con Venezia, è un sito UNESCO, ma tutto filerà liscio: l’investimento è tutto privato, un miliardo e mezzo di euro, e troverebbero occupazione 4.500 addetti. Si può dire di no? Comune, Provincia, Regione sono festosamente favorevoli all’opera.
Piccolo problema, le norme urbanistiche: il Palav, il PAT etc. non contemplano un simile gigante. Si invoca addirittura un decreto legge ad hoc tanti sono gli ostacoli normativi. Per ultimo, il parere negativo dell’ENAC (Ente nazionale aviazione civile): l’intervento supera di ben 110 metri i limiti previsti dai vincoli di sicurezza per la vicinanza all’aeroporto. Chiunque capirebbe che il rischio di collisione è concreto: qui gli aerei volano anche a 300 metri di altezza.
Il dibattito in città è rovente: «il territorio reggerà una tale dimensione – ovviamente sotto molteplici aspetti – ?», si interroga Gianfranco Vecchiato con la speranza che qualcuno convinca Cardin «che entrare nella storia si può da subito L’Arsenale ad esempio, può offrire spazi restaurati per il centro internazionale della moda».
E il palazzone in sé? Per Sandro Mannoni «sembra l’immagine uscita dalla matita di un cartoonist di fantascienza piuttosto che da uno studio di architettura». E Roberto Bianchin rincara: è un «fungo malato», un «delirio luminescente» proposto a Marghera perché lì «si può costruire praticamente di tutto senza vincoli e senza vergogna».

   Ma Cardin non ha dubbi, seppur non consta che sia architetto – ma potremmo sbagliare -, è fiero del suo palazzo-vaso di fiori (come lo si chiama nelle calli della città, essendo la sua forma ispirata da tre fiori in un vaso visti nella sua casa di Parigi) e lo paragona addirittura al campanile di S. Marco. Per carità, visioni e fantasie comprensibili, se private. «È un regalo che faccio a me stesso, a Venezia e al mondo. I soldi non mi serviranno quando sarò morto», afferma. Se non si correrà tutti ad approvarla se la porterà in Cina (Ohibò! una costruzione nata a Parigi e posata indifferentemente qui o altrove? È architettura questa?). Così Cardin sollecita Monti, scrive a Napolitano (che a sua volta ha scritto a Passera!).
Sappiamo dalla stampa che l’ENAC è «sottoposta in questi giorni a un’enorme pressione politica»: i nostri amministratori sperano che derogherà di 100 metri dal regolamento aeroportuale nazionale che ha recepito la normativa internazionale. Tutto è possibile: oggi la regola è la deroga. In questi termini si è espresso il presidente della Regione, Zaia: «spero che il ministro Passera si metta una mano sul cuore di fronte ai divieti posti da ENAC»; in caso contrario la decisione «sarebbe contro il Veneto e contro tutto in nord». E pazienza per Venezia (da ridere gli scrupoli della commissione di salvaguardia che ha voluto contenere l’altezza degli edifici nel parco di S. Giuliano a 10,5 m!).
Per noi di Italia Nostra il mostruoso gigante, con albergo e ristorante con vista mozzafiato, a 225 m di altezza, rappresenta un’ulteriore manifestazione di un modo distorto di fruire delle meraviglie di Laguna e città, senza preoccuparsi dei ritmi dei luoghi, dello skyline del paesaggio, senza entrare in armonia con esso ma riuscendo solo a stravolgerlo e a piegarlo alle esigenze del profitto. L’edificio-mostro rientra nella logica delle varie mega-navi che attraversano Venezia e delle ruote panoramiche disneyane dalle quale il turista può bearsi di un impatto immediato, mordi-e-fuggi, con Venezia e la sua Laguna, senza curarsi minimamente di stravolgere proporzioni ed equilibri stabiliti da secoli.
E’ una questione di cultura: una città che non consentì a Wright di costruire un palazzetto si fregerà di un enorme, sovradimensionato e arrogante super super palazzo, una sorta di nuova cittadella in elevato?
Tale abominio fuori scala, visibile ovunque da Venezia perché sovrasta qualsiasi costruzione (è più alto del campanile di S. Marco di 150 m!) cambierà per sempre la percezione della città e ci costerà la cancellazione dalla lista dei siti Unesco. Nel 2009 per molto meno Dresda venne espunta: per la costruzione di un ponte perché in parte visibile dalla città barocca.

   A Venezia il ‘vaso’ di notte, essendo tutto in vetro, sarà illuminatissimo e visibilissimo: Palais lumère l’hanno appunto chiamato. Ricordo cosa rimproverava Anna Somers Cocks (del Comitato ‘Venice in Peril Fund’) ai giganteschi cartelloni pubblicitari sempre illuminati: «They take away the wonderful darkness of Venice», portano via la meravigliosa oscurità di Venezia. Cosa dovremmo dire ora!

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25/07/2012:

ULTIME DICHIARAZIONI SUL PALAIS LUMIERE DI PIERRE CARDIN

dal blog http://virgiliovenezia.myblog.it/

“Non facciamo marcia indietro e non siamo disposti a intervenire sull’altezza. Se l’Enac darà l’ok il Palais Lumiere di Pierre Cardin, si farà”: l’ingegnere Rodrigo Basilicati, nipote del noto stilista italo-francese Pierre Cardin, e responsabile del progetto della contestata torre, ribatte così alle polemiche sull’altezza dell’edificio, che dovrebbe sorgere a Marghera entro il 2015, e aggiunge: “Pierre Cardin è il primo a volere che l’opera si faccia in sicurezza. Siamo fiduciosi: esistono i presupposti che la deroga da parte dell’Enac possa essere concessa garantendo la sicurezza”. In quell’area l’altezza massima per gli edifici è fissata a 145 metri a causa del vicino aeroporto.

   “Abbiamo fatto fare uno studio da alcuni esperti di primo piano, che dimostra con certezza che il Palais Lumiere non interferisce con le rotte aeree”.

   Quanto alle polemiche sulla struttura, Basilicati si mostra ancor più fermo: “Non siamo disposti a ridurre l’altezza della torre. Ho già operato una riduzione rispetto al progetto d’origine, da 306 ai 245 metri. Più di così non si può abbassare. Non siamo in concorrenza né con Dubai né con Londra, l’importante è creare un oggetto diverso da tutti gli altri, e naturalmente farlo in sicurezza”.

………………………..

PALAIS LUMIERE: “COSTRUZIONE A RISCHIO STOP IMMEDIATO PER I VELENI NEL TERRENO”
- Fernando De Simone, esperto di costruzioni sotterranee, sottolinea la somiglianza con l’iter dei lavori per il nuovo Palazzo del cinema al Lido: “Nessun carotaggio, poi tutto si è fermato” -

da http://www.veneziatoday.it/ del 27/7/2012

   “Con la Torre di Cardin si sta commettendo lo stesso errore accaduto con il Palazzo del Cinema al Lido di Venezia”. A sostenerlo è l’esperto di costruzioni sotterranee Fernando De Simone, per il quale prima di ogni decisione vanno eseguiti sufficienti carotaggi nella zona dell’area industriale veneziana interessata al progetto della costruzione alta 250 metri.
   “Ma tra le due vicende c’é una differenza – aggiunge – gli scavi dei parcheggi sotterranei e le fondazioni della Torre Cardin influenzeranno il sottosuolo fino a una profondità di oltre cento metri: l’eventuale inquinamento delle falde con i pericolosissimi veleni contenuti nel sottosuolo di Marghera potrebbe arrecare danni incalcolabili e difficilmente gestibili”.

   La somiglianza, afferma De Simone, sta nell’iter: “Quello per costruire il nuovo Palazzo del Cinema al Lido di Venezia è esemplare – afferma – viene indetta una gara di progettazione, viene dichiarato un vincitore, con una seconda gara viene individuata l’impresa che deve costruirlo. Tutti i responsabili del controllo garantiscono tutto. Iniziano i lavori. Dopo pochi giorni si scopre che il sottosuolo è pieno d’amianto e il Comune si deve ulteriormente indebitare (40 milioni di euro) per far fronte alle spese. Per quattro anni dall’inizio dei lavori il risultato è una costosissima voragine inquinata al posto del bosco storico.

   Oggi il buco viene coperto, l’amianto resta là: tutti i sogni sono svaniti, assieme ai ‘controllori’. Perché i responsabili della scelta del sito, prima della gara di progettazione, non hanno fatto fare i carotaggi per verificare la qualità del sottosuolo? La stessa cosa e a maggior ragione – conclude – vale per la Torre di Cardin”. (ANSA)

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8 thoughts on “VENEZIA, Marghera e il PALAIS LUMIÈRE: fotografia di un Veneto che non sa più quale sia il suo futuro (e allora va bene anche il grattacielo a tre torri di Pierre Cardin)

  1. Il terreno è inquinato, allora non si può costruire… perché l’inquinamento si diffonde. La solita scusa di chi vuole consumare economico terreno vergine distruggendo il paesaggio… e creando nuove aree inquinate. Prima o poi bisognerà pur iniziare a riqualificare… e bonificare la schifezza obbrobriosa di Marghera.
    Città con aree industriali molto più grandi e inquinate di Marghera hanno iniziato questo percorso con successo vedi Londra e Ruhr

  2. Cemento cemento e ancora cemento!! Poi quando ci sono 2 gocce di pioggia e si va sott’acqua tutti questi politici, rimbelliciti e laccapiedi dei potenti con i soldi, pronti a dire che è colpa della cementificazione e che bisogna aver cura del territorio!
    Un po’ più di coerenza e rispetto del territorio altro che voltagabbana come sempre!
    Questa struttura può andar bene per città metropolitane come New York o Parigi, non certo una città come Marghera o Venezia!!
    Poi il senso del bello, del gusto e dell’ italian style dov’è finita! E’ pure brutto come struttura!

  3. io non la trovo male, come idea, anzi, se tutto va bene, si realizzerebbe un centro di attrazione mondiale e si elimenerebbe
    quello schifo, ancora visibile del centro petrolchimico.

  4. Dopo l’esposto in procura contro il progetto di Pierre Cardin (delegata anche l’arte ai giudici!) da parte dei coniugi Ripa di Meana, visti i tempi biblici della giustizia italiana e l’età dell’autore, il grattacielo è certo non si farà più.
    Grazie perciò: ai nobili Ripa di Meana, ai Professori che li hanno ispirati, adepti del fondamentalismo che vuole l’arte sottomessa al contesto, agli ambientalisti che vorrebbero tornare al paesaggio preindustriale, agli “intellettuali” che amano il vecchio e odiano o non capiscono il moderno e grazie ai giornali che hanno dato voce solo alle loro opinioni.
    Grazie da parte: delle migliaia di persone che speravano in un lavoro a Porto Marghera, dai residenti di Marghera che speravano di veder ripulita dall’inquinamento parte della zona industriale, della comunità che sperava di godere di una possibile opera d’arte, visto che per l’autore doveva essere anche pubblica, dai politici che non dovevano tirare fuori un €uro e grazie dal sottoscritto, che sperava di vedere un’opera d’architettura moderna e invece deve accontentarsi delle brutte torri progettate recentemente a Padova dalle due molto sopravalutate“Archistar” de noialtri: Gregotti e Portoghesi, che oggi irridono il progetto del “sarto”.
    Grazie a tutti questi raffinati “esperti” per averci salvato dal “mostro”, visto che il Genius loci (lo spirito del luogo) di Porto Marghera si presta benissimo, propongo in alternativa al Palis per rispettare il contesto, di rinchiudervi come nel film “fuga da New York” le masse di disperati che altri Professori hanno contribuito a creare con le loro regole “scientifiche”.

  5. Siamo cittadini e cittadine di Marghera, Catene, Malcontenta… ma anche di Venezia, Mestre e altre zone del veneziano che vogliono la realizzazione del Palais Lumiere a Marghera. Al Comitato aderiscono persone da fuori Venezia alle quali piace il progetto ideato da Pierre Cardin.

    Siamo in facebook e abbiamo attivato il sito http://palaislumieremarghera.wordpress.com/ per produrre notizie delle nostre iniziative e tenere attivo un osservatorio su ciò che accade sull’argomento..
    E siamo ultra convinti che la torre porterà solo benessere.

  6. GENTILI collaboratori di GEOGRAFICAMENTE,

    Perché non fate un salto al Mercato di Marghera sabato 15 dicembre che almeno vi conosciamo? dai, così vi portiamo a vedere la zona dove nascerà il Palais Lumiere. Quanti di voi sanno dov’è Via delle Macchine? Poi vi spieghiamo noi l’idea che abbiamo del nostro futuro.

    Ma dove eravate alla fine degli anni ’90? Perchè, se per voi il futuro era quello del ‘900 a posto siamo. Ma la Marghera urbana non è sorta con Porto Marghera? Non è sorta agli inizi del ’900 con un Piano regolatore di Porto Marghera rimasto in vigore fino agli anni ’90 che diceva testualmente “Nella zona industriale di Porto Marghera troveranno posto prevalentemente quegli impianti che diffondono nell’aria fumo, polvere o esalazioni dannose alla vita umana, che scaricano nell’acqua sostanze velenose, che producono vibrazioni e rumori”.

    Così è stato fatto! Le Norme tecniche di attuazione del Piano regolatore di Venezia del 1962 (III comma, articolo 15) è rimasto in vigore fino al 1990.

    Ecco, questo è il futuro che vogliamo con il Palais Lumiere, abbiao le idee molto chiare, al contrario delle vostre pseudo rilfessioni da intellettuali che vi invitiamo a tenere con voi strette strette.

    QUESTO E’ IL FUTURO CHE VOGLIAMO

    DECALOGO del Comitato Sì Palais Lumiere a Marghera

    1. NUOVO LAVORO E INNOVAZIONE: in un periodo di crisi sosteniamo chi investe a Marghera per creare 2.000 nuovi posti di lavoro e innovazione tecnologica;

    2. RICONVERSIONE PORTO MARGHERA: vogliamo un segnale concreto di cambiamento della 1^ Zona Industriale da sommare a quello del VEGA Parco Scientifico Tecnologico;

    3. PISCINA AD USO PUBBLICO: Marghera chiedeva a gran voce una piscina, al Palais Lumiere ne avremo una di coperta, olimpionica da 50 metri, ad uso pubblico con tribuna di 2.500 posti;

    4. BONIFICA E PARCO PUBBLICO: vogliamo la bonifica di suoli e falde acque inquinati dalle precedenti attività industriali e la creazione di un grande parco ad uso pubblico;

    5. ENERGIE RINNOVABILI: ci piace l’esempio “green building” del Palais Lumiere che produrrà ed utilizzerà solo energia rinnovabile geotermica, eolica e solare fotovoltaica;

    6. PRONTO SOCCORSO OSPEDALIERO: lo vogliamo, è una delle richieste che i cittadini di Marghera sollecitano da anni per un’area urbana da 30.000 abitanti e la zona industriale;

    7. CENTRO FORMAZIONE E CENTRO CONGRESSI: per dare futuro alle nuove generazioni e ai disoccupati con opportunità di formazione superiore e un centro congressi da 7.000 posti;

    8. SVILUPPO TRAM MARGHERA: diciamo sì alla nuova linea del tram di Marghera, da Piazzale Giovannacci, passando per Via Durando, Palais Lumiere, VEGA e poi dritti a Venezia;

    9. MODA MADE IN ITALY: vogliamo stare insieme a Milano e Firenze, perché Venezia può diventare davvero il terzo polo internazionale della moda e tessuti Made in Italy;

    10. NUOVA IMMAGINE INTERNAZIONALE: Marghera con Porto Marghera non più “brutto anatroccolo” o Cenerentola, ma stella del riscatto sociale e del rinnovamento sostenibile.

    http://palaislumieremarghera.wordpress.com/2012/12/11/decalogo-comitato-si-palais-lumiere-a-marghera-10-validi-motivi-per-sostenere-torre-cardin-a-marghera

    p.s.
    E vogliamo anche che sia effettivamente applicata la “Carta di Cracovia”, soprattutto al punto 9.

    Cos’è la CARTA DI CRACOVIA? Eccola, la stiamo studiando perché quel manipolo di pseudo difensori dell’ambiente, pseudo esperti consulenti, pseudo intellettuali e pseudo difensori del paesaggio di Porto Marghera non ce la danno a bere facilmente.

    Noi vogliamo “illuminarci” sulla Carta di Cracovia per entrare nel dibattito culturale e offrire il nostro contributo da cittadini!!!

    A prima vista sembra che la “Carta” sia sopratutto orientata al RESTAURO e alla CONSERVAZIONE, quindi nulla avrebbe a che fare con la nuova costruzione del Palais Lumiere. Poi, in secondo luogo, ci sono dei passaggi che sembrano SMENTIRE chi la usa per dire no al Palais Lumiere (vedi qui questa interessante sintesi dove si parla che ai cinquanta nomi illustri della cultura italiana, che nei giorni scorsi hanno inviato un appello a Napolitano, si sono aggiunti altri 14 architetti firmatari della Carta di Cracovia).

    SMENTITI sul piano culturale, come ad esempio emerge chiaramente in un largo passaggio al punto 9, che richiama esplicitamente il tema sociale e l’interazione con l’ambiente, cioè i cittadini. La Carta di Cracovia tutela quindi noi, le nostre volontà e non quelle dei professionisti foresti, dei consulenti ministeriali e di altri che manco sanno dov’è Via delle Macchine a Porto Marghera. La “Carta” dice infatti “Il paesaggio inteso come patrimonio culturale risulta dalla prolungata interazione nelle diverse società tra l’uomo, la natura e l’ambienta fisico. Esso testimonia del rapporto evolutivo della società e degli individui con il loro ambiente.”.

    Un attimo allora, ma la Marghera urbana non è sorta con Porto Marghera? Non è sorta agli inizi del ’900 con un Piano regolatore di Porto Marghera rimasto in vigore fino agli anni ’90 che diceva testualmente “Nella zona industriale di Porto Marghera troveranno posto prevalentemente quegli impianti che diffondono nell’aria fumo, polvere o esalazioni dannose alla vita umana, che scaricano nell’acqua sostanze velenose, che producono vibrazioni e rumori”. Così è stato fatto! Le Norme tecniche di attuazione del Piano regolatore di Venezia del 1962 (III comma, articolo 15) è rimasto in vigore fino al 1990.

    Quindi, di cosa stiamo parlando? Che errore clamoroso hanno fatto quelli del no a citare la Carta di Cracovia. Ora la facciamo nostra la “Carta” e vogliamo che sia applicata sul serio!!!

    Ecco il testo completo della Carta di Cracovia. Lo stiamo studiando e invitiamo tutti e tutte a fare altrettanto. Grazie

    CARTA DI CRACOVIA 2000

    Ringraziando le persone e le istituzioni che, durante tre anni, hanno partecipato alla preparazione della Conferenza Internazionale sulla Conservazione “Cracovia 2000″ e della sua Sessione plenaria finale “Cultural Heritage as the Foundation of the Development of Civilisation”, noi, partecipanti alla Conferenza Internazionale sulla Conservazione “Cracovia 2000″, consapevoli dei profondi significati connessi al patrimonio culturale, sottoponiamo i seguenti principi ai responsabili del patrimonio, affinché possano essere di guida nell’impegno verso la sua tutela.

    PREAMBOLO

    Agendo nello spirito della Carta di Venezia, tenendo presenti le raccomandazioni internazionali e sollecitati dalle sfide derivanti dal processo di unificazione europea alle soglie del nuovo millennio, siamo consapevoli di vivere in un periodo in cui le identità, pur in un contesto generale sempre più allargato, si caratterizzano e diventano sempre più distinte. L’Europa del momento e’ caratterizzata dalla diversità culturale e quindi dalla pluralità dei valori fondamentali in relazione al patrimonio mobile, immobile ed intellettuale, dai diversi significati ad esso associati e conseguentemente anche da conflitti di interesse. Questo impone a tutti i responsabili della salvaguardia del patrimonio culturale il compito di essere sempre più sensibili ai problemi ed alle scelte che essi devono affrontare nel perseguire i propri obiettivi.

    Ciascuna comunità, attraverso la propria memoria collettiva e la consapevolezza del proprio passato, è responsabile della identificazione e della gestione del proprio patrimonio. Questo non si può definire in modo fisso. Può essere definito solo il modo con cui il patrimonio può essere individuato. La pluralità nella società comporta anche una grande diversità del concetto di patrimonio come concepito dall’intera comunità. I monumenti, come singoli elementi del patrimonio, sono portatori di valori che possono cambiare nel tempo. Questa variabilità dei valori individuabili nei monumenti costituisce, “di volta in volta”, la specificità del patrimonio nei vari momenti della nostra storia. Attraverso questo processo di cambiamento, ogni comunità sviluppa la consapevolezza e la coscienza della necessità di tutelare i singoli elementi del costruito come portatori dei valori del proprio patrimonio comune.

    Gli strumenti ed i metodi sviluppati per giungere ad una corretta salvaguardia devono essere adeguati alle diverse situazioni, soggette ad un continuo processo di cambiamento. Il particolare contesto di selezione di questi valori necessita della predisposizione di un piano di conservazione e di una serie di decisioni. Queste devono essere codificate in un progetto di restauro redatto in base ad appropriati criteri tecnici e strutturali.

    Consci del profondo valore della Carta di Venezia, e perseguendo gli stessi obiettivi, proponiamo i seguenti principi per la conservazione e restauro nel nostro tempo del patrimonio costruito.

    SCOPI E METODI

    1. Il patrimonio architettonico, urbano e paesaggistico, così come i singoli manufatti di questo, è il risultato di una identificazione associata ai diversi momenti storici ed ai vari contesti socio-culturali. La conservazione di questo patrimonio è il nostro scopo.

    La conservazione può essere attuata attraverso differenti modalità di intervento come il controllo ambientale, la manutenzione, la riparazione, il restauro, il rinnovamento e la ristrutturazione. Ogni intervento implica decisioni, selezioni e responsabilità in relazione al patrimonio nella sua totalità, anche per quelle parti che attualmente non hanno un particolare significato, ma che potrebbero assumerne uno in futuro.

    2. La manutenzione e riparazione sono una parte fondamentale del processo di conservazione del patrimonio. Queste operazioni devono essere organizzate tramite la ricerca sistematica, le ispezioni, il controllo, il monitoraggio e le prove. Il possibile degrado deve essere previsto e descritto nonché sottoposto ad appropriate misure di prevenzione.

    3. La conservazione del patrimonio costruito si attua attraverso il progetto di restauro, che comprende le strategie per la sua conservazione nel tempo. Questo progetto di restauro deve essere basato su una serie di appropriate scelte tecniche e preparato all’interno di un processo conoscitivo che implichi la raccolta di informazioni e l’approfondita conoscenza dell’edificio o del sito.

    Questo processo comprende le indagini strutturali, le analisi grafiche e dimensionali e la identificazione del significato storico, artistico e socio-culturale; Il progetto necessita del coinvolgimento di tutte le discipline pertinenti, ed è coordinato da una persona qualificata ed esperta nel campo della conservazione e restauro.

    4. La ricostruzione di intere parti “in stile” deve essere evitata. Le ricostruzioni di parti limitate aventi un importanza architettonica possono essere accettate a condizione che siano basate su una precisa ed indiscutibile documentazione. Se necessario per un corretto utilizzo dell’edificio, il completamento di parti più estese con rilevanza spaziale o funzionale dovrà essere realizzato con un linguaggio conforme all’architettura contemporanea.

    La ricostruzione di un intero edificio, distrutto per cause belliche o naturali, è ammissibile solo in presenza di eccezionali motivazioni di ordine sociale o culturale, attinenti l’identità di una intera collettività.

    DIFFERENTI TIPI DI PATRIMONIO COSTRUITO

    5. A causa della particolare vulnerabilità del patrimonio archeologico, ogni intervento riguardante lo stesso deve essere strettamente relazionato al suo contesto, al territorio ed al paesaggio. La caratteristica distruttiva degli scavi deve essere limitata il più possibile. I manufatti archeologici devono essere compiutamente documentati ad ogni scavo.

    Come per gli altri casi, l’intervento di conservazione dei ritrovamenti archeologici deve seguire il principio del minimo intervento, e deve essere eseguito da specialisti con tecniche e metodologie strettamente controllate.

    6. L’obiettivo della conservazione dei monumenti e degli edifici storici, in un contesto urbano o rurale, è il mantenimento della loro autenticità ed integrità anche nei loro spazi interni, negli arredamenti o nelle decorazioni, nelle finiture ed in ogni connotazione architettonica e documentale.Tale conservazione richiede un appropriato “progetto di restauro” che definisce i metodi e gli obiettivi. In molti casi, questo presuppone un uso appropriato compatibile con gli spazi ed i significati architettonici esistenti. Gli interventi sugli edifici storici devono prestare particolare attenzione a tutti i periodi del passato testimoniati in essi.

    7. Le decorazioni architettoniche, le sculture ed i manufatti artistici strettamente connessi con il patrimonio costruito devono essere conservati attraverso uno specifico progetto connesso con quello generale. Questo presuppone che il restauratore possieda la competenza e la formazione appropriata oltre alla capacità culturale, tecnica ed operativa, che gli permetta l’interpretazione dei risultati delle indagini relative agli specifici campi artistici. Il progetto di restauro deve garantire un corretto approccio alla conservazione dell’intero assetto, delle decorazioni e delle sculture, nel rispetto delle tecniche artigianali tradizionali e della loro necessaria integrazione come parte sostanziale del patrimonio costruito.

    8. Le città ed i villaggi storici, nel loro contesto territoriale, rappresentano una parte essenziale del nostro patrimonio universale, e devono essere visti nell’insieme di strutture, spazi e attività umane, normalmente in un processo di continua evoluzione e cambiamento. Questo coinvolge tutti i settori della popolazione, e richiede un processo di pianificazione integrata all’interno del quale si colloca una grande varietà di interventi. La conservazione nel contesto urbano ha per oggetto insiemi di edifici e spazi scoperti che costituiscono parti di aree urbane più vaste, o di interi piccoli nuclei insediativi urbani o rurali, comprensivi dei valori intangibili. In questo contesto, l’intervento consiste nel riferirsi sempre alla città nel suo insieme morfologico, funzionale e strutturale, come parte del suo territorio, del suo contesto e del paesaggio circostante. Gli edifici nelle aree storiche possono anche non avere un elevato valore architettonico in sé stessi, ma devono essere salvaguardati per la loro unità organica, per le loro connotazioni dimensionali, costruttive, spaziali, decorative e cromatiche che li caratterizzano come parti connettive, insostituibili nell’unità organica costituita dalla città.

    Il progetto di restauro delle città e dei villaggi storici deve prevedere la gestione delle trasformazioni e una verifica di sostenibilità delle scelte, considerando gli aspetti patrimoniali insieme con gli aspetti sociali ed economici. In tal senso risulta ad esso preliminare lo studio dei corretti metodi per la conoscenza delle forze di cambiamento e degli strumenti di gestione del processo oltre che la conoscenza dei manufatti. Il progetto di restauro delle aree storiche assume gli edifici del tessuto connettivo nella loro duplice funzione: a) di elementi che definiscono gli spazi della città nell’insieme della loro forma, e b) di sistemi distributivi di spazi interni strettamente consustanziali all’edificio stesso.

    9. Il paesaggio inteso come patrimonio culturale risulta dalla prolungata interazione nelle diverse società tra l’uomo, la natura e l’ambienta fisico. Esso testimonia del rapporto evolutivo della società e degli individui con il loro ambiente. La sua conservazione, preservazione e sviluppo fa riferimento alle caratteristiche umane e naturali, integrando valori materiali ed intangibili. E’ importante comprendere e rispettare le caratteristiche del paesaggio ed applicare leggi e norme appropriate per armonizzare le funzioni territoriali attinenti con i valori essenziali. In molte società, il paesaggio è storicamente correlato ai territori urbani.

    L’integrazione tra la conservazione del paesaggio culturale, lo sviluppo sostenibile nelle regioni e località contraddistinte da attività agricole e le caratteristiche naturali, richiede la comprensione e la consapevolezza delle relazioni nel tempo. Ciò comporta la formazione di legami con l’ambiente costruito delle metropoli e delle città.

    La conservazione integrata del paesaggio archeologico e fossile e lo sviluppo di un paesaggio altamente dinamico, coinvolge valori sociali, culturali ed estetici.

    10. Il ruolo delle tecniche nell’ambito della conservazione e del restauro è strettamente legato alla ricerca scientifica interdisciplinare sugli specifici materiali e sulle specifiche tecnologie utilizzate nella costruzione, riparazione e restauro del patrimonio costruito. L’intervento scelto deve rispettare la funzione originale ed assicurare la compatibilità con i materiali, le strutture ed i valori architettonici esistenti. I nuovi materiali e le nuove tecnologie devono essere rigorosamente sperimentati, comparati e adeguati alle reali necessità conservative. Quando l’applicazione in situ di nuove tecniche assume particolare rilevanza per la conservazione della fabbrica originale, è necessario prevedere un continuo monitoraggio dei risultati ottenuti, prendendo in considerazione il loro comportamento nel tempo e la possibilità della eventuale reversibilità.

    Dovrà essere stimolata la conoscenza dei materiali e delle tecniche tradizionali e per la loro conservazione nel contesto della moderna società, essendo di per se stesse una componente importante del patrimonio.

    GESTIONE

    11. La gestione del processo di cambiamento, trasformazione e sviluppo delle città storiche, così come del patrimonio culturale in generale, consiste nel costante controllo delle dinamiche del cambiamento stesso, delle scelte appropriate e dei risultati. Deve essere inoltre data particolare attenzione all’ottimizzazione dei costi di esercizio. Come parte essenziale del processo di conservazione, vanno identificati i rischi ai quali il patrimonio può essere soggetto anche in casi eccezionali, e devono essere previsti gli opportuni sistemi di prevenzione e i piani di intervento e di emergenza. Il turismo culturale, oltre che per il suo positivo influsso sull’economia locale, deve essere considerato anche come un fattore di rischio.

    La conservazione del patrimonio culturale deve essere parte integrante della pianificazione e del processo di gestione di una comunità, e deve quindi contribuire allo sviluppo sostenibile, qualitativo, economico e sociale della comunità.

    12. La pluralità di valori del patrimonio e la diversità degli interessi, necessita di una struttura di comunicazione che assicuri la reale partecipazione degli abitanti a tale processo oltre a quella degli specialisti e degli amministratori. E’ responsabilità della comunità lo stabilire appropriati metodi e strutture per assicurare la reale partecipazione degli individui e delle istituzioni a tale processo decisionale.

    FORMAZIONE ED EDUCAZIONE

    13. La formazione e l’educazione nella conservazione del patrimonio costruito necessita di un processo di coinvolgimento sociale e deve essere integrata nei sistemi nazionali di educazione a tutti i livelli. La complessità del progetto di restauro o di ogni altro intervento di conservazione che coinvolge aspetti storici, tecnici, culturali ed economici, presuppone la nomina di un responsabile di adeguata formazione.

    La formazione dei conservatori deve essere di tipo interdisciplinare e prevedere accurati studi di storia dell’architettura, di teoria e tecniche di conservazione. Essa deve assicurare l’appropriata preparazione necessaria a risolvere problemi di ricerca necessari per realizzare gli interventi di conservazione e restauro in modo professionale e responsabile.

    I professionisti e i tecnici nelle discipline della conservazione devono conoscere le metodologie adeguate, le tecniche opportune oltre che acquisire il dibattito corrente sulle teorie e sulle politiche conservative.

    La qualità della manodopera specializzata tecnicamente ed artisticamente per la realizzazione del progetto di restauro deve anche essere accresciuta attraverso una migliore preparazione degli operatori nel campo dei mestieri professionali.

    MISURE LEGALI

    14. La protezione e la conservazione del patrimonio costruito può essere meglio realizzata se vengono prese opportune misure legali ed amministrative. Ciò può essere raggiunto assicurando che il lavoro di conservazione sia affidato, o posto sotto la supervisione, di professionisti della conservazione.

    Le norme legali possono anche prevedere periodi di esperienza pratica all’interno di programmi strutturati. Particolare considerazione deve essere data ai conservatori neo-formati che stiano per ottenere il permesso per lo svolgimento della libera professione, anche attraverso la supervisione di un professionista della conservazione.

    ALLEGATI – DEFINIZIONI

    Il comitato di redazione della “Carta di Cracovia” ha usato i seguenti concetti fondamentali nel modo come qui sotto espresso.

    a. Patrimonio: Il patrimonio culturale è quel complesso di opere dell’uomo nelle quali una comunità riconosce suoi particolari e specifici valori e nei quali si identifica. L’identificazione e la definizione delle opere come patrimonio è quindi un processo di scelta di valori.

    b. Monumento: Il monumento è una singola opera del patrimonio culturale riconosciuto come un portatore di valori e costituente un supporto della memoria. Questa riconosce in esso rilevanti aspetti attinenti il fare ed il pensare dell’uomo, rintracciabili nel corso della storia ed ancora acquisibili a noi.

    c. Per Autenticità di un monumento si intende la somma dei suoi caratteri sostanziali, storicamente accertati, dall’impianto originario fino alla situazione attuale, come esito delle varie trasformazioni succedutesi nel corso del tempo.

    d. Per Identità si intende il comune riferimento di valori presenti, generati nel contesto di una comunità e di valori passati reperiti nella autenticità del monumento.

    e. Conservazione: La Conservazione è l’insieme delle attitudini della collettività volte a far durare nel tempo il patrimonio ed i suoi monumenti. Essa si esplica in relazione ai significati che assume la singola opera, con i valori ad essa collegati.

    f. Restauro: Il restauro è l’intervento diretto sul singolo manufatto del patrimonio, tendente alla conservazione della sua autenticità ed alla acquisizione di esso da parte delle collettività .

    g. Progetto di restauro: Il progetto, come consequenzialità di scelte conservative, è lo specifico procedimento con il quale si attua la conservazione del patrimonio costruito e del paesaggio.

    Redazione a cura di:

    Comitato di redazione – Andrzej Kadluczka, Giuseppe Cristinelli, Mihály Zádor;

    Comitato dei chairman – Giuseppe Cristinelli, Sherban Cantacuzino, Javier Rivera Blanco, Jacek Purchla, J. Louis Luxen, Tatiana Kirova, Zbigniew Kobylinski, Andrzej Kadluczka, André De Naeyer, Tamas Fejerdy, Salvador Perrez Arroyo, Andrzej Michalowski, Robert de Jong, Mihály Zádor, Manfred Wehdorn, Ireneusz Pluska, Jan Schubert, Mario Docci, Herb Stovel e di Jukka Jokiletho, Ingval Maxwell, Alessandra Melucco.

    http://palaislumieremarghera.wordpress.com/2012/12/12/carta-di-cracovia

  7. salve,ma con tutta questa crisi e disocupazione perchè non aprire le porte a un progetto di investimento di tale misura?mettere solo un vincolo, ” che a lavorarci siano tutte persone in regola e non a nero o appalti di provenienza dubbia” e “personale di cittadinanza e residenza italiana”..e diamo uno spiraglio alla ripresa!!!

  8. Cari amici di Geograficamente, da Veneziano vi invito a venire a vedere il luogo in cui sorgerá – ne sono certo – il Palais Lumiere. E´un luogo orribile, uno dei piú inquinati d’Europa, frequentato da prostitute, delinquenti e ratti enormi. Il Palais Lumiere é una manna dal cielo per quel posto e per ridare vitalitá anche alla Venezia d’acqua, alla cittá antica che tanti paladini della conservazione vorrebbero vedere ingessata, immobile, perennemente morente.. Mi dispiace deludere costoro, ma Venezia sta per lasciare tutti di stucco, sta infatti per trasformarsi in una delle metropoli piú moderne d’Europa. E volano di questa trasformazione sará proprio il Palais Lumiere. E poi, scusate: in tempi cosí duri e tristi come quelli che stiamo vivendo, in cui quasi ogni giorno c’é gente che si suicida per mancanza di lavoro, volete impedire che si realizzi un’opera che dará da lavorare a MIGLIAIA di famiglie? Caro Settis, se fosse suo figlio a trovarsi senza lavoro e con una famiglia da mantenere, e non sapesse dove sbattere la testa per far fronte a tutte le spese quotidiane, Lei sarebbe ancora contrario a questo progetto? E non mi dica che é brutto, che é un offesa a Venezia, perché non é vero! Io, a differenza di Lei, sono Veneziano e credo di aver diritto piú di Lei di “comandare” a casa mia. Io VOGLIO il Palais Lumiere, e assieme a me lo vuole la stragrande maggioranza dei miei concittadini. E si ricordi dell’articolo 1 della Costituzione italiana “L’Italia é una Repubblica democratica fondata sul LAVORO”. Ora il lavoro manca, e Lei – lo dico anche agli amici di Italia Nostra- vorrebbe privare MIGLIAIA di famiglie dell’opportunitá di trovare un’occupazione, cioé di SOPRAVVIVERE??? No, dico, state scherzando? É una gravissima responsabilitá che si assume. Faccia attenzione alle conseguenze che le sue parole possono avere per la vita di tante persone. E poi alla salute della gente non ci pensa? Lo sa che la gente che abita a Marghera e a Mestre, grazie ai veleni che intridono da decenni quei terreni, é a rischio di contrarre gravi forme di cancro? La realizzazione del Palais Lumiere prevede la bonifica di buona parte di quei terreni. Inoltre sarebbe un edificio ecosostenibile, completamente autosufficiente dal punto di vista energetico, anzi produrrebbe un surplus di energia che verrebbe immessa nella rete elettrica. Perció caro Settis, cari amici di Italia Nostra, cari tutti detrattori del Palais Lumiere, sappiate che siete una esigua minoranza, provate a contarvi. Mentre i favorevoli sono ormai migliaia di persone, e siccome viviamo in una democrazia é la maggioranza che decide, giusto? E, lo ribadisco, pensate alle conseguenze delle vostre parole, qui c’é in gioco il lavoro delle persone, c’é in gioco la dignitá umana.

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