Archivio per la categoria ‘Cinema e geografia’

Geofilm – “Lebanon” (Libano) del regista Samuel Maoz: la cultura israeliana che cerca la pace – Lo stato delle cose in Medio Oriente: la difficoltà ad arrivare a due Stati (Israele e Palestina) indipendenti che coesistano pacificamente

Sabato 31 Ottobre 2009

LebanondiSamuelMaoz “Lebanon” del regista israeliano Samuel Maoz è un film (Leone d’Oro a Venezia) imperdibile: sotto il profilo artistico, ma anche in quello politico, storico, di cronaca vissuta “dentro una guerra che pare irrisolvibile ma non lo è”. E’ ambientato durante la guerra in Libano del 1982, e tutto il film in pratica si svolge all’interno di un carro armato israeliano con quattro giovanissimi soldati, spauriti, cui si dà l’incarico di avanzare e fare terra bruciata (e qui nascono tutti i loro dubbi, le loro paure, l’estraneità a quel che li viene chiesto di fare).

Invitandovi a leggere le due esposizioni e critiche del film qui di seguito nei primi due articoli che vi proponiamo, c’è poi da soffermarsi sullo “stato delle cose” del conflitto in Medio Oriente; in particolare se potrà mai avverarsi l’annoso progetto di avere in quell’area due Stati autonomi che non si fanno la guerra ma vivono in pace: Israele e la costituzione di un vero Stato Palestinese. Su questo terreno si sta impegnando molto l’America di Obama, ma i risultati non sembrano venire. Il leader israeliano Netanyahu pare essere ostaggio dell’estrema destra nel suo governo; dall’altra i palestinesi sono al loro interno divisi tra Abu Mazen presidente, ricattato dal gruppo fondamentalista Hamas (che controlla la Striscia di Gaza).

Ma l’elemento interessante che troverete negli articoli che vi proponiamo, è dato dall’impegno della “cultura” israeliana nella ricerca di una pace possibile. Cultura vista su due branchie fondamentali nella nostra epoca: il cinema (e prima di Maoz con il suo Lebanon, c’è stato il bellissimo film animato “Valzer con Bashir” di Ari Folman, e anche “Il giardino dei limoni” di Eran Riklis; e di entrambi abbiamo già parlato in questo blog (Valzer con BashirIl giardino dei limoni ). E, oltre al cinema, “la cultura israeliana” è impegnata a trovare una soluzione di pace con scrittori che hanno raggiunto una fama internazionale, come Abraham Yehoshua (di cui qui vi proponiamo un articolo importante), David Grossman, Amos Oz… Cinema e letteratura di primordine mondiale (registi, scrittori, autori bravi nell’esporre un “esistenzialismo” allo stesso tempo intimo, personale, ma anche dai forti connotati politici) che ha fatto conoscere il dramma mediorientale al mondo, e che prospetta soluzioni possibili per eliminare la sofferenza (verrebbe quasi da dire, paradossalmente, che questi registi e scrittori, rappresentano una guerra vinta non da israeliani e neanche dai palestinesi, ma della possibilità della pace). (continua…)

Geolibri – CAMMINARE, di David Henry Thoreau – l’interpretazione geografica di un ritorno a conoscere la natura e i luoghi (camminando)

Mercoledì 2 Settembre 2009
da "Into the Wild" film di Sean Penn

da "Into the Wild" film di Sean Penn

Se un luogo è dato da tre fattori fondamentali (l’ambiente naturale, l’artificio umano che ha cambiato l’ambiente, e la storia -le storie- che quel luogo ha vissuto), ebbene ora forse a molte persone vien voglia di scomporre e ricomporre questi tre elementi. Nel senso che la cognizione di un luogo pare sempre più rarefatta, cioè frutto di una nostra fruizione passiva dei territori della nostra vita (dopo anni che magari passiamo per un posto, in auto attraverso una strada a discreta velocità, ci accorgiamo che non abbiamo proprio “capito” nulla di dove siamo passati… il nostro è solo un “attraversamento” senza cognizione del paesaggio; il luogo diviene solo una “servitù di passaggio”).

Il libro che vi presentiamo, scritto alla metà dell’ 800, ci dice in primis che la cognizione di quel che vediamo e quel che siamo, passa per una possibilità di esplorare e vedere luoghi incontaminati (l’ambiente naturale, il primo dei tre nostri fattori sopracitati) attraverso lo strumento del CAMMINARE, del muoversi più o meno lentamente in posti dove predomina la natura selvaggia. Se vogliamo sentirci liberi, ritrovare le nostre radici, dobbiamo vagabondare (parola chiave questa del libro, un vagabondaggio positivo, creativo) nella natura selvaggia. Tesi questa dell’autore del libro, David Henry Thoreau (filosofo americano naturalista e politicamente attivamente impegnato in battaglie pacifiste nonviolente), che può piacere o meno, essere o meno condivisa, ma contiene sicuramente una proposta precisa di recupero dell’essenziale della propria vita attraverso il camminare (e così vivere e osservare nel migliore dei modi possibili) nella natura.

La riedizione del libro di Thoreau c’è stata quest’anno nel febbraio ad opera di Mondadori (negli Oscar) al prezzo di 7 euro e mezzo. E’ un libricino, “Camminare” (60 pagine), frutto di una conferenza tenuta da Thoreau per la prima volta al Concord Lyceum il 23 aprile 1851; e ben presto è diventato il suo testo più noto e preferito (una specie di manifesto di volontà), e Thoreau lo leggerà più volte, negli anni successivi, in conferenze pubbliche, ampliandolo progressivamente. In esso è appunto centrale il simbolismo legato all’escursione come modello di vita: il quotidiano vagabondare nella natura costituisce una sorta di strategia di sopravvivenza sia reale che simbolica e l’anelito al movimento è nella sua essenza desiderio di liberazione dall’ansia e dal malessere avvertiti nel mondo. Thoreau si fa così portavoce di un paradosso: il successo, l’assillante corsa al potere e alle prosperità materiali possono essere l’amara ricompensa di una sconfitta, mentre la vita in solitudine e in oscurità può offrire doni preziosi e insospettati.

Favorevoli o meno a una vita più in solitudine e di ricerca di sè stessi, resta il fatto che questo libro propone tematiche modernissime, partendo dal recupero della propria personalità un po’ smarrita nel rapporto con i luoghi. Nella cinematografia un tentativo notevole (ma, secondo noi, non molto riuscito) lo ha fatto l’attore e regista Sean Penn nel film del 2008 “Into the Wild”, dove si parla di un giovane studente che, dopo essersi laureato, abbandona la vita brillante che gli si prospetta per rifugiarsi nella natura selvaggia dell’Alaska (con finale tragico). Resta comunque la necessità geografica di essere più attenti al proprio territorio nel quale ci si muove, o di quello che si cerca, più o meno incontaminato. E questo nella dimensione “micro”, cioè dei particolari minimi, e in quella “macro”, cioè nel paesaggio allargato complessivo.     Vi proponiamo qui, dopo una breve recensione del libro ripresa da “La Stampa”, un bell’articolo de “il Gazzettino” di Adriano Favaro” con un’intervista a una docente di letteratura americana sul senso del camminare nei grandi paesaggi dell’America del Nord. (continua…)

Geofilm – “Home”, quando appena fuori di casa “arriva un’autostrada”, o cose simili di grande impatto (ma, se vi capita, non fate come i protagonisti di questo bel film e seguite le nostre proposte)

Domenica 28 Giugno 2009

home

Il film che vi presentiamo qui è uscito nelle sale italiane nel gennaio scorso, ma la sua uscita è durata poco (qualche giorno), e adesso lo ritrovate ripreso nei cinema d’essai (come “film d’arte”) o nei cineforum.

La trama. Eccola in breve (da “ecodelcinema.com”).    “Che succede se da un giorno all’altro aprissero un tratto di autostrada di fronte alla vostra casa immersa nel verde? Ebbene la risposta è tutta nel primo lungometraggio della regista svizzero-francese Ursula Meier “Home”. Passato al Festival di Cannes 2008 per la Semain de la Critique “Home” è una specie di favola nera sullo splendido isolamento di una famiglia borderline rotto dall’inevitabile arrivo del progresso. Quest’ultimo nella pellicola è rappresentato dalla presenza di una miriade di macchine che sfrecciano davanti alle finestre di Isabelle Huppert. Lei e il marito Michel, interpretato da Olivier Gourmet con i tre figli.. È da dieci anni che il tratto di strada di fronte alla casa si deve aprire e un bel giorno questo accade. Al silenzio e alla privacy subentra il rumore infernale delle macchine e dei camion dalla mattina alla sera. Tutte le tensioni rimaste sopite da sempre esplodono. Invece di andar via di là, i nostri eroi si barricano dentro. La figlia maggiore, l’esibizionista del gruppo, sparisce nel nulla e si tira fuori dall’incubo. Quelli che restano, gatto compreso, finiranno per chiudersi in una specie di bunker senza né finestre né porte, al buio. La follia implode dentro di loro in una promiscuità malata senza nessuna via da uscita. Alla fine i quattro riusciranno alla luce del sole, anche se profondamente feriti nell’anima. Ursula Meier racconta una storia claustrofobica, con l’oscurità che via via prende il posto della luce calda del sole”.

Ma il tema di questo film è profondamente attuale. Sempre più persone si ritrovano a dover fare i conti con “qualcosa di estraneo” che arriva vicino al proprio luogo di vita (la “casa dolce casa”) scombussolando serenità, tranquillità, pace. Una grande strada di attraversamento, un’industria rumorosa e insalubre, una cava, una discarica con cattivi odori, un allevamento anch’esso con odori difficili… ognuno, nella propria esperienza diretta o indiretta, conosce o ha vissuto o vive casi simili. I protagonisti del film (un bellissimo film, anche se un po’ “duro” da vedere, specie nella seconda parte, quando si affronta la quotidianità dell’autostrada funzionante a pochi metri), i protagonisti reagiscono nel modo peggiore che si possa fare in questi casi: CHIUDENDOSI IN SE’ STESSI. Non cercando di affrontare “positivamente” l’ “urto”, l’impatto della grande opera vicino a casa. E’ un modo autodistruttivo e autolesionista che, si badi bene, molti (non solo nel film, ma anche nella realtà) vengono ad adottare.

Il rapporto con la grande opera che “ti capita vicino a casa” richiede un’ “impostazione attiva ed intelligente” (ecco alcuni consigli): (continua…)

Geofilm – “Terra Madre” di Ermanno Olmi – Una rete unica al mondo fatta di biodiversità e fraternità

Sabato 11 Aprile 2009
Ermanno Olmi

Ermanno Olmi

L’UOMO SENZA DESIDERI: quarant’anni di vita in completa solitudine e in totale simbiosi con il proprio bosco.

Al Festival di Berlino, tenutosi lo scorso febbraio, ha suscitato grande interesse il docu-film di Ermanno Olmi dal titolo “Terra Madre”. Quest’opera filmica è nata da una proposta ad Emanno Olmi fatta da Carlo Petrini (fondatore di Slow Food) alla penultima edizione di “Terra Madre” tenutasi nell’ottobre del 2006 a Torino. “Terra Madre” è un’associazione (nata da una “costola” di Slow Food) che invita a Torino, ogni due anni, tutti i contadini e i pastori e i nomadi del mondo, con l’intento di “fare rete” a salvaguardia della qualità delle produzioni agro-alimentari locali sparse per il pianeta. Pertanto nell’ambito di questo (splendido) progetto di difesa delle biodiversità alimentari e agricole (e di organizzazione agro-economiche diverse l’una dall’altra, ma che riescono “a parlarsi”), nasce il “progetto artistico”, filmico di Ermanno Olmi; che deve cercare di rappresentare il senso e il progetto di difesa delle biodiversità (e di un’alimentazione sana) in senso poetico attraverso l’arte più efficace e strepitosa che sia stata inventata e diffusa nel novecento (il cinema).

E Ermanno Olmi realizza questo film-documentario, “Terra Madre” (tra poco dovrebbe arrivare nelle sale), nato appunto per dar voce a “una rete unica al mondo a difesa della biodiversità, sostenuta dalla fraternità”.

Su questo contesto, centrale viene ad essere, nel docu-film di Olmi, la storia di Ernesto Girotto, un trevigiano (di Roncade) morto qualche anno fa e che è vissuto quarant’anni in completo isolamento, stabilendo (nella sua casa contadina, nel suo bosco) un rapporto “totale” con la natura e le sue stagioni. Un’esperienza che è emersa anche grazie al lavoro della Fondazione Benetton “Studi e Ricerche” di Treviso, che ha documentato questa esperienza de “l’uomo senza desideri” nella seconda edizione (del 2008) della rassegna “luoghi di valore” (vedi nel nostro blog alla data 4 gennaio 2009).

Per saperne di più sul film “Terra Madre” di Olmi, riportiamo qui due articoli-recensione: da “il Gazzettino” e da “ilSole24ore.com”. E prima una piccola scheda su cos’è “Terra Madre” (ne abbiamo parlato in questo blog il 29 marzo scorso).

SCHEDA – Terra Madre è una rete di “comunità del cibo” impegnate, ciascuna nel proprio contesto geografico e culturale, a salvaguardare la qualità delle produzioni agro-alimentari locali. Le comunità condividono i problemi generati da un’agricoltura intensiva lesiva delle risorse naturali e da un’industria alimentare di massa che mira all’omologazione dei gusti e mette in pericolo l’esistenza stessa delle piccole produzioni. Terra Madre è la risposta concreta lanciata da contadini e produttori di tutto il mondo.

Terra Madre riunisce tutti coloro che fanno parte della filiera alimentare per difendere insieme agricoltura, pesca e allevamento sostenibili e per preservare il gusto e la biodiversità del cibo. Qui troverai tutte le informazioni su Terra Madre 2008. (continua…)

Geofilm – “Gran Torino”: la convivenza pacifica è un fatto di testa e non di etnia

Sabato 14 Marzo 2009
"Gran Torino" di Clint Eastwood

"Gran Torino" di Clint Eastwood

Nel contesto del bellissimo ultimo film  di Clint Eastwood (appena uscito nelle sale), tra la vicenda bella, difficile e dolorosa, si può anche dare un senso di come si sta realizzando una nuova geografia del mondo.   E che questa cosa, il “miscuglio” di etnie, è “meno male” di quel che si pensi. Se ne accorge il protagonista del film che qui vi proponiamo Walt Kowalski (di origine polacca, pertanto lui stesso “prodotto” del Melting Pot statunitense, miscuglio questo quasi perfettamente riuscito…). Kowalski, razzista e all’origine chiuso verso ogni forma di novità, si accorge che i suoi nuovi vicini di casa (vietnamiti di etnia “Hmong”, popolazione questa che all’epoca del conflitto in Indocina si allearono con gli americani, e furono uccisi o fuggirono) sono molto meglio dei suoi apatici ed egoisti figli e nipoti. E se ne affeziona totalmente.

Prima di darvi una critica cinematografica a questo bel film, vogliamo dire qualcosa (in due righe, senz’alcun piglio scientifico) sull’origine che può esserci nel cosiddetto “conflitto etnico”. Esso spesso nasce da motivi di chiusura verso il nuovo, di rifiuto di ogni diversità. Ma alla base del conflitto che a noi geografi interessa esaminare in questo momento, c’è anche la “disposizione urbanistica, stanziale” dei nostri paesi, delle nostre città.  Cioè “dell’abitare”.    Spesso la vita in luoghi concentrati (che peraltro noi auspichiamo, per evitare una città diffusa che ha portato fin qui a guasti e problemi notevoli all’ambiente e al territorio), la vita in aree residenziali, zone di edilizia popolare, condomini, palazzi e centri delle città… insomma tutta un’urbanistica (a volte bella, a volte -spesso- mediocre), può portare a “incomprensioni” quotidiane con i propri vicini di casa. (continua…)

Geofilm – Valzer con Bashir – tirar fuori la verità (storica) da sè stessi

Domenica 1 Febbraio 2009

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Valzer con Bashir
di Ari Folman, Israele/Germania/ Francia 2008
Se cercate un film crudo e senza orpelli di alcun genere, dove, partendo dalla memoria più intima della persona, si ricostruisce il vero e il “non vero” che può esserci nella testa di una persona che è stata coinvolta in un’esperienza terribile, ebbene questo film di animazione (“Valzer con Bashir”) diventa un momento importante del vostro vissuto.  Si tratta di un film allo stesso tempo introspettivo, interiore, di chi cerca la verità dentro di sé; ma in primis questo film è un documento storico importante (anche se doloroso).
Il regista Ari Folman ha deciso di raccontare in modo straordinario le atrocità a cui ha assistito durante il servizio di leva nell’esercito israeliano, in particolare il massacro di Sabra e Chatila.

Tormentato da falsi ricordi e blocchi mentali, Folman ha scelto di intervistare tutti i testimoni che è riuscito a raggiungere, e convertire le loro testimonianze in disegni animati, completati con scene dei suoi peggiori incubi e drammatiche ricostruzioni. Un film straziante e provocatorio, che fa uscire barcollanti dalla sala (ma anche più consapevoli dei drammi del mondo).

Qui di seguito riportiamo un resoconto storico di quel che accade nel 1982 con l’invasione del Libano da parte di Israele, e del massacro di Sabra e Chatila.

Poi, come ultimo articolo, torniamo ai tempi nostri del “dopo Gaza”, con alcune importanti riflessioni su cosa è cambiato (o non è per niente cambiato) dopo la guerra a Gaza, di un giornalista israeliano, Zvi Bar’el (riprese dal settimanale “Internazionale”).

Sabra e Shatila
Una sanguinosa pietra miliare nella memoria collettiva palestinese

I PRELIMINARI

Il 6 giugno 1982, l’esercito israeliano invadeva il Libano come rappresaglia per il tentato assassinio dell’ambasciatore israeliano a Londra, Argov, episodio avvenuto due giorni prima. I servizi segreti israeliani avevano attribuito, quello stesso giorno, il tentativo di assassinio “ad un’organizzazione palestinese dissidente sostenuta dal governo irakeno”. L’invasione, che chiaramente era stata già progettata in anticipo, fu chiamata “Operazione Pace in Galilea”. (continua…)