Archivio per la categoria ‘Conservazioni’

Dolomiti: Disneyland o Patrimonio dell’umanità? – Montagne di serie A e di serie B: le prime dentro il “nonsense” consumistico, le seconde abbandonate e spesso degradate. La necessaria svolta di una politica di sano sviluppo della montagna

Martedì 10 Novembre 2009
erto vecchia (sotto) e nuova (sopra)

La Valle del Vajont tra le candidate a divenire capitale delle Dolomiti (proposta provocatoria? Forse, ma interessante). Qui nell’immagine, sullo sfondo, veduta di Erto vecchia (sotto) e nuova (sopra). La valle del Vajont si trova all'interno del Parco Regionale delle Dolomiti Friulane ed i paesi di Erto e Casso fanno parte dell’omonimo comune, in provincia di Pordenone. La franosità dei luoghi era ben nota agli antichi abitanti che, purtroppo, nulla poterono di fronte alla massa di 300 milioni di metri cubi che dal monte Toc invase il lago artificiale del Vajont la sera del 9 ottobre 1963. La catastrofe fu immane. I 50 milioni di metri cubi di acqua che si schiantarono contro i fianchi dei monti e più giù verso Longarone causarono in tutto 1917 vittime, di cui, nell’onda, sopra la diga, 347 a Erto e Casso

   Il 26 ottobre scorso a Udine è stato approvato lo Statuto definitivo per la costruzione della Fondazione “Dolomiti Patrimonio dell’Umanità” (il vero nome non è ancora chiaro cosa sarà) con sede legale e fiscale a Belluno, e con sette soci fondatori: le Province di Belluno, Bolzano, Trento, Pordenone e Udine, e le Regioni Veneto e Friuli Venezia Giulia (dell’incontro vi diamo conto di seguito con un articolo ripreso da “il Gazzettino”).  E’ da capire bene quali saranno i compiti del nuovo ente che si sovrappone alle Province e alle Regioni. Le difficoltà non mancano: da sempre ci sono state Dolomiti di serie A (superfinanziate nelle province che godono dello statuto speciale), e province povere, come quella di Belluno, che deve pure sopperire al fatto di essere in una regione, il Veneto, con un territorio assai variegato, e forse con un’attenzione maggiore ad alcune aree del suo territorio e poco nel fare una convinta “politica della montagna” nel Bellunese.

   Che ci sia un “ente superiore”, unico, che si interessa e sovrintende ad un’area così importante e omogenea (pur nelle sue differenziazioni geofisiche) può andar bene, essere utile. Basta che non si trasformi in un ente che brucia soldi solo per il suo finanziamento.

  

erto scorcio

Erto, scorcio

Ma quale sarà la “capitale” dell’area dolomitica?  Sarà a rotazione in luoghi diversi, o in un unico posto?    Le candidature finora sono: Cortina (la favorita), Bolzano, Trento, il Pordoi, Agordo, Bressanone, Belluno, Tolmezzo, Auronzo, Pieve di Cadore, il Vajont. A noi non dispiacerebbe quest’ultimo (il Vajont) perché rappresenta un’area che ha subìto una grande sofferenza, e che ora fa sicuramente parte di quella montagna di serie B, luoghi non rinomati all’attrazione turistica (effettivamente le catene montuose attorno a Cortina possono essere più attraenti…) ma che sarebbero in grado di sviluppare un turismo più intelligente (rispetto a quello di massa e mondano di certe località) e con attività economiche di pregio (sulle biomasse come energia rinnovabile, sull’agricoltura specialistica, sull’artigianato e sui centri di sperimentazione e ricerca ambientale…).

  Invece ora tutto appare poco credibile che possa verificarsi “una svolta” della montagna: il degrado territoriale che accade (a Cancia, pochi chilometri da Cortina, la frana che nel luglio scorso distrugge un borgo e due persone muoiono…); lo sviluppo dell’edilizia delle seconde case e dei mega-centri-vacanze (a Rocca Pietore sotto la Marmolada) (ne abbiamo qui parlato nei mesi  scorsi: http://geograficamente.wordpress.com/2009/02/07/montagna-come-iesolo-%e2%80%93-grand-hotel-marmolada-un-altro-de-profundis-per-un-ghiacciaio-che-non-c%e2%80%99e-quasi-piu/ ).

   Alla base di tutto, per fare una politica della montagna, e in questo caso dell’area dolomitica, serve “un progetto” chiaro di sviluppo e conservazione. Far tornare la montagna luogo di conservazione ambientale, di sviluppo di attività sì di nicchia, ma di grande valore economico, specialistiche e compatibili con l’ambiente (l’artigianato e l’industria dell’occhialeria in Cadore e nell’Agordino…). Riuscire a riportare la produzione agroalimentare, gli allevamenti, l’agricoltura di montagna; recuperare le aree abbandonate per la ripresa del pascolo e attività agrituristiche. Creare una “Università delle Dolomiti” che faccia ricerca su questi luoghi dalle più che variegate composizioni ambientali; che studi gli aspetti naturalistici, la botanica, il paesaggio, la meteorologia… cioè riuscire a fare della montagna (le Dolomiti) non territorio dove la ricerca è “colonizzata” dalle Università di pianura, ma riesca “da sè”, dal suo interno a produrre ed esprimere risorse per la ricerca scientifica… insomma un ritorno ad uno sviluppo virtuoso dell’economia di montagna, della vita e della cultura delle sue popolazioni, tutto questo contrasta con quello che è il processo di adesso: una montagna che si basa su un turismo di massa (per lo più “mordi e fuggi”), con tante aree di abbandono.

   L’apparizione dell’orso nelle Dolomiti: ennesimo “oggetto” di attrazione turistica (e adesso si incomincia pure a parlare del “ritorno del lupo”). Dolomiti disneyland; luna park permanente, a cui si è ridotto la montagna e la sua raffinata cultura del passato, ora addormentata dalla giostra turistica. Sarà in grado la nuova Fondazione di mettere in campo un progetto di sviluppo innovativo affinché la montagna (le Dolomiti), e le sue genti, riacquisti una spinta propulsiva verso una sua autonomia culturale, economica, di sviluppo e valorizzazione intelligente?

…………

Unesco – Le cinque Province hanno approvato lo statuto della Fondazione

ORA LE DOLOMITI HANNO LA “CARTA”

di Antonella Lanfrit, da “il Gazzettino” del 27/10/2009

UDINE – Le Dolomiti patrimonio dell’umanità camminano speditamente per rendere operativi i propri strumenti di salvaguardia: a Udine è stato licenziato lo Statuto definitivo per la costituzione della Fondazione, (continua…)

Quando il verde “è troppo” – l’abbandono dei territori porta al degrado di aree montane e pedemontane: invase da sterpaglia, con disequilibri pericolosi nel sistema idrogeologico, e non più facenti parte di una sapiente economia rurale

Giovedì 15 Ottobre 2009
robinia pseudoacacia, pianta che cresce rapida, infestante

robinia pseudoacacia, pianta che cresce rapida, infestante

Sia chiaro che il problema della deforestazione, degli alberi e delle siepi tagliate per sviluppare un’economia agricola industriale estensiva (cioè non più a campi chiusi), degli alberi in città che soccombono al cemento… tutto questo è la realtà dei nostri giorni; e un ritorno al “piantare alberi” nei nostri luoghi di vita è fondamentale alla nostra sopravvivenza.

Ma qui vogliamo parlare di quel fenomeno opposto, non meno negativo, dell’abbandono dei luoghi usati una volta per il pascolo (in aree montane e pedemontane), dove fino alla metà del secolo scorso vi si svolgeva un’economia rurale sicuramente povera, poco redditizia e faticosa, ma che permetteva in quei luoghi un equilibrio ambientale che è andato perso quando le genti di quei posti se ne sono (purtroppo possiamo dire “giustamente per loro”) andate per lavorare in pianura, nelle città, nei “sistemi industriali urbani” (cioè nelle fabbriche e tutto quel che attiene all’epoca del benessere economico).

Grandi aree abbandonate alle sterpaglie, alla boscaglia. Un qualcosa di non più sapientemente guidato dai meccanismi virtuosi del rapporto “uomo-natura”. E cioè il “luogo” che lo è per i suoi tre elementi che lo fanno “vivo” e lo compongono, ciascuno diverso dall’altro: 1) la natura, l’ambiente che esso esprime da sempre; 2) l’artificio umano che lo ha reso adatto alle esigenze di vita della comunità lì presente; 3) gli accadimenti storici che in esso possono essere accaduti nei tempi. Ebbene, tutto questo che caratterizza un “luogo”, lo rende vivo e “unico”, originale rispetto a qualsiasi altro, in moltissime aree specie di montagna e pedemontane, non esiste più, a causa di un’abbandono che lo ha reso solo boscaglia impraticabile.

Altopiano del Cansiglio: l’avanzare del bosco anche su aree una volta a pascolo

Altopiano del Cansiglio: l’avanzare del bosco anche su aree una volta a pascolo

Anche qui dobbiamo dire che “potremmo decidere” di “lasciare a sè”, volutamente, un’area (alpina, appenninica), che cresca e viva selvaggiamente, senza alcun intervento anche virtuoso e rispettoso: che possa meglio diventare così rifugio di animali selvatici che lì trovano protezione e sicura “non presenza” antropica. E’ bene allora che ci siano anche “aree selvagge”. Ma sta a “noi” decidere quali e come.

Diverso è invece l’abbandono per la “non decisione”, in una condizione di degrado: il “non luogo” che viene a crearsi. Ed è questa la realtà che va cambiata al più presto. Alcune possibilità ci sono. Ad esempio la pulitaria dalla boscaglia per l’utilizzo della biomassa a fini calorici ed energetici (il cosiddetto “cippato”, cioè la triturazione del legno ad uso ad esempio del funzionamento delle caldaie). Oppure progetti di ripristino dell’allevamento e del pascolo alpino e pedemontano, per prodotti (come il latte e i suoi derivati) più sani con condizioni di vita degli animali più confacenti e naturali.

La stessa idea che si sta strutturando dell’attuale Ministro all’Agricoltura Zaia, di incentivare la nascita di aziende agricole fatte da giovani con l’utilizzo per esse di aree demaniali, potrebbe essere un elemento di  sviluppo di processi di “pulitura boschiva”, di riordino del territorio rurale ora abbandonato e senza un controllo idrogeologico…

Pertanto sì “piantare alberi” là dove occorrono e ce n’è bisogno; individuare aree che possono (debbono) rimanere selvaggie, incontaminate; ma anche in molti luoghi eliminare la sterpaglia, e ripristinare aree a pascolo ora scomparse dall’avanzare spesso eccessivo del bosco.     Vi diamo conto qui, su quest’argomento, con due bellissimi articoli, ripresi da “la Repubblica”, di Paolo Rumiz e Mauro Corona. (continua…)

Il premio Nobel per l’economia a Elinor Ostrom: riconoscimento alla teoria che “economia, sviluppo e ambiente” sono uniti, e il mondo si salva se ci saranno autorità e democrazie partecipative in grado di ben governare il nostro presente e il futuro

Martedì 13 Ottobre 2009
Elinor Ostrom
Elinor Ostrom

In questo aspetto bonario, gioviale e gentile di questa anziana signora della foto, c’è  una “grande testa pensante”, una studiosa che ha ricercato e sta studiando (assieme a molti altri suoi collaboratori) un tema strategico per il nostro presente e futuro, cioè come gestire i “beni collettivi”, le risorse fondamentali per poter vivere (noi e le future generazioni) nel nostro pianeta.

E la Reale Accademia delle Scienze di Svezia il 12 ottobre ha assegnato a lei (parliamo di Elinor Ostrom) il premio Nobel per l’economia per il 2009 assieme a un altro economista americano, Oliver Williamson.  Elinor è la prima economista donna a essere insignita del prestigioso riconoscimento. Il premio è stato dato a questi due studiosi (che non hanno mai lavorato assieme, pertanto ciascuno su ambiti diversi) per le loro ricerche sull’organizzazione della cooperazione nella governance economica (cos’è cercheremo di spiegarlo meglio qui di seguito, perché è cosa importante). In particolare, si legge nella motivazione, per aver dimostrato come la proprietà pubblica possa essere gestita dalle associazioni di utenti.

Elinor Ostrom, prima donna Nobel per l’economia, è nata nel 1933, e insegna alla Indiana University di Bloomington, cittadina di poco più di 70.000 abitanti nello Stato appunto dell’Indiana (verso il nord-est degli USA). Elinor ha studiato e sta studiando in particolare un tema che risulta strategico nelle nostre comunità e nella visione del mondo visto come oramai unico villaggio globale. Cioè come gestire i “beni comuni”, ad esempio beni strategici come l’acqua, l’energia; passando per i grandi temi del CLIMA e delle sue variazioni dovute all’azione umana; l’aria che respiriamo, e via immaginando tutti quelli elementi (macro e micro) che fanno parte essenziale della nostra vita (“i beni collettivi”) e che da tempo c’è un grande dibattito (e scelte politiche spesso già decise e controverse come in Italia la cosiddetta “privatizzazione dell’acqua”) se queste cose possono essere gestite da privati o devono essere solo in mano pubblica. La soluzione  e la scelta è più complessa di quel che a volte si vuol semplificare magari “ideologicamente”, da una parte o dall’altra degli schieramenti politici. Entrambi, “il privato” e “il pubblico”, possono sprecare, rovinare, gestire male risorse essenziali per la vita delle persone.

Elinor Ostrom tenta di dare (dà, con il suo libro più famoso “Governing the Commons”) una soluzione più argomentata, dimostrando con le sue ricerche sociologiche ma anche antropologiche (va a vedere economie primitive, semplici, diverse, che seppur in modo residuo ci sono ancora nel pianeta, come nelle riserve di caccia degli Indiani d’America, o le comunità di pescatori africani, o la condivisione delle acque sotterranee in qualche remoto sistema agro-silvo-pastorale nepalese…), da questi esempi “essenziali”, osservandoli scientificamente e rispettosamente, si può vedere come ci sia una possibilità di mantenimento e sviluppo per i beni comuni, collettivi, di tutti, diverso dallo scontro ideologico se darle in gestione al privato o mantenerle “al pubblico”.

C’è la possibilità che esse rimangano in ogni caso collettive, a disposizione di tutti, se esiste appunto una forte “governance democratica” che controlli l’uso di questi beni essenziali alla nostra vita: una comunità ben conscia dei diritti ma anche dei doveri che tutti hanno (devono avere) nei confronti di quei beni comuni preziosi per la sopravvivenza delle persone e per le future generazioni. Messa così sembra cosa banale, ma gli studi della Ostrom sono di grande complessità scientifica, e assumono in questo momento inevitabilmente un connotato politico sulle scelte da fare oggi e nel prossimo futuro; dove appunto economia e salvaguardia ambientale devono essere la stessa cosa, se “economia” significa creare ricchezza per le persone. (continua…)

Quali idee (e iniziative) per la ricostruzione de L’Aquila? Per ora poche (nessuna?) – Il preoccupante caso di una città che rischia di restare “fantasma”, e di avere attorno a sè solo 20 (venti) “periferie–new town”

Lunedì 12 Ottobre 2009

L'Aquila uccisa L’approssimarsi dell’inverno sta destando preoccupazione sulla sistemazione delle persone “terremotate” de L’Aquila: su 40.000 senzatetto, ce ne sono 26.000 ancora fuori da ogni prospettiva di residenza (ora ancora in tende, o negli alberghi della costa o a casa di parenti e amici in giro per l’Italia). Ma, sempre in prospettiva, desta altrettanta preoccupazione la domanda su cosa ne sarà del bellissimo e vitale centro storico de L’Aquila… per ora è stato lasciato lì, e la “ricostruzione” (ma questo termine sembra non essere esatto e peraltro neanche usato) si basa sul creare quelle che sono state chiamate “le casette”: strutture abitative né provvisorie (perché costose e attrezzate in specie di “new town” che stanno sorgendo nel numero di venti nell’area del terremoto), né definitive perché con standard inadeguati a viverci stabilmente per sempre; senza alcun legame col territorio, senza i servizi essenziali delle città, dei quartieri, dei paesi e, appunto, con il centro storico pressoché abbandonato dell’Aquila e degli altri comuni limitrofi colpiti dal sisma. Così “si sta” in una situazione poco chiara, dove interventi per il ripristino e la messa di nuovo in funzione della vita aquilana (con l’Università e tutto quanto fa parte della storia quotidiana di un centro così importante) è tutta da pensare, tutta da inventare, tutta da fare…

Qui non si mette in discussione l’assoluto meritorio impegno di chi in questi mesi ha dato tutto sè stesso: dai membri della Protezione civile, al volontariato della prima ora…

E’ però da chiedersi, tra le varie cose, se adesso e nei prossimi anni uno studente dovrebbe scegliere il prestigioso ateneo aquilano come sua sede… in un contesto senza ricostruzione del centro…. e gli abitanti delle periferie-new town messe su per sopperire all’ emergenza abitativa, queste new town possono dare l’impressione di poter diventare “pericolosamente” definitive… Non sarebbe stato meglio installare dignitosi container da sopportare più o meno serenamente uno o due inverni, e lavorare alacremente nella ricostruzione della città e degli altri 55 centri minori colpiti?

Insomma un disegno urbanistico comprensibile su “cosa si farà a L’Aquila” non c’è… (come invece c’è stato ad esempio in Friuli dal maggio del 1976: “prima le fabbriche, poi le case, poi le chiese”). Si è voluto fare casette né provvisorie né definitive, e trascurando forse un po’ troppo il centro storico.

Sia chiaro che questa situazione non è solo imputabile al Governo, ma un po’ a tutti: tutte le forze politiche, culturali, economiche, poco o niente hanno detto sul “progetto ricostruzione”; urbanisti e altre categorie “scientifiche” (noi geografi compresi) hanno taciuto, forse abbagliati dal mito (peraltro a tutt’oggi non realizzato neanche per la metà) della “casa per tutti” prima dell’inverno.

Da parte nostra (in questa sede) proponevamo di ricostruire subito il centro storico (evitando le new town) ma, del centro storico, “cambiando molto”, evitando i palazzoni “brutti” che anche all’Aquila ci sono (c’erano), e coinvolgendo subito nella scelta, e in un serrato dibattito,in primis la popolazione, mettendo loro a disposizione tutte le competenze scientifiche, urbanistiche… (vedi l’articolo del 9 aprile scorso ). Niente di questo genere sembra esser stato fatto, “abbagliati” dalle casette che dovevano essere pronte entro il 15 settembre…

Riportiamo qui alcune analisi importanti (con messa in evidenza e sottolineature fatte da noi per focalizzare i problemi, il problema). (continua…)

Frane e alluvioni: l’abusivismo non c’entra (invece c’entra la politica territoriale e urbanistica lasciata nelle mani dei Comuni) – quattro questioni urgenti da risolvere

Domenica 4 Ottobre 2009
Le rotaie invase dai detriti della stazione ferroviaria di Giampilieri superiore (Messina), dopo l'alluvione di giovedì notte. Il paese è stato completamente evacuato: 435 persone che si erano rifugiate nella scuola elementare del paese sono state trasferite in autobus in alcuni alberghi a Messina, dopo che i mezzi di soccorso sono riusciti a liberare la strada che collega la piccola frazione con la provinciale 114 (foto Ciro Fusco/Ansa, ripresa da “il Corriere.it”)

Le rotaie invase dai detriti della stazione ferroviaria di Giampilieri superiore (Messina), dopo l'alluvione di giovedì notte. Il paese è stato completamente evacuato: 435 persone che si erano rifugiate nella scuola elementare del paese sono state trasferite in autobus in alcuni alberghi a Messina, dopo che i mezzi di soccorso sono riusciti a liberare la strada che collega la piccola frazione con la provinciale 114 (foto Ciro Fusco/Ansa, ripresa da “il Corriere.it”)

Se in Italia sette comuni su dieci sono a rischio frane, vuol dire che su 8.101 comuni ne sono a rischio 5.671. Una situazione frammentata incontrollabile: senza possibilità di razionalizzazione se prima non si passa per una sintesi amministrativa. Cerchiamo di spiegarci meglio. In questi giorni di tragedia per i morti e le conseguenze del dissesto idrogeologico delle frazioni e comuni del messinese, si è parlato di ABUSIVISMO. Parola avulsa e inesistente. L’abusivismo non esiste. La stragrande maggioranze della abitazioni in Italia è “regolare”: lo è fin dall’origine (regolare concessione o autorizzazione edilizia) per la maggior parte; per i ripetuti condoni edilizi un’altra (minore) parte. Pertanto di abusivo si ha ben poco. Caso mai sono i Comuni del tutto sconsiderati a permettere costruzioni in luoghi all’origine di pericolo, o che con le nuove costruzioni diventeranno pericolosi. A volte poi, osiamo qui dire, qualche casa in un contesto impervio, di area boscata montagnosa o collinare, non ci sta neppure male da un punto di vista della sicurezza generale: diventa una “sentinella” dei pericoli degli smottamenti e movimenti del terreno. Può essere una presenza utile.     Posto allora che qui proponiamo di rivedere il nostro approccio al contesto territoriale, eliminando dai nostri triti discorsi parole obsolete (come “abusivismo”), proviamo qui a porre quattro (sintetiche) questioni di fondo per un generale riequilibrio territoriale onde evitare tragedie periodiche che sembrano ineludibili. (continua…)

Discarica Mediterraneo – Le navi dei veleni – dove smaltire le scorie radioattive (del nucleare civile e militare)? In Africa o nel Mediterraneo

Domenica 27 Settembre 2009
La MAPPA degli affondamenti (la “La Repubblica”) – i RELITTI (numerati nella carta qui sopra) e con la “X” sono segnati i siti di altri affondamenti sospetti: 1.CUNSKY (la nave ritrovata il 12 settembre scorso a 20 miglia dalla costa calabra, al largo di Cetraro, a 480 metri di profondità); 2.MIKIGAN (affondò il 31/10/1986); 3.RIGEL (affondò il 21/9/1987); 4.ROSSO (motonave naufragata nel dicembre ’90); 5.MARCO POLO (affondata nel tragitto tra Barcellona e Alessandria il 14/3/1993); 6.KORALINE (nave tedesca affondata il 7/11/1995 al largo di Ustica); 7.ASO (nave carica di soffiato ammonico, affondò al largo di Locri nel maggio 1979); 8.ALESSANDRO I (naufragata nel febbraio 1991); 9.FOUR STAR (in viaggio tra Barcellona e Antalya, affondata nel dicembre 1988)

La MAPPA degli affondamenti (la “La Repubblica”) – i RELITTI (numerati nella carta qui sopra) e con la “X” sono segnati i siti di altri affondamenti sospetti: 1.CUNSKY (la nave ritrovata il 12 settembre scorso a 20 miglia dalla costa calabra, al largo di Cetraro, a 480 metri di profondità); 2.MIKIGAN (affondò il 31/10/1986); 3.RIGEL (affondò il 21/9/1987); 4.ROSSO (motonave naufragata nel dicembre ’90); 5.MARCO POLO (affondata nel tragitto tra Barcellona e Alessandria il 14/3/1993); 6.KORALINE (nave tedesca affondata il 7/11/1995 al largo di Ustica); 7.ASO (nave carica di soffiato ammonico, affondò al largo di Locri nel maggio 1979); 8.ALESSANDRO I (naufragata nel febbraio 1991); 9.FOUR STAR (in viaggio tra Barcellona e Antalya, affondata nel dicembre 1988)

Partiamo dalla scoperta di un relitto di una nave, il 12 settembre scorso, al largo della costa occidentale calabra, nel Tirreno, a circa 20 miglia da Cetraro, bellissimo paese costiero. Vecchie e nuove indagini di navi affondate con carichi di rifiuti tossico-nocivi, spesso radioattivi (Legambiente, che sullo smaltimento clandestino di questi rifiuti si è impegnata molto in questi decenni dice che in Italia spariscono tra i 6 e gli 8 milioni di tonnellate di rifiuti pericolosi… dove vanno?).

Una commistione di interessi. Un pubblico ministero che si interessa di queste cose (Luciano Tadini) dice che: “smaltire un rifiuto pericoloso può essere più conveniente che trafficare con la droga. Anche solo per il fatto che chi smaltisce rifiuti viene considerato un benefattore della società e viene pagato con denaro pulito”. E c’è chi si è buttato in questo business (come potete leggere nei reportage che qui di seguito vi proponiamo): e, nel caso del Mediterraneo e delle coste calabresi, pure la ‘ndrangheta.

Allora qui ci interessa sottolineare la problematica della difficoltà di smaltire i rifiuti pericolosi, siano essi di origine nucleare (radioattivi) o dell’industria chimica, o derivati da processi di combustione che rilasciano polveri di diossine e scorie di metalli pesanti. O polveri da residui industriali la lavorazione (come il marmo). Smaltire bene costa tantissimo (forse troppo, potremmo pensare a un “costo politico”?): e in una logica di evitare costi che cinicamente si vuole evitare, nasce lo “smaltimento criminale”. Che sia esso nei mari e coste africane (come quelle della Somalia) o nei mari calabresi del Tirreno e dello Ionio (ma il fenomeno ha riguardato nei decenni pure la Toscana e la Liguria…) questo dipende da dove è più conveniente e meno problematico. E la violenza mafiosa internazionale si amplia: non a caso, per gli smaltimenti di rifiuti tossici in Somalia sembra sia la causa dell’assassinio dei giornalisti Ilaria Alpi e Milan Hrovatin nel marzo del 1994 (che forse avevano scoperto questa pratica criminale).

Se le scorie nucleari da centrali atomiche di produzione elettrica in Europa e nel mondo sono un problema per il loro smaltimento (i loro effetti letali dureranno migliaia di anni), e lo sono persino per le centrali italiane di Montalto e Caorso chiuse definitivamente con il referendum del 1986, ci chiediamo cosa farne di quei rifiuti così difficili da smaltire (e costosi). Posto che non è tollerabile una società, un “mondo” che “dà respiro” a pratiche mafiose che “le risolvono il problema” seppellendo quei rifiuti in mare, che sia nel Mediterraneo o nel Corno d’Africa o in qualsiasi altro posto. Lasciandoli in definitiva in primis in eredità alle future generazioni.

Se poi pensiamo che vi è in questa fase un “trascinamento” nella classificazione dei rifiuti pericolosi verso quelli “assimilabili agli urbani”, con smaltimenti insieme appunto agli RSU (rifiuti solidi urbani), non è da meravigliarsi se può capitare (e sta capitando, casi accaduti) che processi di compostaggio vedano interessati rifiuti tossico-nocivi, e di seguito il compost prodotto venga venduto (o regalato) a coltivatori, usato nei campi, e tutto rientri nella nostra catena alimentare…

Le indagini che stanno ora sorgendo sulle “navi dei veleni” nel Mediterraneo (e che vedono finalmente anche la Regione Calabria che si mette positivamente in gioco) possono creare un effetto a catena dove tanti buchi neri dell’inquinamento da smaltimento di rifiuti può generare un processo (di sviluppo) virtuoso più confacente all’equilibrio mondiale delle nostre comunità. Insomma un’occasione da non perdere, e che può vedere ciascuno fare la sua parte come soggetto attivo. (continua…)