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Un (triste) anniversario dimenticato da molti (anche da noi): nel dicembre del 1984, 25 anni fa, in India, nel cuore della città di Bhopal, si verificò il più grave incidente chimico-industriale mai avvenuto con 25mila morti. Il futuro della chimica passerà ancora sempre di più per i paesi poveri?

Giovedì 24 Dicembre 2009

manifestazione a Bhopal (nello stato indiano del Madhya Pradesh) del 3 dicembre scorso

   Nella notte tra il 2 e il 3 dicembre 1984 (precisamente a mezzanotte e cinque minuti), nel cuore della città di Bhopal, nello stato indiano del Madhya Pradesh, si verificò il più grave incidente chimico-industriale mai avvenuto. La fuga di 40 tonnellate di isocianato di metile (MIC), prodotto dalla Union Carbide, azienda multinazionale americana produttrice di pesticidi, causò la morte di 25.000 persone, avvelenandone da 150.000 a 500.000. Come ha scritto Amnesty International nell’anniversario dei 25 anni dalla strage chimica di un’azienda multinazionale americana in India: “Bhopal è un caso emblematico nel contesto della responsabilità delle aziende. Non è, infatti, soltanto una tragedia dei diritti umani del secolo scorso, ma rappresenta tuttora un triste esempio di come la legge protegga le imprese potenti ma spesso abbandoni a sè stesse le persone che vivono in povertà. A distanza di 25 anni, gli abitanti di Bhopal non sono mai stati in grado di rivendicare i propri diritti e continuano a soffrire per le conseguenze del disastro”. 

  Il contesto di Bhopal è anche quello del progressivo spostamento delle aziende che con sempre più difficoltà possono praticare produzioni (come quella chimica) o smaltire rifiuti (tossico-nocivi), o produrre altri materiali potenzialmente assai inquinanti per l’ambiente circostante (come ad esempio i cementifici), il loro progressivo spostamento, dicevamo, verso aree del mondo più “disponibili” ad accettare (a basso prezzo) sistemi produttivi pericolosi e inquinanti, per ovvie condizioni di povertà e necessità. Non cambia pertanto la qualità delle produzioni, ma la si porta dove minori (o per niente presenti) sono le resistenze della popolazione e delle autorità pubbliche. 

  

manifestazione a Bhopal del 3 dicembre scorso

La chimica ha sicuramente avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo dei consumi (a basso prezzo) per le persone; e per questo facciamo fatica a tirarcene fuori, essendo noi un po’ tutti più o meno coinvolti, nei nostri consumi. Ma anche in questo campo (come in quello prospettato dai cambiamenti climatici che purtroppo non ha sortito effetti positivi di cambiamento a Copenaghen) sembra che siamo arrivati al dunque. E si pone ancora una volta l’annoso problema di come garantire a tutti (a tutto il mondo) beni di consumo a basso prezzo per migliorare le proprie condizioni di vita (e senza inquinare il mondo con prodotti, come le plastiche, di difficile smaltimento). 

   Su questo dobbiamo fare in modo che possa affermarsi una chimica controllata e garantita al massimo possibile, che produca beni durevoli nel tempo: pertanto la drastica riduzione del potenziale di produzione chimica del pianeta (in crescendo per le giuste necessità di popolazioni emergenti dalla povertà) è connaturato alla creazione di prodotti che siano il più possibile durevoli nel tempo. 

   E quanto accaduto a Bhopal 25 anni fa (la colonizzazione dell’industria inquinante dei Paesi poveri), nella sofferenza ancora presente di quelle popolazioni, sia perlomeno un segnale di nuova prospettiva di sviluppo globale dove nessuno debba soccombere alle necessità del benessere consumistico di altri. 

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Bhopal, indiani in piazza 25 anni dopo 

da “il Corriere della Sera” del 3/12/2009  -   Il Premier Singh : «L’enormità di quella tragedia pesa sulla nostra coscienza collettiva»  -  Nel 1984 la catastrofe chimica con migliaia di morti. I manifestanti: «Impianto ancora contaminato» 

   Il 3 dicembre del 1984 una nube altamente tossica fuoriuscì dalla fabbrica della Union Carbide India Limited (UCIL) di Bhopal, filiale indiana di uno dei giganti americani della chimica: i morti furono migliaia, tra 8.000 e 10.000 secondo il Centro di ricerca medica indiana, oltre 25.000 secondo Amnesty International.     

   Ancora oggi, almeno centomila persone soffrono di malattie croniche, come conseguenza della contaminazione della falda freatica. A un quarto di secolo di distanza, l’impianto giace abbandonato e dietro i suoi pesanti portoni d’acciaio c’è quello che gli ambientalisti definiscono «un disastro nel disastro», un luogo ormai altamente inquinato che, secondo nuovi studi, sta lentamente avvelenando l’acqua potabile per migliaia di indiani. Per questo migliaia di persone, sopravvissuti e attivisti, hanno marciato per le strade di Bhopal, scandendo slogan contro il governo e la Union Carbide ed esigendo risarcimenti per la popolazione e un intervento più incisivo per decontaminare la zona. 

SOSTANZE CANCEROGENE – Il premier indiano Manmohan Singh, nel ricordare l’incidente, ha dichiarato: «L’enormità di quella tragedia dovuta alla negligenza pesa ancora sulla nostra coscienza collettiva». (continua…)

Il vertice di Copenaghen che chiude con un niente di fatto: ma ora la necessità di un cambiamento globale delle produzioni e dei consumi in senso ecologista (e di un mondo più giusto) è cosa acquisita alla coscienza collettiva

Sabato 19 Dicembre 2009

New York Post: Aria calda

   Il vertice di Copenaghen si chiude con un niente di fatto: un accordo-bozza (proposto da Stati Uniti e Cina a India, Brasile e Sudafrica) (brilla l’inconsistenza politica e diplomatica della divisa Europa…) ribadisce l’obiettivo di tenere nei due gradi centigradi l’aumento medio della temperatura terrestre. Restano non scritti i veri punti chiave: cioè l’entità dei tagli alle emissioni di CO2 entro il 2020 per i Paesi sviluppati e gli obiettivi per quelli emergenti. Oltre al tema della temperatura (dei due gradi di temperatura da non superare rispetto all’epoca pre-industrializzata… pena anche la scomparsa di isole, coste, atolli…) resta il tema di come e quanto veramente finanziare (aiutare) lo sviluppo (in un contesto ecologico, di contenimento delle emissioni) dei paesi poveri (oppositori di un vertice che li considerava assai poco, tutto incentrato tra USA, Cina, con i paesi emergenti Brasile, India e Sudafrica, e il ruolo dimesso dell’Europa in crisi di rappresentanza politica).

La cosa certa sono i fondi, 30 miliardi di euro nel triennio 2010-2012 e 100 miliardi l’anno entro il 2020. «Faremo di tutto perchè l’accordo diventi legalmente vincolante entro il 2010», ha detto il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon al termine della maratona notturna. «È una prima tappa essenziale» ha aggiunto.

   E i paesi poveri rischiano effettivamente di essere marginalizzati definitivamente da ogni sviluppo, da ogni benessere possibile per le loro popolazioni (che inevitabilmente si riverseranno verso i Paesi ricchi per sopravvivere…).

 

Libération: Copenaghen nel dolore

 Comunque, forse, il vertice di Copenaghen è andato meno male di quel che può apparire alla fine delle due settimane di faticose (e senza grandi risultati) trattative. C’è infatti un presa di coscienza generale che il problema “esiste” ed è “assai grave” dell’inquinamento della biosfera, della sopravvivenza del pianeta Terra. E  dell’impossibilità di uno sviluppo per i paesi emergenti (e per quelli poveri…) di prospettare gli stessi modelli attuati in modo scellerato dai paesi di più antica industrializzazione (e benessere). Ma come fare a cambiare in modo virtuoso i vecchi parametri di sviluppo è il vero nodo….

   Dall’altra i paesi ricchi che si rendono conto di non poter più vivere negli stessi livelli di consumo e inquinamento… ma come convincere i milioni di abitanti del “pianeta ricco” a cambiare il proprio modo di vita?….

   Riportiamo qui alcuni articoli ripresi da vari giornali dove, alle difficoltà di un soluzione (accordo) accettabile del vertice di Copenaghen, si percepisce pure che questa nuova coscienza di cambiamento è stata forse finalmente “ufficializzata”. Da adesso niente sarà più come prima.

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19 dic. – A Copenaghen e’ stato trovato l’accordo sul clima.Dopo una notte di polemiche da parte del blocco dell G77 che minacciava di mandare tutto a monte, il fallimento dei colloqui di Copenaghen e’ stato evitato grazie a uno stratagemma. Il negoziato si e’ concluso con una “presa d’atto” dell’accordo raggiunto da Stati Uniti, Cina e India nonostante la ferma opposizione di buona parte dei Paesi in via di sviluppo. “La conferenza delle parti prende atto dell’accordo di Copenaghen” si legge nella dichiarazione che concluse i lavori dei 193 Paesi, senza che tuttavia ci sia una adesione formale.

   Al summit superato l’impasse della notte con una formula diplomatica che «prende nota» dell’intesa già raggiunta tra Usa, Cina, India e Sudafrica. Ma non ci sono numeri sulla riduzione delle emissioni. Il presidente Usa: «Svolta significativa ma per un patto vincolante ci vorrà tempo». Nella notte le dure critiche dei Paesi del Sud del mondo. Gli ambientalisti: fiasco totale. Ban Ki-moon (Onu): è una prima tappa, fondamentale

19/12/2009 (12:57) – LA SCHEDA

Clima, i punti controversi dell’accordo. Obiettivi di riduzione generici e ancora niente tagli vincolanti

Sono soprattutto quattro i punti controversi della proposta di accordo sul clima promossa da Usa, Cina, India Sudafrica e Brasile, (continua…)

Copenaghen è Eco-Metropolis. La capitale della Danimarca cerca con i fatti di convincere il mondo a perseguire la riconversione ecologica. E ci siamo tutti a Copenaghen, con le difficoltà a esprimere nuovi modelli di vita (e intanto a metà vertice la situazione resta critica circa un risultato positivo)

Martedì 15 Dicembre 2009

Corteo del 12 dicembre scorso a Copenaghen "pro-Clima" (sullo sfondo Christiansborg Palace)

   Di risultati positivi finora il vertice di Copenaghen sembra averne dati ben pochi. Evidente la separazione tra un’Europa disposta a mettersi in gioco, rispetto alle esigenze dei paesi emergenti (in primis Cina, India e Brasile) che chiedono di “poter inquinare” per perseguire il loro sviluppo. Ma la situazione è meno semplice di quel che appare: anche nei paesi emergenti si comprende che lo sviluppo industriale di “vecchia maniera” ha costi altissimi da sopportare, in termine di salute dei cittadini, di distruzione anche del proprio ambiente.

   La riconversione ecologica è pertanto una “necessità di tutti”. In primis poi di quei paesi poveri o in via di sviluppo, dove le protezioni per la popolazione dall’inquinamento (in termini di tutela della salute, di cibi sani) rischia di essere di più difficile reperibilità rispetto ai paesi ricchi. Insomma l’acqua non inquinata è più fortemente necessaria ai poveri che ai ricchi; se i ricchi sopperiscono comprando acqua in bottiglia, minerale (che i poveri non possono permettersi).

  

famiglie alla manifestazione pro-Clima con le biciclette di Christiania (celebre quartiere hippie di Copenaghen)

Ecologia pertanto come prima necessità di sviluppo dei paesi e delle popolazioni più povere, non come impedimento al loro sviluppo. Comprendiamo che quest’idea di una riconversione ecologica di tutto il pianeta non è un concetto facile, e si scontra pure con modi di vita consolidati (come l’uso nei paesi ricchi di mezzi di trasporto privati, le automobili, che anche i poveri, giustamente, rivendicano… perché a noi sì e a loro no?). E poi su questo terreno (oltre ai “vizi” del vivere dispendioso e consumista di noi occidentali), intervengono pure vecchie lobbies che riciclano un’industrialismo in grave difficoltà nei paesi dov’è nato, si è sviluppato e sta affannosamente arrancando, che potrebbe essere del tutto superato dalla rivoluzione informatica e tecnologica, da modi nuovi, più ecocompatibili di produrre ricchezza.

la critica al Summit nella manifestazione del 12 dicembre

   Insomma, nel darvi qui una breve rassegna stampa dello “stato dell’arte” a metà conferenza a Copenaghen, preme anche dire che a Copenaghen di fatto ci siamo tutti noi (e non solo le rappresentanze politiche (ed economiche con i loro interessi). Un successo del vertice di Copenaghen passa anche per un cambiamento concreto del nostro modello dispendioso di vita (e qui è la parte più difficile del “vertice” di Copenaghen). Ma iniziamo col parlare di questa splendida città, l’Eco-Metropolis capitale di Danimarca.

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NELLA CAPITALE VERDE

Luci soft, bici e mulini a vento: i segreti del modello Copenaghen

di Anais Ginori, da “la Repubblica” del 3/12/2009

COPENAGHEN. Per la famiglia Bang oggi è il giorno degli esami. Katrine, studentessa di 21 anni, suona alla porta di casa che è già buio da molte ore e manca poco alla cena. Casper Bang fa accomodare nella villetta in mattoni rossi del quartiere Bronshoj. La ragazza con la divisa blu comunale entra, apre il taccuino, guarda subito il soffitto. «Lampadina a risparmio energetico?». No, a incandescenza da 40 watt. «Cambiandole tutte – annota Katrine – potrà risparmiare tre quarti del suo consumo elettrico».

   La perlustrazione continua in salone. Quando vede i faretti alogeni, Katrine quasi trasecola. Si consola vedendo che il televisore è un modello Lcd. «Meglio di quelli al plasma ma c’ è il problema dello standby. Un terzo della bolletta della luce proviene da alimentazione elettrica senza consumo». Dopo aver messo a soqquadro l’ intera casa, controllato persino il pomello della doccia e l’ isolamento della cantina, la volontaria del Comune annota percentuali dei vari «inquinatori domestici», poi traduce tutto in emissioni di Co2.

   La famiglia Bang si è candidata ad essere una delle novantamila “Climate Family” di Copenaghen. La capitale danese vuole mostrare al mondo che è possibile vivere ecologicamente «senza rinunciare allo stile di vita moderno». “Hopenaghen”, s’intitola la campagna che da un anno ha preparato la città al vertice sul Clima. (continua…)

Il vertice di Copenaghen sul CLIMA al suo debutto: un contesto confuso (paesi ricchi ed emergenti, quelli poveri che sperano) tentando di decidere sul futuro di un’umanità divisa tra miseria e consumismo. Con una “spinta esterna” mediatica, del mondo intero, affinché in Danimarca si decida qualcosa di buono e di concreto

Mercoledì 9 Dicembre 2009

I cambiamenti climatici sono la più grave minaccia alla salute e sopravvivenza dei bambini nel 21esimo secolo (“Save the Children” la più grande organizzazione internazionale indipendente per la difesa e la tutela dei diritti dell’infanzia dal 5 ottobre scorso ha lanciato la campagna EVERY ONE per dire basta alla mortalità infantile) (vedi la campagna di “Save the children” all’interno di questa pagina del blog)

Qualcuno potrebbe ipotizzare che la catastrofe climatica generalizzata, globale (la catastrofe “piccola”, a macchia di leopardo in giro per il mondo, esiste già, con inondazioni, desertificazione, eventi atmosferici dirompenti…) che di qui a qualche decennio potrà esserci, può far inabissare il pianeta in una specie di “mondo oscuro” dove beni primari (comuni a tutti) come l’acqua e l’aria non inquinati, saranno assegnati con una specie di “tessera annonaria” con la quale ciascuno dovrà decidere come impiegare la propria quota d’aria o d’acqua. E questo poi solo nel caso si sia in un contesto di democrazia ed equità (e di peggio potrebbe capitare…).

   Le preoccupazioni che dal vertice in corso di Copenaghen non ci decida niente di buono sono assai probabili. “Da Copenaghen non uscirà un accordo vincolante perché alcuni Paesi non sono ancora pronti, in primo luogo gli Stati Uniti e la Cina”, ha detto il presidente della Commissione Ue José Manuel Barroso. A Copenaghen si punterà quindi, secondo il presidente dell’esecutivo comunitario, a stilare una bozza d’accordo che possa poi diventare un trattato vero e proprio accettabile da tutti i Paesi industrializzati e da quelli in via di sviluppo.

   Lo stesso mondo dell’economia sembra guardare con occhi diversi, con speranze contrastanti, alla possibilità di un accordo. Qui di seguito vi proponiamo un articolo de “il Sole 24ore”, quotidiano di Confindustria, dove si mostra positivamente di sperare ad un accordo virtuoso alla Conferenza in corso: del resto da molto tempo il Sole 24ore dedica molto spazio agli sviluppi dell’economia verde, a tutte quelle attività che si basano su nuovi sistemi produttivi ecocompatibili e basati sulle energie rinnovabili (sembra quasi, leggendolo, che si voglia spronare i propri associati a investire sull’economia ambientale, a crederci di più). Dall’altra, sempre nel mondo economico, esistono ancora delle paure e delle perplessità a “cambiare rotta” (vi proponiamo sempre qui un’intervista de “il Gazzettino” a Aldo Fumagalli, responsabile di Confindustria del progetto “Sviluppo Sostenibile” dove questi mostra perplessità e timori che un accordo di “rispetto del clima” che coinvolga i paesi europei e non altri paesi emergenti (e gli USA) danneggi fortemente la competitività industriale europea. Dubbi forse fondati, ma l’innovazione di un’ “industria pulita” noi pensiamo che alla fine paga, è vincente nella competizione internazionale e nei nuovi modelli di sviluppo che ci aspettano nei prossimi anni.

   Su tutto si percepisce a Copenaghen il silenzio, l’assenza, il “potere debole” dei paesi poveri, per niente “in via di sviluppo” (come si diceva una volta) o “emergenti” (come sono adesso Cina, India, Brasile, Sudafrica).

Il miglioramento del clima interessa loro prima ancora dei paesi ricchi (se i “ricchi” hanno l’acqua inquinata cercano quella in bottigliette minerali; i poveri non hanno manco sta possibilità…). Loro, i paesi poveri (o meglio, potremmo dire, le popolazioni di quei paesi) non hanno voce a Copenaghen. Ed è un “misuratore” del possibile successo di Copenaghen spingere perché in questi giorni si parli il più possibile di “loro” (paesi poveri) e di come costruire un mondo sì meno inquinato, ma anche più equo nelle condizioni sociali.

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CI RESTA POCO TEMPO

In occasione della conferenza che si apre in Danimarca, 56 quotidiani di 45 Paesi pubblicano questo editoriale comune e si appellano ai rappresentanti dei 192 stati presenti

   “Oggi 56 giornali di 45 paesi stanno facendo un passo senza precedenti, quello di parlare con una unica voce in un editoriale comune. Lo facciamo perché l’umanità si trova ad affrontare una grave emergenza.
   Se non ci uniamo per intraprendere delle azioni decisive, il cambiamento climatico devasterà il nostro pianeta e con esso la nostra prosperità e la nostra sicurezza. I pericoli sono diventati sempre più manifesti nel corso dell’ultima generazione. Ora hanno cominciato a parlare i fatti: 11 degli ultimi 14 anni sono stati i più caldi mai registrati, (continua…)

CLIMA: inquinamento, energia, sviluppo, pace e nuovi modelli di vita: la conferenza di Copenaghen passa per un mondo troppo diseguale (ma il treno del cambiamento, e del business verde, è partito: difficile, per fortuna, scendere ora)

Domenica 6 Dicembre 2009

smog a Pechino

Tra i momenti di ottimismo (pochi), e le previsioni più pessimistiche sui risultati che porterà il vertice di Copenaghen che si apre lunedì 7 dicembre (durerà due settimane, fino al 18), quel che si capisce (e si può prevedere accadrà) è che ognuno farà a suo modo: garantirà impegni e farà promesse. In un mondo diviso per nazioni nelle quali ognuno ha esigenze diverse: i ricchi (Usa ed Europa) di rilanciare il loro sviluppo anche pensando alla crisi ambientale, i paesi emergenti (Cina, India, Brasile…) non impedendo la crescita vertiginosa delle loro economie (ma anche loro, e di più, con problemi ambientali non indifferenti… pensiamo alla cappa di smog che sempre più avvolge le città asiatiche…); i paesi poveri, in cerca di risorse per una possibilità di ricchezza (purtroppo pronti molto spesso, o necessitati, a svendere il loro ambiente). Quest’ultimi (cioè i paesi poveri) sembrano prospettare una linea politica (di proposta) di ridurre il 50% delle emissioni di CO2 in proprio (cioè facendosene carico direttamente), e il 50% a carico dei paesi ricchi che dovrebbero finanziare uno sviluppo ecocompatibile. Difficile ahinoi che ottengano granché (visti gli egoismi e i guai finanziari ed economici dei ricchi).

Una proposta che potrà essere alla base di Copenaghen (un obiettivo da perseguire) è che entro il 2050 si eviti (si contenga) l’aumento previsto di 2 gradi di temperatura della biosfera: sarebbe una catastrofe climatica (coste, isole che sparirebbero dall’innalzarsi del mari, una desertificazione diffusa…). Ridurre pertanto le emissioni inquinanti perché questo non accada. La parola chiave più usata nel dibattito in corso è EFFICIENZA ENERGETICA, con l’incremento di risorse energetiche locali (cioè diffuse sui territori) ed ecocompatibili (energie rinnovabili non inquinanti).

Un ruolo importante, strategico, nel far fallire o ottenere risultati utili al vertice di Copenaghen passerà in ogni caso per quel che decideranno i grandi paesi emergenti (veri protagonisti in Danimarca): Cina, India e Brasile. Si impegnerà concretamente la Cina a riconvertire la sua produzione energetica basata su centrali a carbone che, peraltro, sta compromettendo la salute di tanta parte delle masse metropolitane dei suoi cittadini?     E come far capire a Lula, presidente del Brasile, che la politica di sviluppo dei biocarburanti (appunto per la produzione energetica) a danno della foresta amazzonica è un guaio non solo per l’intero pianeta ma, appunto, visto che in quel pianeta c’è pure il Brasile, anche per la sua politica energetica? (Lula vorrà sicuramente soldi dai paesi ricchi per salvaguardare l’Amazzonia…).    E l’India, la più scettica a impegnarsi in qualcosa di nuovo nello sviluppo energetico, si adeguerà agli altri se nascerà una proposta comune di riduzione fattiva della CO2?    Su questo sta pure il ruolo degli USA di Obama, e del tentativo di quest’ultimo di convincere le lobbies interne del petrolio a recedere (un po’) dai loro interessi; e il ruolo dell’Europa, in questo caso la più disponibile a una svolta verso la riduzione delle emissioni inquinanti. E gli altri (i paesi poveri e “non emergenti”) che stanno a guardare e a sperare in un qualcosa per loro di utile…

Nepal, appello per il clima. Il governo sale sull’Everest - Sabato 5 Dicembre 2009, Alcuni hanno avuto bisogno delle maschere d'ossigeno, ma non si sono fermati: il premier nepalese ed i 22 ministri del governo hanno tenuto la riunione di consiglio più "alta" della storia. Un altro messaggio sui rischi del riscaldamento del globo dopo il meeting in fondo all’oceano proposto dal governo delle Maldive, l’arcipelago che rischia di venire sommerso. Ai 5.242 di quota, accompagnati da sherpa e medici, ci sono arrivati in elicottero: poi venti minuti di riunione nel colle del Kala Pattar (ottima vista della montagna più alta del mondo) per lanciare il "manifesto dell'Everest": dieci punti che saranno presentati alla conferenza sul clima di Copenaghen. Guidati dal premier Madhav Kumar Nepal, reduce da una grave forma influenzale, i ministri nepalesi hanno ricordato che dalle loro montagne dipende la vita di 1,3 miliardi persone. È dai ghiacciai dell'Himalaya che nascono i dieci principali fiumi dell'Asia.(da “Il Gazzettino” 5/12/2009)

Pertanto, pare di capire dai possibili risultati della Conferenza, ci saranno impegni non da virtuoso “governo mondiale” (che sembra non ci sia proprio, il governo del mondo, attorniato com’è da lobbies finanziarie ed economiche poco propense al cambiamento) ma ogni singola nazione, ogni singolo stato (specie i più importanti, i “ricchi” e gli “emergenti”) che “lancia proposte” e impegni individuali nel tavolo dove si gioca il futuro del pianeta. Perché, quel che si capisce, il CLIMA è legato alla necessità di un governo mondiale, pertanto alla pace e allo sviluppo, a un mondo dove tutti possano vivere il più possibile serenamente.

E l’Italia?  gli impegni del protocollo di Kyoto non li ha rispettati: dal 1995 al 2012 doveva ridurre del 6,5 per cento le emissioni in atmosfera. Invece c’è un aumento della CO2 del 10 per cento (una forbice da colmare del 16,5 per cento…). E l’Italia è pure il paese dove ci sono più automobili di ogni altro paese al mondo (un veicolo ogni abitante e mezzo). Comunque (e qui sta il dato strano) con i veicoli più efficienti energeticamente (non solo nelle auto nuove ma in tutto il parco circolante di veicoli). L’Italia è a un bivio: se credere nello sviluppo ancor più massiccio di fonti energetiche alternative, o se adagiarsi nella futuribile speranza (fra quanti anni sarà?) dell’utilizzo del nucleare (che a nostro avviso sarebbe un passo indietro, un “non sviluppo”).

Investire sugli effetti positivi di efficienza energetica dati da tecnologie raffinate, semplici e non inquinanti (le biomasse, l’eolico, il solare, le minicentrali diffuse idroelettriche…), con l’autoproduzione energetica degli edifici e delle attività economiche; concentrarsi su politiche di risparmio e non spreco (pensiamo al trasporto a lunga distanza dell’energia con megaelettrodotti, dove si perdono quantità di energia che possono arrivare al 50 per cento di quanto immesso in rete…). Un’ ”intensità energetica” (consumo di energia per unità di prodotto interno lordo) più efficiente, investendo sugli effetti positivi, sull’efficienza energetica, con benefici sia sulla bolletta di ciascun utente, che su quella del paese intero e, appunto in primis, sul CLIMA. Per questo, nonostante le previsioni assai pessimistiche sui risultati del vertice di Copenaghen, si può credere, pensare, che il “treno in corsa del cambiamento” non si possa fermare. (continua…)

I privati entrano nella gestione della pubblica ACQUA: pericoli e paure (motivate) che un bene primario (comune) non sia più bene di tutti

Lunedì 30 Novembre 2009

da www.ecoblog.it

   Nella gestione della distribuzione dell’acqua ora potranno entrare soggetti non pubblici. Nella riforma dei servizi pubblici locali proposta dal Governo è stato definitivamente approvato il cosiddetto”Decreto Ronchi” (con voto di fiducia di Camera e Senato il 19 novembre scorso) che prevede, tra varie cose, la liberalizzazione dei servizi pubblici locali, compresa la gestione delle risorse idriche. In realtà riguarda solo tre servizi: appunto l’acqua, poi i rifiuti e i trasporti locali. Interessante notare che sono stati depennati da questa possibilità di far entrare soggetti privati altri tre servizi: le farmacie comunali, la distribuzione del gas naturale e il trasporto ferroviario regionale. Da ciò che è stato considerato come possibile gestione privata a ciò che è rimasto totalmente pubblico, pare di capire che si cercano capitali privati per servizi che hanno la necessità di una forte riorganizzazione delle infrastrutture, degli impianti (ma ne parliamo di questo tra poco).

   Pertanto, tornando all’acqua, e sintetizzando il decreto (che qui alla fine pubblichiamo l’articolo di legge che ci interessa, il 15) l’affidamento diretto (senza gara) del servizio di erogazione dell’acqua potrà essere mantenuto da consorzi, municipalizzate e altre strutture pubbliche se al loro interno sarà inserita  una partecipazione privata con almeno il 40 per cento, cioè entrerà un socio privato industriale (non solo finanziario!) con compiti di gestione. Se ciò non accade si va a una pubblica gara e può vincere un’impresa privata o una pubblica (cioè chi farà le condizioni migliori).

   Un bel problema inserire tout-court un socio privato almeno al 40% per municipalizzate, consorzi, etc.! Perché questo porta a rivedere molte strategie, rapporti: in primis il privato non interviene in un’impresa per rimetterci (a prescindere dallo scopo sociale dell’impresa); il privato è per sua natura portato a realizzare un profitto (giustamente). E l’acqua non è un “prodotto” o un “servizio” come un altro. Vedremo cosa accadrà di questi “inserimenti privati” di ben almeno il 40% di privati.

   Secondo chi ha voluto e approvato queste legge ciò porterà a maggiore efficienza in servizi (acqua, rifiuti, trasporto locale) malati da sempre di sprechi e inefficienza (e rendite di posizione parassitarie: ricordiamo i consiglieri di amministrazione di nomina politica lottizzati e spesso super pagati; e le clientele che ci sono…). Ma è un intento quello del legislatore, a nostro avviso, prima di tutto di tentare di coinvolgere i privati nella “patata bollente” di servizi che han bisogno di un sacco di soldi (e riorganizzazione) per funzionare nei prossimi anni, e decenni. Sia chiaro che poi i soldi per il rifacimento degli acquedotti li tireranno fuori (tutti e anche il profit privato) i cittadini, pagandoli nella tariffa domestica (o commerciale, industriale…): ma allora loro (cittadini) se la prenderanno con il privato e non con il politico di turno che non dovrà sopportare soccombenti impopolarità. 

   A proposito dell’erogazione dell’acqua ricordiamo che la maggior parte degli acquedotti sono obsoleti, con manufatti (condutture) in cemento-amianto (se venisse fuori da qualche studio che l’amianto non fa male solo ai polmoni…sarebbe un bel problema), che perdono per strada quasi la metà dell’acqua che trasportano nelle abitazioni (per non parlare poi dell’uso di quell’acqua buona, pulita, potabile che il sistema di erogazione idraulica porta a far usare nella maggior parte nello sciacquone del water (non esiste in pressoché tutte le case un doppio canale di erogazione con acqua da riciclo).

   E, tra i fautori del decreto, si insiste col dire che la proprietà dell’acqua resta pubblica (un apposito emendamento al decreto in questo senso è stato accolto). Non si può non dire che gli argomenti adotti per privatizzare (o far partecipare il privato) nei servizi pubblici non abbiano una loro seria ragione.

manifestazione a Roma per l'acqua pubblica

   Ma fa lo stesso impressione e crea vera preoccupazione pensare a una ditta privata (magari una multinazionale, senza “figure fisiche” identificabili, magari di un azionariato diffuso e anonimo; senza persone con le quali potersi confrontare) che gestisce un servizio. E magari c’è qualcuno, povero, in difficoltà, che non ce la fa a pagare, e allora che si fa? Si toglie il servizio, l’acqua?  … Di questi dubbi e perplessità ne abbiamo parlato nel settembre scorso in occasione della prima emanazione del decreto Ronchi.

http://geograficamente.wordpress.com/2009/09/12/la-privatizzazione-dell%e2%80%99acqua-e-altri-servizi-alla-persona-e-di-fatto-avvenuta-come-ora-la-comunita-puo-garantire-i-cittadini-nella-tutela-di-servizi-fondamentali/

   Ribadiamo qui i nostri dubbi e le nostre preoccupazioni. Inanzitutto è aleatorio dividere il ruolo di proprietario dell’acqua (pubblico) e il possibile gestore privato: chi gestisce e ha il possesso del bene ne è anche, seppur temporalmente, il vero proprietario. Poi è vero che ci saranno (già ci sono) promesse per dettagliare il più possibile i bandi di gara, al fine di creare garanzie affinché a nessuno sia tolto il diritto all’acqua (bisognerebbe sicuramente prevedere un minimo vitale d’acqua quotidiano per ciascun individuo, a prescindere dalla riscossione di tributi… ma a volte c’è chi ha più bisogno, chi meno…). Ma poi va quasi sempre a finire che le gare, i bandi, restano incompleti e carenti, che non si può prevedere e regolamentare tutto. A questo proposito manca pure un’ “Autorità di controllo, di garanzia”. Chi regola questo settore? Chi sta attento che il “bene acqua” sia gestito senza fenomeni di sopraffazione verso qualcuno? (continua…)