Un anno fa nella piccola (e isolata) Islanda, isola-lembo estremo settentrionale d’Europa, è scoppiata una rivolta sociale (mai vista lì) originata dalla crisi finanziaria mondiale partita dal fallimento della “Lehman Brother” statunitense… nella mite (non da un punto di vista climatico) capitale Reykjavik ne son successe di tutti i colori… manifestazioni di piazza, auto rovesciate, fuoco nelle strade e disordini diffusi…. Molti avevano perso le loro ricchezze dalla crisi internazionale, e quel piccolo (e ricco) paese ne è stato investito particolarmente (più di altri) dalla crisi finanziaria (ed economica) mondiale.
Qualcosa di simile, di peggio, ora sta accadendo in Grecia, culla della civiltà mediterranea, europea (e non solo), paese meno ricco e problematico di altri del nucleo tradizionale europeo, che sembra per ora essersi salvato, dalla crisi sociale, politica e, in primis, economica di questi mesi e anni, per essere nell’Unione Europea, agganciato all’euro e a una politica da Bruxelles di regole ferree di controllo del tasso di inflazione e del debito interno. Ma non basta, non è bastato.
Disordini ad Atene e in altre città, crisi politica e sociale ed economica, da affrontare per l’appena insediato (da 50 giorni) governo di matrice socialista di George Papandreou (figlio del mitico Andreas ex primo ministro fondatore del Pasok al termine del regime dei colonnelli, e nipote di Geórgios Papandréu, primo premier della Grecia al termine dell’occupazione nazista nel 1944).
Pertanto vien da pensare che ora i disordini nascono quasi sempre dall’economia in crisi, dal diffondersi di “povertà” più o meno forti: ma così forse è sempre stato, dall’assalto ai forni del ‘600 di manzoniana memoria, alla perdita di bond finanziari che ora permettono per alcuni un livello di vita medio-alta; dalla disoccupazione (e povertà) crescente, alla mancanza di prospettive per il presente e il futuro…
Una crisi sociale ed economica, un debito pubblico interno, quella della Grecia, che di fatto viene a decretare il fallimento di quel paese: se non ci fosse qualcuno all’esterno che lo sorregge. E qui sta il punto. A salvare la Grecia non basta la timida politica dell’Unione Europea, ma ora ci sta pensando la Cina che, pare, si sta comprando ciò che di meglio il paese ha (in cambio della salvezza dello stesso). E’ la tecnica cinese per “entrare” in determinate aree geografiche: correre in soccorso finanziario per poi posizionarsi all’interno. E’ accaduto col farsi carico del debito statunitense investendo in titoli di stato; poi diversificando i propri investimenti in Africa (fin quasi a colonizzare larghe parti e territori di quel continente); ed ora, grazie alla Grecia che cerca aiuti esterni, entrando in Europa dalla sua porta nobile meridionale.
Alla Cina (come agli Stati Uniti) interessa il controllo (o la presenza) del Mediterraneo, a partire proprio da Atene, dal porto del Pireo: il Mediterraneo è e resta il nucleo centrale di tutto il commercio mondiale, e il G2 che ora controlla il mondo (Stati Uniti e Cina) ha bisogno di esserci in quest’area.
Cerchiamo qui di seguito di spiegarlo prendendo dai giornali proprio notizie su ciò che sta accadendo in Grecia adesso; in particolare poi da un’interessantissima analisi di Lucio Caracciolo (Direttore di LIMES, rivista di geopolitica) sui motivi delle manovre cinesi approfittando della grave crisi greca. Un mondo che si muove e cambia sotto i nostri occhi. Spiace ancora una volta rilevare la “mancanza dell’Europa”, il ruolo subalterno, subordinato e secondario che il frammentato (in stati nazionali piccoli e autarchici) continente europeo ha in questo momento (e, pare, potrà avere per chissà quanto tempo ancora).
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LA GRECIA SULL’ORLO DEL CRAC CON LO SPETTRO DELLA VIOLENZA “MA I CINESI CI SALVERANNO”
di Ettore Livini, da “la Repubblica” del 6/12/2009
Cosco, uno dei colossi di Pechino, ha in concessione per 35 anni il porto del Pireo.
«La Grecia non è il Dubai, non siamo in bancarotta», assicura il premier George Papandreou. «Camminiamo su un filo, d´accordo, ma le banche estere non hanno niente da temere», gli fa eco il ministro dell´economia George Papakonstantinou. Le rassicurazioni della politica e l´arcobaleno apparso ieri all´alba sul Partenone non devono trarre in inganno. L´orizzonte di Atene è tornato scurissimo.










