Archivio per la categoria ‘Geografia e confini’

GeoEuropa: la crisi sociale ed economica della GRECIA, e la penetrazione nel continente europeo della CINA (che si sta insediando nella Repubblica Ellenica). Il ruolo strategico del MEDITERRANEO per il commercio mondiale

Sabato 12 Dicembre 2009

scontri ad Atene

   Un anno fa nella piccola (e isolata) Islanda, isola-lembo estremo settentrionale d’Europa, è scoppiata una rivolta sociale (mai vista lì) originata dalla crisi finanziaria mondiale partita dal fallimento della “Lehman Brother” statunitense… nella mite (non da un punto di vista climatico) capitale Reykjavik ne son successe di tutti i colori… manifestazioni di piazza, auto rovesciate, fuoco nelle strade e disordini diffusi…. Molti avevano perso le loro ricchezze dalla crisi internazionale, e quel piccolo (e ricco) paese ne è stato investito particolarmente (più di altri) dalla crisi finanziaria (ed economica) mondiale.

   Qualcosa di simile, di peggio, ora sta accadendo in Grecia, culla della civiltà mediterranea, europea (e non solo), paese meno ricco e problematico di altri del nucleo tradizionale europeo, che sembra per ora essersi salvato, dalla crisi sociale, politica e, in primis, economica di questi mesi e anni, per essere nell’Unione Europea, agganciato all’euro e a una politica da Bruxelles di regole ferree di controllo del tasso di inflazione e del debito interno. Ma non basta, non è bastato.

   Disordini ad Atene e in altre città, crisi politica e sociale ed economica, da affrontare per l’appena insediato (da 50 giorni) governo di matrice socialista di George Papandreou (figlio del mitico Andreas ex primo ministro fondatore del Pasok al termine del regime dei colonnelli, e nipote di Geórgios Papandréu, primo premier della Grecia al termine dell’occupazione nazista nel 1944).

   Pertanto vien da pensare che ora i disordini nascono quasi sempre dall’economia in crisi, dal diffondersi di “povertà” più o meno forti: ma così forse è sempre stato, dall’assalto ai forni del ‘600 di manzoniana memoria, alla perdita di bond finanziari che ora permettono per alcuni un livello di vita medio-alta; dalla disoccupazione (e povertà) crescente, alla mancanza di prospettive per il presente e il futuro…

   Una crisi sociale ed economica, un debito pubblico interno, quella della Grecia, che di fatto viene a decretare il fallimento di quel paese: se non ci fosse qualcuno all’esterno che lo sorregge. E qui sta il punto. A salvare la Grecia non basta la timida politica dell’Unione Europea, ma ora ci sta pensando la Cina che, pare, si sta comprando ciò che di meglio il paese ha (in cambio della salvezza dello stesso). E’ la tecnica cinese per “entrare” in determinate aree geografiche: correre in soccorso finanziario per poi posizionarsi all’interno. E’ accaduto col farsi carico del debito statunitense investendo in titoli di stato; poi diversificando i propri investimenti in Africa (fin quasi a colonizzare larghe parti e territori di quel continente); ed ora, grazie alla Grecia che cerca aiuti esterni, entrando in Europa dalla sua porta nobile meridionale.

  
   Se è pur vero che anche l’Europa è presente in Cina, investe e produce in quell’immenso paese, ora c’è una specie di controffensiva cinese verso l’Europa, che parte proprio dalla “porta ellenica”. Ma non è solo questo che interessa al gigante cinese.

   Alla Cina (come agli Stati Uniti) interessa il controllo (o la presenza) del Mediterraneo, a partire proprio da Atene, dal porto del Pireo: il Mediterraneo è e resta il nucleo centrale di tutto il commercio mondiale, e il G2 che ora controlla il mondo (Stati Uniti e Cina) ha bisogno di esserci in quest’area.

   Cerchiamo qui di seguito di spiegarlo prendendo dai giornali proprio notizie su ciò che sta accadendo in Grecia adesso; in particolare poi da un’interessantissima analisi di Lucio Caracciolo (Direttore di LIMES, rivista di geopolitica) sui motivi delle manovre cinesi approfittando della grave crisi greca. Un mondo che si muove e cambia sotto i nostri occhi. Spiace ancora una volta rilevare la “mancanza dell’Europa”, il ruolo subalterno, subordinato e secondario che il frammentato (in stati nazionali piccoli e autarchici) continente europeo ha in questo momento (e, pare, potrà avere per chissà quanto tempo ancora).

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LA GRECIA SULL’ORLO DEL CRAC CON LO SPETTRO DELLA VIOLENZA “MA I CINESI CI SALVERANNO”
di Ettore Livini, da “la Repubblica” del 6/12/2009

Cosco, uno dei colossi di Pechino, ha in concessione per 35 anni il porto del Pireo.
   «La Grecia non è il Dubai, non siamo in bancarotta», assicura il premier George Papandreou. «Camminiamo su un filo, d´accordo, ma le banche estere non hanno niente da temere», gli fa eco il ministro dell´economia George Papakonstantinou. Le rassicurazioni della politica e l´arcobaleno apparso ieri all´alba sul Partenone non devono trarre in inganno. L´orizzonte di Atene è tornato scurissimo.

(continua…)

CLIMA: inquinamento, energia, sviluppo, pace e nuovi modelli di vita: la conferenza di Copenaghen passa per un mondo troppo diseguale (ma il treno del cambiamento, e del business verde, è partito: difficile, per fortuna, scendere ora)

Domenica 6 Dicembre 2009

smog a Pechino

Tra i momenti di ottimismo (pochi), e le previsioni più pessimistiche sui risultati che porterà il vertice di Copenaghen che si apre lunedì 7 dicembre (durerà due settimane, fino al 18), quel che si capisce (e si può prevedere accadrà) è che ognuno farà a suo modo: garantirà impegni e farà promesse. In un mondo diviso per nazioni nelle quali ognuno ha esigenze diverse: i ricchi (Usa ed Europa) di rilanciare il loro sviluppo anche pensando alla crisi ambientale, i paesi emergenti (Cina, India, Brasile…) non impedendo la crescita vertiginosa delle loro economie (ma anche loro, e di più, con problemi ambientali non indifferenti… pensiamo alla cappa di smog che sempre più avvolge le città asiatiche…); i paesi poveri, in cerca di risorse per una possibilità di ricchezza (purtroppo pronti molto spesso, o necessitati, a svendere il loro ambiente). Quest’ultimi (cioè i paesi poveri) sembrano prospettare una linea politica (di proposta) di ridurre il 50% delle emissioni di CO2 in proprio (cioè facendosene carico direttamente), e il 50% a carico dei paesi ricchi che dovrebbero finanziare uno sviluppo ecocompatibile. Difficile ahinoi che ottengano granché (visti gli egoismi e i guai finanziari ed economici dei ricchi).

Una proposta che potrà essere alla base di Copenaghen (un obiettivo da perseguire) è che entro il 2050 si eviti (si contenga) l’aumento previsto di 2 gradi di temperatura della biosfera: sarebbe una catastrofe climatica (coste, isole che sparirebbero dall’innalzarsi del mari, una desertificazione diffusa…). Ridurre pertanto le emissioni inquinanti perché questo non accada. La parola chiave più usata nel dibattito in corso è EFFICIENZA ENERGETICA, con l’incremento di risorse energetiche locali (cioè diffuse sui territori) ed ecocompatibili (energie rinnovabili non inquinanti).

Un ruolo importante, strategico, nel far fallire o ottenere risultati utili al vertice di Copenaghen passerà in ogni caso per quel che decideranno i grandi paesi emergenti (veri protagonisti in Danimarca): Cina, India e Brasile. Si impegnerà concretamente la Cina a riconvertire la sua produzione energetica basata su centrali a carbone che, peraltro, sta compromettendo la salute di tanta parte delle masse metropolitane dei suoi cittadini?     E come far capire a Lula, presidente del Brasile, che la politica di sviluppo dei biocarburanti (appunto per la produzione energetica) a danno della foresta amazzonica è un guaio non solo per l’intero pianeta ma, appunto, visto che in quel pianeta c’è pure il Brasile, anche per la sua politica energetica? (Lula vorrà sicuramente soldi dai paesi ricchi per salvaguardare l’Amazzonia…).    E l’India, la più scettica a impegnarsi in qualcosa di nuovo nello sviluppo energetico, si adeguerà agli altri se nascerà una proposta comune di riduzione fattiva della CO2?    Su questo sta pure il ruolo degli USA di Obama, e del tentativo di quest’ultimo di convincere le lobbies interne del petrolio a recedere (un po’) dai loro interessi; e il ruolo dell’Europa, in questo caso la più disponibile a una svolta verso la riduzione delle emissioni inquinanti. E gli altri (i paesi poveri e “non emergenti”) che stanno a guardare e a sperare in un qualcosa per loro di utile…

Nepal, appello per il clima. Il governo sale sull’Everest - Sabato 5 Dicembre 2009, Alcuni hanno avuto bisogno delle maschere d'ossigeno, ma non si sono fermati: il premier nepalese ed i 22 ministri del governo hanno tenuto la riunione di consiglio più "alta" della storia. Un altro messaggio sui rischi del riscaldamento del globo dopo il meeting in fondo all’oceano proposto dal governo delle Maldive, l’arcipelago che rischia di venire sommerso. Ai 5.242 di quota, accompagnati da sherpa e medici, ci sono arrivati in elicottero: poi venti minuti di riunione nel colle del Kala Pattar (ottima vista della montagna più alta del mondo) per lanciare il "manifesto dell'Everest": dieci punti che saranno presentati alla conferenza sul clima di Copenaghen. Guidati dal premier Madhav Kumar Nepal, reduce da una grave forma influenzale, i ministri nepalesi hanno ricordato che dalle loro montagne dipende la vita di 1,3 miliardi persone. È dai ghiacciai dell'Himalaya che nascono i dieci principali fiumi dell'Asia.(da “Il Gazzettino” 5/12/2009)

Pertanto, pare di capire dai possibili risultati della Conferenza, ci saranno impegni non da virtuoso “governo mondiale” (che sembra non ci sia proprio, il governo del mondo, attorniato com’è da lobbies finanziarie ed economiche poco propense al cambiamento) ma ogni singola nazione, ogni singolo stato (specie i più importanti, i “ricchi” e gli “emergenti”) che “lancia proposte” e impegni individuali nel tavolo dove si gioca il futuro del pianeta. Perché, quel che si capisce, il CLIMA è legato alla necessità di un governo mondiale, pertanto alla pace e allo sviluppo, a un mondo dove tutti possano vivere il più possibile serenamente.

E l’Italia?  gli impegni del protocollo di Kyoto non li ha rispettati: dal 1995 al 2012 doveva ridurre del 6,5 per cento le emissioni in atmosfera. Invece c’è un aumento della CO2 del 10 per cento (una forbice da colmare del 16,5 per cento…). E l’Italia è pure il paese dove ci sono più automobili di ogni altro paese al mondo (un veicolo ogni abitante e mezzo). Comunque (e qui sta il dato strano) con i veicoli più efficienti energeticamente (non solo nelle auto nuove ma in tutto il parco circolante di veicoli). L’Italia è a un bivio: se credere nello sviluppo ancor più massiccio di fonti energetiche alternative, o se adagiarsi nella futuribile speranza (fra quanti anni sarà?) dell’utilizzo del nucleare (che a nostro avviso sarebbe un passo indietro, un “non sviluppo”).

Investire sugli effetti positivi di efficienza energetica dati da tecnologie raffinate, semplici e non inquinanti (le biomasse, l’eolico, il solare, le minicentrali diffuse idroelettriche…), con l’autoproduzione energetica degli edifici e delle attività economiche; concentrarsi su politiche di risparmio e non spreco (pensiamo al trasporto a lunga distanza dell’energia con megaelettrodotti, dove si perdono quantità di energia che possono arrivare al 50 per cento di quanto immesso in rete…). Un’ ”intensità energetica” (consumo di energia per unità di prodotto interno lordo) più efficiente, investendo sugli effetti positivi, sull’efficienza energetica, con benefici sia sulla bolletta di ciascun utente, che su quella del paese intero e, appunto in primis, sul CLIMA. Per questo, nonostante le previsioni assai pessimistiche sui risultati del vertice di Copenaghen, si può credere, pensare, che il “treno in corsa del cambiamento” non si possa fermare. (continua…)

Europa SOS Razzismo – Il primo dicembre è entrato in vigore il Trattato di Lisbona: non negli Stati Uniti d’Europa ma in un’Europa divisa in (piccole) patrie, tra chiusure e razzismi espressi o incombenti, dove i destini del mondo si decidono altrove

Giovedì 3 Dicembre 2009

Mario Ballotelli, giovane calciatore assai bullo e forse antipatico, ma non per questo dev’essere vittima di continui episodi di razzismo (sintomatici di malessere sociale)…… “Ciò che non gli viene perdonato è di non essere uno dei tanti campioni di colore che arrivano, aiutano a vincere e se ne vanno. Balotelli è nero ma parla bresciano ed è italiano, rivendica la sua identità italiana. E’ il simbolo del passaggio dall’Italia di ieri a quella di domani. E’ questo che manda in corto circuito i razzisti.” (GianAntonio Stella, il Corriere della Sera… vedi tutto l’articolo in seconda pagina)

L’Europa che rafforza da questo dicembre le sue istituzioni, con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, è un’Europa confusa: che comprende la necessità di essere unita con politiche “uniche” (sui problemi internazionali, sull’economia, sull’ambiente…), ma prevalgono le “piccole patrie” e gli individualismi di ciascuna nazione. Sul tema dell’immigrazione manca una politica di sviluppo dei paesi poveri (buona parte dell’Africa se la stanno comprando i cinesi…) e ci si muove solo con respingimenti a volte crudeli (lasciando al loro destino naufraghi, o nella mani di un paese che non riconosce le regole del diritto internazionale, come la Libia).

Un’Europa dove episodi di razzismo, di xenofobia si moltiplicano (ma questo accade quando non c’è una prospettiva chiara, un progetto futuro innovativo pur saldamente basato su quei principi di “libertà, uguaglianza, fraternità” sorti proprio in Europa dalla rivoluzione francese).  Diamo qui conto di questa nuova stagione che si apre nei suoi effetti contrastanti, tra il positivo e il negativo (il trattato di Lisbona che rinsalda le istituzioni europee, ma il diffondersi del razzismo e delle chiusure a volte xenofobe nei confronti degli immigrati, dei poveri, o di chi ha la pelle nera… la voglia di aprire un’altra era sul tema ambientale –l’Europa spinge perché si ottengano risultati positivi dall’imminente Conferenza di Copenaghen- e la totale assenza di una politica estera unitaria sui grandi problemi del mondo – è da sperare nella nuova figura di Ministro degli Esteri, la baronessa inglese Ashton a cui è affidato il duro compito di creare una politica internazionale europea-).

No della Svizzera ai minareti

E l’episodio del referendum svizzero, che ha bocciato la possibile costruzione di minareti nel suo territorio, imbarazza e crea preoccupazione nelle forze europee: si teme una catena di episodi, manifestazioni, petizioni, referendum che vengano a copiare quanto è accaduto in Svizzera.

Su tutto questo (il pessimismo della ragione…) predomina la speranza che il pur lento processo di unificazione europea riesca a tirar fuori le grandi risorse (umane, democratiche, di intelligenze, di solidarietà…) di cui è ancor vivo il suolo europeo (l’ottimismo della volontà…). (continua…)

Europa – Il primo dicembre entra in vigore il Trattato di Lisbona: sarà una possibilità di rilancio di un’Europa che pare irrimediabilmente sul viale del tramonto? (mentre accanto al “G2 – Usa e Cina” crescono India, Brasile, e altri grandi paesi giovani e motivati allo sviluppo innovativo…)

Mercoledì 25 Novembre 2009

Europa dal satellite

Il basso profilo delle due personalità che rappresenteranno nel mondo l’Unione europea per due anni e mezzo a partire dal primo dicembre (presidente del Consiglio UE il belga Herman Van Rompuy; rappresentante per la politica estera e di sicurezza l’inglese Catherine Ashton) denotano che gli Stati nazionali (27) che compongono l’Unione Europea non vogliono perdere le loro prerogative di “unicità” nei confronti del mondo Una rendita acquisita nei secoli (leggete il bellissimo articolo sull’argomento “come è nato il nazionalismo negli stati europei” che qui, nella parte finale, abbiamo messo di Paolo Mieli, da “il Corriere della Sera”).

Ma gli analisti geopolitici (che tutti concordano che l’Europa è irrimediabilmente fuori dai processi di trasformazione e autorevolezza del mondo, che ora ha altri protagonisti) pensano anche che in fondo il processo, seppur troppo lento, di unificazione, per arrivare a quella che potremmo utopisticamente (ma realisticamente) chiamare “Stati Uniti d’Europa”, questo processo in fondo va avanti, e l’attuazione (finalmente) di quanto previsto dal Trattato di Lisbona, seppur con personaggi “modesti” come leadership al comando, è un passo positivo.

Resta il fatto che, nello sviluppo geopolitico dell’ “Europa unita”, a noi piacerebbe una spinta più decisa in questo senso. Come il “Movimento Federalista Europeo” auspica (e porta avanti in tante iniziative) tre sono i punti fondamentali dove l’Europa potrebbe rafforzarsi in uno spirito unitario e da subito tornare ad essere un soggetto fondamentale per il mondo. E qui cerchiamo sinteticamente di esporli. (continua…)

Il vertice Fao di Roma fallito: sicurezza alimentare e sicurezza ambientale (fame e clima) che non trovano la strada del cambiamento – la mancanza di un “sano egoismo” dell’Occidente nel sostenere i paesi poveri

Venerdì 20 Novembre 2009

In questa mappa (la fonte è la Fao) vengono illustrati i numeri (in milioni) della popolazione malnutrita mondiale: si può vedere che i dati peggiori appartengono alla regione Asia-Pacifico, seguita dall’Africa sub-sahariana e dall’America Latina

“Jacques Diouf, direttore generale della Fao, ha chiesto 44 miliardi di dollari per la fame (i governi europei ne hanno spesi 3 mila per il sistema bancario in difficoltà…). Anche la lotta alla fame è un interesse strategico. Non si può pensare la fame come un fenomeno che colpisce popolazioni ai margini del consorzio umano.  La grande fame tocca le campagne, arriva nelle grandi periferie urbane, uccide i deboli e i bambini, spopola il mondo agricolo. La sua onda andrà ben al di là dei Paesi in via di sviluppo. Genera instabilità, ulteriore urbanizzazione, immigrazione verso il Nord del mondo. C’ è una complicità tra inefficacia delle azioni e donatori avari, che non sono moralmente in grado di esigere risultati” (Andrea Riccardi, da “il Corriere della Sera” del 17/11 scorso)

Riportiamo qui alcune notizie e riflessione sul fallimento del vertice FAO tenutosi a Roma dal 16 al 18 novembre. Snobbato dai maggiori leader mondiali, che, è chiaro, in un’epoca di crisi economica non vogliono impegnarsi in alcun modo per risollevare le sorti di un miliardo di persone che vivono in condizioni di malnutrizione. Eppure, nel “villaggio globale mondo”, tutto è interconnesso (come ricorsa Andrea Riccardi nello stralcio a un suo articolo che qui sopra riprendiamo). Manca un “sano egoismo” di metter fine alle “morti per fame”; come manca la volontà, e magari una parte di “sacrificio consumistico” per ridurre i nostri sprechi a vantaggio della risoluzione della crisi ambientale sempre più forte del pianeta.

Sviluppare idee e iniziative (culturali, economiche, politiche) sui temi della “sicurezza alimentare” e della “sicurezza ambientale” mondiali, è una necessità non più rimandabile. Il vertice Fao, dicono i più attenti osservatori, non ha solamente deluso per la mancanza di impegni economico-finanziari di sostegno al superamento della fame (20 miliardi di dollari per sostenere lo sviluppo agricolo nei prossimi tre anni erano stati annunciati nel G8 dell’Aquila per i Paesi in via di sviluppo…), ma ancor di più si è rivelato inutile per la mancanza di idee e di un progetto perseguibile per il Sud del Mondo, per la popolazioni in difficoltà. E niente idee, niente proposte e, chiaramente, nessun impegno neanche in termini di tempi, scadenze, per improntare progetti e azioni concrete.

La necessità di un’agricoltura sostenibile (superare le monocolture di sola esportazione); un coordinamento sulla sicurezza alimentare, sul sistema sanitario, sull’acqua per tutti, sulla conservazione ambientale…. la creazioni di strumenti internazionali efficaci… (ora la FAO è inutilmente costosa nel suo mega-apparato; l’ONU è un’istituzione debole…). Il controllo sul prezzo delle materie prime e in particolare delle derrate alimentari…. Tutte operazioni urgenti e preliminari allo sviluppo, affinché tutti possano vivere dignitosamente. La riqualificazione degli enti che operano “per” e “nei” paesi poveri, pare cosa fondamentale (il rilancio della FAO e la sua riorganizzazione con non più sprechi potrebbe, si prospetta, avvenire con una direzione politicamente autorevole: e il nome di Lula, ora presidente brasiliano in scadenza di mandato il prossimo anno, la garantirebbe di certo). (continua…)

Geoalimentazione – Lo strano caso del “Kebab” – Il cibo etnico tra identità culturali che si incontrano e business multinazionali – Le abitudini dei cittadini del mondo, tra alimentazione carnivora e vegetarianismo

Giovedì 12 Novembre 2009

Geograficamente_kebab

Pochi tra noi non sanno cosa sia e per alcuni è un pasto piuttosto ricorrente, specie per gli studenti universitari spesso squattrinati…   All’inizio dell’anno questa pietanza è stata addirittura al centro di polemiche politiche (ahimè!), e perfino il londinese the Times se ne ha parlato (vedi oltre).  In quanto geografi non spetta a noi occuparci di queste faccende, certo è che possiamo conoscere meglio l’oggetto in questione. Che se ne comprenda o meno il significato, porta con sé la carica di esotismo e calore delle terre del sud: kebab, shish kebab, döner kebab… Nomi che arrivano dalle regioni più remote del vecchio mondo mediterraneo ma pure dal global village dei nostri giorni.

Oggi il kebab, almeno per alcuni, si inscrive nell’elenco di quello che si definisce etnic food; per altri, al contrario, è il piatto di ogni giorno, come dire il pane quotidiano. Questi “altri” sono le popolazioni del Mediterraneo orientale: turchi, siriani, libanesi… Non è possibile stabilire le sue origini, una data, un luogo ben preciso. Si tratta però, indubbiamente, di origini mediorientali, e più esattamente situabili nella regione del Mediterraneo orientale, la lunga striscia di costa che spesso non viene neppure considerata mediterranea, a partire dall’attuale Turchia settentrionale fino alle sponde meridionali del Mar Rosso. È esattamente l’area che, dal secolo XVI al XX secolo, ha costituito l’Impero Ottomano, con una celebre e fiorente capitale: Istanbul. Come sempre avviene, si scimmiotta il più potente, e insieme a lui le sue tradizioni culinarie. Prima di tutto, però, sarà bene definire la parola kebab. Nel Medio Evo, la parola kebab significava in arabo carne fritta, cotta in olio, ingrediente di un piatto stufato. Letteralmente kebab vuol dire carne tritata cotta alla griglia. E shish kebab è il kebab montato su spiedino (shish). Se la carne è in pezzi e non macinata, il kebab è che’aaf (in pezzi). Quanto alla carne, bisogna precisare che si tratta quasi sempre di carne ovina. I bovini sono stati introdotti solo di recente come allevamento e in cucina, e sono apprezzati per la loro resa e il basso costo. Quella ovina è sempre stata, dunque, la carne di elezione. Se ne fanno grigliate morbide e succulente grazie al suo sapore fine e al suo alto tenore di grasso (caratteristica che la rende un po’ meno pregevole ai giorni nostri).

La zona più rinomata per i suoi kebab oggi è quella di Aleppo, magnifica città della Siria settentrionale a 40 chilometri dalla frontiera turca, conosciuta come una delle città più fiorenti, ricche e cosmopolite fin dall’antichità. Il kebab lì richiede innanzitutto una carne di buona qualità (preferibilmente proveniente da Hama, regione siriana conosciuta per i suoi rigogliosi pascoli) tritata finemente e condita con sale e pepe nero e dolce. Nient’altro. Le combinazioni della carne trita con verdure, spezie o salse, generano infinite varianti di kebab. Il kebab ourfalli, per esempio, viene servito con pomodori grigliati disposti su di un letto dipies, mistura di prezzemolo, cipolla e sommacco.

Il kebab batenjann (con melanzana) è uno splendido spiedino nel quale la carne è alternata con pezzi di melanzana. La carne deve essere tritata molto finemente, tanto da diventare una specie di pasta e le si possono incorporare anche pistacchi o pinoli… Oggi l’operazione si realizza utilizzando un tritatutto elettrico, o qualche altro robot da cucina, ma il vero segreto sta nel tritare la carne molto fine senza disperderne il succo.   Ogni buon macellaio dispone infatti di uno spesso ceppo di legno sul quale lavora la carne finemente battendola con un coltello enorme e terrificante, simile a una mezzaluna e come questa munito di due impugnature a forma di palla alle estremità, così da poterlo tenere ben fermo con entrambe le mani. Il macellaio batte con ritmo sostenuto ed energico la carne insieme al resto degli ingredienti, fino a ottenere una pasta liscia e compatta.   Un tempo si poteva riconoscere un buon macellaio dalla musica prodotta dal suo coltello da kebab e dalla profondità dell’incavo sul suo ceppo… 

Il fatto che le origini del kebab siano impossibili da stabilire quanto a data e luogo di nascita non  significa che in molti non abbiano provato a impadronirsene; le versioni sono numerose. Quella più “sensazionale” vuole che i soldati di Alessandro Magno siano stati i primi a far cuocere la carne in pezzi, infilzata sulle loro spade, sopra un fuoco di legna. La matrice di tale versione deve essere occidentale e dettata dal desiderio di riportare ogni cosa a Cesare o se non altro ai suoi antenati (ammesso che i Greci accettino di essere considerati gli antenati di un Romano!). La versione invece più sciovinista riferisce la stessa storia ai soldati turchi, intorno a fuochi da campo delle prime armate ottomane. Ben anteriori a tutto ciò, si ritrovano in alcuni disegni bizantini i progenitori dello shish kebab, e persino Omero descrive una grigliata su spiedo nella sua Odissea. La vera origine del kebab sarebbe comunque cittadina, in netto contrasto con le tradizioni rurali, delle campagne o dei deserti della regione. Una preparazione delicata e raffinata come il kebab, che utilizza una tecnica elaborata, ingredienti rari e sofisticati come le spezie, che si combinano in così numerose varianti, non può derivare che dalla tradizione culinaria di una grande città, ricca e prospera, che si può permettere un simile cibo. Una città come Istanbul o Aleppo. (continua…)