
Il Guggenheim Museum di Bilbao è il progetto che ha portato Frank Gehry alla popolarità grazie alle sue forme nuove e allo splendore dato dal rivestimento in titanio, che è riuscito a conquistare l'apprezzamento di un vasto pubblico ed a costituire una principale attrattiva per il turismo internazionale nella provincia basca
“Mai come adesso l’architettura è di moda. Nelle riviste, nei quotidiani, in televisione le opere delle superstar dell’architettura sono oggetto della curiosità di lettori che prima erano completamente digiuni in materia. Eppure mai come adesso l’architettura è lontana dall’interesse pubblico, incide poco e male sul miglioramento della vita della gente. A volte ne peggiora le condizioni dell’abitare. Questo accade perché l’architettura è diventata un gioco autoreferenziale, tutta incentrata sulla «firma», sulla genialità del singolo architetto, genialità che è quotata nella borsa della moda al pari di un qualunque brand. L’architettura ha molta più influenza nel bene e nel male sulle condizioni dell’abitare in una città. Gli architetti però si rifugiano in una artisticità che li esclude da qualunque responsabilità. Purtroppo ad essi spesso viene affidata la trasformazione di interi pezzi di città, trasformazioni che spesso compiono con incompetenza, superficialità e convinti che si tratti di un gioco formale. Le città funzionano diversamente; sono il territorio profondo su cui agisce l’inconscio collettivo, sono il luogo delle appartenenze e dei conflitti. Questo libro invita ad abbandonare le archistar al loro egoismo e ad accettare che l’architettura ha esaurito la sua funzione. Oggi c’e bisogno di altro, sopratutto nella situazione di emergenza in cui le città e l’ambiente rischiano di diventare sempre più inabitabili.” (da “Contro l’architettura” di Franco La Cecla, Bollati Boringhieri, 12 euro, presentato in questo blog su http://geograficamente.wordpress.com/2008/06/15/contro-larchitettura/ )
Presentiamo qui di seguito alcuni articoli sull’imperversare delle cosiddette “archistar”, architetti che hanno raggiunto una fama (prima di tutto mediatica) e che amministrazioni comunali grandi e piccole, cioè committenti in cerca della “grande opera” per la propria città, commissionano loro progetti urbanistici, architettonici; sperando che la “firma famosa” e l’originalità del progetto (quando c’è, e non sempre è così…) dia lustro al proprio quinquennio (e decennio) amministrativo, cioè lasci un segno visibile ai posteri.
La moda di assoldare architetti famosi (molto a caro prezzo) verrebbe da dire che (questa moda) è una “non-urbanistica”, una “non-scelta”: si delega ad altri la costruzione di un edificio strategico, o l’assetto urbanistico di un centro più o meno storico, nella speranza che “venga qualcosa di buono”. Bene, niente di male che questo accada. Forse così è sempre stato. Ma lascia perplessi il fatto che il committente (forse a differenza delle epoche precedenti) si affidi a un qualcosa di altamente soggettivo: l’ “archistar” decide lui il futuro urbanistico o architettonico di quel luogo o edificio.
Ma è sbagliato non “scegliere quale città”, per quali esigenze. Ci sarebbe invece il bisogno di tornare a parlare di urbanistica. Di identità di un luogo e, se si vuole, di come modificarlo. Se ad esempio da fine ottocento le città sono state riprogettate per accogliere la ferrovia, le stazioni ferroviarie (pertanto l’elemento della mobilità, dell’ “incontro intermodale”), cioè di gente che va e viene per spostarsi, creando un elemento strategico nel nuovo modo di progettare i centro urbani… (come nell’ “antico medioevale” è stata la creazione della piazza con ai due lati il potere religioso (la chiesa) e dall’altro il potere civile (il municipio) (o i grandi corsi delle grandi città europee in epoca rinascimentale post-riforma per accogliere le masse dei pellegrini)…. Ebbene adesso che tipo di città vogliamo?
E le archistar vorrebbero dirci come risolvere l’urbanizzazione periferica diffusa e grigia?…. Quando il vivere, come la maggioranza delle persone, lungo una strada, non è più un valore, un arricchimento di vita, ma solo il vivere in una infinita periferia, fuori dai contesti culturali dei maggiori centri storici cittadini (ricchi delle loro scuole e università, di una mobilità efficiente, di opportunità che accrescono la propria cittadinanza…). Su questo le archistar non ci sono, e non sono interpellate. Ma non ne facciamo certo una colpa a loro (fanno il loro mestiere). Quel che manca è una politica (di destra, di centro e di sinistra) che dica qualcosa di chiaro su che architettura e che urbanistica ci piacerebbe avere (insomma manca il ruolo della committenza).
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Lo shopping è con tutta probabilità l’ultima forma restante di attività pubblica (Rem Koolhaas) (da “Contro l’architettura” di Franco La Cecla)
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“E’ FINITA L’ERA DELLE ARCHISTAR EGOISTE”
da “Libero” del 11/11/2009 – di Matteo Tosi
Luca Molinari, curatore nominato da Bondi del prossimo Padiglione Italia: “Superiamo i dogmi dei progettisti vip per rivitalizzare la nstra tradizione” (continua…)









