Archivio per la categoria ‘Le nostre proposte’

Dolomiti: Disneyland o Patrimonio dell’umanità? – Montagne di serie A e di serie B: le prime dentro il “nonsense” consumistico, le seconde abbandonate e spesso degradate. La necessaria svolta di una politica di sano sviluppo della montagna

Martedì 10 Novembre 2009
erto vecchia (sotto) e nuova (sopra)

La Valle del Vajont tra le candidate a divenire capitale delle Dolomiti (proposta provocatoria? Forse, ma interessante). Qui nell’immagine, sullo sfondo, veduta di Erto vecchia (sotto) e nuova (sopra). La valle del Vajont si trova all'interno del Parco Regionale delle Dolomiti Friulane ed i paesi di Erto e Casso fanno parte dell’omonimo comune, in provincia di Pordenone. La franosità dei luoghi era ben nota agli antichi abitanti che, purtroppo, nulla poterono di fronte alla massa di 300 milioni di metri cubi che dal monte Toc invase il lago artificiale del Vajont la sera del 9 ottobre 1963. La catastrofe fu immane. I 50 milioni di metri cubi di acqua che si schiantarono contro i fianchi dei monti e più giù verso Longarone causarono in tutto 1917 vittime, di cui, nell’onda, sopra la diga, 347 a Erto e Casso

   Il 26 ottobre scorso a Udine è stato approvato lo Statuto definitivo per la costruzione della Fondazione “Dolomiti Patrimonio dell’Umanità” (il vero nome non è ancora chiaro cosa sarà) con sede legale e fiscale a Belluno, e con sette soci fondatori: le Province di Belluno, Bolzano, Trento, Pordenone e Udine, e le Regioni Veneto e Friuli Venezia Giulia (dell’incontro vi diamo conto di seguito con un articolo ripreso da “il Gazzettino”).  E’ da capire bene quali saranno i compiti del nuovo ente che si sovrappone alle Province e alle Regioni. Le difficoltà non mancano: da sempre ci sono state Dolomiti di serie A (superfinanziate nelle province che godono dello statuto speciale), e province povere, come quella di Belluno, che deve pure sopperire al fatto di essere in una regione, il Veneto, con un territorio assai variegato, e forse con un’attenzione maggiore ad alcune aree del suo territorio e poco nel fare una convinta “politica della montagna” nel Bellunese.

   Che ci sia un “ente superiore”, unico, che si interessa e sovrintende ad un’area così importante e omogenea (pur nelle sue differenziazioni geofisiche) può andar bene, essere utile. Basta che non si trasformi in un ente che brucia soldi solo per il suo finanziamento.

  

erto scorcio

Erto, scorcio

Ma quale sarà la “capitale” dell’area dolomitica?  Sarà a rotazione in luoghi diversi, o in un unico posto?    Le candidature finora sono: Cortina (la favorita), Bolzano, Trento, il Pordoi, Agordo, Bressanone, Belluno, Tolmezzo, Auronzo, Pieve di Cadore, il Vajont. A noi non dispiacerebbe quest’ultimo (il Vajont) perché rappresenta un’area che ha subìto una grande sofferenza, e che ora fa sicuramente parte di quella montagna di serie B, luoghi non rinomati all’attrazione turistica (effettivamente le catene montuose attorno a Cortina possono essere più attraenti…) ma che sarebbero in grado di sviluppare un turismo più intelligente (rispetto a quello di massa e mondano di certe località) e con attività economiche di pregio (sulle biomasse come energia rinnovabile, sull’agricoltura specialistica, sull’artigianato e sui centri di sperimentazione e ricerca ambientale…).

  Invece ora tutto appare poco credibile che possa verificarsi “una svolta” della montagna: il degrado territoriale che accade (a Cancia, pochi chilometri da Cortina, la frana che nel luglio scorso distrugge un borgo e due persone muoiono…); lo sviluppo dell’edilizia delle seconde case e dei mega-centri-vacanze (a Rocca Pietore sotto la Marmolada) (ne abbiamo qui parlato nei mesi  scorsi: http://geograficamente.wordpress.com/2009/02/07/montagna-come-iesolo-%e2%80%93-grand-hotel-marmolada-un-altro-de-profundis-per-un-ghiacciaio-che-non-c%e2%80%99e-quasi-piu/ ).

   Alla base di tutto, per fare una politica della montagna, e in questo caso dell’area dolomitica, serve “un progetto” chiaro di sviluppo e conservazione. Far tornare la montagna luogo di conservazione ambientale, di sviluppo di attività sì di nicchia, ma di grande valore economico, specialistiche e compatibili con l’ambiente (l’artigianato e l’industria dell’occhialeria in Cadore e nell’Agordino…). Riuscire a riportare la produzione agroalimentare, gli allevamenti, l’agricoltura di montagna; recuperare le aree abbandonate per la ripresa del pascolo e attività agrituristiche. Creare una “Università delle Dolomiti” che faccia ricerca su questi luoghi dalle più che variegate composizioni ambientali; che studi gli aspetti naturalistici, la botanica, il paesaggio, la meteorologia… cioè riuscire a fare della montagna (le Dolomiti) non territorio dove la ricerca è “colonizzata” dalle Università di pianura, ma riesca “da sè”, dal suo interno a produrre ed esprimere risorse per la ricerca scientifica… insomma un ritorno ad uno sviluppo virtuoso dell’economia di montagna, della vita e della cultura delle sue popolazioni, tutto questo contrasta con quello che è il processo di adesso: una montagna che si basa su un turismo di massa (per lo più “mordi e fuggi”), con tante aree di abbandono.

   L’apparizione dell’orso nelle Dolomiti: ennesimo “oggetto” di attrazione turistica (e adesso si incomincia pure a parlare del “ritorno del lupo”). Dolomiti disneyland; luna park permanente, a cui si è ridotto la montagna e la sua raffinata cultura del passato, ora addormentata dalla giostra turistica. Sarà in grado la nuova Fondazione di mettere in campo un progetto di sviluppo innovativo affinché la montagna (le Dolomiti), e le sue genti, riacquisti una spinta propulsiva verso una sua autonomia culturale, economica, di sviluppo e valorizzazione intelligente?

…………

Unesco – Le cinque Province hanno approvato lo statuto della Fondazione

ORA LE DOLOMITI HANNO LA “CARTA”

di Antonella Lanfrit, da “il Gazzettino” del 27/10/2009

UDINE – Le Dolomiti patrimonio dell’umanità camminano speditamente per rendere operativi i propri strumenti di salvaguardia: a Udine è stato licenziato lo Statuto definitivo per la costituzione della Fondazione, (continua…)

L’Euregio “Trento – Bolzano – nord Tirolo” positivamente avanza: ma perché tutte le altre aree regionali (e istituzionali) italiane non riescono a ridefinirsi in modo geograficamente più virtuoso?

Giovedì 5 Novembre 2009
Tirol-Suedtirol-Trentino

Le tre aree che compongono l' “Euregio Tirolo - Alto Adige – Trentino”

Lo scorso 29 ottobre i 106 consiglieri provinciali di Trentino, Alto Adige e del Tirolo hanno votato (all’unanimità) un progetto di stretta collaborazione fra le tre entità istituzionali sui temi dell’energia, della sanità specialistica e dei trasporti. Che fa vedere, questa decisione, la capacità (politica, culturale) di superare i confini nazionali ed arrivare a costruire concretamente quella che (sembra, dai fatti) sempre più sarà l’ “Euroregio” formata da Trento, Bolzano e il Tirolo austriaco.

E’ sintomatico che, dall’altra, ci si trovi in Italia a doversi confrontare con realtà locali istituzionali (i comuni, le Provincie, le Comunità Montane) che sembrano sempre più non in grado di governare il territorio di loro competenza (a volte con sovrapposizioni tra di loro e con costi altissimi per la collettività).

Noi geografi proprio dalle pagine di questo blog l’anno passato abbiamo formulato proposte di creazione di città di almeno 60.000 abitanti che superassero lo spezzettamento attuale degli 8.100 comuni italiani (avevamo proposto un esempio: riunire i comuni della Marca Trevigiana, che sono 95, in dieci città).

Abbiamo sostenuto l’abolizione delle Provincie, o che perlomeno esse diventassero unico soggetto di erogazione di servizi sovra-comunali ora gestiti da soggetti plurimi, e antieconomici, costosi per il loro mantenimento (Consorzi di acquedotti, rifiuti, del gas, delle fognature, dei trasporti, etc…. ATO, cioè Ambiti Territoriali Omogenei che spesso si sovrappongono agli stessi Consorzi…).

In questa razionalizzazione dei servizi si colloca in modo naturale l’individuazione di aree culturalmente, economicamente, geomorfologicamente omogenee, che superino vecchie strutture (come quelle appena descritte) che creano spesso disparità tra i cittadini. Per fare un esempio, è indubbio che le attuali Aree Metropolitane, in fase di costruzione in Italia, avranno risorse finanziarie maggiori dei comuni di montagna e pedemontani, e di tutti quelli che resteranno fuori dai contesti urbani che invece sono “in progress” in questo momento. E questo porterà (sta già portando) pure una disparità nel “diritto di cittadinanza” fra le persone (nel sistema scolastico, dei trasporti, della sanità…).

La capacità di individuare, in un unico progetto di unificazione europea, realtà territoriali più adatte ed efficienti rispetto ai confini degli stessi Stati nazionali, delle attuali regioni, delle provincie e dei comuni, appare come una necessità virtuosa di essere positivamente disponibili al cambiamento. Come pare stia accadendo nell’Euroregione “Bolzano, Trento e Tirolo”. (continua…)

Venezia che continua a spopolarsi: l’idea di due città in una, quella inevitabile dei turisti (regolamentati), e quella dei veneziani (da rilanciare) (ma la “sublagunare” aiuta solo il turismo di massa e i nuovi sviluppi urbani di terraferma)

Mercoledì 28 Ottobre 2009

sublagunare uscita di emergenza

Sembrano dischi volanti posati sulla laguna. Eccole le uscite di emergenza immaginate per la futura “sublagunare”. Nel progetto preliminare di queste piattaforme ovali che spuntano in mezzo all’acqua, ce ne sono tre nel tratto tra Tessera e Murano, un’altra tra Murano e le Fondamente Nuove. In caso di incendio, o di qualsiasi altra emergenza, i passeggeri della sublagunare dovrebbero raggiungere queste uscite, prima percorrendo a piedi fino a mezzo chilometro lungo il tubo sotterraneo e poi salendo per 14 rampe di scale. A quel punto, dopo aver sollevato una speciale griglia, si troverebbero nel "disco volante": la piattaforma ovale interamente realizzata in lega di alluminio, con un piano di calpestio in legno trattato per sopportare l’esposizione all’ambiente lagunare

Il calo costante, lento ma continuo di chi abita a Venezia (la città è scesa sotto i 60.000 abitanti) per alcuni è vista come cosa grave, per altri è un falso problema. Venezia è comunque una città bellissima (ancora…) ma che deve confrontarsi con i disagi della “lentezza” (è strano dire questo quando si osanna al vivere fuori dal traffico), e anche con un costo generale della vita che non tutti possono permettersi. E deve pure sopportare una terraferma (una cintura urbana in terraferma) molto “aggressiva”, forse meno costosa e più attraente nei servizi alla persona: lo sviluppo dei servizi urbani di Mestre in questi ultimi anni, con le grandi e diffuse aree verdi che sono nate, con un centro costruito di grande pregio (come la chiusura al traffico e valorizzazione di Piazza Ferretto), con nuovi luoghi per i giovani (come il Centro Candiani), con mezzi pubblici diffusi in città e verso le altre aree urbane dell’area metropolitana “PaTreVe” (il triangolo Padova – Treviso – Venezia)… ebbene questi elementi sono anche loro motivo di crisi (e spopolamento) di Venezia, che riesce sempre meno ad essere competitiva nell’ “abitare” (nei costi, nei servizi…). Se poi aggiungiamo i progetti di “nuove città”, nuovi centri commerciali, sportivi, edilizi, dei servizi terziari che tra non molto ci saranno tra Padova e Mestre (cioè “Veneto City” tra Mira e Dolo) e, in particolare per Venezia, anche il “Quadrante di Tessera”, altro megacentro di attrazione economica-edilizia-commerciale… tutto questo pare che venga a creare parecchie difficoltà allo sviluppo futuro di Venezia (economico, di attrazione all’abitare…) e possa prevalere la “città museo” con ingorgo quotidiano di turisti.

Ci chiediamo se è invece possibile trovare attività lavorative e sviluppi economici compatibili in questa incredibile bellissima città… e se questo possa nascere parallelamente (e in forma distaccata) ai grandi flussi turistici che inevitabilmente invadono ogni giorno Venezia… Come ad esempio coinvolgere in progetti economici molte delle isole della Laguna ora abbandonate o poco utilizzate…..Individuare una lista di attività “di qualità” possibili, formative per i giovani, dentro tutti quei luoghi veneziani non permeati dagli incessanti flussi turistici (luoghi “non turistici” ora anche spesso un po’ in degrado)… questo permetterebbe una rivitalizzazione dell’ “abitare a Venezia” parallela al turismo che mai cesserà. Attività nel campo dell’innovazione informatica, dell’editoria, della sartoria e della moda, dei tanti prodotti di nicchia che l’artigianato veneto di terraferma produce…. magari (questo sì!) approfittando dei milioni di visitatori annui che passano lì a pochi metri, e che li si può offrire cose di qualità, utili e “a giusto prezzo”; al posto dei soliti prodotti da souvenir e a prezzi da rapina… Per far questo è ovvio che “il Pubblico”, gli enti preposti, dovrebbero agevolare (con esenzioni, sgravi fiscali, licenze, formazione professionale, dando visibilità…) lo sviluppo di questo tipo di offerta di qualità e a costo accessibile (è molto spesso “il settore pubblico” ad avere il ruolo di indirizzo verso forme nuove di sviluppo economico, di incentivazione dell’offerta e della domanda).

Sul futuro di Venezia si innesta la “questione Sublagunare”. Il progetto, che sta andando avanti, di creazione di una metropolitana subacquea (fatta di due grandi tubi a venti metri sotto l’acqua della Laguna) che colleghi Tessera a Murano e all’Arsenale (ma qualcuno dice che il progetto si estenderà a Piazza San Marco e così allargandosi…); questo progetto a noi pare assai pericoloso: snatura ancor di più una città che “deve contenere il turismo”, permettendo un approccio “mordi e fuggi” alla città. Insomma il turista farà poca fatica ad arrivare nei luoghi centrali di Venezia e, questo, incredibilmente (per qualsiasi centro urbano sarebbe una cosa importante) è dannoso per Venezia che non può sopportare il peso di più turisti di quel che già adesso fa. Se scorrevolezza e modi di mobilità adeguata meritano di essere realizzati (specie proprio per chi vorrà abitare a Venezia) altre possono essere le soluzioni (…incominciamo a parlarne succintamente qui, partendo dal rilevare lo spopolamento e l’idea che si sta concretizzando di sublagunare) (invitandovi a leggere poi qui il pezzo finale: il poetico racconto sul girovagare a Venezia dello scrittore turco premio Nobel Orhan Pamuk). (continua…)

Quando il verde “è troppo” – l’abbandono dei territori porta al degrado di aree montane e pedemontane: invase da sterpaglia, con disequilibri pericolosi nel sistema idrogeologico, e non più facenti parte di una sapiente economia rurale

Giovedì 15 Ottobre 2009
robinia pseudoacacia, pianta che cresce rapida, infestante

robinia pseudoacacia, pianta che cresce rapida, infestante

Sia chiaro che il problema della deforestazione, degli alberi e delle siepi tagliate per sviluppare un’economia agricola industriale estensiva (cioè non più a campi chiusi), degli alberi in città che soccombono al cemento… tutto questo è la realtà dei nostri giorni; e un ritorno al “piantare alberi” nei nostri luoghi di vita è fondamentale alla nostra sopravvivenza.

Ma qui vogliamo parlare di quel fenomeno opposto, non meno negativo, dell’abbandono dei luoghi usati una volta per il pascolo (in aree montane e pedemontane), dove fino alla metà del secolo scorso vi si svolgeva un’economia rurale sicuramente povera, poco redditizia e faticosa, ma che permetteva in quei luoghi un equilibrio ambientale che è andato perso quando le genti di quei posti se ne sono (purtroppo possiamo dire “giustamente per loro”) andate per lavorare in pianura, nelle città, nei “sistemi industriali urbani” (cioè nelle fabbriche e tutto quel che attiene all’epoca del benessere economico).

Grandi aree abbandonate alle sterpaglie, alla boscaglia. Un qualcosa di non più sapientemente guidato dai meccanismi virtuosi del rapporto “uomo-natura”. E cioè il “luogo” che lo è per i suoi tre elementi che lo fanno “vivo” e lo compongono, ciascuno diverso dall’altro: 1) la natura, l’ambiente che esso esprime da sempre; 2) l’artificio umano che lo ha reso adatto alle esigenze di vita della comunità lì presente; 3) gli accadimenti storici che in esso possono essere accaduti nei tempi. Ebbene, tutto questo che caratterizza un “luogo”, lo rende vivo e “unico”, originale rispetto a qualsiasi altro, in moltissime aree specie di montagna e pedemontane, non esiste più, a causa di un’abbandono che lo ha reso solo boscaglia impraticabile.

Altopiano del Cansiglio: l’avanzare del bosco anche su aree una volta a pascolo

Altopiano del Cansiglio: l’avanzare del bosco anche su aree una volta a pascolo

Anche qui dobbiamo dire che “potremmo decidere” di “lasciare a sè”, volutamente, un’area (alpina, appenninica), che cresca e viva selvaggiamente, senza alcun intervento anche virtuoso e rispettoso: che possa meglio diventare così rifugio di animali selvatici che lì trovano protezione e sicura “non presenza” antropica. E’ bene allora che ci siano anche “aree selvagge”. Ma sta a “noi” decidere quali e come.

Diverso è invece l’abbandono per la “non decisione”, in una condizione di degrado: il “non luogo” che viene a crearsi. Ed è questa la realtà che va cambiata al più presto. Alcune possibilità ci sono. Ad esempio la pulitaria dalla boscaglia per l’utilizzo della biomassa a fini calorici ed energetici (il cosiddetto “cippato”, cioè la triturazione del legno ad uso ad esempio del funzionamento delle caldaie). Oppure progetti di ripristino dell’allevamento e del pascolo alpino e pedemontano, per prodotti (come il latte e i suoi derivati) più sani con condizioni di vita degli animali più confacenti e naturali.

La stessa idea che si sta strutturando dell’attuale Ministro all’Agricoltura Zaia, di incentivare la nascita di aziende agricole fatte da giovani con l’utilizzo per esse di aree demaniali, potrebbe essere un elemento di  sviluppo di processi di “pulitura boschiva”, di riordino del territorio rurale ora abbandonato e senza un controllo idrogeologico…

Pertanto sì “piantare alberi” là dove occorrono e ce n’è bisogno; individuare aree che possono (debbono) rimanere selvaggie, incontaminate; ma anche in molti luoghi eliminare la sterpaglia, e ripristinare aree a pascolo ora scomparse dall’avanzare spesso eccessivo del bosco.     Vi diamo conto qui, su quest’argomento, con due bellissimi articoli, ripresi da “la Repubblica”, di Paolo Rumiz e Mauro Corona. (continua…)

Quali idee (e iniziative) per la ricostruzione de L’Aquila? Per ora poche (nessuna?) – Il preoccupante caso di una città che rischia di restare “fantasma”, e di avere attorno a sè solo 20 (venti) “periferie–new town”

Lunedì 12 Ottobre 2009

L'Aquila uccisa L’approssimarsi dell’inverno sta destando preoccupazione sulla sistemazione delle persone “terremotate” de L’Aquila: su 40.000 senzatetto, ce ne sono 26.000 ancora fuori da ogni prospettiva di residenza (ora ancora in tende, o negli alberghi della costa o a casa di parenti e amici in giro per l’Italia). Ma, sempre in prospettiva, desta altrettanta preoccupazione la domanda su cosa ne sarà del bellissimo e vitale centro storico de L’Aquila… per ora è stato lasciato lì, e la “ricostruzione” (ma questo termine sembra non essere esatto e peraltro neanche usato) si basa sul creare quelle che sono state chiamate “le casette”: strutture abitative né provvisorie (perché costose e attrezzate in specie di “new town” che stanno sorgendo nel numero di venti nell’area del terremoto), né definitive perché con standard inadeguati a viverci stabilmente per sempre; senza alcun legame col territorio, senza i servizi essenziali delle città, dei quartieri, dei paesi e, appunto, con il centro storico pressoché abbandonato dell’Aquila e degli altri comuni limitrofi colpiti dal sisma. Così “si sta” in una situazione poco chiara, dove interventi per il ripristino e la messa di nuovo in funzione della vita aquilana (con l’Università e tutto quanto fa parte della storia quotidiana di un centro così importante) è tutta da pensare, tutta da inventare, tutta da fare…

Qui non si mette in discussione l’assoluto meritorio impegno di chi in questi mesi ha dato tutto sè stesso: dai membri della Protezione civile, al volontariato della prima ora…

E’ però da chiedersi, tra le varie cose, se adesso e nei prossimi anni uno studente dovrebbe scegliere il prestigioso ateneo aquilano come sua sede… in un contesto senza ricostruzione del centro…. e gli abitanti delle periferie-new town messe su per sopperire all’ emergenza abitativa, queste new town possono dare l’impressione di poter diventare “pericolosamente” definitive… Non sarebbe stato meglio installare dignitosi container da sopportare più o meno serenamente uno o due inverni, e lavorare alacremente nella ricostruzione della città e degli altri 55 centri minori colpiti?

Insomma un disegno urbanistico comprensibile su “cosa si farà a L’Aquila” non c’è… (come invece c’è stato ad esempio in Friuli dal maggio del 1976: “prima le fabbriche, poi le case, poi le chiese”). Si è voluto fare casette né provvisorie né definitive, e trascurando forse un po’ troppo il centro storico.

Sia chiaro che questa situazione non è solo imputabile al Governo, ma un po’ a tutti: tutte le forze politiche, culturali, economiche, poco o niente hanno detto sul “progetto ricostruzione”; urbanisti e altre categorie “scientifiche” (noi geografi compresi) hanno taciuto, forse abbagliati dal mito (peraltro a tutt’oggi non realizzato neanche per la metà) della “casa per tutti” prima dell’inverno.

Da parte nostra (in questa sede) proponevamo di ricostruire subito il centro storico (evitando le new town) ma, del centro storico, “cambiando molto”, evitando i palazzoni “brutti” che anche all’Aquila ci sono (c’erano), e coinvolgendo subito nella scelta, e in un serrato dibattito,in primis la popolazione, mettendo loro a disposizione tutte le competenze scientifiche, urbanistiche… (vedi l’articolo del 9 aprile scorso ). Niente di questo genere sembra esser stato fatto, “abbagliati” dalle casette che dovevano essere pronte entro il 15 settembre…

Riportiamo qui alcune analisi importanti (con messa in evidenza e sottolineature fatte da noi per focalizzare i problemi, il problema). (continua…)

Frane e alluvioni: l’abusivismo non c’entra (invece c’entra la politica territoriale e urbanistica lasciata nelle mani dei Comuni) – quattro questioni urgenti da risolvere

Domenica 4 Ottobre 2009
Le rotaie invase dai detriti della stazione ferroviaria di Giampilieri superiore (Messina), dopo l'alluvione di giovedì notte. Il paese è stato completamente evacuato: 435 persone che si erano rifugiate nella scuola elementare del paese sono state trasferite in autobus in alcuni alberghi a Messina, dopo che i mezzi di soccorso sono riusciti a liberare la strada che collega la piccola frazione con la provinciale 114 (foto Ciro Fusco/Ansa, ripresa da “il Corriere.it”)

Le rotaie invase dai detriti della stazione ferroviaria di Giampilieri superiore (Messina), dopo l'alluvione di giovedì notte. Il paese è stato completamente evacuato: 435 persone che si erano rifugiate nella scuola elementare del paese sono state trasferite in autobus in alcuni alberghi a Messina, dopo che i mezzi di soccorso sono riusciti a liberare la strada che collega la piccola frazione con la provinciale 114 (foto Ciro Fusco/Ansa, ripresa da “il Corriere.it”)

Se in Italia sette comuni su dieci sono a rischio frane, vuol dire che su 8.101 comuni ne sono a rischio 5.671. Una situazione frammentata incontrollabile: senza possibilità di razionalizzazione se prima non si passa per una sintesi amministrativa. Cerchiamo di spiegarci meglio. In questi giorni di tragedia per i morti e le conseguenze del dissesto idrogeologico delle frazioni e comuni del messinese, si è parlato di ABUSIVISMO. Parola avulsa e inesistente. L’abusivismo non esiste. La stragrande maggioranze della abitazioni in Italia è “regolare”: lo è fin dall’origine (regolare concessione o autorizzazione edilizia) per la maggior parte; per i ripetuti condoni edilizi un’altra (minore) parte. Pertanto di abusivo si ha ben poco. Caso mai sono i Comuni del tutto sconsiderati a permettere costruzioni in luoghi all’origine di pericolo, o che con le nuove costruzioni diventeranno pericolosi. A volte poi, osiamo qui dire, qualche casa in un contesto impervio, di area boscata montagnosa o collinare, non ci sta neppure male da un punto di vista della sicurezza generale: diventa una “sentinella” dei pericoli degli smottamenti e movimenti del terreno. Può essere una presenza utile.     Posto allora che qui proponiamo di rivedere il nostro approccio al contesto territoriale, eliminando dai nostri triti discorsi parole obsolete (come “abusivismo”), proviamo qui a porre quattro (sintetiche) questioni di fondo per un generale riequilibrio territoriale onde evitare tragedie periodiche che sembrano ineludibili. (continua…)