Archivio per la categoria ‘Le nostre proposte’

Quale urbanistica – ARCHISTAR sì o no? i grandi architetti che rappresentano solo la propria arte (monumenti a sè stessi) a volte bene a volte male; i committenti che non hanno alcuna idea da proporre; gli imitatori numerosi (architetti che copiano). Il resto, il di più, è periferia e “città diffusa” lungo le strade inquinate, grigia e brutta – Una proposta geografica di ricostruzione virtuosa dei territori di vita

Lunedì 21 Dicembre 2009

Il Guggenheim Museum di Bilbao è il progetto che ha portato Frank Gehry alla popolarità grazie alle sue forme nuove e allo splendore dato dal rivestimento in titanio, che è riuscito a conquistare l'apprezzamento di un vasto pubblico ed a costituire una principale attrattiva per il turismo internazionale nella provincia basca

“Mai come adesso l’architettura è di moda. Nelle riviste, nei quotidiani, in televisione le opere delle superstar dell’architettura sono oggetto della curiosità di lettori che prima erano completamente digiuni in materia. Eppure mai come adesso l’architettura è lontana dall’interesse pubblico, incide poco e male sul miglioramento della vita della gente. A volte ne peggiora le condizioni dell’abitare. Questo accade perché l’architettura è diventata un gioco autoreferenziale, tutta incentrata sulla «firma», sulla genialità del singolo architetto, genialità che è quotata nella borsa della moda al pari di un qualunque brand. L’architettura ha molta più influenza nel bene e nel male sulle condizioni dell’abitare in una città. Gli architetti però si rifugiano in una artisticità che li esclude da qualunque responsabilità. Purtroppo ad essi spesso viene affidata la trasformazione di interi pezzi di città, trasformazioni che spesso compiono con incompetenza, superficialità e convinti che si tratti di un gioco formale. Le città funzionano diversamente; sono il territorio profondo su cui agisce l’inconscio collettivo, sono il luogo delle appartenenze e dei conflitti. Questo libro invita ad abbandonare le archistar al loro egoismo e ad accettare che l’architettura ha esaurito la sua funzione. Oggi c’e bisogno di altro, sopratutto nella situazione di emergenza in cui le città e l’ambiente rischiano di diventare sempre più inabitabili.” (da “Contro l’architettura” di Franco La Cecla, Bollati Boringhieri, 12 euro, presentato in questo blog su http://geograficamente.wordpress.com/2008/06/15/contro-larchitettura/ )

   Presentiamo qui di seguito alcuni articoli sull’imperversare delle cosiddette “archistar”, architetti che hanno raggiunto una fama (prima di tutto mediatica) e che amministrazioni comunali grandi e piccole, cioè committenti in cerca della “grande opera” per la propria città, commissionano loro progetti urbanistici, architettonici; sperando che la “firma famosa” e l’originalità del progetto (quando c’è, e non sempre è così…) dia lustro al proprio quinquennio (e decennio) amministrativo, cioè lasci un segno visibile ai posteri.

   La moda di assoldare architetti famosi (molto a caro prezzo) verrebbe da dire che (questa moda) è una “non-urbanistica”, una “non-scelta”: si delega ad altri la costruzione di un edificio strategico, o l’assetto urbanistico di un centro più o meno storico, nella speranza che “venga qualcosa di buono”. Bene, niente di male che questo accada. Forse così è sempre stato. Ma lascia perplessi il fatto che il committente (forse a differenza delle epoche precedenti) si affidi a un qualcosa di altamente soggettivo: l’ “archistar” decide lui il futuro urbanistico o architettonico di quel luogo o edificio.

   Ma è sbagliato non “scegliere quale città”, per quali esigenze. Ci sarebbe invece il bisogno di tornare a parlare di urbanistica. Di identità di un luogo e, se si vuole, di come modificarlo. Se ad esempio da fine ottocento le città sono state riprogettate per accogliere la ferrovia, le stazioni ferroviarie (pertanto l’elemento della mobilità, dell’ “incontro intermodale”), cioè di gente che va e viene per spostarsi, creando un elemento strategico nel nuovo modo di progettare i centro urbani… (come nell’ “antico medioevale” è stata la creazione della piazza con ai due lati il potere religioso (la chiesa) e dall’altro il potere civile (il municipio) (o i grandi corsi delle grandi città europee in epoca rinascimentale post-riforma per accogliere le masse dei pellegrini)…. Ebbene adesso che tipo di città vogliamo?

   E le archistar vorrebbero dirci come risolvere l’urbanizzazione periferica diffusa e grigia?…. Quando il vivere, come la maggioranza delle persone, lungo una strada, non è più un valore, un arricchimento di vita, ma solo il vivere in una infinita periferia, fuori dai contesti culturali dei maggiori centri storici cittadini (ricchi delle loro scuole e università, di una mobilità efficiente, di opportunità che accrescono la propria cittadinanza…). Su questo le archistar non ci sono, e non sono interpellate. Ma non ne facciamo certo una colpa a loro (fanno il loro mestiere). Quel che manca è una politica (di destra, di centro e di sinistra) che dica qualcosa di chiaro su che architettura e che urbanistica ci piacerebbe avere (insomma manca il ruolo della committenza).

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Lo shopping è con tutta probabilità l’ultima forma restante di attività pubblica (Rem Koolhaas) (da “Contro l’architettura” di Franco La Cecla)

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“E’  FINITA  L’ERA  DELLE  ARCHISTAR  EGOISTE”

da “Libero” del 11/11/2009 – di Matteo Tosi

Luca Molinari, curatore nominato da Bondi del prossimo Padiglione Italia: “Superiamo i dogmi dei progettisti vip per rivitalizzare la nstra tradizione” (continua…)

I privati entrano nella gestione della pubblica ACQUA: pericoli e paure (motivate) che un bene primario (comune) non sia più bene di tutti

Lunedì 30 Novembre 2009

da www.ecoblog.it

   Nella gestione della distribuzione dell’acqua ora potranno entrare soggetti non pubblici. Nella riforma dei servizi pubblici locali proposta dal Governo è stato definitivamente approvato il cosiddetto”Decreto Ronchi” (con voto di fiducia di Camera e Senato il 19 novembre scorso) che prevede, tra varie cose, la liberalizzazione dei servizi pubblici locali, compresa la gestione delle risorse idriche. In realtà riguarda solo tre servizi: appunto l’acqua, poi i rifiuti e i trasporti locali. Interessante notare che sono stati depennati da questa possibilità di far entrare soggetti privati altri tre servizi: le farmacie comunali, la distribuzione del gas naturale e il trasporto ferroviario regionale. Da ciò che è stato considerato come possibile gestione privata a ciò che è rimasto totalmente pubblico, pare di capire che si cercano capitali privati per servizi che hanno la necessità di una forte riorganizzazione delle infrastrutture, degli impianti (ma ne parliamo di questo tra poco).

   Pertanto, tornando all’acqua, e sintetizzando il decreto (che qui alla fine pubblichiamo l’articolo di legge che ci interessa, il 15) l’affidamento diretto (senza gara) del servizio di erogazione dell’acqua potrà essere mantenuto da consorzi, municipalizzate e altre strutture pubbliche se al loro interno sarà inserita  una partecipazione privata con almeno il 40 per cento, cioè entrerà un socio privato industriale (non solo finanziario!) con compiti di gestione. Se ciò non accade si va a una pubblica gara e può vincere un’impresa privata o una pubblica (cioè chi farà le condizioni migliori).

   Un bel problema inserire tout-court un socio privato almeno al 40% per municipalizzate, consorzi, etc.! Perché questo porta a rivedere molte strategie, rapporti: in primis il privato non interviene in un’impresa per rimetterci (a prescindere dallo scopo sociale dell’impresa); il privato è per sua natura portato a realizzare un profitto (giustamente). E l’acqua non è un “prodotto” o un “servizio” come un altro. Vedremo cosa accadrà di questi “inserimenti privati” di ben almeno il 40% di privati.

   Secondo chi ha voluto e approvato queste legge ciò porterà a maggiore efficienza in servizi (acqua, rifiuti, trasporto locale) malati da sempre di sprechi e inefficienza (e rendite di posizione parassitarie: ricordiamo i consiglieri di amministrazione di nomina politica lottizzati e spesso super pagati; e le clientele che ci sono…). Ma è un intento quello del legislatore, a nostro avviso, prima di tutto di tentare di coinvolgere i privati nella “patata bollente” di servizi che han bisogno di un sacco di soldi (e riorganizzazione) per funzionare nei prossimi anni, e decenni. Sia chiaro che poi i soldi per il rifacimento degli acquedotti li tireranno fuori (tutti e anche il profit privato) i cittadini, pagandoli nella tariffa domestica (o commerciale, industriale…): ma allora loro (cittadini) se la prenderanno con il privato e non con il politico di turno che non dovrà sopportare soccombenti impopolarità. 

   A proposito dell’erogazione dell’acqua ricordiamo che la maggior parte degli acquedotti sono obsoleti, con manufatti (condutture) in cemento-amianto (se venisse fuori da qualche studio che l’amianto non fa male solo ai polmoni…sarebbe un bel problema), che perdono per strada quasi la metà dell’acqua che trasportano nelle abitazioni (per non parlare poi dell’uso di quell’acqua buona, pulita, potabile che il sistema di erogazione idraulica porta a far usare nella maggior parte nello sciacquone del water (non esiste in pressoché tutte le case un doppio canale di erogazione con acqua da riciclo).

   E, tra i fautori del decreto, si insiste col dire che la proprietà dell’acqua resta pubblica (un apposito emendamento al decreto in questo senso è stato accolto). Non si può non dire che gli argomenti adotti per privatizzare (o far partecipare il privato) nei servizi pubblici non abbiano una loro seria ragione.

manifestazione a Roma per l'acqua pubblica

   Ma fa lo stesso impressione e crea vera preoccupazione pensare a una ditta privata (magari una multinazionale, senza “figure fisiche” identificabili, magari di un azionariato diffuso e anonimo; senza persone con le quali potersi confrontare) che gestisce un servizio. E magari c’è qualcuno, povero, in difficoltà, che non ce la fa a pagare, e allora che si fa? Si toglie il servizio, l’acqua?  … Di questi dubbi e perplessità ne abbiamo parlato nel settembre scorso in occasione della prima emanazione del decreto Ronchi.

http://geograficamente.wordpress.com/2009/09/12/la-privatizzazione-dell%e2%80%99acqua-e-altri-servizi-alla-persona-e-di-fatto-avvenuta-come-ora-la-comunita-puo-garantire-i-cittadini-nella-tutela-di-servizi-fondamentali/

   Ribadiamo qui i nostri dubbi e le nostre preoccupazioni. Inanzitutto è aleatorio dividere il ruolo di proprietario dell’acqua (pubblico) e il possibile gestore privato: chi gestisce e ha il possesso del bene ne è anche, seppur temporalmente, il vero proprietario. Poi è vero che ci saranno (già ci sono) promesse per dettagliare il più possibile i bandi di gara, al fine di creare garanzie affinché a nessuno sia tolto il diritto all’acqua (bisognerebbe sicuramente prevedere un minimo vitale d’acqua quotidiano per ciascun individuo, a prescindere dalla riscossione di tributi… ma a volte c’è chi ha più bisogno, chi meno…). Ma poi va quasi sempre a finire che le gare, i bandi, restano incompleti e carenti, che non si può prevedere e regolamentare tutto. A questo proposito manca pure un’ “Autorità di controllo, di garanzia”. Chi regola questo settore? Chi sta attento che il “bene acqua” sia gestito senza fenomeni di sopraffazione verso qualcuno? (continua…)

Europa – Il primo dicembre entra in vigore il Trattato di Lisbona: sarà una possibilità di rilancio di un’Europa che pare irrimediabilmente sul viale del tramonto? (mentre accanto al “G2 – Usa e Cina” crescono India, Brasile, e altri grandi paesi giovani e motivati allo sviluppo innovativo…)

Mercoledì 25 Novembre 2009

Europa dal satellite

Il basso profilo delle due personalità che rappresenteranno nel mondo l’Unione europea per due anni e mezzo a partire dal primo dicembre (presidente del Consiglio UE il belga Herman Van Rompuy; rappresentante per la politica estera e di sicurezza l’inglese Catherine Ashton) denotano che gli Stati nazionali (27) che compongono l’Unione Europea non vogliono perdere le loro prerogative di “unicità” nei confronti del mondo Una rendita acquisita nei secoli (leggete il bellissimo articolo sull’argomento “come è nato il nazionalismo negli stati europei” che qui, nella parte finale, abbiamo messo di Paolo Mieli, da “il Corriere della Sera”).

Ma gli analisti geopolitici (che tutti concordano che l’Europa è irrimediabilmente fuori dai processi di trasformazione e autorevolezza del mondo, che ora ha altri protagonisti) pensano anche che in fondo il processo, seppur troppo lento, di unificazione, per arrivare a quella che potremmo utopisticamente (ma realisticamente) chiamare “Stati Uniti d’Europa”, questo processo in fondo va avanti, e l’attuazione (finalmente) di quanto previsto dal Trattato di Lisbona, seppur con personaggi “modesti” come leadership al comando, è un passo positivo.

Resta il fatto che, nello sviluppo geopolitico dell’ “Europa unita”, a noi piacerebbe una spinta più decisa in questo senso. Come il “Movimento Federalista Europeo” auspica (e porta avanti in tante iniziative) tre sono i punti fondamentali dove l’Europa potrebbe rafforzarsi in uno spirito unitario e da subito tornare ad essere un soggetto fondamentale per il mondo. E qui cerchiamo sinteticamente di esporli. (continua…)

I territori pedemontani e montani ora abbandonati – Il caso VALSTAGNA (provincia di Vicenza): la possibilità di un recupero ambiental-economico, non dimenticando i segni di guerra

Lunedì 23 Novembre 2009

il comune di Valstagna, in Valbrenta, sulla Valsugana

Valstagna è un comune del vicentino di circa duemila abitanti che ben si vede percorrendo la Valsugana pochi chilometri dopo Bassano del Grappa verso Trento. La Valsugana è una valle quasi tutta trentina, che va da ovest ad est, e che nella sua parte finale supera il confine istituzionale di regione entrando nella Provincia di Vicenza, e si restringe tra le montagne, incassata fra l’Altopiano di Asiago e il Monte Grappa, prendendo il nome di Canale di Brenta (dal fiume che scende questa valle di origine glaciale) e sfocia poi appunto nella pianura veneta nei pressi di Bassano del Grappa.

E il comune di Valstagna è appunto una parte di questo restringimento della Valsugana: è ben visibile dalla strada per la sua mirabile bellezza: al di là del Brenta, a ridosso del fiume, il nucleo centrale del paese. Ma dall’altra parte, nell’altro versante, una grandissima cava di calcare-calce scarnifica la montagna.   Pertanto due versanti contrapposti: uno ancora integro (nella parte bassa il bellissimo paese, e sopra si vede la vegetazione in abbandono); l’altro versante (verso il Grappa) è quello segnato dalla grande cava.

Ed è della parte in abbandono, sopra il paese, in direzione dell’Altopiano di Asiago, che vogliamo qui parlare a proposito di Valstagna: paese che si trova a 160 metri sul livello del mare, e la marginalità interessa le aree impervie, senza strada, sopra i 600 metri. E’ in quelle aree abbandonate che si coltivava il tabacco (dal 1600 in poi) e, per questo, si era messo in opera un vasto piano di sistemazione dei versanti a terrazze (qui vengono chiamati masiere). Il tabacco come eredità economica storica che si era aggiunta al commercio del legname. E il centro urbano di Valstagna era sorto sul fiorire dei commerci del legno e del tabacco. Coltivazione di tabacco che ha avuto il momento di crisi a fine ‘800 (prima era favorita dal monopolio del governo di Venezia). Sotto il governo austriaco cala progressivamente. Dal 1866 in poi, con lo Stato italiano, conviene di più coltivare il tabacco in pianura e non in posti “di versante” (anche se in Valstagna il tabacco era più pregiato, “di montagna”, ma l’era industriale impone la quantità sulla qualità…). Nel corso del ‘900 la coltivazione del tabacco è progressivamente ancora calata: dal 1951 (allora 400 ettari coltivati) al 1971 quasi niente. E rimangono le case abbandonate sviluppate in altezza (i piani alti servivano all’essiccazione del tabacco) con tante finestre per far circolare l’aria; i ricordi del contrabbando assai diffuso, nei tempi in cui, prima della Grande Guerra, poco più in là c’era il confine austriaco…

Il progressivo abbandono della parti alte del paese, del versante, anche con la fine del pascolo, hanno portato al sopravanzare del bosco, all’impossessarsi di rovi, robinie e altre piante infestanti di quelle case che ospitavano i lavoratori del tabacco e facevano da magazzino-essiccatoio. E’ il caso di Postarnia, “borgo – luogo – territorio” pressoché abbandonato nella parte più alta di Valstagna. La non più presenza di persone che “vanno su” per lavorare (coltivare e raccogliere il tabacco), o che abitavano lì (sempre con funzione economiche-agricole), ha fatto mancare quel presidio naturale al mantenimento del luogo stesso: se un sentiero (che spesso fa anche da scolo artificiale dell’acqua) frana poco o tanto, nessuno lo ripristina perché nessuno ci passa quotidianamente (non ne fa uso), e così man mano, all’avanzare del bosco selvaggio segue il degrado e la fine delle opere virtuose dell’uomo (e delle donne, erano loro le vere protagoniste del lavoro e dei manufatti costruiti con la fatica dei mezzi rudimentali), come i terrazzamenti (che consentivano il drenaggio dell’acqua), ma anche i sentieri, gli scoli dell’acqua. (continua…)

Le ferrovie nella metropoli diffusa veneta, tra forme innovative (la metropolitana di superficie) e pendolari al palo; tra aree di sviluppo ferroviario (il triangolo Padova–Mestre-Treviso) e tutti gli altri territori in difficoltà di mobilità

Domenica 15 Novembre 2009
sfmr _ da net engeneering

la ramificazione in stralci sucessivi della metropolitana veneta di superficie (immagine ripresa dal progetto della Net-Engineering)

Appare contraddittorio il lento e faticoso sviluppo del trasporto su ferroviario (delle persone e delle merci) che vi è nella città-metropoli diffusa veneta. Regione emblematica del fatto che non esiste, istituzionalmente, una grande città, di milioni di persone, come Roma, Milano, Torino, Palermo, Napoli… ma vi sono tante medie e piccole realtà urbane che si connettono intensamente tra di solo: per motivi di lavoro, economici; ma anche per il tempo libero (lo sport, le iniziative culturali e i luoghi e le occasioni di ritrovo popolare domenicale, serale…).

In Veneto sono in corso i lavori del primo stralcio della SFMR (Sistema Ferroviario Metropolitano Regionale) un’idea sicuramente strepitosa, apparsa sul Piano Regionale dei Trasporti approvato dalla Regione nel lontano 1990, di utilizzo della rete ferroviaria “normale” per far transitare treni più moderni e veloci (e con scadenze più ristrette: in media ogni venti minuti o poco più), costruendo nuove “fermate” (non stazioni!) in luoghi di attrazione di passeggeri (qui sotto vi facciamo vedere quella del nuovo Ospedale di Mestre).

sfmr ospedale mestre

fermata SFMR di Venezia Mestre Ospedale

Tutto bene dunque? Non proprio. Sì, la situazione è in movimento, e questo è bene; ma come potete vedere negli articoli di seguito, la metropolitana di superficie interessa un’area limitata del Veneto, questo primo stralcio (il triangolo ferroviario tra Venezia, Padova e Castelfranco Veneto più le tratte da Venezia per Mira Buse, Treviso e Quarto d’Altino), lasciando di fatto fuori tutto il resto del Veneto (il secondo stralcio della metropolitana regionale comprende le tratte Quarto d’Altino-Portogruaro, Treviso-Conegliano, Castelfranco Veneto-Vicenza e Padova-Monselice, godeva di un finanziamento statale di 100 milioni di euro che è stato tolto nel luglio scorso a vantaggio delle zone terremotate dell’Abbruzzo). Ma se i soldi di questo secondo stralcio probabilmente riappariranno (non si sa quando…) è anche vero che i tempi di realizzazione si allungheranno, e in ogni caso, paradossalmente le aree con maggiori difficoltà di mobilità con trasporto pubblico (come l’alto Trevigiano, il Bellunese, la Pedemontana Vicentina…) resteranno al palo per chissà quanto… e, appunto, sono proprio le aree a minor presenza di trasporto pubblico…

Resta oggettivamente la condizione di una regione (il Veneto) che, con la sua urbanistica “sparsa”, è difficile da organizzare in una mobilità alternativa all’uso dell’automobile: più facile e semplice è fare trasporto pubblico nei luoghi densamente abitati dove l’offerta di trasporto trova una domanda concentrata e consistente.

Il presidente della Provincia di Trento Dellai sta progettando una MetroLand, cioè un sistema di treni veloci per le località trentine medio-piccole verso i poli di attrazione, come Trento (è che in quella regione ci sono più soldi a disposizione, o è anche un progetto virtuoso?).

Sarà da capire che tipo di trasporto pubblico offrire a popolazioni che vivono lontane dalla maggiori città e con difficoltà, e che con mezzi collettivi spesso obsoleti, faticosamente si spostano. Il rischio è che alcune aree urbane si sviluppino virtuosamente sempre più (come nel Veneto il triangolo “Padova – Venezia – Treviso”, ed altre aree già in difficoltà di mobilità e servizi essenziali, lo siano nel prossimo futuro (in difficoltà) ancor di più. E’ un rischio per il mantenimento di un paritario “diritto di cittadinanza”. (continua…)

Dolomiti: Disneyland o Patrimonio dell’umanità? – Montagne di serie A e di serie B: le prime dentro il “nonsense” consumistico, le seconde abbandonate e spesso degradate. La necessaria svolta di una politica di sano sviluppo della montagna

Martedì 10 Novembre 2009
erto vecchia (sotto) e nuova (sopra)

La Valle del Vajont tra le candidate a divenire capitale delle Dolomiti (proposta provocatoria? Forse, ma interessante). Qui nell’immagine, sullo sfondo, veduta di Erto vecchia (sotto) e nuova (sopra). La valle del Vajont si trova all'interno del Parco Regionale delle Dolomiti Friulane ed i paesi di Erto e Casso fanno parte dell’omonimo comune, in provincia di Pordenone. La franosità dei luoghi era ben nota agli antichi abitanti che, purtroppo, nulla poterono di fronte alla massa di 300 milioni di metri cubi che dal monte Toc invase il lago artificiale del Vajont la sera del 9 ottobre 1963. La catastrofe fu immane. I 50 milioni di metri cubi di acqua che si schiantarono contro i fianchi dei monti e più giù verso Longarone causarono in tutto 1917 vittime, di cui, nell’onda, sopra la diga, 347 a Erto e Casso

Il 26 ottobre scorso a Udine è stato approvato lo Statuto definitivo per la costruzione della Fondazione “Dolomiti Patrimonio dell’Umanità” (il vero nome non è ancora chiaro cosa sarà) con sede legale e fiscale a Belluno, e con sette soci fondatori: le Province di Belluno, Bolzano, Trento, Pordenone e Udine, e le Regioni Veneto e Friuli Venezia Giulia (dell’incontro vi diamo conto di seguito con un articolo ripreso da “il Gazzettino”).  E’ da capire bene quali saranno i compiti del nuovo ente che si sovrappone alle Province e alle Regioni. Le difficoltà non mancano: da sempre ci sono state Dolomiti di serie A (superfinanziate nelle province che godono dello statuto speciale), e province povere, come quella di Belluno, che deve pure sopperire al fatto di essere in una regione, il Veneto, con un territorio assai variegato, e forse con un’attenzione maggiore ad alcune aree del suo territorio e poco nel fare una convinta “politica della montagna” nel Bellunese.

Che ci sia un “ente superiore”, unico, che si interessa e sovrintende ad un’area così importante e omogenea (pur nelle sue differenziazioni geofisiche) può andar bene, essere utile. Basta che non si trasformi in un ente che brucia soldi solo per il suo finanziamento.

erto scorcio

Erto, scorcio

Ma quale sarà la “capitale” dell’area dolomitica?  Sarà a rotazione in luoghi diversi, o in un unico posto?    Le candidature finora sono: Cortina (la favorita), Bolzano, Trento, il Pordoi, Agordo, Bressanone, Belluno, Tolmezzo, Auronzo, Pieve di Cadore, il Vajont. A noi non dispiacerebbe quest’ultimo (il Vajont) perché rappresenta un’area che ha subito una grande sofferenza, e che ora fa sicuramente parte di quella montagna di serie B, luoghi non rinomati all’attrazione turistica (effettivamente le catene montuose attorno a Cortina possono essere più attraenti…) ma che sarebbero in grado di sviluppare un turismo più intelligente (rispetto a quello di massa e mondano di certe località) e con attività economiche di pregio (sulle biomasse come energia rinnovabile, sull’agricoltura specialistica, sull’artigianato e sui centri di sperimentazione e ricerca ambientale…).

Invece ora tutto appare poco credibile che possa verificarsi “una svolta” della montagna: il degrado territoriale che accade (a Cancia, pochi chilometri da Cortina, la frana che nel luglio scorso distrugge un borgo e due persone muoiono…); lo sviluppo dell’edilizia delle seconde case e dei mega-centri-vacanze (a Rocca Pietore sotto la Marmolada) (ne abbiamo qui parlato nei mesi scorsi).

Alla base di tutto, per fare una politica della montagna, e in questo caso dell’area dolomitica, serve “un progetto” chiaro di sviluppo e conservazione. Far tornare la montagna luogo di conservazione ambientale, di sviluppo di attività sì di nicchia, ma di grande valore economico, specialistiche e compatibili con l’ambiente (l’artigianato e l’industria dell’occhialeria in Cadore e nell’Agordino…). Riuscire a riportare la produzione agroalimentare, gli allevamenti, l’agricoltura di montagna; recuperare le aree abbandonate per la ripresa del pascolo e attività agrituristiche. Creare una “Università delle Dolomiti” che faccia ricerca su questi luoghi dalle più che variegate composizioni ambientali; che studi gli aspetti naturalistici, la botanica, il paesaggio, la meteorologia… cioè riuscire a fare della montagna (le Dolomiti) non territorio dove la ricerca è “colonizzata” dalle Università di pianura, ma riesca “da sè”, dal suo interno a produrre ed esprimere risorse per la ricerca scientifica… insomma un ritorno ad uno sviluppo virtuoso dell’economia di montagna, della vita e della cultura delle sue popolazioni, tutto questo contrasta con quello che è il processo di adesso: una montagna che si basa su un turismo di massa (per lo più “mordi e fuggi”), con tante aree di abbandono.

L’apparizione dell’orso nelle Dolomiti: ennesimo “oggetto” di attrazione turistica (e adesso si incomincia pure a parlare del “ritorno del lupo”). Dolomiti disneyland; luna park permanente, a cui si è ridotto la montagna e la sua raffinata cultura del passato, ora addormentata dalla giostra turistica. Sarà in grado la nuova Fondazione di mettere in campo un progetto di sviluppo innovativo affinché la montagna (le Dolomiti), e le sue genti, riacquisti una spinta propulsiva verso una sua autonomia culturale, economica, di sviluppo e valorizzazione intelligente? (continua…)