Archivio per la categoria ‘Pianificazione e partecipazione’

Quale urbanistica – ARCHISTAR sì o no? i grandi architetti che rappresentano solo la propria arte (monumenti a sè stessi) a volte bene a volte male; i committenti che non hanno alcuna idea da proporre; gli imitatori numerosi (architetti che copiano). Il resto, il di più, è periferia e “città diffusa” lungo le strade inquinate, grigia e brutta – Una proposta geografica di ricostruzione virtuosa dei territori di vita

Lunedì 21 Dicembre 2009

Il Guggenheim Museum di Bilbao è il progetto che ha portato Frank Gehry alla popolarità grazie alle sue forme nuove e allo splendore dato dal rivestimento in titanio, che è riuscito a conquistare l'apprezzamento di un vasto pubblico ed a costituire una principale attrattiva per il turismo internazionale nella provincia basca

“Mai come adesso l’architettura è di moda. Nelle riviste, nei quotidiani, in televisione le opere delle superstar dell’architettura sono oggetto della curiosità di lettori che prima erano completamente digiuni in materia. Eppure mai come adesso l’architettura è lontana dall’interesse pubblico, incide poco e male sul miglioramento della vita della gente. A volte ne peggiora le condizioni dell’abitare. Questo accade perché l’architettura è diventata un gioco autoreferenziale, tutta incentrata sulla «firma», sulla genialità del singolo architetto, genialità che è quotata nella borsa della moda al pari di un qualunque brand. L’architettura ha molta più influenza nel bene e nel male sulle condizioni dell’abitare in una città. Gli architetti però si rifugiano in una artisticità che li esclude da qualunque responsabilità. Purtroppo ad essi spesso viene affidata la trasformazione di interi pezzi di città, trasformazioni che spesso compiono con incompetenza, superficialità e convinti che si tratti di un gioco formale. Le città funzionano diversamente; sono il territorio profondo su cui agisce l’inconscio collettivo, sono il luogo delle appartenenze e dei conflitti. Questo libro invita ad abbandonare le archistar al loro egoismo e ad accettare che l’architettura ha esaurito la sua funzione. Oggi c’e bisogno di altro, sopratutto nella situazione di emergenza in cui le città e l’ambiente rischiano di diventare sempre più inabitabili.” (da “Contro l’architettura” di Franco La Cecla, Bollati Boringhieri, 12 euro, presentato in questo blog su http://geograficamente.wordpress.com/2008/06/15/contro-larchitettura/ )

   Presentiamo qui di seguito alcuni articoli sull’imperversare delle cosiddette “archistar”, architetti che hanno raggiunto una fama (prima di tutto mediatica) e che amministrazioni comunali grandi e piccole, cioè committenti in cerca della “grande opera” per la propria città, commissionano loro progetti urbanistici, architettonici; sperando che la “firma famosa” e l’originalità del progetto (quando c’è, e non sempre è così…) dia lustro al proprio quinquennio (e decennio) amministrativo, cioè lasci un segno visibile ai posteri.

   La moda di assoldare architetti famosi (molto a caro prezzo) verrebbe da dire che (questa moda) è una “non-urbanistica”, una “non-scelta”: si delega ad altri la costruzione di un edificio strategico, o l’assetto urbanistico di un centro più o meno storico, nella speranza che “venga qualcosa di buono”. Bene, niente di male che questo accada. Forse così è sempre stato. Ma lascia perplessi il fatto che il committente (forse a differenza delle epoche precedenti) si affidi a un qualcosa di altamente soggettivo: l’ “archistar” decide lui il futuro urbanistico o architettonico di quel luogo o edificio.

   Ma è sbagliato non “scegliere quale città”, per quali esigenze. Ci sarebbe invece il bisogno di tornare a parlare di urbanistica. Di identità di un luogo e, se si vuole, di come modificarlo. Se ad esempio da fine ottocento le città sono state riprogettate per accogliere la ferrovia, le stazioni ferroviarie (pertanto l’elemento della mobilità, dell’ “incontro intermodale”), cioè di gente che va e viene per spostarsi, creando un elemento strategico nel nuovo modo di progettare i centro urbani… (come nell’ “antico medioevale” è stata la creazione della piazza con ai due lati il potere religioso (la chiesa) e dall’altro il potere civile (il municipio) (o i grandi corsi delle grandi città europee in epoca rinascimentale post-riforma per accogliere le masse dei pellegrini)…. Ebbene adesso che tipo di città vogliamo?

   E le archistar vorrebbero dirci come risolvere l’urbanizzazione periferica diffusa e grigia?…. Quando il vivere, come la maggioranza delle persone, lungo una strada, non è più un valore, un arricchimento di vita, ma solo il vivere in una infinita periferia, fuori dai contesti culturali dei maggiori centri storici cittadini (ricchi delle loro scuole e università, di una mobilità efficiente, di opportunità che accrescono la propria cittadinanza…). Su questo le archistar non ci sono, e non sono interpellate. Ma non ne facciamo certo una colpa a loro (fanno il loro mestiere). Quel che manca è una politica (di destra, di centro e di sinistra) che dica qualcosa di chiaro su che architettura e che urbanistica ci piacerebbe avere (insomma manca il ruolo della committenza).

……..

Lo shopping è con tutta probabilità l’ultima forma restante di attività pubblica (Rem Koolhaas) (da “Contro l’architettura” di Franco La Cecla)

……….

“E’  FINITA  L’ERA  DELLE  ARCHISTAR  EGOISTE”

da “Libero” del 11/11/2009 – di Matteo Tosi

Luca Molinari, curatore nominato da Bondi del prossimo Padiglione Italia: “Superiamo i dogmi dei progettisti vip per rivitalizzare la nstra tradizione” (continua…)

Il vertice di Copenaghen sul CLIMA al suo debutto: un contesto confuso (paesi ricchi ed emergenti, quelli poveri che sperano) tentando di decidere sul futuro di un’umanità divisa tra miseria e consumismo. Con una “spinta esterna” mediatica, del mondo intero, affinché in Danimarca si decida qualcosa di buono e di concreto

Mercoledì 9 Dicembre 2009

I cambiamenti climatici sono la più grave minaccia alla salute e sopravvivenza dei bambini nel 21esimo secolo (“Save the Children” la più grande organizzazione internazionale indipendente per la difesa e la tutela dei diritti dell’infanzia dal 5 ottobre scorso ha lanciato la campagna EVERY ONE per dire basta alla mortalità infantile) (vedi la campagna di “Save the children” all’interno di questa pagina del blog)

Qualcuno potrebbe ipotizzare che la catastrofe climatica generalizzata, globale (la catastrofe “piccola”, a macchia di leopardo in giro per il mondo, esiste già, con inondazioni, desertificazione, eventi atmosferici dirompenti…) che di qui a qualche decennio potrà esserci, può far inabissare il pianeta in una specie di “mondo oscuro” dove beni primari (comuni a tutti) come l’acqua e l’aria non inquinati, saranno assegnati con una specie di “tessera annonaria” con la quale ciascuno dovrà decidere come impiegare la propria quota d’aria o d’acqua. E questo poi solo nel caso si sia in un contesto di democrazia ed equità (e di peggio potrebbe capitare…).

   Le preoccupazioni che dal vertice in corso di Copenaghen non ci decida niente di buono sono assai probabili. “Da Copenaghen non uscirà un accordo vincolante perché alcuni Paesi non sono ancora pronti, in primo luogo gli Stati Uniti e la Cina”, ha detto il presidente della Commissione Ue José Manuel Barroso. A Copenaghen si punterà quindi, secondo il presidente dell’esecutivo comunitario, a stilare una bozza d’accordo che possa poi diventare un trattato vero e proprio accettabile da tutti i Paesi industrializzati e da quelli in via di sviluppo.

   Lo stesso mondo dell’economia sembra guardare con occhi diversi, con speranze contrastanti, alla possibilità di un accordo. Qui di seguito vi proponiamo un articolo de “il Sole 24ore”, quotidiano di Confindustria, dove si mostra positivamente di sperare ad un accordo virtuoso alla Conferenza in corso: del resto da molto tempo il Sole 24ore dedica molto spazio agli sviluppi dell’economia verde, a tutte quelle attività che si basano su nuovi sistemi produttivi ecocompatibili e basati sulle energie rinnovabili (sembra quasi, leggendolo, che si voglia spronare i propri associati a investire sull’economia ambientale, a crederci di più). Dall’altra, sempre nel mondo economico, esistono ancora delle paure e delle perplessità a “cambiare rotta” (vi proponiamo sempre qui un’intervista de “il Gazzettino” a Aldo Fumagalli, responsabile di Confindustria del progetto “Sviluppo Sostenibile” dove questi mostra perplessità e timori che un accordo di “rispetto del clima” che coinvolga i paesi europei e non altri paesi emergenti (e gli USA) danneggi fortemente la competitività industriale europea. Dubbi forse fondati, ma l’innovazione di un’ “industria pulita” noi pensiamo che alla fine paga, è vincente nella competizione internazionale e nei nuovi modelli di sviluppo che ci aspettano nei prossimi anni.

   Su tutto si percepisce a Copenaghen il silenzio, l’assenza, il “potere debole” dei paesi poveri, per niente “in via di sviluppo” (come si diceva una volta) o “emergenti” (come sono adesso Cina, India, Brasile, Sudafrica).

Il miglioramento del clima interessa loro prima ancora dei paesi ricchi (se i “ricchi” hanno l’acqua inquinata cercano quella in bottigliette minerali; i poveri non hanno manco sta possibilità…). Loro, i paesi poveri (o meglio, potremmo dire, le popolazioni di quei paesi) non hanno voce a Copenaghen. Ed è un “misuratore” del possibile successo di Copenaghen spingere perché in questi giorni si parli il più possibile di “loro” (paesi poveri) e di come costruire un mondo sì meno inquinato, ma anche più equo nelle condizioni sociali.

……….

CI RESTA POCO TEMPO

In occasione della conferenza che si apre in Danimarca, 56 quotidiani di 45 Paesi pubblicano questo editoriale comune e si appellano ai rappresentanti dei 192 stati presenti

   “Oggi 56 giornali di 45 paesi stanno facendo un passo senza precedenti, quello di parlare con una unica voce in un editoriale comune. Lo facciamo perché l’umanità si trova ad affrontare una grave emergenza.
   Se non ci uniamo per intraprendere delle azioni decisive, il cambiamento climatico devasterà il nostro pianeta e con esso la nostra prosperità e la nostra sicurezza. I pericoli sono diventati sempre più manifesti nel corso dell’ultima generazione. Ora hanno cominciato a parlare i fatti: 11 degli ultimi 14 anni sono stati i più caldi mai registrati, (continua…)

I privati entrano nella gestione della pubblica ACQUA: pericoli e paure (motivate) che un bene primario (comune) non sia più bene di tutti

Lunedì 30 Novembre 2009

da www.ecoblog.it

   Nella gestione della distribuzione dell’acqua ora potranno entrare soggetti non pubblici. Nella riforma dei servizi pubblici locali proposta dal Governo è stato definitivamente approvato il cosiddetto”Decreto Ronchi” (con voto di fiducia di Camera e Senato il 19 novembre scorso) che prevede, tra varie cose, la liberalizzazione dei servizi pubblici locali, compresa la gestione delle risorse idriche. In realtà riguarda solo tre servizi: appunto l’acqua, poi i rifiuti e i trasporti locali. Interessante notare che sono stati depennati da questa possibilità di far entrare soggetti privati altri tre servizi: le farmacie comunali, la distribuzione del gas naturale e il trasporto ferroviario regionale. Da ciò che è stato considerato come possibile gestione privata a ciò che è rimasto totalmente pubblico, pare di capire che si cercano capitali privati per servizi che hanno la necessità di una forte riorganizzazione delle infrastrutture, degli impianti (ma ne parliamo di questo tra poco).

   Pertanto, tornando all’acqua, e sintetizzando il decreto (che qui alla fine pubblichiamo l’articolo di legge che ci interessa, il 15) l’affidamento diretto (senza gara) del servizio di erogazione dell’acqua potrà essere mantenuto da consorzi, municipalizzate e altre strutture pubbliche se al loro interno sarà inserita  una partecipazione privata con almeno il 40 per cento, cioè entrerà un socio privato industriale (non solo finanziario!) con compiti di gestione. Se ciò non accade si va a una pubblica gara e può vincere un’impresa privata o una pubblica (cioè chi farà le condizioni migliori).

   Un bel problema inserire tout-court un socio privato almeno al 40% per municipalizzate, consorzi, etc.! Perché questo porta a rivedere molte strategie, rapporti: in primis il privato non interviene in un’impresa per rimetterci (a prescindere dallo scopo sociale dell’impresa); il privato è per sua natura portato a realizzare un profitto (giustamente). E l’acqua non è un “prodotto” o un “servizio” come un altro. Vedremo cosa accadrà di questi “inserimenti privati” di ben almeno il 40% di privati.

   Secondo chi ha voluto e approvato queste legge ciò porterà a maggiore efficienza in servizi (acqua, rifiuti, trasporto locale) malati da sempre di sprechi e inefficienza (e rendite di posizione parassitarie: ricordiamo i consiglieri di amministrazione di nomina politica lottizzati e spesso super pagati; e le clientele che ci sono…). Ma è un intento quello del legislatore, a nostro avviso, prima di tutto di tentare di coinvolgere i privati nella “patata bollente” di servizi che han bisogno di un sacco di soldi (e riorganizzazione) per funzionare nei prossimi anni, e decenni. Sia chiaro che poi i soldi per il rifacimento degli acquedotti li tireranno fuori (tutti e anche il profit privato) i cittadini, pagandoli nella tariffa domestica (o commerciale, industriale…): ma allora loro (cittadini) se la prenderanno con il privato e non con il politico di turno che non dovrà sopportare soccombenti impopolarità. 

   A proposito dell’erogazione dell’acqua ricordiamo che la maggior parte degli acquedotti sono obsoleti, con manufatti (condutture) in cemento-amianto (se venisse fuori da qualche studio che l’amianto non fa male solo ai polmoni…sarebbe un bel problema), che perdono per strada quasi la metà dell’acqua che trasportano nelle abitazioni (per non parlare poi dell’uso di quell’acqua buona, pulita, potabile che il sistema di erogazione idraulica porta a far usare nella maggior parte nello sciacquone del water (non esiste in pressoché tutte le case un doppio canale di erogazione con acqua da riciclo).

   E, tra i fautori del decreto, si insiste col dire che la proprietà dell’acqua resta pubblica (un apposito emendamento al decreto in questo senso è stato accolto). Non si può non dire che gli argomenti adotti per privatizzare (o far partecipare il privato) nei servizi pubblici non abbiano una loro seria ragione.

manifestazione a Roma per l'acqua pubblica

   Ma fa lo stesso impressione e crea vera preoccupazione pensare a una ditta privata (magari una multinazionale, senza “figure fisiche” identificabili, magari di un azionariato diffuso e anonimo; senza persone con le quali potersi confrontare) che gestisce un servizio. E magari c’è qualcuno, povero, in difficoltà, che non ce la fa a pagare, e allora che si fa? Si toglie il servizio, l’acqua?  … Di questi dubbi e perplessità ne abbiamo parlato nel settembre scorso in occasione della prima emanazione del decreto Ronchi.

http://geograficamente.wordpress.com/2009/09/12/la-privatizzazione-dell%e2%80%99acqua-e-altri-servizi-alla-persona-e-di-fatto-avvenuta-come-ora-la-comunita-puo-garantire-i-cittadini-nella-tutela-di-servizi-fondamentali/

   Ribadiamo qui i nostri dubbi e le nostre preoccupazioni. Inanzitutto è aleatorio dividere il ruolo di proprietario dell’acqua (pubblico) e il possibile gestore privato: chi gestisce e ha il possesso del bene ne è anche, seppur temporalmente, il vero proprietario. Poi è vero che ci saranno (già ci sono) promesse per dettagliare il più possibile i bandi di gara, al fine di creare garanzie affinché a nessuno sia tolto il diritto all’acqua (bisognerebbe sicuramente prevedere un minimo vitale d’acqua quotidiano per ciascun individuo, a prescindere dalla riscossione di tributi… ma a volte c’è chi ha più bisogno, chi meno…). Ma poi va quasi sempre a finire che le gare, i bandi, restano incompleti e carenti, che non si può prevedere e regolamentare tutto. A questo proposito manca pure un’ “Autorità di controllo, di garanzia”. Chi regola questo settore? Chi sta attento che il “bene acqua” sia gestito senza fenomeni di sopraffazione verso qualcuno? (continua…)

I territori pedemontani e montani ora abbandonati – Il caso VALSTAGNA (provincia di Vicenza): la possibilità di un recupero ambiental-economico, non dimenticando i segni di guerra

Lunedì 23 Novembre 2009

il comune di Valstagna, in Valbrenta, sulla Valsugana

Valstagna è un comune del vicentino di circa duemila abitanti che ben si vede percorrendo la Valsugana pochi chilometri dopo Bassano del Grappa verso Trento. La Valsugana è una valle quasi tutta trentina, che va da ovest ad est, e che nella sua parte finale supera il confine istituzionale di regione entrando nella Provincia di Vicenza, e si restringe tra le montagne, incassata fra l’Altopiano di Asiago e il Monte Grappa, prendendo il nome di Canale di Brenta (dal fiume che scende questa valle di origine glaciale) e sfocia poi appunto nella pianura veneta nei pressi di Bassano del Grappa.

E il comune di Valstagna è appunto una parte di questo restringimento della Valsugana: è ben visibile dalla strada per la sua mirabile bellezza: al di là del Brenta, a ridosso del fiume, il nucleo centrale del paese. Ma dall’altra parte, nell’altro versante, una grandissima cava di calcare-calce scarnifica la montagna.   Pertanto due versanti contrapposti: uno ancora integro (nella parte bassa il bellissimo paese, e sopra si vede la vegetazione in abbandono); l’altro versante (verso il Grappa) è quello segnato dalla grande cava.

Ed è della parte in abbandono, sopra il paese, in direzione dell’Altopiano di Asiago, che vogliamo qui parlare a proposito di Valstagna: paese che si trova a 160 metri sul livello del mare, e la marginalità interessa le aree impervie, senza strada, sopra i 600 metri. E’ in quelle aree abbandonate che si coltivava il tabacco (dal 1600 in poi) e, per questo, si era messo in opera un vasto piano di sistemazione dei versanti a terrazze (qui vengono chiamati masiere). Il tabacco come eredità economica storica che si era aggiunta al commercio del legname. E il centro urbano di Valstagna era sorto sul fiorire dei commerci del legno e del tabacco. Coltivazione di tabacco che ha avuto il momento di crisi a fine ‘800 (prima era favorita dal monopolio del governo di Venezia). Sotto il governo austriaco cala progressivamente. Dal 1866 in poi, con lo Stato italiano, conviene di più coltivare il tabacco in pianura e non in posti “di versante” (anche se in Valstagna il tabacco era più pregiato, “di montagna”, ma l’era industriale impone la quantità sulla qualità…). Nel corso del ‘900 la coltivazione del tabacco è progressivamente ancora calata: dal 1951 (allora 400 ettari coltivati) al 1971 quasi niente. E rimangono le case abbandonate sviluppate in altezza (i piani alti servivano all’essiccazione del tabacco) con tante finestre per far circolare l’aria; i ricordi del contrabbando assai diffuso, nei tempi in cui, prima della Grande Guerra, poco più in là c’era il confine austriaco…

Il progressivo abbandono della parti alte del paese, del versante, anche con la fine del pascolo, hanno portato al sopravanzare del bosco, all’impossessarsi di rovi, robinie e altre piante infestanti di quelle case che ospitavano i lavoratori del tabacco e facevano da magazzino-essiccatoio. E’ il caso di Postarnia, “borgo – luogo – territorio” pressoché abbandonato nella parte più alta di Valstagna. La non più presenza di persone che “vanno su” per lavorare (coltivare e raccogliere il tabacco), o che abitavano lì (sempre con funzione economiche-agricole), ha fatto mancare quel presidio naturale al mantenimento del luogo stesso: se un sentiero (che spesso fa anche da scolo artificiale dell’acqua) frana poco o tanto, nessuno lo ripristina perché nessuno ci passa quotidianamente (non ne fa uso), e così man mano, all’avanzare del bosco selvaggio segue il degrado e la fine delle opere virtuose dell’uomo (e delle donne, erano loro le vere protagoniste del lavoro e dei manufatti costruiti con la fatica dei mezzi rudimentali), come i terrazzamenti (che consentivano il drenaggio dell’acqua), ma anche i sentieri, gli scoli dell’acqua. (continua…)

Il vertice Fao di Roma fallito: sicurezza alimentare e sicurezza ambientale (fame e clima) che non trovano la strada del cambiamento – la mancanza di un “sano egoismo” dell’Occidente nel sostenere i paesi poveri

Venerdì 20 Novembre 2009

In questa mappa (la fonte è la Fao) vengono illustrati i numeri (in milioni) della popolazione malnutrita mondiale: si può vedere che i dati peggiori appartengono alla regione Asia-Pacifico, seguita dall’Africa sub-sahariana e dall’America Latina

“Jacques Diouf, direttore generale della Fao, ha chiesto 44 miliardi di dollari per la fame (i governi europei ne hanno spesi 3 mila per il sistema bancario in difficoltà…). Anche la lotta alla fame è un interesse strategico. Non si può pensare la fame come un fenomeno che colpisce popolazioni ai margini del consorzio umano.  La grande fame tocca le campagne, arriva nelle grandi periferie urbane, uccide i deboli e i bambini, spopola il mondo agricolo. La sua onda andrà ben al di là dei Paesi in via di sviluppo. Genera instabilità, ulteriore urbanizzazione, immigrazione verso il Nord del mondo. C’ è una complicità tra inefficacia delle azioni e donatori avari, che non sono moralmente in grado di esigere risultati” (Andrea Riccardi, da “il Corriere della Sera” del 17/11 scorso)

Riportiamo qui alcune notizie e riflessione sul fallimento del vertice FAO tenutosi a Roma dal 16 al 18 novembre. Snobbato dai maggiori leader mondiali, che, è chiaro, in un’epoca di crisi economica non vogliono impegnarsi in alcun modo per risollevare le sorti di un miliardo di persone che vivono in condizioni di malnutrizione. Eppure, nel “villaggio globale mondo”, tutto è interconnesso (come ricorsa Andrea Riccardi nello stralcio a un suo articolo che qui sopra riprendiamo). Manca un “sano egoismo” di metter fine alle “morti per fame”; come manca la volontà, e magari una parte di “sacrificio consumistico” per ridurre i nostri sprechi a vantaggio della risoluzione della crisi ambientale sempre più forte del pianeta.

Sviluppare idee e iniziative (culturali, economiche, politiche) sui temi della “sicurezza alimentare” e della “sicurezza ambientale” mondiali, è una necessità non più rimandabile. Il vertice Fao, dicono i più attenti osservatori, non ha solamente deluso per la mancanza di impegni economico-finanziari di sostegno al superamento della fame (20 miliardi di dollari per sostenere lo sviluppo agricolo nei prossimi tre anni erano stati annunciati nel G8 dell’Aquila per i Paesi in via di sviluppo…), ma ancor di più si è rivelato inutile per la mancanza di idee e di un progetto perseguibile per il Sud del Mondo, per la popolazioni in difficoltà. E niente idee, niente proposte e, chiaramente, nessun impegno neanche in termini di tempi, scadenze, per improntare progetti e azioni concrete.

La necessità di un’agricoltura sostenibile (superare le monocolture di sola esportazione); un coordinamento sulla sicurezza alimentare, sul sistema sanitario, sull’acqua per tutti, sulla conservazione ambientale…. la creazioni di strumenti internazionali efficaci… (ora la FAO è inutilmente costosa nel suo mega-apparato; l’ONU è un’istituzione debole…). Il controllo sul prezzo delle materie prime e in particolare delle derrate alimentari…. Tutte operazioni urgenti e preliminari allo sviluppo, affinché tutti possano vivere dignitosamente. La riqualificazione degli enti che operano “per” e “nei” paesi poveri, pare cosa fondamentale (il rilancio della FAO e la sua riorganizzazione con non più sprechi potrebbe, si prospetta, avvenire con una direzione politicamente autorevole: e il nome di Lula, ora presidente brasiliano in scadenza di mandato il prossimo anno, la garantirebbe di certo). (continua…)

Conferenza di Copenaghen a rischio fallimento – l’accordo sul clima, sulla riduzione delle emissioni di gas serra, bloccato dai veti dell’intransigenza cinese e (per Obama) dalla lobby petrolifera americana -Il rischio di un sogno di salvezza dall’inquinamento globale che si sta infrangendo – La mobilitazione (della cultura, della politica, delle associazioni) per salvare Copenaghen

Mercoledì 18 Novembre 2009

le difficoltà della politica di Obama (Barack Obama - Official White House Photo by Pete Souza)

Si sta mettendo male per la conferenza sul clima di Copenaghen che inizierà il prossimo 7 dicembre: la quindicesima conferenza ONU sui Cambiamenti Climatici (COP15), di certo la più importante per numero di partecipanti, Paesi coinvolti, leaders presenti e per senso dell’urgenza e drammaticità che la circonda. Se vi capita di poter fare qualcosa (firmare un appello, partecipare a iniziative di cambiamento della vostra vita in senso meno consumistico, aderire a manifestazioni, coinvolgere associazioni cui siete soci, ect., ebbene, questo è il momento di farlo).

Stati Uniti e Cina (i due paesi producono da soli il 40% di emissioni nell’atmosfera) hanno messo un “alt”, un veto, ad ogni accordo globale, internazionale, migliorativo delle obsolete prescrizioni del trattato di Kyoto.    Il nuovo trattato che si doveva (dovrebbe?) avrebbe dovuto fissare:
- una serie di impegni ambiziosi di riduzione delle emissioni da parte dei paesi sviluppati dell’ordine del 25-40 per cento rispetto al 1990 (anno base per gli accordi di Kyoto) entro il 2020;
- un’azione adeguata da parte dei paesi in via di sviluppo per ridurre la crescita delle loro emissioni, a circa il 15-30 per cento in meno rispetto ai livelli normali al 2020;
- un accordo finanziario per aiutare i paesi in via di sviluppo a mitigare le emissioni e ad adattarsi ai cambiamenti climatici, dell’ordine di 100 miliardi di euro l’anno entro il 2020.

Importante è anche il mettersi in gioco in quest’occasione delle associazioni ambientaliste internazionali (come WWF e Greenpeace), e altre associazione del mondo delle Organizzazioni Non Governative, venendo a produrre un documento (Il “Copenhagen Climate Treaty”) sostenuto con iniziative in varie parti del mondo, che propone ai “Grandi della Terra” una serie di misure efficaci contro la catastrofe ambientale, come:

- I Paesi industrializzati, come gruppo, si impegnino a ridurre le proprie emissioni di gas serra di almeno il 40% entro il 2020, rispetto ai livelli del 1990.

- I Paesi industrializzati, come gruppo, si impegnino a fornire risorse finanziarie addizionali ai Paesi in Via di Sviluppo pari ad almeno 150 miliardi di dollari all’anno (fino al 2020) per supportare la transizione verso un sistema energetico pulito basato su fonti rinnovabili, per fermare la distruzione delle foreste tropicali e per misure di adattamento agli inevitabili impatti del cambiamento climatico.

- I Paesi in Via di Sviluppo si impegnino a ridurre la crescita delle proprie emissioni del 15-30% al 2020 rispetto a uno scenario “business-as-usual”.

- Soluzioni pericolose, come ad esempio l’energia nucleare, non rientrino tra le opzioni finanziabili all’interno del Protocollo di Kyoto per ridurre le emissioni.

- La deforestazione (e le emissioni ad essa associate) sia fermata in tutti i Paesi in Via di Sviluppo al più tardi entro il 2020. L’obiettivo “Deforestazione ZERO” deve essere raggiunto già entro il 2015 in Amazzonia, Congo e Indonesia.

Come vedete l’ambientalismo e le proposte generali previste per una possibile approvazione a Copenaghen non si discostano di molto: a parte il “no” convinto all’energia nucleare e impegni più precisi nell’ambito del blocco della deforestazione da parte degli ambientalisti, il tema politico dominante è lo stesso: da una parte aiutare i paesi poveri, in via di sviluppo, a crescere senza dover inquinare (come hanno invece fatto storicamente i paesi ora ricchi); dall’altra far sì, per i paesi ricchi, che lo sviluppo presente e futuro si basi su energie rinnovabili, sulla drastica riduzione dei sistemi che ora inquinano.

Su tutto questo le sfaccettature dei tanti paesi, delle tante realtà nazionali, che mostrano ancora una volta una condizione di difficoltà ad arrivare a un vero “governo del mondo”, mancando appunto un’autorità in grado di prendere delle decisioni virtuose per tutti, magari rinunciando, i ricchi ad alcune “comodità” inquinanti, e i “poveri” a stabilire il loro sviluppo su basi ecocompatibili (e su questo aspetto crediamo che il rafforzamento dei poteri degli organi internazionali porterebbe a risultati più efficaci). (continua…)