Archivio per la categoria ‘Segnalazioni’

Geoalimentazione – Lo strano caso del “Kebab” – Il cibo etnico tra identità culturali che si incontrano e business multinazionali – Le abitudini dei cittadini del mondo, tra alimentazione carnivora e vegetarianismo (di Luca Piccin)

Giovedì 12 Novembre 2009

Geograficamente_kebab

Il nostro collega geografo, Luca Piccin, che ora vive in Francia, sollecitato da noi a intervenire nel blog, ci ha inviato questi appunti sull’ “etnic food” e la rilevanza dell’alimentazione nei rapporti tra popolazioni e territori.

   Pochi tra noi non sanno cosa sia e per alcuni è un pasto piuttosto ricorrente, specie per gli studenti universitari spesso squattrinati…   All’inizio dell’anno questa pietanza è stata addirittura al centro di polemiche politiche (ahimè!), e perfino il londinese the Times se ne ha parlato (vedi oltre).  In quanto geografi non spetta a noi occuparci di queste faccende, certo è che possiamo conoscere meglio l’oggetto in questione. Che se ne comprenda o meno il significato, porta con sé la carica di esotismo e calore delle terre del sud: kebab, shish kebab, döner kebab… Nomi che arrivano dalle regioni più remote del vecchio mondo mediterraneo ma pure dal global village dei nostri giorni. 

   Oggi il kebab, almeno per alcuni, si inscrive nell’elenco di quello che si definisce etnic food; per altri, al contrario, è il piatto di ogni giorno, come dire il pane quotidiano. Questi “altri” sono le popolazioni del Mediterraneo orientale: turchi, siriani, libanesi… Non è possibile stabilire le sue origini, una data, un luogo ben preciso. Si tratta però, indubbiamente, di origini mediorientali, e più esattamente situabili nella regione del Mediterraneo orientale, la lunga striscia di costa che spesso non viene neppure considerata mediterranea, a partire dall’attuale Turchia settentrionale fino alle sponde meridionali del Mar Rosso. È esattamente l’area che, dal secolo XVI al XX secolo, ha costituito l’Impero Ottomano, con una celebre e fiorente capitale: Istanbul. Come sempre avviene, si scimmiotta il più potente, e insieme a lui le sue tradizioni culinarie. Prima di tutto, però, sarà bene definire la parola kebab. Nel Medio Evo, la parola kebab significava in arabo carne fritta, cotta in olio, ingrediente di un piatto stufato. Letteralmente kebab vuol dire carne tritata cotta alla griglia. E shish kebab è il kebab montato su spiedino (shish). Se la carne è in pezzi e non macinata, il kebab è che’aaf (in pezzi). Quanto alla carne, bisogna precisare che si tratta quasi sempre di carne ovina. I bovini sono stati introdotti solo di recente come allevamento e in cucina, e sono apprezzati per la loro resa e il basso costo. Quella ovina è sempre stata, dunque, la carne di elezione. Se ne fanno grigliate morbide e succulente grazie al suo sapore fine e al suo alto tenore di grasso (caratteristica che la rende un po’ meno pregevole ai giorni nostri).

   La zona più rinomata per i suoi kebab oggi è quella di Aleppo, magnifica città della Siria settentrionale a 40 chilometri dalla frontiera turca, conosciuta come una delle città più fiorenti, ricche e cosmopolite fin dall’antichità. Il kebab lì richiede innanzitutto una carne di buona qualità (preferibilmente proveniente da Hama, regione siriana conosciuta per i suoi rigogliosi pascoli) tritata finemente e condita con sale e pepe nero e dolce. Nient’altro. Le combinazioni della carne trita con verdure, spezie o salse, generano infinite varianti di kebab. Il kebab ourfalli, per esempio, viene servito con pomodori grigliati disposti su di un letto dipies, mistura di prezzemolo, cipolla e sommacco.

   Il kebab batenjann (con melanzana) è uno splendido spiedino nel quale la carne è alternata con pezzi di melanzana. La carne deve essere tritata molto finemente, tanto da diventare una specie di pasta e le si possono incorporare anche pistacchi o pinoli… Oggi l’operazione si realizza utilizzando un tritatutto elettrico, o qualche altro robot da cucina, ma il vero segreto sta nel tritare la carne molto fine senza disperderne il succo.   Ogni buon macellaio dispone infatti di uno spesso ceppo di legno sul quale lavora la carne finemente battendola con un coltello enorme e terrificante, simile a una mezzaluna e come questa munito di due impugnature a forma di palla alle estremità, così da poterlo tenere ben fermo con entrambe le mani. Il macellaio batte con ritmo sostenuto ed energico la carne insieme al resto degli ingredienti, fino a ottenere una pasta liscia e compatta.   Un tempo si poteva riconoscere un buon macellaio dalla musica prodotta dal suo coltello da kebab e dalla profondità dell’incavo sul suo ceppo… 

   Il fatto che le origini del kebab siano impossibili da stabilire quanto a data e luogo di nascita non  significa che in molti non abbiano provato a impadronirsene; le versioni sono numerose. Quella più “sensazionale” vuole che i soldati di Alessandro Magno siano stati i primi a far cuocere la carne in pezzi, infilzata sulle loro spade, sopra un fuoco di legna. La matrice di tale versione deve essere occidentale e dettata dal desiderio di riportare ogni cosa a Cesare o se non altro ai suoi antenati (ammesso che i Greci accettino di essere considerati gli antenati di un Romano!). La versione invece più sciovinista riferisce la stessa storia ai soldati turchi, intorno a fuochi da campo delle prime armate ottomane. Ben anteriori a tutto ciò, si ritrovano in alcuni disegni bizantini i progenitori dello shish kebab, e persino Omero descrive una grigliata su spiedo nella sua Odissea. La vera origine del kebab sarebbe comunque cittadina, in netto contrasto con le tradizioni rurali, delle campagne o dei deserti della regione. Una preparazione delicata e raffinata come il kebab, che utilizza una tecnica elaborata, ingredienti rari e sofisticati come le spezie, che si combinano in così numerose varianti, non può derivare che dalla tradizione culinaria di una grande città, ricca e prospera, che si può permettere un simile cibo. Una città come Istanbul o Aleppo. (continua…)

Dolomiti: Disneyland o Patrimonio dell’umanità? – Montagne di serie A e di serie B: le prime dentro il “nonsense” consumistico, le seconde abbandonate e spesso degradate. La necessaria svolta di una politica di sano sviluppo della montagna

Martedì 10 Novembre 2009
erto vecchia (sotto) e nuova (sopra)

La Valle del Vajont tra le candidate a divenire capitale delle Dolomiti (proposta provocatoria? Forse, ma interessante). Qui nell’immagine, sullo sfondo, veduta di Erto vecchia (sotto) e nuova (sopra). La valle del Vajont si trova all'interno del Parco Regionale delle Dolomiti Friulane ed i paesi di Erto e Casso fanno parte dell’omonimo comune, in provincia di Pordenone. La franosità dei luoghi era ben nota agli antichi abitanti che, purtroppo, nulla poterono di fronte alla massa di 300 milioni di metri cubi che dal monte Toc invase il lago artificiale del Vajont la sera del 9 ottobre 1963. La catastrofe fu immane. I 50 milioni di metri cubi di acqua che si schiantarono contro i fianchi dei monti e più giù verso Longarone causarono in tutto 1917 vittime, di cui, nell’onda, sopra la diga, 347 a Erto e Casso

   Il 26 ottobre scorso a Udine è stato approvato lo Statuto definitivo per la costruzione della Fondazione “Dolomiti Patrimonio dell’Umanità” (il vero nome non è ancora chiaro cosa sarà) con sede legale e fiscale a Belluno, e con sette soci fondatori: le Province di Belluno, Bolzano, Trento, Pordenone e Udine, e le Regioni Veneto e Friuli Venezia Giulia (dell’incontro vi diamo conto di seguito con un articolo ripreso da “il Gazzettino”).  E’ da capire bene quali saranno i compiti del nuovo ente che si sovrappone alle Province e alle Regioni. Le difficoltà non mancano: da sempre ci sono state Dolomiti di serie A (superfinanziate nelle province che godono dello statuto speciale), e province povere, come quella di Belluno, che deve pure sopperire al fatto di essere in una regione, il Veneto, con un territorio assai variegato, e forse con un’attenzione maggiore ad alcune aree del suo territorio e poco nel fare una convinta “politica della montagna” nel Bellunese.

   Che ci sia un “ente superiore”, unico, che si interessa e sovrintende ad un’area così importante e omogenea (pur nelle sue differenziazioni geofisiche) può andar bene, essere utile. Basta che non si trasformi in un ente che brucia soldi solo per il suo finanziamento.

  

erto scorcio

Erto, scorcio

Ma quale sarà la “capitale” dell’area dolomitica?  Sarà a rotazione in luoghi diversi, o in un unico posto?    Le candidature finora sono: Cortina (la favorita), Bolzano, Trento, il Pordoi, Agordo, Bressanone, Belluno, Tolmezzo, Auronzo, Pieve di Cadore, il Vajont. A noi non dispiacerebbe quest’ultimo (il Vajont) perché rappresenta un’area che ha subìto una grande sofferenza, e che ora fa sicuramente parte di quella montagna di serie B, luoghi non rinomati all’attrazione turistica (effettivamente le catene montuose attorno a Cortina possono essere più attraenti…) ma che sarebbero in grado di sviluppare un turismo più intelligente (rispetto a quello di massa e mondano di certe località) e con attività economiche di pregio (sulle biomasse come energia rinnovabile, sull’agricoltura specialistica, sull’artigianato e sui centri di sperimentazione e ricerca ambientale…).

  Invece ora tutto appare poco credibile che possa verificarsi “una svolta” della montagna: il degrado territoriale che accade (a Cancia, pochi chilometri da Cortina, la frana che nel luglio scorso distrugge un borgo e due persone muoiono…); lo sviluppo dell’edilizia delle seconde case e dei mega-centri-vacanze (a Rocca Pietore sotto la Marmolada) (ne abbiamo qui parlato nei mesi  scorsi: http://geograficamente.wordpress.com/2009/02/07/montagna-come-iesolo-%e2%80%93-grand-hotel-marmolada-un-altro-de-profundis-per-un-ghiacciaio-che-non-c%e2%80%99e-quasi-piu/ ).

   Alla base di tutto, per fare una politica della montagna, e in questo caso dell’area dolomitica, serve “un progetto” chiaro di sviluppo e conservazione. Far tornare la montagna luogo di conservazione ambientale, di sviluppo di attività sì di nicchia, ma di grande valore economico, specialistiche e compatibili con l’ambiente (l’artigianato e l’industria dell’occhialeria in Cadore e nell’Agordino…). Riuscire a riportare la produzione agroalimentare, gli allevamenti, l’agricoltura di montagna; recuperare le aree abbandonate per la ripresa del pascolo e attività agrituristiche. Creare una “Università delle Dolomiti” che faccia ricerca su questi luoghi dalle più che variegate composizioni ambientali; che studi gli aspetti naturalistici, la botanica, il paesaggio, la meteorologia… cioè riuscire a fare della montagna (le Dolomiti) non territorio dove la ricerca è “colonizzata” dalle Università di pianura, ma riesca “da sè”, dal suo interno a produrre ed esprimere risorse per la ricerca scientifica… insomma un ritorno ad uno sviluppo virtuoso dell’economia di montagna, della vita e della cultura delle sue popolazioni, tutto questo contrasta con quello che è il processo di adesso: una montagna che si basa su un turismo di massa (per lo più “mordi e fuggi”), con tante aree di abbandono.

   L’apparizione dell’orso nelle Dolomiti: ennesimo “oggetto” di attrazione turistica (e adesso si incomincia pure a parlare del “ritorno del lupo”). Dolomiti disneyland; luna park permanente, a cui si è ridotto la montagna e la sua raffinata cultura del passato, ora addormentata dalla giostra turistica. Sarà in grado la nuova Fondazione di mettere in campo un progetto di sviluppo innovativo affinché la montagna (le Dolomiti), e le sue genti, riacquisti una spinta propulsiva verso una sua autonomia culturale, economica, di sviluppo e valorizzazione intelligente?

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Unesco – Le cinque Province hanno approvato lo statuto della Fondazione

ORA LE DOLOMITI HANNO LA “CARTA”

di Antonella Lanfrit, da “il Gazzettino” del 27/10/2009

UDINE – Le Dolomiti patrimonio dell’umanità camminano speditamente per rendere operativi i propri strumenti di salvaguardia: a Udine è stato licenziato lo Statuto definitivo per la costituzione della Fondazione, (continua…)

Se ne è andato, a 101 anni, Claude Lévi-Strauss, massimo esponente della cultura del ‘900, antropologo del “pensiero selvaggio”, oltre ogni omologazione delle civiltà

Sabato 7 Novembre 2009
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«Alla scala dei millenni, le passioni umane si confondono. Il tempo nulla aggiunge o toglie agli amori e agli odi provati dagli uomini, ai loro accanimenti, alle loro lotte, alle loro speranze: sono gli stessi sempre. Sopprimendo a caso qualche secolo di storia, non si perde nulla di significativo della nostra conoscenza della natura umana. La sola perdita irreparabile sarebbe quella delle opere d’arte che quei secoli avrebbero visto nascere. Perché gli uomini non si differenziano, fino a non esistere neppure, che grazie alle loro opere. Come la statua di legno che partorì un albero, le opere d’arte soltanto ci danno la certezza che nel corso delle epoche qualcosa, tra gli uomini, è realmente accaduto» (Claude Lévi-Strauss)

Quando Antropologia e Geografia sono la stessa cosa.

E’ morto alle soglie dei 101 anni il grande antropologo francese che ha segnato il Novecento mettendo in discussione non solo la centralità della cultura occidentale, ma anche la centralità dell’uomo nel sistema vivente. “Ha assestato un colpo mortale all’umanesimo narcisista, alla convinzione che ci siano culture superiori, più progredite e avanzate di altre. Nessuno come lui negli ultimi 60 anni ha influenzato la filosofia e la storia, la psicologia e la critica letteraria, la semiologia e la sociologia, la storia delle religioni e la psicoanalisi, le arti visive e la musica. Nel suo pensiero, come ha scritto con acume Susan Sontag, c’è qualcosa di virile – l’antropologia come una delle poche professioni intellettuali che non richiedano il sacrificio della virilità, dal momento che esige coraggio, desiderio d’avventura e resistenza fisica – e insieme anche il contrario: il desiderio di raffreddare ciò che è caldo, ovvero l’angoscia che la crescente civilizzazione ha portato negli uomini. Le “società calde”, secondo una definizione che ha fatto scuola, sono quelle moderne, «spinte dai demoni del progresso storico», mentre “fredde” sono quelle primitive: statiche, cristalline, armoniose. L’antropologo è per lui l’uomo che oscilla come un pendolo tra i due sistemi, qualcuno che non può mai sentirsi a casa sua in nessun luogo, e che sarà, psicologicamente parlando, sempre un minorato” (testo in corsivo ripreso da Marco Belpoliti su “la Stampa”).

Se c’è una cosa aborrita dall’etnologo francese è il mondo unico, che cancella le differenze o soggiogandole con efferatezza coloniale, o ignorandole in nome di un antirazzismo falso perché disattento a forme di esclusione che penalizzano non solo le razze ma anche gli stili di vita. Il conformismo globale non è progresso.

Nelle società e nei territori che si vogliono omologati in un tutt’uno planetario (il villaggio-mondo), i modi e le ricerche scientifiche (dei popoli cosiddetti primitivi, ma anche delle nostre comunità occidentali) di Claude Lévi-Strauss, hanno portato uno sconquasso (l’elefante che entra in un negozio di cristalleria). E con una tale autorevolezza di pensiero e “studi sul campo” che nessuno poteva obiettare. Ed è così che il senso primo di Lévi-Strauss è stato quello di dimostrare che il pensiero primitivo, “selvaggio”, non è che “viene prima” temporalmente rispetto a quello che viene considerato il più moderno e riconosciuto “pensiero scientifico” presente nelle società cosiddette ricche… ma i due pensieri sono paralleli l’un l’altro, non sono consenguenziali; ed è per questo che la nostra visione del mondo “univoca” è fortemente inadeguata.

La morte di Lévi-Strauss, avvenuta nella notte fra il 30 ottobre e il 1° novembre (avrebbe compiuto 101 anni il 28 novembre) non segna la fine di un’epoca, al contrario: Lévi-Strauss è infatti uno dei padri più famosi di quella scienza, l’antropologia, di cui sentiamo ora molto la necessità in un mondo peraltro assai confuso. E’ sintomatico in Lévi-Strauss il mettere sempre in rilievo il tema della “diversità”: parlando ad esempio della “proibizione dell’incesto” che è forse il tema che accomuna tutte le società “scientifiche” o “selvagge”, egli dice che non è solo l’importante passaggio “dalla natura alla cultura”, ma è qualcosa di più: il permettere (lo diciamo in un temine usato adesso) le “unioni miste”, di uomini e donne provenienti da società diverse.

In un’epoca di rifiuto della conoscenza geografica, culturale, antropologica che spesso ci accomuna nel (non) confrontarci con “l’immigrato”, Levi-Strauss prospetta la capacità che noi dovremmo avere di condividere con “l’altro” miti, territori, speranze future. Pur viaggiando, nelle nostre menti, in quelle che sono le nostre radici, il nostro mondo culturale.

Lévi-Strauss ha scritto un libro assai famoso, “Tristi tropici”, che è insieme racconto, autobiografia, meditazione e libro di viaggi: un diario di viaggio “suo malgrado” (all’inizio dice di odiare i viaggi e gli esploratori). E “Tristi tropici” vi invitiamo a leggerlo per sondare territori geografici e pensieri di un occidentale (come noi) che, pur conservando la sua identità, decide di mettersi in gioco e guardare analiticamente il mondo. (continua…)

L’Euregio “Trento – Bolzano – nord Tirolo” positivamente avanza: ma perché tutte le altre aree regionali (e istituzionali) italiane non riescono a ridefinirsi in modo geograficamente più virtuoso?

Giovedì 5 Novembre 2009
Tirol-Suedtirol-Trentino

Le tre aree che compongono l' “Euregio Tirolo - Alto Adige – Trentino”

Lo scorso 29 ottobre i 106 consiglieri provinciali di Trentino, Alto Adige e del Tirolo hanno votato (all’unanimità) un progetto di stretta collaborazione fra le tre entità istituzionali sui temi dell’energia, della sanità specialistica e dei trasporti. Che fa vedere, questa decisione, la capacità (politica, culturale) di superare i confini nazionali ed arrivare a costruire concretamente quella che (sembra, dai fatti) sempre più sarà l’ “Euroregio” formata da Trento, Bolzano e il Tirolo austriaco.

E’ sintomatico che, dall’altra, ci si trovi in Italia a doversi confrontare con realtà locali istituzionali (i comuni, le Provincie, le Comunità Montane) che sembrano sempre più non in grado di governare il territorio di loro competenza (a volte con sovrapposizioni tra di loro e con costi altissimi per la collettività).

Noi geografi proprio dalle pagine di questo blog l’anno passato abbiamo formulato proposte di creazione di città di almeno 60.000 abitanti che superassero lo spezzettamento attuale degli 8.100 comuni italiani (avevamo proposto un esempio: riunire i comuni della Marca Trevigiana, che sono 95, in dieci città).

Abbiamo sostenuto l’abolizione delle Provincie, o che perlomeno esse diventassero unico soggetto di erogazione di servizi sovra-comunali ora gestiti da soggetti plurimi, e antieconomici, costosi per il loro mantenimento (Consorzi di acquedotti, rifiuti, del gas, delle fognature, dei trasporti, etc…. ATO, cioè Ambiti Territoriali Omogenei che spesso si sovrappongono agli stessi Consorzi…).

In questa razionalizzazione dei servizi si colloca in modo naturale l’individuazione di aree culturalmente, economicamente, geomorfologicamente omogenee, che superino vecchie strutture (come quelle appena descritte) che creano spesso disparità tra i cittadini. Per fare un esempio, è indubbio che le attuali Aree Metropolitane, in fase di costruzione in Italia, avranno risorse finanziarie maggiori dei comuni di montagna e pedemontani, e di tutti quelli che resteranno fuori dai contesti urbani che invece sono “in progress” in questo momento. E questo porterà (sta già portando) pure una disparità nel “diritto di cittadinanza” fra le persone (nel sistema scolastico, dei trasporti, della sanità…).

La capacità di individuare, in un unico progetto di unificazione europea, realtà territoriali più adatte ed efficienti rispetto ai confini degli stessi Stati nazionali, delle attuali regioni, delle provincie e dei comuni, appare come una necessità virtuosa di essere positivamente disponibili al cambiamento. Come pare stia accadendo nell’Euroregione “Bolzano, Trento e Tirolo”. (continua…)

Luoghi di valore: la terza edizione dell’iniziativa della Fondazione Benetton sui luoghi da non dimenticare nella Marca trevigiana – il ruolo strategico del “segnalatore”

Lunedì 2 Novembre 2009
El moreron della famiglia Tocchetti a Godega Sant'Urbano

"El moreron" (il gelso) della famiglia Tocchetti a Godega Sant'Urbano (da "luoghi di valore" 2009)

“Luoghi di valore” sembra quest’anno voler “dar valore” al ruolo del “segnalatore”  che, appunto, segnala un luogo della propria vita di grande pregio (naturalistico, architettonico, storico..) che fa parte della sua memoria, del suo vissuto e delle sue emozioni. E, meritoriamente, lo segnala (il luogo) alla Fondazione Benetton. Che a sua volta (la Fondazione) documenta, fotografa il luogo (siamo nella Marca trevigiana): come quei frati amanuensi che attorno al mille conservavano e ricopiavano i testi antichi affinché il loro contenuto così importante potesse superare il momento difficile di quel (alto)medioevo buio e anarchico che rischiava di distruggere un vissuto da salvare e che sarebbe servito (ci è servito) per il futuro.

Il segnalatore diventa pertanto anche una persona che “resiste” all’omologazione verso il brutto dei nostri paesaggi, alla scomparsa della memoria dei luoghi, sotto quasi sempre l’incessante azione del proprio piccolo comune, la propria amministrazione comunale (per questo chi nasce in un piccolo comune è spesso fregato), a cui si lascia (irresponsabilmente) gestire il proprio territorio di competenza (ricordiamo che l’urbanistica e l’edilizia privata è potere sovrano dei comuni..). Così il segnalatore diventa figura di chi testimonia l’esistenza della bellezza, sempre più residua dei luoghi della propria vita.

casa di Stefan Zavrel

quella che è stata la casa di Stefan Zavrel a Sarmede (pittore che ha inventato la mostra internazionale della pittura per l'infanzia) (da "luoghi di valore" 2009)

Poi c’è anche il segnalatore che non segnala “gli ultimi luoghi rimasti da conservare assolutamente” (come i monaci amanuensi), ma è un “segnalatore” che segnala le “novità positive”: un giardino pensile al secondo piano di Pediatria infantile all’ospedale di Treviso, perché i bambini possano vivere le cure in ospedale in un contesto più umano (idea grandiosa); un asilo di fabbrica a Ponzano, ipermoderno e aperto al territorio, e dove pure (all’asilo) si coltiva con i nonni l’orto; luoghi-giardini-palazzi recuperati all’antico fasto e adattati a idee nuove per vivere meglio in comunità il presente e il futuro (il Centro famiglie a villa Civran a Castion di Loria). Bello poi che tra chi segnala comincino ad apparire classi primarie e secondarie di scuole, scolari di scuole elementari o studenti di liceo, forse positivamente sollecitati da bravi insegnanti e professori (nel 2009 su 156 segnalazioni di “luoghi di valore”, 64 sono quelle provenienti dal mondo della scuola).

Insomma se non avete niente di meglio da fare (…è un modo di dire…), ma anche se avete qualcosa di meglio, e se non abitate troppo lontano da Treviso, vi invitiamo a visitare la mostra “Luoghi di valore” a Palazzo Bomben (sede della Fondazione Benetton, in Via Cornarotta 7-9, appunto a Treviso, vicinissimo al Duomo (rimarrà aperta fino al 7 febbraio 2010, da martedì a venerdì ore 15-20, sabato e domenica ore 10-20, sempre ad ingresso libero): per altre notizie e orari guardate www.fbsr.it (continua…)

Geofilm – “Lebanon” (Libano) del regista Samuel Maoz: la cultura israeliana che cerca la pace – Lo stato delle cose in Medio Oriente: la difficoltà ad arrivare a due Stati (Israele e Palestina) indipendenti che coesistano pacificamente

Sabato 31 Ottobre 2009

LebanondiSamuelMaoz “Lebanon” del regista israeliano Samuel Maoz è un film (Leone d’Oro a Venezia) imperdibile: sotto il profilo artistico, ma anche in quello politico, storico, di cronaca vissuta “dentro una guerra che pare irrisolvibile ma non lo è”. E’ ambientato durante la guerra in Libano del 1982, e tutto il film in pratica si svolge all’interno di un carro armato israeliano con quattro giovanissimi soldati, spauriti, cui si dà l’incarico di avanzare e fare terra bruciata (e qui nascono tutti i loro dubbi, le loro paure, l’estraneità a quel che li viene chiesto di fare).

Invitandovi a leggere le due esposizioni e critiche del film qui di seguito nei primi due articoli che vi proponiamo, c’è poi da soffermarsi sullo “stato delle cose” del conflitto in Medio Oriente; in particolare se potrà mai avverarsi l’annoso progetto di avere in quell’area due Stati autonomi che non si fanno la guerra ma vivono in pace: Israele e la costituzione di un vero Stato Palestinese. Su questo terreno si sta impegnando molto l’America di Obama, ma i risultati non sembrano venire. Il leader israeliano Netanyahu pare essere ostaggio dell’estrema destra nel suo governo; dall’altra i palestinesi sono al loro interno divisi tra Abu Mazen presidente, ricattato dal gruppo fondamentalista Hamas (che controlla la Striscia di Gaza).

Ma l’elemento interessante che troverete negli articoli che vi proponiamo, è dato dall’impegno della “cultura” israeliana nella ricerca di una pace possibile. Cultura vista su due branchie fondamentali nella nostra epoca: il cinema (e prima di Maoz con il suo Lebanon, c’è stato il bellissimo film animato “Valzer con Bashir” di Ari Folman, e anche “Il giardino dei limoni” di Eran Riklis; e di entrambi abbiamo già parlato in questo blog (Valzer con BashirIl giardino dei limoni ). E, oltre al cinema, “la cultura israeliana” è impegnata a trovare una soluzione di pace con scrittori che hanno raggiunto una fama internazionale, come Abraham Yehoshua (di cui qui vi proponiamo un articolo importante), David Grossman, Amos Oz… Cinema e letteratura di primordine mondiale (registi, scrittori, autori bravi nell’esporre un “esistenzialismo” allo stesso tempo intimo, personale, ma anche dai forti connotati politici) che ha fatto conoscere il dramma mediorientale al mondo, e che prospetta soluzioni possibili per eliminare la sofferenza (verrebbe quasi da dire, paradossalmente, che questi registi e scrittori, rappresentano una guerra vinta non da israeliani e neanche dai palestinesi, ma della possibilità della pace). (continua…)