Archivio per la categoria ‘Segnalazioni’

Copenaghen è Eco-Metropolis. La capitale della Danimarca cerca con i fatti di convincere il mondo a perseguire la riconversione ecologica. E ci siamo tutti a Copenaghen, con le difficoltà a esprimere nuovi modelli di vita (e intanto a metà vertice la situazione resta critica circa un risultato positivo)

Martedì 15 Dicembre 2009

Corteo del 12 dicembre scorso a Copenaghen "pro-Clima" (sullo sfondo Christiansborg Palace)

   Di risultati positivi finora il vertice di Copenaghen sembra averne dati ben pochi. Evidente la separazione tra un’Europa disposta a mettersi in gioco, rispetto alle esigenze dei paesi emergenti (in primis Cina, India e Brasile) che chiedono di “poter inquinare” per perseguire il loro sviluppo. Ma la situazione è meno semplice di quel che appare: anche nei paesi emergenti si comprende che lo sviluppo industriale di “vecchia maniera” ha costi altissimi da sopportare, in termine di salute dei cittadini, di distruzione anche del proprio ambiente.

   La riconversione ecologica è pertanto una “necessità di tutti”. In primis poi di quei paesi poveri o in via di sviluppo, dove le protezioni per la popolazione dall’inquinamento (in termini di tutela della salute, di cibi sani) rischia di essere di più difficile reperibilità rispetto ai paesi ricchi. Insomma l’acqua non inquinata è più fortemente necessaria ai poveri che ai ricchi; se i ricchi sopperiscono comprando acqua in bottiglia, minerale (che i poveri non possono permettersi).

  

famiglie alla manifestazione pro-Clima con le biciclette di Christiania (celebre quartiere hippie di Copenaghen)

Ecologia pertanto come prima necessità di sviluppo dei paesi e delle popolazioni più povere, non come impedimento al loro sviluppo. Comprendiamo che quest’idea di una riconversione ecologica di tutto il pianeta non è un concetto facile, e si scontra pure con modi di vita consolidati (come l’uso nei paesi ricchi di mezzi di trasporto privati, le automobili, che anche i poveri, giustamente, rivendicano… perché a noi sì e a loro no?). E poi su questo terreno (oltre ai “vizi” del vivere dispendioso e consumista di noi occidentali), intervengono pure vecchie lobbies che riciclano un’industrialismo in grave difficoltà nei paesi dov’è nato, si è sviluppato e sta affannosamente arrancando, che potrebbe essere del tutto superato dalla rivoluzione informatica e tecnologica, da modi nuovi, più ecocompatibili di produrre ricchezza.

la critica al Summit nella manifestazione del 12 dicembre

   Insomma, nel darvi qui una breve rassegna stampa dello “stato dell’arte” a metà conferenza a Copenaghen, preme anche dire che a Copenaghen di fatto ci siamo tutti noi (e non solo le rappresentanze politiche (ed economiche con i loro interessi). Un successo del vertice di Copenaghen passa anche per un cambiamento concreto del nostro modello dispendioso di vita (e qui è la parte più difficile del “vertice” di Copenaghen). Ma iniziamo col parlare di questa splendida città, l’Eco-Metropolis capitale di Danimarca.

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NELLA CAPITALE VERDE

Luci soft, bici e mulini a vento: i segreti del modello Copenaghen

di Anais Ginori, da “la Repubblica” del 3/12/2009

COPENAGHEN. Per la famiglia Bang oggi è il giorno degli esami. Katrine, studentessa di 21 anni, suona alla porta di casa che è già buio da molte ore e manca poco alla cena. Casper Bang fa accomodare nella villetta in mattoni rossi del quartiere Bronshoj. La ragazza con la divisa blu comunale entra, apre il taccuino, guarda subito il soffitto. «Lampadina a risparmio energetico?». No, a incandescenza da 40 watt. «Cambiandole tutte – annota Katrine – potrà risparmiare tre quarti del suo consumo elettrico».

   La perlustrazione continua in salone. Quando vede i faretti alogeni, Katrine quasi trasecola. Si consola vedendo che il televisore è un modello Lcd. «Meglio di quelli al plasma ma c’ è il problema dello standby. Un terzo della bolletta della luce proviene da alimentazione elettrica senza consumo». Dopo aver messo a soqquadro l’ intera casa, controllato persino il pomello della doccia e l’ isolamento della cantina, la volontaria del Comune annota percentuali dei vari «inquinatori domestici», poi traduce tutto in emissioni di Co2.

   La famiglia Bang si è candidata ad essere una delle novantamila “Climate Family” di Copenaghen. La capitale danese vuole mostrare al mondo che è possibile vivere ecologicamente «senza rinunciare allo stile di vita moderno». “Hopenaghen”, s’intitola la campagna che da un anno ha preparato la città al vertice sul Clima. (continua…)

GeoEuropa: la crisi sociale ed economica della GRECIA, e la penetrazione nel continente europeo della CINA (che si sta insediando nella Repubblica Ellenica). Il ruolo strategico del MEDITERRANEO per il commercio mondiale

Sabato 12 Dicembre 2009

scontri ad Atene

   Un anno fa nella piccola (e isolata) Islanda, isola-lembo estremo settentrionale d’Europa, è scoppiata una rivolta sociale (mai vista lì) originata dalla crisi finanziaria mondiale partita dal fallimento della “Lehman Brother” statunitense… nella mite (non da un punto di vista climatico) capitale Reykjavik ne son successe di tutti i colori… manifestazioni di piazza, auto rovesciate, fuoco nelle strade e disordini diffusi…. Molti avevano perso le loro ricchezze dalla crisi internazionale, e quel piccolo (e ricco) paese ne è stato investito particolarmente (più di altri) dalla crisi finanziaria (ed economica) mondiale.

   Qualcosa di simile, di peggio, ora sta accadendo in Grecia, culla della civiltà mediterranea, europea (e non solo), paese meno ricco e problematico di altri del nucleo tradizionale europeo, che sembra per ora essersi salvato, dalla crisi sociale, politica e, in primis, economica di questi mesi e anni, per essere nell’Unione Europea, agganciato all’euro e a una politica da Bruxelles di regole ferree di controllo del tasso di inflazione e del debito interno. Ma non basta, non è bastato.

   Disordini ad Atene e in altre città, crisi politica e sociale ed economica, da affrontare per l’appena insediato (da 50 giorni) governo di matrice socialista di George Papandreou (figlio del mitico Andreas ex primo ministro fondatore del Pasok al termine del regime dei colonnelli, e nipote di Geórgios Papandréu, primo premier della Grecia al termine dell’occupazione nazista nel 1944).

   Pertanto vien da pensare che ora i disordini nascono quasi sempre dall’economia in crisi, dal diffondersi di “povertà” più o meno forti: ma così forse è sempre stato, dall’assalto ai forni del ‘600 di manzoniana memoria, alla perdita di bond finanziari che ora permettono per alcuni un livello di vita medio-alta; dalla disoccupazione (e povertà) crescente, alla mancanza di prospettive per il presente e il futuro…

   Una crisi sociale ed economica, un debito pubblico interno, quella della Grecia, che di fatto viene a decretare il fallimento di quel paese: se non ci fosse qualcuno all’esterno che lo sorregge. E qui sta il punto. A salvare la Grecia non basta la timida politica dell’Unione Europea, ma ora ci sta pensando la Cina che, pare, si sta comprando ciò che di meglio il paese ha (in cambio della salvezza dello stesso). E’ la tecnica cinese per “entrare” in determinate aree geografiche: correre in soccorso finanziario per poi posizionarsi all’interno. E’ accaduto col farsi carico del debito statunitense investendo in titoli di stato; poi diversificando i propri investimenti in Africa (fin quasi a colonizzare larghe parti e territori di quel continente); ed ora, grazie alla Grecia che cerca aiuti esterni, entrando in Europa dalla sua porta nobile meridionale.

  
   Se è pur vero che anche l’Europa è presente in Cina, investe e produce in quell’immenso paese, ora c’è una specie di controffensiva cinese verso l’Europa, che parte proprio dalla “porta ellenica”. Ma non è solo questo che interessa al gigante cinese.

   Alla Cina (come agli Stati Uniti) interessa il controllo (o la presenza) del Mediterraneo, a partire proprio da Atene, dal porto del Pireo: il Mediterraneo è e resta il nucleo centrale di tutto il commercio mondiale, e il G2 che ora controlla il mondo (Stati Uniti e Cina) ha bisogno di esserci in quest’area.

   Cerchiamo qui di seguito di spiegarlo prendendo dai giornali proprio notizie su ciò che sta accadendo in Grecia adesso; in particolare poi da un’interessantissima analisi di Lucio Caracciolo (Direttore di LIMES, rivista di geopolitica) sui motivi delle manovre cinesi approfittando della grave crisi greca. Un mondo che si muove e cambia sotto i nostri occhi. Spiace ancora una volta rilevare la “mancanza dell’Europa”, il ruolo subalterno, subordinato e secondario che il frammentato (in stati nazionali piccoli e autarchici) continente europeo ha in questo momento (e, pare, potrà avere per chissà quanto tempo ancora).

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LA GRECIA SULL’ORLO DEL CRAC CON LO SPETTRO DELLA VIOLENZA “MA I CINESI CI SALVERANNO”
di Ettore Livini, da “la Repubblica” del 6/12/2009

Cosco, uno dei colossi di Pechino, ha in concessione per 35 anni il porto del Pireo.
   «La Grecia non è il Dubai, non siamo in bancarotta», assicura il premier George Papandreou. «Camminiamo su un filo, d´accordo, ma le banche estere non hanno niente da temere», gli fa eco il ministro dell´economia George Papakonstantinou. Le rassicurazioni della politica e l´arcobaleno apparso ieri all´alba sul Partenone non devono trarre in inganno. L´orizzonte di Atene è tornato scurissimo.

(continua…)

Il vertice di Copenaghen sul CLIMA al suo debutto: un contesto confuso (paesi ricchi ed emergenti, quelli poveri che sperano) tentando di decidere sul futuro di un’umanità divisa tra miseria e consumismo. Con una “spinta esterna” mediatica, del mondo intero, affinché in Danimarca si decida qualcosa di buono e di concreto

Mercoledì 9 Dicembre 2009

I cambiamenti climatici sono la più grave minaccia alla salute e sopravvivenza dei bambini nel 21esimo secolo (“Save the Children” la più grande organizzazione internazionale indipendente per la difesa e la tutela dei diritti dell’infanzia dal 5 ottobre scorso ha lanciato la campagna EVERY ONE per dire basta alla mortalità infantile) (vedi la campagna di “Save the children” all’interno di questa pagina del blog)

Qualcuno potrebbe ipotizzare che la catastrofe climatica generalizzata, globale (la catastrofe “piccola”, a macchia di leopardo in giro per il mondo, esiste già, con inondazioni, desertificazione, eventi atmosferici dirompenti…) che di qui a qualche decennio potrà esserci, può far inabissare il pianeta in una specie di “mondo oscuro” dove beni primari (comuni a tutti) come l’acqua e l’aria non inquinati, saranno assegnati con una specie di “tessera annonaria” con la quale ciascuno dovrà decidere come impiegare la propria quota d’aria o d’acqua. E questo poi solo nel caso si sia in un contesto di democrazia ed equità (e di peggio potrebbe capitare…).

   Le preoccupazioni che dal vertice in corso di Copenaghen non ci decida niente di buono sono assai probabili. “Da Copenaghen non uscirà un accordo vincolante perché alcuni Paesi non sono ancora pronti, in primo luogo gli Stati Uniti e la Cina”, ha detto il presidente della Commissione Ue José Manuel Barroso. A Copenaghen si punterà quindi, secondo il presidente dell’esecutivo comunitario, a stilare una bozza d’accordo che possa poi diventare un trattato vero e proprio accettabile da tutti i Paesi industrializzati e da quelli in via di sviluppo.

   Lo stesso mondo dell’economia sembra guardare con occhi diversi, con speranze contrastanti, alla possibilità di un accordo. Qui di seguito vi proponiamo un articolo de “il Sole 24ore”, quotidiano di Confindustria, dove si mostra positivamente di sperare ad un accordo virtuoso alla Conferenza in corso: del resto da molto tempo il Sole 24ore dedica molto spazio agli sviluppi dell’economia verde, a tutte quelle attività che si basano su nuovi sistemi produttivi ecocompatibili e basati sulle energie rinnovabili (sembra quasi, leggendolo, che si voglia spronare i propri associati a investire sull’economia ambientale, a crederci di più). Dall’altra, sempre nel mondo economico, esistono ancora delle paure e delle perplessità a “cambiare rotta” (vi proponiamo sempre qui un’intervista de “il Gazzettino” a Aldo Fumagalli, responsabile di Confindustria del progetto “Sviluppo Sostenibile” dove questi mostra perplessità e timori che un accordo di “rispetto del clima” che coinvolga i paesi europei e non altri paesi emergenti (e gli USA) danneggi fortemente la competitività industriale europea. Dubbi forse fondati, ma l’innovazione di un’ “industria pulita” noi pensiamo che alla fine paga, è vincente nella competizione internazionale e nei nuovi modelli di sviluppo che ci aspettano nei prossimi anni.

   Su tutto si percepisce a Copenaghen il silenzio, l’assenza, il “potere debole” dei paesi poveri, per niente “in via di sviluppo” (come si diceva una volta) o “emergenti” (come sono adesso Cina, India, Brasile, Sudafrica).

Il miglioramento del clima interessa loro prima ancora dei paesi ricchi (se i “ricchi” hanno l’acqua inquinata cercano quella in bottigliette minerali; i poveri non hanno manco sta possibilità…). Loro, i paesi poveri (o meglio, potremmo dire, le popolazioni di quei paesi) non hanno voce a Copenaghen. Ed è un “misuratore” del possibile successo di Copenaghen spingere perché in questi giorni si parli il più possibile di “loro” (paesi poveri) e di come costruire un mondo sì meno inquinato, ma anche più equo nelle condizioni sociali.

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CI RESTA POCO TEMPO

In occasione della conferenza che si apre in Danimarca, 56 quotidiani di 45 Paesi pubblicano questo editoriale comune e si appellano ai rappresentanti dei 192 stati presenti

   “Oggi 56 giornali di 45 paesi stanno facendo un passo senza precedenti, quello di parlare con una unica voce in un editoriale comune. Lo facciamo perché l’umanità si trova ad affrontare una grave emergenza.
   Se non ci uniamo per intraprendere delle azioni decisive, il cambiamento climatico devasterà il nostro pianeta e con esso la nostra prosperità e la nostra sicurezza. I pericoli sono diventati sempre più manifesti nel corso dell’ultima generazione. Ora hanno cominciato a parlare i fatti: 11 degli ultimi 14 anni sono stati i più caldi mai registrati, (continua…)

CLIMA: inquinamento, energia, sviluppo, pace e nuovi modelli di vita: la conferenza di Copenaghen passa per un mondo troppo diseguale (ma il treno del cambiamento, e del business verde, è partito: difficile, per fortuna, scendere ora)

Domenica 6 Dicembre 2009

smog a Pechino

Tra i momenti di ottimismo (pochi), e le previsioni più pessimistiche sui risultati che porterà il vertice di Copenaghen che si apre lunedì 7 dicembre (durerà due settimane, fino al 18), quel che si capisce (e si può prevedere accadrà) è che ognuno farà a suo modo: garantirà impegni e farà promesse. In un mondo diviso per nazioni nelle quali ognuno ha esigenze diverse: i ricchi (Usa ed Europa) di rilanciare il loro sviluppo anche pensando alla crisi ambientale, i paesi emergenti (Cina, India, Brasile…) non impedendo la crescita vertiginosa delle loro economie (ma anche loro, e di più, con problemi ambientali non indifferenti… pensiamo alla cappa di smog che sempre più avvolge le città asiatiche…); i paesi poveri, in cerca di risorse per una possibilità di ricchezza (purtroppo pronti molto spesso, o necessitati, a svendere il loro ambiente). Quest’ultimi (cioè i paesi poveri) sembrano prospettare una linea politica (di proposta) di ridurre il 50% delle emissioni di CO2 in proprio (cioè facendosene carico direttamente), e il 50% a carico dei paesi ricchi che dovrebbero finanziare uno sviluppo ecocompatibile. Difficile ahinoi che ottengano granché (visti gli egoismi e i guai finanziari ed economici dei ricchi).

Una proposta che potrà essere alla base di Copenaghen (un obiettivo da perseguire) è che entro il 2050 si eviti (si contenga) l’aumento previsto di 2 gradi di temperatura della biosfera: sarebbe una catastrofe climatica (coste, isole che sparirebbero dall’innalzarsi del mari, una desertificazione diffusa…). Ridurre pertanto le emissioni inquinanti perché questo non accada. La parola chiave più usata nel dibattito in corso è EFFICIENZA ENERGETICA, con l’incremento di risorse energetiche locali (cioè diffuse sui territori) ed ecocompatibili (energie rinnovabili non inquinanti).

Un ruolo importante, strategico, nel far fallire o ottenere risultati utili al vertice di Copenaghen passerà in ogni caso per quel che decideranno i grandi paesi emergenti (veri protagonisti in Danimarca): Cina, India e Brasile. Si impegnerà concretamente la Cina a riconvertire la sua produzione energetica basata su centrali a carbone che, peraltro, sta compromettendo la salute di tanta parte delle masse metropolitane dei suoi cittadini?     E come far capire a Lula, presidente del Brasile, che la politica di sviluppo dei biocarburanti (appunto per la produzione energetica) a danno della foresta amazzonica è un guaio non solo per l’intero pianeta ma, appunto, visto che in quel pianeta c’è pure il Brasile, anche per la sua politica energetica? (Lula vorrà sicuramente soldi dai paesi ricchi per salvaguardare l’Amazzonia…).    E l’India, la più scettica a impegnarsi in qualcosa di nuovo nello sviluppo energetico, si adeguerà agli altri se nascerà una proposta comune di riduzione fattiva della CO2?    Su questo sta pure il ruolo degli USA di Obama, e del tentativo di quest’ultimo di convincere le lobbies interne del petrolio a recedere (un po’) dai loro interessi; e il ruolo dell’Europa, in questo caso la più disponibile a una svolta verso la riduzione delle emissioni inquinanti. E gli altri (i paesi poveri e “non emergenti”) che stanno a guardare e a sperare in un qualcosa per loro di utile…

Nepal, appello per il clima. Il governo sale sull’Everest - Sabato 5 Dicembre 2009, Alcuni hanno avuto bisogno delle maschere d'ossigeno, ma non si sono fermati: il premier nepalese ed i 22 ministri del governo hanno tenuto la riunione di consiglio più "alta" della storia. Un altro messaggio sui rischi del riscaldamento del globo dopo il meeting in fondo all’oceano proposto dal governo delle Maldive, l’arcipelago che rischia di venire sommerso. Ai 5.242 di quota, accompagnati da sherpa e medici, ci sono arrivati in elicottero: poi venti minuti di riunione nel colle del Kala Pattar (ottima vista della montagna più alta del mondo) per lanciare il "manifesto dell'Everest": dieci punti che saranno presentati alla conferenza sul clima di Copenaghen. Guidati dal premier Madhav Kumar Nepal, reduce da una grave forma influenzale, i ministri nepalesi hanno ricordato che dalle loro montagne dipende la vita di 1,3 miliardi persone. È dai ghiacciai dell'Himalaya che nascono i dieci principali fiumi dell'Asia.(da “Il Gazzettino” 5/12/2009)

Pertanto, pare di capire dai possibili risultati della Conferenza, ci saranno impegni non da virtuoso “governo mondiale” (che sembra non ci sia proprio, il governo del mondo, attorniato com’è da lobbies finanziarie ed economiche poco propense al cambiamento) ma ogni singola nazione, ogni singolo stato (specie i più importanti, i “ricchi” e gli “emergenti”) che “lancia proposte” e impegni individuali nel tavolo dove si gioca il futuro del pianeta. Perché, quel che si capisce, il CLIMA è legato alla necessità di un governo mondiale, pertanto alla pace e allo sviluppo, a un mondo dove tutti possano vivere il più possibile serenamente.

E l’Italia?  gli impegni del protocollo di Kyoto non li ha rispettati: dal 1995 al 2012 doveva ridurre del 6,5 per cento le emissioni in atmosfera. Invece c’è un aumento della CO2 del 10 per cento (una forbice da colmare del 16,5 per cento…). E l’Italia è pure il paese dove ci sono più automobili di ogni altro paese al mondo (un veicolo ogni abitante e mezzo). Comunque (e qui sta il dato strano) con i veicoli più efficienti energeticamente (non solo nelle auto nuove ma in tutto il parco circolante di veicoli). L’Italia è a un bivio: se credere nello sviluppo ancor più massiccio di fonti energetiche alternative, o se adagiarsi nella futuribile speranza (fra quanti anni sarà?) dell’utilizzo del nucleare (che a nostro avviso sarebbe un passo indietro, un “non sviluppo”).

Investire sugli effetti positivi di efficienza energetica dati da tecnologie raffinate, semplici e non inquinanti (le biomasse, l’eolico, il solare, le minicentrali diffuse idroelettriche…), con l’autoproduzione energetica degli edifici e delle attività economiche; concentrarsi su politiche di risparmio e non spreco (pensiamo al trasporto a lunga distanza dell’energia con megaelettrodotti, dove si perdono quantità di energia che possono arrivare al 50 per cento di quanto immesso in rete…). Un’ ”intensità energetica” (consumo di energia per unità di prodotto interno lordo) più efficiente, investendo sugli effetti positivi, sull’efficienza energetica, con benefici sia sulla bolletta di ciascun utente, che su quella del paese intero e, appunto in primis, sul CLIMA. Per questo, nonostante le previsioni assai pessimistiche sui risultati del vertice di Copenaghen, si può credere, pensare, che il “treno in corsa del cambiamento” non si possa fermare. (continua…)

Europa SOS Razzismo – Il primo dicembre è entrato in vigore il Trattato di Lisbona: non negli Stati Uniti d’Europa ma in un’Europa divisa in (piccole) patrie, tra chiusure e razzismi espressi o incombenti, dove i destini del mondo si decidono altrove

Giovedì 3 Dicembre 2009

Mario Ballotelli, giovane calciatore assai bullo e forse antipatico, ma non per questo dev’essere vittima di continui episodi di razzismo (sintomatici di malessere sociale)…… “Ciò che non gli viene perdonato è di non essere uno dei tanti campioni di colore che arrivano, aiutano a vincere e se ne vanno. Balotelli è nero ma parla bresciano ed è italiano, rivendica la sua identità italiana. E’ il simbolo del passaggio dall’Italia di ieri a quella di domani. E’ questo che manda in corto circuito i razzisti.” (GianAntonio Stella, il Corriere della Sera… vedi tutto l’articolo in seconda pagina)

L’Europa che rafforza da questo dicembre le sue istituzioni, con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, è un’Europa confusa: che comprende la necessità di essere unita con politiche “uniche” (sui problemi internazionali, sull’economia, sull’ambiente…), ma prevalgono le “piccole patrie” e gli individualismi di ciascuna nazione. Sul tema dell’immigrazione manca una politica di sviluppo dei paesi poveri (buona parte dell’Africa se la stanno comprando i cinesi…) e ci si muove solo con respingimenti a volte crudeli (lasciando al loro destino naufraghi, o nella mani di un paese che non riconosce le regole del diritto internazionale, come la Libia).

Un’Europa dove episodi di razzismo, di xenofobia si moltiplicano (ma questo accade quando non c’è una prospettiva chiara, un progetto futuro innovativo pur saldamente basato su quei principi di “libertà, uguaglianza, fraternità” sorti proprio in Europa dalla rivoluzione francese).  Diamo qui conto di questa nuova stagione che si apre nei suoi effetti contrastanti, tra il positivo e il negativo (il trattato di Lisbona che rinsalda le istituzioni europee, ma il diffondersi del razzismo e delle chiusure a volte xenofobe nei confronti degli immigrati, dei poveri, o di chi ha la pelle nera… la voglia di aprire un’altra era sul tema ambientale –l’Europa spinge perché si ottengano risultati positivi dall’imminente Conferenza di Copenaghen- e la totale assenza di una politica estera unitaria sui grandi problemi del mondo – è da sperare nella nuova figura di Ministro degli Esteri, la baronessa inglese Ashton a cui è affidato il duro compito di creare una politica internazionale europea-).

No della Svizzera ai minareti

E l’episodio del referendum svizzero, che ha bocciato la possibile costruzione di minareti nel suo territorio, imbarazza e crea preoccupazione nelle forze europee: si teme una catena di episodi, manifestazioni, petizioni, referendum che vengano a copiare quanto è accaduto in Svizzera.

Su tutto questo (il pessimismo della ragione…) predomina la speranza che il pur lento processo di unificazione europea riesca a tirar fuori le grandi risorse (umane, democratiche, di intelligenze, di solidarietà…) di cui è ancor vivo il suolo europeo (l’ottimismo della volontà…). (continua…)

Geolibri – “Leggere il tempo nello spazio” di Karl Schlogel – quando la geografia si pone l’obiettivo di salvare il mondo

Venerdì 27 Novembre 2009

Il mercato centrale di Sarajevo. Luogo di armonia e incontro, tra il convivere di chiese cristiane, moschee, sinagoghe. E il 5 febbraio 1994, qui i cecchini filo-serbi che sparavano dalle colline sulla popolazione inerme (che qui cercava di procurarsi pane e poche possibili vettovaglie), hanno colpito con vari proiettili di artiglieria questo mercato, con 68 morti e oltre 200 feriti tra la popolazione bosniaco musulmana

La bellezza dell’Europa. L’Europa non è stata soltanto l’area della terra bruciata e dello sterminio degli ebrei, bensì anche un continente di incredibile varietà e di inimmaginabile ricchezza. La potente ispirazione a creare la nuova Europa non è affatto possibile senza l’ispirazione della sua ricchezza e della sua bellezza. L’Europa nasce prima di tutto non per paura a come reazione a una minaccia, bensì perché è qualcosa, rappresenta qualcosa. Non sono soltanto la sua letteratura in molte lingue, i suoi idiomi e la sua arte, ma anche e in particolare il suo paesaggio e le città che vi sorgono. Da tali paesaggi trapela tuttora che sono stati paesaggi plurietnici e che ancora lo sono in elementi spuri, che sono il risultato di complicate ibridazioni e situazioni conflittuali che si danno soltanto in queste forme, che rappresentano microcosmi culturali, ancora presenti con tale vivezza di colori soltanto nelle città del Nuovo mondo. Non è facile parlare sinteticamente di Vienna e Trieste, della Bucarest dell’architettura moderna, della Praga di Carlo IV, della Mosca di Fedor Sehtel, della San Pietroburgo di Sergej Djagilev e della Cracovia della cosiddetta età dell’oro senza scivolare nel kitsch e nella nostalgia. Ma anche senza scadere nell’idealizzazione romantica, occorre insistere sulla ricchezza dell’Europa prima della sua violenta disibridazione e della pulizia etnica per trovare un punto fermo su ciò che l’Europa può riuscire a fare. Non riguarda soltanto le grandi metropoli cosmopolite, ma anche i centri delle province europee. Come si può essere europei senza mai essere stati a Riga? Come si può parlare della ricchezza dell’Europa senza pensare ad Odessa? Non bisogna aver sentito nominare almeno una volta Gran Varadino o aver letto qualcosa su Salonicco? Si può essere per l’Europa in coscienza e pienamente convinti soltanto quando si sa qualcosa della sua ricchezza e della sua bellezza. (da “LEGGERE IL TEMPO NELLO SPAZIO – saggi di storia e geopolitica”, di Karl Schlogel, ed. “Bruno Mondadori”, 24 euro).

Karl Schlögel è uno dei massimi storici tedeschi. Insegna Storia dell’Europa dell’Est a Francoforte sull’Oder presso l’Europa-Universität Viadrina. In questo libro, che qui vi proponiamo, si propone di mostrare che lo spazio è una dimensione essenziale della Storia, in cui l’uomo lascia i suoi innumerevoli «geroglifici». Schlogel cerca di mostrare continuamente (in questo scritto che è un saggio di storia e geopolitica, ma anche in altri scritti, mai pubblicati in Italia, e nei suoi articoli su giornali: ve ne abbiamo proposto uno tempo fa su questo blog: http://geograficamente.wordpress.com/2009/03/30/viaggio-senza-meta-in-uneuropa-finalmente-unita-nonostante-tutto/ ), cerca di individuare la bellezza storica, delle origini, dell’Europa, malgrado tutto, oltre gli orrori delle guerre mondiali del ‘900 (scatenate da paesi europei), oltre lo sterminio nazista degli ebrei e altre minoranze; oltre la recente terribile guerra civile e “pulizia etnica” balcanica.

Il luogo dove è accaduto qualcosa diventa significativo di una storia, di un percorso, spesso doloroso. Nei vari capitoli (ognuno a sè, ma tutti col filo conduttore dell’importanza che viene ad assumere il “luogo”) si parla di Berlino e del muro che la divideva; di Sarajevo sotto il tiro dei cecchini serbi nella prima metà degli anni ’90, vista attraverso una vecchia carta di quelli anni; si parla appunto della tragedia della deportazione nazista, attraverso gli orari ferroviari dei convogli del Reich (terribile). Oggetti, carte, strade, città, quartieri, posti di “normalità” che sono stati palcoscenici di vicende molto spesso assai dolorose.

Schlogel si concentra molto sulla necessità di leggere le carte, cioè sull’importanza della cartografia, come forma di rappresentazione dello spazio. E se uno spazio è sì NATURA, poi ARTIFICIO UMANO (l’uomo che lo ha cambiato in qualche modo), ma poi che è anche ACCADIMENTO (cioè ciò che è accaduto e sta accadendo in quel luogo), l’autore sembra voler dire che dobbiamo avere la capacità di “leggere” il luogo che viviamo, o percorriamo, o attraversiamo, e che siamo lì più o meno per caso. Lo dobbiamo vedere, quel luogo, con quello che c’è stato in passato, quel che è oggi e quel che possiamo immaginare potrà essere in futuro: nel bene o nel male, ma il pensiero geografico cerca di simulare sempre la necessità che un luogo sia sempre migliore in futuro di quel che è oggi o è stato in passato, negli accadimenti umani e nel suo essere paesaggio.

Il libro ci sprona ad analizzare un orizzonte storico nuovo, la necessità di studiare la storia nei suoi documenti materiali e spaziali. Ci ricorda come non sia necessario consumare le scale di un Archivio di Stato per sorprendere il passato e vagheggiare altre dimensioni. Possono bastare alcune tracce di un tempo addormentato. Basta saperle leggere queste tracce per scoprire cosa può essere successo in un frammento di passato che ci ha fatti diventare quali adesso siamo. Basta lo scontrino di un caffè come documento storico. Bastano i biglietti del metrò, possono essere interessanti come la vita di una persona. Come gli edifici che ci parlano di ieri e raccontano di noi (Giuseppe Marcenaro).
Il fascino di queste pagine di Schlögel sta nella sua scrittura. Più di un saggio storico o estetico, si tratta di un’opera letteraria tout-court, senza bisogno di altre etichette e qualificazioni accademiche. Tutto questo lo si intende bene nella bellissima recensione di Giuseppe Marcenaro, scritta per “La Stampa Tuttolibri” del 17 ottobre 2009. E qui ve la proponiamo. Poi, di seguito tentiamo di approfondire il discorso dei luoghi, e dell’importanza della lettura geografica di essi, attraverso un articolo apparso su “il Sole 24ore”, sull’anniversario della caduta del muro, di Robert Kaplan, dal titolo “La rivincita della geografia”. (continua…)