
le difficoltà della politica di Obama (Barack Obama - Official White House Photo by Pete Souza)
Si sta mettendo male per la conferenza sul clima di Copenaghen che inizierà il prossimo 7 dicembre: la quindicesima conferenza ONU sui Cambiamenti Climatici (COP15), di certo la più importante per numero di partecipanti, Paesi coinvolti, leaders presenti e per senso dell’urgenza e drammaticità che la circonda. Se vi capita di poter fare qualcosa (firmare un appello, partecipare a iniziative di cambiamento della vostra vita in senso meno consumistico, aderire a manifestazioni, coinvolgere associazioni cui siete soci, ect., ebbene, questo è il momento di farlo).
Stati Uniti e Cina (i due paesi producono da soli il 40% di emissioni nell’atmosfera) hanno messo un “alt”, un veto, ad ogni accordo globale, internazionale, migliorativo delle obsolete prescrizioni del trattato di Kyoto. Il nuovo trattato che si doveva (dovrebbe?) avrebbe dovuto fissare:
- una serie di impegni ambiziosi di riduzione delle emissioni da parte dei paesi sviluppati dell’ordine del 25-40 per cento rispetto al 1990 (anno base per gli accordi di Kyoto) entro il 2020;
- un’azione adeguata da parte dei paesi in via di sviluppo per ridurre la crescita delle loro emissioni, a circa il 15-30 per cento in meno rispetto ai livelli normali al 2020;
- un accordo finanziario per aiutare i paesi in via di sviluppo a mitigare le emissioni e ad adattarsi ai cambiamenti climatici, dell’ordine di 100 miliardi di euro l’anno entro il 2020.
Importante è anche il mettersi in gioco in quest’occasione delle associazioni ambientaliste internazionali (come WWF e Greenpeace), e altre associazione del mondo delle Organizzazioni Non Governative, venendo a produrre un documento (Il “Copenhagen Climate Treaty”) sostenuto con iniziative in varie parti del mondo, che propone ai “Grandi della Terra” una serie di misure efficaci contro la catastrofe ambientale, come:
- I Paesi industrializzati, come gruppo, si impegnino a ridurre le proprie emissioni di gas serra di almeno il 40% entro il 2020, rispetto ai livelli del 1990.
- I Paesi industrializzati, come gruppo, si impegnino a fornire risorse finanziarie addizionali ai Paesi in Via di Sviluppo pari ad almeno 150 miliardi di dollari all’anno (fino al 2020) per supportare la transizione verso un sistema energetico pulito basato su fonti rinnovabili, per fermare la distruzione delle foreste tropicali e per misure di adattamento agli inevitabili impatti del cambiamento climatico.
- I Paesi in Via di Sviluppo si impegnino a ridurre la crescita delle proprie emissioni del 15-30% al 2020 rispetto a uno scenario “business-as-usual”.
- Soluzioni pericolose, come ad esempio l’energia nucleare, non rientrino tra le opzioni finanziabili all’interno del Protocollo di Kyoto per ridurre le emissioni.
- La deforestazione (e le emissioni ad essa associate) sia fermata in tutti i Paesi in Via di Sviluppo al più tardi entro il 2020. L’obiettivo “Deforestazione ZERO” deve essere raggiunto già entro il 2015 in Amazzonia, Congo e Indonesia.
Come vedete l’ambientalismo e le proposte generali previste per una possibile approvazione a Copenaghen non si discostano di molto: a parte il “no” convinto all’energia nucleare e impegni più precisi nell’ambito del blocco della deforestazione da parte degli ambientalisti, il tema politico dominante è lo stesso: da una parte aiutare i paesi poveri, in via di sviluppo, a crescere senza dover inquinare (come hanno invece fatto storicamente i paesi ora ricchi); dall’altra far sì, per i paesi ricchi, che lo sviluppo presente e futuro si basi su energie rinnovabili, sulla drastica riduzione dei sistemi che ora inquinano.
Su tutto questo le sfaccettature dei tanti paesi, delle tante realtà nazionali, che mostrano ancora una volta una condizione di difficoltà ad arrivare a un vero “governo del mondo”, mancando appunto un’autorità in grado di prendere delle decisioni virtuose per tutti, magari rinunciando, i ricchi ad alcune “comodità” inquinanti, e i “poveri” a stabilire il loro sviluppo su basi ecocompatibili (e su questo aspetto crediamo che il rafforzamento dei poteri degli organi internazionali porterebbe a risultati più efficaci). (continua…)








