
Il mercato centrale di Sarajevo. Luogo di armonia e incontro, tra il convivere di chiese cristiane, moschee, sinagoghe. E il 5 febbraio 1994, qui i cecchini filo-serbi che sparavano dalle colline sulla popolazione inerme (che qui cercava di procurarsi pane e poche possibili vettovaglie), hanno colpito con vari proiettili di artiglieria questo mercato, con 68 morti e oltre 200 feriti tra la popolazione bosniaco musulmana
La bellezza dell’Europa. L’Europa non è stata soltanto l’area della terra bruciata e dello sterminio degli ebrei, bensì anche un continente di incredibile varietà e di inimmaginabile ricchezza. La potente ispirazione a creare la nuova Europa non è affatto possibile senza l’ispirazione della sua ricchezza e della sua bellezza. L’Europa nasce prima di tutto non per paura a come reazione a una minaccia, bensì perché è qualcosa, rappresenta qualcosa. Non sono soltanto la sua letteratura in molte lingue, i suoi idiomi e la sua arte, ma anche e in particolare il suo paesaggio e le città che vi sorgono. Da tali paesaggi trapela tuttora che sono stati paesaggi plurietnici e che ancora lo sono in elementi spuri, che sono il risultato di complicate ibridazioni e situazioni conflittuali che si danno soltanto in queste forme, che rappresentano microcosmi culturali, ancora presenti con tale vivezza di colori soltanto nelle città del Nuovo mondo. Non è facile parlare sinteticamente di Vienna e Trieste, della Bucarest dell’architettura moderna, della Praga di Carlo IV, della Mosca di Fedor Sehtel, della San Pietroburgo di Sergej Djagilev e della Cracovia della cosiddetta età dell’oro senza scivolare nel kitsch e nella nostalgia. Ma anche senza scadere nell’idealizzazione romantica, occorre insistere sulla ricchezza dell’Europa prima della sua violenta disibridazione e della pulizia etnica per trovare un punto fermo su ciò che l’Europa può riuscire a fare. Non riguarda soltanto le grandi metropoli cosmopolite, ma anche i centri delle province europee. Come si può essere europei senza mai essere stati a Riga? Come si può parlare della ricchezza dell’Europa senza pensare ad Odessa? Non bisogna aver sentito nominare almeno una volta Gran Varadino o aver letto qualcosa su Salonicco? Si può essere per l’Europa in coscienza e pienamente convinti soltanto quando si sa qualcosa della sua ricchezza e della sua bellezza. (da “LEGGERE IL TEMPO NELLO SPAZIO – saggi di storia e geopolitica”, di Karl Schlogel, ed. “Bruno Mondadori”, 24 euro).
Karl Schlögel è uno dei massimi storici tedeschi. Insegna Storia dell’Europa dell’Est a Francoforte sull’Oder presso l’Europa-Universität Viadrina. In questo libro, che qui vi proponiamo, si propone di mostrare che lo spazio è una dimensione essenziale della Storia, in cui l’uomo lascia i suoi innumerevoli «geroglifici». Schlogel cerca di mostrare continuamente (in questo scritto che è un saggio di storia e geopolitica, ma anche in altri scritti, mai pubblicati in Italia, e nei suoi articoli su giornali: ve ne abbiamo proposto uno tempo fa su questo blog: http://geograficamente.wordpress.com/2009/03/30/viaggio-senza-meta-in-uneuropa-finalmente-unita-nonostante-tutto/ ), cerca di individuare la bellezza storica, delle origini, dell’Europa, malgrado tutto, oltre gli orrori delle guerre mondiali del ‘900 (scatenate da paesi europei), oltre lo sterminio nazista degli ebrei e altre minoranze; oltre la recente terribile guerra civile e “pulizia etnica” balcanica.
Il luogo dove è accaduto qualcosa diventa significativo di una storia, di un percorso, spesso doloroso. Nei vari capitoli (ognuno a sè, ma tutti col filo conduttore dell’importanza che viene ad assumere il “luogo”) si parla di Berlino e del muro che la divideva; di Sarajevo sotto il tiro dei cecchini serbi nella prima metà degli anni ’90, vista attraverso una vecchia carta di quelli anni; si parla appunto della tragedia della deportazione nazista, attraverso gli orari ferroviari dei convogli del Reich (terribile). Oggetti, carte, strade, città, quartieri, posti di “normalità” che sono stati palcoscenici di vicende molto spesso assai dolorose.
Schlogel si concentra molto sulla necessità di leggere le carte, cioè sull’importanza della cartografia, come forma di rappresentazione dello spazio. E se uno spazio è sì NATURA, poi ARTIFICIO UMANO (l’uomo che lo ha cambiato in qualche modo), ma poi che è anche ACCADIMENTO (cioè ciò che è accaduto e sta accadendo in quel luogo), l’autore sembra voler dire che dobbiamo avere la capacità di “leggere” il luogo che viviamo, o percorriamo, o attraversiamo, e che siamo lì più o meno per caso. Lo dobbiamo vedere, quel luogo, con quello che c’è stato in passato, quel che è oggi e quel che possiamo immaginare potrà essere in futuro: nel bene o nel male, ma il pensiero geografico cerca di simulare sempre la necessità che un luogo sia sempre migliore in futuro di quel che è oggi o è stato in passato, negli accadimenti umani e nel suo essere paesaggio.
Il libro ci sprona ad analizzare un orizzonte storico nuovo, la necessità di studiare la storia nei suoi documenti materiali e spaziali. Ci ricorda come non sia necessario consumare le scale di un Archivio di Stato per sorprendere il passato e vagheggiare altre dimensioni. Possono bastare alcune tracce di un tempo addormentato. Basta saperle leggere queste tracce per scoprire cosa può essere successo in un frammento di passato che ci ha fatti diventare quali adesso siamo. Basta lo scontrino di un caffè come documento storico. Bastano i biglietti del metrò, possono essere interessanti come la vita di una persona. Come gli edifici che ci parlano di ieri e raccontano di noi (Giuseppe Marcenaro).
Il fascino di queste pagine di Schlögel sta nella sua scrittura. Più di un saggio storico o estetico, si tratta di un’opera letteraria tout-court, senza bisogno di altre etichette e qualificazioni accademiche. Tutto questo lo si intende bene nella bellissima recensione di Giuseppe Marcenaro, scritta per “La Stampa Tuttolibri” del 17 ottobre 2009. E qui ve la proponiamo. Poi, di seguito tentiamo di approfondire il discorso dei luoghi, e dell’importanza della lettura geografica di essi, attraverso un articolo apparso su “il Sole 24ore”, sull’anniversario della caduta del muro, di Robert Kaplan, dal titolo “La rivincita della geografia”. (continua…)






