Archivio per la categoria ‘Libri geografici’

Se ne è andato, a 101 anni, Claude Lévi-Strauss, massimo esponente della cultura del ‘900, antropologo del “pensiero selvaggio”, oltre ogni omologazione delle civiltà

Sabato 7 Novembre 2009
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«Alla scala dei millenni, le passioni umane si confondono. Il tempo nulla aggiunge o toglie agli amori e agli odi provati dagli uomini, ai loro accanimenti, alle loro lotte, alle loro speranze: sono gli stessi sempre. Sopprimendo a caso qualche secolo di storia, non si perde nulla di significativo della nostra conoscenza della natura umana. La sola perdita irreparabile sarebbe quella delle opere d’arte che quei secoli avrebbero visto nascere. Perché gli uomini non si differenziano, fino a non esistere neppure, che grazie alle loro opere. Come la statua di legno che partorì un albero, le opere d’arte soltanto ci danno la certezza che nel corso delle epoche qualcosa, tra gli uomini, è realmente accaduto» (Claude Lévi-Strauss)

Quando Antropologia e Geografia sono la stessa cosa.

E’ morto alle soglie dei 101 anni il grande antropologo francese che ha segnato il Novecento mettendo in discussione non solo la centralità della cultura occidentale, ma anche la centralità dell’uomo nel sistema vivente. “Ha assestato un colpo mortale all’umanesimo narcisista, alla convinzione che ci siano culture superiori, più progredite e avanzate di altre. Nessuno come lui negli ultimi 60 anni ha influenzato la filosofia e la storia, la psicologia e la critica letteraria, la semiologia e la sociologia, la storia delle religioni e la psicoanalisi, le arti visive e la musica. Nel suo pensiero, come ha scritto con acume Susan Sontag, c’è qualcosa di virile – l’antropologia come una delle poche professioni intellettuali che non richiedano il sacrificio della virilità, dal momento che esige coraggio, desiderio d’avventura e resistenza fisica – e insieme anche il contrario: il desiderio di raffreddare ciò che è caldo, ovvero l’angoscia che la crescente civilizzazione ha portato negli uomini. Le “società calde”, secondo una definizione che ha fatto scuola, sono quelle moderne, «spinte dai demoni del progresso storico», mentre “fredde” sono quelle primitive: statiche, cristalline, armoniose. L’antropologo è per lui l’uomo che oscilla come un pendolo tra i due sistemi, qualcuno che non può mai sentirsi a casa sua in nessun luogo, e che sarà, psicologicamente parlando, sempre un minorato” (testo in corsivo ripreso da Marco Belpoliti su “la Stampa”).

Se c’è una cosa aborrita dall’etnologo francese è il mondo unico, che cancella le differenze o soggiogandole con efferatezza coloniale, o ignorandole in nome di un antirazzismo falso perché disattento a forme di esclusione che penalizzano non solo le razze ma anche gli stili di vita. Il conformismo globale non è progresso.

Nelle società e nei territori che si vogliono omologati in un tutt’uno planetario (il villaggio-mondo), i modi e le ricerche scientifiche (dei popoli cosiddetti primitivi, ma anche delle nostre comunità occidentali) di Claude Lévi-Strauss, hanno portato uno sconquasso (l’elefante che entra in un negozio di cristalleria). E con una tale autorevolezza di pensiero e “studi sul campo” che nessuno poteva obiettare. Ed è così che il senso primo di Lévi-Strauss è stato quello di dimostrare che il pensiero primitivo, “selvaggio”, non è che “viene prima” temporalmente rispetto a quello che viene considerato il più moderno e riconosciuto “pensiero scientifico” presente nelle società cosiddette ricche… ma i due pensieri sono paralleli l’un l’altro, non sono consenguenziali; ed è per questo che la nostra visione del mondo “univoca” è fortemente inadeguata.

La morte di Lévi-Strauss, avvenuta nella notte fra il 30 ottobre e il 1° novembre (avrebbe compiuto 101 anni il 28 novembre) non segna la fine di un’epoca, al contrario: Lévi-Strauss è infatti uno dei padri più famosi di quella scienza, l’antropologia, di cui sentiamo ora molto la necessità in un mondo peraltro assai confuso. E’ sintomatico in Lévi-Strauss il mettere sempre in rilievo il tema della “diversità”: parlando ad esempio della “proibizione dell’incesto” che è forse il tema che accomuna tutte le società “scientifiche” o “selvagge”, egli dice che non è solo l’importante passaggio “dalla natura alla cultura”, ma è qualcosa di più: il permettere (lo diciamo in un temine usato adesso) le “unioni miste”, di uomini e donne provenienti da società diverse.

In un’epoca di rifiuto della conoscenza geografica, culturale, antropologica che spesso ci accomuna nel (non) confrontarci con “l’immigrato”, Levi-Strauss prospetta la capacità che noi dovremmo avere di condividere con “l’altro” miti, territori, speranze future. Pur viaggiando, nelle nostre menti, in quelle che sono le nostre radici, il nostro mondo culturale.

Lévi-Strauss ha scritto un libro assai famoso, “Tristi tropici”, che è insieme racconto, autobiografia, meditazione e libro di viaggi: un diario di viaggio “suo malgrado” (all’inizio dice di odiare i viaggi e gli esploratori). E “Tristi tropici” vi invitiamo a leggerlo per sondare territori geografici e pensieri di un occidentale (come noi) che, pur conservando la sua identità, decide di mettersi in gioco e guardare analiticamente il mondo. (continua…)

Venezia che continua a spopolarsi: l’idea di due città in una, quella inevitabile dei turisti (regolamentati), e quella dei veneziani (da rilanciare) (ma la “sublagunare” aiuta solo il turismo di massa e i nuovi sviluppi urbani di terraferma)

Mercoledì 28 Ottobre 2009

sublagunare uscita di emergenza

Sembrano dischi volanti posati sulla laguna. Eccole le uscite di emergenza immaginate per la futura “sublagunare”. Nel progetto preliminare di queste piattaforme ovali che spuntano in mezzo all’acqua, ce ne sono tre nel tratto tra Tessera e Murano, un’altra tra Murano e le Fondamente Nuove. In caso di incendio, o di qualsiasi altra emergenza, i passeggeri della sublagunare dovrebbero raggiungere queste uscite, prima percorrendo a piedi fino a mezzo chilometro lungo il tubo sotterraneo e poi salendo per 14 rampe di scale. A quel punto, dopo aver sollevato una speciale griglia, si troverebbero nel "disco volante": la piattaforma ovale interamente realizzata in lega di alluminio, con un piano di calpestio in legno trattato per sopportare l’esposizione all’ambiente lagunare

Il calo costante, lento ma continuo di chi abita a Venezia (la città è scesa sotto i 60.000 abitanti) per alcuni è vista come cosa grave, per altri è un falso problema. Venezia è comunque una città bellissima (ancora…) ma che deve confrontarsi con i disagi della “lentezza” (è strano dire questo quando si osanna al vivere fuori dal traffico), e anche con un costo generale della vita che non tutti possono permettersi. E deve pure sopportare una terraferma (una cintura urbana in terraferma) molto “aggressiva”, forse meno costosa e più attraente nei servizi alla persona: lo sviluppo dei servizi urbani di Mestre in questi ultimi anni, con le grandi e diffuse aree verdi che sono nate, con un centro costruito di grande pregio (come la chiusura al traffico e valorizzazione di Piazza Ferretto), con nuovi luoghi per i giovani (come il Centro Candiani), con mezzi pubblici diffusi in città e verso le altre aree urbane dell’area metropolitana “PaTreVe” (il triangolo Padova – Treviso – Venezia)… ebbene questi elementi sono anche loro motivo di crisi (e spopolamento) di Venezia, che riesce sempre meno ad essere competitiva nell’ “abitare” (nei costi, nei servizi…). Se poi aggiungiamo i progetti di “nuove città”, nuovi centri commerciali, sportivi, edilizi, dei servizi terziari che tra non molto ci saranno tra Padova e Mestre (cioè “Veneto City” tra Mira e Dolo) e, in particolare per Venezia, anche il “Quadrante di Tessera”, altro megacentro di attrazione economica-edilizia-commerciale… tutto questo pare che venga a creare parecchie difficoltà allo sviluppo futuro di Venezia (economico, di attrazione all’abitare…) e possa prevalere la “città museo” con ingorgo quotidiano di turisti.

Ci chiediamo se è invece possibile trovare attività lavorative e sviluppi economici compatibili in questa incredibile bellissima città… e se questo possa nascere parallelamente (e in forma distaccata) ai grandi flussi turistici che inevitabilmente invadono ogni giorno Venezia… Come ad esempio coinvolgere in progetti economici molte delle isole della Laguna ora abbandonate o poco utilizzate…..Individuare una lista di attività “di qualità” possibili, formative per i giovani, dentro tutti quei luoghi veneziani non permeati dagli incessanti flussi turistici (luoghi “non turistici” ora anche spesso un po’ in degrado)… questo permetterebbe una rivitalizzazione dell’ “abitare a Venezia” parallela al turismo che mai cesserà. Attività nel campo dell’innovazione informatica, dell’editoria, della sartoria e della moda, dei tanti prodotti di nicchia che l’artigianato veneto di terraferma produce…. magari (questo sì!) approfittando dei milioni di visitatori annui che passano lì a pochi metri, e che li si può offrire cose di qualità, utili e “a giusto prezzo”; al posto dei soliti prodotti da souvenir e a prezzi da rapina… Per far questo è ovvio che “il Pubblico”, gli enti preposti, dovrebbero agevolare (con esenzioni, sgravi fiscali, licenze, formazione professionale, dando visibilità…) lo sviluppo di questo tipo di offerta di qualità e a costo accessibile (è molto spesso “il settore pubblico” ad avere il ruolo di indirizzo verso forme nuove di sviluppo economico, di incentivazione dell’offerta e della domanda).

Sul futuro di Venezia si innesta la “questione Sublagunare”. Il progetto, che sta andando avanti, di creazione di una metropolitana subacquea (fatta di due grandi tubi a venti metri sotto l’acqua della Laguna) che colleghi Tessera a Murano e all’Arsenale (ma qualcuno dice che il progetto si estenderà a Piazza San Marco e così allargandosi…); questo progetto a noi pare assai pericoloso: snatura ancor di più una città che “deve contenere il turismo”, permettendo un approccio “mordi e fuggi” alla città. Insomma il turista farà poca fatica ad arrivare nei luoghi centrali di Venezia e, questo, incredibilmente (per qualsiasi centro urbano sarebbe una cosa importante) è dannoso per Venezia che non può sopportare il peso di più turisti di quel che già adesso fa. Se scorrevolezza e modi di mobilità adeguata meritano di essere realizzati (specie proprio per chi vorrà abitare a Venezia) altre possono essere le soluzioni (…incominciamo a parlarne succintamente qui, partendo dal rilevare lo spopolamento e l’idea che si sta concretizzando di sublagunare) (invitandovi a leggere poi qui il pezzo finale: il poetico racconto sul girovagare a Venezia dello scrittore turco premio Nobel Orhan Pamuk). (continua…)

Geolibri e Geoiniziative lodevoli – “Percepire il paesaggio”: il nostro rapporto con l’ambiente nell’epoca presente – …e chi, finanziariamente potendo, compra e salva borghi antichi (ma a tutti è dato di esprimere atti concreti di recupero della bellezza paesistica…)

Lunedì 14 Settembre 2009
“l’uomo che salva i borghi medievali” - Santo Stefano di Sessanio, paesino vicino L'Aquila, diventato uno dei migliori prototipi di restauro conservativo. La torre medicea (in alto) ha subito pesanti danni per il terremoto, ma il borgo ha resistito. Qui Daniele Kihlgren (industriale svedese colpito dalla bellezza dei borghi antichi italiani) dal 1999 in poi è andato a cercarsi uno per uno i proprietari delle vecchie case diroccate di Santo Stefano di Sessanio («non riuscivamo a trovarli, in America, in Australia, altre volte si presentavano in dodici cugini»), poi ha fatto loro un'offerta, quasi tutti hanno accettato, e lui ha restaurato buona parte del borgo, che è tornato alla vita. Ma non si è fermato a questo borgo (leggete sul secondo articolo che qui vi proponiamo…)

“l’uomo che salva i borghi medievali” - Santo Stefano di Sessanio, paesino vicino L'Aquila, diventato uno dei migliori prototipi di restauro conservativo. La torre medicea (in alto) ha subito pesanti danni per il terremoto, ma il borgo ha resistito. Qui Daniele Kihlgren (industriale svedese colpito dalla bellezza dei borghi antichi italiani) dal 1999 in poi è andato a cercarsi uno per uno i proprietari delle vecchie case diroccate («non riuscivamo a trovarli, in America, in Australia, altre volte si presentavano in dodici cugini»), poi ha fatto loro un'offerta, quasi tutti hanno accettato, e lui ha restaurato buona parte del borgo, che è tornato alla vita. Ma non si è fermato a questo borgo (leggete sul secondo articolo che qui vi proponiamo…)

Parliamo di bellezza paesistica da ritrovare, da riscoprire. Qui, con una strana connessione che abbiamo realizzato noi, tra un libro (recensito sull’Unità da Renato Pallavicini) che si intitola “Percepire paesaggi. La potenza dello sguardo” (ed. Bollati Boringhieri, 282 pagine per un costo di 26 euro) scritto da un filosofo, Massimo Venturi Ferraiolo. Dove si cerca di capire quali sono le radici del nostro rapporto interiore con la bellezza paesistica, e perché la abbiamo perduta in questa epoca di brutture architettoniche. E di come recuperarla, la sensibilità verso il bel paesaggio e la bella urbanistica, partendo anche da esempi degli antichi, soffermandoci almeno per una volta con fare filosofico sul problema di come risolvere “i brutti paesaggi” che ci circondano e un po’ facciamo sempre più fatica a sopportare (non ci rassegnamo, almeno…).

E dopo il libro proviamo ad andare a scoprire un’esperienza pratica e originale di chi tenta fattivamente (permettendoselo anche finanziariamente) di salvare i borghi antichi, la bellezza di quei paesaggi urbani.

Si tratta di un industriale svedese (Daniele Kihlgren) che “adotta” borghi medievali, nel caso specifico un borgo (Santo Stefano di Sessanio) vicino a L’Aquila (ma ne ha comperati e restaurati molti altri, come potrete leggere qui come secondo articolo).

Che dire? Che forse a noi spetta (anche perché non essendo dotati di grandi capacità finanziarie) di gettare lo sguardo su quella zona grigia che è l’urbanizzazione diffusa, fatta di brutture di paesi e quartieri sorti a caso, in modo confuso e, guardandoli bene, assai brutti (molto!). Tipico di questo periodo sono interventi a volte pregevoli (anche di architettura e urbanistica innovativa contemporanea) che riguardano le grandi città (che hanno più mezzi finanziari e più sponsor, data la loro visibilità maggiore), ma anche centri ragguardevoli che hanno una loro storia economica e/o politica, “d’importanza” nel tempo… cittadine medio-grandi che riescono a “stare al passo” con un’urbanistica di recupero della bellezza (magari restaurando i loro centri, i palazzi più importanti…).

Il resto, paesi, paesini, borghi sorti lungo le trafficate e inquinate strade… tutto questo è appunto “zona grigia”, dimenticata da tutti. Aree e conurbazioni allungate che si caratterizzano per la mediocrità di vita: a volte, sì, sono “villettopoli” con strutture abitative del tipo californiano; a volte sono case disadorne, lottizzazioni, zone di edilizia popolare che sarebbero da riqualificare, case “abbinate” costruite totalmente fuori sintonia con il posto, condomini assai brutti…. Che dire di questo? sembra il vero problema quello della riqualificazione diffusa di questa urbanistica che viene ad impedire ogni possibile bellezza del paesaggio. (continua…)

Geolibri – CAMMINARE, di David Henry Thoreau – l’interpretazione geografica di un ritorno a conoscere la natura e i luoghi (camminando)

Mercoledì 2 Settembre 2009
da "Into the Wild" film di Sean Penn

da "Into the Wild" film di Sean Penn

Se un luogo è dato da tre fattori fondamentali (l’ambiente naturale, l’artificio umano che ha cambiato l’ambiente, e la storia -le storie- che quel luogo ha vissuto), ebbene ora forse a molte persone vien voglia di scomporre e ricomporre questi tre elementi. Nel senso che la cognizione di un luogo pare sempre più rarefatta, cioè frutto di una nostra fruizione passiva dei territori della nostra vita (dopo anni che magari passiamo per un posto, in auto attraverso una strada a discreta velocità, ci accorgiamo che non abbiamo proprio “capito” nulla di dove siamo passati… il nostro è solo un “attraversamento” senza cognizione del paesaggio; il luogo diviene solo una “servitù di passaggio”).

Il libro che vi presentiamo, scritto alla metà dell’ 800, ci dice in primis che la cognizione di quel che vediamo e quel che siamo, passa per una possibilità di esplorare e vedere luoghi incontaminati (l’ambiente naturale, il primo dei tre nostri fattori sopracitati) attraverso lo strumento del CAMMINARE, del muoversi più o meno lentamente in posti dove predomina la natura selvaggia. Se vogliamo sentirci liberi, ritrovare le nostre radici, dobbiamo vagabondare (parola chiave questa del libro, un vagabondaggio positivo, creativo) nella natura selvaggia. Tesi questa dell’autore del libro, David Henry Thoreau (filosofo americano naturalista e politicamente attivamente impegnato in battaglie pacifiste nonviolente), che può piacere o meno, essere o meno condivisa, ma contiene sicuramente una proposta precisa di recupero dell’essenziale della propria vita attraverso il camminare (e così vivere e osservare nel migliore dei modi possibili) nella natura.

La riedizione del libro di Thoreau c’è stata quest’anno nel febbraio ad opera di Mondadori (negli Oscar) al prezzo di 7 euro e mezzo. E’ un libricino, “Camminare” (60 pagine), frutto di una conferenza tenuta da Thoreau per la prima volta al Concord Lyceum il 23 aprile 1851; e ben presto è diventato il suo testo più noto e preferito (una specie di manifesto di volontà), e Thoreau lo leggerà più volte, negli anni successivi, in conferenze pubbliche, ampliandolo progressivamente. In esso è appunto centrale il simbolismo legato all’escursione come modello di vita: il quotidiano vagabondare nella natura costituisce una sorta di strategia di sopravvivenza sia reale che simbolica e l’anelito al movimento è nella sua essenza desiderio di liberazione dall’ansia e dal malessere avvertiti nel mondo. Thoreau si fa così portavoce di un paradosso: il successo, l’assillante corsa al potere e alle prosperità materiali possono essere l’amara ricompensa di una sconfitta, mentre la vita in solitudine e in oscurità può offrire doni preziosi e insospettati.

Favorevoli o meno a una vita più in solitudine e di ricerca di sè stessi, resta il fatto che questo libro propone tematiche modernissime, partendo dal recupero della propria personalità un po’ smarrita nel rapporto con i luoghi. Nella cinematografia un tentativo notevole (ma, secondo noi, non molto riuscito) lo ha fatto l’attore e regista Sean Penn nel film del 2008 “Into the Wild”, dove si parla di un giovane studente che, dopo essersi laureato, abbandona la vita brillante che gli si prospetta per rifugiarsi nella natura selvaggia dell’Alaska (con finale tragico). Resta comunque la necessità geografica di essere più attenti al proprio territorio nel quale ci si muove, o di quello che si cerca, più o meno incontaminato. E questo nella dimensione “micro”, cioè dei particolari minimi, e in quella “macro”, cioè nel paesaggio allargato complessivo.     Vi proponiamo qui, dopo una breve recensione del libro ripresa da “La Stampa”, un bell’articolo de “il Gazzettino” di Adriano Favaro” con un’intervista a una docente di letteratura americana sul senso del camminare nei grandi paesaggi dell’America del Nord. (continua…)

Le città invisibili: Tomo, nel Feltrino, paese dalle mille possibilità

Mercoledì 5 Agosto 2009
la chiesa di Tomo, sullo sfondo il Monte Tomatico

la chiesa di Tomo, sullo sfondo il Monte Tomatico

Non è detto che Kublai Kan creda a tutto quel che dice Marco Polo quando gli descrive le città invisibili nelle sue ambascerie, ma certo l’imperatore dei tartari continua ad ascoltare il giovane veneziano con più curiosità e attenzione che ogni altro suo messo o esploratore. Nella vita degli imperatori c’è un momento, che segue all’orgoglio per l’ampiezza sterminata dei territori che abbiamo conquistato, alla malinconia e al sollievo di sapere che presto rinunceremo a conoscerli e a comprenderli; un senso come di vuoto che ci prende una sera con l’odore degli elefanti dopo la pioggia e della cenere di sandalo che si raffredda nei bracieri; una vertigine che fa tremare i fiumi e le montagne istoriati sulla fulva groppa dei planisferi, arrotola uno sull’altro i dispacci che ci annunciano il franare degli ultimi eserciti nemici di sconfitta in sconfitta, e scrosta la ceralacca dei sigilli di re mai sentiti nominare che implorano la protezione delle nostre armate avanzanti in cambio di tributi annuali in metalli preziosi, pelli conciate e gusci di testuggine: è il momento disperato in cui si scopre che quest’impero che ci era sembrato la somma di tutte le meraviglie è uno sfacelo senza fine né forma, che la sua corruzione è troppo incancrenita perché il nostro scettro possa mettervi riparo, che il trionfo sui sovrani avversari ci ha fatto eredi della loro lunga rovina. Solo nei resoconti di Marco Polo, Kublai Kan riusciva a discernere, attraverso le muraglie e le torri destinate a crollare, la filigrana d’un disegno così sottile da sfuggire al morso delle termiti. (Italo Calvino, da “Le città invisibili”, Oscar Mondadori)

E qui scriviamo ancora di Tomo, un paesino di meno di 500 anime nel Feltrino (è una frazione di Feltre a sud della città, ai piedi del Monte Tomatico), “città invisibile” che sembra “apparsa” oltre i suoi abitanti e i pochi che la conoscevano, attraverso un magnifico libro di un giovane scrittore, Matteo Melchiorre (lo ha recensito in questo blog Rachele Amerini ). Nel libro si parla di un albero simbolo del paese per tutte le generazioni succedutesi almeno negli ultimi cento anni (“l’Alberon” com’era chiamato, un olmo) che muore (per vecchiaia), diventando così un elemento di disagio esistenziale di una comunità: qualcosa di “solito”, di “acquisito”, parte della propria vita e del  proprio essere in un luogo (Tomo, con il suo Alberon) che viene meno. Che fare allora? … prima sentiamo l’avvenimento e il senso del racconto dallo stesso Matteo Melchiorre in un articolo apparso su “il Gazzettino” qualche tempo fa. (continua…)

Jacques Attali: “La necessità che vi sia un governo mondiale” (e Obama al Cairo si rivolge al miliardo e mezzo di musulmani con un “Salaam Aleikum”, la pace sia con voi)

Giovedì 11 Giugno 2009
Jacques Attali

Jacques Attali

Vi proponiamo qui uno strano, ma doveroso, insieme di proposte che caratterizzano la Geopolitica di questi mesi, e sicuramente in senso positivo, di “scommessa per un futuro migliore”. Dapprincipio troverete un’intervista (del quotidiano Avvenire) a Jacques Attali, economista e filosofo francese che, dopo essere stato per molti anni consigliere del presidente Francois Mitterand, di lui se ne è parlato molto in questi ultimi due anni per essere stato nominato dal presidente Nicolas Sarkozy (di opposta tendenza politica, Sarkozy è di destra, Attali di sinistra… per far capire che molti contesti non hanno più colore politico) a capo della Commissione “per la liberazione della crescita”: un incontro di intellettuali francesi ed europei, esperti in varie materie, sulla Francia futura, sulle riforme necessarie (la Commissione presieduta da Attali ha proposto 316 riforme su tutti i campi del vivere collettivo). Ora Jacques Attali ha scritto un libro dal titolo “La crisi e poi?” (in Italia edito da Fazi) dove appunto, partendo dalla crisi economico-finanziaria che il mondo sta ora vivendo, lui parla e prospetta la nascita di un governo mondiale, concentrandosi inoltre sui grandi temi del presente e del futuro: tecnologia, risparmio, popolazione. E anche nell’intervista che riportiamo Attali parla della necessità di uno stabile (e credibile) governo mondiale: in base al principio di sussidiarietà che caratterizza la visione federalista della società (cui noi geografi crediamo molto) c’è un “livello di competenze” (pensiamo ad esempio al problema dei cambiamenti climatici) che non può essere appannaggio dei singoli stati e neppure della sola Europa o Stati Uniti, o grandi Stati come India e Cina… la globalità dei problemi, dell’ambiente, dell’economia, delle sopraffazioni di popoli, dei mercati… richiede appunto la presenza di un autorevole autorità planetaria (questo è il tema trattato da Attali). Di seguito all’intervista Vi proponiamo un resoconto (del Gazzettino) a un convegno a Treviso cui lo stesso Attali era il protagonista, e dove le parole popolazione, tecnologia, risparmio sono state alla base del progetto per il futuro prospettato dall’economista-filosofo. Infine, ma non certo da ultimo, merita di essere letto il discorso tenuto il 4 giugno al Cairo da Barack Obama rivolto al variegato mondo arabo, musulmano… una mano tesa verso la pace mondiale; nuovi equilibri dove più persone possibili possano vivere senza la “necessità della guerra”. E’ pur a noi evidente che la continua (ri)proposizione di vertici mondiali più o meno allargati (G8, G20, G24, eccetera) su temi strategici per l’umanità (l’ambiente, l’economia, la risoluzione di crisi tra popoli o stati…), tutto questo mostra la necessità di un “qualcosa” di più razionale e continuo… cioè del governo mondiale qui prospettato da Attali (ma non è solo una sua idea; anche in Italia il movimento federalista, da Altiero Spinelli in poi, ha sempre parlato di una necessità simile). Insomma, volutamente semplificando in una farneticazione utopica positiva, la creazione di un impero dove la figura dell’imperatore possa essere identificato nei popoli della Terra attraverso i loro rappresentanti eletti democraticamente. E non più le singole nazioni, ancora una volta inadeguate ad affrontare serenamente il futuro.

(continua…)