
«Alla scala dei millenni, le passioni umane si confondono. Il tempo nulla aggiunge o toglie agli amori e agli odi provati dagli uomini, ai loro accanimenti, alle loro lotte, alle loro speranze: sono gli stessi sempre. Sopprimendo a caso qualche secolo di storia, non si perde nulla di significativo della nostra conoscenza della natura umana. La sola perdita irreparabile sarebbe quella delle opere d’arte che quei secoli avrebbero visto nascere. Perché gli uomini non si differenziano, fino a non esistere neppure, che grazie alle loro opere. Come la statua di legno che partorì un albero, le opere d’arte soltanto ci danno la certezza che nel corso delle epoche qualcosa, tra gli uomini, è realmente accaduto» (Claude Lévi-Strauss)
Quando Antropologia e Geografia sono la stessa cosa.
E’ morto alle soglie dei 101 anni il grande antropologo francese che ha segnato il Novecento mettendo in discussione non solo la centralità della cultura occidentale, ma anche la centralità dell’uomo nel sistema vivente. “Ha assestato un colpo mortale all’umanesimo narcisista, alla convinzione che ci siano culture superiori, più progredite e avanzate di altre. Nessuno come lui negli ultimi 60 anni ha influenzato la filosofia e la storia, la psicologia e la critica letteraria, la semiologia e la sociologia, la storia delle religioni e la psicoanalisi, le arti visive e la musica. Nel suo pensiero, come ha scritto con acume Susan Sontag, c’è qualcosa di virile – l’antropologia come una delle poche professioni intellettuali che non richiedano il sacrificio della virilità, dal momento che esige coraggio, desiderio d’avventura e resistenza fisica – e insieme anche il contrario: il desiderio di raffreddare ciò che è caldo, ovvero l’angoscia che la crescente civilizzazione ha portato negli uomini. Le “società calde”, secondo una definizione che ha fatto scuola, sono quelle moderne, «spinte dai demoni del progresso storico», mentre “fredde” sono quelle primitive: statiche, cristalline, armoniose. L’antropologo è per lui l’uomo che oscilla come un pendolo tra i due sistemi, qualcuno che non può mai sentirsi a casa sua in nessun luogo, e che sarà, psicologicamente parlando, sempre un minorato” (testo in corsivo ripreso da Marco Belpoliti su “la Stampa”).
Se c’è una cosa aborrita dall’etnologo francese è il mondo unico, che cancella le differenze o soggiogandole con efferatezza coloniale, o ignorandole in nome di un antirazzismo falso perché disattento a forme di esclusione che penalizzano non solo le razze ma anche gli stili di vita. Il conformismo globale non è progresso.
Nelle società e nei territori che si vogliono omologati in un tutt’uno planetario (il villaggio-mondo), i modi e le ricerche scientifiche (dei popoli cosiddetti primitivi, ma anche delle nostre comunità occidentali) di Claude Lévi-Strauss, hanno portato uno sconquasso (l’elefante che entra in un negozio di cristalleria). E con una tale autorevolezza di pensiero e “studi sul campo” che nessuno poteva obiettare. Ed è così che il senso primo di Lévi-Strauss è stato quello di dimostrare che il pensiero primitivo, “selvaggio”, non è che “viene prima” temporalmente rispetto a quello che viene considerato il più moderno e riconosciuto “pensiero scientifico” presente nelle società cosiddette ricche… ma i due pensieri sono paralleli l’un l’altro, non sono consenguenziali; ed è per questo che la nostra visione del mondo “univoca” è fortemente inadeguata.
La morte di Lévi-Strauss, avvenuta nella notte fra il 30 ottobre e il 1° novembre (avrebbe compiuto 101 anni il 28 novembre) non segna la fine di un’epoca, al contrario: Lévi-Strauss è infatti uno dei padri più famosi di quella scienza, l’antropologia, di cui sentiamo ora molto la necessità in un mondo peraltro assai confuso. E’ sintomatico in Lévi-Strauss il mettere sempre in rilievo il tema della “diversità”: parlando ad esempio della “proibizione dell’incesto” che è forse il tema che accomuna tutte le società “scientifiche” o “selvagge”, egli dice che non è solo l’importante passaggio “dalla natura alla cultura”, ma è qualcosa di più: il permettere (lo diciamo in un temine usato adesso) le “unioni miste”, di uomini e donne provenienti da società diverse.
In un’epoca di rifiuto della conoscenza geografica, culturale, antropologica che spesso ci accomuna nel (non) confrontarci con “l’immigrato”, Levi-Strauss prospetta la capacità che noi dovremmo avere di condividere con “l’altro” miti, territori, speranze future. Pur viaggiando, nelle nostre menti, in quelle che sono le nostre radici, il nostro mondo culturale.
Lévi-Strauss ha scritto un libro assai famoso, “Tristi tropici”, che è insieme racconto, autobiografia, meditazione e libro di viaggi: un diario di viaggio “suo malgrado” (all’inizio dice di odiare i viaggi e gli esploratori). E “Tristi tropici” vi invitiamo a leggerlo per sondare territori geografici e pensieri di un occidentale (come noi) che, pur conservando la sua identità, decide di mettersi in gioco e guardare analiticamente il mondo. (continua…)






