Archivio per la categoria ‘Trasformazioni virtuose’

Copenaghen è Eco-Metropolis. La capitale della Danimarca cerca con i fatti di convincere il mondo a perseguire la riconversione ecologica. E ci siamo tutti a Copenaghen, con le difficoltà a esprimere nuovi modelli di vita (e intanto a metà vertice la situazione resta critica circa un risultato positivo)

Martedì 15 Dicembre 2009

Corteo del 12 dicembre scorso a Copenaghen "pro-Clima" (sullo sfondo Christiansborg Palace)

   Di risultati positivi finora il vertice di Copenaghen sembra averne dati ben pochi. Evidente la separazione tra un’Europa disposta a mettersi in gioco, rispetto alle esigenze dei paesi emergenti (in primis Cina, India e Brasile) che chiedono di “poter inquinare” per perseguire il loro sviluppo. Ma la situazione è meno semplice di quel che appare: anche nei paesi emergenti si comprende che lo sviluppo industriale di “vecchia maniera” ha costi altissimi da sopportare, in termine di salute dei cittadini, di distruzione anche del proprio ambiente.

   La riconversione ecologica è pertanto una “necessità di tutti”. In primis poi di quei paesi poveri o in via di sviluppo, dove le protezioni per la popolazione dall’inquinamento (in termini di tutela della salute, di cibi sani) rischia di essere di più difficile reperibilità rispetto ai paesi ricchi. Insomma l’acqua non inquinata è più fortemente necessaria ai poveri che ai ricchi; se i ricchi sopperiscono comprando acqua in bottiglia, minerale (che i poveri non possono permettersi).

  

famiglie alla manifestazione pro-Clima con le biciclette di Christiania (celebre quartiere hippie di Copenaghen)

Ecologia pertanto come prima necessità di sviluppo dei paesi e delle popolazioni più povere, non come impedimento al loro sviluppo. Comprendiamo che quest’idea di una riconversione ecologica di tutto il pianeta non è un concetto facile, e si scontra pure con modi di vita consolidati (come l’uso nei paesi ricchi di mezzi di trasporto privati, le automobili, che anche i poveri, giustamente, rivendicano… perché a noi sì e a loro no?). E poi su questo terreno (oltre ai “vizi” del vivere dispendioso e consumista di noi occidentali), intervengono pure vecchie lobbies che riciclano un’industrialismo in grave difficoltà nei paesi dov’è nato, si è sviluppato e sta affannosamente arrancando, che potrebbe essere del tutto superato dalla rivoluzione informatica e tecnologica, da modi nuovi, più ecocompatibili di produrre ricchezza.

la critica al Summit nella manifestazione del 12 dicembre

   Insomma, nel darvi qui una breve rassegna stampa dello “stato dell’arte” a metà conferenza a Copenaghen, preme anche dire che a Copenaghen di fatto ci siamo tutti noi (e non solo le rappresentanze politiche (ed economiche con i loro interessi). Un successo del vertice di Copenaghen passa anche per un cambiamento concreto del nostro modello dispendioso di vita (e qui è la parte più difficile del “vertice” di Copenaghen). Ma iniziamo col parlare di questa splendida città, l’Eco-Metropolis capitale di Danimarca.

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NELLA CAPITALE VERDE

Luci soft, bici e mulini a vento: i segreti del modello Copenaghen

di Anais Ginori, da “la Repubblica” del 3/12/2009

COPENAGHEN. Per la famiglia Bang oggi è il giorno degli esami. Katrine, studentessa di 21 anni, suona alla porta di casa che è già buio da molte ore e manca poco alla cena. Casper Bang fa accomodare nella villetta in mattoni rossi del quartiere Bronshoj. La ragazza con la divisa blu comunale entra, apre il taccuino, guarda subito il soffitto. «Lampadina a risparmio energetico?». No, a incandescenza da 40 watt. «Cambiandole tutte – annota Katrine – potrà risparmiare tre quarti del suo consumo elettrico».

   La perlustrazione continua in salone. Quando vede i faretti alogeni, Katrine quasi trasecola. Si consola vedendo che il televisore è un modello Lcd. «Meglio di quelli al plasma ma c’ è il problema dello standby. Un terzo della bolletta della luce proviene da alimentazione elettrica senza consumo». Dopo aver messo a soqquadro l’ intera casa, controllato persino il pomello della doccia e l’ isolamento della cantina, la volontaria del Comune annota percentuali dei vari «inquinatori domestici», poi traduce tutto in emissioni di Co2.

   La famiglia Bang si è candidata ad essere una delle novantamila “Climate Family” di Copenaghen. La capitale danese vuole mostrare al mondo che è possibile vivere ecologicamente «senza rinunciare allo stile di vita moderno». “Hopenaghen”, s’intitola la campagna che da un anno ha preparato la città al vertice sul Clima. (continua…)

CLIMA: inquinamento, energia, sviluppo, pace e nuovi modelli di vita: la conferenza di Copenaghen passa per un mondo troppo diseguale (ma il treno del cambiamento, e del business verde, è partito: difficile, per fortuna, scendere ora)

Domenica 6 Dicembre 2009

smog a Pechino

Tra i momenti di ottimismo (pochi), e le previsioni più pessimistiche sui risultati che porterà il vertice di Copenaghen che si apre lunedì 7 dicembre (durerà due settimane, fino al 18), quel che si capisce (e si può prevedere accadrà) è che ognuno farà a suo modo: garantirà impegni e farà promesse. In un mondo diviso per nazioni nelle quali ognuno ha esigenze diverse: i ricchi (Usa ed Europa) di rilanciare il loro sviluppo anche pensando alla crisi ambientale, i paesi emergenti (Cina, India, Brasile…) non impedendo la crescita vertiginosa delle loro economie (ma anche loro, e di più, con problemi ambientali non indifferenti… pensiamo alla cappa di smog che sempre più avvolge le città asiatiche…); i paesi poveri, in cerca di risorse per una possibilità di ricchezza (purtroppo pronti molto spesso, o necessitati, a svendere il loro ambiente). Quest’ultimi (cioè i paesi poveri) sembrano prospettare una linea politica (di proposta) di ridurre il 50% delle emissioni di CO2 in proprio (cioè facendosene carico direttamente), e il 50% a carico dei paesi ricchi che dovrebbero finanziare uno sviluppo ecocompatibile. Difficile ahinoi che ottengano granché (visti gli egoismi e i guai finanziari ed economici dei ricchi).

Una proposta che potrà essere alla base di Copenaghen (un obiettivo da perseguire) è che entro il 2050 si eviti (si contenga) l’aumento previsto di 2 gradi di temperatura della biosfera: sarebbe una catastrofe climatica (coste, isole che sparirebbero dall’innalzarsi del mari, una desertificazione diffusa…). Ridurre pertanto le emissioni inquinanti perché questo non accada. La parola chiave più usata nel dibattito in corso è EFFICIENZA ENERGETICA, con l’incremento di risorse energetiche locali (cioè diffuse sui territori) ed ecocompatibili (energie rinnovabili non inquinanti).

Un ruolo importante, strategico, nel far fallire o ottenere risultati utili al vertice di Copenaghen passerà in ogni caso per quel che decideranno i grandi paesi emergenti (veri protagonisti in Danimarca): Cina, India e Brasile. Si impegnerà concretamente la Cina a riconvertire la sua produzione energetica basata su centrali a carbone che, peraltro, sta compromettendo la salute di tanta parte delle masse metropolitane dei suoi cittadini?     E come far capire a Lula, presidente del Brasile, che la politica di sviluppo dei biocarburanti (appunto per la produzione energetica) a danno della foresta amazzonica è un guaio non solo per l’intero pianeta ma, appunto, visto che in quel pianeta c’è pure il Brasile, anche per la sua politica energetica? (Lula vorrà sicuramente soldi dai paesi ricchi per salvaguardare l’Amazzonia…).    E l’India, la più scettica a impegnarsi in qualcosa di nuovo nello sviluppo energetico, si adeguerà agli altri se nascerà una proposta comune di riduzione fattiva della CO2?    Su questo sta pure il ruolo degli USA di Obama, e del tentativo di quest’ultimo di convincere le lobbies interne del petrolio a recedere (un po’) dai loro interessi; e il ruolo dell’Europa, in questo caso la più disponibile a una svolta verso la riduzione delle emissioni inquinanti. E gli altri (i paesi poveri e “non emergenti”) che stanno a guardare e a sperare in un qualcosa per loro di utile…

Nepal, appello per il clima. Il governo sale sull’Everest - Sabato 5 Dicembre 2009, Alcuni hanno avuto bisogno delle maschere d'ossigeno, ma non si sono fermati: il premier nepalese ed i 22 ministri del governo hanno tenuto la riunione di consiglio più "alta" della storia. Un altro messaggio sui rischi del riscaldamento del globo dopo il meeting in fondo all’oceano proposto dal governo delle Maldive, l’arcipelago che rischia di venire sommerso. Ai 5.242 di quota, accompagnati da sherpa e medici, ci sono arrivati in elicottero: poi venti minuti di riunione nel colle del Kala Pattar (ottima vista della montagna più alta del mondo) per lanciare il "manifesto dell'Everest": dieci punti che saranno presentati alla conferenza sul clima di Copenaghen. Guidati dal premier Madhav Kumar Nepal, reduce da una grave forma influenzale, i ministri nepalesi hanno ricordato che dalle loro montagne dipende la vita di 1,3 miliardi persone. È dai ghiacciai dell'Himalaya che nascono i dieci principali fiumi dell'Asia.(da “Il Gazzettino” 5/12/2009)

Pertanto, pare di capire dai possibili risultati della Conferenza, ci saranno impegni non da virtuoso “governo mondiale” (che sembra non ci sia proprio, il governo del mondo, attorniato com’è da lobbies finanziarie ed economiche poco propense al cambiamento) ma ogni singola nazione, ogni singolo stato (specie i più importanti, i “ricchi” e gli “emergenti”) che “lancia proposte” e impegni individuali nel tavolo dove si gioca il futuro del pianeta. Perché, quel che si capisce, il CLIMA è legato alla necessità di un governo mondiale, pertanto alla pace e allo sviluppo, a un mondo dove tutti possano vivere il più possibile serenamente.

E l’Italia?  gli impegni del protocollo di Kyoto non li ha rispettati: dal 1995 al 2012 doveva ridurre del 6,5 per cento le emissioni in atmosfera. Invece c’è un aumento della CO2 del 10 per cento (una forbice da colmare del 16,5 per cento…). E l’Italia è pure il paese dove ci sono più automobili di ogni altro paese al mondo (un veicolo ogni abitante e mezzo). Comunque (e qui sta il dato strano) con i veicoli più efficienti energeticamente (non solo nelle auto nuove ma in tutto il parco circolante di veicoli). L’Italia è a un bivio: se credere nello sviluppo ancor più massiccio di fonti energetiche alternative, o se adagiarsi nella futuribile speranza (fra quanti anni sarà?) dell’utilizzo del nucleare (che a nostro avviso sarebbe un passo indietro, un “non sviluppo”).

Investire sugli effetti positivi di efficienza energetica dati da tecnologie raffinate, semplici e non inquinanti (le biomasse, l’eolico, il solare, le minicentrali diffuse idroelettriche…), con l’autoproduzione energetica degli edifici e delle attività economiche; concentrarsi su politiche di risparmio e non spreco (pensiamo al trasporto a lunga distanza dell’energia con megaelettrodotti, dove si perdono quantità di energia che possono arrivare al 50 per cento di quanto immesso in rete…). Un’ ”intensità energetica” (consumo di energia per unità di prodotto interno lordo) più efficiente, investendo sugli effetti positivi, sull’efficienza energetica, con benefici sia sulla bolletta di ciascun utente, che su quella del paese intero e, appunto in primis, sul CLIMA. Per questo, nonostante le previsioni assai pessimistiche sui risultati del vertice di Copenaghen, si può credere, pensare, che il “treno in corsa del cambiamento” non si possa fermare. (continua…)

Conferenza di Copenaghen a rischio fallimento – l’accordo sul clima, sulla riduzione delle emissioni di gas serra, bloccato dai veti dell’intransigenza cinese e (per Obama) dalla lobby petrolifera americana -Il rischio di un sogno di salvezza dall’inquinamento globale che si sta infrangendo – La mobilitazione (della cultura, della politica, delle associazioni) per salvare Copenaghen

Mercoledì 18 Novembre 2009

le difficoltà della politica di Obama (Barack Obama - Official White House Photo by Pete Souza)

Si sta mettendo male per la conferenza sul clima di Copenaghen che inizierà il prossimo 7 dicembre: la quindicesima conferenza ONU sui Cambiamenti Climatici (COP15), di certo la più importante per numero di partecipanti, Paesi coinvolti, leaders presenti e per senso dell’urgenza e drammaticità che la circonda. Se vi capita di poter fare qualcosa (firmare un appello, partecipare a iniziative di cambiamento della vostra vita in senso meno consumistico, aderire a manifestazioni, coinvolgere associazioni cui siete soci, ect., ebbene, questo è il momento di farlo).

Stati Uniti e Cina (i due paesi producono da soli il 40% di emissioni nell’atmosfera) hanno messo un “alt”, un veto, ad ogni accordo globale, internazionale, migliorativo delle obsolete prescrizioni del trattato di Kyoto.    Il nuovo trattato che si doveva (dovrebbe?) avrebbe dovuto fissare:
- una serie di impegni ambiziosi di riduzione delle emissioni da parte dei paesi sviluppati dell’ordine del 25-40 per cento rispetto al 1990 (anno base per gli accordi di Kyoto) entro il 2020;
- un’azione adeguata da parte dei paesi in via di sviluppo per ridurre la crescita delle loro emissioni, a circa il 15-30 per cento in meno rispetto ai livelli normali al 2020;
- un accordo finanziario per aiutare i paesi in via di sviluppo a mitigare le emissioni e ad adattarsi ai cambiamenti climatici, dell’ordine di 100 miliardi di euro l’anno entro il 2020.

Importante è anche il mettersi in gioco in quest’occasione delle associazioni ambientaliste internazionali (come WWF e Greenpeace), e altre associazione del mondo delle Organizzazioni Non Governative, venendo a produrre un documento (Il “Copenhagen Climate Treaty”) sostenuto con iniziative in varie parti del mondo, che propone ai “Grandi della Terra” una serie di misure efficaci contro la catastrofe ambientale, come:

- I Paesi industrializzati, come gruppo, si impegnino a ridurre le proprie emissioni di gas serra di almeno il 40% entro il 2020, rispetto ai livelli del 1990.

- I Paesi industrializzati, come gruppo, si impegnino a fornire risorse finanziarie addizionali ai Paesi in Via di Sviluppo pari ad almeno 150 miliardi di dollari all’anno (fino al 2020) per supportare la transizione verso un sistema energetico pulito basato su fonti rinnovabili, per fermare la distruzione delle foreste tropicali e per misure di adattamento agli inevitabili impatti del cambiamento climatico.

- I Paesi in Via di Sviluppo si impegnino a ridurre la crescita delle proprie emissioni del 15-30% al 2020 rispetto a uno scenario “business-as-usual”.

- Soluzioni pericolose, come ad esempio l’energia nucleare, non rientrino tra le opzioni finanziabili all’interno del Protocollo di Kyoto per ridurre le emissioni.

- La deforestazione (e le emissioni ad essa associate) sia fermata in tutti i Paesi in Via di Sviluppo al più tardi entro il 2020. L’obiettivo “Deforestazione ZERO” deve essere raggiunto già entro il 2015 in Amazzonia, Congo e Indonesia.

Come vedete l’ambientalismo e le proposte generali previste per una possibile approvazione a Copenaghen non si discostano di molto: a parte il “no” convinto all’energia nucleare e impegni più precisi nell’ambito del blocco della deforestazione da parte degli ambientalisti, il tema politico dominante è lo stesso: da una parte aiutare i paesi poveri, in via di sviluppo, a crescere senza dover inquinare (come hanno invece fatto storicamente i paesi ora ricchi); dall’altra far sì, per i paesi ricchi, che lo sviluppo presente e futuro si basi su energie rinnovabili, sulla drastica riduzione dei sistemi che ora inquinano.

Su tutto questo le sfaccettature dei tanti paesi, delle tante realtà nazionali, che mostrano ancora una volta una condizione di difficoltà ad arrivare a un vero “governo del mondo”, mancando appunto un’autorità in grado di prendere delle decisioni virtuose per tutti, magari rinunciando, i ricchi ad alcune “comodità” inquinanti, e i “poveri” a stabilire il loro sviluppo su basi ecocompatibili (e su questo aspetto crediamo che il rafforzamento dei poteri degli organi internazionali porterebbe a risultati più efficaci). (continua…)

Le ferrovie nella metropoli diffusa veneta, tra forme innovative (la metropolitana di superficie) e pendolari al palo; tra aree di sviluppo ferroviario (il triangolo Padova–Mestre-Treviso) e tutti gli altri territori in difficoltà di mobilità

Domenica 15 Novembre 2009
sfmr _ da net engeneering

la ramificazione in stralci sucessivi della metropolitana veneta di superficie (immagine ripresa dal progetto della Net-Engineering)

Appare contraddittorio il lento e faticoso sviluppo del trasporto su ferroviario (delle persone e delle merci) che vi è nella città-metropoli diffusa veneta. Regione emblematica del fatto che non esiste, istituzionalmente, una grande città, di milioni di persone, come Roma, Milano, Torino, Palermo, Napoli… ma vi sono tante medie e piccole realtà urbane che si connettono intensamente tra di solo: per motivi di lavoro, economici; ma anche per il tempo libero (lo sport, le iniziative culturali e i luoghi e le occasioni di ritrovo popolare domenicale, serale…).

In Veneto sono in corso i lavori del primo stralcio della SFMR (Sistema Ferroviario Metropolitano Regionale) un’idea sicuramente strepitosa, apparsa sul Piano Regionale dei Trasporti approvato dalla Regione nel lontano 1990, di utilizzo della rete ferroviaria “normale” per far transitare treni più moderni e veloci (e con scadenze più ristrette: in media ogni venti minuti o poco più), costruendo nuove “fermate” (non stazioni!) in luoghi di attrazione di passeggeri (qui sotto vi facciamo vedere quella del nuovo Ospedale di Mestre).

sfmr ospedale mestre

fermata SFMR di Venezia Mestre Ospedale

Tutto bene dunque? Non proprio. Sì, la situazione è in movimento, e questo è bene; ma come potete vedere negli articoli di seguito, la metropolitana di superficie interessa un’area limitata del Veneto, questo primo stralcio (il triangolo ferroviario tra Venezia, Padova e Castelfranco Veneto più le tratte da Venezia per Mira Buse, Treviso e Quarto d’Altino), lasciando di fatto fuori tutto il resto del Veneto (il secondo stralcio della metropolitana regionale comprende le tratte Quarto d’Altino-Portogruaro, Treviso-Conegliano, Castelfranco Veneto-Vicenza e Padova-Monselice, godeva di un finanziamento statale di 100 milioni di euro che è stato tolto nel luglio scorso a vantaggio delle zone terremotate dell’Abbruzzo). Ma se i soldi di questo secondo stralcio probabilmente riappariranno (non si sa quando…) è anche vero che i tempi di realizzazione si allungheranno, e in ogni caso, paradossalmente le aree con maggiori difficoltà di mobilità con trasporto pubblico (come l’alto Trevigiano, il Bellunese, la Pedemontana Vicentina…) resteranno al palo per chissà quanto… e, appunto, sono proprio le aree a minor presenza di trasporto pubblico…

Resta oggettivamente la condizione di una regione (il Veneto) che, con la sua urbanistica “sparsa”, è difficile da organizzare in una mobilità alternativa all’uso dell’automobile: più facile e semplice è fare trasporto pubblico nei luoghi densamente abitati dove l’offerta di trasporto trova una domanda concentrata e consistente.

Il presidente della Provincia di Trento Dellai sta progettando una MetroLand, cioè un sistema di treni veloci per le località trentine medio-piccole verso i poli di attrazione, come Trento (è che in quella regione ci sono più soldi a disposizione, o è anche un progetto virtuoso?).

Sarà da capire che tipo di trasporto pubblico offrire a popolazioni che vivono lontane dalla maggiori città e con difficoltà, e che con mezzi collettivi spesso obsoleti, faticosamente si spostano. Il rischio è che alcune aree urbane si sviluppino virtuosamente sempre più (come nel Veneto il triangolo “Padova – Venezia – Treviso”, ed altre aree già in difficoltà di mobilità e servizi essenziali, lo siano nel prossimo futuro (in difficoltà) ancor di più. E’ un rischio per il mantenimento di un paritario “diritto di cittadinanza”. (continua…)

L’Euregio “Trento – Bolzano – nord Tirolo” positivamente avanza: ma perché tutte le altre aree regionali (e istituzionali) italiane non riescono a ridefinirsi in modo geograficamente più virtuoso?

Giovedì 5 Novembre 2009
Tirol-Suedtirol-Trentino

Le tre aree che compongono l' “Euregio Tirolo - Alto Adige – Trentino”

Lo scorso 29 ottobre i 106 consiglieri provinciali di Trentino, Alto Adige e del Tirolo hanno votato (all’unanimità) un progetto di stretta collaborazione fra le tre entità istituzionali sui temi dell’energia, della sanità specialistica e dei trasporti. Che fa vedere, questa decisione, la capacità (politica, culturale) di superare i confini nazionali ed arrivare a costruire concretamente quella che (sembra, dai fatti) sempre più sarà l’ “Euroregio” formata da Trento, Bolzano e il Tirolo austriaco.

E’ sintomatico che, dall’altra, ci si trovi in Italia a doversi confrontare con realtà locali istituzionali (i comuni, le Provincie, le Comunità Montane) che sembrano sempre più non in grado di governare il territorio di loro competenza (a volte con sovrapposizioni tra di loro e con costi altissimi per la collettività).

Noi geografi proprio dalle pagine di questo blog l’anno passato abbiamo formulato proposte di creazione di città di almeno 60.000 abitanti che superassero lo spezzettamento attuale degli 8.100 comuni italiani (avevamo proposto un esempio: riunire i comuni della Marca Trevigiana, che sono 95, in dieci città).

Abbiamo sostenuto l’abolizione delle Provincie, o che perlomeno esse diventassero unico soggetto di erogazione di servizi sovra-comunali ora gestiti da soggetti plurimi, e antieconomici, costosi per il loro mantenimento (Consorzi di acquedotti, rifiuti, del gas, delle fognature, dei trasporti, etc…. ATO, cioè Ambiti Territoriali Omogenei che spesso si sovrappongono agli stessi Consorzi…).

In questa razionalizzazione dei servizi si colloca in modo naturale l’individuazione di aree culturalmente, economicamente, geomorfologicamente omogenee, che superino vecchie strutture (come quelle appena descritte) che creano spesso disparità tra i cittadini. Per fare un esempio, è indubbio che le attuali Aree Metropolitane, in fase di costruzione in Italia, avranno risorse finanziarie maggiori dei comuni di montagna e pedemontani, e di tutti quelli che resteranno fuori dai contesti urbani che invece sono “in progress” in questo momento. E questo porterà (sta già portando) pure una disparità nel “diritto di cittadinanza” fra le persone (nel sistema scolastico, dei trasporti, della sanità…).

La capacità di individuare, in un unico progetto di unificazione europea, realtà territoriali più adatte ed efficienti rispetto ai confini degli stessi Stati nazionali, delle attuali regioni, delle provincie e dei comuni, appare come una necessità virtuosa di essere positivamente disponibili al cambiamento. Come pare stia accadendo nell’Euroregione “Bolzano, Trento e Tirolo”. (continua…)

Venezia che continua a spopolarsi: l’idea di due città in una, quella inevitabile dei turisti (regolamentati), e quella dei veneziani (da rilanciare) (ma la “sublagunare” aiuta solo il turismo di massa e i nuovi sviluppi urbani di terraferma)

Mercoledì 28 Ottobre 2009

sublagunare uscita di emergenza

Sembrano dischi volanti posati sulla laguna. Eccole le uscite di emergenza immaginate per la futura “sublagunare”. Nel progetto preliminare di queste piattaforme ovali che spuntano in mezzo all’acqua, ce ne sono tre nel tratto tra Tessera e Murano, un’altra tra Murano e le Fondamente Nuove. In caso di incendio, o di qualsiasi altra emergenza, i passeggeri della sublagunare dovrebbero raggiungere queste uscite, prima percorrendo a piedi fino a mezzo chilometro lungo il tubo sotterraneo e poi salendo per 14 rampe di scale. A quel punto, dopo aver sollevato una speciale griglia, si troverebbero nel "disco volante": la piattaforma ovale interamente realizzata in lega di alluminio, con un piano di calpestio in legno trattato per sopportare l’esposizione all’ambiente lagunare

Il calo costante, lento ma continuo di chi abita a Venezia (la città è scesa sotto i 60.000 abitanti) per alcuni è vista come cosa grave, per altri è un falso problema. Venezia è comunque una città bellissima (ancora…) ma che deve confrontarsi con i disagi della “lentezza” (è strano dire questo quando si osanna al vivere fuori dal traffico), e anche con un costo generale della vita che non tutti possono permettersi. E deve pure sopportare una terraferma (una cintura urbana in terraferma) molto “aggressiva”, forse meno costosa e più attraente nei servizi alla persona: lo sviluppo dei servizi urbani di Mestre in questi ultimi anni, con le grandi e diffuse aree verdi che sono nate, con un centro costruito di grande pregio (come la chiusura al traffico e valorizzazione di Piazza Ferretto), con nuovi luoghi per i giovani (come il Centro Candiani), con mezzi pubblici diffusi in città e verso le altre aree urbane dell’area metropolitana “PaTreVe” (il triangolo Padova – Treviso – Venezia)… ebbene questi elementi sono anche loro motivo di crisi (e spopolamento) di Venezia, che riesce sempre meno ad essere competitiva nell’ “abitare” (nei costi, nei servizi…). Se poi aggiungiamo i progetti di “nuove città”, nuovi centri commerciali, sportivi, edilizi, dei servizi terziari che tra non molto ci saranno tra Padova e Mestre (cioè “Veneto City” tra Mira e Dolo) e, in particolare per Venezia, anche il “Quadrante di Tessera”, altro megacentro di attrazione economica-edilizia-commerciale… tutto questo pare che venga a creare parecchie difficoltà allo sviluppo futuro di Venezia (economico, di attrazione all’abitare…) e possa prevalere la “città museo” con ingorgo quotidiano di turisti.

Ci chiediamo se è invece possibile trovare attività lavorative e sviluppi economici compatibili in questa incredibile bellissima città… e se questo possa nascere parallelamente (e in forma distaccata) ai grandi flussi turistici che inevitabilmente invadono ogni giorno Venezia… Come ad esempio coinvolgere in progetti economici molte delle isole della Laguna ora abbandonate o poco utilizzate…..Individuare una lista di attività “di qualità” possibili, formative per i giovani, dentro tutti quei luoghi veneziani non permeati dagli incessanti flussi turistici (luoghi “non turistici” ora anche spesso un po’ in degrado)… questo permetterebbe una rivitalizzazione dell’ “abitare a Venezia” parallela al turismo che mai cesserà. Attività nel campo dell’innovazione informatica, dell’editoria, della sartoria e della moda, dei tanti prodotti di nicchia che l’artigianato veneto di terraferma produce…. magari (questo sì!) approfittando dei milioni di visitatori annui che passano lì a pochi metri, e che li si può offrire cose di qualità, utili e “a giusto prezzo”; al posto dei soliti prodotti da souvenir e a prezzi da rapina… Per far questo è ovvio che “il Pubblico”, gli enti preposti, dovrebbero agevolare (con esenzioni, sgravi fiscali, licenze, formazione professionale, dando visibilità…) lo sviluppo di questo tipo di offerta di qualità e a costo accessibile (è molto spesso “il settore pubblico” ad avere il ruolo di indirizzo verso forme nuove di sviluppo economico, di incentivazione dell’offerta e della domanda).

Sul futuro di Venezia si innesta la “questione Sublagunare”. Il progetto, che sta andando avanti, di creazione di una metropolitana subacquea (fatta di due grandi tubi a venti metri sotto l’acqua della Laguna) che colleghi Tessera a Murano e all’Arsenale (ma qualcuno dice che il progetto si estenderà a Piazza San Marco e così allargandosi…); questo progetto a noi pare assai pericoloso: snatura ancor di più una città che “deve contenere il turismo”, permettendo un approccio “mordi e fuggi” alla città. Insomma il turista farà poca fatica ad arrivare nei luoghi centrali di Venezia e, questo, incredibilmente (per qualsiasi centro urbano sarebbe una cosa importante) è dannoso per Venezia che non può sopportare il peso di più turisti di quel che già adesso fa. Se scorrevolezza e modi di mobilità adeguata meritano di essere realizzati (specie proprio per chi vorrà abitare a Venezia) altre possono essere le soluzioni (…incominciamo a parlarne succintamente qui, partendo dal rilevare lo spopolamento e l’idea che si sta concretizzando di sublagunare) (invitandovi a leggere poi qui il pezzo finale: il poetico racconto sul girovagare a Venezia dello scrittore turco premio Nobel Orhan Pamuk). (continua…)