Archivio per la categoria ‘Energie rinnovabili e sostenibilità’

Copenaghen è Eco-Metropolis. La capitale della Danimarca cerca con i fatti di convincere il mondo a perseguire la riconversione ecologica. E ci siamo tutti a Copenaghen, con le difficoltà a esprimere nuovi modelli di vita (e intanto a metà vertice la situazione resta critica circa un risultato positivo)

Martedì 15 Dicembre 2009

Corteo del 12 dicembre scorso a Copenaghen "pro-Clima" (sullo sfondo Christiansborg Palace)

   Di risultati positivi finora il vertice di Copenaghen sembra averne dati ben pochi. Evidente la separazione tra un’Europa disposta a mettersi in gioco, rispetto alle esigenze dei paesi emergenti (in primis Cina, India e Brasile) che chiedono di “poter inquinare” per perseguire il loro sviluppo. Ma la situazione è meno semplice di quel che appare: anche nei paesi emergenti si comprende che lo sviluppo industriale di “vecchia maniera” ha costi altissimi da sopportare, in termine di salute dei cittadini, di distruzione anche del proprio ambiente.

   La riconversione ecologica è pertanto una “necessità di tutti”. In primis poi di quei paesi poveri o in via di sviluppo, dove le protezioni per la popolazione dall’inquinamento (in termini di tutela della salute, di cibi sani) rischia di essere di più difficile reperibilità rispetto ai paesi ricchi. Insomma l’acqua non inquinata è più fortemente necessaria ai poveri che ai ricchi; se i ricchi sopperiscono comprando acqua in bottiglia, minerale (che i poveri non possono permettersi).

  

famiglie alla manifestazione pro-Clima con le biciclette di Christiania (celebre quartiere hippie di Copenaghen)

Ecologia pertanto come prima necessità di sviluppo dei paesi e delle popolazioni più povere, non come impedimento al loro sviluppo. Comprendiamo che quest’idea di una riconversione ecologica di tutto il pianeta non è un concetto facile, e si scontra pure con modi di vita consolidati (come l’uso nei paesi ricchi di mezzi di trasporto privati, le automobili, che anche i poveri, giustamente, rivendicano… perché a noi sì e a loro no?). E poi su questo terreno (oltre ai “vizi” del vivere dispendioso e consumista di noi occidentali), intervengono pure vecchie lobbies che riciclano un’industrialismo in grave difficoltà nei paesi dov’è nato, si è sviluppato e sta affannosamente arrancando, che potrebbe essere del tutto superato dalla rivoluzione informatica e tecnologica, da modi nuovi, più ecocompatibili di produrre ricchezza.

la critica al Summit nella manifestazione del 12 dicembre

   Insomma, nel darvi qui una breve rassegna stampa dello “stato dell’arte” a metà conferenza a Copenaghen, preme anche dire che a Copenaghen di fatto ci siamo tutti noi (e non solo le rappresentanze politiche (ed economiche con i loro interessi). Un successo del vertice di Copenaghen passa anche per un cambiamento concreto del nostro modello dispendioso di vita (e qui è la parte più difficile del “vertice” di Copenaghen). Ma iniziamo col parlare di questa splendida città, l’Eco-Metropolis capitale di Danimarca.

…………….

NELLA CAPITALE VERDE

Luci soft, bici e mulini a vento: i segreti del modello Copenaghen

di Anais Ginori, da “la Repubblica” del 3/12/2009

COPENAGHEN. Per la famiglia Bang oggi è il giorno degli esami. Katrine, studentessa di 21 anni, suona alla porta di casa che è già buio da molte ore e manca poco alla cena. Casper Bang fa accomodare nella villetta in mattoni rossi del quartiere Bronshoj. La ragazza con la divisa blu comunale entra, apre il taccuino, guarda subito il soffitto. «Lampadina a risparmio energetico?». No, a incandescenza da 40 watt. «Cambiandole tutte – annota Katrine – potrà risparmiare tre quarti del suo consumo elettrico».

   La perlustrazione continua in salone. Quando vede i faretti alogeni, Katrine quasi trasecola. Si consola vedendo che il televisore è un modello Lcd. «Meglio di quelli al plasma ma c’ è il problema dello standby. Un terzo della bolletta della luce proviene da alimentazione elettrica senza consumo». Dopo aver messo a soqquadro l’ intera casa, controllato persino il pomello della doccia e l’ isolamento della cantina, la volontaria del Comune annota percentuali dei vari «inquinatori domestici», poi traduce tutto in emissioni di Co2.

   La famiglia Bang si è candidata ad essere una delle novantamila “Climate Family” di Copenaghen. La capitale danese vuole mostrare al mondo che è possibile vivere ecologicamente «senza rinunciare allo stile di vita moderno». “Hopenaghen”, s’intitola la campagna che da un anno ha preparato la città al vertice sul Clima. (continua…)

CLIMA: inquinamento, energia, sviluppo, pace e nuovi modelli di vita: la conferenza di Copenaghen passa per un mondo troppo diseguale (ma il treno del cambiamento, e del business verde, è partito: difficile, per fortuna, scendere ora)

Domenica 6 Dicembre 2009

smog a Pechino

Tra i momenti di ottimismo (pochi), e le previsioni più pessimistiche sui risultati che porterà il vertice di Copenaghen che si apre lunedì 7 dicembre (durerà due settimane, fino al 18), quel che si capisce (e si può prevedere accadrà) è che ognuno farà a suo modo: garantirà impegni e farà promesse. In un mondo diviso per nazioni nelle quali ognuno ha esigenze diverse: i ricchi (Usa ed Europa) di rilanciare il loro sviluppo anche pensando alla crisi ambientale, i paesi emergenti (Cina, India, Brasile…) non impedendo la crescita vertiginosa delle loro economie (ma anche loro, e di più, con problemi ambientali non indifferenti… pensiamo alla cappa di smog che sempre più avvolge le città asiatiche…); i paesi poveri, in cerca di risorse per una possibilità di ricchezza (purtroppo pronti molto spesso, o necessitati, a svendere il loro ambiente). Quest’ultimi (cioè i paesi poveri) sembrano prospettare una linea politica (di proposta) di ridurre il 50% delle emissioni di CO2 in proprio (cioè facendosene carico direttamente), e il 50% a carico dei paesi ricchi che dovrebbero finanziare uno sviluppo ecocompatibile. Difficile ahinoi che ottengano granché (visti gli egoismi e i guai finanziari ed economici dei ricchi).

Una proposta che potrà essere alla base di Copenaghen (un obiettivo da perseguire) è che entro il 2050 si eviti (si contenga) l’aumento previsto di 2 gradi di temperatura della biosfera: sarebbe una catastrofe climatica (coste, isole che sparirebbero dall’innalzarsi del mari, una desertificazione diffusa…). Ridurre pertanto le emissioni inquinanti perché questo non accada. La parola chiave più usata nel dibattito in corso è EFFICIENZA ENERGETICA, con l’incremento di risorse energetiche locali (cioè diffuse sui territori) ed ecocompatibili (energie rinnovabili non inquinanti).

Un ruolo importante, strategico, nel far fallire o ottenere risultati utili al vertice di Copenaghen passerà in ogni caso per quel che decideranno i grandi paesi emergenti (veri protagonisti in Danimarca): Cina, India e Brasile. Si impegnerà concretamente la Cina a riconvertire la sua produzione energetica basata su centrali a carbone che, peraltro, sta compromettendo la salute di tanta parte delle masse metropolitane dei suoi cittadini?     E come far capire a Lula, presidente del Brasile, che la politica di sviluppo dei biocarburanti (appunto per la produzione energetica) a danno della foresta amazzonica è un guaio non solo per l’intero pianeta ma, appunto, visto che in quel pianeta c’è pure il Brasile, anche per la sua politica energetica? (Lula vorrà sicuramente soldi dai paesi ricchi per salvaguardare l’Amazzonia…).    E l’India, la più scettica a impegnarsi in qualcosa di nuovo nello sviluppo energetico, si adeguerà agli altri se nascerà una proposta comune di riduzione fattiva della CO2?    Su questo sta pure il ruolo degli USA di Obama, e del tentativo di quest’ultimo di convincere le lobbies interne del petrolio a recedere (un po’) dai loro interessi; e il ruolo dell’Europa, in questo caso la più disponibile a una svolta verso la riduzione delle emissioni inquinanti. E gli altri (i paesi poveri e “non emergenti”) che stanno a guardare e a sperare in un qualcosa per loro di utile…

Nepal, appello per il clima. Il governo sale sull’Everest - Sabato 5 Dicembre 2009, Alcuni hanno avuto bisogno delle maschere d'ossigeno, ma non si sono fermati: il premier nepalese ed i 22 ministri del governo hanno tenuto la riunione di consiglio più "alta" della storia. Un altro messaggio sui rischi del riscaldamento del globo dopo il meeting in fondo all’oceano proposto dal governo delle Maldive, l’arcipelago che rischia di venire sommerso. Ai 5.242 di quota, accompagnati da sherpa e medici, ci sono arrivati in elicottero: poi venti minuti di riunione nel colle del Kala Pattar (ottima vista della montagna più alta del mondo) per lanciare il "manifesto dell'Everest": dieci punti che saranno presentati alla conferenza sul clima di Copenaghen. Guidati dal premier Madhav Kumar Nepal, reduce da una grave forma influenzale, i ministri nepalesi hanno ricordato che dalle loro montagne dipende la vita di 1,3 miliardi persone. È dai ghiacciai dell'Himalaya che nascono i dieci principali fiumi dell'Asia.(da “Il Gazzettino” 5/12/2009)

Pertanto, pare di capire dai possibili risultati della Conferenza, ci saranno impegni non da virtuoso “governo mondiale” (che sembra non ci sia proprio, il governo del mondo, attorniato com’è da lobbies finanziarie ed economiche poco propense al cambiamento) ma ogni singola nazione, ogni singolo stato (specie i più importanti, i “ricchi” e gli “emergenti”) che “lancia proposte” e impegni individuali nel tavolo dove si gioca il futuro del pianeta. Perché, quel che si capisce, il CLIMA è legato alla necessità di un governo mondiale, pertanto alla pace e allo sviluppo, a un mondo dove tutti possano vivere il più possibile serenamente.

E l’Italia?  gli impegni del protocollo di Kyoto non li ha rispettati: dal 1995 al 2012 doveva ridurre del 6,5 per cento le emissioni in atmosfera. Invece c’è un aumento della CO2 del 10 per cento (una forbice da colmare del 16,5 per cento…). E l’Italia è pure il paese dove ci sono più automobili di ogni altro paese al mondo (un veicolo ogni abitante e mezzo). Comunque (e qui sta il dato strano) con i veicoli più efficienti energeticamente (non solo nelle auto nuove ma in tutto il parco circolante di veicoli). L’Italia è a un bivio: se credere nello sviluppo ancor più massiccio di fonti energetiche alternative, o se adagiarsi nella futuribile speranza (fra quanti anni sarà?) dell’utilizzo del nucleare (che a nostro avviso sarebbe un passo indietro, un “non sviluppo”).

Investire sugli effetti positivi di efficienza energetica dati da tecnologie raffinate, semplici e non inquinanti (le biomasse, l’eolico, il solare, le minicentrali diffuse idroelettriche…), con l’autoproduzione energetica degli edifici e delle attività economiche; concentrarsi su politiche di risparmio e non spreco (pensiamo al trasporto a lunga distanza dell’energia con megaelettrodotti, dove si perdono quantità di energia che possono arrivare al 50 per cento di quanto immesso in rete…). Un’ ”intensità energetica” (consumo di energia per unità di prodotto interno lordo) più efficiente, investendo sugli effetti positivi, sull’efficienza energetica, con benefici sia sulla bolletta di ciascun utente, che su quella del paese intero e, appunto in primis, sul CLIMA. Per questo, nonostante le previsioni assai pessimistiche sui risultati del vertice di Copenaghen, si può credere, pensare, che il “treno in corsa del cambiamento” non si possa fermare. (continua…)

Conferenza di Copenaghen a rischio fallimento – l’accordo sul clima, sulla riduzione delle emissioni di gas serra, bloccato dai veti dell’intransigenza cinese e (per Obama) dalla lobby petrolifera americana -Il rischio di un sogno di salvezza dall’inquinamento globale che si sta infrangendo – La mobilitazione (della cultura, della politica, delle associazioni) per salvare Copenaghen

Mercoledì 18 Novembre 2009

le difficoltà della politica di Obama (Barack Obama - Official White House Photo by Pete Souza)

Si sta mettendo male per la conferenza sul clima di Copenaghen che inizierà il prossimo 7 dicembre: la quindicesima conferenza ONU sui Cambiamenti Climatici (COP15), di certo la più importante per numero di partecipanti, Paesi coinvolti, leaders presenti e per senso dell’urgenza e drammaticità che la circonda. Se vi capita di poter fare qualcosa (firmare un appello, partecipare a iniziative di cambiamento della vostra vita in senso meno consumistico, aderire a manifestazioni, coinvolgere associazioni cui siete soci, ect., ebbene, questo è il momento di farlo).

Stati Uniti e Cina (i due paesi producono da soli il 40% di emissioni nell’atmosfera) hanno messo un “alt”, un veto, ad ogni accordo globale, internazionale, migliorativo delle obsolete prescrizioni del trattato di Kyoto.    Il nuovo trattato che si doveva (dovrebbe?) avrebbe dovuto fissare:
- una serie di impegni ambiziosi di riduzione delle emissioni da parte dei paesi sviluppati dell’ordine del 25-40 per cento rispetto al 1990 (anno base per gli accordi di Kyoto) entro il 2020;
- un’azione adeguata da parte dei paesi in via di sviluppo per ridurre la crescita delle loro emissioni, a circa il 15-30 per cento in meno rispetto ai livelli normali al 2020;
- un accordo finanziario per aiutare i paesi in via di sviluppo a mitigare le emissioni e ad adattarsi ai cambiamenti climatici, dell’ordine di 100 miliardi di euro l’anno entro il 2020.

Importante è anche il mettersi in gioco in quest’occasione delle associazioni ambientaliste internazionali (come WWF e Greenpeace), e altre associazione del mondo delle Organizzazioni Non Governative, venendo a produrre un documento (Il “Copenhagen Climate Treaty”) sostenuto con iniziative in varie parti del mondo, che propone ai “Grandi della Terra” una serie di misure efficaci contro la catastrofe ambientale, come:

- I Paesi industrializzati, come gruppo, si impegnino a ridurre le proprie emissioni di gas serra di almeno il 40% entro il 2020, rispetto ai livelli del 1990.

- I Paesi industrializzati, come gruppo, si impegnino a fornire risorse finanziarie addizionali ai Paesi in Via di Sviluppo pari ad almeno 150 miliardi di dollari all’anno (fino al 2020) per supportare la transizione verso un sistema energetico pulito basato su fonti rinnovabili, per fermare la distruzione delle foreste tropicali e per misure di adattamento agli inevitabili impatti del cambiamento climatico.

- I Paesi in Via di Sviluppo si impegnino a ridurre la crescita delle proprie emissioni del 15-30% al 2020 rispetto a uno scenario “business-as-usual”.

- Soluzioni pericolose, come ad esempio l’energia nucleare, non rientrino tra le opzioni finanziabili all’interno del Protocollo di Kyoto per ridurre le emissioni.

- La deforestazione (e le emissioni ad essa associate) sia fermata in tutti i Paesi in Via di Sviluppo al più tardi entro il 2020. L’obiettivo “Deforestazione ZERO” deve essere raggiunto già entro il 2015 in Amazzonia, Congo e Indonesia.

Come vedete l’ambientalismo e le proposte generali previste per una possibile approvazione a Copenaghen non si discostano di molto: a parte il “no” convinto all’energia nucleare e impegni più precisi nell’ambito del blocco della deforestazione da parte degli ambientalisti, il tema politico dominante è lo stesso: da una parte aiutare i paesi poveri, in via di sviluppo, a crescere senza dover inquinare (come hanno invece fatto storicamente i paesi ora ricchi); dall’altra far sì, per i paesi ricchi, che lo sviluppo presente e futuro si basi su energie rinnovabili, sulla drastica riduzione dei sistemi che ora inquinano.

Su tutto questo le sfaccettature dei tanti paesi, delle tante realtà nazionali, che mostrano ancora una volta una condizione di difficoltà ad arrivare a un vero “governo del mondo”, mancando appunto un’autorità in grado di prendere delle decisioni virtuose per tutti, magari rinunciando, i ricchi ad alcune “comodità” inquinanti, e i “poveri” a stabilire il loro sviluppo su basi ecocompatibili (e su questo aspetto crediamo che il rafforzamento dei poteri degli organi internazionali porterebbe a risultati più efficaci). (continua…)

“Il petrolio finirà presto” – Credere nel cambiamento energetico urgente con le fonti rinnovabili è una necessità (abbandoniamo il greggio prima che sia lui ad abbandonarci)

Martedì 8 Settembre 2009
Pozzi di petrolio che bruciano… immagine tratta da “Apocalisse nel deserto” (Lektionen in Finsternis), un docu-film del 1992 di Werner Herzog.  Documentario provocatorio realizzato subito al termine della prima Guerra del Golfo del 1991, tra i pozzi di petrolio che gli iracheni in ritirata incendiarono nel Kuwait riconquistato dalle truppe americane. Tra le scene rimaste immortalate nella storia difficile della nostra epoca e realtà, quella finale dove, dopo l’affanno di quegli uomini intenti a spegnere le fiamme, essi decidono di riaccenderle, non concepiscono lo stare senza la distruzione (c’è appunto alla fine il gesto dell’uomo che lancia una fiaccola riaccendendo la fiamma su un pozzo petrolifero appena spento con enorme fatica)

Pozzi di petrolio che bruciano… immagine tratta da “Apocalisse nel deserto” (Lektionen in Finsternis), un docu-film del 1992 di Werner Herzog. Documentario provocatorio realizzato subito al termine della prima Guerra del Golfo del 1991, tra i pozzi di petrolio che gli iracheni in ritirata incendiarono nel Kuwait riconquistato dalle truppe americane. Tra le scene rimaste immortalate nella storia difficile della nostra epoca e realtà, quella finale dove, dopo l’affanno di quegli uomini intenti a spegnere le fiamme, essi decidono di riaccenderle, non concepiscono lo stare senza la distruzione (c’è appunto alla fine il gesto dell’uomo che lancia una fiaccola riaccendendo la fiamma su un pozzo petrolifero appena spento con enorme fatica)

E’ notizia di questi giorni che l’ “International Energy Agency” (Iea) con sede a Parigi, la massima autorità della politica energetica occidentale, ha formalizzato la decisione di “dire al mondo”, attraverso il suo presidente Fatih Birol, che il petrolio sta per finire, che la produzione sta scendendo di anno in anno di quasi il 7%, e che entro dieci anni ci troveremo in una grave crisi se non saranno concretizzati i sostituti del petrolio (o se non adotteremo politiche energetiche più parsimoniose e risparmiose). Non sono i “soliti” ecologisti a lanciare l’allarme, bensì un organismo ufficiale internazionale espressione di governi, che studia attentamente gli sviluppi delle produzione e del consumo energetico del pianeta. Al calo della produzione, si sovrappone la crescita dei consumi nei paesi in via di sviluppo (pensiamo solo alla Cina e all’India…): tra dieci anni ci sarà bisogno del petrolio di 4 Arabie Saudite (il paese che è al primo posto nella produzione di greggio, seguito subito dopo dalla Stati Uniti che sono pure i maggiori consumatori…). Qualcuno dice che questa previsione dell’ “Iea” è troppo catastrofista, e che avremo petrolio per altri trent’anni… ma cosa cambia?

Vi diamo qui conto di questo contesto di crisi petrolifera con alcuni articoli, puntando però subito sulle alternative in campo, non solo teoriche, che si stanno avviando e che forse necessitano di maggiore spinta e bisogno di crederci. (continua…)

Geotermia, il nuovo modo di abitare: la più straordinaria delle energie rinnovabili (l’utilizzo della temperatura del sottosuolo per estati fresche e inverni caldi, a temperatura costante)

Giovedì 20 Agosto 2009
la Geotermia in estate cede calore al terreno per rinfrescare gli edifici…

la Geotermia in estate cede calore al terreno per rinfrescare gli edifici…

Tra le energie rinnovabili, oltre alle biomasse, al solare, all’idroelettrico, all’energia dal vento (e ad altri processi da valutare con attenzione -perché son sorte delle perplessità-, come i biocarburanti, lo smaltimento di reflui organici animali e rifiuti umidi in gestione anaerobica -che formano il biogas-, oppure in certi contesti marini l’uso dell’energia maremotrice…), in tutto questo assume un particolare rilievo e, possiamo dire, è un po’ una  novità e desta grandissimo interesse la GEOTERMIA. Perché nel breve volgere di pochi anni (mesi?) si è passati da un guardare all’energia geotermica solo per  “grandi impianti”, a una “geotermia diffusa”, utilizzabile e applicabile in tutte le nuove abitazione che si costruiscono, ma anche (e qui sta la scommessa del prossimo futuro) adattabile con costi ridotti e facilmente ammortizzabili in breve tempo, alle abitazioni che già ci sono (anche grazie agli incentivi fiscali sulle ristrutturazioni).

La temperatura del suolo terrestre aumenta man mano che si scende di 3 gradi ogni 100 metri. Una volta (5, 10 anni fa…) si pensava alla geotermia come sfruttamento, in certe particolari aree particolarmente predisposte, di sorgenti d’acqua calda, convogliandone i vapori verso apposite turbine adibite alla produzione di energia elettrica (con possibilità di utilizzazione del vapore e del suo calore per il riscaldamento, per le coltivazioni in serra e per le stazioni termali). Tant’è che la geotermia si è diffusa di più nei paesi nordici, ricchi di queste fonti sotterranee, com’è il caso dell’Islanda, dove la geotermia ha raggiunto un grande sviluppo e garantisce quasi l’indipendenza energetica (molte notizie che riprendiamo qui sono riportate in un interessante fascicolo promozionale, “Casa Mia” allegato al Gazzettino di qualche settimana fa).

…in inverno estrae calore dal terreno per rinfrescare gli edifici (immagini tratte da www.bluearea.eu/)

…in inverno estrae calore dal terreno per rinfrescare gli edifici (immagini tratte da www.bluearea.eu/)

Ma ora il concetto di utilizzo della Geotermia come energia rinnovabile sta radicalmente cambiando. Non è più una questione di grandi impianti, e di fonti d’acqua e vapori termali del sottosuolo dove vi sono. Non è solo questo. La geotermia sta diventando l’opportunità di utilizzo della temperatura terrestre sottostante alle nostre case, per “collegarla” (attraverso apposite sonde) all’abitazione, per temperature costanti in inverno (calore) e d’estate (frescura). E senza emissione di Co2 nell’atmosfera (cioè a inquinamento zero). Si tratta di una forma di calore generata attraverso le caratteristiche geologiche della terra, derivanti dai processi di decadimento nucleare degli strati più profondi del pianeta; che fanno sì che il sottosuolo sia un enorme serbatoio termico, collegabile alle nostre abitazioni attraverso apposite sonde da installare. (continua…)

Centrali nucleari: il Veneto (con la Sicilia) si candida ad ospitarne una. La possibilità che venga collocata in Polesine (il bivio di “che scelta fare” nella vocazione energetica di questa splendida area geografica)

Sabato 18 Luglio 2009
La splendida, immensa, sconfinata campagna polesana nei pressi di Cavarzere, tra la bassa veneziana e Rovigo (da www.magicoveneto.it/)

La splendida, immensa, sconfinata campagna polesana nei pressi di Cavarzere, tra la bassa veneziana e Rovigo (da www.magicoveneto.it)

E’ notizia del 16 luglio che il Governo ha firmato il decreto di approvazione della Via (valutazione di impatto ambientale) per la riconversione a carbone (cosiddetto “pulito”) della centrale Enel di Porto Tolle. Un iter molto tormentato. La Commissione Via si era bloccata su un punto difficile da superare: la centrale è nell’area del Parco naturale regionale del Delta del Po e la legge istitutiva del parco dice che: “gli impianti di produzione di energia elettrica dovranno essere alimentati a gas metano o da altre fonti alternative di pari o minore impatto ambientale”. Pertanto l’imposizione di una centrale a carbone “ripulito dalle sostanze tossiche” (ma queste sostanze dovranno finire comunque da qualche parte…) è un’approvazione di fatto imposta politicamente. Porto Tolle (tra cinque anni, il tempo di adattarla a carbone) produrrà circa il 5% del fabbisogno energetico nazionale (un terzo del fabbisogno del Veneto).

Ma il tema di questo nostro intervento in questo blog è la connessione di tre elementi che si integrano naturalmente tra di loro. 1- la dichiarazione di disponibilità del presidente del Veneto Galan di accogliere nel proprio territorio una delle prime centrali nucleari che sono previste formalmente (la legge è stata definita e approvata in Senato il 9 luglio scorso… ve ne diamo conto qui di seguito); 2- il fatto che la “disponibilità veneta” (assieme a quella della Sicilia) è probabile che, in un contesto di opposizione della maggior parte delle altre regioni ad ospitare impianti di questo genere, fa sì che il Governo (e l’Enel) sta già pensando dove andare a costruire la prima centrale in tempi brevi nella regione che ha dato una disponibilità politica; 3- e infine una deduzione nostra è che poche sono le aree dove in Veneto si può collocare una centrale nucleare: in montagna no, almeno per motivi turistici e geomorfologici; nelle aree a urbanizzazione diffusa della pedemontana e del Veneto centrale e metropolitane di Venezia, ma anche veronesi, è impossibile per la troppa popolazione presente e diffusa; l’area veneta polesana, dal basso veneziano –Cavarzere- a tutta la provincia di Rovigo sembra inevitabilmente ben adattarsi, per i grandi –e magnifici- spazi esistenti, alla collocazione di un impianto assai “problematico” com’è una centrale nucleare.

Il Polesine pertanto che da passata terra agricolo-industriale di grandi coltivazioni e di pesca, di trasformazione alimentare (tutta la catena degli zuccherifici…), di esperienze di sviluppo metalmeccanico e industriale…. perduto negli anni recenti tutto questo (o quasi), sembra avere in questi anni incentivato una certa vocazione turistica della costa e, inoltre, una vocazione di sviluppo e gestione dell’energia (dalla combustione a petrolio e adesso a carbone, dalla rigassificazione ai progetti di trivellazione del metano nel vicino mare…).

Su quest’onda è interessante l’esperienza che qui come primo articolo vi presentiamo (che interessa quest’area e il ferrarese) di riutilizzo dei vecchi abbandonati zuccherifici (con un passato glorioso di lavoro e ricchezza per quest’area) di produzione energetica attraverso l’utilizzo di biomasse agricole (il sorgo da fibra) anch’esse prodotte in loco con una virtuosa riconversione agricola delle grandi distese di terre una volta coltivate a barbabietole (e “salvate” dall’acqua con sistemi a idrovore di grande sapienza tecnologica).

Allora, sembra a noi che il Polesine si trovi a un bivio, nell’ambito della sua “vocazione energetica”, tra produzioni diffuse ecologicamente compatibili (e di ripresa degli antichi “fattori di produzione”, le grandi distese terriere, i zuccherifici ora abbandonati), e dall’altra una condizione più “estranea” alle persone, ai lavoratori, alle cooperative agricole, alla storia e alla cultura di quest’ambiente, con l’arrivo e l’utilizzo di sistemi industriali più problematici: come avverrà sicuramente con il carbone a Porto Tolle; e come rischia di avvenire con una centrale nucleare. (continua…)