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	<title>Geograficamente</title>
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	<description>conservazioni e trasformazioni virtuose del territorio</description>
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		<title>Geoalimentazione &#8211; Lo strano caso del “Kebab” &#8211; Il cibo etnico tra identità culturali che si incontrano e business multinazionali – Le abitudini dei cittadini del mondo, tra alimentazione carnivora e vegetarianismo (di Luca Piccin)</title>
		<link>http://geograficamente.wordpress.com/2009/11/12/geoalimentazione-lo-strano-caso-del-%e2%80%9ckebab%e2%80%9d-il-cibo-etnico-tra-identita-culturali-che-si-incontrano-e-business-multinazionali-%e2%80%93-le-abitudini-dei-cittadini-del-mondo-tra-al/</link>
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		<pubDate>Thu, 12 Nov 2009 22:56:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sebastianomalamocco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Geografia e confini]]></category>
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Il nostro collega geografo, Luca Piccin, che ora vive in Francia, sollecitato da noi a intervenire nel blog, ci ha inviato questi appunti sull’ “etnic food” e la rilevanza dell’alimentazione nei rapporti tra popolazioni e territori.
   Pochi tra noi non sanno cosa sia e per alcuni è un pasto piuttosto ricorrente, specie per gli studenti [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=geograficamente.wordpress.com&blog=2356514&post=3143&subd=geograficamente&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><a rel="attachment wp-att-3145" href="http://geograficamente.wordpress.com/2009/11/12/geoalimentazione-lo-strano-caso-del-%e2%80%9ckebab%e2%80%9d-il-cibo-etnico-tra-identita-culturali-che-si-incontrano-e-business-multinazionali-%e2%80%93-le-abitudini-dei-cittadini-del-mondo-tra-al/geograficamente_kebab-2/"><img class="alignleft size-medium wp-image-3145" title="Geograficamente_kebab" src="http://geograficamente.files.wordpress.com/2009/11/geograficamente_kebab1.jpg?w=300&#038;h=224" alt="Geograficamente_kebab" width="300" height="224" /></a></p>
<p style="text-align:justify;"><em>Il nostro collega geografo, <strong>Luca Piccin</strong>, che ora vive in Francia, sollecitato da noi a intervenire nel blog, ci ha inviato questi appunti sull’ “etnic food” e la rilevanza dell’alimentazione nei rapporti tra popolazioni e territori.</em></p>
<p style="text-align:justify;">   Pochi tra noi non sanno cosa sia e per alcuni è un pasto piuttosto ricorrente, specie per gli studenti universitari spesso squattrinati&#8230;   All’inizio dell’anno questa pietanza è stata addirittura al centro di polemiche politiche (ahimè!), e perfino il londinese <em>the Times </em>se ne ha parlato (vedi oltre).  In quanto geografi non spetta a noi occuparci di queste faccende, certo è che possiamo conoscere meglio l’oggetto in questione. Che se ne comprenda o meno il significato, porta con sé la carica di esotismo e calore delle terre del sud: <em>kebab</em>, <em>shish kebab</em>, <em>döner kebab</em>… Nomi che arrivano dalle regioni più remote del vecchio mondo mediterraneo ma pure dal <em>global village</em> dei nostri giorni. </p>
<p style="text-align:justify;">   Oggi il kebab, almeno per alcuni, si inscrive nell’elenco di quello che si definisce <em>etnic food</em>; per altri, al contrario, è il piatto di ogni giorno, come dire il pane quotidiano. Questi “altri” sono le popolazioni del Mediterraneo orientale: turchi, siriani, libanesi… Non è possibile stabilire le sue origini, una data, un luogo ben preciso. Si tratta però, indubbiamente, di origini mediorientali, e più esattamente situabili nella regione del Mediterraneo orientale, la lunga striscia di costa che spesso non viene neppure considerata mediterranea, a partire dall’attuale Turchia settentrionale fino alle sponde meridionali del Mar Rosso. È esattamente l’area che, dal secolo XVI al XX secolo, ha costituito l’Impero Ottomano, con una celebre e fiorente capitale: Istanbul. Come sempre avviene, si scimmiotta il più potente, e insieme a lui le sue tradizioni culinarie. Prima di tutto, però, sarà bene definire la parola kebab. Nel Medio Evo, la parola <em>kebab </em>significava in arabo carne fritta, cotta in olio, ingrediente di un piatto stufato. Letteralmente kebab vuol dire carne tritata cotta alla griglia. E <em>shish kebab</em> è il kebab montato su spiedino (shish). Se la carne è in pezzi e non macinata, il kebab è <em>che’aaf</em> (in pezzi). Quanto alla carne, bisogna precisare che si tratta quasi sempre di carne ovina. I bovini sono stati introdotti solo di recente come allevamento e in cucina, e sono apprezzati per la loro resa e il basso costo. Quella ovina è sempre stata, dunque, la carne di elezione. Se ne fanno grigliate morbide e succulente grazie al suo sapore fine e al suo alto tenore di grasso (caratteristica che la rende un po’ meno pregevole ai giorni nostri).</p>
<p style="text-align:justify;">   La zona più rinomata per i suoi kebab oggi è quella di Aleppo, magnifica città della Siria settentrionale a 40 chilometri dalla frontiera turca, conosciuta come una delle città più fiorenti, ricche e cosmopolite fin dall’antichità. Il kebab lì richiede innanzitutto una carne di buona qualità (preferibilmente proveniente da <em>Hama</em>, regione siriana conosciuta per i suoi rigogliosi pascoli) tritata finemente e condita con sale e pepe nero e dolce. Nient’altro. Le combinazioni della carne trita con verdure, spezie o salse, generano infinite varianti di kebab. Il <em>kebab ourfalli</em>, per esempio, viene servito con pomodori grigliati disposti su di un letto <em>dipies</em>, mistura di prezzemolo, cipolla e sommacco.</p>
<p style="text-align:justify;">   Il <em>kebab batenjann</em> (con melanzana) è uno splendido spiedino nel quale la carne è alternata con pezzi di melanzana. La carne deve essere tritata molto finemente, tanto da diventare una specie di pasta e le si possono incorporare anche pistacchi o pinoli… Oggi l’operazione si realizza utilizzando un tritatutto elettrico, o qualche altro robot da cucina, ma il vero segreto sta nel tritare la carne molto fine senza disperderne il succo.   Ogni buon macellaio dispone infatti di uno spesso ceppo di legno sul quale lavora la carne finemente battendola con un coltello enorme e terrificante, simile a una mezzaluna e come questa munito di due impugnature a forma di palla alle estremità, così da poterlo tenere ben fermo con entrambe le mani. Il macellaio batte con ritmo sostenuto ed energico la carne insieme al resto degli ingredienti, fino a ottenere una pasta liscia e compatta.   Un tempo si poteva riconoscere un buon macellaio dalla musica prodotta dal suo coltello da kebab e dalla profondità dell’incavo sul suo ceppo…  <strong></strong></p>
<p style="text-align:justify;">   Il fatto che le origini del kebab siano impossibili da stabilire quanto a data e luogo di nascita non  significa che in molti non abbiano provato a impadronirsene; le versioni sono numerose. Quella più “sensazionale” vuole che i soldati di Alessandro Magno siano stati i primi a far cuocere la carne in pezzi, infilzata sulle loro spade, sopra un fuoco di legna. La matrice di tale versione deve essere occidentale e dettata dal desiderio di riportare ogni cosa a Cesare o se non altro ai suoi antenati (ammesso che i Greci accettino di essere considerati gli antenati di un Romano!). La versione invece più sciovinista riferisce la stessa storia ai soldati turchi, intorno a fuochi da campo delle prime armate ottomane. Ben anteriori a tutto ciò, si ritrovano in alcuni disegni bizantini i progenitori dello shish kebab, e persino Omero descrive una grigliata su spiedo nella sua Odissea. La vera origine del kebab sarebbe comunque cittadina, in netto contrasto con le tradizioni rurali, delle campagne o dei deserti della regione. Una preparazione delicata e raffinata come il kebab, che utilizza una tecnica elaborata, ingredienti rari e sofisticati come le spezie, che si combinano in così numerose varianti, non può derivare che dalla tradizione culinaria di una grande città, ricca e prospera, che si può permettere un simile cibo. Una città come Istanbul o Aleppo.<span id="more-3143"></span></p>
<p style="text-align:justify;">   Una tradizione metropolitana che concepisce il kebab, contrapposta a una tradizione rurale che concepisce invece il <em>meshui </em>del deserto: l’agnello tagliato a grossi pezzi, condito e arrostito sulla brace viva in un forno interrato nella sabbia. Cittadino dunque. A supportare ulteriormente questa tesi c’è il fatto che il kebab è un prodotto del suk più che una preparazione domestica. In ogni città dell’Oriente si stabilisce infatti una differenza sostanziale fra prodotto del suk e prodotto fatto in casa. Alcuni piatti non vengono mai preparati fra le mura domestiche, si comprano già pronti nel suk. Come il gelato da noi per intendersi, ma oggi anche per molte altre pietanze&#8230; </p>
<p style="text-align:justify;">   Un tempo non sarebbe venuto in mente a nessuno di farsi in casa un dolce di sfoglia <em>baklava</em>, i <em>falafel</em>, i <em>mana’iish </em>(sorta di pizze al timo e all’olio che si consumano per la prima colazione) o persino l’<em>hommus </em>(crema di ceci e pasta di sesamo). Piccole botteghe sono specializzate nella preparazione di particolari piatti o dessert, e vendono soltanto quelli: nei paesi di forte immigrazione musulmana, come in Francia  Meridionale, se ne possono trovare numerosi esempi. Se si parla di kebab non si può ignorare l’altro kebab: il <em>döner</em>. Se il kebab può dunque essere  uno spiedino che non pesa molto più di 50 grammi, il <em>döner kebab</em> è invece un enorme spiedo che supera i 20 chili. Di fatto <em>döner</em> significa “che gira”. Dunque un kebab che gira.   Un grande spiedo verticale, di forma conica, con la punta volta verso il basso e composto di strati alternati di carne marinata e grasso, che cuoce di fronte a una specie di muro di fuoco.</p>
<p style="text-align:justify;">   Tradizionalmente la fonte di calore non era alimentata con il gas o con l’energia elettrica: dietro lo spiedo venivano sistemate delle braci ardenti su una sorta di scaffalatura. Il <em>döner kebab</em> arrostisce in superficie poco a poco, mentre lo spiedo gira senza sosta, e solo la parte esterna, ben cotta e croccante, viene tagliata e servita, il più delle volte in un sandwich. Il <em>döner </em>è chiamato <em>shawarma</em> il Libano e in Siria. </p>
<p style="text-align:justify;">   La carne è spesso di agnello, e la marinata è il segreto di ogni specialista. Spesso è composta da abbondanti spezie – pepe, cannella, sette spezie – timo e anche cipolla, olio e aceto. La carne tagliata dal grosso spiedo è servita in una pagnotta con accompagnamento di ingredienti diversi: ogni paese ha il suo pane e la sua particolare ricetta. In Libano la <em>shawarma</em> è guarnita con prezzemolo, cipolla, pomodori e <em>tarator </em>(salsa a base di tahina, pasta di sesamo). C’è poi anche la <em>shawarma</em> di pollo, oggi molto in voga, con il suo condimento a base di aglio. Le origini del <em>döner kebab</em> sono ben definite, essendo piuttosto recenti. È nato a Bursa, città della Turchia non lontana da Iznik e Istanbul, e prima capitale del giovane Impero Ottomano (secolo XIV). Si narra che, verso la metà del secolo XIX, Iskender, un <em>kebabji</em> della città, ebbe l’idea di fare un enorme kebab e di cuocerlo in verticale. Da allora <em>döner</em>, <em>gyros</em> e <em>shawarma </em>sono famosi in tutto il mondo, ma sono molti a giurare che il migliore resti sempre quello di Bursa: la carne utilizzata proviene esclusivamente dal Monte Uludag, l’Olimpo della Misia, maestosa montagna che domina la città, sulle pendici della quale le pecore si nutrono di erbe aromatiche in abbondanza.</p>
<h3 style="text-align:center;">To be a global kebab fast food leader</h3>
<p style="text-align:justify;">   Il <em>kebab</em>, cibo di strada artigianale per eccellenza, è anche una faccenda da multinazionali. E che faccenda… Oltre alle grandi catene di <em>franchising</em>, possiamo citare, come esempio, alcuni grossi produttori di <em>döner </em>surgelati: <em>Karmez</em>, società di Francoforte fondata nei primi anni Ottanta dalla famiglia <em>Tütücünbasi</em>, trasferitasi dalla Turchia dieci anni prima, e con filiali in Francia, Belgio, Regno Unito, Irlanda, Portogallo, Spagna, Italia, Austria, Grecia, Danimarca, Svezia e Finlandia.</p>
<p style="text-align:justify;"><em>   Eura Döner International</em>, anch’essa tedesca, con sede a Hof in Turingia, ha distributori in Italia, Austria, Francia, Regno Unito, Spagna, Olanda, Belgio, Svezia e Polonia.  Secondo <em>Superior Meat Processor (Smp)</em> – fondata nel 1989 in una località che lo stringatissimo sito web si limita a indicare come «Nord est dell’Inghilterra » – il consumo di carne per kebab nei locali pubblici del Regno Unito è da 4 a 18 volte superiore a quello di carne da <em>roast beef</em>, con un giro d’affari paragonabile solo a quello dei McDonald’s. Fra i suoi prodotti, non solo cilindroni magnum di carne imprecisata, ma anche «moderni coltelli a rotella», sorta di rasoi elettrici per facilitare le operazioni di taglio. Con buona pace della proverbiale competenza nel taglio, vanto da sempre dei cuochi del <em>döner kebab</em>.</p>
<p style="text-align:justify;">   Altro gigante del settore è la tedesca <em>Kapadokya AG Berlin Döner</em>, con una produzione che oscilla fra le 6 e le 7 tonnellate di prodotto al giorno. La pubblicità di queste compagnie insiste sulle condizioni igieniche della preparazione – ovviamente ineccepibili –, sulle varie certificazioni (naturalmente inappuntabili), sulla qualità delle carni usate – ci credereste? Eccellente. Non si parla invece di provenienza della carne, di controllo di filiera, di alimentazione degli animali e di altri dettagli del genere.</p>
<p style="text-align:justify;">   La <em>Ilta</em> di Vicenza – produzione, anche di alta qualità e bio, con controllo dell’intera filiera e tracciabilità, di carni di coniglio, pollo e tacchino, da allevamenti in Veneto, Lombardia e Friuli Venezia Giulia – esporta, dopo macellazione <em>halal</em>, ingenti quantitativi di carne di tacchino in Germania e nel resto d’Europa. Parte di questa viene destinata dai grossisti alla composizione di <em>döner kebab</em>, in percentuali variabili, decise dai “confezionatori”. Di fatto, questa carne risulterà frammista ad altre carni, rosse o bianche, di qualità incerta e provenienza al momento sconosciuta. </p>
<p style="text-align:justify;">   E poi c’è la catena <em>Kyros Kebab</em>, della <em>Gettmore Group Sdn. Bhd</em>., società consede a Kuala Lumpur, presente in Malesia, Singapore, Cina, Indonesia e Pakistan, pronta a sbarcare in Italia, e probabilmente ovunque, considerata la sua vision, che sta tutta in otto parole: «To be a global kebab fast food leader».  [<em>Fonte: la rivista Slow Food</em>]</p>
<p style="text-align:center;"><strong>…………….</strong></p>
<p style="text-align:center;"><strong>L’Italia bandisce i kebab e i cibi stranieri dalle città</strong></p>
<h4 style="text-align:justify;">Articolo pubblicato sabato 31 gennaio 2009 in Gran Bretagna. [The Times]</h4>
<p style="text-align:justify;">   Il pomodoro viene dal Perù e gli spaghetti sono forse un regalo della Cina. E’, tuttavia, lo “straniero” kebab ad essere bandito dalle città italiane mentre sta diventando l’obiettivo di una campagna contro il cibo etnico, sostenuta dal governo di centro-destra di Berlusconi.  L’iniziativa di far mangiare agli italiani solo cibo italiano, che e’ stata descritta dalla sinistra e da importanti chef come razzismo gastronomico, e’ cominciata nella città di Lucca questa settimana, dove il consiglio comunale ha vietato l’apertura di qualsiasi nuovo ristorante etnico all’interno delle antiche mura della città.</p>
<p style="text-align:justify;">   Ieri si e’ diffusa alla Lombardia e al suo capoluogo, Milano, anch’esso governato dal centro-destra. Il partito anti-immigrazione Lega Nord ha introdotto le restrizioni “per proteggere le specialita’ locali contro la crescente popolarità delle cucine etniche”.   Luca Zaia, il Ministro dell’Agricoltura e membro della Lega Nord di origini venete, ha applaudito le autorità di Lucca e Milano per le azioni repressive contro il cibo non italiano. “Noi sosteniamo le tradizioni e la salvaguardia della nostra cultura,” ha affermato.   Zaia ha detto che ristoranti etnici autorizzati all’esercizio, “sia che servano kebab, sushi o cibo cinese”, dovrebbero “smetterla di importare container carichi di carne e pesce di cui non si conosce la provenienza” e dovrebbero usare solo ingredienti italiani.   Zaia, quando gli e’ stato chiesto se ha mai mangiato un kebab, ha risposto: “No, e sfido chiunque a dimostrare il contrario. Preferisco i piatti del mio nativo Veneto. Rifiuto persino di mangiare l’ananas”. Mehmet Karatut, proprietario di quattro ristoranti di kebab a Lucca, ha affermato di usare solo carne italiana.</p>
<p style="text-align:justify;">   Davide Boni, un consigliere a Milano per la Lega Nord, che si oppone anche alla costruzione di moschee nelle città italiane, afferma che i proprietari di ristoranti di kebab sono pronti a lavorare più a lungo, il che costituisce competizione disonesta.   “Questa e’ la nuova crociata lombarda contro i saraceni,” ha affermato il quotidiano La Stampa. L’opposizione di centro-sinistra a Lucca ha affermato che la campagna è discriminatoria e che equivale a “pulizia etnica culinaria”.</p>
<p style="text-align:justify;">   Vittorio Castellani, un celebre chef , ha affermato: “Non c’è un piatto sulla terra che non sia una combinazione di tecniche, prodotti e sapori di culture che si sono incontrate e mescolate nel corso del tempo”.   Ha dichiarato detto che molti piatti che si pensa siano italiani sono, in realtà, importati. ll pomodoro San Marzano, l’ingrediente principale della sugo italiano per la pasta, e’ un regalo del Perù al Regno di Napoli nel diciottesimo secolo. Si pensa che persino gli spaghetti, furono portati dalla Cina da Marco Polo, e le arance e i limoni vennero dal mondo arabo.  Castellani afferma che la proibizione rifletta la crescente intolleranza e xenofobia in Italia. E’ anche un colpo per gli immigrati che si guadagnano da vivere vendendo cibi etnici, che sono popolari per il loro basso costo. Ci sono 668 ristoranti etnici a Milano, in crescita di quasi il 30% in un anno.  Il centro-destra ha vinto le elezioni di aprile l’anno scorso in parte a causa dell’allarmismo sul crimine e l’immigrazione. Questa settimana c’e’ stata una serie di attacchi nei confronti di immigrati in bar e negozi dopo l’arresto di sei rumeni accusati di uno stupro di gruppo nei confronti di una ragazza italiana nella periferia romana di Guidonia.</p>
<p style="text-align:justify;">   Filippo Candelise, un consigliere di Lucca, ha detto: “Accusarci di razzismo e’ oltraggioso. Tutto quello che stiamo facendo e’ proteggere il patrimonio culinario della città”.   Massimo Di Grazia, il portavoce della città, ha dichiarato detto che la proibizione serve a migliorare l’immagine della città e a proteggere i prodotti toscani. “Prende di mira sia McDonald’s che i ristoranti di kebab,” ha aggiunto.</p>
<p style="text-align:justify;">   C’e’ confusione, tuttavia, su quello che si intende per etnico. Di Grazia ha dichiarato detto che i ristoranti francesi saranno autorizzati. Non era sicuro, però, sulla cucina siciliana. E’ influenzata dalla cucina araba.</p>
<p><a href="http://www.timesonline.co.uk/tol/life_and_style/food_and_drink/article5622156.ece" target="_blank">[Articolo originale " Italy bans kebabs and foreign food from cities " di Richard Owen]</a></p>
<p style="text-align:center;">…………..</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Intervista a <em>Fatih Akin</em> (Orso d&#8217;Oro a Berlino 2004 con <em>La sposa turca</em>), sceneggiatore di <em>Kebab Connection</em> del regista <em>Anno Saul</em>.</strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Da dove nasce l’idea per la sceneggiatura di <em>Kebab Connection</em>?</strong></p>
<p style="text-align:justify;">L’idea del film viene dal produttore Ralph Schwingel. Dopo <em>Kurz und schmerzlos</em>, l’altro mio film che ha prodotto Ralph, abbiamo cercato insieme un secondo progetto. Ho scritto due sceneggiature e parallelamente sviluppato quello che poi è diventato il mio secondo film, <em>Im Juli</em>. Quando abbiamo cominciato a lavorare insieme, ho detto a Ralph che avrei voluto realizzare il primo film tedesco di kung fu. Poi, con il tempo, il film è diventato una commedia in cui è il protagonista a voler girare il primo film di arti marziali della storia tedesca, ma invece finisce per raggiungere il successo con gli spot per il fast food di kebab dello zio. Sono contento che Anno Saul sia riuscito a portare sullo schermo la storia.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Che importanza ha il cibo, e in particolare il kebab, nell’identità dei turchi emigrati in Germania?</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Il cibo secondo me è una parte importante dell’identità culturale ed etnica di una persona e di un gruppo. Questo anche se talvolta le specialità culinarie non sono molto diverse, come accade ad esempio fra turchi e greci. Il finale del film vuole proprio esprimere quanto effimere possano essere talvolta le distinzioni e le definizioni nella cultura del cibo. Naturalmente poi, e non lo nego, ci sono feste tradizionali e momenti rituali in cui ci godiamo i piatti tipici, di cui io tra l’altro sono un grande appassionato.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Nel film il figlio del greco è vegetariano. Il conflitto generazionale può passare anche attraverso il cibo?</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Certamente è rischioso considerare le abitudini alimentari come l’espressione di un conflitto  intergenerazionale, ma d’altro canto è vero che i miei amici e io mangiamo molto più spesso cibi internazionali rispetto ai nostri genitori. Non avevo ancora pensato la questione in questi termini, ma in effetti credo che anche in questo campo ci siano stati dei cambiamenti dovuti ai diversi ambiti socioculturali in cui noi e i nostri genitori siamo cresciuti.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Tu sei nato ad Amburgo, ma la tua famiglia è di origine turca e hai dichiarato di sentirti uno zingaro del cinema&#8230;</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Siamo figli del mondo, figli dell’Europa, figli della Germania: abbiamo così tanti retroterra culturali che non è possibile darci una definizione. Io ho amici in tutto il mondo, faccio per il cinema quello che Manu Chao fa per la musica. Noi siamo la generazione di Manu Chao e credo che questo spirito sia presente nei miei film, un’apertura verso l’esterno.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Tu parli di immigrati turchi di seconda generazione. Credi che il tuo sia <em>Heimat Film</em>, ovvero un cinema che si interroga sull’identità?</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Si tratta di uno scambio a livello culturale: ho amici pittori, scrittori, musicisti, cineasti che sentono questo forte bisogno di esprimersi, di creare e di interrogarsi su questo tema. Noi siamo solo artisti, non siamo rappresentativi per le persone della strada, per gli operai o i guidatori di taxi.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Eppure molti tedeschi tramite i tuoi film hanno scoperto all’improvviso l’esistenza di questa comunità di turchi che ormai è tedesca in quanto nata in Germania…</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Certo in questo il mio cinema è stato utile. La mia patria è Amburgo. Sono nato lì, ci vivo volentieri e per questo reputo i miei film espressione di un’identità amburghese, più che tedesca o turco-tedesca. Certo ho cercato nel mio lavoro di riportare anche una parte di identità turca, sebbene io – e questo è fuor di dubbio – senta più Amburgo come patria.</p>
<p><em>[intervista di Chiara Ugolini tratta da: la rivista Slow Food, giugno 2005]</em></p>
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		<title>Dolomiti: Disneyland o Patrimonio dell’umanità? &#8211; Montagne di serie A e di serie B: le prime dentro il “nonsense” consumistico, le seconde abbandonate e spesso degradate. La necessaria svolta di una politica di sano sviluppo della montagna</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Nov 2009 23:08:01 +0000</pubDate>
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   Il 26 ottobre scorso a Udine è stato approvato lo Statuto definitivo per la costruzione della Fondazione “Dolomiti Patrimonio dell’Umanità” (il vero nome non è ancora chiaro cosa sarà) con sede legale e fiscale a Belluno, e con sette soci fondatori: le Province di Belluno, Bolzano, Trento, Pordenone e Udine, e le Regioni Veneto [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=geograficamente.wordpress.com&blog=2356514&post=3130&subd=geograficamente&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><div class="mceTemp mceIEcenter" style="text-align:justify;">
<div id="attachment_3132" class="wp-caption aligncenter" style="width: 460px"><a rel="attachment wp-att-3132" href="http://geograficamente.wordpress.com/2009/11/10/dolomiti-disneyland-o-patrimonio-dell%e2%80%99umanita-montagne-di-serie-a-e-di-serie-b-le-prime-dentro-il-%e2%80%9cnonsense%e2%80%9d-consumistico-le-seconde-abbandonate-e-spesso-degradate-la-ne/erto-vecchia-sotto-e-nuova-sopra-2/"><img class="size-full wp-image-3132" title="erto vecchia (sotto) e nuova (sopra)" src="http://geograficamente.files.wordpress.com/2009/11/erto-vecchia-sotto-e-nuova-sopra1.jpg?w=450&#038;h=337" alt="erto vecchia (sotto) e nuova (sopra)" width="450" height="337" /></a><p class="wp-caption-text">La Valle del Vajont tra le candidate a divenire capitale delle Dolomiti (proposta provocatoria? Forse, ma interessante). Qui nell’immagine, sullo sfondo, veduta di Erto vecchia (sotto) e nuova (sopra). La valle del Vajont si trova all&#39;interno del Parco Regionale delle Dolomiti Friulane ed i paesi di Erto e Casso fanno parte dell’omonimo comune, in provincia di Pordenone. La franosità dei luoghi era ben nota agli antichi abitanti che, purtroppo, nulla poterono di fronte alla massa di 300 milioni di metri cubi che dal monte Toc invase il lago artificiale del Vajont la sera del 9 ottobre 1963. La catastrofe fu immane. I 50 milioni di metri cubi di acqua che si schiantarono contro i fianchi dei monti e più giù verso Longarone causarono in tutto 1917 vittime, di cui, nell’onda, sopra la diga, 347 a Erto e Casso</p></div>
</div>
<p style="text-align:justify;">   Il 26 ottobre scorso a Udine è stato approvato lo Statuto definitivo per la costruzione della Fondazione “Dolomiti Patrimonio dell’Umanità” (il vero nome non è ancora chiaro cosa sarà) con sede legale e fiscale a Belluno, e con sette soci fondatori: le Province di Belluno, Bolzano, Trento, Pordenone e Udine, e le Regioni Veneto e Friuli Venezia Giulia (dell’incontro vi diamo conto di seguito con un articolo ripreso da “il Gazzettino”).  E’ da capire bene quali saranno i compiti del nuovo ente che si sovrappone alle Province e alle Regioni. Le difficoltà non mancano: da sempre ci sono state Dolomiti di serie A (superfinanziate nelle province che godono dello statuto speciale), e province povere, come quella di Belluno, che deve pure sopperire al fatto di essere in una regione, il Veneto, con un territorio assai variegato, e forse con un’attenzione maggiore ad alcune aree del suo territorio e poco nel fare una convinta “politica della montagna” nel Bellunese.</p>
<p style="text-align:justify;">   Che ci sia un “ente superiore”, unico, che si interessa e sovrintende ad un’area così importante e omogenea (pur nelle sue differenziazioni geofisiche) può andar bene, essere utile. Basta che non si trasformi in un ente che brucia soldi solo per il suo finanziamento.</p>
<p style="text-align:justify;">  </p>
<div id="attachment_3135" class="wp-caption alignleft" style="width: 235px"><a rel="attachment wp-att-3135" href="http://geograficamente.wordpress.com/2009/11/10/dolomiti-disneyland-o-patrimonio-dell%e2%80%99umanita-montagne-di-serie-a-e-di-serie-b-le-prime-dentro-il-%e2%80%9cnonsense%e2%80%9d-consumistico-le-seconde-abbandonate-e-spesso-degradate-la-ne/erto-scorcio/"><img class="size-medium wp-image-3135" title="erto scorcio" src="http://geograficamente.files.wordpress.com/2009/11/erto-scorcio.jpg?w=225&#038;h=300" alt="erto scorcio" width="225" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Erto, scorcio</p></div>
<p style="text-align:justify;">Ma quale sarà la “capitale” dell’area dolomitica?  Sarà a rotazione in luoghi diversi, o in un unico posto?    Le candidature finora sono: Cortina (la favorita), Bolzano, Trento, il Pordoi, Agordo, Bressanone, Belluno, Tolmezzo, Auronzo, Pieve di Cadore, il Vajont. A noi non dispiacerebbe quest’ultimo (il Vajont) perché rappresenta un’area che ha subìto una grande sofferenza, e che ora fa sicuramente parte di quella montagna di serie B, luoghi non rinomati all’attrazione turistica (effettivamente le catene montuose attorno a Cortina possono essere più attraenti…) ma che sarebbero in grado di sviluppare un turismo più intelligente (rispetto a quello di massa e mondano di certe località) e con attività economiche di pregio (sulle biomasse come energia rinnovabile, sull’agricoltura specialistica, sull’artigianato e sui centri di sperimentazione e ricerca ambientale…).</p>
<p style="text-align:left;">  Invece ora tutto appare poco credibile che possa verificarsi “una svolta” della montagna: il degrado territoriale che accade (a Cancia, pochi chilometri da Cortina, la frana che nel luglio scorso distrugge un borgo e due persone muoiono…); lo sviluppo dell’edilizia delle seconde case e dei mega-centri-vacanze (a Rocca Pietore sotto la Marmolada) (ne abbiamo qui parlato nei mesi  scorsi: <a href="http://geograficamente.wordpress.com/2009/02/07/montagna-come-iesolo-%e2%80%93-grand-hotel-marmolada-un-altro-de-profundis-per-un-ghiacciaio-che-non-c%e2%80%99e-quasi-piu/">http://geograficamente.wordpress.com/2009/02/07/montagna-come-iesolo-%e2%80%93-grand-hotel-marmolada-un-altro-de-profundis-per-un-ghiacciaio-che-non-c%e2%80%99e-quasi-piu/</a> ).</p>
<p style="text-align:justify;">   Alla base di tutto, per fare una politica della montagna, e in questo caso dell’area dolomitica, serve “un progetto” chiaro di sviluppo e conservazione. Far tornare la montagna luogo di conservazione ambientale, di sviluppo di attività sì di nicchia, ma di grande valore economico, specialistiche e compatibili con l’ambiente (l’artigianato e l’industria dell’occhialeria in Cadore e nell’Agordino…). Riuscire a riportare la produzione agroalimentare, gli allevamenti, l’agricoltura di montagna; recuperare le aree abbandonate per la ripresa del pascolo e attività agrituristiche. Creare una “Università delle Dolomiti” che faccia ricerca su questi luoghi dalle più che variegate composizioni ambientali; che studi gli aspetti naturalistici, la botanica, il paesaggio, la meteorologia… cioè riuscire a fare della montagna (le Dolomiti) non territorio dove la ricerca è “colonizzata” dalle Università di pianura, ma riesca “da sè”, dal suo interno a produrre ed esprimere risorse per la ricerca scientifica… insomma un ritorno ad uno sviluppo virtuoso dell’economia di montagna, della vita e della cultura delle sue popolazioni, tutto questo contrasta con quello che è il processo di adesso: una montagna che si basa su un turismo di massa (per lo più “mordi e fuggi”), con tante aree di abbandono.</p>
<p style="text-align:justify;">   L’apparizione dell’orso nelle Dolomiti: ennesimo “oggetto” di attrazione turistica (e adesso si incomincia pure a parlare del “ritorno del lupo”). Dolomiti disneyland; luna park permanente, a cui si è ridotto la montagna e la sua raffinata cultura del passato, ora addormentata dalla giostra turistica. Sarà in grado la nuova Fondazione di mettere in campo un progetto di sviluppo innovativo affinché la montagna (le Dolomiti), e le sue genti, riacquisti una spinta propulsiva verso una sua autonomia culturale, economica, di sviluppo e valorizzazione intelligente?</p>
<p style="text-align:center;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;</p>
<p><em>Unesco – Le cinque Province hanno approvato lo statuto della Fondazione</em></p>
<p style="text-align:center;"><strong>ORA LE DOLOMITI HANNO LA “CARTA”</strong></p>
<p><em>di Antonella Lanfrit, da “il Gazzettino” del 27/10/2009</em></p>
<p style="text-align:justify;">UDINE – Le Dolomiti patrimonio dell’umanità camminano speditamente per rendere operativi i propri strumenti di salvaguardia: a Udine è stato licenziato lo Statuto definitivo per la costituzione della Fondazione,<span id="more-3130"></span> trovando la formula, un Consiglio direttivo, perché anche le Regioni Friuli Venezia Giulia e Veneto abbiano voce in capitolo insieme alle Provincie di Belluno, Bolzano, Trento, Pordenone e Udine.</p>
<p style="text-align:justify;">   Era il nodo politico che restava da sciogliere ed ora che tutti i sette soci fondatori hanno trovato il modo di rappresentarsi si procederà per la ratifica del documento da parte di Giunta e Consiglio delle cinque province e la firma dal notaio. Spetterà quindi alla Regione del Veneto riconoscere la Fondazione, poiché la sua sede fiscale e legale è a Belluno. “Vogliamo che sia operativa entro gennaio 2010”, ha confermato al termine dei lavori del tavolo politico l’assessore alla Montagna della Provincia di Udine. Otorino Faleschini.</p>
<p style="text-align:justify;">   Del Consiglio Direttivo (che si aggiunge al Cda, presidente, comitato scientifico, collegio dei sostenitori e dei revisori dei conti) faranno dunque parte le due Regioni e le cinque Province, con il compito di dare gli indirizzi strategici per i piani di gestione e di assicurare azioni “armonizzate” rispetto alle politiche territoriali e ambientali. L’organismo, inoltre, esprimerà parere obbligatorio sugli atti del Cda.</p>
<p style="text-align:justify;">   “in questa Fondazione bisogna crederci – ha detto l’assessore alla Cultura del Friuli Venezia Giulia, Roberto Molinaro -. Come Regione abbiamo chiesto di entrare a far parte, insieme al Veneto, perché sappiamo che è uno strumento di sviluppo del territorio”.</p>
<p>   Tra le dodici azioni che la Fondazione potrà sviluppare vi sono l’eventuale adozione di nuovi strumenti di salvaguardia e la possibilità di esprimere “il parere” sulla pianificazione territoriale che Regioni e Province faranno nelle aree su cui insistono le cime. Il 2 dicembre incontro a Venezia. (<em>Antonella Lanfrit)</em></p>
<p style="text-align:center;"><em>&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;</em></p>
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<div id="attachment_3136" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a rel="attachment wp-att-3136" href="http://geograficamente.wordpress.com/2009/11/10/dolomiti-disneyland-o-patrimonio-dell%e2%80%99umanita-montagne-di-serie-a-e-di-serie-b-le-prime-dentro-il-%e2%80%9cnonsense%e2%80%9d-consumistico-le-seconde-abbandonate-e-spesso-degradate-la-ne/erto-la-piazza/"><img class="size-medium wp-image-3136" title="erto la piazza" src="http://geograficamente.files.wordpress.com/2009/11/erto-la-piazza.jpg?w=300&#038;h=225" alt="erto la piazza" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">Erto, la piazza</p></div>
<p>&nbsp;</p>
<p></strong></p>
<p><a href="http://www.tecnologos.it/Articoli/articoli/numero_023/01erto.asp">http://www.tecnologos.it/Articoli/articoli/numero_023/01erto.asp</a></p>
<p><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Disastro_del_Vajont">http://it.wikipedia.org/wiki/Disastro_del_Vajont</a></p>
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<p><strong>PER  L’UMANITA’  SONO  UN  PATRIMONIO,  MA  OCCHIO  A  NON FARNE  SOLO  UN  BUSINESS</strong></p>
<p><em>di Emilio Marrese, da “Il Venerdì di Repubblica” del 31/7/2009</em></p>
<p style="text-align:justify;"><em>- II riconoscimento dell&#8217;Onu premia una zona dove la bellezza è unica, ma le anime e gli interessi numerosi. Così tra i Comuni delle cinque province coinvolte inizia la gara per assicurarsi la guida della Fondazione che gestirà il marchio. E gli ambientalisti temono che non basti a evitare le speculazioni -</em></p>
<p style="text-align:justify;">CORTINA. Si fa presto a dire Dolomiti. La spettacolare scenografia, appena riconosciuta Patrimonio naturale dell&#8217;umanità dall&#8217;Unesco, fu da sfondo a storie, attori e realtà profondamente diverse.</p>
<p style="text-align:justify;">   Un esempio: a neanche quindici chilometri dalle vetrine di Bulgari e Gucci sul corso Italia di Cortina o dalla suite Sinatra che ospitò The Voice all&#8217;Hotel Cristallo (180 metri con hammam privato per ottomila euro a notte), gli abitanti di Cancia si chiedono perché, da undici anni aspettino l&#8217;ampliamento di un invaso, che forse avrebbe potuto evitare la frana costata due vittime nel luglio scorso, e perché i soccorsi abbiano dovuto attendere il ritorno di una torre faro dall&#8217; Aquila.</p>
<p style="text-align:justify;">   Oppure: sotto lo stesso prestigioso marchio dell&#8217;Onu, le famiglie della Val Pusteria ricevono sovvenzioni pubbliche per ornare di petunie e gerani i loro balconi, mentre molte del Vajont non ricevono neanche l&#8217;allacciamento alla rete del gas.</p>
<p style="text-align:justify;">   C&#8217;è chi progetta una tangenziale da 484 milioni, come Cortina, e chi non ha i soldi per ricostruire il centro storico diroccato, come Erto. <strong>Esiste, insomma, una montagna di serie A e una di serie B</strong>, come dice lo scrittore-scultore-alpinista Mauro Corona. E gli ultimi, ora, sgomitano per essere bagnati un po&#8217; anche loro dalla benedizione aspersa dall&#8217;Onu.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>   II bollino Unesco non si traduce in finanziamenti da spartire, ma scatena appetiti perché le statistiche dicono che può incrementare il turismo del 15-30 per cento</strong>. Più o meno quanto s&#8217;è perso in questi ultimi anni di crisi. La gara per appendersi questa laurea nel proprio salotto è già iniziata. Entro l&#8217;anno verrà eletta la sede giuridica di una Fondazione di riferimento che gestisca questo marchio, come l&#8217;Unesco ha chiesto dopo che le Eolie -l&#8217;altro bene naturalistico mondiale in Italia &#8211; hanno rischiato più volte la cancellazione dalla lista.</p>
<p style="text-align:justify;">   La corsa a diventare la capitale delle Dolomiti è partita sin dal giorno dopo l&#8217;investitura: tra le aspiranti, <strong>Bolzano, Trento, il Pordoi, Agordo, Bressanone, Belluno, Tolmezzo, Auronzo, Pieve di Cadore, il Vajont</strong>. Oppure una a rotazione. Ma <strong>Cortina</strong> sembra <strong>la favorita</strong> a ospitare questo organismo di coordinamento che dovrà tutelare e sviluppare il bene mediando tra gli interessi opposti di imprenditori e ambientalisti e mettendo d&#8217;accordo genti, fino a oggi in competizione, tanto lontane per cultura, lingua (<strong>tedesco, ladino, veneto, friulano</strong>), esigenze, problemi, disponibilità economiche e strumenti legislativi. La zona protetta copre infatti <strong>cinque province (Bolzano, Trento, Belluno, Pordenone e Udine)</strong> dai differenti statuti e leggi: 228 norme diverse su materie comuni.</p>
<p style="text-align:justify;">   Il riconoscimento Unesco, inseguito per oltre quindici anni, non è solo una medaglia da appuntare al petto, ma una coperta che ora viene tirata un po&#8217; da tutte le parti. Le valli più depresse temono di restare fuori dalla partita a vantaggio di quelle già sazie e sature di turismo, a rischio di collasso. Ad esempio il Bellunese &#8211; eccezion fatta per Cortina, che sta al resto della provincia come Porto Cervo alla Barbagia &#8211; ambisce ad ammortizzare la crisi industriale (- 30 per cento di produzione, specie nel settore occhiali), con il turismo, possedendo la maggior quota dell&#8217;area Unesco (41 per cento). Gli ambientalisti, d&#8217;altro canto, hanno paura che l&#8217;aspetto business possa prevaricare qullo ecologico: lamentano di essere stati esclusi dalla procedura che negli ultimi quattro anni ha elaborato la candidatura (seguita da cinque esponenti delle cinque province) e adombrano il sospetto che selezione dei siti da premiare abbia esci so zone e vette importanti (come il Sasso lungo, il Sella, le Tofane, il Cristallo o il( vetta) su pressione di potentati economici preoccupati dagli eventuali ulteriori vincoli ai progetti di sviluppo già avviati (nuovi albergoni o impianti di risalita).</p>
<p style="text-align:justify;">   «Se la politica si comporta come ha fatto fin qua, pur raggiungendo il risultato, sarà uno sfascio» ammonisce Gigi Casanova, vicepresidente di Cipra (commissione internazionale per la protezione delle Alpi) e portavoce di Mountain Wilderness, l&#8217;associazione che lanciò l&#8217;idea Unesco nel ‘93. «Il primo obiettivo è l&#8217;equità politica. Il Trentino, ad esempio, agisce rapidamente, ha tutti i servizi, arriva a finanziare alberghi e rifugi e perfino gli impianti di risalita fino all&#8217;80 per cento. Il Bellunese, per contro, è abbandonato politicamente, fragile e dimenticato, pur offrendo maggiori opportunità ricreative». Non a caso i cortinesi, nelle cui case c&#8217;è ancora il ritratto di Cecco Beppe, nel 2007 hanno votato per chiedere l&#8217;annessione al Trentino-Alto Adige (78 per cento di sì), e non a caso non l&#8217;avranno mai.</p>
<p style="text-align:justify;">   «I benefici del turismo vanno ridistribuiti: anche in Val Gardena o in Val di Fassa il 40 per cento della popolazione vive bene, ma l&#8217;altro 60 no. Il marchio non deve essere solo turistico, ma deve rilanciare anche l&#8217;attività produttiva: perché qui si devono vendere i formaggini o gli yogurt delle multinazionali più dei prodotti locali? Il secondo obiettivo è la coerenza: nuovi collegamenti annunciati, come quelli tra San Martino e Passo Rolle o Pinzolo e Madonna di Campiglio, sono incompatibili col marchio Unesco. Bisogna bloccare lo scempio delle seconde case, avere il coraggio di abbattere gli ecomostri costruiti negli anni Sessanta e Settanta e ricoltivare nuovamente boschi e pascoli ad alta quota».</p>
<p style="text-align:justify;">   «Avremmo preferito il marchio di &#8220;patrimonio culturale&#8221;, anziché &#8220;ambientale&#8221;, perché non avrebbe protetto solo le cime, del resto già tutelate al 90 per cento» afferma Angelo Mancone, segretario di Legambiente Veneto. «Così, invece, i disastri che sono stati compiuti a fondovalle potrebbero continuare a salire minacciando il vero patrimonio, che è tale in quanto incontaminato».</p>
<p style="text-align:justify;">   Cortina incarna da sempre queste due anime contrapposte, l&#8217;imprenditoriale e l&#8217;ambientalista, portando avanti un matrimonio di convenienza ormai secolare. La Perla delle Dolomiti ha fatto della mondanità vanto e reddito, accogliendo nel suo incantevole scenario l&#8217;aristocrazia di inizio &#8216;900 e convertendosi all&#8217;esclusività di massa dopo le Olimpiadi del &#8216;56, in una progressiva decadenza dalla Dolce Vita alla Vita Smeralda, dai salotti dell&#8217;alta borghesia intellettuale al billionarismo cafonal di Lele Mora. I veri cortinesi mal sopportano quel mezzo chilometro di struscio griffato in Corso Italia e preferiscono i molti chilometri di sentieri e arrampicate sulla roccia. Non negano i vantaggi del glamour, ma i giovani devono emigrare a valle perché le case sono le più care d&#8217;Italia, dopo Portofino: 13 mila euro al metro quadro, secondo calcoli di un mese fa, forse generosi per difetto.</p>
<p style="text-align:justify;">   Gli stormi di giapponesi assatanati di shopping (introvabili nelle altre valli) sono però gli stessi che si arrampicano come camosci sulle pareti rosa, abili e rispettosi della natura, assicura Paolino Tassi, guida alpina bolognese che vive qui da vent&#8217;anni «ignorando dove siano le boutique». In malizioso contrasto alla rassegna <em>Cortinaincontra</em> (dal 26 luglio al 30 agosto), che quest&#8217;anno chiama a raccolta quattrocento nomi noti di industria, media, show e letteratura, il mese scorso è stata allestita <em>CortinalnCroda</em> (la croda è la parete rocciosa a picco) per i 70 anni degli Scoiattoli, l&#8217;associazione amatoriale di scalatori, per celebrare quei pionieri che partirono da questi muri, arrangiandosi con cinghie prestate dai pompieri e i maglioni rossi tessuti con la lana riciclata dei materassi dismessi dagli hotel, per arrivare fino alla conquista del K2 con Lino Lacedelli nel &#8216;54. Sono i custodi del vero spirito montanaro, sulla frontiera del cemento, così come le Regole Ampezzane, l&#8217;ente giuridico che dal XIII secolo riunisce le antiche famiglie cortinesi di proprietari e governa sedicimila ettari di boschi, secondo norme assai rigide e antiche.</p>
<p style="text-align:justify;">   Erto, distante un&#8217;ora di tornanti da Cortina, è il borgo, abbarbicato su un costone, che fu spazzato via dalla frana del Vajont nel ‘63 (318 morti, su 1917, vivevano qui). Sui muri del centro storico semiabbandonato l&#8217;ertano Mauro Corona ha firmato un graffito: «Tendo l&#8217;orecchio e sento il passo dei ricordi. Della perduta casa solo una pietra cerco». Qui la montagna è aspra e lo si vede dai vecchi selvatici del paese che girano a torso nudo, hanno corpi da tronchi nodosi e cespugli di barba bianca da eremiti. «Spero che l&#8217;Unesco» dice il folletto dei boschi Corona «metta anche un freno a chi privatizza l&#8217;acqua e a chi distrugge i greti dei torrenti per vendersi la ghiaia a peso d&#8217;oro. Nulla contro la montagna di serie A, ma è possibile che qui in serie B si debbano fare dieci chilometri per fare la spesa o comprare un giornale?».</p>
<p style="text-align:justify;">   Il sindaco Luciano Pezzin raccoglie la provocazione, candidando Erto a sede della futura Fondazione Dolomiti-Unesco: «Cortina non ne ha bisogno: è assurdo che chi ha già abbia ancora di più e gli altri rimangano periferia. Svilirebbe il senso del riconoscimento Onu. Noi rappresenteremmo le piccole realtà e siamo oltretutto un luogo emblematico: la tragedia che abbiamo alle spalle è l&#8217;esempio di cosa accade quando l&#8217;uomo lavora contro la natura. Ancora oggi, 46 anni dopo la catastrofe, ho a che fare con le problematiche della ricostruzione. Ci sono quattrocento edifici, risalenti anche al 1600, da preservare e ristrutturare, ma ormai in Regione ci dicono di non rompere i cosiddetti. Come se qui ci fossimo arricchiti con la frana. Delle leggi post Vajont che hanno lanciato il miracolo del Nordest, qui da noi non è rimasto nulla: cornuti e mazziati. Accogliamo 150-160 mila turisti della memoria all&#8217;anno, ma non riusciamo a trattenerli per più di qualche ora perché abbiamo 45 posti letto».  <em>(Emilio Marrese)</em></p>
<p style="text-align:center;"><em>&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;..</em></p>
<p style="text-align:center;"><strong>LE ALPI TRADITE DAL DENARO</strong></p>
<p><em>di Giampaolo Visetti, da “la Repubblica” del 14/7/2009 </em></p>
<p style="text-align:justify;">   C&#8217; è una parola, in Trentino, che fa ridere: orso. Questa involontaria e irresistibile comicità compie 10 anni. E&#8217; l&#8217; età della reintroduzione degli orsi bruni, acquistati in Slovenia, nelle Alpi centrali italiane. La risata non offre l&#8217; innocenza diretta del bambino, ma la corruzione ambigua dell&#8217; adulto. Se oggi dici &#8220;orso&#8221;, i trentini spontaneamente si agitano: per paura, per noia o per rabbia.</p>
<p style="text-align:justify;">   La ragione, inconfessata, è chiara. Il ritorno dell&#8217; ultimo totem vivente della montagna europea è un clamoroso, e unico, successo naturalistico. &#8220;La sua presenza &#8211; dice il capo delle guardie forestali della Provincia, Romano Masè &#8211; testimonia che l&#8217; ambiente conserva una preziosa complessità&#8221;. Tutti sanno però che l&#8217; orso non è qui per un atto d&#8217; amore. Viene trattenuto a forza, sui perduti corridoi, perché vale un tesoro.</p>
<p style="text-align:justify;">   Non serviva un animale, ma l&#8217; immagine di un universo scomparso. I montanari non lo sopportano perché hanno scoperto che il suo padrone non è il bosco, ma il turismo: le società degli impianti di risalita, signore onnipotenti delle Alpi e della monocoltura invernale dello sci. La sua presenza non suggerisce di limitare gli abusi: contribuisce a superare la vergogna dei compromessi.</p>
<p style="text-align:justify;">   In questi anni, quando l&#8217; orso ha provato a fare l&#8217; orso, è stato ucciso, o rinchiuso in un recinto. L&#8217; accusa: si allontana troppo dai deserti immaginari in cui una favola deve restare. Tre condanne accertate, su una ventina di esemplari. L&#8217; ultimo incidente, a Molveno, è un simbolo. L&#8217; orsa che frugava nei cassonetti dei rifiuti, narcotizzata dai custodi, è annegata nel lago ai piedi delle Dolomiti di Brenta. Un errore. Non un caso, però.</p>
<p style="text-align:justify;">   Ha rivelato l&#8217; abisso sui cui è sospesa la montagna trentina: l&#8217; attacco finale, pianificato da leggi all&#8217; apparenza illuminate, contro la natura dell&#8217; arco alpino e contro ciò che resta dell&#8217; ambientalismo italiano. Dietro il marketing dell&#8217; orso &#8211; dice il sociologo dell&#8217; ambiente Lauro Struffi &#8211; c&#8217; è una gabbia: vasta, con impalpabili sbarre elettroniche, ma gabbia. E mentre noi sogniamo un cucciolo, il suo territorio finisce di essere distrutto nell&#8217; indifferenza».</p>
<p style="text-align:justify;">   A dare l&#8217; allarme, la moderatissima Società degli alpinisti tridentini. Per la prima volta, dopo 136 anni, ha indetto lo «sciopero dei sentieri». Non curerà più i tracciati in Paganella, cuore di una stagione epica dell&#8217; alpinismo. «Ruspe, piste e seggiovie &#8211; dice il presidente della Sat, Franco Giacomoni &#8211; hanno cancellato la montagna. Nessuno ci ha avvertiti. Inutile restare dove non si può più camminare». Il nuovo profilo è uno choc: uno scheletro di piloni, asperità spianate, grotte di ghiaccio riempite di detriti, autostrade sciabili che rompono i boschi. Uno scempio non isolato.</p>
<p style="text-align:justify;">   Protetta dal marchio di garanzia dell&#8217; orso, la speculazione penetra in parchi e riserve. La Provincia autonoma di Trento ha pronti 50 milioni di euro per gli impianti che collegheranno Pinzolo con Madonna di Campiglio. Dieci milioni andranno alla connessione tra Passo Rolle e San Martino di Castrozza. Cento milioni alla comunicazione tra Folgaria e Laste Basse, in Veneto. Un&#8217; altra valanga di denaro è destinata a cabinovie e strade a Tremalzo, nel Tesino, alla Polsa, in valle di Pejo e in valle dei Mocheni. A rischio anche il ghiacciaio della Marmolada: una funivia sul versante fassano, promessa in questi giorni dopo anni di opposizione, sbloccherà l&#8217; attuazione dell&#8217; accordo sui confini fra Trentino e Veneto.</p>
<p style="text-align:justify;">   «Località fallite &#8211; dice il leader di Cipra e Mountain Wilderness, Luigi Casanova &#8211; o sotto la quota-neve, o in zone delicatissime e sotto tutela integrale. All&#8217; inizio i soldi pubblici pagano gli impianti, poi ripianano i debiti che producono ogni anno». Non sono esclusi i fallimenti dei privati. La società funiviaria di Folgarida e Marrileva, in valle di Sole, in questi giorni rischia il crack. Decine di milioni gli euro perduti in una speculazione finanziaria sui terreni vicini all&#8217; aeroporto di Venezia. Il credito locale trema. La Provincia «per tutelare gli interessi collettivi», si è detta «pronta a fare la propria parte».</p>
<p style="text-align:justify;">   A pochi mesi dalle elezioni provinciali d&#8217; autunno, monta anche l&#8217; ombra di una colossale speculazione edilizia. «Trentino e Sudtirolo &#8211; dice lo scrittore e giornalista Franco de Battaglia &#8211; sono la zona con la maggior concentrazione d&#8217; impianti al mondo. Non servono altre piste. Le seggiovie, spacciate per mobilità alternativa, nascondono milioni di metri cubi di seconde case sui fondovalle devastati da vent&#8217; anni di abusi».</p>
<p style="text-align:justify;">  Una legge, coraggiosa ma in ritardo di anni, ha appena frenato le lottizzazioni comunali. Dal 2009, però, e a discrezione della giunta. La volata per trasformare in un condominio l&#8217; ultimo pezzo di prato è lanciata. Mentre l&#8217; orso ammicca dall&#8217; ingannevole pubblicità di Alpi intatte, avanzano strade in alta quota, tangenziali, tunnel, edifici, centri commerciali, cave, capannoni, funivie e bacini per l&#8217; innevamento artificiale. I parchi, soppressa la politica conservativa, sono relegati a logo per i depliant turistici: nessun ostacolo alle auto, sì anche a rally e ai raduni di fuoristrada.</p>
<p style="text-align:justify;">   Il presidente del Parco Adamello-Brenta è diventato presidente dei cacciatori. Il leader del comitato anti-parco ha preso il suo posto. Davvero la specialità trentina, come si sussurra, è ridotta a finanziaria pubblica di sostegno alla voracità dei privati?</p>
<p style="text-align:justify;">   <strong>La catena delle Alpi misura più di 190 mila chilometri quadrati. Il versante ormai è inciso da 87 mila chilometri di strade di montagna, 2.024 impianti di risalita, 5.943 chilometri di piste, 12 milioni di posti-letto turistici. Negli ultimi vent&#8217; anni il 60% delle frazioni d&#8217; alta quota dei 5.954 comuni alpini, è stato però abbandonato. Dimezzato il territorio coltivato: macchia e cespugli invadono ogni anno oltre la metà del terreno.</strong></p>
<p style="text-align:justify;"><em>   «In Trentino nel 1980 &#8211; dice il perito Adriano Pinamonti &#8211; venivano sfalciati 300 chilometri quadrati di pascolo: ora, nonostante i contributi Ue e provinciali, sono 190. Dal 1990 le aziende agricole di montagna si sono dimezzate. Le malghe attive, da 700, sono ridotte a 300. Nel 1980 salivano sui pascoli estivi 36 mila vacche, oggi sono 8 mila. Gli ettari dei prati alti, da 90 mila, sono diventati 35 mila». L&#8217; età media della popolazione alpina è di 57 anni, 72 quella dei piccoli contadini. Paesi e villaggi sono abitati da vecchi e immigrati, ultima risorsa per alberghi, stalle e cantieri. In un secolo la superficie dei ghiacciai alpini, termometro della salute climatica, si è ridotta del 50%. I suicidi, nelle località turistiche raggiunte dalla ricchezza dello sci, sono il triplo di quelli in città. Il 74% dei giovani emigra a fondovalle, o nei capoluoghi, prima dei 25 anni</em>.</p>
<p style="text-align:justify;">   «L&#8217; Italia &#8211; spiega il direttore del Museo degli usi e costumi di San Michele all&#8217; Adige, Giovanni Kezich &#8211; dalla Roma imperiale ha ereditato cultura urbana e attrazione centripeta. Resiste però il magnetismo del paradosso alpino. Si fugge, ma si resta ancorati ad un invisibile, e indissolubile, cordone ombelicale. Chi nasce in montagna, appartiene per sempre alle relazioni che la animano. Il dramma è lo smarrimento della capacità di vivere da soli, senza rete. Un impoverimento sociale, ma pure un evento politico». Dopo il 1968, l&#8217;alta quota ha perso il fascino «americano» della protesta. Libertà, avventura, impresa, rifiuto di uno sviluppo, dall&#8217; Europa, si sono trasferite in Asia e Sudamerica.</p>
<p style="text-align:justify;">   L&#8217; esodo dalle Alpi occidentali, in Piemonte, è consumato. Ma anche i villaggi trentini, cassaforte immobiliare dei nuovi ricchi, cominciano a restare deserti quasi tutto l&#8217; anno. Un&#8217;agonia alimentata da governo ed enti locali. <em>L&#8217; Italia, spaventata dall&#8217; idea di regolare il traffico dei Tir, è l&#8217; unico Paese a non aver firmato la Convenzione delle Alpi.</em> Le comunità montane, anche quelle vere, rischiano la soppressione. I contadini di montagna ricevono un terzo degli incentivi destinati agli agricoltori di pianura. L&#8217; anno prossimo le Dolomiti saranno dichiarate «patrimonio dell&#8217; umanità»: Trento e Bolzano hanno preteso però di tutelare solo le rocce, non l&#8217; ambiente che le circonda. «L&#8217; ennesimo imbroglio pubblicitario &#8211; dice il glaciologo Roberto Bombarda &#8211; svela l&#8217; obiettivo dei grandi interessi politici ed economici: ultimare la demolizione di ciò che resta dell&#8217; ambientalismo italiano. Un esempio? Nessuna località trentina è nella lista di quelle che hanno scelto una mobilità dolce».</p>
<p style="text-align:justify;">   Colpire associazioni e comitati alpini, a cominciare da chi si oppone alle linee ferroviarie ad alta velocità, per estinguere ciò che resta del movimento che nel 1987 disse no al nucleare. Quali battaglie credibili resterebbero, nel Paese, consumata la distruzione della montagna? «Protezionisti e Verdi italiani &#8211; dice Geremia Gios, docente di economia dell&#8217; ambiente all&#8217; università di Trento &#8211; vivono una crisi senza precedenti. Lotte estetiche, estremismo, mancanza di concretezza e assenza di leader autenticamente ambientalisti precedono il disastro degli ultimi anni. Si sono lasciati identificare come il partito neo-conservatore del no. In montagna, dove c&#8217; è bisogno di soluzioni ai problemi, odiano il loro snobismo ideologico: proprio quando sarebbero indispensabili». Solo un&#8217; assessora Verde, a Trento, siede ormai nei governi regionali delle Alpi. La mobilitazione associativa è ai minimi storici. Nessuno schieramento nazionale mette la natura al primo posto del programma. «Il Trentino &#8211; dice il presidente provinciale del Wwf, Francesco Borzaga &#8211; era un esempio di armonia tra uomo e natura. Se l&#8217; equilibrio si è rotto qui, significa che non solo le Alpi sono perdute.</p>
<p style="text-align:justify;">   La montagna, per la sua fragilità, ha sempre anticipato il destino ambientale di metropoli e pianure». Sotto accusa, l&#8217; iper-specializzazione economica dell&#8217; alta quota: colonizzata dall&#8217; industria della neve, spazza via le piccole aziende agricole e piega le medie al modello padano, o bavarese. Dal 2006 l&#8217; Europa ha ridotto drasticamente i sussidi agli allevatori. I contributi locali del 2007, aumentati per scongiurare il tracollo delle stalle, non sono ancora stati pagati. Chi può, abbandona. «Se non ti adegui a sistema e dimensioni della pianura &#8211; dice Laura Zanetti, presidente dei pastori e dei malghesi del Lagorai &#8211; ti fanno fuori. Il biologico viene ostacolato con ogni mezzo, trionfa un iperigienismo comico». Tutto deve essere sterile, pastorizzato e standardizzato. «Mentre tonnellate di concimi chimici, mangimi tossici e alimenti sconvolti dai conservanti, ottengono incentivi &#8211; continua Zanetti &#8211; La montagna è persa perché ha scelto di abbandonare i piccoli, la ricchezza della loro diversità».</p>
<p style="text-align:justify;">   Uno spartiacque impressionante e senza precedenti. Da una parte l&#8217; oligarchia del potere politico ed economico, ormai indistinguibili. Dall&#8217; altra la crescente domanda popolare di condizioni di vita compatibili sulle Alpi. L&#8217; esempio della Vallarsa, tra le più povere e marginali del Trentino, è lo specchio di un cambiamento dirompente. In due anni è stata totalmente cablata. L&#8217; altro giorno, quando la rete ottica si è bloccata, il Comune è stato sommerso dalle proteste: sedici telefonate in venti minuti. «Il giorno dopo &#8211; dice il sindaco &#8211; è mancata l&#8217; acqua per una mattina: una chiamata in quattro ore». Tra pochi giorni aprirà qui il primo supermercato italiano automatico. Nel distributore 400 prodotti, freschi compresi, scelti dagli abitanti e acquistabili 24 ore su 24 con una tessera. Gli anziani non dovranno più implorare i figli di fare la spesa per loro a Rovereto. I neo-pendolari d&#8217; alta quota, vera novità della montagna fino a un&#8217; ora di viaggio dal posto di lavoro, disporranno di un servizio introvabile anche in città.</p>
<p style="text-align:justify;">   Persi i contadini, grazie alla tecnologia i paesi si ripopolano di intellettuali e professionisti. Una coppia, nel silenzio di località Bruni, disegna cartoon destinati al mercato giapponese. «Non sono però i casi di nicchia &#8211; dice il sociologo Christian Arnoldi &#8211; a frenare la fuga innescata dal turismo di massa. L&#8217; indifferenza politica per la vita in montagna resta totale.</p>
<p style="text-align:justify;">   In Italia si pensa ancora che seppellire il turismo di assistenzialismo significhi aiutare la montagna. Il risultato è che, assieme ai saperi, se ne va anche la cultura della contemporaneità. Una fascia del mondo sfasata dal proprio tempo: nelle valli gli eventi sono legati allo sport, oppure rileggono in farsa il passato». A combattere la battaglia decisiva contro l&#8217; ultimo assalto alla natura meglio conservata d&#8217; Italia, solo qualche giovane. Nei masi, assieme a rumeni, peruviani e indiani, cominciano a tornare ragazzi trentini decisi a coltivare la terra, invece di asfaltarla.</p>
<p style="text-align:justify;">   Elisa e Filippo Rasom, ventenni, si sono appena sposati. A Vallonga, sopra Vigo di Fassa, hanno inaugurato un allevamento con 27 mucche e un apiario con 80 arnie. «Alberghi e piste &#8211; dice Filippo &#8211; senza una stalla non avranno più nulla da offrire». A Zortea, nella valle del Vanoi, Elisa e Corrado Cozzolino hanno puntato su 60 capre e 100 arnie. Laureati, padovani, oggi trentenni, sono reduci dalla prima settimana di ferie dopo dieci anni. «Solo piccole dimensioni e grande qualità di prodotti naturali &#8211; dice Elisa &#8211; restituiscono un senso economico anche alle periferie montane».</p>
<p style="text-align:justify;">   Francesco Prandel, professore di chimica a Levico, il pomeriggio fa invece il pastore a Fravort, in Valsugana. Una malga in affitto, sfalcio a mano, come risposta al sequestro dell&#8217; orso nutrito per piazzare settimane bianche. Ce ne sono già decine, come loro. Investimenti contenuti, sacrificio, coraggio, percezione del limite e passione: l&#8217; altra faccia delle valli svendute all&#8217; ordinarietà dei colossi finanziari che tengono in ostaggio il circo bianco. Anche Francesco Franzoi, in Valpiana, non ha smesso di fare il formaggio sull&#8217; alpeggio. Riconosce ogni forma, dal profumo sa dire la settimana di caseificazione, fiori e versanti brucati quel giorno. Non capisce perché in Italia i prodotti tipici artigianali, per legge, non possano essere «somministrati fuori dal luogo di produzione». Come se una Ferrari potesse essere venduta solo a Maranello.</p>
<p style="text-align:justify;">   «I modelli globali &#8211; dice &#8211; hanno svuotato il Trentino. Rese inutili le Alpi, portano al fallimento anche il resto dell&#8217; economia nazionale. Sussidiarietà, solidarietà e comunità sono l&#8217; unica risposta a liberismo, egoismo e xenofobia». L&#8217; autonomia riformista, alternativa al neocentralismo padano, si nasconde nelle periferie d&#8217; alta quota. Inizia a battersi per guarire ambiente e paesaggio. Chiede che dell&#8217; orso non si parli, e non si rida, più. Che si accetti di incontrarlo, piuttosto, ascoltando ciò che ha da dire la paura. Un animale di carne finalmente libero in una foresta vera. – <em>(</em><em>giampaolo visetti)</em></p>
<p style="text-align:center;"><em>&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;</em></p>
<p style="text-align:justify;"><em>altri articoli in questo blog correlati:</em></p>
<p><a href="http://geograficamente.wordpress.com/2009/07/31/i-ghiacciai-alpini-che-stanno-sparendo-un-altro-paesaggio-che-se-ne-va-ma-qualcosa-possiamo-fare/">http://geograficamente.wordpress.com/2009/07/31/i-ghiacciai-alpini-che-stanno-sparendo-un-altro-paesaggio-che-se-ne-va-ma-qualcosa-possiamo-fare/</a></p>
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<p><a href="http://geograficamente.wordpress.com/2009/05/15/primo-si-dell%e2%80%99unesco-alle-dolomiti-come-%e2%80%9cpatrimonio-dell%e2%80%99umanita%e2%80%9d-ma-a-cosa-serve-questo-riconoscimento/">http://geograficamente.wordpress.com/2009/05/15/primo-si-dell%e2%80%99unesco-alle-dolomiti-come-%e2%80%9cpatrimonio-dell%e2%80%99umanita%e2%80%9d-ma-a-cosa-serve-questo-riconoscimento/</a> </p>
<p style="text-align:center;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;</p>
<p>APPUNTAMENTO IL 13/11/2009</p>
<p style="text-align:center;"><strong>Dolomiti. Paesaggio e vivibilità in un bene UNESCO</strong></p>
<h3><em>Venerdì 13 NOVEMBRE 2009 &#8211; Palazzo della Provincia, Sala Depero, Piazza Dante 15, Trento</em></h3>
<p>»<strong><a title="iscriviti online al Dolomiti. Paesaggio e vivibilità in un bene UNESCO" href="http://www.tsm.tn.it/interne/Iscrizione.aspx?ID=8257&amp;IDE=4436">ISCRIVITI ONLINE</a></strong>«</p>
<p style="text-align:justify;">   L’iscrizione delle Dolomiti nella Lista del Patrimonio Mondiale Unesco è un’opportunità per valorizzare l’unicità e l’eccezionalità di un bene naturale che caratterizza il territorio delle cinque Province (Belluno, Bolzano, Pordenone, Trento e Udine) e delle due Regioni (Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia e Regione Veneto) che hanno concorso alla candidatura ed ottenuto il riconoscimento. Il valore universale delle Dolomiti impone alle amministrazioni ed alle comunità coinvolte la responsabilità della loro conservazione e della loro gestione. Per far questo l’elaborazione di una visione condivisa su cosa significa dover gestire un bene patrimonio dell’umanità è un presupposto per la partecipazione delle singole comunità nella progettazione del proprio futuro e nella valorizzazione del paesaggio come elemento fondativo della qualità e della vivibilità del territorio alpino.<br />
   Il convegno “<strong>Dolomiti. Paesaggio e vivibilità in un bene Unesco</strong>” propone una riflessione sul ruolo che la formazione e l’educazione possono svolgere per la costruzione di una visione condivisa tra le amministrazioni e le comunità coinvolte su cosa significa conservare, gestire e promuovere le Dolomiti Patrimonio Mondiale Unesco.<br />
<strong>Step-Scuola per il governo del territorio e del paesaggio</strong><strong><br />
</strong>La Provincia autonoma di Trento, con la recente riforma istituzionale ed urbanistica, ha riconosciuto alla formazione ed all’educazione un ruolo di assoluta centralità per favorire la  partecipazione delle comunità nella progettazione del proprio futuro e per la valorizzazione del paesaggio come elemento identitario fondativo della qualità e della vivibilità di un territorio. Per questo con l’approvazione del nuovo Piano Urbanistico Provinciale è stata istituita, presso la tsm-Trentino School of Management, la <strong><a href="http://www.tsm.tn.it/interne/interna2.aspx?ID=15092">Step-Scuola per il governo del territorio e del paesaggio</a></strong>.<br />
La Scuola è un ambiente di valorizzazione della capacità gestionale e competitiva del sistema Trentino attraverso attività educative e formative per il governo del territorio.<br />
   La Scuola è, quindi, un luogo di: promozione della cultura della partecipazione individuale e collettiva e della cooperazione interistituzionale per il governo del territorio;</p>
<p>formazione ed educazione su tematiche urbanistiche e paesaggistiche;</p>
<p style="text-align:justify;">ricerca applicata, osservazione ed ascolto, per la progettazione di azioni formative ed educative su tematiche urbanistiche e paesaggistiche.</p>
<p><strong> </strong><strong>DOLOMITI. PAESAGGIO E VIVIBILITÀ IN UN BENE UNESCO</strong><br />
venerdì 13 novembre 2009<br />
Palazzo della Provincia, Sala Depero,<br />
Piazza Dante 15, Trento</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Ore 8.45 Registrazione dei partecipanti </strong></p>
<div style="text-align:justify;"><strong> </strong></div>
<p><strong> </strong><strong>Ore 9.15 Apertura dei lavori </strong><br />
<strong>Lorenzo Dellai</strong>, Presidente della Provincia autonoma di Trento<br />
<strong>Mauro Gilmozzi</strong>, Assessore all’Urbanistica e Enti locali della Provincia autonoma di Trento</p>
<p><strong>Ore 9.30 Prima Sessione: Per  la cultura e il governo del paesaggio</strong><strong><br />
</strong><strong>Moderatore: Franco De Battaglia</strong></p>
<p><strong>Paesaggio, vivibilità e formazione. Per un’innovazione culturale e sociale</strong><br />
- <strong>Ugo Morelli</strong>, Scuola per il governo del territorio e del Paesaggio</p>
<p><strong>Tutela e valorizzazione nella gestione dei beni UNESCO</strong><strong><br />
</strong>- <strong>Engelbert Ruoss</strong>, Ufficio Regionale UNESCO per la scienza e la cultura in Europa</p>
<p><strong>Percepire e vivere paesaggi</strong><br />
- <strong>Massimo Venturi Ferriolo</strong>, Politecnico di Milano</p>
<p><strong>Dolomiti GeoScape: Geografia+Geologia=paesaggio, un percorso di ricerca e progetto</strong><strong><br />
</strong>- <strong>Giuseppe Scaglione</strong>, Università di Trento</p>
<p><strong>Ore 14.30 Seconda sessione: Progettazione e formazione per il paesaggio come spazio di vita </strong><strong><br />
</strong><strong>Moderatore: Gianpaolo Carbonetto</strong></p>
<p><strong>Capitale umano e valorizzazione del paesaggio di montagna. Formazione e applicazioni</strong><br />
- <strong>Matteo G. Caroli</strong>, Università Luiss di Roma</p>
<p><strong>Apprendimento nell’intero arco della vita e valore della conoscenza</strong><strong><br />
</strong>- <strong>Gian Piero Quaglino</strong>, Università di Torino</p>
<p><strong>Strategie di gestione di un bene naturale UNESCO tra promozione e ricerca</strong><strong><br />
</strong>- <strong>Beat Ruppen</strong>, Fondazione Jungfrau/Aletsch UNESCO</p>
<p><strong>Catinaccio-Ciadinac-Rosengarten: negoziare paesaggio, identità e turismo</strong><strong><br />
</strong>- <strong>Cesare Micheletti</strong>, consulente per la candidatura Dolomiti UNESCO</p>
<p><strong>Conclusioni a cura dell’Assessore Mauro Gilmozzi</strong></p>
<hr size="2" /><a href="http://www.tsm.tn.it/documenti/eventi/step/20091113_step_paesaggio_e_vivibilita.pdf" target="_blank"><strong>scarica il programma</strong> </a></p>
<hr size="2" />
<p style="text-align:justify;">Si prega di confermare la partecipazione compilando la scheda di iscrizione online<br />
oppure telefonando alla Segreteria di Step 0461.020 060</p>
<p>»<strong><a title="iscriviti online al Dolomiti. Paesaggio e vivibilità in un bene UNESCO" href="http://www.tsm.tn.it/interne/Iscrizione.aspx?ID=8257&amp;IDE=4436">ISCRIVITI ONLINE</a></strong>«</p>
<p>Articoli Press</p>
<p><a title="Nasce la Scuola di governo del territorio e del paesaggio" href="http://www.tsm.tn.it/interne/nasce_la_scuola_di_governo_del_territorio_e_del_paesaggio_materiali.ashx?id=8430&amp;idd=2616">Nasce la Scuola di governo del territorio e del paesaggio</a></p>
<p>Contemplata nella legge di pianificazione urbanistica e nel terzo&#8230;<br />
Ufficio Stampa PAT</p>
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			<media:title type="html">erto vecchia (sotto) e nuova (sopra)</media:title>
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			<media:title type="html">erto la piazza</media:title>
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	</item>
		<item>
		<title>Se ne è andato, a 101 anni, Claude Lévi-Strauss, massimo esponente della cultura del ‘900, antropologo del “pensiero selvaggio”, oltre ogni omologazione delle civiltà</title>
		<link>http://geograficamente.wordpress.com/2009/11/07/se-ne-e-andato-a-101-anni-claude-levi-strauss-massimo-esponente-della-cultura-del-%e2%80%98900-antropologo-del-%e2%80%9cpensiero-selvaggio%e2%80%9d-oltre-ogni-omologazione-delle-civilta/</link>
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		<pubDate>Fri, 06 Nov 2009 23:02:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sebastianomalamocco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri geografici]]></category>
		<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Quando Antropologia e Geografia sono la stessa cosa.
E&#8217; morto alle soglie dei 101 anni il grande antropologo francese che ha segnato il Novecento mettendo in discussione non solo la centralità della cultura occidentale, ma anche la centralità dell’uomo nel sistema vivente. “Ha assestato un colpo mortale all’umanesimo narcisista, alla convinzione che ci siano culture superiori, [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=geograficamente.wordpress.com&blog=2356514&post=3100&subd=geograficamente&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><div id="attachment_3101" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-3101" title="levi_strauss03g" src="http://geograficamente.files.wordpress.com/2009/11/levi_strauss03g.jpg?w=300&#038;h=230" alt="levi_strauss03g" width="300" height="230" /><p class="wp-caption-text">«Alla scala dei millenni, le passioni umane si confondono. Il tempo nulla aggiunge o toglie agli amori e agli odi provati dagli uomini, ai loro accanimenti, alle loro lotte, alle loro speranze: sono gli stessi sempre. Sopprimendo a caso qualche secolo di storia, non si perde nulla di significativo della nostra conoscenza della natura umana. La sola perdita irreparabile sarebbe quella delle opere d’arte che quei secoli avrebbero visto nascere. Perché gli uomini non si differenziano, fino a non esistere neppure, che grazie alle loro opere. Come la statua di legno che partorì un albero, le opere d’arte soltanto ci danno la certezza che nel corso delle epoche qualcosa, tra gli uomini, è realmente accaduto» (Claude Lévi-Strauss)</p></div>
<p><em>Quando Antropologia e Geografia sono la stessa cosa.</em></p>
<p style="text-align:justify;">E&#8217; morto alle soglie dei 101 anni il grande antropologo francese che ha segnato il Novecento mettendo in discussione non solo la centralità della cultura occidentale, ma anche la centralità dell’uomo nel sistema vivente. “<em>Ha assestato un colpo mortale all’umanesimo narcisista, alla convinzione che ci siano culture superiori, più progredite e avanzate di altre.</em> <em>Nessuno come lui negli ultimi 60 anni ha influenzato la filosofia e la storia, la psicologia e la critica letteraria, la semiologia e la sociologia, la storia delle religioni e la psicoanalisi, le arti visive e la musica. Nel suo pensiero, come ha scritto con acume Susan Sontag, c’è qualcosa di virile &#8211; l’antropologia come una delle poche professioni intellettuali che non richiedano il sacrificio della virilità, dal momento che esige coraggio, desiderio d’avventura e resistenza fisica &#8211; e insieme anche il contrario: il desiderio di raffreddare ciò che è caldo, ovvero l’angoscia che la crescente civilizzazione ha portato negli uomini. Le “società calde”, secondo una definizione che ha fatto scuola, sono quelle moderne, «spinte dai demoni del progresso storico», mentre “fredde” sono quelle primitive: statiche, cristalline, armoniose. L’antropologo è per lui l’uomo che oscilla come un pendolo tra i due sistemi, qualcuno che non può mai sentirsi a casa sua in nessun luogo, e che sarà, psicologicamente parlando, sempre un minorato” (testo in corsivo ripreso da Marco Belpoliti su “la Stampa”)</em>.</p>
<p style="text-align:justify;">Se c’è una cosa aborrita dall’etnologo francese è il mondo unico, che cancella le differenze o soggiogandole con efferatezza coloniale, o ignorandole in nome di un antirazzismo falso perché disattento a forme di esclusione che penalizzano non solo le razze ma anche gli stili di vita. Il conformismo globale non è progresso.</p>
<p style="text-align:justify;">Nelle società e nei territori che si vogliono omologati in un tutt’uno planetario (il villaggio-mondo), i modi e le ricerche scientifiche (dei popoli cosiddetti primitivi, ma anche delle nostre comunità occidentali) di Claude Lévi-Strauss, hanno portato uno sconquasso (l’elefante che entra in un negozio di cristalleria). E con una tale autorevolezza di pensiero e “studi sul campo” che nessuno poteva obiettare. Ed è così che il senso primo di Lévi-Strauss è stato quello di dimostrare che il pensiero primitivo, “selvaggio”, non è che “viene prima” temporalmente rispetto a quello che viene considerato il più moderno e riconosciuto “pensiero scientifico” presente nelle società cosiddette ricche… ma i due pensieri sono paralleli l’un l’altro, non sono consenguenziali; ed è per questo che la nostra visione del mondo “univoca” è fortemente inadeguata.</p>
<p style="text-align:justify;">La morte di Lévi-Strauss, avvenuta nella notte fra il 30 ottobre e il 1° novembre (avrebbe compiuto 101 anni il 28 novembre) non segna la fine di un’epoca, al contrario: Lévi-Strauss è infatti uno dei padri più famosi di quella scienza, l’antropologia, di cui sentiamo ora molto la necessità in un mondo peraltro assai confuso. E’ sintomatico in Lévi-Strauss il mettere sempre in rilievo il tema della “diversità”: parlando ad esempio della “proibizione dell’incesto” che è forse il tema che accomuna tutte le società “scientifiche” o “selvagge”, egli dice che non è solo l’importante passaggio “dalla natura alla cultura”, ma è qualcosa di più: il permettere (lo diciamo in un temine usato adesso) le “unioni miste”, di uomini e donne provenienti da società diverse.</p>
<p style="text-align:justify;">In un’epoca di rifiuto della conoscenza geografica, culturale, antropologica che spesso ci accomuna nel (non) confrontarci con “l’immigrato”, Levi-Strauss prospetta la capacità che noi dovremmo avere di condividere con “l’altro” miti, territori, speranze future. Pur viaggiando, nelle nostre menti, in quelle che sono le nostre radici, il nostro mondo culturale.</p>
<p style="text-align:justify;">Lévi-Strauss ha scritto un libro assai famoso, <em>“Tristi tropici”</em>, che è insieme racconto, autobiografia, meditazione e libro di viaggi: un diario di viaggio “suo malgrado” (all’inizio dice di odiare i viaggi e gli esploratori). E “Tristi tropici” vi invitiamo a leggerlo per sondare territori geografici e pensieri di un occidentale (come noi) che, pur conservando la sua identità, decide di mettersi in gioco e guardare analiticamente il mondo.<span id="more-3100"></span>&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;..</p>
<p><em>Proponiamo, come inizio, qui un articolo su Lévi-Strauss di grande interesse, scritto da Barbara Spinelli quasi un anno fa…</em></p>
<p style="text-align:center;"><strong>LEVI-STRAUSS, CENT’ANNI DI DIVERSITA’</strong></p>
<p><em>di Barbara Spinelli, da “La Stampa” del 23/11/2008</em></p>
<p style="text-align:justify;">E’ durata quasi una generazione l’ubriacatura del pensiero unico e autosufficiente: l’idea che la strada del progresso sia una sola &#8211; la nostra &#8211; e che della diversità convenga diffidare. L’idea che la cultura occidentale sia assediata, e che per temprarla occorra non solo immaginare un nemico-distruttore esterno, ma darsi un’identità impenetrabile, densa come un muro. L’idea che chiunque sia radicalmente altro &#8211; per storia o colore, per stile di vita o impegno politico &#8211; abbia il profilo d’un sovversivo come ai tempi dei totalitarismi.<br />
L’ubriacatura non è finita con l’elezione di Obama, anche se Obama incrina il muro. Non è neppure finita con la crisi economica, anche se il groviglio finanziario ha introdotto nel pensiero unico i veleni che esso voleva abolire: la sfiducia, lo scoraggiamento.</p>
<p style="text-align:justify;">Per uscire dall’ubriacatura sono opportuni farmaci forti. Urge una riflessione profonda sui limiti del monolitismo mentale, urge riscoprire i pregi della varietà, e seppellire infine la presunzione autarchica dello scontro di civiltà. Sono tanti i pensatori che aiutano a disintossicarci, e tra questi il massimo è Claude Lévi-Strauss, l’etnologo che venerdì compirà cent’anni <em>(ndr: l’articolo è stato scritto un anno fa)</em> e che quasi avremmo dimenticato, se non fosse ridivenuto indispensabile.</p>
<p style="text-align:justify;">Ci sono molti motivi per rimettersi a leggere Lévi-Strauss, ma il principale forse è quello che riguarda la diversità: il contributo che essa fornisce al progresso umano è infatti essenziale nella globalizzazione, e stranamente è trascurato. Gli scritti sulla razza (Razza e Storia nel 1952, Razza e Cultura nel 1971) sono preziosi per chiunque voglia capire l’attuale transizione e apprendere l’arte del pensare lungo.<br />
Il progresso, dice Lévi-Strauss, non è qualcosa di continuo, necessario. Procede a balzi, per mutazioni e scarti, come la mossa del cavallo negli scacchi. Soprattutto non è appannaggio di genti privilegiate: non esistono culture infantili, primitive, cui si contrappongono civiltà sofisticate. «Tutti i popoli sono adulti, anche quelli che non hanno tenuto il diario della loro infanzia e della loro adolescenza» (Razza e Storia).</p>
<p style="text-align:justify;">La visione giornalistica fatica a comprenderlo: l’inviato arriva in terre inesplorate, e vede solo la coda d’una storia lunghissima che per mancanza di tempo non capisce. Il vizio s’è oggi esteso, rendendo giornalistica anche la politica estera: è significativo che Bush non sia ricorso &#8211; nei rapporti con Arabi, Asiatici, Russi &#8211; a esperti che queste culture le studiano continuativamente, senza mettere la propria al centro di tutto. Il giornalista in modo speciale deve pensare contro se stesso, perché le sue semplificazioni influenzano anormalmente le menti.<br />
C’è una metafora con cui Einstein spiega la teoria della relatività, che Lévi-Strauss adotta spesso ma rovesciandola mirabilmente. È la metafora del treno in corsa. Per dimostrare che il movimento dei corpi nello spazio e nel tempo non è una verità assoluta, ma dipende dall’ottica dell’osservatore, Einstein racconta come il passeggero vedrà cose discordanti, a seconda che il treno parallelo guardato dal finestrino vada nella nostra direzione o in quella opposta. Se si sposta con noi, esso ci parrà immobile, molto più lungo del treno che va in senso contrario: solo quest’ultimo sembrerà muoversi.</p>
<p style="text-align:justify;">Tutt’altro accade nell’osservazione delle società, e nella suddivisione fra culture che si muovono e culture inerti. Solo quelle che camminano nella stessa direzione in cui camminiamo noi (essendo più visibili, condividendo costumi, valori) ci parranno in movimento. Le culture che corrono in senso opposto le vedremo appena: il treno «passa così rapido che ne conserviamo solo un’impressione confusa da cui persino i segni di velocità sono assenti». Sarà come immobile. «Non è più un treno, non significa più niente». Il viaggiatore al finestrino vede solo un segmento del mondo: «Noi appariremo l’uno all’altro come privi d’interesse, per il semplice motivo che non ci rassomigliamo».</p>
<p style="text-align:justify;">Lévi-Strauss evoca due figure &#8211; l’anziano, l’avversario politico &#8211; egualmente incapaci di vedere. Lontani dai centri di decisione, ambedue ritengono il mondo stagnante e vano anche quando non lo è (Razza e Cultura). Ambedue sono spesso incuriositi, meno ricchi di tempo, di spazio e di idee.<br />
Studiare, scambiare informazioni, ascoltare: è uno dei rimedi, ed è il contrario dei conformismi che impregnano il pensiero sulle culture mondiali. La potenza di Lévi-Strauss è proprio qui: basta leggerlo, e lo scontro di civiltà che ha fatto la gloria di Samuel Huntington ingrigisce. Huntington passa, lui resta. Resta la sua idea fondamentale, secondo cui ogni progresso è una coalizione tra forze diverse che cercano una sintesi senza abbandonare la propria diversità.</p>
<p style="text-align:justify;">Se c’è una cosa aborrita dall’etnologo francese è il mondo unico, che cancella le differenze o soggiogandole con efferatezza coloniale, o ignorandole in nome di un antirazzismo falso perché disattento a forme di esclusione che penalizzano non solo le razze ma anche gli stili di vita. Il conformismo globale non è progresso: è «umanità ossificata, confusa in un genere di vita unico»; è entropia, energia che sfinisce. Il progresso non è nella difesa d’un particolarismo superiore ma in uno scambio col difforme che feconda il nostro pensiero trasformandolo. La divergenza non è scandalo: è la condizione perché la storia cessi di esser stazionaria, solitaria e diventi cumulativa, capace di combinazioni complesse. Ci sono epoche che Lévi-Strauss considera esemplari: il Neolitico, il Rinascimento, la Rivoluzione industriale. Edificando sulla differenziazione, esse avanzarono formidabilmente. Chi vede ovunque sovversivi s’adagia nell’inerzia storica.<br />
Ogni coalizione con le diversità è minacciata da esiti paradossali. A forza di collaborare, le culture tendono alla consonanza, i particolarismi s’appannano, vivificano meno. L’omogeneità e il maggiore volume delle società accresceranno le diversificazioni interne, ma non subito né automaticamente. La sfida consiste nel trovare un equilibrio fra integrazione e differenza, e nell’evitare il «pigro, comodo riposo» che garantisce «l’immagine della somiglianza migliorata»: la storia non è fatta di somiglianze crescenti; è «piena di avventure, rotture, scandali». Quando le diversità non rifioriscono conviene cercarne di nuove, addirittura suscitarle, ridar spazio a minoranze, a avversari, anche a sistemi ideologici antagonisti. «Barbaro è solo chi crede nella barbarie».</p>
<p style="text-align:justify;">Se il progresso è sintesi fra culture occorre salvaguardare gli scarti, proteggendo quelle che l’antropologo chiama le micro-solidarietà, le società parziali; custodendo perfino le superstizioni. Uno dei più luminosi saggi è sul Babbo Natale Giustiziato, che narra l’intreccio sottile, involontario, tra cristiani e pagani. Ogni genitore o nonno, alla vigilia delle feste, ne scoprirà la delizia.<br />
Lévi-Strauss è una mente veramente grande, e non solo per la visione cupa, dunque realista, che egli ha dell’occidente, delle sue crudeltà, delle sue megalomanie. È un grande perché, pur disperando, non cessa di pensare e credere. Tutta la vita l’ha spesa per dire che si può sempre scegliere un’altra via, che tutto poteva e può andare diversamente, solo che lo si voglia.</p>
<p style="text-align:justify;">La necessità è un muro, ma ha sue crepe. Il pianeta corre allo squasso, ma si può edificare un altro umanesimo, fondato non sull’uomo morale superiore ma sui diritti dell’essere vivente, sia esso uomo, pianta, specie animale. «I giochi non sono mai fatti. Possiamo ricominciare tutto. Quello che è stato fatto e mancato può esser rifatto», scrive in Tristi Tropici. Purché si ritrovi «l’indefinibile grandezza dei cominciamenti»: quella soglia in cui il nulla quasi non c’è più e già quasi iniziano l’essere, le parole per dirlo, l’azione per influenzarlo. <em>(Barbara Spinelli)</em></p>
<p style="text-align:center;"><em>&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;.</em></p>
<p style="text-align:center;"><strong>E&#8217;  MORTO  L’ANTROPOLOGO  LEVI-STRAUSS</strong></p>
<p><em>da “La Stampa” del 3/11/2009</em></p>
<p style="text-align:justify;">Aveva 100 anni, dopo l&#8217;esilio in Usa e il ritorno in Francia studiò logiche e dinamiche dei rapporti di parentela. Padre dello strutturalismo, esaminò usi e costumi dei popoli &#8220;primitivi&#8221;.</p>
<p style="text-align:justify;">PARIGI. «Nulla, allo stato attuale della ricerca, permette di affermare la superiorità o l’inferiorità di una razza rispetto all’altra»: questa citazione è rappresentativa di ciò che è stato l’uomo e lo scienziato sociale Claude Levi-Strass, morto la notte di sabato, che avrebbe compiuto 101 anni il 28 novembre. Si tratta in assoluto uno dei più grandi antropologi e intellettuali del Novecento, la cui vita è stata dedicata a far capire che cultura non è solo la produzione artistica di un popolo, ma è il complesso delle peculiarità del popolo stesso.<br />
L’opera di Levi-Strauss e la sua antropologia culturale di matrice strutturalista (di cui è uno dei padri fondatori) sono anche per questa ragione universali, nel senso che non permettono più graduatorie tra una cultura e un’altra. I suoi studi vanno oltre l’ambito scientifico e si possono ricondurre anche a quello politico e letterario. È in questo senso emblematica una delle sue opere più famose, Tristi Tropici, il cui titolo è divenuto da tempo un modo di dire per intendere il senso di fine di un mondo, che in questo studio è riferito al naufragio di un’intera civiltà, quella delle tribù indie del Brasile, a metà anni ’30.<br />
A livello letterario il saggio è stato messo alla pari con un classico francese, le Memorie d’oltretomba di Chateaubriand: un’autobiografia intellettuale in cui convivono l’esperienza del viaggiatore, la ricerca sul campo e il confronto fra società moderne e primitive, che si risolve spesso a favore di queste ultime. Oltre ad essere tra i primi studi a mettere in evidenza il distacco di Levi-Strauss dallo spiritualismo e idealismo francese, nel quale si era formato, a favore di un’indagine che si muova su basi concrete, costruite sulla comparazione delle strutture fondative delle società stesse.<br />
«I veri selvaggi» sono per lui «le popolazioni meno acculturate e nello stesso tempo più interessanti», come disse al ritorno dai suoi viaggi nella foresta amazzonica. Con Levi-Strauss si amplia e si sdogana, come si è detto, dalla tradizionale definizione occidentale il termine cultura. La Cultura cede il passo alle culture, alle espressioni delle peculiarità di un popolo, una tribù, un gruppo.</p>
<p style="text-align:justify;">Nato a Bruxelles il 28 novembre 1908, compie gli studi a Parigi dove completa la sua formazione laureandosi in filosofia nel 1931. Non soddisfatto dell’ambiente filosofico che lo circonda, dirige il suo interesse verso le scienze umane, in particolare l’antropologia e la sociologia. Nel 1935 si trasferisce a San Paolo per insegnare sociologia all’università. Trascorre cinque anni in Brasile e poi, dopo un breve ritorno in Francia, sua patria d’adozione, a quel tempo assediata dai nazisti, si rifugia &#8211; per sottrarsi dalle persecuzioni antiebraiche &#8211; negli Stati Uniti, dove conosce e frequenta l’elite degli intellettuali emigrati, insegnando alla Nuova Scuola per le Ricerche Sociali.<br />
Il legame con Roman Jakobson, decisivo nella messa a punto del metodo d’indagine strutturalista, per esaminare le varie forme di aggregazione sociale, le lezioni alla Columbia University a New York e il dottorato alla Sorbona con la tesi sulle strutture elementari della parentela &#8211; un cult per l’epoca &#8211; sono solo alcune delle tappe del percorso professionale e umano di Levi-Strass.<br />
Scienziato sociale, intellettuale ma anche filosofo politico per la capacità di opporre, negli anni settanta, una lettura analitica della società a quella ideologica di stampo marxista. Avanguardista, anticipatore di nuovi modi di approccio al reale: con “Pensiero Selvaggio”, entra in polemica con Jean Paul Sartre, in merito alla libertà della natura umana e con “Il crudo e il cotto” si impegna sul concetto di mito, che sostiene nascere nel punto di passaggio dalla natura alla cultura.<br />
Tanti i riconoscimenti. Membro dell’American Academy of Arts and Letters, Laurea ad honorem dalle Università di Oxford, Harvard, Columbia ed è stato anche onorato della Grand-croix de la Legion d’honneur.<br />
Un anno fa, al compimento dei suoi cent’anni, la Francia, dove è ritornato a vivere, gli ha dedicato una serie di iniziative il cui fulcro è stato al museo di Quai Branly, dedicato alle arti primitive, ai piedi della Torre Eiffel &#8211; di cui lo stesso Levi-Strauss è stato grande sostenitore &#8211; con un percorso completo intorno alle esplorazioni dello studioso (proiezione di fotografie e documentari e visite tematiche sulle popolazioni studiate dall’etnologo francese) e una targa dedicata all’entrata.<br />
Negli ultimi anni, pur fedele alla sua scelta di ritirarsi dall’indagine scientifica, ha continuato in modo attivo a pubblicare meditazioni sull’arte, sulla musica e sulla poesia, concedendo, talvolta, interviste in cui ha offerto, attraverso reminiscenze della propria vita, ancora diverse occasioni di riflessione.</p>
<p style="text-align:center;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;</p>
<h4 style="text-align:center;">LEVI-STRAUSS  SCIAMANO  D’OCCIDENTE</h4>
<p><em>di SILVIA RONCHEY, da “La Stampa” del 4/11/2009</em></p>
<p style="text-align:justify;">“Con il passare degli anni, ogni giorno di più provo la sensazione di usurpare il tempo che mi resta da vivere e penso che niente giustifichi più il posto che occupo ancora su questa terra», aveva dichiarato Claude Lévi-Strauss quattro anni fa, quando non ne aveva ancora novantasette. L’ultimo grande maestro del nostro tempo, l’autore di Tristi Tropici, del Pensiero selvaggio, del Crudo e il cotto, ma anche di quel meraviglioso compimento che è “Guardare, ascoltare, leggere”; il pensatore che ha segnato il Novecento mettendo in questione non solo la centralità della cultura occidentale, ma anche quella dell’uomo nel sistema vivente, forse voleva che, in quel sistema, la sua vita durasse cent’anni, ma non uno di più. Ne avrebbe compiuti centouno tra meno di un mese. È morto, forse non casualmente, nella notte dei Morti, l’unico rito precristiano e tribale che si celebri ancora oggi in tutto il mondo.<br />
Avevamo festeggiato il suo centesimo compleanno, il 28 novembre dell’anno scorso, pubblicando una parte dei dialoghi avuti a Parigi anni prima. In quelle conversazioni lo avevamo interrogato anche sulla morte. La vedeva molto vicina, non se ne preoccupava affatto. Non gli poneva problemi metafisici, considerava troppo metafisico perfino Seneca, con la sua idea che la vita sia una meditatio mortis, una perenne preparazione alla morte. Lévi-Strauss, contemporaneo dell’esistenzialismo, andava più in là. La sua morale ultima, la sua dichiarazione di fede, era: niente è.<br />
L’aveva ripresa da Montaigne, la ritrovava nel buddismo, di cui era stato curioso all’inizio della sua parabola intellettuale. Naturalmente, aggiungeva conversando nella grande casa parigina piena di libri e di antiche maschere tribali, per vivere bisogna fare come se le cose avessero un senso. Ma criticava perfino Sartre, che sosteneva la necessità di dare un senso alle cose. Sartre pensava che un senso alle cose lo si possa dare veramente, mentre Lévi-Strauss credeva che non ci si arrivi mai. Esistono solo due scelte: «O vivere la vita nel modo più soddisfacente possibile, e allora comportarsi come se le cose avessero un senso pur sapendo che in realtà non ne hanno nessuno: restare lucidi, lasciarsi portare, andare all’avventura. O altrimenti ritirarsi dal mondo, suicidarsi oppure condurre un’esistenza da asceta tra le foreste e le montagne».<br />
In fondo, da giovane, aveva scelto la seconda opzione, quando nel 1935, dopo la laurea in filosofia, presagendo che la carriera accademica non gli sarebbe riuscita facile, era andato a vivere fra le tribù indie dell’Amazzonia e del Mato Grosso. Era stato compagno di studi di Simone de Beauvoir e Merleau-Ponty, ma la sua mente, polimorfa e multidisciplinare fin dall’infanzia, dedita alla pittura e alla musica quanto alla scrittura e alla lettura, era intollerante alle sistematizzazioni. Fu una duplice sconfitta al Collège de France a dargli quella straordinaria libertà di scrittura che fa di Tristi Tropici, dedicato al lungo soggiorno tra i Nambikwara, uno dei capolavori filosofici del Novecento.<br />
La mente di Lévi-Strauss era votata al bricolage, analizzato nel Pensiero selvaggio, o al collage, dove oggetti e pensieri non contano per se stessi, ma per le reciproche relazioni. È lo spirito dello strutturalismo: tutto è linguaggio, dalla poesia al formicaio, alla Sonata.<br />
I manuali parlano di lui come del fondatore dell’antropologia strutturale. Eppure, molte volte ha detto di sentirsi sollevato dalla fine della moda strutturalista degli Anni 70. La radice dello strutturalismo andava per lui cercata nel Settecento di Chabanon, un musicologo dimenticato che aveva anticipato Saussure. Anzi, aveva aggiunto, «andrei perfino oltre, fino ad affermare che i veri inventori della linguistica strutturale sono stati gli Stoici».<br />
Questa capacità, da vero strutturalista, o da vero sciamano, di stabilire per ogni oggetto di studio relazioni e connessioni istantanee e multiple, gli derivava anche da immense letture. Conosceva la cultura classica quanto quella tribale, sfruttava contemporaneamente, sincronicamente e per così dire sinfonicamente le intuizioni dei filosofi greci e i sapienti castelli di carte dei filosofi tedeschi. Ma non voleva «neppure dare l’impressione che il suo lavoro fosse una filosofia». La sua intimità con la poesia era così grande da permettergli di percepire, quasi per sinestesia, i suoni come colori, di confrontare le Vocali di Rimbaud coi neri di Manet e questi con la «tastiera sincromatica» di un dimenticato autore del XVIII secolo, padre Castel.</p>
<p style="text-align:justify;">Lévi-Strauss vedeva nero il futuro ma traeva luce dal passato. Era avido di qualsiasi informazione gli venisse da questo sconfinato territorio, ormai così poco frequentato dalla modernità da renderlo quasi più selvaggio delle giungle del Brasile. Ad avvicinarci, a Parigi, era stata la sua curiosità per il mondo bizantino, un’Atlantide sommersa di cui aveva colto l’immensità, e di cui andava interrogando i riti, i miti, i colori.<br />
«Odio i viaggi e gli esploratori»: così aveva scritto all’inizio di Tristi Tropici, citando Madame de Staël. Era naturalmente un paradosso. Un antropologo non può non essere un viaggiatore, viaggia per i continenti, per le culture, per gli argomenti, per le epoche. Ci dimostra quanto sia illusoria la differenza tra la civiltà e ciò che chiamiamo lo stato selvaggio. Ci spiega che anche dietro la più sofisticata delle usanze si nascondono tabù insondabili e paure ancestrali. Si potrebbe dire: che ne sarebbe di tutte le nostre incertezze, senza Lévi-Strauss? Per fortuna, attraverso il suo esempio e i suoi libri, Lévi-Strauss, anche se la scorsa notte dei Morti se ne è andato, varcando l’ultimo confine del suo viaggio, compiendo l’ultimo dei suoi riti di passaggio, resta con noi per sempre.</p>
<p style="text-align:center;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;.</p>
<h4 style="text-align:center;">LEVI-STRAUSS, IL VERO GALILEO DEL XX SECOLO</h4>
<p>di MARCO BELPOLITI, da “La Stampa” del 4/11/2009</p>
<p style="text-align:justify;">A un intervistatore, Claude Lévi-Strauss ha raccontato che prima ancora di essere capace di camminare, e molto prima di saper leggere, dal fondo della carrozzina condotta dalla madre aveva identificato nelle prime tre lettere dell’insegna di un macellaio (<em>boucher</em>) e quelle del panettiere (<em>boulanger</em>) la medesima forma: bou. Cercavo, diceva, già a quella età delle invarianti. Tutto il lavoro del grande antropologo francese sta in quel gesto: cercare le permanenze in ciò che muta, si tratti di un rituale, una maschera, un sistema culinario o di un tabù sessuale, l’incesto. È lo strutturalismo; e come ebbe a chiosare Roland Barthes, nel 1962, «l’uomo strutturale prende il reale, lo scompone, poi lo ricompone».<br />
L’antropologo come bricouler: arrangiarsi con quello che si ha disposizione, e costruire nuove strutture con i residui delle precedenti. L’idea che ha guidato Lévi-Strauss nella sua lunga vita di studioso e di scrittore è di cercare le costanti che si nascondono sotto le somiglianze, investigando il nesso che lega le cose tra loro, al di là delle apparenze. Detto così sembra astratto, in realtà è stato un uomo di grande sensibilità, dedito all’osservazione dei fatti minuti. Il suo sforzo intellettuale era di trovare ciò che è comune alle culture umane rovesciando le pretese dell’antropocentrismo. <em>Un vero e proprio Galileo del XX secolo, ha assestato un colpo mortale all’umanesimo narcisista, alla convinzione che ci siano culture superiori, più progredite e avanzate di altre. Una sua celebre frase suona così: «Il fine ultimo delle scienze umane non consiste nel costruire l’uomo ma nel dissolverlo».<br />
</em>Pensiero profondamente laico, il suo, figlio dell’Illuminismo, che cerca di demolire la convinzione giudaico-cristiana, ma anche cartesiana, che «la creatura umana è la sola a essere creata a immagine e somiglianza di Dio». Il decentramento dell’uomo, la sua relativizzazione rispetto alle invarianti costituite dalle «strutture dello spirito umano», fa di Lévi-Strauss, ebreo non credente, uno dei punti più forti della cultura del ’900. Il suo anti-etnocentrismo lo portava a scrivere che non sono gli uomini a pensare i miti, ma viceversa: i miti stessi pensano gli uomini, e per lo più a loro insaputa.<br />
Nessuno come lui negli ultimi 60 anni ha influenzato la filosofia e la storia, la psicologia e la critica letteraria, la semiologia e la sociologia, la storia delle religioni e la psicoanalisi, le arti visive e la musica. Nel suo pensiero, come ha scritto con acume Susan Sontag, c’è qualcosa di virile &#8211; l’antropologia come una delle poche professioni intellettuali che non richiedano il sacrificio della virilità, dal momento che esige coraggio, desiderio d’avventura e resistenza fisica &#8211; e insieme anche il contrario: il desiderio di raffreddare ciò che è caldo, ovvero l’angoscia che la crescente civilizzazione ha portato negli uomini. Le società calde, secondo una definizione che ha fatto scuola, sono quelle moderne, «spinte dai demoni del progresso storico», mentre fredde sono quelle primitive: statiche, cristalline, armoniose. L’antropologo è per lui l’uomo che oscilla come un pendolo tra i due sistemi, qualcuno che non può mai sentirsi a casa sua in nessun luogo, e che sarà, psicologicamente parlando, sempre un minorato.<br />
Nel 1962, quando gran parte del suo lavoro era dispiegato, ma non concluso, la Sontag intitolava giustamente il suo saggio su di lui «l’antropologo come eroe», mettendo in luce come il nemico di Lévi-Strauss fosse la storia, quella stessa che nell’arco di trent’anni aveva distrutto e ingoiato i popoli amazzonici, i suoi amati Nambikwara, nudi, poveri, nomadi e belli. Nonostante l’apparente freddezza del pensiero, l’antropologo francese è stato un grande esteta. Grande scrittore prima di tutto, autore di uno dei capolavori assoluti del Novecento, <em>Tristi Tropici</em>: insieme racconto, autobiografia, meditazione e libro di viaggi. Pessimista radicale, Lévi-Strauss è stato un amante assoluto della libertà, e come ricordava Italo Calvino recensendo uno dei suoi libri dal titolo programmatico, <em>Lo sguardo da lontano</em>, il fondamento della libertà stava per lui «in quel pulviscolo di piccole ineguaglianze, abitudini, credenze, che i pianificatori della libertà hanno fatto di tutto per far scomparire». Una lezione importante in tempi di massificazione come i nostri.</p>
<p style="text-align:center;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;..</p>
<p style="text-align:justify;"><a href="http://geograficamente.files.wordpress.com/2009/11/tristi-tropici-il-saggiatore.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-3104" title="tristi tropici - il saggiatore" src="http://geograficamente.files.wordpress.com/2009/11/tristi-tropici-il-saggiatore.jpg?w=200&#038;h=302" alt="tristi tropici - il saggiatore" width="200" height="302" /></a>Dal Mato Grosso all&#8217;Amazzonia, lo straordinario racconto delle spedizioni etnologiche di Lévi-Strauss presso le tribù indigene del Brasile mescola felicemente il pittoresco al rigore scientifico, l&#8217;avventura alla testimonianza appassionata e commossa. Difficilmente esauribile in una definizione di genere, &#8220;Tristi Tropici&#8221; è un&#8217;esplorazione condotta all&#8217;interno dell&#8217;antropologia stessa, alla ricerca delle sue leggi e del suo campo d&#8217;azione. Il libro rappresenta un&#8217;autobiografia intellettuale in cui convivono l&#8217;esperienza del viaggiatore, la ricerca sul campo e il confronto fra società moderne e primitive, che si risolve spesso a favore di queste ultime. (“Tristi tropici” ed. Il Saggiatore, 16 euro)</p>
<p style="text-align:center;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;.</p>
<p><strong>Darwin e Lévi-Strauss, tristi tropici paralleli. </strong><strong>Nel bicentenario del naturalista inglese l’addio al centenario indagatore della vita.</strong><strong></strong></p>
<p><em>di GUIDO CERONETTI, da “La Stampa” del 5/11/2009</em></p>
<p style="text-align:justify;">Si è spenta mentre va terminando l’anno del bicentenario darwiniano la luce di Claude Lévi-Strauss, battitore della conoscenza antropologica e indagatore della vita, di statura equivalente a quella di Charles Darwin: Plutarco ne avrebbe potuto collocare i ritratti nelle sue Vite parallele.</p>
<p style="text-align:justify;">Si somigliano anche nelle difficoltà affrontate, nei Tristi Tropici sperimentati come luoghi della meraviglia naturale e di un pensiero selvaggio (titolo levistraussiano del 1962, alla memoria di Maurice Merleau-Ponty) che qui, nel continente ipercivilizzato, conferma l’Evoluzione non tanto come passaggio da stadio a stadio ma come, misteriosamente, territorio illimitato di frantumazioni e coaguli incessanti di eventi mentali che escludono la credenza facile nella primitività.<br />
Lévi-Strauss ha strappato il velo del Primitivo e dell’Indistinto dai popoli senza scrittura, e là ci ha mostrato che nel pensiero selvaggio gli strati sovrapposti a strati celano l’adorabile segreto dello stesso universo macromicrocosmico, dello stesso principio del «come in Alto così in Basso» dell’ermetismo tradizionale. C’è da dubitare fortemente che la dottrina indologica e teosofica delle reincarnazioni possa, da una concezione autentica della scienza, quando si tocca alla res cogitans come attributo della Divinità, restare fuori. L’opera di Claude Lévi-Strauss e quella di Charles Darwin non sono gabbie da scimmie, ma finestre spalancate in faccia alle costellazioni, da cui si contemplano la galassia-uomo insieme alle infinite altre, coi loro bagliori sanguinosi e i loro collassi gravitazionali incompresi.<br />
Cento anni più uno di transito in corpo carnale nel mondo Terra sono una quantità che sgomenta. Soltanto una eccezionale energia mentale consente di attraversare in perfetta lucidità una tale apertura d’arco. Avrà conosciuto, il duro Claude, le crudeli umiliazioni, i melmosi inferni della moderna Depressione? La sua visione del mondo è nitidamente nichilistica; la bussola della sua ricerca antropologica è nel segno del tragico svanire di tutto in significati che nascondono, immutabile, il germe dell’insignificante. Mi domando se abbia avuto, fino all’ultimo, la forza di sopportare, domani sopra domani, il peso in sé del sillabario del Tempo come contenitore d’inutilità e di non senso. Amara sempre, la nostra povera vita ha bisogno di Buchi Bianchi luminosi da contrapporre alla tristezza meta-tropicale di quelli neri delle galassie.<br />
Lévi-Strauss a questo è approdato: lo rivela un meraviglioso pensiero con cui termina e culmina la sua esplorazione umanistica di “Guardare, ascoltare, leggere”, pubblicato nel 1993, all’età di ottantacinque anni: «Alla scala dei millenni, le passioni umane si confondono. Il tempo nulla aggiunge o toglie agli amori e agli odi provati dagli uomini, ai loro accanimenti, alle loro lotte, alle loro speranze: sono gli stessi sempre. Sopprimendo a caso qualche secolo di storia, non si perde nulla di significativo della nostra conoscenza della natura umana. La sola perdita irreparabile sarebbe quella delle opere d’arte che quei secoli avrebbero visto nascere. Perché gli uomini non si differenziano, fino a non esistere neppure, che grazie alle loro opere. Come la statua di legno che partorì un albero, le opere d’arte soltanto ci danno la certezza che nel corso delle epoche qualcosa, tra gli uomini, è realmente accaduto».<br />
Un uomo così riassume una civiltà. Conobbe, nella Parigi dei suoi tempi, tutto quanto ci fosse di degno d’essere incontrato e pensato; sterminata come i suoi viaggi era la sua memoria di cose, libri, persone. Nella nostra debolezza di esseri umani che invecchiano avendo pensato insieme drammaticamente il Transitorio e l’Eterno, il Sublime e il Terribile, è di grande conforto vedere in Claude Lévi-Strauss, immagine solare dell’Ebreo ramingo e ritornante, un exemplar vitae humanae che finalmente testimonia ben più della grandezza che della miseria dell’uomo.</p>
<p style="text-align:center;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;</p>
<p style="text-align:center;"><strong>IL VIAGGIO DELL’ANTROPOLOGO</strong></p>
<p>di Claude Lévi-Strauss, da “Tristi tropici”, 1955 (ed. Il Saggiatore)</p>
<p style="text-align:justify;">Soprattutto ci si domanda: che cosa siamo venuti a fare qui? Con quale speranza? A quale fine? Che cosa è realmente un’inchiesta etnografica? L’esercizio normale di una professione come le altre, con l’unica differenza che lo studio o il laboratorio sono separati dal domicilio da qualche migliaio di chilometri? O la conseguenza di una scelta più radicale che implica una discussione del sistema nel quale siamo nati e cresciuti?</p>
<p style="text-align:justify;">Avevo lasciato la Francia da quasi cinque anni, avevo abbandonato la mia carriera universitaria; durante questo tempo i miei compagni più saggi erano andati avanti; quelli che, come me un tempo, avevano tendenza per la politica, erano oggi deputati, e quanto prima sarebbero stati ministri. Ed io invece correvo i deserti, perseguendo relitti di umanità.</p>
<p style="text-align:justify;">Chi o che cosa aveva dunque fatto esplodere il corso normale della mia vita? Era stato uno stratagemma, un abile raggiro, che mi avrebbe permesso di reintegrare la mia carriera con vantaggi supplementari dei quali si sarebbe tenuto conto? Oppure la mia decisione esprimeva una incompatibilità profonda nei confronti del mio gruppo sociale da cui, qualunque cosa accadesse, avrei dovuto isolarmi sempre di più?</p>
<p style="text-align:justify;">Invece di aprirmi un universo nuovo, per un singolare paradosso, la mia vita avventurosa mi restituiva piuttosto il vecchio, mentre quello a cui avevo aspirato si dissolveva fra le mie dita. Tanto più gli uomini e i paesaggi alla conquista dei quali ero partito perdevano, a possederli, il significato che me ne aspettavo, tanto più a queste immagini deludenti, anche se reali, se ne sostituivano altre, tenute in riserva dal mio passato e alle quali non avevo attribuito alcun valore quando appartenevo ancora al mondo che mi circondava.</p>
<p style="text-align:justify;">Viaggiando per paesi che pochi occhi avevano contemplato, dividendo l’esistenza di popoli la cui miseria era il prezzo –da essi pagato per primi- perch’io potessi risalire il corso dei millenni, non scorgevo più né gli uni né gli altri, ma solo visioni fugaci della campagna francese che mi ero negata, o framenti di musica o di poesia che era l’espressione più convenzionale d’una civiltà contro la quale avevo optato, e dovevo persuadermene, per non correre il rischio di smentire il senso che avevo dato alla mia vita. Per settimane, su quell’altopiano del Mato Grosso occidentale, ero stato ossessionato non da ciò che mi circondava e che non avrei rivisto mai più, ma da una melodia nota e arcinota che il mio ricordo impoveriva maggiormente: quella dello studio n. 3, opera 10, di Chopin, nella quale mi sembrava, per una derisione alla cui amarezza ero ancora sensibile, che si riassumesse tutto ciò che avevo lasciato dietro di me. <em>(Claude Lévi-Strauss)</em></p>
<p style="text-align:center;"><em>&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;..</em></p>
<p><strong>CHI ERA</strong> &#8211; Divenuto noto al grande pubblico per la sua opera «Tristi Tropici», l’accademico francese aveva consacrato la sua vita allo studio dei popoli &#8220;primitivi&#8221;, ai simboli e alle strutture di gruppo. Sul piano teorico era considerato in antropologia il massimo teorico dello strutturalismo, corrente di pensiero che sostiene che tutti gli aspetti culturali di una società siano riconducibili a strutture fondamentali.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>LA VITA</strong> &#8211; Nato a Bruxelles, ma da genitori francesi, nel 1908, Levi-Strauss avrebbe compiuto 101 anni il 28 novembre. Levi-Strauss studia legge e filosofia alla Sorbona di Parigi non concludendo gli studi in legge, ma laureandosi in filosofia nel 1931. Inizia ad insegnare in un liceo di provincia condividendo questa sua esperienza con il grande filosofo francese Maurice Merleau-Ponty e con la scrittrice Simone de Beauvoir. Le sue posizioni filosofiche sono molto critiche nei confronti delle tendenze idealiste e spiritualistiche della filosofia francese del periodo fra le due guerre, soprattutto perchè egli riconosce in se stesso un&#8217;esigenza di concretezza che lo porta verso direzioni completamente nuove. Scopre presto nelle scienze umane, in particolare nella sociologia e nell&#8217;etnologia, la possibilità di costruire un discorso più concreto e innovatore sull&#8217;uomo. Decisivo l&#8217;incontro con Paul Rivet, che conosce in occasione dell&#8217;esposizione di Jacques Soustelle al Museo Etnografico, e con Marcel Mauss del quale fu allievo. Rimane affascinato dal forte senso del concreto che scaturisce dall&#8217;insegnamento di Mauss e dal metodo che egli utilizza per spiegare e analizzare i riti e i miti primitivi. Nel 1935 viene offerto a Lèvi-Strauss di andare ad insegnare sociologia a San Paolo in Brasile, dove una missione culturale francese aveva avuto l&#8217;incarico di fondare l&#8217;università. Questa sarà l&#8217;occasione per conoscere un mondo completamente diverso da quello europeo ma soprattutto per entrare in contatto con le popolazioni indie del Brasile che diventeranno l&#8217;oggetto delle sue ricerche sul campo.<br />
Tornato in Francia nel 1939 viene mobilitato allo scoppio della seconda guerra mondiale ma nel 1941, subito dopo l&#8217;armistizio, a causa delle persecuzioni contro gli ebrei, è costretto a fuggire e riesce ad imbarcarsi per gli Stati Uniti. A New York conosce e inizia a frequentare molti altri intellettuali emigrati e ad insegnare presso «La Nuova Scuola per le Ricerche Sociali». Insieme a Jacques Maritain, Henri Focillon e Roman Jakobson, è considerato uno dei fondatori dell&#8217;École Libre des Hautes Études, una specie di università-in-esilio per accademici francesi. Gli anni trascorsi a New York sono per Lèvi-Strauss molto importanti per la sua formazione. La sua relazione con il linguista Jakobson gli è d&#8217;aiuto per mettere a punto il suo metodo di indagine strutturalista. (Jakobson e Lèvi-Strauss sono infatti considerati le figure centrali dello strutturalismo). Lèvi-Strauss è anche considerato, insieme a Franz Boas, uno degli esponenti maggiori della antropologia americana. Insegna questa disciplina presso la Columbia University a New York e il suo lavoro gli fa ottenere un titolo che gli servirà per essere accettato con facilità negli Stati Uniti. Nel 1948 Lèvi-Strauss ritorna a Parigi e in quell&#8217;anno consegue il suo dottorato alla Sorbona con una tesi maggiore e una minore, come era tradizione in Francia, dal titolo «La famiglia e la vita sociale degli Indiani Nambikwara» (The Family and Social Life of the Nambikwara Indians) e le «Le strutture elementari della parentela» ( The Elementary Structures of Kinship).<br />
«Le strutture elementari della parentela» viene pubblicato l&#8217;anno seguente e immediatamente considerato uno degli studi più importanti di antropologia sui rapporti di parentela fino a quel momento effettuati. Già Emile Durkein, aveva pubblicato un famoso studio, dal titolo «Forme elementari della vita religiosa», frutto di una analisi su come i popoli organizzano le loro famiglie esaminando le strutture logiche che vengono a formarsi nelle relazioni tra i vari componenti. Mentre, tra gli antropologi inglesi, Alfred Reginald Radcliffe-Brown sosteneva che la parentela era basata sulla discendenza da un comune antenato, Lèvi-Strauss sostiene che la parentela era basata sull&#8217;alleanza tra due famiglie che si viene a creare quando una donna proveniente da un gruppo sposa un uomo appartenente ad un altro gruppo. Tra gli anni 1940 e 1950 Lèvi-Strauss continua le sue pubblicazioni e ottiene sempre maggior successo. Al suo ritorno in Francia lavora come amministratore della CNRS, al Musèe de l&#8217;Homme e in seguito all&#8217;École Pratique des Hautes Études, alla sezione di «Religious Sciences», sezione precedentemente fondata da Marcel Mauss e rinominata «Comparativie Religion of Non-Literate Peoples». Nel 1955 pubblica «Tristi Tropici», essenzialmente un diario di viaggio nel quale annota le sue impressioni, frammiste a una serie di geniali considerazioni sul mondo primitivo amazzonico, che risalgono al periodo intorno al 1930 quando egli espatriò dalla Francia. Nel 1959 Lèvi-Strauss diventa titolare della cattedra di Antropologia sociale presso il Collège de France. Dopo qualche tempo pubblica «Structural Anthropology» che comprendeva una collezione dei suoi saggi con esempi e teorie strutturaliste. In quel periodo sviluppa un programma che comprende una serie di organizzazioni, come un Laboratory for Social Anthropology e un nuovo giornale, l&#8217;Homme, per poter pubblicare i risultati delle sue ricerche. Nel 1962 pubblica quello che per molti venne ritenuto il suo più importante lavoro, «Pensèe Sauvage». Nella prima parte del libro viene delineata la teoria della cultura della mente e nella seconda parte questo concetto si espande alla teoria del cambiamento sociale. Questa seconda parte del libro coinvolgerà Lèvi-Strauss in un acceso dibattito con Jean-Paul Sartre riguardo alla natura della libertà umana. Ormai diventato una celebrità, Lèvi-Strauss trascorre la seconda metà degli anni sessanta alla realizzazione di un grande progetto, i quattro volumi di studi dal titolo Mythologiques. In esso, Levi-Strauss analizza tutte le variazioni dei gruppi del Nord America e del Circolo Artico esaminando, con una metodologia tipicamente strutturalista, le relazioni di parentela tra i vari elementi.</p>
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<div id="attachment_3106" class="wp-caption aligncenter" style="width: 460px"><a href="http://geograficamente.files.wordpress.com/2009/11/claude-levi-strauss_tristi-tropici1.jpg"><img class="size-full wp-image-3106" title="claude-levi-strauss_tristi tropici" src="http://geograficamente.files.wordpress.com/2009/11/claude-levi-strauss_tristi-tropici1.jpg?w=450&#038;h=277" alt="claude-levi-strauss_tristi tropici" width="450" height="277" /></a><p class="wp-caption-text">Claude Lévi-Strauss in Brasile nel 1935</p></div>
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		<title>L&#8217;Euregio &#8220;Trento &#8211; Bolzano &#8211; nord Tirolo&#8221; positivamente avanza: ma perché tutte le altre aree regionali (e istituzionali) italiane non riescono a ridefinirsi in modo geograficamente più virtuoso?</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Nov 2009 00:24:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sebastianomalamocco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Geografia e confini]]></category>
		<category><![CDATA[Le nostre proposte]]></category>
		<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Trasformazioni virtuose]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><div id="attachment_3093" class="wp-caption alignleft" style="width: 297px"><a href="http://geograficamente.files.wordpress.com/2009/11/tirol-suedtirol-trentino1.png"><img class="size-medium wp-image-3093" title="Tirol-Suedtirol-Trentino" src="http://geograficamente.files.wordpress.com/2009/11/tirol-suedtirol-trentino1.png?w=287&#038;h=300" alt="Tirol-Suedtirol-Trentino" width="287" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Le tre aree che compongono l&#39; “Euregio Tirolo - Alto Adige – Trentino”</p></div>
<p style="text-align:justify;">Lo scorso 29 ottobre i 106 consiglieri provinciali di Trentino, Alto Adige e del Tirolo hanno votato (all’unanimità) un progetto di stretta collaborazione fra le tre entità istituzionali sui temi dell’energia, della sanità specialistica e dei trasporti. Che fa vedere, questa decisione, la capacità (politica, culturale) di superare i confini nazionali ed arrivare a costruire concretamente quella che (sembra, dai fatti) sempre più sarà l’ “Euroregio” formata da Trento, Bolzano e il Tirolo austriaco.</p>
<p style="text-align:justify;">E’ sintomatico che, dall’altra, ci si trovi in Italia a doversi confrontare con realtà locali istituzionali (i comuni, le Provincie, le Comunità Montane) che sembrano sempre più non in grado di governare il territorio di loro competenza (a volte con sovrapposizioni tra di loro e con costi altissimi per la collettività).</p>
<p style="text-align:justify;">Noi geografi proprio dalle pagine di questo blog l’anno passato abbiamo formulato proposte di creazione di città di almeno 60.000 abitanti che superassero lo spezzettamento attuale degli 8.100 comuni italiani (avevamo proposto un esempio: riunire i comuni della Marca Trevigiana, che sono 95, in dieci città).</p>
<p style="text-align:justify;">Abbiamo sostenuto l’abolizione delle Provincie, o che perlomeno esse diventassero unico soggetto di erogazione di servizi sovra-comunali ora gestiti da soggetti plurimi, e antieconomici, costosi per il loro mantenimento (Consorzi di acquedotti, rifiuti, del gas, delle fognature, dei trasporti, etc…. ATO, cioè Ambiti Territoriali Omogenei che spesso si sovrappongono agli stessi Consorzi…).</p>
<p style="text-align:justify;">In questa razionalizzazione dei servizi si colloca in modo naturale l’individuazione di aree culturalmente, economicamente, geomorfologicamente omogenee, che superino vecchie strutture (come quelle appena descritte) che creano spesso disparità tra i cittadini. Per fare un esempio, è indubbio che le attuali Aree Metropolitane, in fase di costruzione in Italia, avranno risorse finanziarie maggiori dei comuni di montagna e pedemontani, e di tutti quelli che resteranno fuori dai contesti urbani che invece sono “in progress” in questo momento. E questo porterà (sta già portando) pure una disparità nel “diritto di cittadinanza” fra le persone (nel sistema scolastico, dei trasporti, della sanità…).</p>
<p style="text-align:justify;">La capacità di individuare, in un unico progetto di unificazione europea, realtà territoriali più adatte ed efficienti rispetto ai confini degli stessi Stati nazionali, delle attuali regioni, delle provincie e dei comuni, appare come una necessità virtuosa di essere positivamente disponibili al cambiamento. Come pare stia accadendo nell’Euroregione “Bolzano, Trento e Tirolo”.<span id="more-3092"></span>&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;</p>
<p style="text-align:center;"><strong>BOLZANO, TRENTO E TIROLO: VIA ALL&#8217;EUROREGIONE</strong></p>
<p><em>di Diego Andreatta, da &#8220;AVVENIRE&#8221; di venerdì 30 ottobre 2009 </em><em>TERRITORIO E GOVERNO: le tre Province collaboreranno sull’energia, la sanità e i trasporti </em></p>
<p>MEZZOCORONA (TRENTO).  Chi guarda ancora con scetticismo all’Europa delle regioni e dei popoli, ieri (giovedì 29 ottobre, ndr) in Trentino si sarebbe convinto: <strong>sta prendendo forza in varie aree di confine il «modello Gect», un acronimo che sta per Gruppo europeo di cooperazione territoriale</strong>.</p>
<p style="text-align:justify;">Si tratta di quello strumento operativo, dotato di personalità giuridica e adottabile anche senza il consenso degli Stati nazionali, che può dare finalmente gambe alle idee di collaborazione interregionale e internazionale.</p>
<p style="text-align:justify;">Lo hanno adottato all’unanimità &#8211; un applauso spontaneo ha seguito il voto &#8211; i 106 consiglieri provinciali di Trentino, Alto Adige e Tirolo che, dopo oltre vent’anni di riunioni biennali quasi sempre evanescenti, hanno trovato finalmente una formula convincente, «copiandola» dai nove <strong>Gect</strong> spuntati qua e là in Europa, a due anni dall’entrata in vigore di questa formula giuridica.</p>
<p style="text-align:justify;">«Oggi mettiamo una pietra miliare nella collaborazione tra le regioni dell’antico Tirolo», gongolava il presidente austriaco dell’assemblea tirolese, Hervig van Staa, mentre Dieter Steger, presidente del Consiglio provinciale di Bolzano, insisteva sull’«autonomia» del nuovo organismo operativo, «la cui creazione rappresenta una svolta per la creazione di un’Europa delle Regioni e non più solo degli Stati nazionali».</p>
<p style="text-align:justify;">«Dopo 100 anni le nostre tre regioni possono contare finalmente su uno strumento giuridico che ha una dimensione ottimale. Possiamo saldare il debito con le nostre radici e la nostra storia comune», proclama in aula il presidente trentino Gianni Kessler.</p>
<p style="text-align:justify;">Troppa enfasi? Lo ritengono alcune forze politiche d’opposizione (PdI in particolare, ma anche la componente &#8220;separatista&#8221; di lingua tedesca, sia pure per altre ragioni) che peraltro hanno approvato l’istituzione di questo Gect denominato «Euroregione Alto Adige/Sudtirol, Tirolo e Trentino».</p>
<p style="text-align:justify;">Un passaggio segnalato come «memorabile» l’altro ieri anche al Parlamento di Vienna dall’intervento del governatore altoatesino Luis Durnwalder alle celebrazioni per il bicentenario di Andreas Hofer. Le tre giunte provinciali appaiono già impegnate a tradurre i progetti comuni (con segreteria organizzativa a Bolzano) in scelte di governo.</p>
<p style="text-align:justify;">Il presidente del Trentino Lorenzo Dellai ha parlato di una giornata «dal valore straordinario per rinforzare il sentire comune, al di là e oltre le differenze». «Mai come ora ha continuato Dellai &#8211; sussistono le condizioni ottimali per costruire fino in fondo la regione europea».</p>
<p style="text-align:justify;">Ma cosa potrà cambiare nel vecchio Tirolo con l’istituzione del Gect, che avrà un organo di governo ed un organo assembleare comune? Si potranno gestire collegialmente («Senza chiedere prima, né a Vienna né a Roma», chiosa il presidente van Staa) progetti d’interesse trasversale: l’autosufficienza energetica (con la possibilità di attingere alle risorse delle regioni limitrofe, nel caso in cui si esauriscano le proprie), la sanità specialistica (con la possibilità di stipulare convenzioni tra enti pubblici e privati oggi precluse) i trasporti (con il potenziamento dei collegamenti tra Innsbruck e Lienz, quindi anche con l’Alto Adige e il Trentino), la promozione comune del turismo nelle Dolomiti.   Ma si è auspicata anche attenzione alle minoranze linguistiche, progetti televisivi bilingui, gemellaggi di scuole e un libro di storia locale finalmente comune. <em>(Diego Andreatta)</em></p>
<p style="text-align:center;"><em>&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;</em></p>
<p style="text-align:justify;"><em>SCHEDA</em></p>
<p><strong>Gruppo europeo di cooperazione territoriale (GECT)</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Al fine di superare gli ostacoli che si incontrano nella cooperazione transfrontaliera, i gruppi europei di cooperazione territoriale (GECT) sono strumenti di cooperazione a livello comunitario i quali consentono a gruppi cooperativi di attuare progetti di cooperazione territoriale cofinanziati dalla Comunità ovvero di realizzare azioni di cooperazione territoriale su iniziativa degli Stati membri.</p>
<p>ATTO</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Regolamento n. <a title="testo integrale dell'atto" href="http://eur-lex.europa.eu/smartapi/cgi/sga_doc?smartapi!celexplus!prod!DocNumber&amp;lg=it&amp;type_doc=Regulation&amp;an_doc=2006&amp;nu_doc=1082" target="_blank">1082/2006</a> del Parlamento europeo e del Consiglio, del 5 luglio 2006, relativo al gruppo europeo di cooperazione territoriale (GECT) [Gazzetta ufficiale L 210 del 31.7.2006].</strong></p>
<p>SINTESI</p>
<p style="text-align:justify;">In esito alle difficoltà incontrate dagli Stati membri nel campo della cooperazione transfrontaliera, il presente regolamento introduce un nuovo strumento di cooperazione a livello comunitario nel contesto della riforma della politica regionale, per il periodo 2007-2013. Si tratta del gruppo europeo di cooperazione territoriale (GECT), dotato di personalità giuridica, che sarà operativo a decorrere dal 1° gennaio 2007.</p>
<p><strong>Obiettivo</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Il GECT ha lo scopo di agevolare e di promuovere la cooperazione transfrontaliera, transnazionale e interregionale tra i suoi membri. Il gruppo è composto da Stati membri, collettività regionali, collettività locali o organismi di diritto pubblico a titolo facoltativo.</p>
<p style="text-align:left;">Per saperne di più: <a href="http://europa.eu/legislation_summaries/agriculture/general_framework/g24235_it.htm">http://europa.eu/legislation_summaries/agriculture/general_framework/</a></p>
<p style="text-align:center;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;</p>
<p><em>Sulle nuove politiche territoriali (e di sviluppo delle aree montane), riprendiamo alcuni stralci da un’intervista a Lorenzo Dellai, presidente della Provincia di Trento, che possono dare spunti interessanti.</em></p>
<p style="text-align:center;"><strong>IL MIO TRENTINO CON MUCCHE E COMPUTER</strong></p>
<p style="text-align:justify;"><em>di Enrico Franco, da “il Corriere della Sera” del 29/10/2009</em><br />
<strong>Mucca o computer</strong>, giacca in lana cotta o gessato internazionale, schützen o arte contemporanea provocatoria? Perché opporre una strada all’altra? Percorriamole entrambe. È questa la bussola politica di Lorenzo Dellai, da dieci anni governatore della Provincia autonoma di Trento. …..</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Presidente, l’anno scorso si è presentato all’asta degli allevatori e ha acquistato una mucca. Poche ore dopo ha tenuto un discorso in cui spronava a investire sul fronte dell’innovazione tecnologica. Un colpo al cerchio e uno alla botte?</strong><br />
«Ma no! Sono due facce della stessa medaglia. Senza la sua storia, il Trentino diventerebbe arido. E senza innovazione e modernità sarebbe condannato. Noi siamo costretti a investire su entrambi i fronti. D&#8217;altronde, la crisi globale economica in corso — che è anche crisi politica, culturale, sociale — nasce proprio dall’errore di aver dissociato la modernizzazione dai valori. La mia mucca, che ho chiamato Fortunata, vive in valle di Sole e sta benissimo, mentre il computer mi serve per connettermi con il mondo».</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Lei ama indossare anche le giacche di lana cotta e i vestiti tirolesi&#8230;</strong><br />
«È solo un abbigliamento comodo e carino&#8230; Capisco il sottinteso: allora ricordo che l&#8217;asse con Bolzano e Innsbruck fa parte del filone storico- identitario. Per secoli questo è stato un territorio di lingua italiana nell&#8217;ambito del Tirolo storico. La nostra autonomia nasce con Bolzano e con l’Austria per favorire la pacificazione intorno al Brennero. Ma la regione europea che vogliamo costruire con Bolzano e Innsbruck guarda non al passato, bensì a un nuovo concetto di Europa, quello dei popoli e delle nazioni. L’Europa ne ha bisogno se vogliamo tornare all&#8217;idea degasperiana».</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>L’attenzione a Nord, in ogni modo, non le impedisce di avere un ottimo rapporto con il governatore veneto, il forzista Galan.</strong><br />
«Se la storia ci porta sull’asse del Brennero, certo l’economia e il mettere in rete le opportunità ci spingono a rapportarci con tutti i territori vicini e con il mondo intero. Il Veneto come la Lombardia sono preziosi sul piano sociale quanto economico».</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Già, i territori confinanti. L’autonomia trentina viene spesso vista come un privilegio: ha ancora una giustificazione reale?</strong><br />
«Il Trentino ha cercato la sua autonomia sia durante l’impero austro-ungarico, sia quando è diventato territorio italiano. È la nostra identità, rientra nella nostra Costituzione materiale che ha avuto un riconoscimento in quella formale. L’autonomia non è legata solo alle risorse finanziarie».</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Non negherà che il vostro bilancio sia assai più corposo di quello delle regioni ordinarie?</strong><br />
«Il federalismo fiscale è uno scenario nuovo: ci batteremo per difendere competenze e prerogative dell&#8217;autonomia, ben sapendo che dovremo portare il nostro apporto responsabile al mutato quadro statale. Peraltro non c&#8217;è mai stato un assistenzialismo di Stato: è vero che gran parte delle risorse rimane qui, ma la Provincia si fa carico di quanto altrove è competenza nazionale (sanità, scuola, infrastrutture), fatta eccezione per giustizia e ordine pubblico. Penso, come il presidente Napolitano, che ci debba essere leale cooperazione tra le istituzioni».</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>È in questo contesto che va inserito il vostro impegno per la ricostruzione nell’Abruzzo terremotato dove avete dimostrato grande efficienza?</strong><br />
«È una tradizione antica del Trentino intervenire in tempo reale quando ci sono delle emergenze. Non è solo efficienza, ma un frutto del volontariato, un nostro culto. Siamo ancora lì: circa 2.500 trentini sono andati in Abruzzo per periodi diversi e in gran parte sono volontari. Per la fine dell’autunno avremo costruito 320 case in legno, tre chiese, cinque scuole».</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Torniamo al Trentino. Lei ha lanciato la sfida di Metroland, una rete di ferrovie locali che permetta di raggiungere il capoluogo in mezz’ora da ogni valle. È la scommessa da vincere per entrare nella storia?</strong><br />
«Senza scomodare la storia, vorrei semplicemente aver impostato tre progetti entro la fine del mio mandato. Il primo è l&#8217; euroregione del Tirolo storico: così la nostra autonomia sarà al riparo da qualsiasi involuzione istituzionale o politica nazionale e, inserita in una dimensione transnazionale, potrà guardare al futuro senza essere autoreferenziale. Il secondo riguarda il consolidamento del sistema universitario e della ricerca: vogliamo sia fortemente internazionalizzato, perciò investiamo su quella che è oggi la vera risorsa strategica, ossia la conoscenza. Il terzo è appunto Metroland che non è solo un modo per spostarsi. Ripensando le reti di comunicazione (anche garantendo a tutti la connessione internet ad alta velocità), vogliamo in realtà recuperare un gap di opportunità tra capoluogo e valli».</p>
<p><em>(Enrico Franco, <strong>26 ottobre</strong> 2009)</em></p>
<p style="text-align:center;"><em>&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;..</em></p>
<p><em>OCCASIONI  MANCATE: alla Camera il Pdl si oppone al ddl: «E&#8217; in corso il riordino delle autonomie locali, meglio aspettare»</em></p>
<p style="text-align:center;"><strong>Province intoccabili, salta l&#8217;abolizione col voto di Pdl e Pd</strong></p>
<p><em>da “il Messaggero” del 14/10/2009, di Fabrizio Rizzi</em></p>
<p style="text-align:justify;">ROMA &#8211; Le Province non saranno abolite, almeno per ora. Più probabilmente, non lo saranno per tutta la legislatura. L&#8217;esame del progetto dell&#8217;Idv è stato rinviato, attraverso una sospensiva presentata dal Pdl, che ha ottenuto 261 sì, 253 no e due astenuti.</p>
<p style="text-align:justify;">«E&#8217; in corso il riordino delle autonomie, meglio aspettare», questa la giustificazione di Giorgio Stracquadanio, Pdl. Gli unici contrari sono stati l&#8217;Udc e l&#8217;Italia dei valori, ma il Pd ha espresso un voto in linea con gli altri partiti di opposizione, pur affermando un no nel merito.</p>
<p style="text-align:justify;">Gianclaudio Bressa, Pd, ha spiegato così: «Nel programma del centrosinistra era prevista» la soppressione «solo dove fossero state istituite le città metropolitane. Basta attuare la Costituzione». Invece, Pier Ferdinando Casini, ha accusato la maggioranza e il Pd: «anno dimenticato gli impegni per l&#8217;abolizione delle province, assunti da Berlusconi e Veltroni, andando in televisione a chiedere il voto agli italiani». Anche Di Pietro ha denunciato le promesse mancate: Pdl e Pd «sono stati presi con le mani nel sacco».</p>
<p style="text-align:justify;">Nel giorno in cui l&#8217;Aula di Montecitorio ha affossato ben due proposte di legge dell&#8217;opposizione (l&#8217;altra riguarda il contrasto all&#8217;omofobia), la discussione sull&#8217;abolizione non è mai decollata.</p>
<p style="text-align:justify;">Di Pietro ha attacco sostenendo che l&#8217;argomento, dal «tempo della Costituzione», è al centro del dibattito: perché le Province sono ritenute «inutili carrozzoni» che oltretutto vengono a pesare, nelle tasche dei cittadini, come «l&#8217;importo di una legge finanziaria in un anno». Ovvero, gli enti provinciali costano, secondo Di Pietro, «13-15 miliardi di euro l&#8217;anno», con un organico di «2900 consiglieri e 900 assessori» oltre a «50 presidenti e vice-presidenti di provincia» ai quali vanno aggiunti «100 presidenti di giunta».</p>
<p style="text-align:justify;">A sua volta, il leader dell&#8217;Udc, Casini, ha spiegato che le Province «costano 16 miliardi all&#8217;anno» mentre «il personale politico 115 milioni all&#8217;anno». Ed ha chiesto al Parlamento di «adempiere agli impegni assunti con gli elettori», ricordando di aver fatto campagna elettorale, come candidato premier (insieme a Berlusconi e Veltroni), a favore dell&#8217;abolizione di questi enti. «Oggi, a un anno di distanza, la maggioranza si è dimenticata di questo impegno e l&#8217;opposizione del Pd pure». Ma Casini ha avvertito che l&#8217;impegno assunto con il corpo elettorale è, comunque, prioritario (“si doveva pensare prima se era giusto o sbagliato”), rispetto all&#8217;annuncio roboante fatto prima delle votazioni.</p>
<p style="text-align:justify;">Dalla Lega, con Luciano Dussin, si è alzato uno sbarramento, a favore della sospensiva. «Servono risposte complessive» ha affermato, come il Codice delle autonomie o il federalismo fiscale. Secondo l&#8217;esponente del Carroccio, i tagli alle Province pesano poco nella spesa pubblica, «incidono solo per il 2 per cento e con riferimento alla voce al personale, solo per l&#8217;l,7%». I numeri grossi sono altri: «il 60 per cento» dei denari viene inghiottito dall&#8217;amministrazione centrale, il 23 per cento è speso dalle Regioni, il 15 per cento dai Comuni. Se sprechi vi sono, ha aggiunto, sono annidati nelle Regioni, come, ad esempio, in Veneto. Su 5 milioni di abitanti ci sono 60 consiglieri, ma anche in una regione confinante, ben più piccola, «vi è lo stesso numero di consiglieri regionali». Ha annunciato infine che tagli agli sprechi arriveranno con il ministro Calderoli: «Sta lavorando per sopprimere 3mila enti, quindi 30mila posti inventati in consigli di amministrazione. Il risparmio che potrebbe portare questa riforma, a regime, dovrebbe essere di 5 miliardi di euro». Altri risparmi, ha aggiunto, veranno dal federalismo fiscale. In Veneto, secondo Unioncamere, «il modello di funzionamento della Pubblica amministrazione, gestita da Regione, Province e Comuni, se entrasse a regime in tutto il Paese comporterebbe un risparmio complessivo di 30 miliardi di euro all&#8217;anno». In sostanza, le Province vanno mantenute. <em>(Fabrizio Rizzi)</em></p>
<p style="text-align:center;"><em>&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;..</em></p>
<p><em>&#8220;Riaperte&#8221; dalla Consulta potranno ripartire tra molte incertezze</em></p>
<h4 style="text-align:center;">Comunità montane: tutto come prima, peggio</h4>
<p><em>di Luca Anzanello, da “il Gazzettino” del 6/8/2009</em></p>
<p style="text-align:justify;">Vittorio Veneto. Tornano, sia pure da “precarie”, le Comunità montane, comprese quelle trevigiane delle Prealpi e del Grappa. Dopo le aspre polemiche in consiglio regionale (e in alcuni comunali) e gli appelli – con tanto di manifestazioni romane – a non disperdere i patrimoni di questi enti e i loro investimenti sui territori, martedì la giunta regionale ha sostanzialmente “rimesso in moto”, con l’assessore di reparto Flavio Silvestrin, le comunità venete, comprese quelle che mesi fa erano state commissariate. Nella stessa seduta, la giunta Galan ha anche destinato alle 18 comunità (11 delle quali mai soppresse), attraverso il vice governatore e assessore all’agricoltura Franco Manzato, fondi per un milione di euro. Di questi, circa 80mila andranno alla Comunità delle Prealpi trevigiane, presieduta fino all’anno scorso da Gianpiero Possamai, poi sostituito dal commissario liquidatore Pietro Rizza. Che ora potrebbe o essere sostituito da un commissario ad acta che curi la “ripartenza” della Comunità con sede a Vittorio Veneto, o rimanere al suo posto cambiando ruolo.</p>
<p style="text-align:justify;">Il “ribaltone” è nato nei giorni scorsi, quando una sentenza della Corte Costituzionale, nata da un ricorso di alcune Regioni, ha stabilito che le competenze sulle comunità montane spettano alle regioni stesse e non allo Stato.</p>
<p style="text-align:justify;">Così decidendo, i vari commissariamenti sono “decaduti”. E ora, dopo che tra l’altro sembrava sul punto di andare a buon fine il progetto di sostituire la “vecchia” comunità con una Unione di Comuni, cosa succederà? Tenuto conto che nel frattempo la gran parte dei Comuni appartenenti alla comunità delle Prealpi trevigiane ha rinnovato le proprie amministrazioni, è probabile che la Regione nomini il commissario ad acta che “traghetti” la Comunità di via Vittorio Emanuele II verso la composizione del nuovo consiglio e della nuova giunta. Assai probabile che la geografia della comunità, quella precedente il commissariamento, rimanga uguale, con tutti i comuni che ne facevano parte riconfermati nel loro ruolo.</p>
<p style="text-align:justify;">«La nuova giunta rischia di avere un futuro incerto», prevede il presidente pre–commissariamento Gianpiero Possamai, che elogia Rizza per il lavoro svolto in questi mesi. Secondo l’ex presidente «ora che la Corte Costituzionale si è espressa, la Regione dovrà decidere cosa fare delle comunità  montane. Auspico che i vertici regionali non solo mantengano aperte le comunità, ma che spingano verso un loro potenziamento, in senso di competenze e di disponibilità finanziarie visto l’ottimo rapporto tra costi e benefici e gli investimenti resi possibili sui territori. Se non ci sarà una chiarezza sul futuro di questi organismi, la nuova giunta sarà limitata nella sua azione amministrativa».</p>
<p style="text-align:justify;">Che il problema principale delle “nuove” comunità montane sarà il bilancio lo conferma anche il vicegovernatore del Veneto Manzato: «Un elemento di difficoltà, per il futuro di questi enti, è rappresentato dal mancato arrivo di risorse dal Governo centrale – spiega il numero due della giunta regionale – o questi fondi li troverà la Regione o bisognerà rivedere l’assetto delle comunità montane». <em>(Luca Anzanello)</em></p>
<p style="text-align:center;"><em>&#8230;&#8230;&#8230;..</em></p>
<p><strong> </strong><em>sempre da “il Gazzettino” del 6/8/2009, sulla “riapertura” delle Comunità Montane:</em></p>
<p>DAL &#8220;GRAPPA&#8221; UN CORO UNANIME &#8211; <em>«Situazione paradossale: con quali risorse dovremmo rimetterci in moto?»</em></p>
<p style="text-align:justify;">CRESPANO DEL GRAPPA &#8211; Più che a favore della“comunità Montana” la possiamo definire una”scomunica montana” quella degli ex amministratori pedemontani. «Non ero favorevole prima e lo sono ancora meno adesso», il pensiero nudo e crudo proprio dell’ultimo presidente della Comunità Montana del Grappa ed attuale sindaco di Paderno, Giovanni Bertoni.</p>
<p style="text-align:justify;">Così la notizia della possibile riapertura della Comunità Montana del Grappa dopo il pronunciamento della Corte Costituzionale è stato recepito in maniera tiepida anzi, negativa proprio dagli ex amministratori locali. «È una situazione ridicola. Un anno fa le nostre comunità montane erano inutili e ora il Consiglio di Stato ci dice che la legge è illegittima; lo si sapeva da subito, ma dopo un anno questa situazione crea solo disagio, un anno in cui c’è stato un buco amministrativo, e durante il quale il Commissario ha fatto il suo dovere: chiudere un’istituzione. Ora arriva questa sentenza che rimette in moto tutto di nuovo. E poi ci si chiede: ma con quali risorse? Sinceramente non lo so; stiamo in attesa e vediamo. Sono disponibilissimo a riparlarne solo ed esclusivamente per salvare la nostra montagna e le sue immense risorse. Ma perché non creare una comunità montana allargata ai comuni di tutto il massiccio?».</p>
<p style="text-align:justify;">Sulla stessa frequenza d’onda anche l’ex vice presidente ed attuale vice sindaco di Castelcucco, Novella Franciosi: «Mi trovo pienamente d’accordo con Bertoni. A suo tempo avevamo condiviso molte di queste idee circa il futuro della Comunità Montana che non ha mai visto riconosciuti i propri meriti che sono tanti; uno su tutti, l’elettricità in Grappa. Ora si viene a parlare di ricostituirla dopo che si è smantellato tutto: ma con quali fondi si riparte?». Stesso quesito posto anche da Denis Farnea, un anno fa consigliere di maggioranza della Comunità, espressione del Comune di Cavaso del Tomba ed attuale assessore provinciale: «In tutta sincerità sono molto perplesso. Non era corretto come si era comportata la Regione ed è un errore quello che sta facendo ora. Qui non si capisce o non si vuol capire una cosa: mancano le risorse economiche. Io invece lancio un’idea: che siano le conferenze dei sindaci a decidere, a legiferare sulle sorti della nostra montagna». <em>(Gabriele Zanchin)</em></p>
<p style="text-align:center;"><em>&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;..</em></p>
<p style="text-align:justify;"><em>articoli del blog correlati all&#8217;argomento qui trattato:</em></p>
<p><a href="http://geograficamente.wordpress.com/2007/12/19/proposta-dieci-citta-ununica-marca-trevigiana/">http://geograficamente.wordpress.com/2007/12/19/proposta-dieci-citta-ununica-marca-trevigiana/</a></p>
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<p><a href="http://geograficamente.wordpress.com/2009/04/05/georiforme-%e2%80%93-cambiare-o-abolire-le-province/">http://geograficamente.wordpress.com/2009/04/05/georiforme-%e2%80%93-cambiare-o-abolire-le-province/</a></p>
<p><a href="http://geograficamente.wordpress.com/2009/02/03/geoprogetti-mantenere-o-abolire-le-province-cosa-propongono-i-geografi/">http://geograficamente.wordpress.com/2009/02/03/geoprogetti-mantenere-o-abolire-le-province-cosa-propongono-i-geografi/</a></p>
<p style="text-align:center;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;</p>
<p><em>una proposta geografica:</em></p>
<p style="text-align:center;"><strong>10 CITTA’: UN’ UNICA MARCA TREVIGIANA</strong></p>
<p style="text-align:justify;">La proposta che facciamo alle nostre Comunità locali è quella di razionalizzare le unità amministrative dei comuni trevigiani, creando realtà politiche più autorevoli, efficaci ed efficienti nei servizi per il cittadino.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Pertanto proponiamo di costituire 10 città nel territorio della provincia di Treviso al posto degli attuali 95 comuni.</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Questo anche nello spirito della riforma prevista con la realizzazione delle aree metropolitane. Là dove si parla di &#8220;comuni i cui insediamenti abbiano con essi rapporti di stretta integrazione territoriale e in ordine alle attività economiche, ai servizi essenziali alla vita sociale, nonché alle relazioni culturali e alle caratteristiche territoriali&#8221;.</p>
<p><strong>LA DEBOLEZZA POLITICA DEI CONSORZI DI SERVIZI E LA NECESSITA’ DI VERE AGGREGAZIONI URBANE</strong></p>
<p style="text-align:justify;">I Consorzi di servizi, come i cosiddetti ATO, Ambiti Territoriali Omogenei (per i rifiuti, l’acquedotto etc.), stanno dimostrando tutta la loro impossibilità ad essere nel territorio elemento di presenza e proposta politica sovracomunale, comprensoriale, cioè di un’area omogenea composta da più comuni.</p>
<p style="text-align:justify;">La necessità di creare aree urbane omogenee è nei fatti. Va chiarito che per “aree urbane” si intende pure e prioritariamente il mantenimento del bene ambientale cui il territorio della provincia di Treviso, nonostante tutto, è ancora assai ricco: dato dalle attività agricole, dal sistema idrogeologico naturale ed artificiale, da forme organizzative territoriali che arricchiscono i nostri luoghi (come la centuriazione romana, i campi chiusi con le siepi, le aree cosiddette a palù, il ricchissimo sistema viario locale fatto di strade e stradine, l’assetto collinare, pedemontano e montano di grande pregio…).</p>
<p style="text-align:justify;"><strong> Crediamo che città territorialmente omogenee</strong>, di non meno di 50.000 abitanti, <strong>possano esercitare un ruolo politico autorevole </strong>nel contesto provinciale, regionale, sovraregionale e in tutte le istituzioni preposte ai servizi strategici (economici, dell’istruzione, sanitari…), pur <strong>mantenendo queste “nuove città” una dimensione “a misura d’uomo”</strong>.</p>
<p><strong>DIMINUIRE DRASTICAMENTE I COSTI DELLA POLITICA</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Questa nostra proposta di creazione di 10 città al posto di 95 comuni, ha uno dei suoi scopi specifici nella <strong>razionalizzazione dei servizi</strong>, con una forte diminuzione dei COSTI DELLA POLITICA. Inutile chiedere un impegno concreto alla riduzione di tali costi (della politica) a livello centrale, quando nei contesti locali la miriade di piccoli e medi comuni viene a sopportare oneri finanziari, “politici” e amministrativi, assurdi rispetto alle esigenze di efficiente ed economico soddisfacimento dei bisogni dei propri cittadini.</p>
<p style="text-align:justify;">In questi anni ci siamo accorti che non basta consorziare questi servizi con la creazione di ambiti territoriali omogenei: i costi delle tariffe (dell’acqua, dei rifiuti, del gas, etc.) sono quasi sempre cresciuti, anziché ridursi, e questi stessi servizi non sono certo migliorati. <strong>La riduzione dei costi avverrà con  l’accorpamento dei comuni, creando così realtà amministrative più consistenti e la drastica eliminazione delle burocrazie locali</strong>: creare vere città, con un territorio urbano dove l’elemento “ambiente” viene ad essere un bene preziosissimo (ben superiore a quello delle attuali città venete). Un ambiente naturale da mantenere integro ed eventualmente migliorare, ripristinare, luogo per luogo, comune per comune.</p>
<p><strong> </strong><strong>LA VALENZA POLITICA DI 10 CITTA’ AL POSTO DI 95 COMUNI</strong></p>
<p style="text-align:justify;">La proposta dell’accorpamento dei comuni creando così vere città (10 città al posto di 95 comuni) è comunque non legata solo alla migliore erogazione dei servizi essenziali e a una riduzione dei costi di essi servizi (a vantaggio delle tasche dei cittadini). Non è solo questo. Ha, prima ancora, una valenza politica forte, di innovazione per tutta la Marca Trevigiana. <strong>Solo realtà a dimensione più grande e omogenea rispetto a medio-piccoli comuni riusciranno ad avere un effettivo peso politico, contrattuale, nel contesto regionale e sovraregionale</strong>, rispetto a singoli piccoli comuni, anche se consorziati tra di loro. E, necessariamente, le 10 città, dovranno esprimere un loro progetto per il presente e per il futuro. Questo ruolo di sostegno per progetti comuni nelle aree omogenee non ha mai saputo, potuto, voluto esercitarlo la Provincia, e tantomeno la Regione. Nel dopoguerra e fino agli anni 80 la “politica del territorio”, del Comprensorio, in parte è stata appannaggio del sistema dei partiti, realtà che interagivano non solo localisticamente, ma anche appunto a livello comprensoriale, di “area” (un esempio: se due scuole professionali si dovevano creare, una era bene che fosse nell’area provinciale sud-orientale, l’altra in quella nord-occidentale; ora non conta più alcun criterio del genere). Se difficile è che si ritorni a modi più razionali e “pensati” che si sono avuti nella politica del dopoguerra (anche se qualcuno potrebbe auspicarlo), è necessario individuare elementi istituzionali che lo facciano perché è il loro compito specifico (come si usa dire, la loro “mission”). Dal che la proposta di costituire 10 città al posto dei 95 comuni.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Bisogna avere il coraggio e la concretezza di guardare con occhi nuovi al futuro </strong>e alle necessarie strategie di vita delle nostre comunità. <strong>Se vogliamo mantenere la nostra autonomia, le nostre tradizioni, la nostra base culturale, è necessario essere maggiormente attrezzati ai cambiamenti economici, sociali, culturali che vengono avanti</strong>. Realtà amministrative più larghe e omogenee territorialmente non possono che far bene. Ne va per le maggiori opportunità che potremo offrire ai nostri giovani (ad esempio nel campo dell’istruzione e formazione professionale) ma anche per i vantaggi per tutte le fasce di età (nell’assistenza socio-sanitaria, in tutti i servizi alla persona).</p>
<p><strong>LE MUNICIPALITA’ RESTANO, I SERVIZI LOCALI AUMENTANO, MA I COSTI VENGONO </strong><strong>DRASTICAMENTE RIDOTTI</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Ciò non significa che dobbiamo perdere la nostra origine “paesana”, comunitaria, anzi. <strong>Ogni città delle 10 che proponiamo manterrà per ciascun comune una municipalità</strong>, continuando ad erogare (e migliorare) in ogni singolo territorio i servizi essenziali, senza però avere le spese che ora ciascun comune “autonomo” ha di mantenimento della classe politico amministrativa (sindaci, assessori, consiglieri comunali, segretari comunali, dirigenti, manager vari…), e con le attuali strutture burocratiche che nella scala economica dei comuni medio-piccoli sono diventate oramai sempre più insostenibili (se non li accorpiamo adesso in un’unica città, molti comuni medio-piccoli a breve “salteranno” da soli, non più in grado di sostenere il costo degli apparati burocratici e dei servizi alla popolazione). <strong>Pertanto i “servizi al territorio e nel territorio”, locali, come l’anagrafe, la sanità, l’istruzione, l’ufficio edilizia, i servizi alle attività economiche</strong>… e quant’altro (anche servizi di “altra” gestione, come <strong>l’ufficio postale</strong>), <strong>saranno incentivati per ogni frazione, per ogni realtà locale </strong>(la possibilità che l’informatica offre di gestione di sportelli unici con funzioni polivalenti va sfruttata al massimo nei quartieri, frazioni, colmelli… ovunque vi sia la necessità).</p>
<p><strong>LE RISORSE DEL FEDERALISMO FISCALE E LA PROPOSTA DI TRATTENERE IL 20% DELL’IRPEF</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Solo nell’ambito di realtà politico-amministrative autorevoli, di una certa consistenza demografica e territoriale, possiamo credibilmente prospettare un mantenimento di risorse finora erogate al “centro” per poi essere distribuite in servizi alle cosiddette “periferie” (come l’IRPEF). Il trattenere il 20% per cento dell’IRPEF da parte di Amministrazioni medio-piccole potrebbe non far combaciare l’entrata fiscale ottenuta, con i servizi per i cittadini da erogare con tale risorsa finanziaria (non essendo in grado piccole Amministrazioni di gestire servizi complessi).  Pertanto <strong>l’interessante proposta maturata in questi mesi da parte dei </strong><strong>sindaci </strong>(in particolare veneti) <strong>di trattenere </strong>“presso di sè” <strong>il 20% dell’IRPEF </strong>in carico ai propri cittadini, <strong>troverebbe una più logica concretizzazione in città di almeno 50.000 abitanti</strong>, in grado di erogare servizi complessi.</p>
<p><strong>RIDURRE LA TASSAZIONE, MIGLIORARE I SERVIZI, CONTARE DI PIU’; MAGGIORI OPPORTUNITA’ AI GIOVANI</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Tutto quanto fin qui detto con pure l’impegno immediato (imprescindibile) di <strong>ridurre drasticamente i costi e la tassazione comunale </strong>(come, ad esempio, l’addizionale comunale e la futura imposta locale che sostituirà l’ICI, ma anche le tariffe delle “erogazioni” essenziali). Prospettando <strong>un sistema scolastico </strong>di formazione dei giovani <strong>efficiente, innovativo rispetto alle sfide della globalizzazione, e adatto anche alle caratteristiche del territorio</strong>; individuando <strong>un sistema socio-sanitario migliore </strong>in grado di mantenere e innovare gli attuali standard. Dieci città che sappiano <strong>programmare e progettare con efficienza la sicurezza</strong>, in casa e fuori, dei propri cittadini.  Insomma un territorio che riacquista la “progettualità perduta” in questi anni. Che offre cultura, formazione ai giovani e a tutte le persone, che si interroga su come aiutare l’economia.</p>
<p>Ecco le 10 nuove città e gli attuali comuni che rientrerebbero in ciascuna di esse:</p>
<p>1. <strong>CITTA&#8217; DI TREVISO </strong>(Treviso)</p>
<p>2. <strong>CITTA&#8217; CASTELLANA </strong>(Castelfranco, Resana, Vedelago, Istrana, Paese, Loria, Riese,</p>
<p>Castello di G.)</p>
<p>3. <strong>CITTA&#8217; ASOLANA PEDEMONTANA </strong>(Asolo, Fonte, Castelcucco, Monfumo, S.Zenone,</p>
<p>Possagno, Borso, Crespano, Cavaso, Pederobba, Paderno, Maser)</p>
<p>4. <strong>CITTA&#8217; MONTEBELLUNESE </strong>(Montebelluna, Caerano, Trevignano, Volpago, Crocetta,</p>
<p>Cornuda, Giavera, Altivole)</p>
<p>5. <strong>CITTA&#8217; VALLATA PEDEMONTANA </strong>(Valdobbiadene, Segusino, Vidor, Moriago, Sernaglia,</p>
<p>Farra, Miane, Follina, Cison, Pieve di S.)</p>
<p>6. <strong>CITTA&#8217; VITTORIESE </strong>(Vittorio Veneto, Revine, Tarzo, Colle Umberto, Cordignano, Cappella,</p>
<p>Sarmede, Fregona, Orsago)</p>
<p>7. <strong>CITTA&#8217; CONEGLIANESE </strong>(Conegliano, Susegana, S.Lucia, Mareno, Refrontolo, S.Fior,</p>
<p>S.Vendemiano, S. Pietro di F., Godega, Codognè, Gaiarine)</p>
<p>8. <strong>CITTA&#8217; PIAVE-LIVENZA-OPITERGINA </strong>(Oderzo, Ormelle, Cimadolmo, S.Polo di P.,</p>
<p>Vazzola, Fontanelle, Mansuè, Gorgo al M., Meduna, Motta di L., Ponte di P., Chiarano,</p>
<p>Cessalto, Portobuffolè, Salgareda)</p>
<p>9. <strong>CITTA&#8217; ALTA PIANURA TREVIGIANA </strong>(Nervesa, Arcade, Spresiano, Povegliano, Villorba,</p>
<p>Maserada, Breda, Carbonera, Ponzano, S.Biagio di C.)</p>
<p>10. <strong>CITTA&#8217; FIUME ZERO-SILE-PIAVE </strong>(Mogliano, Preganziol, Zero B., Monastier, Casale sul</p>
<p style="text-align:justify;">S., Casier, Silea, Roncade, Quinto, Morgano, Zenson)</p>
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		<title>Luoghi di valore: la terza edizione dell’iniziativa della Fondazione Benetton sui luoghi da non dimenticare nella Marca trevigiana – il ruolo strategico del “segnalatore”</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Nov 2009 01:14:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sebastianomalamocco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>

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		<description><![CDATA[
“Luoghi di valore” sembra quest’anno voler “dar valore” al ruolo del “segnalatore”  che, appunto, segnala un luogo della propria vita di grande pregio (naturalistico, architettonico, storico..) che fa parte della sua memoria, del suo vissuto e delle sue emozioni. E, meritoriamente, lo segnala (il luogo) alla Fondazione Benetton. Che a sua volta (la Fondazione) documenta, [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=geograficamente.wordpress.com&blog=2356514&post=3065&subd=geograficamente&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><div class="mceTemp" style="text-align:justify;">
<div id="attachment_3071" class="wp-caption alignright" style="width: 211px"><a href="http://geograficamente.files.wordpress.com/2009/11/el-moreron-della-famiglia-tocchetti-a-godega-santurbano3.jpg"><img class="size-medium wp-image-3071" title="El moreron della famiglia Tocchetti a Godega Sant'Urbano" src="http://geograficamente.files.wordpress.com/2009/11/el-moreron-della-famiglia-tocchetti-a-godega-santurbano3.jpg?w=201&#038;h=300" alt="El moreron della famiglia Tocchetti a Godega Sant'Urbano" width="201" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">&quot;El moreron&quot; (il gelso) della famiglia Tocchetti a Godega Sant&#39;Urbano (da &quot;luoghi di valore&quot; 2009)</p></div>
<p>“Luoghi di valore” sembra quest’anno voler “dar valore” al ruolo del “segnalatore”  che, appunto, segnala un luogo della propria vita di grande pregio (naturalistico, architettonico, storico..) che fa parte della sua memoria, del suo vissuto e delle sue emozioni. E, meritoriamente, lo segnala (il luogo) alla Fondazione Benetton. Che a sua volta (la Fondazione) documenta, fotografa il luogo (siamo nella Marca trevigiana): come quei frati amanuensi che attorno al mille conservavano e ricopiavano i testi antichi affinché il loro contenuto così importante potesse superare il momento difficile di quel (alto)medioevo buio e anarchico che rischiava di distruggere un vissuto da salvare e che sarebbe servito (ci è servito) per il futuro.</p>
</div>
<p style="text-align:justify;">Il segnalatore diventa pertanto anche una persona che “resiste” all’omologazione verso il brutto dei nostri paesaggi, alla scomparsa della memoria dei luoghi, sotto quasi sempre l’incessante azione del proprio piccolo comune, la propria amministrazione comunale (per questo chi nasce in un piccolo comune è spesso fregato), a cui si lascia (irresponsabilmente) gestire il proprio territorio di competenza (ricordiamo che l’urbanistica e l’edilizia privata è potere sovrano dei comuni..). Così il segnalatore diventa figura di chi testimonia l’esistenza della bellezza, sempre più residua dei luoghi della propria vita.</p>
<div id="attachment_3080" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://geograficamente.files.wordpress.com/2009/11/casa-di-stefan-zavrel4.jpg"><img class="size-medium wp-image-3080" title="casa di Stefan Zavrel" src="http://geograficamente.files.wordpress.com/2009/11/casa-di-stefan-zavrel4.jpg?w=300&#038;h=202" alt="casa di Stefan Zavrel" width="300" height="202" /></a><p class="wp-caption-text">quella che è stata la casa di Stefan Zavrel a Sarmede (pittore che ha inventato la mostra internazionale della pittura per l&#39;infanzia) (da &quot;luoghi di valore&quot; 2009)</p></div>
<p style="text-align:justify;">Poi c’è anche il segnalatore che non segnala “gli ultimi luoghi rimasti da conservare assolutamente” (come i monaci amanuensi), ma è un “segnalatore” che segnala le “novità positive”: un giardino pensile al secondo piano di Pediatria infantile all’ospedale di Treviso, perché i bambini possano vivere le cure in ospedale in un contesto più umano (idea grandiosa); un asilo di fabbrica a Ponzano, ipermoderno e aperto al territorio, e dove pure (all’asilo) si coltiva con i nonni l’orto; luoghi-giardini-palazzi recuperati all’antico fasto e adattati a idee nuove per vivere meglio in comunità il presente e il futuro (il Centro famiglie a villa Civran a Castion di Loria). Bello poi che tra chi segnala comincino ad apparire classi primarie e secondarie di scuole, scolari di scuole elementari o studenti di liceo, forse positivamente sollecitati da bravi insegnanti e professori (nel 2009 su 156 segnalazioni di “luoghi di valore”, 64 sono quelle provenienti dal mondo della scuola).</p>
<p style="text-align:justify;">Insomma se non avete niente di meglio da fare (…è un modo di dire…), ma anche se avete qualcosa di meglio, e se non abitate troppo lontano da Treviso, vi invitiamo a visitare la mostra “Luoghi di valore” a Palazzo Bomben (sede della Fondazione Benetton, in Via Cornarotta 7-9, appunto a Treviso, vicinissimo al Duomo (rimarrà aperta fino al 7 febbraio 2010, da martedì a venerdì ore 15-20, sabato e domenica ore 10-20, sempre ad ingresso libero): per altre notizie e orari guardate <a href="http://www.fbsr.it/">www.fbsr.it</a> <span id="more-3065"></span></p>
<p style="text-align:justify;">Ne avevamo già parlato in questo blog dei<a href="http://geograficamente.wordpress.com/2009/01/04/luoghi-di-valore-limportante-iniziativa-della-fondazione-benetton/"> “Luoghi di valore” </a> , che in tre anni (2007, 2008, 2009) ha visto “mappati”, catalogati, ben 454 luoghi presenti in 86 comuni della provincia di Treviso (su un totale di 95 comuni).</p>
<p style="text-align:justify;">Cinque sono le cose che vengono in mente, sul senso più profondo di questa iniziativa: <strong>1-</strong> <strong>il ruolo del segnalatore</strong> (la Fondazione ha messo in luce molto questo elemento in questa terza edizione), figura anche di “controllo” positivo del territorio, di presa di coscienza che la “bellezza” non può più essere perduta. <strong>2-</strong> <strong>la proposta (nostra, qui) alla Fondazione, di estendere l’iniziativa, nei modi dovuti, oltre la Marca Trevigiana</strong>: magari al Veneto, o qualsiasi luogo d’Italia, d’Europa, del mondo, in cui qualcuno volesse farsene carico nell’organizzarla. <strong>3-</strong> da queste segnalazioni appare sempre più quello che “non può più essere luogo di valore”: cioè <strong>il “non luogo di valore”, la diffusa bruttezza del paesaggio</strong>, dell’architettura che ci pervade; e qui c’è il tema di <strong>come recuperare, magari caso per caso, i luoghi deteriorati,</strong> quelli che non sono più belli come un tempo, ma potrebbero ridiventarle, pur nell’inserimento di elementi della modernità. <strong>4-</strong> la necessità di <strong>“mettere in rete” le virtuosità che esistono</strong>: non si capisce come giardini pensili non potrebbero essere costruiti anche in altri ospedali (oltre a quello di Pediatria infantile di Treviso…)… la diffusione di esperienze positive di luoghi di valore sarebbe sicuramente contagiosa e trovare sempre più “segnalatori-operatori” che si impegnano volontaristicamente o con le amministrazioni comunali, a tutelare e valorizzare le tante diffuse micro-situazioni ambientali, architettoniche etc. che vale la pena conservare o ripristinare al loro valore. <strong>5-</strong> Cittadini che possono diventare “<strong>cittadini attivi</strong>” nella salvaguardia del loro ambiente (ad esempio che <strong>i tanti “comitati” che nascono su crisi ambientali</strong> vissute o minacciate, possano anche essere <strong>propositivi di idee nuove di salvaguardia territoriale</strong> e alternative (ma altrettanto valide se non di più) a quel che si vuol fare (molte volte lo sono già propositivi).</p>
<p style="text-align:center;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;</p>
<p style="text-align:center;"><strong>LA  MARCA  IN  156  «ECCELLENZE»</strong></p>
<p><em>di Vesna maria Brocca – da “la tribuna di Treviso” del 30 ottobre 2009 </em></p>
<p style="text-align:justify;">Concetto di luogo versus quello di spazio. Questo l’argomento principale della querelle che ha coinvolto ed appassionato direttamente oltre 400 persone nelle tre edizioni del concorso «Luoghi di valore», indetto da Fondazione Benetton Studi Ricerche per individuare dei «luoghi nei quali la condizione dei patrimoni di natura, di memoria e di invenzione sia tale da contribuire alla elevazione della cultura, del gusto e della qualità della vita delle persone e delle comunità che li abitano o li visitano».</p>
<p style="text-align:justify;">Il frutto di questo crescente interesse per un terreno scientifico in parte inesplorato, si materializza nella mostra che inaugurata venerdì 30 ottobre negli Spazi Bomben per la cultura, in via Cornarotta a Treviso, in presenza di Domenico Luciani (supervisore scientifico del concorso), Francesco Vallerani (docente Università Cà Foscari) e Simonetta Zanon (coordinatore del concorso). La mostra della terza edizione illustra i 156 luoghi di valore in 57 comuni della Marca, 6 dei quali per la prima volta nella «classifica» d’eccellenze, attraverso l’esposizione di tutti i materiali consegnati dai partecipanti: 70 sono segnalazioni personali, 7 provengono da enti pubblici, 4 da enti religiosi, 11 hanno coinvolto l’interesse di enti privati, associazioni, ed infine ben 64 arrivano dal mondo della scuola. In particolare hanno collaborato le classi seconde A e B del Liceo scientifico Marconi di Conegliano, la Scuola primaria di Canizzano a Treviso e l’IPSAA di Corazzin di Piavon ad Oderzo.</p>
<p style="text-align:justify;">I materiali esposti sono stati riordinati, integrati e allestiti per offrire una conoscenza immediata di tutti i luoghi, inclusa la loro distribuzione nel territorio provinciale, grazie anche ad una carta che include i luoghi segnalati nel corso degli anni. Vi è dunque la possibilità di scoprire o ri-scoprire in questo singolare allestimento il nostro territorio, che viene sviscerato nella sua struttura a frattale da un’ampia documentazione fotografica e audiovisiva, con l’ausilio anche di interviste svolte nell’arco dell’estate, con alcuni dei protagonisti in una decina dei luoghi segnalati (tra i quali l’Asilo di Ponzano, il tratto del fiume Monticano tra Ramera e Soffratta a Mareno di Piave, e ancora Casa Zavrel a Sarmede) e un filmato di 45’ che raccoglie alcune delle testimonianze più significative anche delle scorse edizioni.</p>
<p style="text-align:justify;">Si è tentato, inoltre, un primo bilancio dell’iniziativa attraverso un cenno ai risultati delle analisi condotte sulle motivazioni e sulle provenienze dei segnalatori. Se ne deduce, come spiega Domenico Luciani, <em>«un bisogno di luogo, un’esigenza costitutiva della condizione umana che si manifesta in assoluta indipendenza dalle condizioni sociali, culturali, etnolinguistiche, religiose del segnalatore»</em>.</p>
<p style="text-align:justify;">Emerge chiara una controtendenza agli standard attuali di omologazione di massa, e si rivendica un senso forte di appartenenza al luogo d’origine e a quella capacità di leggere il mondo circostante con l’occhio critico e consapevole della storia, per riappropriarsi di una visione orizzontale delle cose. Di quella visione, cioè, interna alle cose.</p>
<p style="text-align:justify;">Una mostra che apre sicuramente dei nuovi scenari sia in ambito scientifico sia di politiche ambientali. Mostra aperta fino a domenica 7 febbraio 2010, da martedì a venerdì ore 15-20, sabato e domenica ore 10-20 (ingresso libero). Per informazioni e richiesta visite guidate (possibili per le scuole anche da martedì a venerdì ore 10-15): Fondazione Benetton tel. 0422.5121, fax 0422.579483, luoghidivalore@fbsr.it, www.fbsr.it. &#8211; <em>(Vesna Maria Brocca)</em></p>
<p style="text-align:center;"><em>&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;</em></p>
<p style="text-align:center;"><strong>I  GIOVANI  SCOPRONO  I  LUOGHI  DI  VALORE</strong></p>
<p><em>di Laura Simeoni, da “il Gazzettino” del 31/10/2009</em></p>
<p style="text-align:justify;">Può essere la quercia secolare che si vede ogni mattina spalancando i balconi di casa o la chiesetta del paese dove si sono sposati i nonni. Ma anche il cortile della scuola ribattezzato &#8220;il giardino dei sogni&#8221; perché esprime ciò che potrebbe diventare uno spazio verde se pensato e ridisegnato dai più piccoli.<br />
La mostra delle opere partecipanti al concorso &#8220;Luoghi di valore&#8221; torna negli spazi Bomben della Fondazione Benetton a Treviso e sigla in questa terza edizione una massiccia partecipazione delle giovani generazioni che hanno acceso i riflettori su molti dei 156 luoghi segnalati nel 2009. Il valore che ciascuno dà ad un luogo non sta tanto nei suoi pregi monumentali ma nel vissuto affettivo, nelle emozioni che riesce a suscitare nel cuore delle persone. Lo conferma questa mostra, come hanno sottolineato il nuovo direttore della Fondazione Marco Tamaro e la guida storica Domenico Luciani, che ieri ha spiegato tutto ciò inaugurando l&#8217;esposizione dei lavori, corredati da video illustrativi e documenti cartografici. Hanno partecipato Francesco Vallerani docente dell&#8217;università Cà Foscari di Venezia e Simonetta Zanon coordinatrice del Concorso.<br />
Un premio senza premi, perché tutti i luoghi segnalati, 486 in tre anni, hanno ciascuno una propria dignità che va rispettata. Sono luoghi di valore o meglio: luogo di valori. Ma se cresce indubbiamente la sensibilità dei cittadini che hanno partecipato in massa alla sfida lanciata da Fondazione Benetton, non altrettanto si può dire delle amministrazioni pubbliche che quei luoghi dovrebbero tutelare. «Il bisogno universale e trasversale di tutelare il proprio luogo dovrebbe trovare maggior attenzione da parte delle autorità». Eppure i Comuni coinvolti dai cittadini nel progetto sono ben 86 su 95, con sei «nuove entrate» quest&#8217;anno: Arcade, Loria, Mareno di Paive, Motta di Livenza, San Fior, Sarmede. Nove gli assenti: Borso del Grappa, Caerano San Marco, Cappella Maggiore, Gorgo al Monticano, Mansuè, Maser, Paderno del Grappa, Povegliano, Zenson di Piave. I «luoghi di valore» della Marca sono visitabili ad ingresso libero fino al 7 febbraio dal martedì al venerdì ore 15-20, sabato e domanica 10-20. Sono previste visite guidate per le scuole prenotandole al numero 0422/5121.</p>
<p style="text-align:center;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;</p>
<p style="text-align:center;"><strong>Concorso Luoghi di valore &#8211; terza edizione, 2009<br />
</strong></p>
<p><strong>Segnalazioni ricevute e segnalatori</strong><br />
I luoghi sono elencati per comune di appartenenza, in ordine alfabetico. La numerazione è provvisoria e corrisponde all’elenco generale che, a sua volta, fa riferimento all’ordine di ricevimento delle segnalazioni; i luoghi appartenenti a più comuni sono indicati ogni volta.(prop 2007) = segnalatore anche nell’edizione 2007<br />
(prop 2008) = segnalatore anche nell’edizione 2008<br />
(ldv 2007) = luogo segnalato anche nell’edizione 2007<br />
(ldv 2008) = luogo segnalato anche nell’edizione 2008<strong> </strong></p>
<p><strong>Arcade (1)</strong><br />
152. Antico complesso in via Gravoni; Paola Vendramin Pilla, Arcade</p>
<p><strong>Asolo (2)</strong><br />
48. Antica Osteria al Bersagliere; Lucio Polo, Treviso (con la collaborazione di Giovanni Stona, Asolo; Mario Malaguti, Treviso; Mariuccia Polo, Treviso)<br />
74. Colle di San Martino; Mariano Puglierin, Asolo (prop 2008)</p>
<p><strong>Breda di Piave (1)</strong><br />
71. Molino della Sega; Adelaide Scarabello, Istituto Comprensivo di Breda di Piave (prop 2007) (prop 2008)</p>
<p><strong>Carbonera (1)</strong><br />
118. <em>Uccellanda</em> nella tenuta agricola di Villa Passi; Alberto Passi (prop 2007) (prop 2008) e Simone Serafin, Villa Tiepolo Passi, Carbonera</p>
<p><strong>Casale sul Sile (5)</strong><br />
1. Santuario Madonna del Carmine, Conscio. I capitelli di tutto il comune di Casale sul Sile (ldv 2008); Franco Bagaggia, Treviso (prop 2007) (prop 2008)<br />
39. Chiesa di San Martino, Lughignano; Andreina Semenzato, Preganziol<br />
72. Casa dei sette camini; Emanuele Bellò, Treviso (prop 2007) (prop 2008)<br />
80. Campagna da Lughignano a Casale sul Sile sul Sile lungo l’alzaia del Sile; Adelina (prop 2007) (prop 2008) e Renzo Secco, Treviso<br />
98. Chiesa di Lughignano; Luisa Tosi, Treviso (prop 2008)</p>
<p><strong>Castelfranco Veneto (1)</strong><br />
23. Campo sportivo di Campigo; Sergio Appon, Castelfranco Veneto</p>
<p><strong>Castello di Godego (1)</strong><br />
134. Barco Mocenigo Priuli; Stefania Trojetto, Castello di Godego (prop 2008)</p>
<p><strong>Cimadolmo (4)</strong><br />
2. Chiesetta delle Grave di Papadopoli; Maria Teresa Furlan, Venezia<br />
3. Idrometro del Madorbo; Simone Menegaldo, Cimadolmo (prop 2007) (prop 2008)<br />
92. Traghetto del Madorbo; Simone Menegaldo, Cimadolmo (prop 2007) (prop 2008)<br />
115. Olivo in casa privata, San Michele di Piave; Cristina Polese (liceo scientifico Marconi, Conegliano, classe II B)</p>
<p><strong>Cison di Valmarino (1)</strong><br />
33. Le Vallalte; Margherita Dalle Ceste, Follina</p>
<p><strong>Codognè (3)</strong><br />
57. Cipresso di villa Paoletti, Cimetta; Makeliada Llapushi, Gaiarine (liceo scientifico Marconi, Conegliano, classe II A)<br />
58. Magnolia di casa Modolo, Cimetta; Vinicio Modolo, Codognè (liceo scientifico Marconi, Conegliano, classe II A)<br />
64. Frassino di Cimetta; Silvia Lucchetta, Codognè (liceo scientifico Marconi, Conegliano, classe II A)</p>
<p><strong>Colle Umberto (1)</strong><br />
111. Gelsi di Borgo Maiole; Giacomo Sammons Conegliano (liceo scientifico Marconi, Conegliano, classe II B)</p>
<p><strong>Conegliano (16)</strong><br />
31. Oratorio di San Michele Arcangelo, Ogliano; Gianfranco Tonello, Conegliano (prop 2008)<br />
34. Chiesetta di San Giorgio e casa vicina, Manzana; Laura Silvestri, Conegliano<br />
46. Abete di via Dina; Alessandro Balliana, Conegliano (liceo scientifico Marconi Conegliano, classe II B)<br />
50. Vecchia canonica di Ogliano; Matteo Ghirardi, Colle Umberto (prop 2007) (prop 2008)<br />
54. Gelso secolare nel cortile delle case ex Mazzer, Ogliano; Alessandra Della Libera, Conegliano (liceo scientifico Marconi, Conegliano, classe II A)<br />
55. Cipressi di via Matteotti; Adele Di Costanzo, Conegliano (liceo scientifico Marconi, Conegliano, classe II A)<br />
56. Tasso di Villa Maresio, Ogliano; Lisa Fiorotto, Conegliano (liceo scientifico Marconi, Conegliano, classe II A)<br />
59. Magnolia di palazzo Tosetto; Alessia Imparato, Conegliano (liceo scientifico Marconi, Conegliano, classe II A)<br />
65. Palme di casa privata; Michele Todero e Sara Busetto, Conegliano (liceo scientifico Marconi, Conegliano, classe II A)<br />
87. <em>La sentinella di Parco Rocca</em>; Giulia Fabbro, San Venedemiano (liceo scientifico Marconi, Conegliano, classe II B)<br />
108. Ulivo della canonica, Ogliano; Elena Masut, Conegliano (liceo scientifico Marconi, Conegliano, classe II B)<br />
109. Cipressi di Colnù; Giuseppe Pietro Gava, Conegliano (liceo scientifico Marconi, Conegliano, classe II B)<br />
113. Carpini in località Monticano; Gian Antonio Lodde Tartari, Conegliano (liceo scientifico Marconi, Conegliano, classe II B)<br />
144. Belvedere “Dal Vera”; Carlo Dal Vera, Conegliano<br />
145. Abete bianco di casa Iacovino; Alessandra Iacovino, Conegliano (liceo scientifico Marconi, Conegliano, classe II A)<br />
146. L’ulivo di casa Candreva, Parè; Desire Somma e Alice Chiesurin, Conegliano (liceo scientifico Marconi, Conegliano, classe II A)</p>
<p><strong>Cordignano (1)</strong><br />
22. Chiesa parrocchiale di Santo Stefano; Mons. Terenzio Rusalen, Parrocchia di Cordignano</p>
<p><strong>Crocetta del Montello (2)</strong><br />
15. Agriturismo Al castagno, presa XI; Paola Muselli, Treviso (prop 2008)<br />
28. Montello; Paola Muselli, Treviso (prop 2008)</p>
<p><strong>Farra di Soligo (2)</strong><br />
38. Chiesetta di San Lorenzo; Cristian Callegaro, Roncade<br />
110. Bagolaro di Casa Minchet, Col San Martino; Andrea Bellavitis, Farra di Soligo (liceo scientifico Marconi, Conegliano, classe II B)</p>
<p><strong>Follina (2)</strong><br />
21. Abbazia cistercense Santa Maria della Follina in Sanavalle (ldv 2008); fr. Ermenegildo Pietro Zordan, convento Servi di Maria Follina<br />
33. Le Vallalte; Margherita Dalle Ceste, Follina</p>
<p><strong>Fontanelle (1)</strong><br />
49. Villa Marcello-Raccolta etnografica nella barchessa; Marco Marcello Del Majno</p>
<p><strong>Giavera del Montello (3)</strong><br />
28. Montello; Paola Muselli, Treviso (prop 2008)<br />
32. Casa Baldasso, Cusignana; Giorgio Marconato, Povegliano (TV)<br />
82. Ex ferrovia Montebelluna-Susegana; Alessandro Facchin, Volpago del Montello (prop 2008)</p>
<p><strong>Godega di Sant’Urbano (1)</strong><br />
43. <em>El moreron</em> della famiglia Tocchetti; Teresa Tocchetti Cravedi, Villorba</p>
<p><strong>Loria (2)</strong><br />
5. Villa Civran Manfrin (casa famiglia), Castione; Padre Giuseppe Chemello, Loria<br />
52. Casa Maria, rustico di inizio ’900 con brolo; Mario Malaguti, Treviso</p>
<p><strong>Mareno di Piave (3)</strong>24. Tratto del fiume Monticano tra le località di Ramera e Soffratta; Sante Gava, Mareno di Piave<br />
86.Quercia di San Fris; Alessandro Canzian, Mareno di Piave (liceo scientifico Marconi, Conegliano, classe II B)<br />
136. Oasi Campagnola (ex cava); Stefano Donadello, vice sindaco del Comune di Mareno di Piave</p>
<p><strong>Maserada sul Piave (1)</strong><br />
155. Monumento alla 7a Divisione Britannica, Salettuol; Alberto Cellotto, Maserada sul Piave</p>
<p><strong>Meduna di Livenza (1)</strong><br />
143. Palazzo e Parco Piva; Michele Zanetti, Musile di Piave (VE) (prop 2007)</p>
<p><strong>Miane (2)</strong><br />
25. Strada che conduce da Miane al Santuario della Madonna del Carmine; Tiziano Vettorazzo, Treviso<br />
37. Antico pozzo di risorgiva protetto da una costruzione in pietre locali a secco, Colmellere, Combai; Silvana Sibille-Sizia, Treviso</p>
<p><strong>Monastier (1)</strong><br />
6. Santa Maria del Pero (ldv 2007); Maria Ester Nichele, Treviso</p>
<p><strong>Monfumo (1)</strong><br />
114. Chiesetta dedicata alla Madonna di Pompei, La Valle; Elisa Piccoli, vicesindaco del Comune di Monfumo</p>
<p><strong>Montebelluna (3)</strong><br />
28. Montello; Paola Muselli, Treviso (prop 2008)<br />
82. Ex ferrovia Montebelluna-Susegana; Alessandro Facchin, Volpago del Montello (prop 2008)<br />
103. Ex mulino su canale del consorzio di bonifica Brentella; Giuseppe Borghero, Montebelluna (prop 2008)</p>
<p><strong>Morgano (1)</strong><br />
90. <em>Busa dei Celeste</em>; Pericle Guidotto, Chioggia (VE)</p>
<p><strong>Motta di Livenza (2)</strong><br />
96. Parco della Rimembranza; Anna Miotto (Istituto Piavon di Oderzo, classe II B) con Rosa Cenari (prop 2008) e Riccardo Carlet (insegnanti)<br />
104. Parco di Villa Gini; Mario Po’, Civiltà Alto Livenza, Portobuffolè (presidente)</p>
<p><strong>Nervesa della Battaglia (3)</strong><br />
13. Grotta <em>Tavaran grande</em>, Montello; Paola Muselli, Treviso (prop 2008)<br />
28. Montello; Paola Muselli, Treviso (prop 2008)<br />
82. Ex ferrovia Montebelluna-Susegana; Alessandro Facchin, Volpago del Montello (prop 2008)</p>
<p><strong>Oderzo (5)</strong><br />
18. Villa Galvagna, Colfrancui; Paola Muselli, Treviso (prop 2008)<br />
60. Sophora japonica in Piazza Grande; Francesca Spricigo, Ormelle (liceo scientifico Marconi, Conegliano, classe II A)<br />
94. <em>Mutera</em> di Colfrancui; Alberto Corsi, Simone Casti, Riccardo De Zotti (Istituto Piavon di Oderzo, classe II B) con Rosa Cenari (prop 2008) e Riccardo Carlet (insegnanti)<br />
95. Vecchio mulino di Faè; Alex Menegaldo Mattia Segato, Mattia Camillotto (Istituto Piavon di Oderzo, classe II B) con Rosa Cenari (prop 2008) e Riccardo Carlet (insegnanti)<br />
147. L’ulivo di casa Zago; Alessandro Zago, San Polo di Piave (liceo scientifico Marconi, Conegliano, classe II B)</p>
<p><strong>Ormelle (3)</strong><br />
14. Presepe in ferro; Paola Muselli, Treviso (prop 2008)<br />
150. Magnolia; Gaia Magro, Ormelle (liceo scientifico Marconi, Conegliano)<br />
151. Quercia centenaria di via Bidoggia; Matthias Pezzutto, Ponte di Piave (liceo scientifico Marconi, Conegliano, classe II B)</p>
<p><strong>Orsago (1)</strong><br />
66. Quercia dell’Istituto Nievo; Sarah Della Libera, Orsago (liceo scientifico Marconi, Conegliano, classe II A)</p>
<p><strong>Paese (1)</strong><br />
122. Edificio storico di Paese; Hanmo Conte, classe V A scuola primaria di Canizzano con Manuela Mulato e Maria Lucia Marangon (insegnanti)</p>
<p><strong>Pieve di Soligo (3)</strong><br />
91. Brolo di Villa Brandolini d’Adda; Gabriella Busetto, Treviso (FAI) (prop 2007) (prop 2008)<br />
106. Maglio Pradella, Solighetto; Giustino Moro, sindaco del Comune di Pieve di Soligo (alla data della segnalazione)<br />
107. Chiesetta di San Zuanet, Solighetto; Giustino Moro, sindaco del Comune di Pieve di Soligo (alla data della segnalazione)</p>
<p><strong>Ponte di Piave (3)</strong><br />
51. Il corso acqueo della Negrisia; Roberto Pescarollo, Venezia (prop 2008)<br />
101. Scorcio di un ponte sul canale Bidoggia; Francesca Faloppa, Comune di Ponte di Piave e Istituto Comprensivo di Ponte di Piave<br />
102. Fosso Negrisia; Luciano De Bianchi, vicesindaco del Comune di Ponte di Piave (alla data della segnalazione)</p>
<p><strong>Ponzano Veneto (2)</strong><br />
36. Asilo/nido; Brigitte Plank, Villorba<br />
137. Sorgenti e percorsi iniziali dei fiumi che affluiscono nel Sile; Umberto Zandigiacomi, Treviso (prop 2007) (prop 2008)</p>
<p><strong>Quinto di Treviso (3)</strong><br />
124. Casa vecchia nella campagna, Riccardo Marangon, classe V A scuola primaria di Canizzano con Manuela Mulato e Maria Lucia Marangon (insegnanti)<br />
129. Strada di ghiaia al posto di una ex ferrovia; Cristina De Lazzari classe V A scuola primaria di Canizzano con Manuela Mulato e Maria Lucia Marangon (insegnanti)<br />
73. Fortino in cemento armato in via Fornaci, San Cassiano; Marilena Marangon, Mogliano Veneto (prop 2008)</p>
<p><strong>Refrontolo (2)</strong><br />
11. Molinetto della Croda; Diego Callegaro, Spinea (VE)<br />
97. Molinetto della Croda; Associazione Molinetto della Croda, Refrontolo</p>
<p><strong>Revine Lago (1)</strong><br />
141. Abitato di Sottocroda; Michele Zanetti, Musile di Piave (VE) (prop 2007)</p>
<p><strong>San Biagio di Callalta (3)</strong><br />
27. Chiesetta di Nerbon San Sisto ora del Redentore; Paola Muselli, Treviso (prop 2008)<br />
30. Chiesetta di Santa Menna; Paola Muselli, Treviso (prop 2008)<br />
93. Fosso di Cavriè; Alberto Antoniazzi, Dylan Moretto, Andrea Carraro (Istituto Piavon di Oderzo, classe II B) con Rosa Cenari (prop 2008) e Riccardo Carlet (insegnanti)</p>
<p><strong>San Fior (1)</strong><br />
83. Gelso di casa Carniel; Alberto Zanin, San Vendemiano (liceo scientifico Marconi, Conegliano, classe II B)</p>
<p><strong>San Pietro di Feletto (6)</strong><br />
4. Antico eremo camaldolese di Rua di Feletto (ldv 2008); Don Giuseppe Gerlin, parrocchia di San Pietro Apostolo, San Pietro di Feletto<br />
8. Club Verdurin, Pianale; Maria Ester Nichele, Treviso<br />
63. Olmo di via Vecellio; Omar El Jamal, San Pietro di Feletto (liceo scientifico Marconi, Conegliano, classe II A)<br />
81. Roccolo di Santa Maria; Francesco Comuzzi, San Pietro di Feletto (liceo scientifico Marconi, Conegliano, classe II B)<br />
88. <em>Magnolia grandiflora</em>; Jessica Arnosti, Conegliano (liceo scientifico Marconi, Conegliano, classe II B)<br />
117. Villa Careni ora Lucchetti-Stiz; classi IV e V scuola primaria Silvio Pellico; insegnanti Loredana Collodel (prop 2008), Anna Zanchetta e Alice Basso</p>
<p><strong>San Vendemiano (3)</strong><br />
84. Fico della Calpena; Michael Mazzer, San Vendemiano (liceo scientifico Marconi, Conegliano, classe II B)<br />
112. Rovere del Menarè; Davide De Toffoli, San Vendemiano (liceo scientifico Marconi, Conegliano, classe II B)<br />
148. Carpino del Menarè; Giulio Sanson, San Vendemiano (liceo scientifico Marconi, Conegliano, classe II B)</p>
<p><strong>Santa Lucia di Piave (3)</strong><br />
53. Pioppo bianco di via Colonna, Calandra; Letizia Sossai, Santa Lucia di Piave (liceo scientifico Marconi, Conegliano, classe II A)<br />
68. Betulla sull’argine del Crevada; Carlotta Collodel, Santa Lucia di Piave (liceo scientifico Marconi, Conegliano, classe II B)<br />
79. Gelso secolare di Sarano; Margherita Meneghin, Santa Lucia di Piave (liceo scientifico Marconi, Conegliano, classe II B)</p>
<p><strong> </strong><br />
19. Abitazione di mezza collina, Rugolo; Luciana Moretto e Aldo Granzotto, Oderzo</p>
<p><strong>Spresiano (4)</strong><br />
7. Casa padronale del 1600 costruita dai nobili signori veneziani Bove, Lovadina (ldv 2007); Maria Ester Nichele, Treviso<br />
75. <em>Colmello delle cesolle</em>; Flavia De Adamo e Barbara Frate, Spresiano<br />
76. Case coloniche abbandonate e fondi rurali appartenuti alla commenda Giustiniani Recanati; Flavia De Adamo e Barbara Frate, Spresiano<br />
77. Via “Cesoe” (Manzoni); Flavia De Adamo, Spresiano</p>
<p><strong>Susegana (6)</strong><br />
9. Castello di San Salvatore (ldv 2007); Maria Ester Nichele, Treviso<br />
16. Museo dell’Uomo; Paola Muselli, Treviso (prop 2008)<br />
62. Pioppo dell’ex sede ANAS; Federica Marcon, Santa Lucia di Piave (liceo scientifico Marconi, Conegliano, classe II A)<br />
69. Castello di San Salvatore (ldv 2007); Luca Sperandio, Conegliano (liceo classico Marconi, Conegliano, classe I B)<br />
85. Salici sul Crevada; Federica Dei Negri, Conegliano (liceo scientifico Marconi, Conegliano, classe II B)<br />
149. Cedro del Libano nel Castello di San Salvatore; Leonardo Meneghin, Susegana (liceo scientifico Marconi, Conegliano, classe II B)</p>
<p><strong>Tarzo (3)</strong><br />
42. Giardino Museo Bonsai della Serenità; Armando Dal Col, Tarzo<br />
47. Pini di Tarzo; Edoardo Tona, Conegliano (liceo scientifico Marconi, classe II B)<br />
135. <em>Va’ dee femene</em> sulla sponda del lago di Santa Maria, Colmaggiore; Mirella Da Ros, Tarzo</p>
<p><strong>Treviso (27)</strong><br />
10. Villa con cipresso calvo; Franco Arca, Treviso<br />
17. Isola del Paradiso; Paola Muselli, Treviso (prop 2008)<br />
20. Tronchi di pioppi secolari nel parco Storga (area ex Case Stefani), Sant’Artemio; Laura Cacciolato e Raffaella Frattini Urettini, Treviso<br />
26. Ca’ Zenobio, Santa Bona; Paola Muselli, Treviso (prop 2008)<br />
29. Parco di Villa Manfrin; Pietro Bernardin, Treviso (prop 2008)<br />
35. Oasi e chiesetta di San Spiridione, Canizzano; Mario, Angelo, Agnese, Menoncello, Treviso<br />
44. Centrale idroelettrica della fonderia; Roberto Zandò, Treviso (prop 2008)<br />
45. Edificio denominato “ex molinetto” (all’interno del complesso di villa Margherita); Rita Maria Sari Zanini, Treviso<br />
(prop 2008)<br />
78. Casa dei sette pastori &#8211; Pastoria del Borgo Furo; III A scuola primaria San Giovanni Bosco, Treviso con le insegnanti Antonella Mazzobel e Paola Dalla Giustina<br />
99. Villa Margherita; Luisa Tosi, Treviso (prop 2008)<br />
100. Turbina dell’ex Fonderia; Luisa Tosi, Treviso (prop 2008)<br />
116. Sottoportico del vicolo Rinaldi; Sandra Milani e Loredana Gagno, scuola primaria Marco Polo, Villorba<br />
119. Aula a gradinata dell’ITC Riccati-Luzzatti con la collezione di strumenti di fisica; Rossana Montanari, ITC Riccati-Luzzatti Treviso (prop 2008)<br />
120. Giardino dei sogni della scuola di Canizzano; classe V A scuola primaria di Canizzano con Manuela Mulato e Maria Lucia Marangon (insegnanti)<br />
121. Piccolo grande lago nel Sile-ex cava Beton Nord a Canizzano; classe V A scuola primaria di Canizzano con Manuela Mulato e Maria Lucia Marangon (insegnanti)<br />
123. Parco sul Sile di via Sant’Angelo; Alessandro Zanella, classe V A scuola primaria di Canizzano con Manuela Mulato e Maria Lucia Marangon (insegnanti)<br />
125. Vecchia casa in riva al Sile a Canizzano; Margherita Pagini, classe V A scuola primaria di Canizzano con Manuela Mulato e Maria Lucia Marangon (insegnanti)<br />
127. Acque del Sile del lungosile Mattei; Caterina Pompeo, classe V A scuola primaria di Canizzano con Manuela Mulato e Maria Lucia Marangon (insegnanti)<br />
128. Monumento dedicato ad un tenente, San Vitale; Alberto Gobbo, classe V A scuola primaria di Canizzano con Manuela Mulato e Maria Lucia Marangon (insegnanti)<br />
130. <em>Il cuore del Sile</em> a Ponte Ottavi; Martina Zanzot, classe V A scuola primaria di Canizzano con Manuela Mulato e Maria Lucia Marangon (insegnanti)<br />
131. Villa del ’700-’800 in riva al Sile, Canizzano; Daniele Libralato, classe V A scuola primaria di Canizzano con Manuela Mulato e Maria Lucia Marangon (insegnanti)<br />
132. Veduta sul Sile a Canizzano; Andrea Biondo, classe V A scuola primaria di Canizzano con Manuela Mulato e Maria Lucia Marangon (insegnanti)<br />
133. Campo vicino alla chiesa di Canizzano; Serena Zanibellato, classe V A scuola primaria di Canizzano con Manuela Mulato e Maria Lucia Marangon (insegnanti)<br />
137. Sorgenti e percorsi iniziali dei fiumi che affluiscono nel Sile; Umberto Zandigiacomi, Treviso (prop 2007) (prop 2008)<br />
138. Contesto d’acqua a Selvana tra Storga e Limbraga; Andrea Malacchini, Treviso<br />
139. <em>La finestra sul cortile</em>; Andrea Malacchini, Treviso<br />
156. 3° Reparto Manutenzione Veicoli, Canizzano; Silvana Artuso (prop 2008), Treviso</p>
<p><strong>Valdobbiadene (5)</strong><br />
12. Prima osteria senza l’oste, Santo Stefano; Paola Muselli, Treviso (prop 2008)<br />
40. Casera Frascada Alta; Nadia Palazzani, Resana<br />
41. Lavatoio pubblico di via Cordana; Nadia Palazzani, Resana<br />
89. Colture antiche ma moderne: prosecco e marroni; Elena Modolo, Valdobbiadene<br />
140. Oratorio di Santo Stefano; Simone Adami, Valdobbiadene</p>
<p><strong>Vazzola (2)</strong><br />
61. <em>Sophora japonica</em> in zona agricola a Tezze; Riccardo Tomasi, Conegliano (liceo scientifico Marconi, Conegliano, classe II A)<br />
67. Pianta di ligustro volgare; Gaia Tesser, Vazzola (liceo scientifico Marconi, Conegliano, classe II A)</p>
<p><strong>Vedelago (1)</strong><br />
105. Area agricola località Tredase, Barcon; Brigida Bergamin, WWF Montello Piave, Montebelluna</p>
<p><strong>Villorba (2)</strong><br />
137. Sorgenti e percorsi iniziali dei fiumi che affluiscono nel Sile; Umberto Zandigiacomi, Treviso (prop 2007) (prop 2008)<br />
126. Ponte di legno sul torrente Giavera; Gloria Borghetto, classe V A scuola primaria di Canizzano con Manuela Mulato e Maria Lucia Marangon (insegnanti)</p>
<p><strong>Vittorio Veneto (2)</strong><br />
142. Abitato di Savassa Alta e sorgenti del Meschio; Michele Zanetti, Musile di Piave (VE) (prop 2007)<br />
154. Passeggiata lungo il fiume Meschio, da San Giacomo a Vittorio Veneto; Luca Breda, Spresiano e Matteo Ghirardi (prop 2007) (prop 2008), Colle Umberto</p>
<p><strong>Volpago del Montello (3)</strong><br />
28. Montello; Paola Muselli, Treviso (prop 2008)<br />
82. Ex ferrovia Montebelluna-Susegana; Alessandro Facchin, Volpago del Montello (prop 2008)<br />
153. Conca Grande e Conca Piccola, Selva del Montello; Alessandro Facchin, Volpago del Montello (prop 2008)</p>
<p><strong>Zero Branco (1)</strong><br />
70. Scorcio del paese da lungofiume Zero; Maria Margherita Sagramora, sindaco di Zero Branco (alla data della segnalazione) (prop 2008)</p>
<div id="attachment_3075" class="wp-caption aligncenter" style="width: 183px"><a href="http://geograficamente.files.wordpress.com/2009/11/immagine-del-fiume-monticano.jpg"><img class="size-medium wp-image-3075" title="immagine del fiume Monticano" src="http://geograficamente.files.wordpress.com/2009/11/immagine-del-fiume-monticano.jpg?w=173&#038;h=300" alt="immagine del fiume Monticano" width="173" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">scorcio del Monticano (a Mareno)</p></div>
<div id="attachment_3074" class="wp-caption aligncenter" style="width: 291px"><a href="http://geograficamente.files.wordpress.com/2009/11/casa-zavrel1.jpg"><img class="size-medium wp-image-3074" title="Casa Zavrel" src="http://geograficamente.files.wordpress.com/2009/11/casa-zavrel1.jpg?w=281&#038;h=300" alt="Casa Zavrel" width="281" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">ancora su &quot;casa Zavrel&quot;</p></div>
<div id="attachment_3076" class="wp-caption aligncenter" style="width: 410px"><a href="http://geograficamente.files.wordpress.com/2009/11/luoghi-valore2.jpg"><img class="size-full wp-image-3076" title="luoghi-valore2" src="http://geograficamente.files.wordpress.com/2009/11/luoghi-valore2.jpg?w=400&#038;h=268" alt="luoghi-valore2" width="400" height="268" /></a><p class="wp-caption-text">l&#39;inaugurazione di &quot;luoghi di valore&quot; il 30 ottobre a Palazzo Bomben a Treviso, sede della Fondazione Benetton</p></div>
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