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	<description>conservazioni e trasformazioni virtuose del territorio</description>
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		<title>Copenaghen è Eco-Metropolis. La capitale della Danimarca cerca con i fatti di convincere il mondo a perseguire la riconversione ecologica. E ci siamo tutti a Copenaghen, con le difficoltà a esprimere nuovi modelli di vita (e intanto a metà vertice la situazione resta critica circa un risultato positivo)</title>
		<link>http://geograficamente.wordpress.com/2009/12/15/copenaghen-e-eco-metropolis-la-capitale-della-danimarca-cerca-con-i-fatti-di-convincere-il-mondo-a-perseguire-la-riconversione-ecologica-e-ci-siamo-tutti-a-copenaghen-con-le-difficolta-a-esprimere/</link>
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		<pubDate>Mon, 14 Dec 2009 23:22:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sebastianomalamocco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Conservazioni]]></category>
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   Di risultati positivi finora il vertice di Copenaghen sembra averne dati ben pochi. Evidente la separazione tra un’Europa disposta a mettersi in gioco, rispetto alle esigenze dei paesi emergenti (in primis Cina, India e Brasile) che chiedono di “poter inquinare” per perseguire il loro sviluppo. Ma la situazione è meno semplice di quel che [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=geograficamente.wordpress.com&blog=2356514&post=3289&subd=geograficamente&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><div class="mceTemp" style="text-align:justify;">
<div id="attachment_3294" class="wp-caption aligncenter" style="width: 460px"><a href="http://geograficamente.files.wordpress.com/2009/12/corteo-del-12-dicembre-a-copenaghen1.jpg"><img class="size-full wp-image-3294" title="Corteo del 12 dicembre a Copenaghen" src="http://geograficamente.files.wordpress.com/2009/12/corteo-del-12-dicembre-a-copenaghen1.jpg?w=450&#038;h=301" alt="" width="450" height="301" /></a><p class="wp-caption-text">Corteo del 12 dicembre scorso a Copenaghen &quot;pro-Clima&quot; (sullo sfondo Christiansborg Palace)</p></div>
</div>
<p style="text-align:justify;">   Di risultati positivi finora il vertice di Copenaghen sembra averne dati ben pochi. Evidente la separazione tra un’Europa disposta a mettersi in gioco, rispetto alle esigenze dei paesi emergenti (in primis Cina, India e Brasile) che chiedono di “poter inquinare” per perseguire il loro sviluppo. Ma la situazione è meno semplice di quel che appare: anche nei paesi emergenti si comprende che lo sviluppo industriale di “vecchia maniera” ha costi altissimi da sopportare, in termine di salute dei cittadini, di distruzione anche del proprio ambiente.</p>
<p style="text-align:justify;">   La riconversione ecologica è pertanto una “necessità di tutti”. In primis poi di quei paesi poveri o in via di sviluppo, dove le protezioni per la popolazione dall’inquinamento (in termini di tutela della salute, di cibi sani) rischia di essere di più difficile reperibilità rispetto ai paesi ricchi. Insomma l’acqua non inquinata è più fortemente necessaria ai poveri che ai ricchi; se i ricchi sopperiscono comprando acqua in bottiglia, minerale (che i poveri non possono permettersi).</p>
<p style="text-align:justify;">  </p>
<div id="attachment_3291" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://geograficamente.files.wordpress.com/2009/12/famiglie-con-le-biciclette-di-christiania.jpg"><img class="size-medium wp-image-3291" title="famiglie con le biciclette di Christiania" src="http://geograficamente.files.wordpress.com/2009/12/famiglie-con-le-biciclette-di-christiania.jpg?w=300&#038;h=201" alt="" width="300" height="201" /></a><p class="wp-caption-text">famiglie alla manifestazione pro-Clima con le biciclette di Christiania (celebre quartiere hippie di Copenaghen) </p></div>
<p style="text-align:justify;">Ecologia pertanto come prima necessità di sviluppo dei paesi e delle popolazioni più povere, non come impedimento al loro sviluppo. Comprendiamo che quest’idea di una riconversione ecologica di tutto il pianeta non è un concetto facile, e si scontra pure con modi di vita consolidati (come l’uso nei paesi ricchi di mezzi di trasporto privati, le automobili, che anche i poveri, giustamente, rivendicano… perché a noi sì e a loro no?). E poi su questo terreno (oltre ai “vizi” del vivere dispendioso e consumista di noi occidentali), intervengono pure vecchie lobbies che riciclano un’industrialismo in grave difficoltà nei paesi dov’è nato, si è sviluppato e sta affannosamente arrancando, che potrebbe essere del tutto superato dalla rivoluzione informatica e tecnologica, da modi nuovi, più ecocompatibili di produrre ricchezza.</p>
<div id="attachment_3292" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a href="http://geograficamente.files.wordpress.com/2009/12/manifestazione-a-copenaghen-di-critica-al-summit.jpg"><img class="size-medium wp-image-3292" title="manifestazione a Copenaghen di critica al summit" src="http://geograficamente.files.wordpress.com/2009/12/manifestazione-a-copenaghen-di-critica-al-summit.jpg?w=300&#038;h=225" alt="" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">la critica al Summit nella manifestazione del 12 dicembre</p></div>
<p style="text-align:justify;">   Insomma, nel darvi qui una breve rassegna stampa dello “stato dell’arte” a metà conferenza a Copenaghen, preme anche dire che a Copenaghen di fatto ci siamo tutti noi (e non solo le rappresentanze politiche (ed economiche con i loro interessi). Un successo del vertice di Copenaghen passa anche per un cambiamento concreto del nostro modello dispendioso di vita (e qui è la parte più difficile del “vertice” di Copenaghen). Ma iniziamo col parlare di questa splendida città, l’Eco-Metropolis capitale di Danimarca.</p>
<p style="text-align:center;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;.</p>
<p style="text-align:center;"><strong>NELLA CAPITALE VERDE</strong></p>
<p style="text-align:center;"><strong>Luci soft, bici e mulini a vento: i segreti del modello Copenaghen</strong></p>
<p><em>di Anais Ginori, da “la Repubblica” del 3/12/2009 </em></p>
<p style="text-align:justify;">COPENAGHEN. Per la famiglia Bang oggi è il giorno degli esami. Katrine, studentessa di 21 anni, suona alla porta di casa che è già buio da molte ore e manca poco alla cena. Casper Bang fa accomodare nella villetta in mattoni rossi del quartiere Bronshoj. La ragazza con la divisa blu comunale entra, apre il taccuino, guarda subito il soffitto. «Lampadina a risparmio energetico?». No, a incandescenza da 40 watt. «Cambiandole tutte &#8211; annota Katrine &#8211; potrà risparmiare tre quarti del suo consumo elettrico».</p>
<p style="text-align:justify;">   La perlustrazione continua in salone. Quando vede i faretti alogeni, Katrine quasi trasecola. Si consola vedendo che il televisore è un modello Lcd. «Meglio di quelli al plasma ma c&#8217; è il problema dello standby. Un terzo della bolletta della luce proviene da alimentazione elettrica senza consumo». Dopo aver messo a soqquadro l&#8217; intera casa, controllato persino il pomello della doccia e l&#8217; isolamento della cantina, la volontaria del Comune annota percentuali dei vari «inquinatori domestici», poi traduce tutto in emissioni di Co2.</p>
<p style="text-align:justify;">   La famiglia Bang si è candidata ad essere una delle novantamila &#8220;Climate Family&#8221; di Copenaghen. La capitale danese vuole mostrare al mondo che è possibile vivere ecologicamente «senza rinunciare allo stile di vita moderno». &#8220;Hopenaghen&#8221;, s&#8217;intitola la campagna che da un anno ha preparato la città al vertice sul Clima.<span id="more-3289"></span></p>
<p style="text-align:justify;">   «Vogliamo diventare una Eco-Metropolis, un modello che tutti potranno imitare» promette il sindaco Ritt Bjerregaard. Vicino al canale Nyhavn, sono state appena installate nuove colonnine per le auto elettriche, mentre si stanno sperimentando gli autobus a idrogeno. Con i suoi 450 chilometri di piste ciclabili, Copenaghen è la città più &#8220;green&#8221; d&#8217; Europa: un cittadino su tre va in bicicletta al lavoro. Le strade hanno uno speciale asfalto per ridurre l&#8217; inquinamento acustico, tutti gli abitanti hanno diritto a un&#8217; area verde a meno di quindici minuti a piedi, la raccolta dei cassonetti della spazzatura avviene ogni 8 ore, il 70% dei rifiuti è riciclato, il 20% della spesa alimentare è biologico.</p>
<p style="text-align:justify;">   La pressione politica degli ultimi mesi &#8211; corsi ambientali nelle aziende, pubblicità nei ristoranti sull&#8217; eccessivo consumo di carne, show ecologici per bambini alla tv- viene da lontano. Il principale corso del centro, Stroget, è stato pedonalizzato già negli anni Sessanta e nel 1971 il governo danese è stato il primo al mondo a creare un ministero dell&#8217; Ambiente.</p>
<p style="text-align:justify;">   Due anni fa, è stato istituito anche il ministero del Clima, guidato da Connie Hedegaard, presidente della Conferenza mondiale e appena nominata commissario europeo. La Danimarca, che ha rifiutato il nucleare nel 1986, è diventata la patria dell&#8217;energia eolica (20% del fabbisogno nazionale). I moderni mulini a vento della Vestas, primo produttore mondiale, puntellano il panorama. «Tutto è cominciato come in una favola», racconta Maj Held Sallingboe, della Danish Wind Industry Association. «Durante il primo shock petrolifero, i contadini della penisola dello Jutland piantarono le turbine nei loro orti. Allora, era solo un esperimento».</p>
<p style="text-align:justify;">  Per capire di cosa si discute al vertice, bisogna andare in un sottoscala dell&#8217; università di Copenaghen. Il termometro segna meno 30 gradi. Dentro alla cella frigorifera, il ghiaccio del Polo Nord è conservato in grandi lastre, in cubetti, in piccoli pezzi avvolti nella plastica. «Questi campioni raccontano la storia del Clima», spiega Thomas Blunier. Il ricercatore del Center for Ice and Climate ha passato l&#8217;estate nella base di Neem, nordovest della Groenlandia, 2.545 metri di altitudine. Le trivelle che scavano in profondità dovrebbero dare preziose informazioni. «Attraverso gas, sostanze biologiche ed elementi imprigionati nel ghiaccio siamo in grado di capire com&#8217;era il clima 38mila anni fa».</p>
<p style="text-align:justify;">   Blunier ha appeso nel suo ufficio un lungo diagramma con le oscillazioni delle temperature a partire da 850.000 anni fa. «L&#8217; attuale picco di solito precede un brusco calo, ci aspetta una nuova era glaciale. Non possiamo dire quando, sappiamo però che non abbiamo mai avuto un aumento del Co2 in queste proporzioni nel passato. Se sopravviveremo? Certo, ma questa volta non avremo molto tempo per adattarci». La pioggia, per esempio, è una delle variabili che più preoccupa gli studiosi del centro danese. «Le precipitazioni potrebbero mancare completamente in alcune stagioni e concentrarsi in pochi giorni dell&#8217; anno, mettendo in pericolo i cicli dell&#8217; agricoltura».</p>
<p style="text-align:justify;">   L&#8217; obiettivo della Danimarca è dichiararsi &#8220;carbon neutral&#8221; entro il 2025. La piccola isola di Lolland, un&#8217; ora e mezza di macchina da Copenaghen, lo sta già diventando. «L&#8217; elemento positivo è che gli abitanti ci chiedono di fare sempre di più. Qui l&#8217;ecologia è davvero una sorta di religione», racconta Silvia Magnoni, economista italiana diventata manager di Sea Bass Solutions, il consorzio pubblico che gestisce i progetti locali. In questa remota zona del paese, famosa per le sue coltivazione di barbabietola da zucchero, si sperimentano fonti di energia come l&#8217; incenerimento del letame, la coltivazione di alghe, le piattaforme galleggianti per la &#8220;wave energy&#8221;, la trasformazione di elettricità in idrogeno da conservare.</p>
<p style="text-align:justify;">   La discarica più grande si chiama &#8220;industrial environmental park&#8221; ed in effetti è un parco. L&#8217; ingresso è gratuito, i cassonetti per il riciclo di una trentina di materiali sono sistemati su una rotonda ad altezza d&#8217; uomo, d&#8217;estate ci fanno i concerti, c&#8217; è un laghetto in mezzo per far giocare i bambini, a venti metri un impianto trasforma i rifiuti in energia. «Il sistema pubblico- spiega Magnoni- prevede una tassazione che disincentiva i consumi anti-ecologici mentre sono sostenuti gli stili di vita a basso impatto ambientale».</p>
<p style="text-align:justify;">   Mentre i leader mondiali sono riuniti nel Bella Center di Copenaghen, Katrine continua a bussare alle porte delle &#8220;Climate Family&#8221;, luminosi esempi per il nostro futuro. «Se seguirete tutti i miei consigli &#8211; conclude parlando con la famiglia Bang &#8211; potrete eliminare 500 chili di anidride carbonica all&#8217;anno». La studentessa iscritta al corso di Gestione delle risorse naturali capisce che non è sufficiente. Riprende la calcolatrice. «Ovvero un risparmio di 2.400 corone sulle bollette». Più di trecento euro. La ragazza vede che adesso ha fatto breccia. Sorride. Puntare solo sulla sensibilità ecologica, forse, ancora non basta. (<em>ANAIS GINORI)</em></p>
<p style="text-align:center;"><em>&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;</em></p>
<p><em>Se avrà successo la mediazione danese, si arriverà un&#8217;unificazione delle due proposte</em></p>
<p style="text-align:center;"><strong>NUOVO PATTO CLIMATICO O RILANCIO DI KYOTO?</strong></p>
<p><em>di Franco Foresta Martini, da “il Corriere della sera.it” del 14/12/2009</em></p>
<p>Due i documenti in discussione: il primo rifonda su nuove basi gli interventi per la riduzione dei gas serra, il secondo ripropone i meccanismi dell&#8217;attuale Protocollo</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>COPENHAGEN -</strong> La Conferenza sui cambiamenti climatici di Copenhagen entra lunedì nella fase conclusiva con un dilemma ancora irrisolto: quale forma avrà il nuovo patto per la riduzione dei gas serra da approvare entro venerdì o sabato prossimi?</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>LA PRIMA IPOTESI -</strong> Due documenti si contendono la scena. Il primo, elaborato da un gruppo di mediatori denominato AWG-LCA (acronimo di: «ad hoc working group on long term cooperative action»), si propone di fare ripartire su nuove basi l&#8217;azione a difesa del clima, favorendo il rientro degli Stati Uniti che si erano tirati fuori dal Protocollo di Kyoto e chiamando a impegni più stringenti i Paesi in via di rapido sviluppo come Cina e India. La bozza di trattato presentata da questo gruppo, sebbene ancora piena di parentesi quadre (argomenti controversi in sospeso), pone come primo obiettivo l&#8217;impegno di limitare l&#8217;aumento delle temperature medie globali entro 1,5°C o al massimo 2°C, soglia oltre la quale il sistema climatico potrebbe subire danni irreversibili. Per rispettare questa condizione la riduzione globale dei gas serra entro il 2050 dovrà essere almeno del 50% rispetto ai livelli del 1990 (ma in parentesi quadra sono indicate alternative ben più elevate, fino al 95%). La divisione degli impegni, cui tutti i Paesi, nessuno escluso, dovrebbero sottostare, vedrebbe il gruppo degli industrializzati caricarsi dei maggiori oneri di riduzione: 25%-40% entro il 2020; e 75%-90% entro il 2050. I Paesi in via di sviluppo, da parte loro, si impegnerebbero a ridurre del 15%-30% entro il 2020, supportati da consistenti programmi di aiuti e di assistenza tecnologica. Poi si vedrà.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>LA SECONDA IPOTESI -</strong> Un altro gruppo di negoziatori denominato AWG-KP (ad hoc working group under Kyoto Protocol) ha elaborato una bozza di trattato che consiste in una riedizione dell&#8217;attuale protocollo di Kyoto, da rendere operativo oltre la sua data di scadenza del 2012. In questo caso i Paesi già impegnati al 5,2% di riduzione delle emissioni, fissano i nuovi obiettivi al 2030 e al 2050 (numericamente simili a quelli indicati dall&#8217;altro gruppo) e concordano la tabella di ripartizione degli oneri Paese per Paese. La bozza sollecita i governi a decidere anche se includere il nucleare e lo stoccaggio geologico dell&#8217;anidride carbonica fra le tecnologie cui fare ricorso per limitare le emissioni di gas serra. In apparenza le due bozze di trattato sono simili negli obiettivi e nei metodi. La differenza sostanziale sta nel fatto che un trattato climatico ex novo, come quello elaborato da AWG-LGA, anche se firmato all&#8217;unanimità da capi di Stato e di governo riuniti a Copenhagen (ipotesi ultra ottimistica), prevede un lungo processo di ratifica da parte dei parlamenti dei singoli stati aderenti. Invece, un rilancio con nuovi obiettivi dell&#8217;attuale Protocollo di Kyoto avrebbe valore vincolante immediato per tutti i Paesi che l&#8217;anno già adottato come legge nazionale, tranne per gli Stati Uniti i quali dovrebbero decidere di entrarci in questa seconda fase.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>GLI ORIENTAMENTI -</strong> La situazione è così complessa e densa di incognite che sembra difficile arrivare a una soluzione definitiva entro la settimana appena iniziata. La «mission impossible» è affidata all&#8217;abilità del primo ministro danese Lars Rasmussen, il quale entro la serata di martedì 15 dicembre, e cioè prima dell&#8217;arrivo dei capi di Stato e di governo, dovrebbe prospettare la soluzione più praticabile, per esempio l&#8217;unificazione delle due bozze di trattato con un testo accettato da tutti. Ma ecco, in breve, gli orientamenti di alcuni dei principali attori del confronto climatico, quali emergono alla vigilia del giro negoziale conclusivo:<br />
- <strong>Usa</strong>: sembrano contrari a un rilancio del vecchio Protocollo di Kyoto e propendono per l&#8217;approvazione di un nuovo trattato climatico.<br />
-<strong> Unione Europea</strong>: se nuovo trattato sarà, esso dovrà essere legalmente vincolante come quello di Kyoto e contenere precisi obiettivi di riduzione delle emissioni, anche per i Paesi in via di sviluppo.<br />
- <strong>Cina</strong>: vedrebbe con maggiore favore una reiterazione dell&#8217;attuale Protocollo di Kyoto, con impegni vincolanti più massicci da parte dei Paesi industrializzati e non vincolanti, cioè su base volontaria, da parte di quelli in via di sviluppo.</p>
<p>Franco Foresta Martin<br />
<strong>14 dicembre</strong> 2009</p>
<p style="text-align:center;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;</p>
<h4 style="text-align:center;">I PAESI AFRICANI TORNANO AI NEGOZIATI</h4>
<h4><em>da “il Corriere della Sera.it” del 14/12/2009</em></h4>
<p style="text-align:justify;"><em>Le loro Delegazioni avevano abbandonato i lavori del vertice lunedì mattina &#8211; Dopo aver avuto rassicurazione che sarà data maggiore enfasi a nuovi impegni nel solco del Protocollo di Kyoto</em></p>
<p style="text-align:justify;"><strong>COPENAGHEN</strong> &#8211; I Paesi africani hanno deciso di riprendere la partecipazione ai negoziati alla Conferenza Onu di Copenaghen sul clima, dopo aver avuto rassicurazione che sarà data maggiore enfasi a nuovi impegni nel solco del Protocollo di Kyoto. Il boicottaggio dei gruppi di lavoro era stato deciso lunedì mattina e alla protesta si erano associati anche gli altri Paesi in via di sviluppo del G77. La presidenza danese ha subito avviato contatti ed è riuscita a ricucire lo strappo, consumatosi a cinque giorni dall&#8217;arrivo venerdì prossimo dei leader di 120 Paesi per la fase negoziale conclusiva.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>CHE COSA CHIEDONO &#8211; </strong>I Paesi in via di sviluppo chiedono di dare priorità a un secondo periodo di impegno per i tagli delle emissioni di C02 previsti dal Protocollo di Kyoto rispetto alla più ampia discussione sugli obiettivi di lungo termine per la cooperazione nella lotta ai cambiamenti climatici. «L&#8217;Africa ha tirato il freno d&#8217;emergenza per evitare che il treno deragli nel fine settimana», ha commentato Jeremy Hobbs, direttore esecutivo di Oxfam International. Fonti occidentali hanno riferito che gli animi si sono accesi dopo «le crescenti tensioni tra americani e cinesi» emerse nella tavola rotonda di domenica con i ministri dell&#8217;Ambiente di 50 Paesi. Il timore è che si ripeta il fallimento del 2000 all&#8217;Aja, quando si consumò la rottura nella conferenza che avrebbe dovuto completare le regole di Kyoto.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>DICIASSETTE FERMI &#8211; </strong>Intanto sotto il profilo di cronaca si registra il fermo di altre diciassette persone, avvenuto nel corso della manifestazione che si è tenuta davanti al ministero della Difesa a Copenaghen. La maggior parte dei manifestanti &#8211; secondo quanto si è appreso &#8211; è stata fermata per aver violato la legge che stabilisce l&#8217;obbligo di obbedire alle indicazioni della polizia nel corso di manifestazioni, mentre per due il &#8220;fermo&#8221; è scattato per aver coperto il volto.</p>
<p style="text-align:center;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;</p>
<p>IL SUMMIT DI COPENHAGEN</p>
<p style="text-align:center;"><strong>AL CAPEZZALE DEL CLIMA DIALOGO TRA SORDI</strong></p>
<p><em>di Roberto Giovannini, da “la Stampa” del 14/122009</em></p>
<p>Usa contro Cina: «Tagliate le emissioni». L&#8217;Ue teme i costi di un nuovo protocollo</p>
<p style="text-align:justify;">COPENHAGEN. Chiuso sbarrato il Centro congressi, formalmente sospesa la Conferenza per una domenica di riposo, ieri la città ha visto i postumi delle scintille di violenza scatenate dai Black Bloc infiltratisi nel pacifico corteo di sabato.<br />
   Poi, la domenica è servita per un primo giro informale di incontri tra i 45 ministri dell&#8217;Ambiente dei principali Paesi, convenuti nel weekend a Copenhagen. Un appuntamento informale, convocato dalla ministra dell&#8217;Ambiente danese Connie Hedegaard in vista della stesura di un nuovo testo che la Danimarca diffonderà domani per cercare di avvicinare le posizioni prima dell&#8217;arrivo in città dei leader e Capi di Stato, cui sarà affidato il compiuto di chiudere (sperabilmente) un accordo globale tra giovedì e sabato. Purtroppo, questo incontro è andato decisamente male: tutti – Paesi industrializzati, Usa, Unione Europea, Paesi emergenti – sono rimasti inchiodatissimi sulla loro linea, per niente disposti a fare concessioni. Anzi, i bene informati parlano di toni «vivaci» e di volti scuri al termine della riunione.<br />
   Ovviamente chi ha parlato ha usato parole ispirate alla diplomazia: secondo il ministro dell&#8217;Energia britannico Ed Milliband, «l&#8217;atmosfera è stata positiva, ma le differenze non sono state superate. I nodi principali sono il volume dei tagli delle emissioni, le risorse finanziarie necessarie e la trasparenza degli impegni che ognuno deve assumere». Poco più ottimista il diplomatico cinese Su Wei, per il quale «i leader verranno a celebrare il buon esito di questi negoziati». La situazione è di stallo: gli Usa sono assolutamente riluttanti a impegnarsi in modo forte sulla riduzione dei gas serra entro il 2020, e chiedono a Cina e India di contenere la massiccia crescita di emissioni registrata in questi ultimi anni.<br />
   Cina e India ribadiscono che Kyoto impone lo sforzo ai Paesi ricchi, che hanno generato l&#8217;80% dell&#8217;anidride carbonica dispersa nell&#8217;atmosfera. L&#8217;Europa e il Giappone a parole sembrano ben intenzionati, ma non vogliono essere gli unici a muoversi, e nell&#8217;Ue c&#8217;è chi sarebbe ben felice di evitare impegni significativi e magari mandare in malora il protocollo di Kyoto. «Le posizioni sono molto lontane – ha detto il ministro dell&#8217;Ambiente Stefania Prestigiacomo &#8211; a volte sembra un dialogo fra sordi, con Cina e Usa su fronti speculari. Servirà uno sforzo straordinario, ma non è ragionevole pensare che l&#8217;Europa possa da sola caricarsi il grave peso economico di un accordo, onerosissimo per le nostre economie e che non produrrebbe alcun effetto per l&#8217;ambiente».<br />
   Intanto ieri non sono mancati strascichi della coda violenta della manifestazione di sabato, che si è concretizzata nel più elevato numero di arresti mai registrato nella storia della pacifica Danimarca. I fermati di sabato, ben 968, sono stati praticamente rilasciati tutti nel corso della notte. Tutti meno 13, sottoposti già in giornata a processo. Ieri qualche centinaio di giovani attivisti hanno tentato di andare al porto, dove opera la compagnia di spedizioni Maersk, accusata di contribuire al cambiamento climatico, scandendo slogan. Immediata e durissima la reazione della «Politi», che a suon di manganelli e spray irritanti li ha bloccati, fermandone oltre 250. Per oggi è attesa la risposta dei no global, che hanno promesso un&#8217;azione dimostrativa contro il ministero della Difesa.</p>
<p style="text-align:center;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;..</p>
<p><em>Bruxelles Critiche dagli ambientalisti. A Copenaghen prima intesa tra gli emergenti</em></p>
<p style="text-align:left;"><strong>CLIMA. L’UE TROVA L’ACCORDO: 7,2 MILIARDI AI PAESI POVERI</strong></p>
<p><em>di Luigi Offedu, da “il Corriere della Sera” del 12/12/2009</em></p>
<p style="text-align:justify;">La replica: troppo pochi. Dall&#8217; Italia 600 milioni Francia e Germania Sarkozy annuncia l&#8217; intesa insieme a Gordon Brown: «L&#8217; Europa ora sarà leader al vertice sull&#8217; ambiente»</p>
<p style="text-align:justify;">BRUXELLES &#8211; Alla fine, l&#8217; Europa ha deciso: 7,2 miliardi di euro in 3 anni (600 milioni la quota dell&#8217; Italia), per aiutare i Paesi poveri a ripulire i loro cieli dall&#8217; inquinamento. Non è proprio ciò che quei Paesi chiedevano, 30 miliardi.</p>
<p style="text-align:justify;">   E già la Cina avverte: «I finanziamenti a breve termine non sono la risposta giusta». Ma non sono neppure lo «zero» tondo che minacciava di restare sul tavolo ieri mattina, dopo una notte di convulse trattative a Bruxelles. E poi, c&#8217; è un altro punto messo a segno: i 27 Stati dell&#8217; Ue si dicono disposti a tagliare del 30% le loro emissioni di gas serra da qui al 2020, rispetto al 1990. Spostano cioè più in alto l&#8217; asticella delle promesse, rispetto a quel 20% di tagli deciso nei mesi scorsi.</p>
<p style="text-align:justify;">   Non è cambiato l&#8217; obiettivo di fondo: limitare a 1,5-2 gradi l&#8217; aumento massimo delle temperature del globo. Ma l&#8217; offerta europea è vincolata a una condizione: i grandi degli altri continenti &#8211; India, Cina, Brasile, Usa &#8211; mostrino altrettanta buona volontà, offrendo delle «decisioni compatibili». Si conclude così il vertice dei capi di Stato e di governo della Ue.</p>
<p style="text-align:justify;">   Per il presidente della Commissione Europea José Manuel Barroso è un risultato «che va oltre le migliori aspettative», e già si annuncia un altro vertice straordinario per febbraio, stavolta sulla crisi economica. Per Fredrik Reinfeldt, primo ministro di quella Svezia che è presidente di turno della Ue, sul clima i 27 Stati hanno «riconfermato tutte le promesse fatte nei mesi scorsi». L&#8217; Europa, concorda l&#8217; Onu, ha dato «un notevole incoraggiamento» alla battaglia per l&#8217; aria pulita.</p>
<p style="text-align:justify;">   Il vertice ha avuto «delle lacune», dice il Wwf. Più dura Greenpeace: «Un&#8217; occasione sprecata». Quanto ai 600 milioni annunciati dall&#8217; Italia, il primo ministro Silvio Berlusconi li definisce un contributo «generoso». E altrettanto fanno per i propri fondi Gran Bretagna, Francia e Germania, che in tre offrono 3,5 miliardi.</p>
<p style="text-align:justify;">   L&#8217;Europa è riuscita a parlare con una voce sola, nel suo primo vertice dopo l&#8217;entrata in vigore del Trattato di Lisbona. E ciò che ha deliberato, verrà ora portato a Copenaghen. Che ieri ha partorito una prima bozza d&#8217;accordo fra i Paesi emergenti, Cina e India in testa: secondo le indiscrezioni riconferma gli obiettivi di Kyoto, e invita gli Usa ad aderirvi, ma senza accenni «punitivi»; un&#8217; offerta interessante per Washington.</p>
<p style="text-align:justify;">   Intanto, il presidente francese Nicolas Sarkozy mette le mani avanti: l&#8217;Europa conquista «una posizione di leadership a Copenaghen». Sarkozy, con il premier britannico Gordon Brown, è stato colui che ha più premuto per un taglio del 30% ai gas serra, ma ora si chiede: «Basterà, tutto ciò? Se lo pensassi, sarei molto ottimista. Credo che basterà ad avviare un&#8217; alleanza fra la Ue e l&#8217; Africa». Ad ogni buon conto, aggiunge l&#8217;uomo dell&#8217; Eliseo, «è l&#8217; Europa che prende gli impegni più rilevanti, che annuncia dei finanziamenti concreti: c&#8217; è forse qualche altra parte del mondo che porta a Copenaghen una proposta così precisa? No, non c&#8217; è». <em>(Luigi Offeddu)</em></p>
<p style="text-align:center;"><em>&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;.</em></p>
<p><em>Climate pledge tracker, lanciato dall&#8217;UNEP</em></p>
<h4 style="text-align:center;">IL SITO CHE TRACCIA LE PROMESSE SUL CLIMA</h4>
<p><em>da “il Corriere della Sera.it” del 14/12/2009</em></p>
<p>Si possono confrontare online proposte e progetti di riduzione della Co2 dei Paesi di tutto il mondo</p>
<table border="1" cellpadding="0" width="1" align="left" bgcolor="#ededed">
<tbody>
<tr>
<td> </td>
</tr>
<tr>
<td> </td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p style="text-align:justify;"><strong>MILANO -</strong> Mentre a Copenaghen sta per entrare nel vivo la discussione sul nuovo accordo per limitare la produzione di C02, le Nazioni Unite lanciano un s<a href="http://www.un.org/apps/news/story.asp?NewsID=33226&amp;amp;Cr=copenhagen&amp;amp;Cr1=" target="_blank"><span style="text-decoration:underline;">ito online che permette a chiunque di monitorare le promesse e le bugie dei principali paesi del mondo</span></a>. Si chiama <a href="http://www.unep.org/climatepledges/)" target="_blank"><span style="text-decoration:underline;">Climate Pledge Tracker </span></a>ed è stato promosso dall&#8217;Intergovernmental Panel on Climate Change che l&#8217;anno scorso ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>MAPPA INTERATTIVA -</strong> Al momento la mappa interattiva traccia gli impegni presi da ogni Paese in seguito all&#8217;accordo di Kyoto. In grigio sono rappresentate le nazioni industrializzate del gruppo Annex 1 (tra cui l&#8217;Unione Europea e gli Stati Uniti), mentre in azzurro quelle delle economie in via di sviluppo del gruppo Annex 2 (Cina, India, Brasile). Cliccando su ciascuna area, si può accedere ad una scheda dettagliata con tutte le promesse che sono state via via assunte in sede ufficiale.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>PROMESSE INSUFFICIENTI -</strong> Il sito sarà presto aggiornato con le nuove proposte che emergeranno dal vertice di Copenaghen. Ma è chiara l&#8217;intenzione di fare pressione sulle potenze globali affinché rendano più incisive e trasparenti le politiche in tema ambientale. Con due semplici click, è infatti possibile comparare le timide promesse degli Stati Uniti (-17% di emissioni di C02 entro il 2020) e dell&#8217;Unione Europea (-20%) con quelle più avanzate del Giappone (-25%) e della Norvegia (-30%). Promesse non del tutto sufficienti per il Panel dell&#8217;Onu, secondo cui bisogna ridurre le emissioni globali di C02 di almeno il 25-40% entro il 2020, e dimezzarle entro il 2050.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>BUONI E CATTIVI -</strong> Il servizio delle Nazioni Uniti non fa una classifica dei buoni e dei cattivi. Ma in rete sono disponibili altre mappe indipendenti che entrano nel merito. Su <a href="http://www.climateactiontracker.org/top10.php" target="_blank"><span style="text-decoration:underline;">Climate Action Tracker </span></a>si può scorrere la lista con i migliori e i peggiori. E scoprire, ad esempio, che Maldive e Costa Rica sono considerati «Paesi modello» (entro il 2021 saranno ad emissioni zero). «Sufficienti» anche le politiche annunciate da Norvegia, Brasile e Giappone. Mentre sono del tutto «inadeguate» quelle delle grandi potenze globali. A cominciare dall&#8217;Unione Europea, Stati Uniti, Cina e Russia.</p>
<p>Nicola Bruno<br />
<strong>14 dicembre</strong> 2009</p>
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			<media:title type="html">sebastianomalamocco</media:title>
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			<media:title type="html">Corteo del 12 dicembre a Copenaghen</media:title>
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			<media:title type="html">famiglie con le biciclette di Christiania</media:title>
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			<media:title type="html">manifestazione a Copenaghen di critica al summit</media:title>
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		<title>GeoEuropa: la crisi sociale ed economica della GRECIA, e la penetrazione nel continente europeo della CINA (che si sta insediando nella Repubblica Ellenica). Il ruolo strategico del MEDITERRANEO per il commercio mondiale</title>
		<link>http://geograficamente.wordpress.com/2009/12/12/geoeuropa-la-crisi-sociale-ed-economica-della-grecia-e-la-penetrazione-nel-continente-europeo-della-cina-che-si-sta-insediando-nella-repubblica-ellenica-il-ruolo-strategico-del-mediterraneo-per-i/</link>
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		<pubDate>Sat, 12 Dec 2009 18:45:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sebastianomalamocco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Geografia e confini]]></category>
		<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>

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		<description><![CDATA[   Un anno fa nella piccola (e isolata) Islanda, isola-lembo estremo settentrionale d’Europa, è scoppiata una rivolta sociale (mai vista lì) originata dalla crisi finanziaria mondiale partita dal fallimento della “Lehman Brother” statunitense… nella mite (non da un punto di vista climatico) capitale Reykjavik ne son successe di tutti i colori… manifestazioni di piazza, auto [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=geograficamente.wordpress.com&blog=2356514&post=3279&subd=geograficamente&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><div id="attachment_3280" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://geograficamente.files.wordpress.com/2009/12/scontri-ad-atene.jpg"><img class="size-medium wp-image-3280" title="scontri ad Atene" src="http://geograficamente.files.wordpress.com/2009/12/scontri-ad-atene.jpg?w=300&#038;h=199" alt="" width="300" height="199" /></a><p class="wp-caption-text">scontri ad Atene</p></div>
<p>   Un anno fa nella piccola (e isolata) Islanda, isola-lembo estremo settentrionale d’Europa, è scoppiata una rivolta sociale (mai vista lì) originata dalla crisi finanziaria mondiale partita dal fallimento della “Lehman Brother” statunitense… nella mite (non da un punto di vista climatico) capitale Reykjavik ne son successe di tutti i colori… manifestazioni di piazza, auto rovesciate, fuoco nelle strade e disordini diffusi…. Molti avevano perso le loro ricchezze dalla crisi internazionale, e quel piccolo (e ricco) paese ne è stato investito particolarmente (più di altri) dalla crisi finanziaria (ed economica) mondiale.</p>
<p>   Qualcosa di simile, di peggio, ora sta accadendo in Grecia, culla della civiltà mediterranea, europea (e non solo), paese meno ricco e problematico di altri del nucleo tradizionale europeo, che sembra per ora essersi salvato, dalla crisi sociale, politica e, in primis, economica di questi mesi e anni, per essere nell’Unione Europea, agganciato all’euro e a una politica da Bruxelles di regole ferree di controllo del tasso di inflazione e del debito interno. Ma non basta, non è bastato.</p>
<p>   Disordini ad Atene e in altre città, crisi politica e sociale ed economica, da affrontare per l’appena insediato (da 50 giorni) governo di matrice socialista di <strong>George Papandreou</strong> (figlio del mitico Andreas ex primo ministro fondatore del Pasok al termine del regime dei colonnelli, e nipote di Geórgios Papandréu, primo premier della Grecia al termine dell&#8217;occupazione nazista nel 1944).</p>
<p>   Pertanto vien da pensare che ora i disordini nascono quasi sempre dall’economia in crisi, dal diffondersi di “povertà” più o meno forti: ma così forse è sempre stato, dall’assalto ai forni del ‘600 di manzoniana memoria, alla perdita di bond finanziari che ora permettono per alcuni un livello di vita medio-alta; dalla disoccupazione (e povertà) crescente, alla mancanza di prospettive per il presente e il futuro…</p>
<p>   Una crisi sociale ed economica, un debito pubblico interno, quella della Grecia, che di fatto viene a decretare il fallimento di quel paese: se non ci fosse qualcuno all’esterno che lo sorregge. E qui sta il punto. A salvare la Grecia non basta la timida politica dell’Unione Europea, ma ora ci sta pensando la Cina che, pare, si sta comprando ciò che di meglio il paese ha (in cambio della salvezza dello stesso). E’ la tecnica cinese per “entrare” in determinate aree geografiche: correre in soccorso finanziario per poi posizionarsi all’interno. E’ accaduto col farsi carico del debito statunitense investendo in titoli di stato; poi diversificando i propri investimenti in Africa (fin quasi a colonizzare larghe parti e territori di quel continente); ed ora, grazie alla Grecia che cerca aiuti esterni, entrando in Europa dalla sua porta nobile meridionale.</p>
<div class="mceTemp"><a href="http://geograficamente.files.wordpress.com/2009/12/mappa_grecia1.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-3283" title="mappa_grecia" src="http://geograficamente.files.wordpress.com/2009/12/mappa_grecia1.jpg?w=450&#038;h=426" alt="" width="450" height="426" /></a>  </div>
<div class="mceTemp">   Se è pur vero che anche l’Europa è presente in Cina, investe e produce in quell’immenso paese, ora c’è una specie di controffensiva cinese verso l’Europa, che parte proprio dalla “porta ellenica”. Ma non è solo questo che interessa al gigante cinese.</div>
<p>   Alla Cina (come agli Stati Uniti) interessa il controllo (o la presenza) del Mediterraneo, a partire proprio da <strong>Atene</strong>, dal <strong>porto del Pireo</strong>: il Mediterraneo è e resta il nucleo centrale di tutto il commercio mondiale, e il <strong>G2</strong> che ora controlla il mondo (Stati Uniti e Cina) ha bisogno di esserci in quest’area.</p>
<p>   Cerchiamo qui di seguito di spiegarlo prendendo dai giornali proprio notizie su ciò che sta accadendo in Grecia adesso; in particolare poi da un’interessantissima analisi di Lucio Caracciolo (Direttore di LIMES, rivista di geopolitica) sui motivi delle manovre cinesi approfittando della grave crisi greca. Un mondo che si muove e cambia sotto i nostri occhi. Spiace ancora una volta rilevare la “mancanza dell’Europa”, il ruolo subalterno, subordinato e secondario che il frammentato (in stati nazionali piccoli e autarchici) continente europeo ha in questo momento (e, pare, potrà avere per chissà quanto tempo ancora).</p>
<p style="text-align:center;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;..</p>
<p><strong>LA GRECIA SULL’ORLO DEL CRAC CON LO SPETTRO DELLA VIOLENZA “MA I CINESI CI SALVERANNO”</strong><br />
<em>di Ettore Livini, da “la Repubblica” del 6/12/2009</em></p>
<p><em>Cosco, uno dei colossi di Pechino, ha in concessione per 35 anni il porto del Pireo.</em><br />
   «La Grecia non è il Dubai, non siamo in bancarotta», assicura il premier George Papandreou. «Camminiamo su un filo, d´accordo, ma le banche estere non hanno niente da temere», gli fa eco il ministro dell´economia George Papakonstantinou. Le rassicurazioni della politica e l´arcobaleno apparso ieri all´alba sul Partenone non devono trarre in inganno. L´orizzonte di Atene è tornato scurissimo.</p>
<p><span id="more-3279"></span>   «Pensavamo di aver visto il peggio un anno fa, quando il crac islandese ci aveva fatto temere il default nazionale», dice Christos Papanagiou, padroncino di 25 Tir in servizio al Pireo. Invece no. Lui contempla sconsolato venti dei suoi mezzi fermi, per mancanza di lavoro, ai cancelli della dogana del porto. La Grecia (economicamente parlando) è passata dalla padella alla brace. Il motivo? Semplice: l´economia non va (-1,5% il pil 2009, primo calo dal ´93). E i conti pubblici &#8211; si è scoperto un mese fa &#8211; sono stati taroccati per anni. «A giugno ci dicevano che era tutto ok», ricorda Takis Michalos mentre dal suo gabbiotto vende i biglietti del traghetto per Rodi.<br />
   Il rapporto 2009 deficit/pil &#8211; assicurava l´esecutivo di centrodestra di Kostas Karamanlis &#8211; era previsto al 3,7%. Storie. A ottobre, quando le urne hanno consegnato il paese ai socialisti del Pasok, Papandreou ha scoperto di essere seduto su una polveriera. «Errori statistici», è la versione ufficiale. Ma il deficit ellenico è stato rivisto al 12,7%. E il paese &#8211; che dal 2000 era cresciuto (sempre che i dati fossero giusti) a un tasso medio del 4% &#8211; si è risvegliato all´improvviso. Per la seconda volta in un anno.<br />
   «Siamo sull´orlo del precipizio», è la sintesi di Papakonstatinou. E´ vero: la Ue ha già alzato il cartellino giallo. I rendimenti dei titoli di stato sono schizzati all´insù (fino al 2% in più dei Bund tedeschi). Il governo lotta contro il tempo per mettere a punto una finanziaria credibile in un´Atene blindata da 6mila poliziotti per il primo anniversario, oggi, dell´uccisione di un 15enne nel quartiere anarchico di Exarchia: dopo i primi scontri, ieri sera, sono state arrestate 12 persone, tra cui cinque italiani. E ora i mercati, preoccupati che Bruxelles abbandoni il paese al suo destino, ha iniziato a sognare l´arrivo in soccorso del più improbabile dei principi azzurri: la Cina.<br />
   «Uno sogno? Mica tanto &#8211; dice Papanagiou indicando il labirinto di container che copre il molo numero due del Pireo come un gigantesco Lego colorato &#8211; guardi là». Ci sono i cassoni azzurri della Hanjing, quelli turchesi della China Shipping. Pile e pile. «Hanno iniziato ad arrivare un anno fa &#8211; spiega &#8211; e adesso si stanno moltiplicando». L´asse tra Atene e Pechino, via mare, c´è già. Da quando nel 2008 Karamanlis ha ceduto in gestione per 35 anni alla cinese Cosco il cuore del porto più antico del Mediterraneo, incassando 3,4 miliardi di euro. «Non che siano stati accolti benissimo», sorride Papanagiou.<br />
   I camalli ellenici si sono messi di traverso («li capisco, oggi lavorano sei ore e guadagnano più di un banchiere a Londra», dice il trasportatore). In pochi mesi di scioperi hanno aperto una voragine di 500 milioni nei conti del porto e l´hanno spinto fuori dalla classifica dei primi 100 scali mondiali.<br />
   Senza però scoraggiare i pazientissimi cinesi. «Mi sono offerto come garante per un´intesa e il lavoro, per ora, è ripartito», dice il numero uno della Piraeus Port Authority Georgios Anomeritis. L´enorme striscione biancoazzuro &#8220;Cosco go home&#8221; appeso all´ingresso dello scalo container è l´ultimo ricordo della vertenza: ora la Cosco vuole moltiplicare per cinque la capacità del Pireo in cinque anni e si muove già come fosse a casa sua.<br />
   Lo sbarco sui moli di fronte all´isola di Salamina potrebbe però essere solo il primo passo. La strategia dei cinesi sullo scacchiere estero è chiara. Africa docet. Si presentano con il libretto degli assegni in mano nei paesi in difficoltà. E a colpi di renminbi (le leggi del capitalismo valgono anche per i comunisti) riscrivono gli equilibri geo-politici. Atene è un candidato ideale. Il costo del debito è schizzato alle stelle (l´anno prossimo ci sono da rifinanziare 52 miliardi di bond). E le sirene orientali sono in agguato.<br />
   «La Grecia sta trattando per piazzare 25 miliardi della sua esposizione alla Cina», ha scritto il Wall Street Journal. E la smentita del governo è parsa a molti assai tiepida: «Non ci sono al momento piani di questo tipo &#8211; ha detto il pragmatico Papakonstantinou, formatosi alla London School of economics -. Ma come tutti al mondo stiamo studiando come diversificare la nostra posizione debitoria». Papandreou, per ora, è tranchant: non ci sarà bisogno di nessun salvataggio, promette, la Grecia rimetterà in sesto i conti entro i paletti Ue. Bruxelles, visti gli scivoloni ellenici sui numeri, è scettica: ha bocciato la prima bozza di finanziaria e minaccia sanzioni finanziarie a febbraio.<br />
   «Qualche dubbio l´ho anch´io &#8211; conferma Yannis Anghelopoulos, 21enne studente seduto fuori dalla facoltà di economia -. Il Pasok ha vinto promettendo di tassare i ricchi e aiutare i poveri. Ma se toccherà pensioni, stipendi statali e amminstrazione pubblica, rischia di vedersi rivoltare contro l´elettorato socialista». E allora? L´Europa, con l´economia in ripresa e l´euro al sicuro, potrebbe scegliere la linea dura. Mollando la Grecia, in caso di difficoltà sul debito, e costringendola a bussare al Fondo Monetario. «Papandreou forse sarebbe contento &#8211; conclude Anghelopoulos &#8211; Un´austerity imposta dall´esterno potrebbe costringere i greci ad accettare i sacrifici». O un ottimo alibi, sussurra qualcuno, per cedere a Pechino le chiavi del paese. <em>(Ettore Livini)</em></p>
<p style="text-align:center;"><em>&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;.</em></p>
<p><strong>GRECIA: LA SINDROME CINESE, L’EUROPA E IL G2</strong></p>
<p><em>di Lucio Caracciolo, da LIMES, rivista italiana di </em><em>geopolitica ( tratto da LIMES –rivista italiana di geopolitica <a href="http://temi.repubblica.it/limes/">http://temi.repubblica.it/limes/</a> ) (10/12/2009)</em></p>
<p><em>La crisi greca un test per la Germania e l&#8217;eurozona. L&#8217;aiuto interessato di Pechino. La presa sul porto del Pireo. </em></p>
<p style="text-align:justify;"><strong>La Grecia sta disperatamente cercando</strong> di evitare il collasso delle sue finanze pubbliche. E’ una partita esistenziale per Atene, almeno ad ascoltare il grido d’allarme del primo ministro ellenico, George Papandreou: “Lo stallo della finanza pubblica minaccia la nostra sovranità”. L’emergenza s’è aggravata dopo che martedì (8 dicembre, ndr) l’agenzia Fitch ha abbassato il rating del debito sovrano greco da “A-minus” a “BBB plus con outlook negativo”, mentre Standard&amp;Poor’s sta valutando una misura analoga.<br />
<strong>Mercati, agenzie e governi interessati </strong>non si fidano troppo delle promesse di risanamento del governo di Atene. Il deficit è pari al 12,7% del pil, mentre il debito l’anno prossimo potrebbe toccare quota 125% sul pil. Le cadute a ripetizione della Borsa e dei bond greci, in un contesto politico e sociale alquanto agitato, confermano che la crisi ellenica sarebbe già finita in tragedia se il paese non godesse della protezione dell’euro, peraltro non illimitata.<br />
<strong>Questo non è solo un dramma greco. </strong>E’ anche un paradigma utile a rivelare le strategie delle principali potenze mondiali, specie della Cina, in una tempesta economica tutt’altro che placata. Non si tratta solo di capire se ed eventualmente fino a che punto gli europei, in particolare i tedeschi, siano disposti a muovere in soccorso di un’economia debole dell’Eurozona, a costo di sacrificare quel che resta del patto di stabilità. Ma attraverso il prisma greco si può anche farsi un’idea sul grado di intesa della strana coppia Usa-Cina e testarne il modo di approcciarsi all’Europa e al Mediterraneo.<br />
<strong>In tale prospettiva, occorre ricordare che</strong>, per esorcizzare lo spettro del default del suo Stato, Papandreou ha speso le ultime settimane in frenetici quanto riservati contatti con Pechino, in particolare con la Bank of China. Obiettivo: convincere i cinesi ad acquistare a partire dal mese prossimo almeno 25 miliardi di bond greci. Questa mossa sarebbe supportata, fra gli altri, da alcuni influenti amici americani del premier greco (Papandreou è di madre statunitense). Goldman Sachs e JP Morgan sarebbero della partita. Complessivamente, per non affogare Atene punta a piazzare 47 miliardi di bond in euro l’anno prossimo.<br />
<strong>I cinesi sono disponibili ad acquistare titoli greci. </strong>Ma avendo da tempo appurato di poter prendere Atene per il collo, puntano in cambio ai “bocconi buoni” ellenici, ad alcuni asset industriali di valore strategico.</p>
<p style="text-align:justify;">Soprattutto vogliono stringere la presa sul porto del Pireo, principale scalo container nel Mediterraneo orientale, destinato in prospettiva non breve a crescere grazie al previsto rafforzamento dell’aggancio alla rete ferroviaria europea via Balcani. Sicché le navi portacontainer che trasportano merci dalla Cina e dall’Asia verso l’Europa centrale potrebbero sempre più guardare al Pireo come a un’ottima alternativa ai porti del Northern Range (Le Havre, Rotterdam, Amburgo), che richiedono otto giorni di navigazione in più ma offrono servizi e collegamenti straordinariamente convenienti rispetto ai concorrenti mediterranei. Fatto è che la cinese Cosco Pacific Ltd. ha concluso nel 2008 un accordo per operare i moli 2 e 3 del Pireo per 35 anni (prezzo: 4,3 miliardi di dollari), e sta mirando ad altri investimenti logistici.<br />
<strong>Perché  Pechino corre in soccorso di Atene?</strong> I cinesi partono ovviamente dalla constatazione che sono i greci ad aver bisogno di loro, non viceversa. Pechino è impegnata a diversificare gradualmente e con molta prudenza il credito accumulato in questi anni nei confronti degli Usa, che minaccia di diventare un peso insostenibile, vista la profondità della crisi americana e i dubbi sulla tenuta del dollaro. In ogni caso a Pechino non si parla di ricadute geopolitiche, semmai si ricorda che gli investimenti cinesi in Europa sono ben inferiori a quelli europei in Cina e derivano da valutazioni puramente economico-finanziarie. Inoltre vengono evocate le radici americane di Papandreou, i suoi legami con ambienti bancari e finanziari di New York, a suggerire che dietro la Grecia c’è l’ombra degli Stati Uniti, che non vorrebbero lasciar fallire un paese comunque alleato e strategicamente collocato nel Mediterraneo &#8211; specie ora che della Turchia si fidano molto meno. Insomma, l’intesa salva-Grecia avverrebbe sotto l’egida del <a href="http://temi.repubblica.it/limes/tag/g2">G2</a>.<br />
<strong>A queste considerazioni converrebbe aggiungere</strong> una postilla geoeconomica (A) e una geopolitica (B), più una considerazione finale su che cosa (non) è l’Europa per i cinesi (C).<br />
<strong>A) Per la Cina il Mediterraneo </strong>è il principale corridoio di sbocco delle sue merci verso il grande mercato europeo.</p>
<p style="text-align:justify;">In questa prospettiva il Pireo è solo uno degli anelli della catena globale del valore &#8211; dalla fabbrica al consumatore, ossia dalla Cina all’Europa via Mediterraneo &#8211; che Pechino sta cercando di irrobustire. Con buon successo. Le imprese cinesi investono su tutta la portualità mediterranea, anche nordafricana (qui si va alla grande, anche se il crollo di Dubai World lascerà qualche traccia), e perfino a Napoli, dove la cinese Cosco ha stabilito una partnership paritetica al 46% con Msc. Si noti di passaggio che i porti italiani sarebbero davvero interessanti per gli investimenti cinesi, non fosse che per due fattori: la modestia dei retroporti e quindi dei collegamenti con i mercati di consumo, e l’attivismo neoprotezionistico delle mafie. Esempio: a Gioia Tauro si è mobilitata a suo tempo la ‘ndrangheta, inventando uno pseudosindacato con tanto di bandiere rosse, per ostacolarvi lo sbarco di investitori con gli occhi a mandorla.<br />
<strong>Non c’è dubbio che gli investimenti cinesi</strong> abbiano una logica economica. Che siano determinati anche dal privilegio/vincolo di disporre di enormi quantità di denaro. Ma c’è ancora meno dubbio sul fatto che le operazioni economiche e finanziarie di Pechino abbiano ricadute geopolitiche, in termini di crescente influenza cinese nell’area mediterranea intesa nel suo complesso: europea, africana, mediorientale. Un’area dove negli ultimi anni gli americani stanno ammainando bandiera, mentre non solo cinesi, ma anche arabi, indiani e brasiliani stanno entrando alla grande. E lo chiamavamo mare nostrum.<br />
<strong>B) I cinesi guardano al mondo con gli occhiali del G2</strong>, ma questo orizzonte non è ancora una realtà strutturata. La simbiosi economica non basta a produrre un’alleanza. Che i cinesi finora hanno perseguito, sottotraccia e talvolta apertamente. Ma i dubbi aumentano. Dopo averlo mitizzato, Pechino è sempre più delusa dal colosso americano, dalla pochezza della sua leadership politica e dalla inaffidabilità delle sue strutture finanziarie. Come gli amanti delusi, i leader cinesi oscillano fra il sentimento che li porterebbe a stringersi comunque all’America, e la sensazione di aver puntato troppo su un cavallo che sta percorrendo il viale del tramonto.<br />
<strong>Questa delusione si esprime in codice. </strong>Come quando Wen Jiabao, subito dopo il crollo di Wall Street, faceva notare che in America si legge solo mezzo Adam Smith, quello della Ricchezza delle Nazioni, mentre si dimentica l’altro Smith, quello che teorizzava la necessità dell’intervento statale per redistribuire la ricchezza e garantire l’armonia sociale. O quando in novembre il numero due del regime, Xi Jinping, parlando alla Scuola centrale del Partito, ha raccomandato di “incoraggiare attivamente nel partito egemone la creazione di un modello di studio del marxismo”. Che i cinesi riscoprano Marx è una notizia. Tradotto in italiano: forse ci siamo sbagliati a cercare di imitare troppo gli americani, a legarci troppo a loro, immaginando un percorso di riforme economiche e poi politiche in direzione liberaleggiante e parademocratica. Conviene invece puntare sul nostro capitalismo guidato e autoritario come modello utile per noi e spendibile nel resto del mondo.<br />
<strong>C) Il mese scorso il nostro ministro dell’Economia,</strong> Giulio Tremonti, ha avuto il privilegio di parlare davanti alla succitata Scuola del Partito. Tremonti è stato brillante nel promuovere il ruolo del nostro paese e dell’Europa, ricordano i suoi uditori. La sua tesi: il G2 non basta, ci vuole il G3, ossia un treppiede Cina-Europa-Usa come garanzia della stabilità mondiale. “I tavoli si reggono su tre gambe, non su due”, ha notato Tremonti.<br />
<strong>Un tempo questa constatazione avrebbe acceso</strong> la fantasia degli eurofili cinesi. Oggi il clima a Pechino è più sobrio. Dopo essersi illusi, per wishful thinking, sulla crescita di un fattore di potenza europeo autonomo dagli Usa e dalla Russia, con il quale la Cina avrebbe stabilito una partnership privilegiata in funzione antirussa e di bilanciamento dell’egemonia americana, i cinesi hanno rinunciato a sperare nell’Europa in quanto soggetto geopolitico. Preferiscono coltivare relazioni con i singoli paesi, specie con la Germania. A noi guardano soprattutto per il nostro stile di vita e in quanto eredi di un millenario patrimonio culturale, sperando che si abbia qualcosa da insegnar loro nella gestione di tale eredità (i cinesi stanno scoprendo con molto ritardo l’importanza economica e di soft power del patrimonio artistico-culturale).<br />
<strong>Per il resto, sono a caccia di asset. </strong>Con la consapevolezza che molti paesi europei – la Grecia è in cima alla lista – hanno bisogno di loro. Nel negoziato bilaterale sono i cinesi a tenere il coltello dalla parte del manico. Ciò che dovrebbe, ancora una volta, spingerci a fare l’Europa. E che invece, ancora una volta, ci trova chiusi nei tragicomici particolarismi nostrani. <em>(Lucio Caracciolo)</em></p>
<p style="text-align:center;"><em>&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;</em></p>
<p><strong>SCHEDA (da LIMES 2009 “Il Mare nostro è degli altri”):</strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong>   Un terzo del commercio mondiale transita nel Mediterraneo.</strong> Le esportazioni asiatiche, soprattutto cinesi, raggiungono i mercati europei e americani in prevalenza attraverso le rotte che passano da Suez e poi da Gibilterra.<br />
   <strong>Lungo la rotta che passa a sud dell&#8217;Africa,</strong> doppiando il Capo di Buona Speranza, vengono trasportati 12,2 milioni di teu, l&#8217;unità di misura usata per calcolare la capienza dei container, contro i 15,3 che attraversano il Mediterraneo, nonostante la crescente minaccia dei pirati lungo il corno d&#8217;Africa, all&#8217;imboccatura del Mar Rosso.<br />
   <strong>L’Italia stenta a intercettare questo enorme flusso</strong> nonostante la sua posizione geografica favorevole perché non dispone delle infrastrutture portuali e di trasporto terrestre su cui invece poggiano non solo i grandi hub del Nord Europa, a cominciare da Rotterdam, ma ormai anche i nuovi grandi porti della costa Sud, come il gigantesco scalo di Tangeri.<br />
   <strong>E&#8217; in corso una dura competizione tra</strong> i porti del Mediterraneo per diventare uno dei grandi hub utilizzati dalle compagnie di trasporto per movimentare i container da navi più grandi a navi più piccole o inviarli direttamente via terra verso i mercati di riferimento dei singoli porti.<br />
   <strong>In molti stanno investendo sulla sponda Sud del Mediterraneo,</strong> che rappresenta  un mercato da 280 milioni di abitanti in forte crescita demografica ed economica. Ormai in queste regioni gli investimenti europei sono solo il 40% del totale e quelli americani il 10%, contro il 30% proveniente dai paesi del Golfo Persico e il 20% da paesi emergenti come Brasile, India, Cina, che scommettono sul Mediterraneo meridionale anche per salvaguardare le rotte marittime per loro così importanti.<br />
   <strong>In questa fase di crisi</strong> è una grande opportunità di crescita per l&#8217;economia italiana. E&#8217; il Mediterraneo è la nostra Cina.<br />
(Tratto dal quaderno speciale di <a href="http://temi.repubblica.it/limes/il-mare-nostro-e-degli-altri/4791">Limes 2009 &#8220;Il Mare nostro è degli altri&#8221;</a> ). (22/06/2009)</p>
<p style="text-align:center;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;</p>
<p><a href="http://geograficamente.files.wordpress.com/2009/12/carta-limes-northernrange.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-3284" title="carta LIMES northernrange" src="http://geograficamente.files.wordpress.com/2009/12/carta-limes-northernrange.jpg?w=449&#038;h=299" alt="" width="449" height="299" /></a></p>
<p>Da LIMES – rivista italiana di geopolitica</p>
<p><strong>Northern range e Mediterraneo occidentale: i ritardi logistici</strong></p>
<p><strong>carta di Laura Canali</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Il traffico con l&#8217;estremo oriente delle zone del northern range e del Mediterraneo. Riportati anche il flusso di scambio con l&#8217;America Latina e lo sviluppo dell&#8217;asse nord-sud.</p>
<p style="text-align:justify;">La mappa illustra i maggiori porti europei e il traffico con l&#8217;estremo oriente nelle regioni della northern range e del Mediterraneo, Sono inoltre raffigurate le rotte delle navi portacontainer e le rotte verso i principali porti europei</p>
<p style="text-align:center;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;</p>
<h3>Atene, 10-12-2009 – da “Rainews24.it”</h3>
<p style="text-align:justify;">Grandi falo&#8217; hanno illuminato questa notte e fino alle prime ore della mattina le strade intorno al Politecnico di Atene, per i numerosi cassoni dell&#8217;immondizia dati alle fiamme. La protesta, che ha fatto temere una ripresa delle violente manifestazioni che hanno caratterizzato gli ultimi giorni e non completamente estinte, e&#8217; avvenuta mentre la capitale e&#8217; sepolta sotto migliaia di tonnellate di rifiuti a causa dello sciopero che continua da alcuni giorni degli addetti municipali. Questi chiedono miglioramenti contrattuali che le autorita&#8217; non vogliono concedere.</p>
<p style="text-align:justify;">Di fronte all&#8217;emergenza il governo ha chiesto al sindaco di Atene di intervenire, ed oggi un tribunale dovra&#8217; decidere se dichiarare o meno illegale lo sciopero, come gia&#8217; avvenne per quello dei mesi scorsi al porto del Pireo.</p>
<p style="text-align:justify;">La Grecia si trova &#8220;nel reparto di terapia intensiva&#8221; e la crisi finanziaria ne minaccia &#8220;la sovranita&#8221;&#8216; per la prima volta dal 1974, quando il paese torno&#8217; alla democrazia dopo la dittatura dei colonnelli. Lo ha detto ieri con toni drammatici il premier Giorgio Papandreou assicurando pero&#8217; che non c&#8217;e&#8217; rischio di default e che il suo governo e&#8217; pronto a fare &#8220;tutto il necessario&#8221; per riacquistare credibilita&#8217; e fermare la crisi.</p>
<p style="text-align:justify;">La Banca centrale europea intensifica la pressione sulla Grecia perche&#8217; questa adotti subito le riforme necessarie a ripianare i conti pubblici.</p>
<p style="text-align:center;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;.</p>
<div id="attachment_3285" class="wp-caption aligncenter" style="width: 460px"><a href="http://geograficamente.files.wordpress.com/2009/12/atene_porto-del-pireo.jpg"><img class="size-full wp-image-3285" title="atene_porto del Pireo" src="http://geograficamente.files.wordpress.com/2009/12/atene_porto-del-pireo.jpg?w=450&#038;h=337" alt="" width="450" height="337" /></a><p class="wp-caption-text">Il Pireo, il porto di Atene (a circa 10 chilometri dal centro della città) è forse il più importante e strategico porto del Mar Mediterraneo</p></div>
<p><strong>IL CASO GRECIA E&#8217; UN MONITO PER TUTTA L&#8217;EUROPA</strong></p>
<p>Da &#8220;MF &#8211; MILANO FINANZA&#8221; di martedì 8 dicembre 2009 – di Angelo De Mattia</p>
<p style="text-align:justify;">Non cessa il disagio sociale in Grecia, che ieri è stata sconvolta da nuove manifestazioni di piazza. Scontri e disordini si erano avuti un paio di giorni fa, tra anarchici e forze di polizia, ricorrendo l`anniversario dell`uccisione dello studente Alexandros Grigoropoulos. Il quadro complessivo è quello di un Paese che ricorda, sia pure in formato ridotto, l`Italia tra la metà degli anni Settanta e una buona parte degli anni Ottanta: forti scontri sociali (al di là della peculiarità solo italiana del terrorismo) e gravi difficoltà economiche. Per avviare il superamento di queste ultime, decisive sono state l`adesione alla Comunità europea e la ferrea azione di contrasto dell`inflazione condotta dalla Banca Europea.</p>
<p style="text-align:justify;">   L`Europa fu metaforicamente vista, in questo caso, come il chiodo nella roccia che, con la corda, consente allo scalatore il superamento degli ostacoli nella sua ascesa oppure può diventare, per incapacità o scarsa determinazione di chi deve scalare, lo strumento al quale finisce con l`impiccarsi lo scalatore.</p>
<p style="text-align:justify;">   L`attuale governo greco ha ereditato una situazione sociale, economica e finanziaria assai delicata. La miscela delle tensioni che attraversano la società e l`economia, con gradi e natura diversi, rischia di creare problemi anche all`interno dell`Unione europea. Non sarà fonte di rischi sistemici, come è stato detto, ma non può affatto escludersi che, in mancanza dell`avvio con decisione di un`azione di risanamento della finanza pubblica e di sviluppo dell`economia, riverberi consistenti si abbiano nella Comunità. Effetto-domino, dunque, difficile; ma non altrettanto singole situazioni imitative. La Grecia registra un deficit al 12% del pil e un debito oltre il 130% del prodotto, insieme con un consistente disavanzo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti. Viene da un passato non lontano nel quale, anche per la partecipazione alla moneta unica sin dall`inizio, i conti pubblici erano stati decisamente manipolati e, quindi, era stata rappresentata agli organismi comunitari una situazione della finanza pubblica ben diversa da quella reale. E l`agenzia di rating S&amp;P ieri ha ritenuto necessario mettere sotto osservazione il rating (oggi al livello A-) del debito sovrano del Paese ellenico in vista di un possibile taglio.</p>
<p style="text-align:justify;">   In queste condizioni, il monitoraggio degli operatori, degli osservatori e, prima ancora, delle autorità e dei policy maker è concentrato sull`andamento degli spread dei rendimenti dei titoli pubblici (in buona parte collocati all`estero) nei confronti di quelli dei titoli tedeschi, risultando essere, gli spread greci, i più alti dei Paesi dell`eurosistema e, comunque, presentando il più alto incremento rispetto a un anno fa. Del resto, basta riflettere sul fatto che la partecipazione all`euro comporterebbe la necessità di conseguire un avanzo primario per valutare in maniera ancor più preoccupante il livello del deficit/pil (nel 1998 l`Italia si impegnò a conseguire un avanzo del 5%).</p>
<p style="text-align:justify;">   In tali condizioni, occorrerebbe una drastica manovra di revisione della spesa e di promozione di riforme, anzitutto sul versante dell`amministrazione pubblica e nella lotta all`evasione fiscale. Lo stesso presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, ha parlato di «interventi difficili e coraggiosi» che è necessario prendere.</p>
<p style="text-align:justify;">Nel ripercorrere i caratteri della finanza pubblica della Grecia, si incontrano concetti familiari. Potrebbe essere, per l`economia italiana, quasi un de te fabula narratur. Ma non è così, perché oggi il quadro delle due economie non è molto dissimile, ma la scala è molto diversa e la prospettiva di iniziative di rilancio è meno incerta in Italia, anche se qui è caratterizzata da ritardi ed errori di impostazione delle relative manovre.</p>
<p style="text-align:justify;">   Perdurando le tensioni nella penisola ellenica, o addirittura accrescendosi le tensioni sociali &#8211; che hanno riverberi immediati sulla fiducia in una operazione di risanamento della finanza pubblica &#8211; il Consiglio europeo potrebbe intervenire, in base all`art. 100 del Trattato Ce, per imporre specifiche misure e anche, eventualmente, per concedere a determinate condizioni un`assistenza finanziaria comunitaria.</p>
<p style="text-align:justify;">   Ma non siamo a questo punto, almeno finora. Del resto, se si rendesse necessario un tale intervento è difficile dire se esso apporterebbe benefici o, all`opposto, per la ulteriore sia pure involontaria drammatizzazione della situazione che si percepirebbe, provocherebbe più danni che vantaggi, stimolando preoccupazioni, se non panico, a livello internazionale.</p>
<p style="text-align:justify;">   Né i greci possono riporre tutte le loro speranze, come una certa stampa riporta, su accordi, anche per il collocamento del debito, con altri Paesi forti (come per esempio la Cina) o addirittura in operazioni che possano coinvolgere in qualche modo il loro inestimabile, straordinario patrimonio archeologico, artistico, storico (cosa ben diversa è l`impulso e il doveroso sviluppo di una forte politica per il turismo). Non è la cosmesi finanziaria, ma non è neppure una manovra all`acqua di rose sulla spesa che possono avviare un progressivo riequilibrio del bilancio dello Stato, per il quale occorre un piano severo, pluriennale, misurabile nei suoi stati di avanzamento, che riguardi l`entrata, la spesa e una sorta di politica di tutti i redditi. Un piano del genere non esclude, certamente, accordi come quelli citati, che però sarebbero stipulati in una condizione non di emergenza, ma di sicuro avvio di un processo riformatore.</p>
<p style="text-align:justify;">   Su interventi limitati alla messa in sicurezza dei conti pubblici, la Grecia potrebbe prendere anche esempio dall`Italia; ma dovrebbe guardarsi bene dal seguire fino in fondo solo quest`ultima politica, non alimentata dall`impulso alla crescita, non sorretta da uno stimolo deciso alla domanda aggregata, con il conseguente rischio di un rigorismo sterile che, limitato al numeratore del rapporto deficit/pil, non si dà carico del denominatore, quasi fosse un fattore trascurabile.</p>
<p style="text-align:justify;">   Dunque, un`operazione di riassetto della finanza pubblica va accompagnata con una politica economica adeguata. Non ci si può nascondere che scelte severe ma lungimiranti, a produttività differita, potrebbero sulle prime addirittura accrescere le tensioni sociali. Di qui la necessità del coinvolgimento di tutte le forze della società e della politica. Per il governo, da poco subentrato nella guida del Paese e quindi non direttamente responsabile della situazione che si è determinata, si tratta di dare prova di capacità di governare valida sia per la Grecia che per l`Europa.</p>
<p style="text-align:justify;">   Per l`Italia, non è che aver compagni (sia pure con significative differenze) al duol scema la pena per i problemi della finanza pubblica e dell`economia. In effetti, alla Grecia occorrerebbe aggiungere, per segnalare le pazienti nella finanza pubblica, anche l`Irlanda e, con alcune sensibili differenze, Inghilterra e Spagna.</p>
<p style="text-align:justify;">Ma ciò non può essere motivo tranquillizzante se non ci limitiamo a vedere le variazioni dei principali dati economici mese su mese, in questi ultimi tempi, ma raffrontiamo oggi gli indicatori a come essi erano prima della crisi finanziaria e ragioniamo sulle prospettive ad almeno 4-5 anni per il ritorno ai livelli pre-crisi.</p>
<p style="text-align:justify;">   D`altro canto, una diffusione ad altri Paesi delle problematiche relative al deficit e al debito, nonché al relativo finanziamento, accresce il rischio di un`impennata dell`onere da sostenere all`uopo e, comunque, esige che siano adottate adeguate misure preventive.</p>
<p style="text-align:justify;">   Ciò è ancor più necessario in previsione della progressiva smobilitazione delle misure non convenzionali annunciate dalla Bce e di una politica della liquidità un po` meno permissiva, anche se per ora non è previsto affatto un intervento sui tassi ufficiali di interesse, cosa che, per la verità, sarebbe oggi assai dannosa. E sperabile in ogni caso, anche per vicende come quella greca, che la promozione dell`exit-strategy sia quanto mai ben ponderata. Proprio per i passati episodi di non corretta rappresentazione dei conti pubblici greci, sarà poi fondamentale, se non si vorrà ledere la fiducia di operatori e mercati, la massima trasparenza sulla salute attuale delle finanze dello Stato e sulla sua evoluzione.</p>
<p>   In definitiva, può dirsi che con la crisi greca è diventato imperativo categorico non abbassare la guardia in Europa, con riferimento ai bilanci dei singoli Paesi e all`onere per il loro finanziamento. La Bce ripete spesso questa esigenza; deve divenire patrimonio comune, accompagnata però dall`altrettanto importante esigenza della promozione della crescita, per la quale l`Unione potrebbe dare un suo diretto contributo riprendendo almeno una delle tante versioni dei programmi (per esempio, nelle infrastrutture) proposti in questi mesi e che traggono ispirazione dal famoso piano Delors.  <em>(Angelo De Mattia)</em></p>
<p style="text-align:center;"><em>&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;.</em></p>
<p style="text-align:justify;">24/1/2009 &#8211; LA GRANDE CRISI &#8211; PAESI IN BANCAROTTA – IL CASO <strong>ISLANDA </strong>SCOPPIATO UN ANNO FA</p>
<p style="text-align:center;"><strong>POVERA EUROPA, LE PIAZZE IN FIAMME</strong></p>
<h3>Il governo dell’Islanda vacilla sotto le pietre dei cortei. Ma l’effetto domino si propaga a Riga, Sofia, Vilnius</h3>
<p style="text-align:justify;">MARCO ZATTERIN su LA STAMPA del 24 gennaio 2009<br />
<em>   </em>Non c’è il Quarto stato in piazza, si contano sulle dita di una mano gli operai fra i tanti che da giorni tirano pietre, carta igienica, e &#8211; moda che s’afferma &#8211; scarpe, contro i palazzi del potere di Reykjavik. L’anima della rivolta sono coloro che hanno perso la ricchezza, non quelli che non l’hanno mai avuta. L’Islanda era sino a due anni fa regina in ogni classifica di sviluppo e benessere, un Bengodi che cresceva senza sosta. Poi c’è stata la crisi finanziaria, la bancarotta generalizzata, il prodotto interno lordo previsto in flessione di 10 punti. Il popolo della piccola tigre dell’Atlantico del Nord, terra di geyser, di banche e di Suv, teme di perdere tutto e protesta sull’orlo di una crisi di nervi. Da martedì i cortei sfilano davanti all’Althing, il parlamento islandese. Giovedì, per la prima volta dal 1949, anno dell’adesione alla Nato, sono intervenuti i reparti antisommossa coi gas lacrimogeni per disperdere la folla. Erano due-tremila anime, ma sull’isola fredda fanno l’un per cento della popolazione. Hanno bersagliato con uova e lattine persino l’auto del premier Geir Haarde, che ieri ha annunciato elezioni anticipate per il 9 maggio. Vogliono che la politica si rimbocchi le maniche, risolva la crisi, allontani i corrotti.<br />
   La gente comune non si sente colpevole della crisi e non intende pagarne il prezzo. Tocca a deputati e banchieri. Per questo è pronta a tutto. Capita però che non siano i soli. E che all’insofferenza islandese se ne accompagni una diffusa nei Paesi del Baltico, nell’Europa dell’Est e, madre di tutte le recenti proteste, in Grecia. Gli osservatori cominciano a segnalare un’ondata circolare di disordini latenti in numerosi stati. La diagnosi diffusa è che la crisi economica provocherà presto altri sommovimenti. «Può succedere quasi dappertutto &#8211; ha detto alla Bbc il direttore del Fondo monetario internazionale, Dominique Strauss Kahn -, può capitare da noi come nei Paesi emergenti. Sinora abbiamo avuto scioperi che sembrano normali, ma credo che la situazione possa peggiorare in fretta». E’ un quadro «molto, molto serio», stigmatizza il francese di Washington. Ha motivo di essere preoccupato. Una settimana fa se le sono date di santa ragione a Sofia. Duemila persone si sono raccolte davanti al parlamento bulgaro spinte dal desiderio, dicevano gli organizzatori, «di non essere più il Paese più povero e corrotto dell’Ue».<br />
   Fianco a fianco hanno sfilato gli agricoltori, preoccupati per il basso valore dei loro prodotti, e gli studenti, infuriati per la troppa criminalità e insicurezza. Le forze dell’ordine ci sono andate pesanti. Botte e arresti. Gli analisti fanno notare che il male bulgaro è una questione di malcostume politico, non di crisi economica, perché il Paese non è in recessione (Pil 2009 previsto a +1,8%). L’insofferenza è però abile a colpire nel debole ogni volta che varca un confine. Ed è contagiosa. Ne sa qualcosa il governo lettone. A Riga si sono avuti i disordini più violenti dalla caduta della Cortina di ferro. Un corteo di 10 mila persone ha sfidato apertamente la polizia per chiedere un’azione di rilancio economico al governo. Quest’anno la crescita nello Stato baltico sarà negativa di 7 punti e la disoccupazione raddoppierà al 10%.<br />
   «E’ crollata la fiducia nelle istituzioni», concede il presidente Valdis Zatlers, ormai rassegnato a spingere per le elezioni anticipate. Pochi giorni prima la capitale lituana Vilnius è stata teatro di uno spettacolo simile: manifestanti che lanciano uova e pietre, polizia in assetto antisommossa, lacrimogeni. «Sono segnali seri e non ancora gravi &#8211; spiega una fonte diplomatica di Bruxelles -. Il problema è se la scintilla dovesse reinnescarsi nei grandi Paesi, anzitutto in Grecia». E l’Italia? «E’ tranquilla, per il momento». Ad Atene, in effetti, i sindacati minacciano nuovi scioperi «probabili» dopo l’ondata di violenza di dicembre. Gli economisti stimano che il barometro della tensione si muoverà in parallelo con l’andamento della disoccupazione. Vuol dire che Francia, Spagna e Irlanda sono sul livello di guardia. «C’è una crescente convinzione che le autorità pubbliche hanno perso il controllo della situazione», puntualizza Robert Wade, un economista della London School of Economics. Occorre una sana iniezione di fiducia nel momento in cui la crisi picchia più duro. «In caso contrario &#8211; si sottolinea a Bruxelles &#8211; sarà la piazza a parlare. Con conseguenza realmente difficili da prevedere».</p>
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		<title>Il vertice di Copenaghen sul CLIMA al suo debutto: un contesto confuso (paesi ricchi ed emergenti, quelli poveri che sperano) tentando di decidere sul futuro di un’umanità divisa tra miseria e consumismo. Con una “spinta esterna” mediatica, del mondo intero, affinché in Danimarca si decida qualcosa di buono e di concreto</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Dec 2009 23:40:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sebastianomalamocco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Conservazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Pianificazione e partecipazione]]></category>
		<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><div id="attachment_3270" class="wp-caption alignright" style="width: 260px"><a href="http://geograficamente.files.wordpress.com/2009/12/save-the-children.jpg"><img class="size-medium wp-image-3270" title="save the children" src="http://geograficamente.files.wordpress.com/2009/12/save-the-children.jpg?w=250&#038;h=300" alt="" width="250" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">I cambiamenti climatici sono la più grave minaccia alla salute e sopravvivenza dei bambini nel 21esimo secolo (“Save the Children” la più grande organizzazione internazionale indipendente per la difesa e la tutela dei diritti dell’infanzia dal 5 ottobre scorso ha lanciato la campagna EVERY ONE per dire basta alla mortalità infantile) (vedi la campagna di “Save the children” all’interno di questa pagina del blog)</p></div>
<p style="text-align:justify;">Qualcuno potrebbe ipotizzare che la catastrofe climatica generalizzata, globale (la catastrofe “piccola”, a macchia di leopardo in giro per il mondo, esiste già, con inondazioni, desertificazione, eventi atmosferici dirompenti…) che di qui a qualche decennio potrà esserci, può far inabissare il pianeta in una specie di “mondo oscuro” dove beni primari (comuni a tutti) come l’acqua e l’aria non inquinati, saranno assegnati con una specie di “tessera annonaria” con la quale ciascuno dovrà decidere come impiegare la propria quota d’aria o d’acqua. E questo poi solo nel caso si sia in un contesto di democrazia ed equità (e di peggio potrebbe capitare…).</p>
<p style="text-align:justify;">   Le preoccupazioni che dal vertice in corso di Copenaghen non ci decida niente di buono sono assai probabili. <em>“Da Copenaghen non uscirà un accordo vincolante perché alcuni Paesi non sono ancora pronti, in primo luogo gli Stati Uniti e la Cina”</em>, ha detto il presidente della Commissione Ue José Manuel Barroso. A Copenaghen si punterà quindi, secondo il presidente dell&#8217;esecutivo comunitario, a stilare una bozza d&#8217;accordo che possa poi diventare un trattato vero e proprio accettabile da tutti i Paesi industrializzati e da quelli in via di sviluppo.</p>
<p style="text-align:justify;">   Lo stesso mondo dell’economia sembra guardare con occhi diversi, con speranze contrastanti, alla possibilità di un accordo. Qui di seguito vi proponiamo un articolo de “il Sole 24ore”, quotidiano di Confindustria, dove si mostra positivamente di sperare ad un accordo virtuoso alla Conferenza in corso: del resto da molto tempo il Sole 24ore dedica molto spazio agli sviluppi dell’economia verde, a tutte quelle attività che si basano su nuovi sistemi produttivi ecocompatibili e basati sulle energie rinnovabili (sembra quasi, leggendolo, che si voglia spronare i propri associati a investire sull’economia ambientale, a crederci di più). Dall’altra, sempre nel mondo economico, esistono ancora delle paure e delle perplessità a “cambiare rotta” (vi proponiamo sempre qui un’intervista de “il Gazzettino” a Aldo Fumagalli, responsabile di Confindustria del progetto “Sviluppo Sostenibile” dove questi mostra perplessità e timori che un accordo di “rispetto del clima” che coinvolga i paesi europei e non altri paesi emergenti (e gli USA) danneggi fortemente la competitività industriale europea. Dubbi forse fondati, ma l’innovazione di un’ “industria pulita” noi pensiamo che alla fine paga, è vincente nella competizione internazionale e nei nuovi modelli di sviluppo che ci aspettano nei prossimi anni.</p>
<p style="text-align:justify;">   Su tutto si percepisce a Copenaghen il silenzio, l’assenza, il “potere debole” dei paesi poveri, per niente “in via di sviluppo” (come si diceva una volta) o “emergenti” (come sono adesso Cina, India, Brasile, Sudafrica).</p>
<p style="text-align:justify;">Il miglioramento del clima interessa loro prima ancora dei paesi ricchi (se i “ricchi” hanno l’acqua inquinata cercano quella in bottigliette minerali; i poveri non hanno manco sta possibilità…). Loro, i paesi poveri (o meglio, potremmo dire, le popolazioni di quei paesi) non hanno voce a Copenaghen. Ed è un “misuratore” del possibile successo di Copenaghen spingere perché in questi giorni si parli il più possibile di “loro” (paesi poveri) e di come costruire un mondo sì meno inquinato, ma anche più equo nelle condizioni sociali.<a href="http://geograficamente.files.wordpress.com/2009/12/copenaghen-appello-dei-giovani-del-mondo1.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-3272" title="copenaghen appello dei giovani del mondo" src="http://geograficamente.files.wordpress.com/2009/12/copenaghen-appello-dei-giovani-del-mondo1.jpg?w=450&#038;h=206" alt="" width="450" height="206" /></a></p>
<h3 style="text-align:center;">&#8230;&#8230;&#8230;.</h3>
<h3 style="text-align:center;">CI RESTA POCO TEMPO</h3>
<p><em>In occasione della conferenza che si apre in Danimarca, 56 quotidiani di 45 Paesi pubblicano questo editoriale comune e si appellano ai rappresentanti dei 192 stati presenti</em></p>
<p style="text-align:justify;">   “Oggi 56 giornali di 45 paesi stanno facendo un passo senza precedenti, quello di parlare con una unica voce in un editoriale comune. Lo facciamo perché l&#8217;umanità si trova ad affrontare una grave emergenza.<br />
   Se non ci uniamo per intraprendere delle azioni decisive, il cambiamento climatico devasterà il nostro pianeta e con esso la nostra prosperità e la nostra sicurezza. I pericoli sono diventati sempre più manifesti nel corso dell&#8217;ultima generazione. Ora hanno cominciato a parlare i fatti: 11 degli ultimi 14 anni sono stati i più caldi mai registrati,<span id="more-3269"></span> la calotta artica si sta sciogliendo e i surriscaldati prezzi del petrolio e dei generi alimentari sono solo un assaggio della distruzione che ci attende. Sulle pubblicazioni scientifiche la domanda non è più se la causa sia imputabile agli essere umani, ma quanto è breve il tempo che abbiamo ancora a disposizione per contenere i danni. Nonostante tutto ciò, fino a questo momento la risposta del mondo è stata tiepida e debole.<br />
   Il cambiamento climatico è stato prodotto nel corso di secoli, ha conseguenze che dureranno per sempre e le possibilità che abbiamo di controllarlo saranno determinate dai prossimi 14 giorni. Ci appelliamo ai rappresentanti del 192 paesi riuniti a Copenhagen affinché non esitino, non si lascino prendere la mano dalle controversie e non si accusino reciprocamente, ma che ricavino delle opportunità dal più grande fallimento della moderna politica. Si dovrebbe evitare una lotta tra il mondo ricco e quello povero o tra Occidente e Oriente. Il cambiamento climatico colpisce tutti e deve essere risolto da tutti.<br />
   L&#8217;aspetto scientifico è complesso ma i fatti sono chiari. Il mondo deve prendere delle misure per contenere entro 2°C gli incrementi della temperatura, un obiettivo che richiederà che il picco globale delle emissioni e l&#8217;inizio del loro successivo decremento avvenga entro i prossimi 5-10 anni. Un innalzamento superiore di circa 3-4°C &#8211; la stima più bassa dell&#8217;incremento della temperatura qualora non si agisca &#8211; inaridirà i continenti e trasformerà le terre agricole in deserti. La metà di tutte le specie potrebbe estinguersi, un numero senza precedenti di persone sarebbe costretto all&#8217;esodo, interi paesi sarebbero innondati dal mare.<br />
   Sono in pochi a ritenere che Copenhagen possa ancora produrre un trattato in una sua versione finale &#8211; verso un tale trattato si è potuto cominciare a fare reali progressi solo con l&#8217;arrivo del presidente Obama alla Casa Bianca e la fine di anni di ostruzionismo degli Stati Uniti. Il mondo si trova ancora oggi alla mercé della politica interna statunitense, dato che il presidente non può impegnarsi pienamente sulle azioni necessarie finché non lo avrà fatto il Congresso degli Stati Uniti.<br />
   A Copenhagen però i rappresentanti politici possono e devono trovare un consenso sugli elementi essenziali di un accordo giusto ed efficace nonché &#8211; e questo è un punto cruciale &#8211; su un rigido calendario per trasformare questo accordo in un trattato. La prossima conferenza delle Nazioni Unite sul clima prevista per il giugno prossimo a Bonn dovrebbe essere considerata la data ultima o, come ha detto un negoziatore, &#8220;possiamo concederci un tempo supplementare ma non di rigiocare la partita&#8221;.<br />
   Al centro dell&#8217;accordo ci deve essere una intesa tra il mondo ricco e quello in via di sviluppo che preveda, tra le altre cose, come sarà distribuito il costo della lotta al cambiamento climatico &#8211; e come si distribuirà una risorsa che solo recentemente è diventata preziosa: le migliaia di miliardi circa di tonnellate di anidride carbonica che rilasceremo prima che la colonnina del mercurio abbia toccato livelli pericolosi.<br />
   Alle nazioni ricche piace ricordare la verità aritmetica secondo la quale non ci può essere una soluzione finché i giganti del mondo in via di sviluppo, quale la Cina, non adotteranno misure più radicali di quelle messe in atto finora. Il mondo ricco, però, è responsabile per la maggior parte dell&#8217;anidride carbonica che si è accumulata nell&#8217;atmosfera &#8211; tre quarti di tutta l&#8217;anidride carbonica rilasciata dal 1850. Il mondo ricco deve quindi ora indicare la strada e ogni singolo paese in via di sviluppo deve impegnarsi a ridurre le emissioni in modo tale da abbassare entro un decennio il proprio contributo di gas serra a livelli sostanzialmente inferiori a quelli del 1990.<br />
   I paesi in via di sviluppo vorranno ricordare che loro hanno contribuito alle cause del problema solo in misura minore e che le regioni più povere del mondo saranno quelle più colpite. Tuttavia, questi paesi contribuiranno sempre di più al riscaldamento e devono quindi impegnarsi in prima persona in una azione significativa e quantificabile. Sebbene finora sia l&#8217;azione dei paesi avanzati sia quella dei paesi in via sviluppo non abbia raggiunto il livello auspicato da taluni, il recente impegno su nuovi target per le emissioni da parte dei due paesi che più inquinano al mondo, Stati Uniti e Cina, sono dei passi importanti nella direzione giusta.<br />
   La giustizia sociale esige che il mondo industrializzato si dimostri generoso nel fornire risorse per aiutare i paesi più poveri a adattarsi al cambiamento climatico e a adottare tecnologie pulite che consentano loro di crescere economicamente senza che ciò comporti un aumento delle emissioni. Anche l&#8217;architettura di un futuro trattato dovrà essere stabilita in maniera ferma, prevedendo un monitoraggio multilaterale rigoroso, premi equi per la protezione delle foreste e una valutazione credibile delle &#8220;emissioni esportate&#8221;, in modo tale che il costo possa essere suddiviso in maniera equa tra chi produce prodotti inquinanti e chi li consuma. L&#8217;equità richiede inoltre che la dimensione del peso che ciascun paese sviluppato si accollerà tenga in considerazione la sua capacità di reggerlo; per esempio, i nuovi membri della Ue sono spesso molto più poveri della &#8220;vecchia Europa&#8221; e non dovrebbero soffrire di più dei loro partner più ricchi.<br />
La trasformazione avrà un costo ingente che sarà in ogni caso molto inferiore al conto pagato per salvare la finanza globale e molto meno costoso delle conseguenze di non fare alcunché.<br />
   Molti di noi, nel mondo sviluppato in particolare, dovranno cambiare il proprio stile di vita. L&#8217;era dei voli che costano meno del tragitto in taxi all&#8217;aeroporto sta volgendo alla fine. Dovremo acquistare, mangiare e viaggiare in maniera più intelligente. Dovremo pagare di più per l&#8217;energia e usarne meno.<br />
   La prospettiva del passaggio a una società a basso impatto di anidride carbonica contiene tuttavia più opportunità che sacrifici. Alcuni paesi hanno già verificato che abbracciare la trasformazione può portare crescita, posti di lavoro e una migliore qualità della vita.<br />
   Anche il flusso dei capitali ci dice che l&#8217;anno scorso, per la prima volta, gli investimenti destinati alle varie forme di energia rinnovabile hanno superato quelli impiegati per la produzione di elettricità da combustibili fossili.<br />
   Liberarci della assuefazione all&#8217;anidride carbonica in pochi decenni che si riveleranno brevi, facendo fronte a una sfida senza uguali nella nostra storia, richiederà uno sforzo straordinario all&#8217;ingegneria e all&#8217;innovazione. Ma se mandare l&#8217;uomo sulla luna o scoprire i segreti dell&#8217;atomo sono state imprese nate dal conflitto e dalla competizione, la corsa contro l&#8217;anidride carbonica che sta per iniziare dovrà essere improntata a uno sforzo collaborativo che miri alla salvezza collettiva.<br />
   Per avere la meglio sul cambiamento climatico occorrerà che l&#8217;ottimismo trionfi sul pessimismo, che una visione di ampia portata trionfi sulla miopia, su di ciò che Abraham Lincoln chiamò &#8220;i migliori angeli della nostra natura&#8221;.<br />
   È con questo spirito che 56 giornali di tutto il mondo si sono uniti per questo editoriale. Se noi che proveniamo da ambiti nazionali e politici così diversi possiamo concordare su ciò che occorre fare, anche i nostri leader possono farlo.<br />
   I rappresentanti politici che si riuniranno a Copenhagen hanno la possibilità di decidere quale sarà il giudizio della storia su questa generazione: una che ha capito la minaccia e che ne è stata all&#8217;altezza con le sue azioni oppure una talmente stupida da aver visto arrivare la catastrofe e di non avere fatto alcunché per impedirla. Vi imploriamo di fare la scelta giusta”.<br />
<em>(traduzione di Guiomar Parada) 7/12/2009</em></p>
<p>Ecco l&#8217;elenco dei 56 quotidiani di 45 Paesi che il 7 dicembre hanno pubblicato l&#8217;editoriale comune sul clima:<br />
Süddeutsche Zeitung &#8211; Germania<br />
Gazeta Wyborcza &#8211; Polonia<br />
Der Standard &#8211; Austria<br />
Delo &#8211; Slovenia<br />
Vecer &#8211; Slovenia<br />
Dagbladet Information &#8211; Danimarca<br />
Politiken &#8211; Danimarca<br />
Dagbladet &#8211; Norvegia<br />
The Guardian &#8211; Gran Bretagna<br />
Le Monde &#8211; Francia<br />
Liberation &#8211; Francia<br />
La Reppublica &#8211; Italia<br />
El Pais &#8211; Spagna<br />
De Volkskrant &#8211; Olanda<br />
Kathimerini &#8211; Grecia<br />
Publico &#8211; Portogallo<br />
Hurriyet &#8211; Turchia<br />
Novaya Gazeta &#8211; Russia<br />
Irish Times &#8211; Irlanda<br />
Le Temps &#8211; Svizzera (francese)<br />
Economic Observer &#8211; Cina<br />
Southern Metropolitan &#8211; Cina<br />
CommonWealth Magazine &#8211; Taiwan<br />
Joongang Ilbo &#8211; Corea del Sud<br />
Tuoitre &#8211; Vietnam<br />
Brunei Times &#8211; Brunei<br />
Jakarta Globe &#8211; Indonesia<br />
Cambodia Daily &#8211; Cambogia<br />
The Hindu &#8211; India<br />
The Daily Star &#8211; Bangladesh<br />
The News &#8211; Pakistan<br />
The Daily Times &#8211; Pakistan<br />
Gulf News &#8211; Dubai<br />
An Nahar &#8211; Libano<br />
Gulf Times &#8211; Qatar<br />
Maariv &#8211; Israele<br />
The Star &#8211; Kenya<br />
Daily Monitor &#8211; Uganda<br />
The New Vision &#8211; Uganda<br />
Zimbabwe Independent &#8211; Zimbawe<br />
The New Times &#8211; Ruanda<br />
The Citizen &#8211; Tanzania<br />
Al Shorouk &#8211; Egitto<br />
Botswana Guardian &#8211; Botswana<br />
Mail &amp; Guardian &#8211; Sudafrica<br />
Business Day &#8211; Sudafrica<br />
Cape Argus &#8211; Sudafrica<br />
Toronto Star &#8211; Canada<br />
Miami Herald &#8211; Usa<br />
El Nuevo Herald &#8211; Spagna<br />
Jamaica Observer &#8211; Giamaica<br />
0La Brujula Semanal &#8211; Nicaragua<br />
El Universal &#8211; Messico<br />
Zero Hora &#8211; Brasile<br />
Diario Catarinense &#8211; Brasile<br />
Diaro Clarin – Argentina</p>
<p style="text-align:center;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;..</p>
<p style="text-align:center;"><strong>UN CLIMA PIENO DI DUBBI DA SCIOGLIERE</strong></p>
<p><em>di Marco Magrini &#8211; da &#8220;Il Sole 24ore&#8221; del 7/12/2009</em></p>
<p><em>Il vertice di Copenhagen &#8211; LE QUESTIONI FONDAMENTALI -  <strong>Equilibrio</strong>. I cambiamenti dipendono da una gran mole di variabili.  <strong>I limiti di Kyoto</strong>. C`è chi critica l`impianto ereditato dal Protocollo &#8211; Gas serra, ecoincentivi, energie rinnovabili: dieci temi per capire la posta in gioco</em></p>
<p style="text-align:justify;"><em>   Quindicimila persone, 5mila giornalisti, 192 delegazioni, 45 capi di Stato, tutte le organizzazioni non governative in prima linea. Con il vertice climatico che durerà fino al 18 dicembre, Copenhagen è presa d’assalto: perfino gli alberghi della non lontana Malmó, in Svezia, sono esauriti. Per la bellezza di due settimane, quindi, gli occhi del mondo saranno puntati sulla capitale danese. Ma sono occhi pieni di dubbi. Ne abbiamo raccolti un po’, nei giornali e sui blog, fra i più interessanti. Cercando di azzardare una risposta.</em></p>
<p><strong>1 &#8211; Le certezze scientifiche sui cambiamenti climatici sono ancora troppo vaghe. Non ci sono evidenze sul legame tra livello delle emissioni e riscaldamento del pianeta.</strong></p>
<p>Sì e no. Diciamo che le certezze hanno un largo spettro di incertezza. Ma che i gas-serra abbiano la proprietà fisica di trattenere la radiazione infrarossa del pianeta Terra (una sorta di effetto di ritorno dell`irradiazione solare) è indisputabile: è un fenomeno conosciuto sin dall`Ottocento. Tanto per fare un esempio, l’Ipcc, la massima autorità scientifica in questioni climatiche, sostiene che la variazione della temperatura media del pianeta potrà crescere a fine secolo in una forchetta che va da 1,6 a 6 gradi centigradi, a seconda della concentrazione dei gas-serra e molte altre variabili. Ai due estremi, gli effetti climatici sarebbero estremamepte diversi: accettabile il primo, catastrofico il secondo. Il sistema climatico planetario non solo si regge su equilibri delicatissimi, ma è anche regolato da una quantità di variabili impressionante.</p>
<p>Non è un caso, se i supercomputer attualmente costruiti vengano usati soprattutto per simulare le esplosioni nucleari e il sistema meteorologico. Per concludere: in mezzo alle incertezze, c’è la certezza che sia molto meglio non correre rischi.</p>
<p><strong>2 &#8211; I costi necessari per ridurre le emissioni sono di gran lunga superiori ai benefici che ne deriverebbero per l’ambiente.</strong></p>
<p>   Questo è quel che insegna il Protocollo di Kyoto, dove i costi hanno superato i benefici. Però va detto che Kyoto non è stato pienamente applicato e riguardava un esiguo numero di paesi, visto che gli Usa non l’hanno mai neppure ratificato.   Con Copenhagen, ammesso che si arrivi a un accordo, le cose potrebbero andare diversamente.   Ma non ci sono solo i costi: la General Electric ad esempio, con la sua iniziativa Ecoimagination lanciata tre anni fa, ha dimostrato che si può abbassare le emissioni e risparmiare. Investendo pesantemente nella ricerca, l’industria dell’energia rinnovabile potrebbe davvero diventare, come dice Obama, il futuro motore dell’economia. A quel punto, i benefici supererebbero largamente i costi.</p>
<p><strong>3 &#8211; I paesi poveri emettono poca anidride carbonica. Quindi il problema delle emissioni riguarda solo i paesi più sviluppati.</strong></p>
<p>   Vero. I paesi più poveri non avranno obblighi, anzi: si tratterà di aiutare la loro crescita fornendo tecnologie energetiche non a base di combustibili fossili.   Sarebbe il miglior modo per assicurare un’uscita dalla povertà, senza compromettere gli sforzi del mondo ricco. E’ esattamente il dilemma che si pone con i paesi che stanno uscendo dalla povertà con le proprie gambe, come Cina e India, che sono rapidamente diventate &#8211; grazie alla forza della demografia &#8211; il primo e il quinto inquinatore al mondo.</p>
<p><strong>4 &#8211; Dal 2030 in poi la crescita di emissioni sarà responsabilità esclusiva dei paesi in via di sviluppo.</strong></p>
<p>   Esclusiva, no. Ma prevalente, sì. L’Agenzia internazionale dell’energia stima che, da qui al 2030, con una domanda di energia che sarà del 55% superiore a quella di oggi, il mondo dovrà investire 26mila miliardi di dollari nell’infrastruttura energetica, oltre metà della quale nei paesi emergenti come Cina e India. Secondo il principio delle «comuni ma differenziate responsabilità», Pechino e New Delhi non hanno sin qui avuto obblighi di tagliare le proprie emissioni. Entrambi, si dicono disponibili a ridurre sensibilmente l’intensità energetica della loro economia: ovvero emettere di meno rispetto al Pil. Il successo del vertice dipenderà da quale parte attiva decideranno di recitare: senza di loro, qualsiasi sforzo planetario sarebbe inutile.</p>
<p><strong> </strong><strong>5 &#8211; Senza incentivi degli Stati, il costo delle energie rinnovabili è insostenibile.</strong></p>
<p>   Vero. Ma gli incentivi non devono durare per sempre, anzi: devono dare tempo alla ricerca di avanzare e all’industria di raggiungere le necessarie economie di scala. Sarebbe folle dimenticare che, ogni giorno, il Sole invia sulla Terra decine di migliaia di volte l’energia di cui ha bisogno il genere umano per far girare il mondo. I Paesi che hanno varato politiche di sostegno alle rinnovabili, come gli ospiti danesi hanno fatto con l’energia eolica, hanno abbassato le proprie emissioni e, al tempo stesso, hanno fatto nascere un’industria competitiva nel settore con migliaia di posti di lavoro. Il 28% dell`energia elettrica della Danimarca, viene da fonti rinnovabili. Il motto del governo, che ha appena stanziato 150 milioni di euro per la ricerca, è: «il vento è gratis».</p>
<p><strong>6 &#8211; In questi anni non si è fatto nulla sui cambiamenti climatici e i miglioramenti sul livello delle emissioni sono dovuti esclusivamente alla recessione mondiale.</strong></p>
<p>   Vero. Le emissioni non erano mai scese su base annuale, finché la recente fase recessiva &#8211; segno di un mondo sempre più interconesso &#8211; non le ha fatte declinare. Il Protocollo di Kyoto, in vigore dal febbraio 2005, non ha avuto effetti significativi sui miliardi di tonnellate di CO2 emesse ogni anno nell’atmosfera tramite l’uso dei combustibili fossili.</p>
<p><strong>7 &#8211; A Copenhagen l’Europa giocherà un ruolo di assoluta marginalità: Usa, Cina e India sono i veri arbitri del futuro del pianeta.</strong></p>
<p>   Vero, ma&#8230; L’Europa è stata fin qui la paladina indiscussa della diplomazia climatica. Solo l’America sprecona (le sue emissioni procapite sono il doppio dell’Europa e il quadruplo della Cina) e i nuovi giganti economici dell’Est, potranno fare la vera differenza: senza la loro partecipazione, l’avanguardia europea diventa fatalmente inutile. Tuttavia, senza la spinta dell’Europa le Nazioni Unite non sarebbero forse mai arrivate a questo vertice così cruciale. Ancorché così incerto. Al momento, la migliore soluzione che si profila è un accordo-quadro, da completare però l’anno prossimo.</p>
<p><strong>8 &#8211; Gli obiettivi di Copenhagen sono troppo ambiziosi. Sarebbe più opportuno puntare a un’intesa su alcune azioni immediate e pochi principi di massima.</strong></p>
<p>   Vero. Ma questo è il prezzo che si paga alla diplomazia. Le bozze di accordo circolate nei mesi scorsi erano di centinaia di pagine, scritte in un linguaggio perlopiù incomprensibile e disseminate di parentesi vuote con i numeri e i dettagli da aggiungere. Semmai c’è chi critica addirittura, come James Hansen della Nasa, l’impianto ereditato da Kyoto e che a Copenhagen dovrebbe essere fedelmente ricalcato: il sistema dei certificati che, a patto di pagare, danno il diritto a emettere una tonnellata di C02. Hansen, che propone una più semplice e diretta carbon tax sui consumi di combustibili fossili, li paragona alle indulgenze. Non ha mica tutti i torti.</p>
<p><strong>9 – Il vertice fallirà perché i paesi ricchi e quelli poveri non troveranno alcun accordo economico.</strong></p>
<p>   È una previsione realistica. Nel 2000, al Palazzo di Vetro i leader del mondo hanno messo nero su bianco la volontà di dimezzare la fame nel mondo con la promessa di fornire i necessari finanziamenti. Non l’ha mantenuta quasi nessuno. Gli accordi di Copenhagen, già nelle semplici premesse, includono un robusto flusso di decine di miliardi di dollari, dal mondo ricco a quello più povero. Se questo snodo non si concretizza il vertice fallirà. Ma l’ultima parola non è detta: spetta alla diplomazia.</p>
<p><strong>10 &#8211; Gli accordi internazionali sono solo una scappatoia: la riduzione della C02 in atmosfera dipende dalla nostra attenzione al risparmio energetico nei gesti quotidiani.</strong></p>
<p style="text-align:justify;">   Il risparmio energetico è la prima, più facile e più economica risposta al dilemma climatico in corso. Aumentare l’efficienza dell’illuminazione casalinga o di certi processi industriali, costa relativamente poco e porta l`immediato beneficio di un risparmio sui consumi. È la misura più rapida da prendere, ma non è sufficiente.</p>
<p style="text-align:center;"> <strong>QUATTRO OBIETTIVI AMBIZIOSI</strong></p>
<p><strong>1 &#8211; Un trattato sul clima</strong></p>
<p style="text-align:justify;">- Limitare il riscaldamento terrestre a non più di due gradi Celsius sopra i livelli pre-industriali, che molti scienziati indicano come soglia per un pericoloso cambio climatico.</p>
<p>- Accordo su una data per rivedere gli obiettivi, per esempio nel 2014.</p>
<p><strong>2 &#8211; Taglio alle emissioni</strong></p>
<p style="text-align:justify;">- I paesi industrializzati fissano gli obiettivi nazionali per tagliare i gas serra dal 2020 e tutti i paesi si accordano sull’obiettivo di dimezzare le emissioni entro il 2050.</p>
<p style="text-align:justify;">- I paesi del G8 hanno già deciso di tagliare le loro emissioni dell’80% entro il 2050.</p>
<p><strong>3 &#8211; Aiuti ai paesi in via di sviluppo</strong></p>
<p style="text-align:justify;">- Sostenere finanziariamente i paesi in via di sviluppo per aiutarli a limitare le emissioni di gas serra, vincere la sfida delle conseguenze sul clima e favorire l’accesso alle tecnologie a basso utilizzo di carbone.</p>
<p><strong>4 &#8211; Riscaldamento globale</strong></p>
<p style="text-align:justify;">- Individuare una data nel 2010 per decidere un accordo sul clima legalmente vincolante: le scadenze potrebbero essere un meeting a giugno 2010 a Bonn o il prossimo dicembre in Messico.</p>
<p style="text-align:justify;">- Decidere se creare un nuovo trattato globale per garantire l`impegno di tutti i paesi o mantenere e ampliare l’attuale Protocollo di Kyoto.</p>
<p> ALCUNI SITI  DELLA CONFERENZA</p>
<p><a href="http://www.unfccc.int/">www.unfccc.int</a>   <a href="http://en.copl5.dk/">http://en.copl5.dk/</a>   <a href="http://www.google.com/cop15">www.google.com/cop15</a>  &#8211; <a href="http://www.greetings.cop15.dk/">www.greetings.cop15.dk</a> : Il governo danese chiede a tutti di inviare un messaggio ai leader mondiali riuniti a Copenhagen. Alcuni messaggi selezionati saranno poi mostrati su maxi schermi durante gli eventi del vertice  -   <a href="http://www.seald/?edeal2009.org">www.seald?edeal2009.org</a> : Per firmare la petizione dell’Onu a favore di un accordo tra i leader mondiali www.foss?7-of the-day.org/</p>
<p style="text-align:justify;">Ogni giorno verrà assegnato il premio `Fossilof The Day` al paesi che si comporta peggio durante i negoziati. Il <em>Fossil of the Day</em> è un’iniziativa del <em>Climate Action Network</em> &#8211; <a href="http://www.climatenetwork.org.uin/">www.climatenetwork.org.uin</a>  network mondiale che raccoglie circa 500 organizzazioni non governative per la tutela ambientale. Il premio è stato assegnato per la prima volta a Bonn nel ‘99.</p>
<p style="text-align:center;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;</p>
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<p style="text-align:center;"><strong>LA SFIDA DEL CLIMA TRA POVERI E RICCHI</strong></p>
<p><em>di Barbara Corrao, da “Il Messaggero” del 7/12/2009</em><em> </em></td>
</tr>
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<p style="text-align:justify;"><em>Al vertice danese si arriva con una frattura tra le due metà del pianeta su quali obiettivi accettare e su come ripartire ii costo degli interventi.  Cina, India, Brasile e Sud Africa non vogliono sacrificare lo sviluppo</em></p>
<p style="text-align:justify;">   Non era mai successo prima che 191 Paesi della terra si riunissero per parlare dei cambiamenti climatici. Basterebbe già questo record a caratterizzare la Conferenza di Copenhagen come un evento del tutto speciale.</p>
<p style="text-align:justify;">   Che poi si arrivi ad un accordo vincolante, e in quali tempi, è una questione del tutto diversa. La conferenza si apre con una serie di incognite: gli innegabili passi avanti compiuti da Usa e Cina e la stessa prevista presenza dei due presidenti fa capire che nessuno vuole assumersi, a cuor leggero, la responsabilità di un fallimento.</p>
<p style="text-align:justify;">   Ma quanto e cosa sono disposti a mettere sul piatto, si vedrà solo alla fine del summit. La frizione tra i Paesi del mondo ricco e sviluppato e i Paesi del mondo emergente e di quello più povero è l’altra grande incognita del vertice danese: quanto e come distribuire i costi degli interventi, questo è il vero nodo.</p>
<p>   Superarlo sarà la vera sfida delle due settimane di confronto.</p>
<p style="text-align:justify;">• <strong>Europa e Usa</strong>. L’obiettivo dichiarato del summit è di fissare misure in grado di contenere il surriscaldamento climatico dovuto ai gas serra entro i 2 gradi nel 2050. Secondo gli esperti, il target è in linea con le decisioni europee che assumono un taglio del 20% (rispetto al 1990) delle emissioni al 2020, migliorato se possibile al 30% (ma su questo punto l’Italia ha chiesto una verifica che coinvolga anche Stati Uniti e Cina) e un’ulteriore riduzione del 50% delle emissioni al 2050. Finora gli Stati Uniti hanno promesso una riduzione del 17% (rispetto al 2005 e non al 1990) delle emissioni di Co2 in rapporto al Pil entro il 2020 e del 42% entro il 2030.   Rapportato ai parametri europei significa in concreto un taglio iniziale di appena il 4%. Dimezzare le emissioni entro il 2050 è l`obiettivo della bozza presentata dal governo danese ma è già stata bocciata dagli emergenti.</p>
<p style="text-align:justify;">• <strong>Gli emergenti</strong>. E’ qui il punto cruciale. Cìna, India, Messico, Brasile e Sud Africa attribuiscono la maggiore responsabilità della situazione attuale ai paesi ricchi e giudicano insufficienti gli impegni presi, Perciò rilanciano: per arrivare ad una taglio del 50% entro il 2050 i Paesi ricchi dovrebbero assumere il 40-45% dei tagli al 2020 e l`80-90% al 2050, considerando il 1990 come anno di riferimento. Inoltre, aggiungono, il costo delle minori emissioni dei Paesi più poveri dovranno comunque essere finanziati dalla metà più ricca del pianeta: diversamente i poveri sarebbero condannati a rinunciare allo sviluppo.</p>
<p style="text-align:justify;">   E così l’India si dice disponibile a tagliare del 20-25% rispetto al 2005 la propria intensità carbonica (cioè la quantità di emissioni in rapporto al Pil) mentre la Cina propone una soglia del 40-45% delle emissioni rispetto al 2005 e il Brasile si ferma a meno 36,1-38,9 percento. Tanto per avere un’idea delle cifre in ballo, i cinesi hanno calcolato che per raggiungere il loro target occorre una spesa di 30 miliardi di dollari l’anno. E stiamo comunque parlando di tagli che non comportano una riduzione delle emissioni ma una loro minor crescita rispetto a quanto farebbero in assenza di interventi.</p>
<p style="text-align:justify;">• <strong>L’adattamento</strong>. Non c’è dunque accordo su come ripartire il peso e i costi degli obiettivi di lungo periodo. Ma si discute anche sull’immediato e su come avviare il cosiddetto &#8220;first trackf rance&#8221;. Ossia sugli ìnterventi da compiere per evitare, subito, inondazioni, frane e tutti quei flagelli che sono legati al fattore climatico. Incluse anche, per esempio, le barriere per proteggere gli atolli del Pacifico dall’innalzamento del mare.</p>
<p style="text-align:justify;">Secondo i calcoli della Banca Mondiale si tratta di una cifra stimabile tra 75 e 100 miliardi di dollari l’anno per i prossimi 40 anni. Cifra che gli emergenti giudicano insufficiente. Gli Usa sono disposti a dare 1,2 miliardi l’anno per l’aiuto climatico, incluso l’adattamento.</p>
<p style="text-align:justify;">L’Europa non riesce a decidere e parla di offrire 5-7 miliardi l’anno, ma anche qui si tratta di stabilire come distribuire la spesa tra i paesi membri. Il poverissimo Bangladesh spende 50 milioni di dollari, per proteggersi dalle inondazioni, ma anche l’Inghilterra sta rinforzando gli argini del Tamigi con una spesa di circa mezzo milione di dollari.</p>
</td>
</tr>
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<p style="text-align:center;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;..</p>
<p style="text-align:center;"><span style="font-family:Arial;color:#000033;font-size:x-small;"><strong> </strong></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:center;line-height:11.5pt;margin:0;"><em><span style="font-family:Arial;color:#000033;font-size:10pt;"><strong>CLIMA, E&#8217; SCATTATA L&#8217;ORA ZERO</strong></span></em></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height:11.5pt;margin:0;"><em><span style="font-family:Arial;color:#000033;font-size:10pt;">da “il Gazzettino” del 8/12/2009</span></em></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="font-family:Arial;color:#000033;font-size:10pt;">COPENAGHEN &#8211; Ottimismo ma anche determinazione a sconfiggere gli ostacoli negazionisti e raggiungere l&#8217;obiettivo di un accordo con appelli accompagnati da immagini catastrofiche per toccare le coscienze di tutti. Si è aperto con una partenza forte ed in un&#8217;atmosfera speranzosa il vertice dell’Onu sui mutamenti climatici a Copenaghen (Cop15). Nelle ore dell’apertura, India, Cina e Brasile hanno annunciato di voler portare alla Conferenza danese una bozza comune su cui instradare il negoziato, come ha riferito a New Delhi il ministro per l&#8217;Ambiente indiano, Ramesh. Le speranze dell&#8217;umanità partono proprio da Copenaghen, ha affermato, nelle prime battute della conferenza, il premier danese Lars Loekke Rasmussen: «L&#8217;umanità guarda speranzosa alla conferenza di Copenaghen come all&#8217;ultima possibilità per bloccare il riscaldamento globale: nelle prossime due settimane la capitale danese sarà agli occhi del mondo &#8220;Hopenaghen&#8221;, il porto della speranza».<br />
      Alla lista dei Paesi disponibili a rallentare le loro emissioni di gas si è aggiunto ieri il Sudafrica che ha proposto di ridurre il livello di crescita dei gas serra del 34% entro il 2020 e del 42% entro il 2025 a patto che ciò avvenga nel quadro di un accordo internazionale e di aiuti finanziari e tecnologici dei paesi più sviluppati.<br />
      Anche l’Italia chiede «un accordo vincolante per tutti, perché non è possibile che a pagare siano alcuni &#8211; gli occidentali &#8211; e gli altri si limitino solo ai suggerimenti», ha detto il ministro degli Esteri Franco Frattini.<br />
      Nel giorno inaugurale è stato diffuso un video-shock in cui si vede una bimba che si sveglia in un deserto, con la terra che si spacca e le onde che la travolgono e implora: «Per favore salvate il pianeta». Da segnalare pure l’arrabbiatura del Nobel per la pace, Rajendra Pachauri: lo scienziato ambientalista indiano che presiede il Gruppo intergovernativo degli scienziati (Ipcc) è intervenuto sul furto di e-mail all&#8217;East Anglia University nel Regno Unito: emergerebbe che i dati relativi a catastrofiche previsioni ambientali per il futuro, a causa dell’effetto-serra, sono stati manipolati. Pachauri l’ha definito un tentativo di screditare un lavoro «trasparente e obiettivo» condotto da più di vent’anni, raccogliendo ed esaminando dati provenienti da tutto il pianeta e da numerosi organismi scientifici indipendenti.<br />
      Il rappresentante italiano dell’Ipcc, Sergio Castellari ha rimarcato che si tratta di e-mail personali di scienziati risalenti anche a 10 anni fa che «non inficiano la solidità scientifica dei dati».<br />
      A Copenaghen, in previsione di possibili contestazioni no global sono in atto eccezionali misure di sicurezza. Un ex deposito di birra funge da maxi-carcere provvisorio e le forze dell&#8217;ordine hanno piazzato cannoni ad acqua nei punti strategici. Da Svezia e Germania sono arrivati cani fiuta-bombe che perlustrano la zona del Bella Center, sede del vertice che accoglie 12mila delegati di 190 Paesi e 3500 giornalisti, e che culminerà il 17 e il 18 con il summit di centodieci statisti di tutto il mondo.<br />
      Un sondaggio Ifop per il quotidiano francese Le Monde rivela che dall’80 all’88% di americani, europei e giapponesi (l’85% degli italiani) vorrebbe cambiare stili di vita e ridurre i consumi, se è utile a produrre meno gas dannosi all&#8217;ambiente. Solo un italiano su tre ammette però di essere ben informato sulla Conferenza Onu e il 60% è scettico sull’applicazione di misure concrete.</span><span style="font-family:Arial;color:#000033;font-size:7.5pt;"> </span></p>
<p style="text-align:center;"><span style="font-family:Arial;color:#000033;font-size:7.5pt;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;..</span></p>
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<p style="text-align:center;"><strong>«Rischiamo di perdere i mercati»</strong><strong></strong></p>
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<p style="text-align:justify;"><em>Allarme di Fumagalli (sviluppo sostenibile di Confindustria): no a fughe in avanti dell’Europa</em></p>
<p style="text-align:justify;"><em>Da “il Gazzettino” del 8/12/2009, di Emanuele Perugini </em></p>
<p style="text-align:justify;">«Mi auguro che a Copenaghen emergano due fattori. Il primo è che si arrivi al più presto a definire un programma di lavori che porti in tempi brevi ad accordi equivalenti per i paesi industrializzati e comunque ambiziosi per quelli in via di sviluppo. Il secondo elemento è il messaggio che gli obiettivi di taglio delle emissioni si devono raggiungere con un mix di ricette e che l’intervento più importante da fare è quello relativo all’efficienza energetica».<br />
      Per Aldo Fumagalli, presidente della Commissione Sviluppo sostenibile di Confindustria, il vertice sul clima che si è aperto ieri «deve arrivare ad un accordo equo».<br />
      <strong>Cosa vuol dire?</strong><br />
      «Che gli accordi che saranno raggiunti dovranno impegnare su obiettivi omogenei. Soprattutto i Paesi industrializzati. Se non sarà così, rischiamo di indebolire le nostre imprese sul mercato internazionale. Solo per raggiungere gli obiettivi del 20% di energia rinnovabile in Italia prevediamo un aumento di 25 euro per Megawatt della bolletta energetica. Un costo davvero alto».<br />
      <strong>Qual è lo stato attuale delle trattative?</strong><br />
      «Il problema è tra l’Europa che si è data degli obiettivi molto ambiziosi (20% di emissioni in meno entro il 2020) e gli Stati Uniti (propongono di ridurre del 4% le loro emissioni rispetto al 1990). Posizioni divergenti. Gli Usa propongono poi una riduzione al 2030 del 32% delle emissioni. E questo perché fino al 2020 hanno bisogno di mettere in cantiere una enorme riconversione del sistema produttivo che darà i suoi frutti solo dopo».<br />
      <strong>Che fare, dunque?<br />
      </strong>«O l’Ue spalma nel tempo i suoi obiettivi e sposta la data di riferimento al 2030, così come propongono gli Usa, oppure questi si impegnino nel raggiungimento di obiettivi più ambiziosi, entro il 2020. Se però rimangono ancora queste differenze il rischio reale è che le imprese europee si troveranno a dover pagare un prezzo più alto di quelle americane e ne risentiranno in termini di competitività».<br />
      <strong>E la Cina?<br />
      </strong>«Negli ultimi giorni è passata da una netta opposizione a qualsiasi taglio di emissioni, a una più morbida che prevede di fatto di ridurre la percentuale di consumi di anidride carbonica per unità di prodotto. Invece di tagliare, significa consumare di meno e rallentare la crescita delle emissioni. Mi sembra una posizione da prendere in seria considerazione nei negoziati di Copenhagen, anche se è ancora insufficiente».<br />
      <strong>Su cosa puntare per ridurre le emissioni secondo lei?<br />
      </strong>La partita più importante è quella dell’efficienza energetica. Quella sulla quale siamo ancora in attesa di una direttiva dell’Unione europea. Attraverso interventi solo in questo settore ci si aspetta una riduzione del 36% delle emissioni mondiali».</p>
<p style="text-align:center;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;.</p>
<p><strong><em>Save the Children e Cambiamenti climatici: </em></strong><strong><em>sono un’emergenza globale per i bambini</em></strong><strong><em></em></strong></p>
<p style="text-align:justify;">I cambiamenti climatici sono la più grave minaccia alla salute e sopravvivenza dei bambini nel 21esimo secolo e costituiscono una grave emergenza, sostiene Save the Children la più grande organizzazione internazionale indipendente per la difesa e la tutela dei diritti dell’infanzia che il 5 ottobre scorso ha lanciato la campagna EVERY ONE per dire basta alla mortalità infantile.</p>
<p style="text-align:justify;">   175 milioni di bambini all’anno saranno vittime dell’aumento dei disastri naturali nel corso del prossimo decennio. Alluvioni, cicloni, carestie colpiranno i bambini ancora più duramente e con più frequenza, quale effetto dei cambiamenti climatici, afferma l’organizzazione internazionale: passati da 200 ogni anno ai 400 attuali, si prevede che i disastri naturali triplicheranno (+320%) di qui al 2030. Disastri che andranno di pari passo con un aumento della malnutrizione e di alcune malattie come malaria, polmonite, diarrea, già allo stato attuale i più pericolosi killer dei bambini.</p>
<p style="text-align:justify;">   In occasione del lancio del nuovo rapporto “Riscaldamento globale e sopravvivenza infantile nell’era del mutamento climatico”, da Barcellona dove sta partecipando con una propria delegazione all’importante Vertice Negoziale sul clima, Save the Children chiede ai leader del mondo di firmare e sottoscrivere l’ accordo sui cambiamenti climatici che sarà al centro dell’importantissimo e decisivo vertice sul clima in programma a Copenaghen a dicembre e che intende aiutare i bambini dei paesi più poveri a fare i conti con gli effetti del riscaldamento globale.</p>
<p style="text-align:justify;">   Nel suo nuovo dossier Save the Children mette in luce il fatto che i cambiamenti climatici esacerberanno quelle che già sono le principali cause di mortalità infantile, come per esempio la diarrea, la malnutrizione e la malaria.</p>
<p style="text-align:justify;">   La diarrea, il killer di 1 milione di bambini ogni anno, si stima che crescerà del 10% entro il 2020. La malnutrizione, che attualmente affligge 178 milioni di bambini ed è causa di morte per 3.2 milioni di essi ogni anno, colpirà 25 milioni di bambini in più di qui al 2050. E la malaria, responsabile di 1 milione di minori vittime ogni anno, coinvolgerà oltre 320 milioni di persone entro il 2080.</p>
<p style="text-align:justify;">   “I bambini purtroppo già stanno morendo per colpa del clima così cambiato e in mancanza di misure e azioni immediate queste morti cresceranno”, commenta Valerio Neri, Direttore Generale di Save the Children Children Italia. “Quasi 9 milioni di bambini muoiono ogni anno prima del loro quinto compleanno per cause stupide e prevenibili come la diarrea e la polmonite. I cambiamenti climatici renderanno ancora più minacciose queste malattie. A meno che non si prendano subito provvedimenti, i cambiamenti climatici diventeranno come un treno lanciato a folle velocità con i bambini a bordo”, commenta ancora Valerio Neri.</p>
<p style="text-align:justify;">Il rapporto di Save the Children inoltre sottolinea come saranno le persone più povere nei paesi più poveri le più colpite, poichè i mutamenti del clima riducono la possibilità per le comunità di accedere all’acqua potabile e di coltivare prodotti nutrienti, fanno salire i prezzi e facilitano la diffusione della zanzara malarica. I bambini con meno di 5 anni, nei paesi poveri, saranno i più colpiti.</p>
<p style="text-align:justify;">   Nell’Africa occidentale l’attuale crisi alimentare, esacerbata dagli imprevedibili andamenti meteorologici, sta rapidamente peggiorando: oltre 20 milioni di persone sono a rischio di grave malnutrizione e hanno un disperato bisogno di aiuti alimentari. In Etiopia, 6.2 milioni versano in questa condizione, in Kenya 4 milioni di persone rischiano di morire di fame.</p>
<p style="text-align:justify;">   “I minori nei paesi in via di sviluppo non sono responsabili dei cambiamenti climatici tuttavia sono i più colpiti e quelli che ne pagano le più pesanti conseguenze”, spiega ancora il Direttore Generale di Save the Children Italia. “Spetta quindi alle nazioni ricche che per secoli hanno prodotto anidride carbonica aiutare i paesi più poveri a fronteggiare il mutamento del clima”.</p>
<p style="text-align:justify;">   Come? Save the Children chiede ai governi dei paesi industrializzati di:</p>
<p style="text-align:justify;"> assicurare finanziamenti per aiutare i paesi e le comunità più povere ad adattarsi ai cambiamenti climatici già in essere. I fondi debbono essere indirizzati a rafforzare salute, acqua e sistemi igienico-sanitari nei paesi più in difficoltà cosicché siano pronti a fronteggiare gli effetti dei cambiamenti climatici.</p>
<p style="text-align:justify;"> I paesi in via di sviluppo debbono mettere a punto piani per l’adattamento ai cambiamenti climatici che tengano in conto le specifiche esigenze dei bambini e che includano un sistema di allerta precoce in grado di avvisare i pubblici ufficiali dell’arrivo di un disastro come alluvioni, cicloni, epidemie e carestie. Save the Children sta contribuendo in diversi paesi alla realizzazione di sistemi di allerta: in Bangladesh, per esempio, lavora con i volontari per garantire ai bambini e alle rispettive famiglie di essere evacuati verso i rifugi anti-ciclone quando scatta l’allarme.</p>
<p style="text-align:justify;"> Debbono essere erogati fondi immediati e di facile accesso per supportare le persone più povere ad adattarsi all’impatto del cambiamento di clima e anche per contribuire alla resilienza delle persone e dei bambini – cioè al recupero delle proprie capacità.</p>
<p style="text-align:justify;">   Inoltre “è essenziale che la comunità internazionale firmi un accordo vincolante a Copenhagen, che comprenda anche stanziamenti per aiutare i paesi più poveri ad adattarsi ai cambiamenti climatici e che impegni i paesi sottoscrittori a ridurre le emissioni di anidride carbonica dell’80% entro il 2050”, conclude Valerio Neri. E’ in ballo la sopravvivenza del pianeta e di milioni di bambini incolpevoli”.</p>
<p><a href="http://www.everyone.it/IMG/pdf/Report_feelingtheheat.pdf">Scarica il rapporto &#8220;Feeling the Heat &#8211; Child survival in a climate change&#8221;</a><br />
Per ulteriori informazioni:<br />
Ufficio stampa Save the Children Italia<br />
Tel: 06.48.07.0023/71<br />
<a href="mailto:press@savethechildren.it">press@savethechildren.it</a></p>
<p>Sulla campagna contro i cambiamenti climatici e “pro bambini del mondo” di “save the children” vedi anche:</p>
<p><a href="http://www.repubblica.it/2006/12/gallerie/ambiente/save-copenaghen/1.html">http://www.repubblica.it/2006/12/gallerie/ambiente/save-copenaghen/1.html</a></td>
</tr>
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<p style="text-align:center;"><strong>&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;.</strong></p>
<p><strong>LO SCENARIO DELLA CONFERENZA DI COPENAGHEN (di Michele Salvadori  da</strong> <a href="http://chepianetafaremo.blogspot.com/2009_11_01_archive.html">http://chepianetafaremo.blogspot.com/2009_11_01_archive.html</a> )</p>
<p style="text-align:justify;">   Provo a ricapitolare la situazione che ci attende all’apertura della Conferenza di Copenaghen.<br />
Nel 1997 nasce il trattato internazionale noto come “Protocollo di Kyoto” sul riscaldamento globale. L’obiettivo che questo trattato si pone è quello di ridurre a livello mondiale la produzione di gas serra del 5% nel periodo 2008-2012.<br />
   Nel 2002 i Paesi dell’Unione Europea si impegnano a ridurre la loro produzione di gas serra dell’8% entro il 2012. Nel 2005 entra in vigore il Protocollo di Kyoto, frattanto ratificato anche dalla Russia.<br />
   Nel 2007 gli USA annunciano che non sottoscriveranno l’impegno di Kyoto.</p>
<p style="text-align:justify;">   <a href="http://geograficamente.files.wordpress.com/2009/12/fonti-di-emissione.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-3273" title="fonti di emissione" src="http://geograficamente.files.wordpress.com/2009/12/fonti-di-emissione.jpg?w=287&#038;h=320" alt="" width="287" height="320" /></a>In uno studio dal titolo “Clima: è vera emergenza” (Brioschi Editore) l’economista Nicholas Stern, della London School of Economics, già capo economista della Banca Mondiale, afferma che l’impatto del carbonio sull’atmosfera sembra peggiore di quello stimato fino a solo due o tre anni fa. Oggi le probabilità che le temperature medie della Terra aumentino di 5 gradi entro il 2050 sono del 50%. L’ultima volta che la Terra è stata così calda fu nell’Eocene. Se questo dovesse verificarsi sarebbero pressoché inevitabili la distruzione di una grossa fetta della superficie arabile del mondo e il conseguente inizio di migrazioni da parte di centinaia di milioni di persone. A parere dello scienziato inglese l’incontro di Copenaghen di dicembre può trasformarsi nell’incontro internazionale più importante dalla fine della seconda guerra mondiale.<a href="http://geograficamente.files.wordpress.com/2009/12/fonti-di-emissione-2.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-3274" title="fonti di emissione 2" src="http://geograficamente.files.wordpress.com/2009/12/fonti-di-emissione-2.jpg?w=251&#038;h=320" alt="" width="251" height="320" /></a><br />
   I Paesi sviluppati, dove vive circa un abitante della Terra ogni sei (sarà uno su dieci nel 2050) da soli rappresentano attualmente il 70% delle emissioni accumulate dal 1950 ad oggi. In futuro però la maggior parte delle emissioni verrà dai cosiddetti Paesi in via di sviluppo che tuttavia obiettano che i responsabili fino ad oggi dell’effetto serra sono i Paesi industrializzati e pertanto è giusto che siano questi a doverne sostenere i costi in base al vecchio principio del “chi inquina paga”; ed aggiungono che avendo bisogno di uscire dalla soglia di povertà al momento per loro è impossibile rinunciare a bruciare combustibili fossili o a tagliare le foreste, salvo ottenere aiuti economici da parte proprio dei Paesi più  industrializzati<br />
   Attualmente i due Paesi responsabili della maggior produzione di emissioni di CO2 sono Cina e Stati Uniti (da soli ne producono quasi la metà delle complessive), e molto dipenderà dunque anche dalle strategie che questi ultimi adotteranno e che però, in un periodo di recessione come quello che stiamo affrontando non nascondono le loro grosse perplessità in merito a possibili riduzioni delle emissioni di CO2.<br />
<a href="http://geograficamente.files.wordpress.com/2009/12/fonti-di-emissione-3.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-3275" title="fonti di emissione 3" src="http://geograficamente.files.wordpress.com/2009/12/fonti-di-emissione-3.jpg?w=320&#038;h=308" alt="" width="320" height="308" /></a>In particolare gli USA temono che adeguandosi alle scelte degli altri paesi industrializzati alla fine possano offrire grossi vantaggi economici a India e Cina.<br />
   Intanto l’Unione Europea (che si era già data i seguenti obiettivi entro il 2020: &#8211; 20% di Energia Rinnovabile,<br />
- 30% di riduzione delle emissioni di gas serra -se gli USA faranno lo stesso altrimenti si fermeranno al 20%-, &#8211; 20% l’aumento dell’efficienza energetica) nello scorso mese di ottobre ha raggiunto un nuovo accordo che prevede entro il 2050 un’ulteriore riduzione delle proprie emissioni pari al 80-95% rispetto a quelle prodotte nel 1990.<br />
   In questo contesto l’Italia, avendo esaurito il tetto assegnatole dal Protocollo di Kyoto, per aprire nuovi impianti energetici dovrebbe pagare un miliardo di euro. “Questi soldi &#8211; ha osservato il nostro Ministro per l’Ambiente Prestigiacomo &#8211; paradossalmente andrebbero a Paesi come la Polonia che sono meno virtuosi di noi”. </p>
<p style="text-align:justify;">   Insomma, lo scenario che aprirà l’incontro di Copenaghen, appare estremamente complesso. Il problema principale è che l’atmosfera terrestre non consente di seguire i tempi e le abituali regole del compromesso politico ed un ulteriore rinvio di certe scelte potrebbe risultare davvero pericoloso.<br />
   Già oggi un innalzamento di un solo grado della temperatura ed il conseguente ulteriore scioglimento delle calotte polari causerebbe un gravissimo danno per le terre coltivabili del Bangladesh e negli altri Paesi situati al livello del mare. <em>(Michele Salvadori)</em> <span id="_marker"> </span> </p>
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		<title>CLIMA: inquinamento, energia, sviluppo, pace e nuovi modelli di vita: la conferenza di Copenaghen passa per un mondo troppo diseguale (ma il treno del cambiamento, e del business verde, è partito: difficile, per fortuna, scendere ora)</title>
		<link>http://geograficamente.wordpress.com/2009/12/06/clima-inquinamento-energia-sviluppo-pace-e-nuovi-modelli-di-vita-la-conferenza-di-copenaghen-passa-per-un-mondo-troppo-diseguale-ma-il-treno-del-cambiamento-e-del-business-verde-e-partito-dif/</link>
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		<pubDate>Sun, 06 Dec 2009 20:28:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sebastianomalamocco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Conservazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Energie rinnovabili e sostenibilità]]></category>
		<category><![CDATA[Geografia e confini]]></category>
		<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>

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Tra i momenti di ottimismo (pochi), e le previsioni più pessimistiche sui risultati che porterà il vertice di Copenaghen che si apre lunedì 7 dicembre (durerà due settimane, fino al 18), quel che si capisce (e si può prevedere accadrà) è che ognuno farà a suo modo: garantirà impegni e farà promesse. In un mondo [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=geograficamente.wordpress.com&blog=2356514&post=3257&subd=geograficamente&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><div class="mceTemp" style="text-align:justify;">
<div id="attachment_3259" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://geograficamente.files.wordpress.com/2009/12/smog-pechino1.jpg"><img class="size-medium wp-image-3259" title="smog-pechino" src="http://geograficamente.files.wordpress.com/2009/12/smog-pechino1.jpg?w=300&#038;h=198" alt="" width="300" height="198" /></a><p class="wp-caption-text">smog a Pechino</p></div>
<p>Tra i momenti di ottimismo (pochi), e le previsioni più pessimistiche sui risultati che porterà il vertice di Copenaghen che si apre lunedì 7 dicembre (durerà due settimane, fino al 18), quel che si capisce (e si può prevedere accadrà) è che ognuno farà a suo modo: garantirà impegni e farà promesse. In un mondo diviso per nazioni nelle quali ognuno ha esigenze diverse: i ricchi (Usa ed Europa) di rilanciare il loro sviluppo anche pensando alla crisi ambientale, i paesi emergenti (Cina, India, Brasile…) non impedendo la crescita vertiginosa delle loro economie (ma anche loro, e di più, con problemi ambientali non indifferenti… pensiamo alla cappa di smog che sempre più avvolge le città asiatiche…); i paesi poveri, in cerca di risorse per una possibilità di ricchezza (purtroppo pronti molto spesso, o necessitati, a svendere il loro ambiente). Quest’ultimi (cioè i paesi poveri) sembrano prospettare una linea politica (di proposta) di ridurre il 50% delle emissioni di CO2 in proprio (cioè facendosene carico direttamente), e il 50% a carico dei paesi ricchi che dovrebbero finanziare uno sviluppo ecocompatibile. Difficile ahinoi che ottengano granché (visti gli egoismi e i guai finanziari ed economici dei ricchi).</p>
<p>Una proposta che potrà essere alla base di Copenaghen (un obiettivo da perseguire) è che entro il 2050 si eviti (si contenga) l’aumento previsto di 2 gradi di temperatura della biosfera: sarebbe una catastrofe climatica (coste, isole che sparirebbero dall’innalzarsi del mari, una desertificazione diffusa…). Ridurre pertanto le emissioni inquinanti perché questo non accada. La parola chiave più usata nel dibattito in corso è EFFICIENZA ENERGETICA, con l’incremento di risorse energetiche locali (cioè diffuse sui territori) ed ecocompatibili (energie rinnovabili non inquinanti).</p>
<p>Un ruolo importante, strategico, nel far fallire o ottenere risultati utili al vertice di Copenaghen passerà in ogni caso per quel che decideranno i grandi paesi emergenti (veri protagonisti in Danimarca): Cina, India e Brasile. Si impegnerà concretamente la Cina a riconvertire la sua produzione energetica basata su centrali a carbone che, peraltro, sta compromettendo la salute di tanta parte delle masse metropolitane dei suoi cittadini?     E come far capire a Lula, presidente del Brasile, che la politica di sviluppo dei biocarburanti (appunto per la produzione energetica) a danno della foresta amazzonica è un guaio non solo per l’intero pianeta ma, appunto, visto che in quel pianeta c’è pure il Brasile, anche per la sua politica energetica? (Lula vorrà sicuramente soldi dai paesi ricchi per salvaguardare l’Amazzonia…).    E l’India, la più scettica a impegnarsi in qualcosa di nuovo nello sviluppo energetico, si adeguerà agli altri se nascerà una proposta comune di riduzione fattiva della CO2?    Su questo sta pure il ruolo degli USA di Obama, e del tentativo di quest’ultimo di convincere le lobbies interne del petrolio a recedere (un po’) dai loro interessi; e il ruolo dell’Europa, in questo caso la più disponibile a una svolta verso la riduzione delle emissioni inquinanti. E gli altri (i paesi poveri e “non emergenti”) che stanno a guardare e a sperare in un qualcosa per loro di utile…</p>
<div id="attachment_3260" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a href="http://geograficamente.files.wordpress.com/2009/12/tibet-governo-sulleverest.jpg"><img class="size-medium wp-image-3260" title="tibet governo sull'Everest" src="http://geograficamente.files.wordpress.com/2009/12/tibet-governo-sulleverest.jpg?w=300&#038;h=269" alt="" width="300" height="269" /></a><p class="wp-caption-text">Nepal, appello per il clima. Il governo sale sull’Everest - Sabato 5 Dicembre 2009, Alcuni hanno avuto bisogno delle maschere d&#39;ossigeno, ma non si sono fermati: il premier nepalese ed i 22 ministri del governo hanno tenuto la riunione di consiglio più &quot;alta&quot; della storia. Un altro messaggio sui rischi del riscaldamento del globo dopo il meeting in fondo all’oceano proposto dal governo delle Maldive, l’arcipelago che rischia di venire sommerso. Ai 5.242 di quota, accompagnati da sherpa e medici, ci sono arrivati in elicottero: poi venti minuti di riunione nel colle del Kala Pattar (ottima vista della montagna più alta del mondo) per lanciare il &quot;manifesto dell&#39;Everest&quot;: dieci punti che saranno presentati alla conferenza sul clima di Copenaghen. Guidati dal premier Madhav Kumar Nepal, reduce da una grave forma influenzale, i ministri nepalesi hanno ricordato che dalle loro montagne dipende la vita di 1,3 miliardi persone. È dai ghiacciai dell&#39;Himalaya che nascono i dieci principali fiumi dell&#39;Asia.(da “Il Gazzettino” 5/12/2009)</p></div>
<p>Pertanto, pare di capire dai possibili risultati della Conferenza, ci saranno impegni non da virtuoso “governo mondiale” (che sembra non ci sia proprio, il governo del mondo, attorniato com’è da lobbies finanziarie ed economiche poco propense al cambiamento) ma ogni singola nazione, ogni singolo stato (specie i più importanti, i “ricchi” e gli “emergenti”) che “lancia proposte” e impegni individuali nel tavolo dove si gioca il futuro del pianeta. Perché, quel che si capisce, il CLIMA è legato alla necessità di un governo mondiale, pertanto alla pace e allo sviluppo, a un mondo dove tutti possano vivere il più possibile serenamente.</p>
<p>E l’Italia?  gli impegni del protocollo di Kyoto non li ha rispettati: dal 1995 al 2012 doveva ridurre del 6,5 per cento le emissioni in atmosfera. Invece c’è un aumento della CO2 del 10 per cento (una forbice da colmare del 16,5 per cento…). E l’Italia è pure il paese dove ci sono più automobili di ogni altro paese al mondo (un veicolo ogni abitante e mezzo). Comunque (e qui sta il dato strano) con i veicoli più efficienti energeticamente (non solo nelle auto nuove ma in tutto il parco circolante di veicoli). L’Italia è a un bivio: se credere nello sviluppo ancor più massiccio di fonti energetiche alternative, o se adagiarsi nella futuribile speranza (fra quanti anni sarà?) dell’utilizzo del nucleare (che a nostro avviso sarebbe un passo indietro, un “non sviluppo”).</p>
<p>Investire sugli effetti positivi di efficienza energetica dati da tecnologie raffinate, semplici e non inquinanti (le biomasse, l’eolico, il solare, le minicentrali diffuse idroelettriche…), con l’autoproduzione energetica degli edifici e delle attività economiche; concentrarsi su politiche di risparmio e non spreco (pensiamo al trasporto a lunga distanza dell’energia con megaelettrodotti, dove si perdono quantità di energia che possono arrivare al 50 per cento di quanto immesso in rete…). Un’ ”intensità energetica” (consumo di energia per unità di prodotto interno lordo) più efficiente, investendo sugli effetti positivi, sull’efficienza energetica, con benefici sia sulla bolletta di ciascun utente, che su quella del paese intero e, appunto in primis, sul CLIMA. Per questo, nonostante le previsioni assai pessimistiche sui risultati del vertice di Copenaghen, si può credere, pensare, che il “treno in corsa del cambiamento” non si possa fermare.<span id="more-3257"></span></p>
</div>
<div class="mceTemp" style="text-align:center;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;..</div>
<p style="text-align:center;"><strong>CLIMA, LA SFIDA DANESE &#8220;ENTRO IL 2050 EMISSIONI DIMEZZATE&#8221;</strong></p>
<p><em>di Luigi Offeddu &#8211; da &#8220;Il Corriere della Sera&#8221; del 1/12/2009</em><em> </em></p>
<p style="text-align:justify;"><em>Verso Copenaghen – La proposta: 80% a carico dei Paesi ricchi – Ma l’India dice già no: strada senza uscita</em>BRUXELLES &#8211; La Danimarca, padrona di casa della Conferenza mondiale sul clima, prova ad alzare l’asticella della corsa e a proporre la scommessa più alta di tutte: non 20 e non 30 per cento in meno nelle emissioni di gas-serra da qui al 2050, come si era detto finora, ma un dimezzamento, un taglio netto del 50% rispetto ai livelli del 1990, e soprattutto addebitato quasi totalmente ai paesi più ricchi. L’80% dei costi della «pulizia dei cieli», secondo questa proposta, sarà sostenuto dalle nazioni più industrializzate.     Con la speranza che ciò convinca i Paesi più poveri. E con l’urgenza di un allarme: secondo i danesi, il picco massimo delle emissioni mondiali sarà toccato già verso il 2020.</p>
<p style="text-align:justify;">Tutto ciò sta in una bozza informale di accordo frutto di una serie di consultazioni fra governi: un documento di lavoro. E che, si affannano a ripetere gli estensori danesi, non deve essere inteso come una proposta già chiusa. Perché le divisioni fra i governi sono grandi, e ogni dettaglio mal calibrato può far saltare tutto. Il testo non scende volutamente nei particolari, non chiarisce quali debbano essere gli obiettivi a breve termine nei tagli delle emissioni, di cui i Paesi ricchi vogliano farsi carico: e poiché «gli altri», i Paesi poveri, hanno invece chiesto proprio questo, una dichiarazione di disponibilità a breve, già si levano le proteste.</p>
<p style="text-align:justify;">L’India, Paese di grandi bisogni e di grandi ricchezze, e quarto produttore al mondo di gas-serra, ha già bocciato l’idea danese: «E’ una strada senza uscita». Durissimo il ministro indiano dell’Ambiente, Jairam Ramesh: a Copenaghen ci sarà «un fallimento», se sarà approvata questa proposta che «non si basa su stime realistiche».</p>
<p style="text-align:justify;">L’India ha pronta una sua bozza «non negoziabile», su cui avrebbe già raccolto il consenso di Brasile, Cina, Sudafrica: un testo che non fissa date né quantifica i tagli delle emissioni, ma dice in sostanza: «Ci chiedete troppo». Perché, parola del ministro Ramesh, «le nostre emissioni pro capite sono molto basse. Siamo pronti a discutere sul livello di efficienza energetico: ma dobbiamo avere un senso di realismo, che paiono non avere i Paesi sviluppati, su quello che i Paesi in via di sviluppo possono o non possono fare». India, Cina e Brasile esigono che Usa, Ue e gli altri «partano» per primi nei tagli, fissando subito i traguardi da qui a 5 o 10 anni. I loro «no», rilevano fonti Ue da Bruxelles, possono però essere dettati dalle necessità del negoziato.</p>
<p style="text-align:justify;">E la proposta danese è giudicata ugualmente importante: perché fissa obiettivi ambiziosi, dopo tanti traccheggiamenti al ribasso, e perché porta idealmente la firma di Connie Hedegaard. Che era fino all’altro ieri la ministra danese del Clima, che sarà fra 7 giorni la padrona di casa della Conferenza di Copenaghen, e che è la neo-commissaria europea al cambiamento climatico. Come dire: con lei, parlerà un po’ tutta l’Europa.</p>
<p style="text-align:center;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;..</p>
<p style="text-align:center;"><strong>CLIMA, L&#8217;IMPEGNO USA &#8220;TAGLIEREMO DEL 17% LE EMISSIONI NOCIVE&#8221;</strong></p>
<p><em>di Paolo Valentino, da &#8220;Il Corriere della Sera&#8221; del 26/11/2009</em><em> </em></p>
<h4><em>Nella battaglia del clima, Barack Obama getta il cuore oltre l’ostacolo – il presidente parteciperà al vertice</em></h4>
<p style="text-align:justify;">Fa una scommessa ad alto rischio. E annuncia che andrà al vertice di Copenaghen, il 9 dicembre, per difendere a nome degli Stati Uniti un obiettivo di riduzione severa delle emissioni di gas serra, che il Congresso non ha ancora sottoscritto, né è scontato che lo farà. È la prima volta in oltre dieci anni, che un’Amministrazione americana fa una promessa così forte sul global warming, impegnandosi a lavorare con la comunità internazionale, «per trovare una soluzione globale alla minaccia rappresentata dai cambiamenti climatici e gettare le basi per un nuovo futuro sostenibile, fondato sull’energia pulita».</p>
<p style="text-align:justify;">Ai delegati del summit danese, Obama dirà che gli Stati Uniti intendono ridurre le loro emissioni nocive rispetto ai livelli del 2005 «nel raggio» del 17% entro il 2020, del 43% entro il 2030 e dell’83% entro il 2050. Sono gli stessi parametri contenuti nel decreto sull’energia e il clima, votato in giugno dalla Camera dei Rappresentanti, ma bloccato al Senato, dove rischia di rimanere ancora per mesi e soprattutto di essere ricalibrato su target più modesti.</p>
<p style="text-align:justify;">Nel calcolo politico del presidente, le due Camere dovrebbero essere in grado nei primi mesi del 2010 di accordarsi su un testo finale, che rispecchi grosso modo il suo impegno, per prepararsi poi a ratificare l’eventuale accordo internazionale che conterrà quegli obiettivi. Sarebbe una prima storica: il Congresso Usa non ha mai approvato un trattato sul clima con valore vincolante.</p>
<p style="text-align:justify;">La Casa Bianca non nasconde le incognite e i pericoli di questo approccio, il cui successo dipende da una combinazione di elementi in buona parte fuori dal suo controllo. Ai dubbi sulla capacità dei democratici di avere i voti necessari a far passare le legge in Campidoglio, si sommano infatti l’incertezza sulle scelte dei maggiori Paesi emergenti, su tutti Cina e India, che hanno due economie fra le più inquinanti, ma fin qui si sono rifiutate di prendere impegni significativi sulla riduzione dei gas-serra. «Ovviamente noi speriamo che questi Paesi presentino loro piani d’azione molto ambiziosi», ha detto Carol Browner, consigliere speciale di Obama per l’Energia e il Clima.</p>
<p style="text-align:justify;">Le attese per Copenhagen erano state ridimensionate due settimane fa al vertice dei Paesi dell’Asia-Pacifico di Singapore, quando Usa e Cina avevano accettato la mediazione del premier danese Rasmussen, che aveva proposto di lavorare per un accordo politico in dicembre, negoziando successivamente sui dettagli.</p>
<p style="text-align:justify;">Ma pochi giorni dopo, a Pechino, il presidente americano aveva rilanciato, chiedendo che nella capitale danese si giunga a «un accordo immediatamente operativo», che fissi tra l’altro obiettivi vincolanti di riduzione delle emissioni di C02.</p>
<p style="text-align:justify;">L’annuncio della presenza di Obama a Copenhagen, dove sarà accompagnato da una mezza dozzina di ministri e consiglieri fra i quali il responsabile dell’Energia Steven Chu, è stato commentato positivamente da Rasmussen, secondo il quale «è una conferma dell`impegno del presidente a dare un contributo all’intesa».</p>
<p style="text-align:justify;">Ma altri leader europei e le organizzazioni ecologiste hanno espresso dubbi e critiche sull’utilità di un’apparizione così breve. La Conferenza danese dura infatti dal 7 al 18 dicembre. «Dovrebbe partecipare ai giorni finali della trattativa, quando arriveranno decine di capi di governo», ha detto il ministro dell’Ambiente svedese, Andreas Carlgren.  Secondo Kyle Ash, esperta di Greenpeace Usa, «il vertice sul clima non è solo l’occasione per una foto e il presidente Obama dovrebbe esserci insieme a tutti gli altri leader».</p>
<p style="text-align:center;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;</p>
<p style="text-align:center;"><strong>PECHINO LO AIUTERA&#8217;</strong></p>
<p><em>di Francesco Sisci, da &#8220;La Stampa&#8221; del 27/11/2009</em><em> </em></p>
<p style="text-align:justify;"><em>Dopo Obama, anche il premier cinese Wen annuncia che sarà nella capitale danese -  Tra le promesse, anche quella di piantare alberi su una superficie pari al 15 per cento dell’Italia </em> Dopo qualche giorno di cielo terso, Pechino è avvolta da una densa nebbia dal sapore acre. 0ffusca ì contorni dei palazzoni da 40 piani e più, ritarda arrivi e partenze degli aerei, appanna le luci delle automobili, confonde i profili delle persone che camminano per strada di giorno o di notte, ed entra ovunque, fin dentro il cuore politico della capitale, Zhongnanhai, la Casa Bianca cinese.</p>
<p style="text-align:justify;">E’ con questa nebbia nel cuore e ancor più nei polmoni che i leader cinesi ieri hanno annunciato il loro piano di battaglia per la conferenza di Copenhagen sull’ambiente: entro il 2020 taglieranno le emissioni da carbone del 40-45 per cento rispetto ai livelli del 2005. Il premier Wen Jiabao sarà presente al summit per sottolineare l’impegno del Paese.</p>
<p style="text-align:justify;">E’ una promessa mastodontica per la Cina, che fino a ieri ancora sembrava prendere le misure sui tagli all’inquinamento. E’ un segnale industriale e politico all’America che solo il giorno prima annunciava per il 2020 riduzioni delle emissioni di gas serra intorno al 17% rispetto ai valori del 2005 e dell’83% entro il 2050.</p>
<p style="text-align:justify;">Ma si tratta di un messaggio forte anche ad altri Paesi in via di sviluppo, India in testa, che finora sono stati più restii a mettere nero su bianco una politica di tagli all`inquinamento.</p>
<p style="text-align:justify;">L’annuncio di Pechino fa seguito alle dichiarazioni cinesi dei giorni scorsi che chiedevano misure concrete per Copenhagen, non solo accordi di circostanza. La spallata cinese, insieme al nuovo impegno americano, dovrebbe dare un forte impulso alla conferenza, dove, fino a ieri, pochi speravano si potesse raggiungere un accordo effettivo. A Pechino spiegano che si tratta di un impegno politico importante per il presidente Usa Barack Obama.</p>
<p style="text-align:justify;">Da mesi la Cina è impegnata a cercare di dare una mano al successo della presidenza americana e l’ambiente è una delle due gambe su cui si sono mosse le promesse elettorali di Obama. «Sull’altro dossier importante, quello della riforma sanitaria, non possiamo fare niente, ma sull’ambiente ci impegniamo», spiegava un alto funzionario cinese.</p>
<p style="text-align:justify;">Non si tratta certo solo di altruismo per la Cina. I tagli all’inquinamento sono parte di una politica mossa con decisione per arrivare a grossi risparmi dei consumi di energia. Parte di questa strategia è l’acquisto da parte cinese di tecnologie ambientali di origine americana. Tali tecnologie dovrebbero consentire di raggiungere un altro obiettivo cinese, quello di produrre il 15% di energia primaria da fonti non fossili.</p>
<p style="text-align:justify;">Inoltre, cinesi e americani hanno costituito un piano di ricerche congiunte sul carbone, per migliorarne l’efficienza e abbattere l’inquinamento. La Cina produce dal carbone circa il 70% della sua energia e l’America oltre il 50%.</p>
<p style="text-align:justify;">In concreto la Cina ha già promesso di riportare entro il 2010 il livello di consumo di energia medio per produrre 1.000 yuan di prodotto interno lordo ai livelli del 2005. Tali innovazioni dovrebbero contribuire quanto meno a ridurre l’aumento di richiesta di petrolio, e quindi a calmierarne i prezzi globali, ma poi le nuove tecnologie dovrebbero migliorare complessivamente la qualità dell’industria cinese.</p>
<p style="text-align:justify;">Inoltre, per il 2020 il Paese si è impegnato a piantare 40 milioni di ettari di nuove foreste, rispetto al 2005, uno spazio grande quasi quanto il 15% del territorio italiano. In particolare nella provincia del Guangdong, la base della nuova industria cinese, il governo ha imposto alle 200 maggiori città e alle 200 maggiori imprese, di migliorare l’efficienza energetica del 20% entro l’anno prossimo.</p>
<p style="text-align:justify;">Già quest’anno la Cina è diventata il maggiore mercato al mondo di turbine a vento, superando l’America.</p>
<p style="text-align:justify;">Allo stesso tempo però emergono nuove fonti di inquinamento. Quest’anno l’aumento delle vendite di automobili potrebbero essere di oltre. il 70%, portando con certezza la Cina a essere il primo mercato al mondo nel settore. Qui poi la gran parte delle auto sono di grossa cilindrata, a benzina e quindi con grandi consumi.</p>
<p style="text-align:center;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;..</p>
<p style="text-align:center;"><strong>L&#8217;AMERICA, LA CINA E LA SFIDA DEL CLIMA</strong></p>
<p><em>di Lucio Caracciolo, da &#8220;La Repubblica&#8221; del 1/12/2009</em><em> </em></p>
<p style="text-align:justify;">A problemi globali risposte globali. Questo mantra circola nei media e nella retorica pubblica occidentale, e non solo. Ha la forza dell’autoevidenza. A scavare appena sotto la superficie, tale verità appare meno assoluta.   Nulla come la questione climatica rivela lo iato fra le politiche dei governi e delle organizzazioni che cercano di affrontarla &#8211; o fingono di farlo &#8211; a partire dai propri interessi e la propaganda universalista che le veste.</p>
<p style="text-align:justify;">In questo senso non rileva sapere chi abbia ragione, fra la grande maggioranza degli scienziati che denuncia il riscaldamento dell’atmosfera terrestre e ne attribuisce la responsabilità primaria all’uomo, e chi invece l’attribuisce ad altri fattori, su cui non potremmo intervenire, o addirittura sostiene che il clima si sta raffreddando.</p>
<p style="text-align:justify;">Una vera e propria guerra di religione, con trucchi e colpi bassi, essendo in gioco corposi interessi &#8211; finanziamenti alla ricerca, status, ma soprattutto vincoli alla crescita economica dei singoli paesi &#8211; che però non cambia la sostanza del problema: si può, si vuole affrontare tutti insieme una questione che interessa ciascuno in quanto abitante del pianeta? Persino accettando il punto di vista negazionista, ciò implicherebbe fondamentali decisioni di tutti gli attori politici ed economici, a cominciare dalla rinuncia a qualsiasi grado di controllo delle emissioni di gas serra.</p>
<p style="text-align:justify;">Il dibattito che ha preceduto la conferenza internazionale di Copenaghen, destinata a disegnare il dopo-Kyoto, ossia a sancire normativamente modi e tempi della riduzione delle emissioni di anidride carbonica, sembra falsificare il postulato globalista: sul tema planetario per eccellenza prevalgono risposte nazionali, asimmetriche, scoordinate. Il caso cinese e quello americano lo dimostrano palesemente.</p>
<p style="text-align:justify;">La Cina assicura di voler ancorare il suo galoppante sviluppo ai precetti della knowledge economy e si scopre un’anima verde, promettendo di ridurre entro il 2020 i &#8220;suoi&#8221; gas serra per unità di pil del 40-45% rispetto al 2005. Si può dubitare della fattibilità di un simile obiettivo, considerando che crescendo al ritmo dell’ultima generazione (un 10% annuo, forse più) resta difficile immaginare, a meno di una rivoluzione tecnologica, che in dieci anni i cinesi possano raddoppiare il prodotto interno lordo e quasi dimezzare i gas serra per unità di prodotto. In ogni caso, si tratta di una scelta sovrana proclamata da Pechino, non vincolata a nessun trattato internazionale.</p>
<p style="text-align:justify;">Quanto a Obama, che aveva fatto dell’ecologismo uno dei suoi cavalli di battaglia in campagna elettorale, ora promette di abbattere le &#8220;sue&#8221; emissioni del 17%, sempre entro il 2020. Ma se il Congresso non gli darà via libera, queste parole resteranno vuote. Ancora una volta, sono i singoli paesi- e quali paesi! &#8211; che decidono di questioni che ci toccano tutti. Il parallelismo Obama-Hu Jintao in campo ambientale, e in prospettiva nei trasferimenti strategici di tecnologie, segnala che anche il clima sarà in futuro affare da G2. Il tono verrà da Washington e da Pechino, o non verrà.</p>
<p style="text-align:justify;">Al di là delle sovranità nazionali gelosamente difese da chi le detiene, c’è un elemento più fondamentale che impedisce una politica globale sul riscaldamento (o in ipotesi sul raffreddamento) climatico: le diverse percezioni sui suoi effetti a seconda delle latitudini in cui si vive. Per i paesi africani o financo mediterranei minacciati dall’avanzata delle desertificazione, l’innalzamento di un paio di gradi della temperatura media del pianeta equivale alla catastrofe. Per i paesi nordici &#8211; specie gli artici &#8211; il quadro è rovesciato, o quasi. È già in corso la competizione fra americani, russi, canadesi, norvegesi, danesi e altri Stati del Grande Nord per accaparrarsi le materie prime artiche, a cominciare dagli idrocarburi, che diventerebbero sempre più accessibili per lo scioglimento dei ghiacci. Un fenomeno che sta aprendo nuove rotte commerciali transcontinentali e potrebbe rivoluzionare i commerci internazionali.</p>
<p style="text-align:justify;">Insomma, la Terra è una e la specie umana pure, ma ci comportiamo come fossero tante. Non sarà Copenaghen a cambiarci la testa.</p>
<p style="text-align:center;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;</p>
<p style="text-align:center;"><strong>MENO EMISSIONI: UNA VIA C&#8217;E&#8217;</strong></p>
<p><em>di Michael Spence, Nobel per l’Economia, da “il Sole 24ore” del 24/11/2009</em><em> </em></p>
<p style="text-align:justify;">EMERGENZA CLIMA VERSO COPENHAGEN &#8211; Nessun obiettivo di riduzione dovrebbe essere imposto agli stati più poveri: il risultato va raggiunto attraverso la gestione di un meccanismo di scambi di quote &#8211; Creare un circolo virtuoso tra Occidente e paesi in via di sviluppo &#8211; TRASFERIRE TECNOLOGIA: prima di chiedere sacrifici ai Pvs è necessario aiutarli a migliorare la qualità dello sviluppo, riducendo l’impatto inquinante<em> </em> I combustibili fossili presentano molti aspetti problematici: sono molto cari; sono fonte d’instabilità politica e di difficoltà di approvvigionamento e a mano a mano che a livello globale il loro consumo aumenta, i costi e le spese associate al loro utilizzo probabilmente s’impenneranno ancora molto.</p>
<p style="text-align:justify;">Cosa ancora peggiore, implicano immensi e insostenibili costi in termini di emissioni di anidride carbonica.</p>
<p style="text-align:justify;">L’uso dei combustibili fossili &#8211; ai quali è riconducibile l’aumento delle emissioni di C02 &#8211; pare andare di pari passo con la crescita e lo sviluppo. Rispetto ai paesi avanzati, il mondo in via di sviluppo ha sia bassi redditi procapite sia bassi livelli procapite di emissioni di anidride carbonica. Imporre rigide limitazioni all’aumento delle loro emissioni potrebbe ostacolare pesantemente la crescita del loro Pil e pregiudicare gravemente la loro capacità di tirarsi fuori dalla povertà.</p>
<p style="text-align:justify;">Il mondo in via di sviluppo ha anche serie e giuste obiezioni per ciò che concerne pagare di tasca propria un intervento di miglioramento del cambiamento del clima. I paesi sviluppati sono collettivamente responsabili di gran parte dell’attuale accumulo di C02 nell’atmosfera, come pure di una significativa quota (per quanto in lieve calo) delle emissioni annuali mondiali. Di conseguenza &#8211; così sostengono i rappresentanti del mondo in via di sviluppo &#8211; i paesi avanzati dovrebbero accollarsi in pieno la responsabilità di risolvere il problema.</p>
<p style="text-align:justify;">Limitarsi a un semplice scaricabarile delle responsabilità nei confronti dei paesi avanzati, esentando i paesi in via di sviluppo dal dovere di limitare le emissioni a loro volta, non porterà ai risultati voluti. Per avere successo, una strategia finalizzata a combattere il cambiamento del clima deve essere non soltanto giusta, ma anche efficace. Se si consente ai paesi in via di sviluppo di crescere, e al contempo non sarà imposta alcuna riduzione alle loro emissioni di anidride carbonica, nei prossimi 50 anni la media delle emissioni pro- capite di C02 in tutto il mondo raddoppierà, fino a quadruplicare quasi i livelli ritenuti sicuri, a prescindere da quello che faranno in merito i paesi avanzati.</p>
<p style="text-align:justify;">Questi ultimi, da soli, non possono garantire il raggiungimento in ambito globale di sicuri livelli di CO2. Limitarsi ad attendere che i paesi in via di sviluppo in forte crescita recuperino il distacco con i paesi avanzati è ancor meno una soluzione proficua. Di conseguenza, la sfida più grande e importante per il pianeta è individuare una strategia che incoraggi la crescita nel mondo in via di sviluppo, ma seguendo una strada che si prefigga di raggiungere livelli sicuri di emissioni globali di anidride carbonica entro la metà del secolo.</p>
<p style="text-align:justify;">Comprendere in che modo perseguire questo obiettivo significa dissociare la questione di chi debba pagare per gli sforzi più consistenti necessari a frenare il cambiamento climatico dalla questione di dove debbano aver luogo questi cambiamenti a livello geografico.</p>
<p style="text-align:justify;">In altre parole, insomma, se i paesi avanzati assorbono le spese necessarie a ridurre le emissioni sul breve periodo, mentre gli sforzi per ridurre le emissioni diminuiscono la crescita delle emissioni nei paesi in via di sviluppo, il conflitto tra la crescita dei paesi in via di sviluppo e il successo nella limitazione delle emissioni globali può essere riconciliato, o quanto meno sostanzialmente ridotto.</p>
<p style="text-align:justify;">Queste considerazioni indicano che nessun obiettivo di riduzione delle emissioni dovrebbe essere imposto ai paesi in via di sviluppo, almeno fintantoché non si avvicinano a livelli di Pii procapite paragonabili con quelli dei paesi avanzati. Un corollario di importanza fondamentale per questa strategia è il trasferimento della tecnologia su ampia scala ai paesi in via di sviluppo, il che consentirebbe loro sia di crescere sia di ridurre le proprie emissioni.</p>
<p style="text-align:justify;">La comunità internazionale ha già accettato il principio di base in virtù del quale i ricchi dovrebbero accollarsi la maggior parte delle spese connesse a migliorare il cambiamento climatico. Il Protocollo di Kyoto ha fissato una serie di &#8220;responsabilità comuni ma differenziate&#8221;, che comportano ruoli asimmetrici per i paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo, e con obblighi per i paesi in via di sviluppo che si evolvono a mano a mano che essi progrediscono.</p>
<p style="text-align:justify;">Il modo migliore per attivare questa strategia consiste nei ricorrere a un sistema di scambi commerciali per l’acquisto di quote di anidride carbonica (carbon credit trading system) nei paesi sviluppati, in modo tale che ciascun paese avanzato si veda assegnare una determinata quantità di permessi in base ai quali definire i propri livelli ammissibili di emissioni.</p>
<p style="text-align:justify;">Se un paese supererà tale livello, dovrà acquistare ulteriori permessi da altri paesi che riescono a raggiungere l’obiettivo di contenere le proprie emissioni al di sotto dei livelli autorizzati.</p>
<p style="text-align:justify;">Ma un paese avanzato potrà anche impegnarsi a ridurre sostanzialmente i livelli di emissione nel mondo in via di sviluppo e così guadagnare ulteriori permessi pari al valore complessivo dei risultati raggiunti nella riduzione delle emissioni (consentendo così di rilasciare maggiori emissioni in casa propria).</p>
<p style="text-align:justify;">Un simile sistema innescherebbe un’accanita caccia imprenditoriale alle migliori opportunità di riduzione a basso costo delle emissioni nei paesi in via di sviluppo, perché i paesi ricchi vorrebbero sicuramente pagare meno abbassando le emissioni in altri paesi. Di conseguenza, anche quest’opera di contenimento delle emissioni diverrebbe più efficiente, e le stesse spese sostenute dai paesi avanzati produrrebbero riduzioni più consistenti delle emissioni globali.</p>
<p style="text-align:justify;">Per quanto riguarda i paesi in via di sviluppo, pur non avendo espliciti permessi o obiettivi fintantoché non raggiungeranno lo status di paese sviluppato, saprebbero che a un certo punto (per esempio quando le loro emissioni di CO2 raggiungeranno i livelli medi dei paesi sviluppati) entreranno anch’essi a far parte del sistema globale di limitazione. Ciò fornirebbe loro un incentivo anche prima di raggiungere quel momento preciso, esortandoli a prendere decisioni in materia di definizione dei prezzi energetici e di efficienza che nell’insieme ridurrebbe in ogni caso la crescita delle loro emissioni senza con ciò ostacolare la loro crescita economica, estendendo quindi il periodo di tempo durante il quale i livelli delle loro emissioni rimarranno privi di vincoli.</p>
<p style="text-align:justify;">Il conflitto tra paesi sviluppati e in via di sviluppo per le responsabilità legate alla riduzione delle emissioni di Co2 non dovrebbe in ogni caso pregiudicare la possibilità di raggiungere un accordo globale. Una soluzione equa è sicuramente complessa, quanto è complesso del resto il cambiamento del clima stesso, ma per lo meno è sicuramente possibile.</p>
<p style="text-align:center;">&#8230;&#8230;&#8230;..</p>
<p style="text-align:center;"><strong>IL VERTICE DELLE POLEMICHE &#8220;FALSI I DATI SUL CLIMA&#8221;</strong></p>
<p><em>Vigilia a Copenaghen. Ma ora Obama è fiducioso </em>- <em>L´accusa respinta dagli scienziati &#8220;Nessun trucco&#8221; Al vertice 103 capi di Stato e di governo</em><em> </em></p>
<p><em>di Antonio Cianciullo – da “la Repubblica” del 6/12/2009</em></p>
<p style="text-align:justify;">COPENAGHEN &#8211; I 15 mila delegati delle Nazioni Unite che stanno arrivando a Copenaghen apriranno un summit diviso tra le polemiche e un´improvvisa ventata di ottimismo. Ieri il direttore dell’Unep, Achim Steiner, ha lanciato accuse sull’incursione di hacker nei computer dell’University of East Anglia: «È stato montato un presunto climategate sostenendo che dei dati del 1999, che avrebbero messo in discussione il cambiamento climatico, sono stati manomessi. È un tentativo maldestro di distrarre l’opinione pubblica alla vigilia del summit». La vicenda coinvolge anche l’ex vicepresidente americano Gore, che sulle teorie degli scienziati britannici aveva fondato la denuncia contenuta nel film «An incovenient truth».</p>
<p style="text-align:justify;">Nonostante le polemiche della vigilia, la conferenza Onu parte galvanizzata da una serie di aperture alla trattativa da parte di quei paesi che fanno la differenza. Obama ha trasformato la visita di cortesia del 9 dicembre, una semplice tappa nel percorso per ritirare il Nobel, in una presenza strategica il 18, quando si prenderanno le decisioni finali. A Copenaghen in quei giorni è previsto l’arrivo del presidente cinese, che intende investire in energia pulita tra 44 e 66 miliardi di dollari l’anno per 10 anni, e del presidente russo Dmitri Medvedev, che ha deciso un taglio delle emissioni serra del 25%. Ieri anche il premier indiano Singh ha detto che prenderà l’aereo per Copenaghen. E il Brasile ha subito rilanciato annunciando una delegazione di 700 persone guidata dal presidente Lula per cancellare la sua immagine di paese distruttore di foreste e spingere il Sudamerica verso un accordo globale.<br />
A questo punto i capi di Stato e di governo in arrivo sono 103. Era dal 1992, dall’Earth Summit di Rio, che non si registrava una presenza così rilevante a una conferenza sull’ambiente. Restano però molti nodi da sciogliere. Il primo è il carattere vincolante degli impegni: il protocollo di Kyoto ha segnato il passaggio dalle dichiarazioni di buona volontà agli obblighi, tornare indietro è difficile. Il secondo è la rapidità dell´intervento: tagli entro il 2020. Il terzo i fondi per le tecnologie avanzate: c’è consenso su un pacchetto da 10 miliardi di dollari l’anno per aiutare i paesi in via di sviluppo, ma la richiesta è 40 volte superiore. (antonio cianciullo)</p>
<p style="text-align:center;"><strong>LA BLOGOSFERA E IL VERTICE DI COPENAGHEN</strong></p>
<p><em>di Laura Kiss, da &#8220;La Repubblica – Affari&amp;Finanza&#8221; del 23/11/2009</em><em> </em></p>
<p style="text-align:justify;">Sul vertice sul clima poche le speranze che il risultato di questo incontro porti a passi concreti verso la riduzione delle emissioni a livello globale, seppure sui blogg li appelli per un radicale cambiamento nelle politiche energetiche si faccia sentire sempre più forte. Come ad esempio su <a href="http://gualerzi.blogautore.repubblica.it/">http://gualerzi.blogautore.repubblica.it</a> , dove si legge: &#8220;Per quanto nessuno riponesse più grandi speranze nell’esito del vertice di Copenaghen, malgrado il cinismo con cui la questione è stata archiviata dai leader del G2, rimangono in ogni caso alcuni motivi per non disperare più del necessario. II ragionamento più importante è quello che da tempo porta avanti Amory Lovins, il più grande sostenitore della rivoluzione industriale ed energetica verde. Il treno del cambiamento &#8211; è il succo del suo ragionamento &#8211; è ormai partito e ribaltare il paradigma dello sviluppo non è né una questione politica né tantomeno diplomatica:</p>
<p style="text-align:justify;">sarà il business a fare comunque dell’efficienza energetica, delle rinnovabili e del conseguente taglio alle emissioni una necessità ineludibile&#8221;.</p>
<p style="text-align:justify;">E su <a href="http://www.gdonline.it/web%20/blog.as">www.gdonline.it/web /blog.as</a> si lancia un appello: &#8220;E’ importante che si arrivi ad un trattato che permetta eque opportunità di sviluppo per paesi e regioni. Ai paesi poveri deve essere permesso di svilupparsi, e i paesi sviluppati devono prendersi le più grandi responsabilità per le loro enormi emissioni attuali. Noi rappresentanti delle organizzazioni giovanili europee siamo tutti molto impegnati per il nostro clima e per il nostro futuro. Invitiamo dunque il summit di Copenhagen a trovare un accordo su risultati concreti &#8220;.</p>
<p style="text-align:justify;">Anche dal blog <a href="http://serevolution.wordpress.com/tag/">http://serevolution.wordpress.com/tag/</a> viene lanciato un appello ai grandi della terra: &#8220;Dobbiamo correre ai ripari il prima possibile. A dirlo le associazioni ambientaliste e diversi esperti del clima. Uno fra tutti James Hansen della NASA: &#8220;E’ necessario ridurre l’uso di combustibili fossili e in 20 anni potremmo salvare la Terra&#8221; dice. In caso contrario è lo stesso Hansen a prevedere un aumento del livello dei mari di 7 metri a fine secolo.&#8221;</p>
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		<title>Europa SOS Razzismo &#8211; Il primo dicembre è entrato in vigore il Trattato di Lisbona: non negli Stati Uniti d’Europa ma in un’Europa divisa in (piccole) patrie, tra chiusure e razzismi espressi o incombenti, dove i destini del mondo si decidono altrove</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Dec 2009 23:04:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sebastianomalamocco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Geografia e confini]]></category>
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		<description><![CDATA[L’Europa che rafforza da questo dicembre le sue istituzioni, con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, è un’Europa confusa: che comprende la necessità di essere unita con politiche “uniche” (sui problemi internazionali, sull’economia, sull’ambiente…), ma prevalgono le “piccole patrie” e gli individualismi di ciascuna nazione. Sul tema dell’immigrazione manca una politica di sviluppo dei [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=geograficamente.wordpress.com&blog=2356514&post=3251&subd=geograficamente&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><div id="attachment_3252" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-3252" title="Ballotelli 2" src="http://geograficamente.files.wordpress.com/2009/12/ballotelli-2.jpg?w=300&#038;h=249" alt="" width="300" height="249" /><p class="wp-caption-text">Mario Ballotelli, giovane calciatore assai bullo e forse antipatico, ma non per questo dev’essere vittima di continui episodi di razzismo (sintomatici di malessere sociale)…… “Ciò che non gli viene perdonato è di non essere uno dei tanti campioni di colore che arrivano, aiutano a vincere e se ne vanno. Balotelli è nero ma parla bresciano ed è italiano, rivendica la sua identità italiana. E’ il simbolo del passaggio dall’Italia di ieri a quella di domani. E’ questo che manda in corto circuito i razzisti.” (GianAntonio Stella, il Corriere della Sera… vedi tutto l’articolo in seconda pagina)</p></div>
<p style="text-align:justify;">L’Europa che rafforza da questo dicembre le sue istituzioni, con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, è un’Europa confusa: che comprende la necessità di essere unita con politiche “uniche” (sui problemi internazionali, sull’economia, sull’ambiente…), ma prevalgono le “piccole patrie” e gli individualismi di ciascuna nazione. Sul tema dell’immigrazione manca una politica di sviluppo dei paesi poveri (buona parte dell’Africa se la stanno comprando i cinesi…) e ci si muove solo con respingimenti a volte crudeli (lasciando al loro destino naufraghi, o nella mani di un paese che non riconosce le regole del diritto internazionale, come la Libia).</p>
<p style="text-align:justify;">Un’Europa dove episodi di razzismo, di xenofobia si moltiplicano (ma questo accade quando non c’è una prospettiva chiara, un progetto futuro innovativo pur saldamente basato su quei principi di “libertà, uguaglianza, fraternità” sorti proprio in Europa dalla rivoluzione francese).  Diamo qui conto di questa nuova stagione che si apre nei suoi effetti contrastanti, tra il positivo e il negativo (il trattato di Lisbona che rinsalda le istituzioni europee, ma il diffondersi del razzismo e delle chiusure a volte xenofobe nei confronti degli immigrati, dei poveri, o di chi ha la pelle nera… la voglia di aprire un’altra era sul tema ambientale –l’Europa spinge perché si ottengano risultati positivi dall’imminente Conferenza di Copenaghen- e la totale assenza di una politica estera unitaria sui grandi problemi del mondo – è da sperare nella nuova figura di Ministro degli Esteri, la baronessa inglese Ashton a cui è affidato il duro compito di creare una politica internazionale europea-).</p>
<p style="text-align:justify;">
<div id="attachment_3255" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://geograficamente.files.wordpress.com/2009/12/minareto-3.jpg"><img class="size-full wp-image-3255" title="minareto 3" src="http://geograficamente.files.wordpress.com/2009/12/minareto-3.jpg?w=300&#038;h=230" alt="" width="300" height="230" /></a><p class="wp-caption-text">No della Svizzera ai minareti</p></div>
<p style="text-align:justify;">E l’episodio del referendum svizzero, che ha bocciato la possibile costruzione di minareti nel suo territorio, imbarazza e crea preoccupazione nelle forze europee: si teme una catena di episodi, manifestazioni, petizioni, referendum che vengano a copiare quanto è accaduto in Svizzera.</p>
<p style="text-align:justify;">Su tutto questo (il pessimismo della ragione…) predomina la speranza che il pur lento processo di unificazione europea riesca a tirar fuori le grandi risorse (umane, democratiche, di intelligenze, di solidarietà…) di cui è ancor vivo il suolo europeo (l’ottimismo della volontà…).<span id="more-3251"></span></p>
<p style="text-align:center;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;.</p>
<p style="text-align:center;"><strong>TRATTATO IN VIGORE, L&#8217;EUROPA RIPARTE DA LISBONA</strong></p>
<p><em>di Luigi Offreddu, da &#8220;Il Corriere della Sera&#8221; del 2/12/2009</em><em> </em></p>
<p style="text-align:justify;">BRUXELLES &#8211; Battesimo con fuochi d’artificio sulle sponde dell’Atlantico, ieri notte, per l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, la «Costituzione leggera» dell’Unione europea.      Che promette molte cose: snellirà una macchina troppo complessa, così almeno si spera; e rafforzerà l’Europarlamento, che potrà vagliare molte decisioni prese dal Consiglio dei ministri dell’Unione.</p>
<p style="text-align:justify;">Sempre grazie al Trattato, la Ue ha due leader «stabili»: il presidente del Consiglio, il belga Herman Van Rompuy, in carica per due anni e mezzo; e il «ministro degli Esteri», l’inglese Catherine Ashton. Di più (sempre negli auspici): il Trattato libererà lo stesso Consiglio dalle gabbie dei veti posti dai singoli governi, e gli consentirà di esprimersi anche a maggioranza e non più solo all’unanimità, almeno su certe materie. Nascerà poi la «difesa europea», un esercito comune creato all’inizio da un gruppo ristretto di Paesi.</p>
<p style="text-align:justify;">In due parole: «meno chiacchiere e una boccata di aria fresca», per dirla con un diplomatico anglosassone di sede a Bruxelles. A Lisbona, anche il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso ha parlato di giornata storica. E con lui, un pugno di primi ministri riuniti intorno alle 400 pagine della «Costituzione leggera» (700, con gli annessi) hanno ricordato chi &#8211; oltre 50 anni fa &#8211; firmò il Trattato di Roma, prima base dell’Unione, per constatare che un bel po` di strada è stata fatta.</p>
<p style="text-align:justify;">Così lo svedese Fredrik Reinfeldt, presidente di turno della Ue fino al 31 dicembre, ha detto che il nuovo Trattato regalerà ai cittadini una Ue dotata di più «democrazia e trasparenza». Accanto a lui c`era José Luis Zapatero, suo successore nella stessa carica da gennaio: i presidenti di turno esisteranno infatti ancora, con il presidente del Consiglio «stabile», e questo è uno dei punti che più hanno calamitato le critiche degli scettici.</p>
<p style="text-align:justify;">Un altro punto controverso è quello della guida dell’Eurogruppo, l’organismo che riunisce i ministri finanziari della zona Euro. Ieri, a Bruxelles, si doveva scegliere il successore dell’attuale presidente, il lussemburghese Jean-Claude Junker, il cui mandato scade a ottobre. C’era un altro candidato a quella carica, Giulio Tremonti. Ma a tarda ora, secondo il tedesco Wolfgang Schauble, si sarebbe deciso che con il Trattato di Lisbona si riparte da zero. E così Junker «molto probabilmente» verrà rieletto il 18 gennaio, per altri 18 mesi. I ministri hanno mandato anche un altro segnale: l’euro, oggi, è «sopravvalutato».</p>
<p style="text-align:center;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;.</p>
<p style="text-align:center;"><strong>LE SFIDE CRUCIALI DELLA NUOVA EUROPA</strong></p>
<p>di Giuseppe Mammarella, da “il Messaggero” del 1/12/2009</p>
<p style="text-align:justify;">E’ nata la nuova Europa, quella costruita dal Trattato di Lisbona che entra in vigore a tutti gli effettì dotando l’Unione di quella personalità giuridica necessaria perché essa acquisisca piena legittimità internazionale. Ma delle due maggiori cariche previste dal Trattato, il Presidente e l’Alto rappresentante della politica estera europea, solo la seconda, la baronessa Catherine Ashton ha assunto le sue funzioni. Il Presidente designato, Herman Van Rumpuy dovrà attendere il primo di gennaio per entrare nella pienezza dei suoi poteri a confermare che l’Europa si costruisce giorno dopo giorno.</p>
<p style="text-align:justify;">La signora Asliton parte in anticipo, quasi a sottolineare la maggiore delicatezza del suo compito e il maggior impegno richiesto dalla carica. Al momento dell’annuncio la sua designazione, come quella di Rumpuy, era stata accolta dalla stampa europea con giudizi non privi di durezza per la personalità dei due designati e per le scelte di basso profilo fatte dal vertice dell’Unione.</p>
<p style="text-align:justify;">Poi nei giorni successivi ha prevalso una valutazione più meditata per le qualità personali ma soprattutto per la natura dei compiti che attendono i due prescelti a guidare l’Europa per i prossimi anni. Rumpuy si è attribuito la funzione di mediatore per la quale tutti gli riconoscono doti ed esperienza eccellenti.</p>
<p style="text-align:justify;">Va riconosciuto che nell’attuale fase della vita dell’Unione che vede un ruolo più incisivo rispetto al passato dei governi nazionali anche sulla scia degli interventi resi necessari dalla crisi economica, sarebbe utopico attendersi un ruolo diverso come quello che era stato auspicato di direzione e di leadership. E’ piuttosto attraverso la mediazione e l’armonizzazione delle posizioni e delle voci che potrà nascere una politica ragionevolmente unitaria e coerente.</p>
<p style="text-align:justify;">Sarebbe ugualmente irrealistico attendersi dalla Ashton la formulazione e l’implementazione di una politica estera comune ai 27 Stati rimasta latitante per tanti anni alla quale il pur bravo Solana ex mister Pesc ha cercato di dar corpo con limiti che sono sotto gli occhi di tutti. Compito della Ashton sarà soprattutto quello di creare gli strumenti di una politica estera e in primis quello di un corpo diplomatico che -per la sua consistenza e le risorse che gli sono state attribuite- si preannuncia dì notevole rilievo.</p>
<p style="text-align:justify;">Un compito che richiederà tempo e scelte oculate e soprattutto coerenza e continuità di indirizzi. Quella europea dovrà dialogare utilmente con le diplomazie nazionali evitando conflitti e cercando di mediare e coordinare posizioni ed interessi secondo modi e metodi ancor tutti da inventare e sperimentare.</p>
<p style="text-align:justify;">Insieme alla diplomazia l’altro indispensabile strumento di una politica estera è quello di una forza militare, a sostegno degli obiettivi che l’Unione si darà sul piano internazionale, e qui si tocca una delle maggiori deficienze dei governi se non un vero e proprio fallimento.</p>
<p style="text-align:justify;">Nonostante che di una forza europea integrata si parli da decenni, i risultati raggiunti sono meno che simbolici e da qualche tempo gli sforzi perla costruzione di una pur minima struttura sembrano essere stati sospesi.</p>
<p style="text-align:justify;">È ovvio che il problema investe tutta una serie di scelte politiche fondamentali e soprattutto i rapporti con gli Stati Uniti all’interno della Nato, ma nelle attuali contingenze di un mondo in cui gli equilibri sono in fase di rapida evoluzione, ulteriori rinvii rischierebbero di creare situazioni irrecuperabili. Insieme alla diplomazia e ad una forza militare integrata la politica estera richiede soprattutto l’adesione dei cittadini per la realizzazione di quegli interessi economici politici ideali in cui essi si riconoscono e in cui sostanzialmente consiste la politica estera.</p>
<p style="text-align:justify;">Resta pertanto da rafforzare e in alcuni casi da costruire una identità europea che non contraddica quella delle singole identità nazionali. È un compito tanto più urgente in un’Europa dove lo spirito europeista è parzialmente inquinato dal ritorno di tentazioni nazionaliste e di preoccupazioni sovraniste.</p>
<p style="text-align:justify;">Il Trattato di Lisbona offre strumenti e poteri per aprire una fase nuova nella storia dell’unità europea che pur allontanandosi ulteriormente dal programma federalista delle origini, e potrà segnare un nuovo passo irreversibile e forse decisivo verso una politica estera diretta a conservare all’Europa la capacità di operare al livello dei maggiori protagonisti vecchi e nuovi, della politica mondiale.</p>
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<p style="text-align:center;"><strong>No della Svizzera ai minareti. Un divieto offensivo</strong></p>
<p><em>di Pierluigi Battista, da “il Corriere della Sera” del 30/11/2009</em></p>
<p style="text-align:justify;">La bocciatura svizzera dei minareti si gloria con nobili intenzioni stilistiche e architettoniche, come se davvero lo splendore autoctono dei laghi e delle montagne avesse bisogno di essere protetto dall’intrusione di torri sgraziate. Ma nel referendum svizzero hanno bocciato a maggioranza la libertà religiosa. Non la tutela del paesaggio, ma la guerra preventiva ai luoghi della preghiera. Si sentono minacciati, ma hanno fatto di un minareto il quartier generale del nemico.</p>
<p style="text-align:justify;">Non hanno chiesto il controllo di ciò che viene predicato e agitato nelle moschee. Non si sono ribellati a costumi in contrasto con i principi che ci sono più cari, dalla libertà della donna alla separazione tra politica e religione, dalla democrazia all’autonomia delle leggi civili dalle pretese di un testo sacro. E non hanno nemmeno vellicato un istinto di sicurezza, che in Svizzera, per la verità, ha meno ragioni di esasperarsi che da noi.</p>
<p style="text-align:justify;">No, hanno manifestato un’ostilità preventiva e non negoziabile ai luoghi di culto. Hanno identificato nel muezzin che dai minareti chiama i fedeli alla preghiera il nemico in agguato, il simbolo della minaccia, l’aggressione a un’identità culturale. E se c’è un esempio della tanto evocata tirannide della maggioranza, da ieri basta recarsi in Svizzera per contemplarne un modello.</p>
<p style="text-align:justify;">Hanno dato la risposta peggiore alla minaccia islamista che incombe sull’Europa, peggiore anche dell’illusione multiculturalista i cui contraccolpi negativi sono oggi al centro della riflessione autocritica in Gran Bretagna e in Olanda. Se pensavano a una ritorsione per le persecuzioni e le discriminazioni religiose che infestano i Paesi in cui la legge non è che l’applicazione letterale e senza scampo della sharia, hanno imboccato la strada più pericolosa. Più pericolosa per le minoranze religiose che nel mondo dell’integralismo islamico non hanno diritto di parlare, esprimersi, pregare, esporre i simboli del proprio credo.</p>
<p style="text-align:justify;">È ovvio che i primi a rammaricarsi per il risultato svizzero siano stati i vescovi: non si può rispondere con i divieti a chi considera un reato punibile con la morte il semplice possesso di un crocefisso. Non è con l’ostruzionismo che dovrebbe impedire la costruzione di un minareto che si possono salvare le chiese altrove saccheggiate e bruciate, o avere più a cuore la sorte degli ebrei e dei cristiani che sono costretti alla clandestinità della loro fede.</p>
<p style="text-align:justify;">Il divieto di minareto è inutilmente offensivo, controproducente. E colpisce il bersaglio sbagliato. Schiaccia i più moderati nelle braccia degli oltranzisti. Suscita risentimenti e vittimismi. Offre gratuitamente argomenti a chi parte per l’Europa con intenzioni ostili. Scambia catastroficamente la religione con la politica. Anziché chiedere conto agli islamici dei loro comportamenti, li umilia ostacolando le loro preghiere. Invece di esigere che tutto si svolga alla luce del sole, ricaccia nell’ombra chi vuole solo pregare e non ha intenzione di unirsi ai nemici dell’Occidente che considerano l’Europa terra di infedeli da combattere.</p>
<p style="text-align:justify;">Non c’è niente di male nella costruzione di una moschea (che in Svizzera sono già duecento, peraltro) o di un minareto. Il male è che le moschee diventino luogo di reclutamento del verbo fondamentalista, e questo male è destinato a inasprirsi dopo il referendum svizzero. Il male non è la libera preghiera, ma il velo islamico non liberamente scelto ma imposto da autorità onnipotenti, padri padroni, mariti prepotenti. Non è il suono del muezzin, ma l’ostentazione di un’ostilità minacciosa, come quella che ha conosciuto Milano quando, in gesto di sfida, si inscenò la genuflessione islamica davanti al sagrato del Duomo. Si capisce che alcuni esponenti della Lega esultino per il risultato svizzero. Si capisce un po’ meno che siano seguiti da chi invece non ha fatto della purezza etnico-religiosa la propria bandiera.</p>
<p style="text-align:justify;">Che dovrebbe battersi per la reciprocità della libertà religiosa e perché sia garantita l’integrità delle chiese e delle sinagoghe, la sacralità dei luoghi di culto ovunque essi siano. Il resto è solo paura, terrore cieco. Ma la paura fa commettere errori imperdonabili. Anche se espressi a maggioranza. Anche se la democrazia smarrisce se stessa, se non tutela le minoranze. Comprese quelle che pregano in modo diverso.</p>
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<p class="MsoNormal" style="text-align:center;margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;"><strong>Minareti, ora l’Europa teme l&#8217;ondata estremista</strong></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;"><em>I partiti della destra radicale: «Ora referendum ovunque»</em></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin:0;"><em><span style="font-family:Arial;color:black;font-size:10pt;">di Marco Zatterin, da “la Stampa” del 1/12/2009</span></em></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;margin:0;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;">BRUXELLES. Geert Wilders ha colto la palla al balzo. Lui, l&#8217;uomo che guida la destra radicale in Olanda, quello che per stabilire il parallelo fra il Corano e il Mein Kampf di Hitler ha pure fatto un film, s&#8217;è subito preso la briga di invocare un referendum contro i minareti sulla falsariga di quello svizzero. </span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;"> Il suo Partito per la Libertà conta sulla carta sul 15% dei consensi nei Paesi Bassi, un seguito costruito alimentando lo scontro con gli immigrati, soprattutto di fede islamica. Eppure è difficile che la spunti. La coalizione che guida lo Stato Orange resta ancorata ai principi del liberismo e dell&#8217;apertura all&#8217;altro. Ma questo non toglie che il voto elvetico rafforzi nettamente l&#8217;ossigenato leader xenofobo e che, in un futuro non lontano, le cose potrebbero andare diversamente.<br />
La consultazione popolare di domenica ha ringalluzzito gli schieramenti più estremisti anche in Belgio e Austria. Il Partito del popolo danese ha chiesto formalmente che si vada alle urne contro le torri della mezzaluna. Sono voci rumorose. Fuori dai governi, però. Nelle dichiarazioni ufficiali delle capitali il dissenso per la scelta svizzera è netto, le parole stigmatizzano una decisione «che divide e che può minare la costruzione di una società sana e multietnica». Riassume l&#8217;ex presidente della Commissione europea Jacques Delors, uno dei padri dell&#8217;Europa unita: «Sinora abbiamo vissuto con l&#8217;idea che le religioni diverse possano coesistere in uno Stato democratico con il rispetto di tutti e un minimo di diritti». Adesso, fa notare, ci sono pulsioni nuove. «E mi rattrista che si confonda la fede con l&#8217;origine».<br />
Difficile avere un quadro esatto delle moschee in Europa, nessuno raccoglie i dati. Le stime variano comunque da 7 a 15 mila. In Francia negli ultimi anni si è avuto un vero e proprio boom di minareti, all&#8217;ombra dei quali ombra pregano i 5 milioni di musulmani dell&#8217;esagono. A Parigi è in funzione da tempo una Grande Moschea, mentre quella di Strasburgo &#8211; progettata dall&#8217;italiano Portoghesi &#8211; ha la cupola installata da venerdì. Dopo vent&#8217;anni di travagli dovrebbe aprire fra un anno. Normale che il ministro degli Esteri Bernard Kouchner definisca i risultati svizzeri «espressione di intolleranza». E normale che il ministro dell&#8217;Interno spagnolo Alfredo Pérez Rubalcaba ribadisca che avrebbe votato contro la proibizione dei minareti.<br />
La più grande moschea d&#8217;Europa è stata inaugurata nel 1992 proprio a Madrid e in 4 delle diciassette regioni del Paese iberico dal 2005 nelle scuole si offre l&#8217;ora settimanale (e facoltativa) di islam. Per Rubalcaba «ciò che è successo in Svizzera non si ripeterà». Qualche dubbio comincia a serpeggiare in Germania. Wolfgang Bosbach, il cristianodemocratico che guida la Commissione Interni del Parlamento, ha dichiarato all&#8217;Hamburger Abendblatt che le cronache svizzere riflettono «una diffusa paura dell&#8217;islam» presente anche nel suo Paese, dove le moschee turrite sono oltre duecento e un altro centinaio è in costruzione. Il governo non sembra però intenzionato a cambiar rotta. Nonostante qualche polemica persino nella supercattolica Colonia, patria del padre cristiano-conservatore della democrazia, Konrad Adenauer, prosegue l&#8217;attività nei cantiere della Grande Moschea, che avrà due minareti da 55 metri.</span></p>
<p style="text-align:center;"><span style="font-family:Arial;font-size:10pt;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;..</span></p>
<p style="text-align:center;"><strong>IMMIGRATI: MENO LAVORO, PIU&#8217; RAZZISMO</strong></p>
<p><em>di Antonio De Florio, da “il Messaggero” del 23/9/2009</em><em> </em></p>
<p style="text-align:justify;">I morsi della crisi economica si fanno sentire e gli immigrati sono i primi a essere colpiti. Le imprese hanno tagliato del 50 per cento le assunzioni di stranieri, le rimesse a casa sono scese di 4-5 punti, fioccano gli sfratti e aumentano solo gli episodi di razzismo. Le domande di regolarizzazione on-line al Viminale di colf e bandanti, (alla scadenza di fine settembre, ndr) sono state appena 145.000: erano previste più di mezzo milione di richieste.   E’ questa l’ultima radiografia tracciata dal Censis per l’Ocse con il rapporto &#8220;International migration outlook&#8221;, presentato al Cnel di Roma.      Poche cifre per capire le dimensioni della crisi: nel 2009 le nuove assunzioni di immigrati sono state 92.500 a fronte delle 171.900 dell’anno precedente. Nel Settentrione, dove c’è la maggiore concentrazione dei flussi migratori, gli sfratti per morosità a causa dell’aumento del canone o della perdita del lavoro hanno ricevuto un’impennata e il 22% delle famiglie che devono forzatamente abbandonare le case sono straniere.   Parallelamente si è arenata la corsa al mattone; negli ultimi due anni l’acquisto di appartamenti da parte di immigrati è calato del 23,7%. Per non parlare dei risparmi mandati nel proprio paese: sono diminuite del 10% le somme pro capite che gli immigrati inviano mensilmente in patria (155 euro nel 2008 a fronte dei 171 del 2007) ed è rallentata la crescita complessiva delle rimesse (6,4 miliardi di euro).</p>
<p style="text-align:justify;">Il vicedirettore del Censis Carla Collicelli denuncia un altro aspetto: «Con la crisi sono cresciuti gli episodi di intolleranza».  Sono aumentati in particolare gli atti di discriminazione, il 22,3% dei quali subiti nel mondo del lavoro: il 32.1% delle denunce riguarda la fase di accesso al mercato del lavoro, il 23,2% lecondizioni lavorative, il 19,6% azioni di mobbing.</p>
<p style="text-align:justify;">I flussi migratori restano comunque di segno positivo almeno fino allo scorso anno: gli stranieri regolarmente residenti in Italia sono cresciuti del 16,8% nel 2008, 493.729 unità in più rispetto all’anno precedente, per un totale di 3.432.651 presenze. Al primo gennaio 2008 erano 1.684.906 le famiglie con almeno un componente straniero, pari al 6,9% del totale.</p>
<p style="text-align:justify;">Lo scorso anno i rapporti di lavoro di stranieri registrati presso l’Inail sono stati più di tre milioni e 200 mila.   Nel 42% dei casi si tratta di donne. E il 71,6% delle colf e delle badanti che lavorano in Italia (pari complessivamente a circa un milione e mezzo) sono di origine immigrata.</p>
<p style="text-align:center;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;..</p>
<p style="text-align:center;"><strong>Immigrati, l’integrazione è sicurezza</strong></p>
<p><em>di Renzo Guolo, da “la tribuna di Treviso” del 2/11/2009 </em></p>
<p style="text-align:justify;">I dati che emergono dal dossier statistico sull’immigrazione della Caritas sono assai significativi. In Italia gli immigrati regolari sono oltre quattro milioni e mezzo, tenendo conto delle recentissime regolarizzazioni; quelli con il permesso di soggiorno il 7,2%. Il Veneto è la seconda regione per presenza (11,7%) dopo la Lombardia (23,3%). Le donne sono la metà di questo universo. Un quinto degli immigrati è rappresentato da minori. Gli alunni stranieri, ormai oltre seicentomila, rappresentano il 7% della popolazione studentesca.</p>
<p style="text-align:justify;">Ovviamente l’incidenza più alta si registra nelle scuole elementari (8,3%). Da qui al 2050, orizzonte che può sembrare lontano a noi ma non ai nostri figli, gli stranieri potrebbero essere dodici milioni.</p>
<p style="text-align:justify;">E’ possibile di fronte a questi numeri affrontare la questione immigrazione nella sola ottica dell’ordine pubblico? O forse è più conveniente mettere l’accento sull’integrazione come produttrice di sicurezza?  Un approccio che negli ultimi tempi fa trasversalmente proseliti. Non è solo la Chiesa a stabilire un preciso nesso tra sicurezza e integrazione, ma anche la politica più avveduta. Come dimostra la convergenza su questioni come il diritto di voto amministrativo e l’accesso alla cittadinanza degli stranieri, tra una sinistra realista e quei settori della destra non contaminati da derive populiste e xenofobe.  Il punto di partenza è ritenere l’integrazione degli immigrati necessaria perché produce non solo crescita economica o finanziamento del welfare, ma anche sicurezza e lealtà politica.</p>
<p style="text-align:justify;">Posizione che costituisce un rovesciamento delle logiche securitarie che pulsano in certa destra, che sull’equazione immigrazione-devianza, immigrazione-invasione delle culture altre, ha demagogicamente prosperato. Nonostante non abbia proposto alcuna soluzione al problema e si sia limitata a sfornare, inefficaci quanto pericolose ricette xenofobe.</p>
<p style="text-align:justify;">L’accento sulla coppia integrazione-sicurezza sgombera anche il campo dalla retorica del multiculturalismo facile. Un mutamento di prospettiva che depotenzia la rendita politica della Lega.  Sotto il tallone di ferro leghista si è, infatti, imposto in Italia un modello nominalmente assimilazionista, ispirato dalla generica formula «gli immigrati rispettino le nostre leggi e tradizioni». Poco più che uno slogan, corredato da una raffica di divieti. Ne è risultato un assimilazionismo forzoso ma monco: l’assenza di cittadinizzazione lo rende poco appetibile agli immigrati, che dovrebbero rinunciare alle proprie identità, culturali, etniche e religiose, in cambio del nulla.</p>
<p style="text-align:justify;">Se in Francia, luogo per eccellenza dell’assimilazionismo, la rinuncia ai particolarismi identitari ha come oggetto di scambio politico la cittadinanza, in Italia si chiede di rinunciarvi a priori e senza discutere.  Un modello, quello imposto dal Carroccio, essenzialmente disciplinare, fondato sullo sguardo di ordine pubblico. Formalmente assimilazionista, il modello disciplinare si regge sullo ius sanguinis che sbarra l’accesso alla cittadinanza allo straniero.</p>
<p style="text-align:justify;">Ideologicamente assimilazionista, il modello disciplinare funziona, di fatto, come un modello multiculturalista. Stigmatizzando gli immigrati come portatori di irriducibili e ascrittive differenze etniche e religiose, rinuncia a stimolare qualsiasi interazione che non sia funzionale all’economia, alimentando in tal modo una separatezza che riproduce intoccabili ghetti identitari. Un modello, quello disciplinare, che non garantisce nemmeno la lealtà politica assicurata nei paesi che hanno adottato il modello multiculturalista da quanti ritengono conveniente il patto che lo sorregge.</p>
<p style="text-align:justify;">Questo assimilazionismo senza assimilazione, questo multiculturalismo negato e di fatto riprodotto nella sua versione, priva di vantaggi sistemici, dell’enclave identitaria rancorosa e ostile, rischia di provocare, in un futuro non troppo lontano, seri problemi. Dentro al magma oscurato della segregazione sociale crescono, infatti, più che stranieri, estranei.</p>
<p style="text-align:justify;">Affrontare la questione a partire dal diritto di voto alle amministrative, facendo leva sul principio liberale che stabilisce il nesso tra tassazione e rappresentanza in un paese che pure fa votare anche chi non vi risiede da lungo tempo e paga imposte e tasse altrove, e dall’accesso alla cittadinanza, significa puntare su un modello di integrazione politica.</p>
<p style="text-align:justify;">E scommettere che la coesione sociale possa essere meglio garantita dalla condivisione dei principi costituzionali e dalla comune consuetudine alle regole del gioco, piuttosto che dalle richieste di riconoscimento delle specifiche identità nella sfera pubblica o dalla loro negazione a priori.</p>
<p style="text-align:center;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;.</p>
<p><em>Il caso Super-Mario è il simbolo del passaggio dal Paese di ieri a quello di domani</em></p>
<p style="text-align:center;"><strong>I fischi in campo a Balotelli, e la colpa di sentirsi italiano</strong></p>
<p><em>Sogna la maglia azzurra e manda fuori gioco i razzisti<br />
</em> di GianAntonio Stella, da il Corriere della sera del 1° dicembre 2009</p>
<p style="text-align:justify;">«Mangiabanane schifoso!». Provateci voi, a giocare a calcio davanti a decine di migliaia di tifosi, mentre dagli spalti si le­vano certi cori infami. Provateci voi, a tene­re i nervi saldi e sorridere dei teppisti e se­guire i consigli di chi raccomanda una bri­tannica compostezza mentre ti urlano «Se saltelli / muore Balotelli!» e «Ne-gro / di-mer-da!» e «Non ci sono italiani ne­gri! ». Provateci voi, a vivere portando il pe­so che si porta addosso super-Mario. Ob­bligato, e Dio sa quanto ne farebbe volen­tieri a meno, a essere un simbolo: quello del passaggio dall’Italia di ieri a quella di domani.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Ma certo, il ragazzo qualche volta rove­scia la sua timidezza,</strong> che dicono superiore perfino<strong> </strong>alle qualità tecniche, in provocazio­ni da bullo. Come quando, dopo un gol alla Roma, andò a fare le linguacce ai tifosi gial­lorossi spingendo Francesco Totti a dire che: «Se a diciotto anni mi fossi io compor­tato così mi sarei preso calci nel sedere da Giannini, due schiaffi da Mazzone e il re­sto me lo avrebbero dato a casa». Troppo facile, però, dire che ha un caratteraccio. Dietro le sue intemperanze, le sue ribellio­ni, i suoi sfoghi, c’è qualcosa di più. Dico­no: non c’entra il razzismo, tanto è vero che George Weah, Frank Rijkaard, Patrick Vieira, Marcel Desailly, Clarence Seedorf e tanti altri giocatori di colore hanno avuto pochi problemi. Ed è vero, in parte. Come spiegò Ruud Gullit: «Se sei miliardario e giochi nel Milan sei un po’ meno negro». Come accade dai tempi in cui Sesostris III, quattro millenni fa, fece mettere nel pro­fondo sud del paese un cippo: «Frontiera sud. Questo confine è stato posto nell’an­no VIII del regno di Sesostris III, re dell’Al­to e Basso Egitto, che vive da sempre e per l’eternità. L’attraversamento di questa frontiera via terra o via fiume, in barca o con mandrie, è proibita a qualsiasi negro, con la sola eccezione di coloro che deside­rano oltrepassarla per vendere o acquista­re in qualche magazzino». Insomma: nien­te neri, se però vengono a far girare i sol­di&#8230;</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Qual è allora la differenza tra Balotelli e, per esempio, Lilian Thuram?</strong> Non ha gli oc­chialetti da professorino? Non fa le stesse buone letture? Non mostra lo stesso garbo davanti ai microfoni? No. Ciò che non vie­ne perdonato al giovane campione interi­sta è di non essere uno dei tanti campioni di colore («vabbè, puzzano, ma se ci fanno vincere&#8230;») che arrivano, aiutano a conqui­stare gli scudetti o una medaglia olimpica e a fine carriera se ne tornano a casa. Balo­telli è nero ma parla bresciano ed è italia­no. Peggio, rivendica la sua identità italia­na: «Sogno la maglia azzurra come l’ha so­gnata ogni bambino italiano». È questo che manda in corto circuito i razzisti. Come ha scritto sul manifesto lo storico inglese John Foot, troppi abitanti della pe­nisola «trovano semplicemente impossibi­le accettare che Mario Balotelli sia di fatto italiano. Per loro, non esistono black ita­lian. Gli immigrati vanno bene fintanto che restano invisibili, non camminano per strada, non danno fastidio e non hanno di­ritti. Sono buoni a nulla, non possono esse­re &#8216;uno di noi&#8217;. Balotelli fa cadere il velo su queste spaventose contraddizioni». La reazione la vedi sugli spalti. Dove ad esempio i tifosi della Juve, per smuovere le autorità calcistiche e guadagnare mesi fa al­la loro squadra la condanna a giocare a por­te chiuse, dovettero insistere e insistere nei loro barriti razzisti fino al punto di fare scrivere al giudice sportivo Gianpaolo To­sel che i cori erano stato intonati «in molte­plici occasioni» («ai minuti 4’, 26’, 35’, 41’, 42’ del primo tempo e 11’, 19’, 22’, 25’, 30’ del secondo tempo») e «in vari settori del­lo stadio» e in assenza «di qualsiasi manifestazione dissociativa da par­te di altri sostenitori ovvero di in­terventi dissuasivi da parte della so­cietà ».</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>E la vedi in internet. </strong>Dove i blog sono infestati di messaggi di anonimi suprematisti bianchi come uno che si fir­ma «Baronva1» e manda Mario a «fanculo ai gorilla nella foresta ghanese» o un altro che sul sito neonazista stormfront.org si firma Once Were White Warriors («una vol­ta eravamo guerrieri bianchi») e impreca contro «la velina bionda paparazzata col negro Balotelli»: «Mi vengono i conati quando si vede un negro abbracciato ad una bianca». E sempre lì si torna, all’urlo «non esisto­no italiani neri». Lo stesso lanciato contro Leone Jacovacci, il giovane e formidabile pugile figlio di un laziale e una congolese che, dopo essere cresciuto nel viterbese ed essersene andato dall’Italia per sottrarsi ai pregiudizi razziali guadagnando la fama sul ring col nome di Jack Walker, ebbe il fegato di sfidare il Duce nel 1928 tornando a Roma per strappare il titolo tricolore al campione in carica nazionale ed europeo Mario Bosisio. Una vicenda straordinaria, raccontata dallo storico Mauro Valeri nel li­bro «Nero di Roma» e conclusa da una pro­gressiva emarginazione voluta da un regi­me che spingeva le mamme a cantare ai piccoli «ninna nanna la tua razza / bimbo bello non è pazza / mentre altrove la fami­glia / si finisce in gozzoviglia». Lo stesso ripetuto per decenni alle centi­naia di figli di italiani che negli anni ’50 e ’60 dell’Amministrazione fiduciaria in So­malia, avevano approfittato («Non esagero dicendo che la maggior parte ha la mada­ma, qualcuno anche sposato», scrisse l’arci­vescovo di Mogadiscio Venanzio Filippini nel 1951) delle ragazze locali. Bimbi strap­pati alle madri, rinchiusi nei collegi locali, trasferiti a forza negli istituti della penisola e qui diventati adulti tra le occhiate di di­sprezzo per la pelle nera nonostante la car­ta d’identità italiana senza mai avere le scu­se ottenute da altre «generazioni rubate», come gli aborigeni australiani, gli inuit ca­nadesi o i rom jenische svizzeri.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Lo stesso urlo ribadito in questi anni a giovani</strong> come Matteo Fraschini che, dopo essere stato adottato in fasce da un profes­sionista milanese ed essere cresciuto sot­to la Madonnina fino ad avere un per­fetto accento meneghino, ha deci­so che non ne poteva più del­l’aria fetida che tirava e ha deciso di trasferirsi in quell’Africa do­ve mai aveva vissu­to. Ha spiegato a La Stampa Franco Rossi, uno che orga­nizza tornei giovanili di calcio, che l’Italia è piena di «pulcini» come superMario: «Ti accorgi che quei ragazzi di origine africana sono in real­tà italianissimi quando li senti parlare con i compagni in dialetto veneto, romano, na­poletano, piemontese&#8230;». Per loro forse, domani, sarà un po’ più facile. Forse. Ma se piglieranno qualche fischio in meno, al­l’uscita dagli spogliatoi, sarà perché molti se li sta prendendo oggi Balotelli. Il quale, decida o no Marcello Lippi di convocarlo, la sua maglia azzurra se l’è già conquistata. Con quell’amore verso un paese che qual­che volta tanto amore non se lo merita af­fatto. (GianAntonio Stella)</p>
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