Venezia che continua a spopolarsi: l’idea di due città in una, quella inevitabile dei turisti (regolamentati), e quella dei veneziani (da rilanciare) (ma la “sublagunare” aiuta solo il turismo di massa e i nuovi sviluppi urbani di terraferma)

Mercoledì 28 Ottobre 2009 di sebastianomalamocco

sublagunare uscita di emergenza

Sembrano dischi volanti posati sulla laguna. Eccole le uscite di emergenza immaginate per la futura “sublagunare”. Nel progetto preliminare di queste piattaforme ovali che spuntano in mezzo all’acqua, ce ne sono tre nel tratto tra Tessera e Murano, un’altra tra Murano e le Fondamente Nuove. In caso di incendio, o di qualsiasi altra emergenza, i passeggeri della sublagunare dovrebbero raggiungere queste uscite, prima percorrendo a piedi fino a mezzo chilometro lungo il tubo sotterraneo e poi salendo per 14 rampe di scale. A quel punto, dopo aver sollevato una speciale griglia, si troverebbero nel "disco volante": la piattaforma ovale interamente realizzata in lega di alluminio, con un piano di calpestio in legno trattato per sopportare l’esposizione all’ambiente lagunare

Il calo costante, lento ma continuo di chi abita a Venezia (la città è scesa sotto i 60.000 abitanti) per alcuni è vista come cosa grave, per altri è un falso problema. Venezia è comunque una città bellissima (ancora…) ma che deve confrontarsi con i disagi della “lentezza” (è strano dire questo quando si osanna al vivere fuori dal traffico), e anche con un costo generale della vita che non tutti possono permettersi. E deve pure sopportare una terraferma (una cintura urbana in terraferma) molto “aggressiva”, forse meno costosa e più attraente nei servizi alla persona: lo sviluppo dei servizi urbani di Mestre in questi ultimi anni, con le grandi e diffuse aree verdi che sono nate, con un centro costruito di grande pregio (come la chiusura al traffico e valorizzazione di Piazza Ferretto), con nuovi luoghi per i giovani (come il Centro Candiani), con mezzi pubblici diffusi in città e verso le altre aree urbane dell’area metropolitana “PaTreVe” (il triangolo Padova – Treviso – Venezia)… ebbene questi elementi sono anche loro motivo di crisi (e spopolamento) di Venezia, che riesce sempre meno ad essere competitiva nell’ “abitare” (nei costi, nei servizi…). Se poi aggiungiamo i progetti di “nuove città”, nuovi centri commerciali, sportivi, edilizi, dei servizi terziari che tra non molto ci saranno tra Padova e Mestre (cioè “Veneto City” tra Mira e Dolo) e, in particolare per Venezia, anche il “Quadrante di Tessera”, altro megacentro di attrazione economica-edilizia-commerciale… tutto questo pare che venga a creare parecchie difficoltà allo sviluppo futuro di Venezia (economico, di attrazione all’abitare…) e possa prevalere la “città museo” con ingorgo quotidiano di turisti.

Ci chiediamo se è invece possibile trovare attività lavorative e sviluppi economici compatibili in questa incredibile bellissima città… e se questo possa nascere parallelamente (e in forma distaccata) ai grandi flussi turistici che inevitabilmente invadono ogni giorno Venezia… Come ad esempio coinvolgere in progetti economici molte delle isole della Laguna ora abbandonate o poco utilizzate…..Individuare una lista di attività “di qualità” possibili, formative per i giovani, dentro tutti quei luoghi veneziani non permeati dagli incessanti flussi turistici (luoghi “non turistici” ora anche spesso un po’ in degrado)… questo permetterebbe una rivitalizzazione dell’ “abitare a Venezia” parallela al turismo che mai cesserà. Attività nel campo dell’innovazione informatica, dell’editoria, della sartoria e della moda, dei tanti prodotti di nicchia che l’artigianato veneto di terraferma produce…. magari (questo sì!) approfittando dei milioni di visitatori annui che passano lì a pochi metri, e che li si può offrire cose di qualità, utili e “a giusto prezzo”; al posto dei soliti prodotti da souvenir e a prezzi da rapina… Per far questo è ovvio che “il Pubblico”, gli enti preposti, dovrebbero agevolare (con esenzioni, sgravi fiscali, licenze, formazione professionale, dando visibilità…) lo sviluppo di questo tipo di offerta di qualità e a costo accessibile (è molto spesso “il settore pubblico” ad avere il ruolo di indirizzo verso forme nuove di sviluppo economico, di incentivazione dell’offerta e della domanda).

Sul futuro di Venezia si innesta la “questione Sublagunare”. Il progetto, che sta andando avanti, di creazione di una metropolitana subacquea (fatta di due grandi tubi a venti metri sotto l’acqua della Laguna) che colleghi Tessera a Murano e all’Arsenale (ma qualcuno dice che il progetto si estenderà a Piazza San Marco e così allargandosi…); questo progetto a noi pare assai pericoloso: snatura ancor di più una città che “deve contenere il turismo”, permettendo un approccio “mordi e fuggi” alla città. Insomma il turista farà poca fatica ad arrivare nei luoghi centrali di Venezia e, questo, incredibilmente (per qualsiasi centro urbano sarebbe una cosa importante) è dannoso per Venezia che non può sopportare il peso di più turisti di quel che già adesso fa. Se scorrevolezza e modi di mobilità adeguata meritano di essere realizzati (specie proprio per chi vorrà abitare a Venezia) altre possono essere le soluzioni (…incominciamo a parlarne succintamente qui, partendo dal rilevare lo spopolamento e l’idea che si sta concretizzando di sublagunare) (invitandovi a leggere poi qui il pezzo finale: il poetico racconto sul girovagare a Venezia dello scrittore turco premio Nobel Orhan Pamuk). Leggi il seguito di questo post »

Radovan Karadzic a processo all’Aja lunedì 26 ottobre 2009: nel cuore del territorio europeo i massacri della guerra etnica jugoslava che l’Europa non seppe fermare (l’adesione alla UE della Bosnia-Erzegovina e degli altri paesi balcanici è atto dovuto e va accelerato)

Domenica 25 Ottobre 2009 di sebastianomalamocco
il cartello della città di Srebrenica, in Bosnia, l'11 luglio, o forse il 12 luglio 1995, come segnato in rosso, momento del massacro di ottomila persone

il cartello che indica la città di Srebrenica, in Bosnia: l'11 luglio, o forse il 12 luglio 1995, come segnato in rosso, c'è stato il massacro di più di ottomila persone

Srebenica è una piccola città che si trova nell’estrema parte orientale della Bosnia Erzegovina, vicina al confine con la Serbia (quasi alla stessa latitudine di Sarajevo) e che ora, nelle suddivisione del territorio bosniaco tra “Federazione di Bosnia ed Herzegovina” e “Repubblica Srpska” (cioè tra Bosnia mussulmana e Bosnia serba) Srebrenica appartiene a quest’ultima entità politica territoriale. Qui, a Srebrenica, nel 1994 era stata istituita, per volontà dell’ONU, una cosiddetta “enclave mussulmana”, assieme ad altre due zone della Bosnia (Goradze e Zepa) come luogo di protezione (chiamate “safe areas”) a difesa delle comunità mussulmane assediate dalle truppe serbe di Milosevic (Safe Area era pure Sarajevo, dove i civili erano quotidianamente sotto il fuoco dei cecchini serbi).

la cittadina di Srebrenica

la cittadina di Srebrenica

E nell’enclave di Srebrenica la difesa veniva appunto garantita dall’ONU (l’Unprofor) con presenza di soldati olandesi. Quel che accade è che i civili mussulmani furono attratti a Srebrenica con la speranza di protezione e, di fatto, i soldati ONU olandesi si prestarono a “consegnarli” (tutti gli uomini dai 14 anni in su) agli uomini del famigerato generale Mladic (tuttora latitante, e non si capisce come mai…) che trucidarono più di ottomila persone (il giorno più tragico pare sia stato l’11 luglio, o forse il 12, di quell’orribile anno che fu, per la storia d’Europa, il 1995). E l’Occidente (l’Europa, l’America… ma fa impressione in particolare il silenzio europeo di allora) sapeva e ha visto, ma preferì per lungo tempo tacere. Satelliti americani avevano fotografato e avvistato le fucilazioni e le successive fosse comuni…

Il Tribunale penale internazionale per l’ex Iugoslavia inizia lunedì 26 ottobre il processo a uno dei maggiori protagonisti di quei massacri, cioè l’allora presidente della Repubblica serba di Bosnia (Repubblica Srpska), Radovan Karadzic.

I giornali ne stanno parlando poco di quest’avvenimento, anche perché altre vicende internazionali sono ora gravi. Ma il futuro dell’Europa e della pace nel nostro continente e nel mondo, deve fare i conti bene con quelli incredibili anni di massacro a pochi chilometri da casa nostra che non è stato possibile (non si è voluto) fermare. Leggi il seguito di questo post »

L’arte di saper osservare e studiare – 1609 / 2009: quattrocento anni dal cannocchiale di Galileo (scoperto nelle Fiandre): nasce la scienza moderna, allora in un’epoca molto complicata, tra “vecchio che resiste” e “nuovo che appare” ma fa fatica ad affermarsi (come adesso)

Sabato 24 Ottobre 2009 di sebastianomalamocco
Galileo 40enne ritratto dal Tintoretto nel 1605-07 circa - Galileo Galilei (Pisa, 15 febbraio 1564 – Arcetri, 8 gennaio 1642) è stato fisico, filosofo, astronomo e matematico italiano, padre della scienza moderna.  Il suo nome è associato ad importanti contributi in dinamica e in astronomia - fra cui il perfezionamento del telescopio, che gli permise importanti osservazioni astronomiche - e all'introduzione del metodo scientifico (detto spesso metodo galileiano).  Di primaria importanza furono il suo ruolo nella rivoluzione astronomica e il suo sostegno al sistema eliocentrico e alle teorie copernicane. Accusato di voler sovvertire la filosofia naturale aristotelica e le Sacre Scritture, Galileo fu per questo condannato come eretico dalla Chiesa cattolica e costretto, il 22 giugno 1633, all'abiura delle sue concezioni astronomiche, nonché a trascorrere il resto della sua vita in isolamento

Galileo 40enne ritratto dal Tintoretto nel 1605-07 circa - Galileo Galilei (Pisa, 15 febbraio 1564 – Arcetri, 8 gennaio 1642) è stato fisico, filosofo, astronomo e matematico italiano, padre della scienza moderna. Il suo nome è associato ad importanti contributi in dinamica e in astronomia - fra cui il perfezionamento del telescopio, che gli permise importanti osservazioni astronomiche - e all'introduzione del metodo scientifico (detto spesso metodo galileiano). Di primaria importanza furono il suo ruolo nella rivoluzione astronomica e il suo sostegno al sistema eliocentrico e alle teorie copernicane. Accusato di voler sovvertire la filosofia naturale aristotelica e le Sacre Scritture, Galileo fu per questo condannato come eretico dalla Chiesa cattolica e costretto, il 22 giugno 1633, all'abiura delle sue concezioni astronomiche, nonché a trascorrere il resto della sua vita in isolamento

Il 2009 è stato proclamato dall’ONU Anno Mondiale dell’Astronomia e di Galileo Galilei, in onore del quarto centenario delle rivoluzionarie scoperte che quello che è considerato il padre della scienza moderna fece puntando verso il cielo il suo celebre cannocchiale. Figura controversa quella di Galileo, costretto a muoversi, lui (la sua vita) e le sue ricerche scientifiche, in un’epoca difficile, tra realtà politiche italiane ed europee frammentate e in dura competizione tra di loro, e credenze pseudo-religiose usate come strumento di potere, che lo costringono a rifiutare le sue idee pur di sopravvivere (e continuare i suoi studi). Figura (Galileo) che per qualcuno è stata fin troppo mitizzata. Galileo che “prende” molte cose, notizie, scoperte da altri… ma è indubbio che sa far sintesi, le divulga, le attrezza di contenuti e di prospettiva scientifica nuova, innovativa. Di tutto questo (di quel che egli realizza) la cosa più è interessante l’osservazione e lo studio del cielo, delle stelle, dei pianeti e della luna…e del voler dire la sua in modo nuovo: un tentativo (riuscito) di sospingere il mondo verso nuove e credibili verità scientifiche.

Diamo qui conto, con una serie di articoli secondo noi molto interessanti, sull’anno 2009 galileiano, su che senso ha ora guardare le stelle (l’astronomia)… su come usare le (ora sempre più raffinate) scoperte scientifiche di osservazione e lettura del cosmo (e del nostro pianeta), viste nel senso “micro” (dei dettagli analizzati, dei minimi particolari di un oggetto, di una cellula) e “macro” (dei grandi sistemi stellari, dei pianeti…). E sempre più, nelle nostre osservazioni quotidiane del mondo, conta riuscire a capire quando la scienza deve concentrarsi sulla ricerca e scoperta, e quando deve essere tradotta nell’applicazione pratica, per dare felicità a tutti gli esseri umani, e animali, e agli organismi naturali e ambientali presenti nella biosfera. Leggi il seguito di questo post »

Geoeuropa – 1989/2009: l’autunno di vent’anni fa segna la caduta del muro di Berlino – ma ancora l’Europa non è in grado di esprimere un progetto condiviso, una politica per il pianeta, e nascono nuovi muri

Martedì 20 Ottobre 2009 di sebastianomalamocco
il 9 novembre 1989 fu abbattuto il Muro di Berlino; 155 km di una barriera di cemento che fu simbolo della divisione non solo di una città, occupata ad est dai sovietici e nella parte occidentale dagli alleati ma di due mondi che si erano sviluppati in direzioni completamente opposte
il 9 novembre 1989 fu abbattuto il Muro di Berlino; 155 km di una barriera di cemento che fu simbolo della divisione non solo di una città, occupata ad est dai sovietici e nella parte occidentale dagli alleati ma di due mondi che si erano sviluppati in direzioni completamente opposte

Liberamente. Ci riuscirono in cinquemila. Nascosti nei bagagliai delle macchine, attraverso tunnel sotterranei, a bordo di mongolfiere, dentro vecchie radio, calandosi con delle carrucole, all’interno di casse per concerti, addirittura con un minisommergibile. Alcuni bambini vennero lanciati, come palloni, oltre i quattro metri di quel muro lungo 155 chilometri. In ventotto anni, oltre tremila persone furono arrestate mentre cercavano di scappare. Le stime delle vittime, invece, sono incerte: si va da un minimo di 98 a un massimo di 943, a seconda delle fonti. Chiunque vada oggi a Berlino dovrebbe visitare il museo del checkpoint Charlie. Delle tante forme di coercizione tipiche di ogni dittatura, la limitazione della libertà di spostamento è forse una delle più intollerabili. A vent’anni di distanza sembra quasi incredibile che a due passi da noi, nel cuore dell’Europa, le persone non potessero attraversare liberamente una frontiera. Ma ancora più incredibile è che oggi c’è una nuova frontiera invalicabile, ed è la nostra. – Giovanni De Mauro, da INTERNAZIONALE (settimanale del “meglio di tutti i giornali del mondo”)

……………..

L’immagine che proponiamo qui sopra, sicuramente “dura”, magari poco attraente, sembra uscita da un quadro del seicento, barocco, dalle tinte scure e forti, magari del Caravaggio o dei pittori fiamminghi… oppure la possiamo paragonare a un dipinto celebre di Francisco Goya quando, ai primi dell’800 rappresenta l’esecuzione dei patrioti spagnoli durante l’invasione napoleonica (il famoso “il 3 maggio 1803” che Bunuel nel suo famoso film “il fantasma della libertà” rappresenta al grido di “viva le catene”: il rifiuto degli spagnoli alla “libertà” e modernità che le truppe francesi portavano nella terra iberica avvolta allora da una monarchia arretrata e obsoleta rispetto ai nuovi tempi…). Leggi il seguito di questo post »

Nel Nordest non si diventa più geografi (l’Università di Padova ha disattivato il corso di laurea) – La Geografia è in crisi? Ma no, si sta solo ridefinendo per le grandi sfide della nostra epoca

Venerdì 16 Ottobre 2009 di sebastianomalamocco
Via del Santo, a Padova, dove si trova lo storico Dipartimento di Geografia dell'Università

Via del Santo, a Padova, dove si trova lo storico Dipartimento di Geografia dell'Università

   I lettori di queste pagine ci perdoneranno se questa volta (e magari ancora) parliamo di “noi”, cioè di chi ha fatto e cura questo blog che già dal nome (geograficamente) si connota come uno strumento di diffusione dei temi cari alla conoscenza geografica, tentando di fornire a chi legge riflessioni, informazioni, proposte.

   E’ che è accaduta, per “noi” geografi, una cosa assai grave: l’Ateneo patavino ha deciso di chiudere il corso di laurea per gli studenti immatricolati quest’anno, cioè entro il 10 ottobre; peraltro anche su circolare ministeriale che prevede una razionalizzazione dei corsi di laurea universitari in base al numero degli iscritti (privilegiando i corsi scientifici e, a torto, il corso di geografia è considerato umanistico).

   Nel vasto (e irresponsabile) fiorire di corsi di “laurea breve” che c’è stato nell’Università in questi anni (dal 2001 in poi), il corso di “geografia” sembrava essere tra quelli più solidi come “proposta formativa”. Pur con tutti i suoi vizi. Cioè, in primis, quello di non garantire uno sbocco lavorativo certo (ma quali sono i corsi, anche più tradizionali, che adesso garantiscono lavoro?).

   E il ruolo del geografo, che può sembrare sulle prime più etereo rispetto a quello degli architetti, ingegneri, urbanisti eccetera… di fatto sembra in questi ultimi tempi connotarsi in modo autorevole sui tanti temi globali che caratterizzano la nostra epoca e quotidianità.

   Volete degli esempi? Il primo può essere quello della programmazione ambientale, del paesaggio, del riordino del caos di questi ultimi decenni, che hanno visto protagoniste (negative) altre affermate e ben remunerate professioni (ora un po’ in difficoltà con la crisi dell’edilizia, del “costruire”).

   Poi pensiamo alla grande trasformazione demografica che ci sta interessando, senza che alcuno (o pochi, quelli che operano sul campo) riescano a comprenderla. Ci riferiamo alle grandi migrazioni. Basti pensare che solo in Veneto sono arrivati immigrati, dagli inizi degli anni ’90, appartenenti a ben 150 etnie diverse…. Tendenza generale è quella di pensare all’ “immigrato” come a un “tutt’uno”; soggetti che vengono da mondi culturali, religiosi, geografici (appunto…) diversissimi, e che serve positivamente rapportarsi con loro e serenamente  integrare nelle nostre comunità… su questo gli studi geografici avrebbero molto da dire e potrebbero coprire lacune di competenze sulla conoscenza del mondo (ma anche rapportarsi alle legislazioni per il regolare soggiorno e per il buon funzionamento dei servizi demografici comunali e prefettizi).

   Poi nei grandi processi di trasformazione territoriale (in primis economica) molte aree del paese devono capire come innovarsi e ritrovare un’efficacia amministrativa, a prescindere da strutture istituzionali (i comuni, le provincie…) da ridefinire, perché non forniscono più risposte adeguate ai propri cittadini: pensare, progettare, proporre aree territoriali partendo da una loro omogeneità geomorfologica, storica, economica, con risorse naturali da utilizzare e in primis difendere….

   Conoscenza del mondo e di tutte le aree geografiche, negli aspetti ”macro” e in quelli ”micro”; fare ricerca sui territori (di montagna, di collina, pianura, marini…) con proposte di recupero dal degrado; applicazione cartografica di lettura dei luoghi con strumenti satellitari (come i GPS) e programmi informatici sempre più elaborati, ma chiedendosi che “senso” dare a questi stessi nuovi strumenti; formazione geografica delle nuove generazioni e loro responsabilizzazione al mondo che vanno a vivere, conservandolo e trasformandolo noi vogliamo virtuosamente; sviluppo di un turismo intelligente, tematico per ciascun luogo, e fonte di un’economia positiva per i territori…….. sono tutti ambiti dove il geografo può dare risposte e fare proposte.

   Non è pertanto una difesa di una categoria (peraltro povera e forse, se si può accusare, troppo idealista…) ma il ribadire la necessità (scientifica, operativa, ecologica, economica…) della lettura geografica dei luoghi.

   Detto questo (in difesa…) bisogna pur dire che in questi anni i geografi hanno fatto di tutto per “farsi del male”; e chi si è mosso dentro questo mondo ha fatto una marea di errori e sottovalutazioni; e non ha saputo consolidare la propria presenza, e creare figure professionali capaci di affrontare il mondo in maniera adeguata.

   Pertanto, la “sparizione” del corso patavino di Geografia (che noi ci attiveremo con grande volontà perché sia “temporanea” e sia ripristinato al più presto) deve però necessariamente rinascere su nuove basi; essere l’occasione per ridefinire la figura professionale del geografo, gli studi da fare, e che risposte dare a un mondo così complesso (complicato?) che ha bisogno del sapere e delle proposte geografiche. Insomma un “perdersi per ritrovarsi” con volontà nuova e lasciando a casa chi non se la sente di cambiare.

Quando il verde “è troppo” – l’abbandono dei territori porta al degrado di aree montane e pedemontane: invase da sterpaglia, con disequilibri pericolosi nel sistema idrogeologico, e non più facenti parte di una sapiente economia rurale

Giovedì 15 Ottobre 2009 di sebastianomalamocco
robinia pseudoacacia, pianta che cresce rapida, infestante

robinia pseudoacacia, pianta che cresce rapida, infestante

Sia chiaro che il problema della deforestazione, degli alberi e delle siepi tagliate per sviluppare un’economia agricola industriale estensiva (cioè non più a campi chiusi), degli alberi in città che soccombono al cemento… tutto questo è la realtà dei nostri giorni; e un ritorno al “piantare alberi” nei nostri luoghi di vita è fondamentale alla nostra sopravvivenza.

Ma qui vogliamo parlare di quel fenomeno opposto, non meno negativo, dell’abbandono dei luoghi usati una volta per il pascolo (in aree montane e pedemontane), dove fino alla metà del secolo scorso vi si svolgeva un’economia rurale sicuramente povera, poco redditizia e faticosa, ma che permetteva in quei luoghi un equilibrio ambientale che è andato perso quando le genti di quei posti se ne sono (purtroppo possiamo dire “giustamente per loro”) andate per lavorare in pianura, nelle città, nei “sistemi industriali urbani” (cioè nelle fabbriche e tutto quel che attiene all’epoca del benessere economico).

Grandi aree abbandonate alle sterpaglie, alla boscaglia. Un qualcosa di non più sapientemente guidato dai meccanismi virtuosi del rapporto “uomo-natura”. E cioè il “luogo” che lo è per i suoi tre elementi che lo fanno “vivo” e lo compongono, ciascuno diverso dall’altro: 1) la natura, l’ambiente che esso esprime da sempre; 2) l’artificio umano che lo ha reso adatto alle esigenze di vita della comunità lì presente; 3) gli accadimenti storici che in esso possono essere accaduti nei tempi. Ebbene, tutto questo che caratterizza un “luogo”, lo rende vivo e “unico”, originale rispetto a qualsiasi altro, in moltissime aree specie di montagna e pedemontane, non esiste più, a causa di un’abbandono che lo ha reso solo boscaglia impraticabile.

Altopiano del Cansiglio: l’avanzare del bosco anche su aree una volta a pascolo

Altopiano del Cansiglio: l’avanzare del bosco anche su aree una volta a pascolo

Anche qui dobbiamo dire che “potremmo decidere” di “lasciare a sè”, volutamente, un’area (alpina, appenninica), che cresca e viva selvaggiamente, senza alcun intervento anche virtuoso e rispettoso: che possa meglio diventare così rifugio di animali selvatici che lì trovano protezione e sicura “non presenza” antropica. E’ bene allora che ci siano anche “aree selvagge”. Ma sta a “noi” decidere quali e come.

Diverso è invece l’abbandono per la “non decisione”, in una condizione di degrado: il “non luogo” che viene a crearsi. Ed è questa la realtà che va cambiata al più presto. Alcune possibilità ci sono. Ad esempio la pulitaria dalla boscaglia per l’utilizzo della biomassa a fini calorici ed energetici (il cosiddetto “cippato”, cioè la triturazione del legno ad uso ad esempio del funzionamento delle caldaie). Oppure progetti di ripristino dell’allevamento e del pascolo alpino e pedemontano, per prodotti (come il latte e i suoi derivati) più sani con condizioni di vita degli animali più confacenti e naturali.

La stessa idea che si sta strutturando dell’attuale Ministro all’Agricoltura Zaia, di incentivare la nascita di aziende agricole fatte da giovani con l’utilizzo per esse di aree demaniali, potrebbe essere un elemento di  sviluppo di processi di “pulitura boschiva”, di riordino del territorio rurale ora abbandonato e senza un controllo idrogeologico…

Pertanto sì “piantare alberi” là dove occorrono e ce n’è bisogno; individuare aree che possono (debbono) rimanere selvaggie, incontaminate; ma anche in molti luoghi eliminare la sterpaglia, e ripristinare aree a pascolo ora scomparse dall’avanzare spesso eccessivo del bosco.     Vi diamo conto qui, su quest’argomento, con due bellissimi articoli, ripresi da “la Repubblica”, di Paolo Rumiz e Mauro Corona. Leggi il seguito di questo post »