Proposta – Dieci città: un’unica Marca Trevigiana

getmedia2.gifLa proposta che facciamo alle nostre Comunità locali è quella di razionalizzare le unità amministrative dei comuni trevigiani, creando realtà politiche più autorevoli, efficaci ed efficienti nei servizi per il cittadino. Pertanto proponiamo di costituire 10 città nel territorio della provincia di Treviso al posto degli attuali 95 comuni.

Questo anche nello spirito della riforma prevista con la realizzazione delle aree metropolitane. Là dove si parla di “comuni i cui insediamenti abbiano con essi rapporti di stretta integrazione territoriale e in ordine alle attività economiche, ai servizi essenziali alla vita sociale, nonché alle relazioni culturali e alle caratteristiche territoriali”.

LA DEBOLEZZA POLITICA DEI CONSORZI DI SERVIZI E LA NECESSITA’ DI VERE AGGREGAZIONI URBANE

I Consorzi di servizi, come i cosiddetti ATO, Ambiti Territoriali Omogenei (per i rifiuti, l’acquedotto etc.), stanno dimostrando tutta la loro impossibilità ad essere nel territorio elemento di presenza e proposta politica sovracomunale, comprensoriale, cioè di un’area omogenea composta da più comuni.

La necessità di creare aree urbane omogenee è nei fatti. Va chiarito che per “aree urbane” si intende pure e prioritariamente il mantenimento del bene ambientale cui il territorio della provincia di Treviso, nonostante tutto, è ancora assai ricco: dato dalle attività agricole, dal sistema idrogeologico naturale ed artificiale, da forme organizzative territoriali che arricchiscono i nostri luoghi (come la centuriazione romana, i campi chiusi con le siepi, le aree cosiddette a palù, il ricchissimo sistema viario locale fatto di strade e stradine, l’assetto collinare, pedemontano e montano di grande pregio…).

Crediamo che città territorialmente omogenee, di non meno di 60.000 abitanti, possano esercitare un ruolo politico autorevole nel contesto provinciale, regionale, sovraregionale e in tutte le istituzioni preposte ai servizi strategici (economici, dell’istruzione, sanitari…), pur mantenendo queste “nuove città” una dimensione “a misura d’uomo”.

DIMINUIRE DRASTICAMENTE I COSTI DELLA POLITICA

Questa nostra proposta di creazione di 10 città al posto di 95 comuni, ha uno dei suoi scopi specifici nella razionalizzazione dei servizi, con una forte diminuzione dei COSTI DELLA POLITICA.

Inutile chiedere un impegno concreto alla riduzione di tali costi (della politica) a livello centrale, quando nei contesti locali la miriade di piccoli e medi comuni viene a sopportare oneri finanziari, “politici” e amministrativi, assurdi rispetto alle esigenze di efficiente ed economico soddisfacimento dei bisogni dei propri cittadini.

In questi anni ci siamo accorti che non basta consorziare questi servizi con la creazione di ambiti territoriali omogenei: i costi delle tariffe (dell’acqua, dei rifiuti, del gas, etc.) sono quasi sempre cresciuti, anziché ridursi, e questi stessi servizi non sono certo migliorati.

La riduzione dei costi avverrà con l’unificazione dei comuni in realtà amministrative più consistenti e la drastica eliminazione delle burocrazie locali: creare vere città, con un territorio urbano dove l’elemento “ambiente” viene ad essere un bene preziosissimo (ben superiore a quello delle attuali città venete). Un ambiente naturale da mantenere integro ed eventualmente migliorare, ripristinare, luogo per luogo, comune per comune.

LA VALENZA POLITICA DI 10 CITTA’ AL POSTO DI 95 COMUNI

La proposta dell’accorpamento dei comuni creando così vere città (10 città al posto di 95 comuni) è comunque non legata solo alla migliore erogazione dei servizi essenziali e a una riduzione dei costi di essi servizi (a vantaggio delle tasche dei cittadini). Non è solo questo. Ha, prima ancora, una valenza politica forte, di innovazione per tutta la Marca Trevigiana. Solo realtà a dimensione più grande e omogenea rispetto a medio-piccoli comuni riusciranno ad avere un effettivo peso politico, contrattuale, nel contesto regionale e sovraregionale, rispetto a singoli piccoli comuni, anche se consorziati tra di loro. E, necessariamente, le 10 città, dovranno esprimere un loro progetto per il presente e per il futuro.

Questo ruolo di sostegno per progetti comuni nelle aree omogenee non ha mai saputo, potuto, voluto esercitarlo la Provincia, e tantomeno la Regione. Nel dopoguerra e fino agli anni 80 la “politica del territorio”, del Comprensorio, in parte è stata appannaggio del sistema dei partiti, realtà che interagivano non sono localisticamente, ma anche appunto a livello comprensoriale, di “area” (un esempio: se due scuole professionali si dovevano creare, una era bene che fosse nell’area provinciale sud-orientale, l’altra in quella nord-occidentale; ora non conta più alcun criterio del genere).

Se difficile è che si ritorni a modi più razionali e “pensati” che si sono avuti nella politica del dopoguerra (anche se qualcuno potrebbe auspicarlo), è necessario individuare elementi istituzionali che lo facciano perché è il loro compito specifico (come si usa dire, la loro “mission”). Dal che la proposta di costituire 10 città al posto dei 95 comuni.

Bisogna avere il coraggio e la concretezza di guardare con occhi nuovi al futuro e alle necessarie strategie di vita delle nostre comunità. Se vogliamo mantenere la nostra autonomia, le nostre tradizioni, la nostra base culturale, è necessario essere maggiormente attrezzati ai cambiamenti economici, sociali, culturali che vengono avanti. Realtà amministrative più larghe e omogenee territorialmente non possono che far bene. Ne va per le maggiori opportunità che potremo offrire ai nostri giovani (ad esempio nel campo dell’istruzione e formazione professionale) ma anche per i vantaggi per tutte le fasce di età (nell’assistenza socio-sanitaria, in tutti i servizi alla persona).

LE MUNICIPALITA’ RESTANO, I SERVIZI LOCALI AUMENTANO, MA I COSTI VENGONO DRASTICAMENTE RIDOTTI

Ciò non significa che dobbiamo perdere la nostra origine “paesana”, comunitaria, anzi. Ogni città delle 10 che proponiamo manterrà per ciascun comune una municipalità, continuando ad erogare (e migliorare) in ogni singolo territorio i servizi essenziali, senza però avere le spese che ora ciascun comune “autonomo” ha di mantenimento della classe politico-amministrativa (sindaci, assessori, consiglieri comunali, segretari comunali, dirigenti, manager vari…), e con le attuali strutture burocratiche che nella scala economica dei comuni medio-piccoli sono diventate oramai sempre più insostenibili (se non li accorpiamo adesso in un’unica città, molti comuni medio-piccoli a breve “salteranno” da soli, non più in grado di sostenere il costo degli apparati burocratici e dei servizi alla popolazione).

Pertanto i “servizi al territorio e nel territorio”, locali, come l’anagrafe, la sanità, l’istruzione, l’ufficio edilizia, i servizi alle attività economiche… e quant’altro (anche servizi di “altra” gestione, come l’ufficio postale), saranno incentivati per ogni frazione, per ogni realtà locale (la possibilità che l’informatica offre di gestione di sportelli unici con funzioni polivalente va sfruttata al massimo nei quartieri, frazioni, colmelli… ovunque vi sia la necessità).

RIDURRE LA TASSAZIONE, MIGLIORARE I SERVIZI, CONTARE DI PIU’; MAGGIORI OPPORTUNITA’ AI GIOVANI

Tutto quanto fin qui detto con pure l’impegno immediato di ridurre drasticamente i costi e la tassazione comunale (come, ad esempio, l’ICI, ma anche le tariffe delle “erogazioni” essenziali). Prospettando un sistema scolastico di formazione dei giovani efficiente, innovativo rispetto alle sfide della globalizzazione, e adatto anche alle caratteristiche del territorio; individuando un sistema socio-sanitario migliore in grado di mantenere e innovare gli attuali standard. Dieci città che sappiano programmare e progettare con efficienza la sicurezza, in casa e fuori, dei propri cittadini.

Insomma un territorio che riacquista la “progettualità perduta” in questi anni. Che offre cultura, formazione ai giovani e a tutte le persone, che si interroga su come aiutare l’economia.

Ecco le 10 nuove città e gli attuali comuni che rientrerebbero in ciascuna di esse:

CITTA’ DI TREVISO (Treviso)

CITTA’ CASTELLANA (Castelfranco, Resana, Vedelago, Istrana, Paese, Loria, Riese, Castello di G.)

CITTA’ ASOLANA PEDEMONTANA (Asolo, Fonte, Castelcucco, Monfumo, S.Zenone, Possagno, Borso, Crespano, Cavaso, Pederobba, Paderno, Maser)

CITTA’ MONTEBELLUNESE (Montebelluna, Caerano, Trevignano, Volpago, Crocetta, Cornuda, Giavera, Altivole)

CITTA’ VALLATA PEDEMONTANA (Valdobbiadene, Segusino, Vidor, Moriago, Sernaglia, Farra, Miane, Follina, Cison, Pieve di S.)

CITTA’ VITTORIESE (Vittorio Veneto, Revine, Tarzo, Colle Umberto, Cordignano, Cappella, Sarmede, Fregona, Orsago)

CITTA’ CONEGLIANESE (Conegliano, Susegana, S.Lucia, Mareno, Refrontolo, S.Fior, S.Vendemiano, S. Pietro di F., Godega, Codognè, Gaiarine)

CITTA’ PIAVE-LIVENZA-OPITERGINA (Oderzo, Ormelle, Cimadolmo, S.Polo di P., Vazzola, Fontanelle, Mansuè, Gorgo al M., Meduna, Motta di L., Ponte di P., Chiarano, Cessalto, Portobuffolè, Salgareda)

CITTA’ ALTA PIANURA TREVIGIANA (Nervesa, Arcade, Spresiano, Povegliano, Villorba, Maserada, Breda, Carbonera, Ponzano, S.Biagio di C.)

CITTA’ FIUME ZERO-SILE-PIAVE (Mogliano, Preganziol, Zero B., Monastier, Casale sul S., Casier, Silea, Roncade, Quinto, Morgano, Zenson)

Il progressivo spegnimento del ruolo (inutile) della Provincia, e l’assorbimento del personale (e di alcuni compiti) alle 10 città, è conseguente a un territorio che accetta la sfida di un futuro nuovo, creativo, più dinamico, in un contesto più razionale.

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11 thoughts on “Proposta – Dieci città: un’unica Marca Trevigiana

  1. albertograva sabato 22 dicembre 2007 / 21:02

    L’idea mi sembra interessante anche se allo stesso tempo utopistica…bisognerebbe mettere in atto lo stesso processo in tutto il resto d’Italia… Non sono preparato sulla questione economica-finanziaria quindi non posso intervenire sulla convenienza economica della proposta, però così a prima vista non sono molto convinto del risparmio. Valutando la proposta da un punto di vista territoriale secondo me la citta di treviso non dovrebbe rimanere da sola…ma incorporare i comuni di cintura (Paese, Silea, Preganziol, Villorba…) perche cmq il legame è forte.

  2. ceinwyn sabato 12 gennaio 2008 / 0:10

    Ho sottoposto la questione ad un neo-pianificatore, con 10 anni di esperienza alle spalle a livello regionale… la risposta? Dove devo firmare?
    La proposta è allettante, per il fatto che l’esistenza, a livello territoriale, di PAT e PATI, non crea che confusione e dispendio di cari euro. Basterebbe un grande PAT per ogni città… Forse a questo punto bisognerebbe eliminare il livello provinciale. E sarebbe una grande cosa. Non sarebbe più utile- Direttamente dalla città alla Regione. Che ne pensate?
    rachele

  3. Luca Piccin domenica 13 gennaio 2008 / 13:46

    Un’idea da sviluppare, anche se credo che sia ancora presto per attuarla.
    Eliminare il livello provinciale renderebbe più snella la burocrazia, agevolando la realizzazione di reti e mettendo in pratica il concetto locale/globale. Inoltre verrebbero eliminati molti costi, inutili uffici. Tuttavia sembra difficile attuare ciò, viste le probabili opposizioni dei vari attori che oggi stanno a capo delle province; per esempio a Treviso la forte lobby leghista, che ha in Gentilini il suo leader maximo.
    Credo infine che sia un’idea che gioverebbe sia alle aree più avanzate, come i poli industriali, sia alle aree marginali, come le prealpi trevigiane, trascurate proprio dalla provincia e incapaci di uscire dalla depressione e dall’abbandono con i soli esigui fondi comunali.

  4. Enrico martedì 15 gennaio 2008 / 12:59

    Salve a tutti!
    Quando ho letto questa proposta sono rimasto contento, dato che son circa due anni che lavoro per conto mia su un tema del genere. Come suggeriva Alberto Grava il mio lavoro riguardava una rifondazione dei confini amministrativi a livello nazionale. Un lavoro sicuramente mastodontico se fatto da solo e per questo risulta comprensibile il lungo tempo che vi ho speso (e non ritengo il mio lavoro ancora concluso).
    Detto questo mi sento di non concordare con alcune delle nuove divisione proposte in questo post. In primis quello relativo alla città di Treviso. Se la osserviamo dal satellite è evidente come l’agglomerato urbano del capolugo non coincida con i suoi confini comunali. Ora non ho i dati esatti perché sono a lavoro, ma da una popolazione comunale di 80.000 abitanti, Treviso arriva a 150.000 circa con l’agglomerato. Quindi, ritornando alle divisioni qui proposte, non riesco a capire perché Paese dovrebbe stare con Castelfranco (già ora il servizio di trasporto pubblico urbano di Treviso serve Paese), o ancora perché non Silea, perché no Quinto, perché no Villorba, perché no Carbonera…
    Come dicevo è entusiasmente, o anzi, a mio parere necessaria una rifondazione dei confini amministrativi che in Italia sono nella maggior parte datati all’epoca napoleonica, ma non capisco perché dovremmo cambiare dei confini non più conformi alla realtà per costruirne altri altrettanto privi di senso.
    Per seconda cosa non condivido il fatto di far di Mogliano Veneto un centro per il territorio circostande, in quanto a mio parere non lo è. Mogliano gravita più su Venezia (Mestre) che su se stessa. Basta aver un ‘plan de vue’ su Mogliano per rendersen conto. Il paesaggio urbano che osserviamo è composto da edifici medio-alti tipici di una periferia e da una serie di grandi superfici commerciali, data la vicinanza al passante di Mestre. Ancora, penso che se mettiamo in discussione dei confini comunali che non riteniamo idonei, dobbiamo prescindere anche da quelli provinciali qualora non ricalchino più la geografia umana che nel frattempo è mutata con i processi territoriali ivi praticati.
    Per terzo, non trovo giusto fondere molti comuni che al giorno d’oggi restano (per fortuna) ben staccati da zone rurali o collinari, in quanto un accorpamento potrebbe comportare una riduzione delle cinture ecologiche già seriamente minacciate o in alcuni casi (specie in pianura) scomparse.
    Pertanto lo scopo con cui ho portato avanti il mio lavoro (e mi accorgo ora) si discosta da quello qui riportato: a mio parere la rifondazione dei confini amministrativi deve partire da oggi, posto come anno 0, deve osservare il territorio com’è allo stato attuale e, preso atto che le dinamiche territoriali odierne sono anti-produttive per l’insediamento umano e non sostenibili dal punto di vista ambientale, individuare gli agglomerati esistenti (a prescindere dai confini) e costituire delle unice entità amministrative: in seguito lo sforzo sarà quello non di permettere uno sviluppo al di fuori di tali agglomerati e piuttosto rafforzare la loro divisione con la conservazione e fomentazione di aree rurali/naturali aventi funzione di cinture verdi.

    Se qualcuno fosse interessato, ho creato una lista di comuni da accorpare a livello italiano, noché tutti i centri italiani con almeno 10.000 abitanti (o anche meno, per certe zone, ad esempio, montane, o di aree scarsamente abitate quali Sardegna o Basilicata). La geografia, per così dire, nozionistica viene a cambiare notevolmente, ma non sono io che ho cambiato la geografia italiana, ho semplicemente cercato di restituire lo stato di fatto senza considerare quelle barriere e imbrigliature rappresentate da confini obsoleti e privi di senso.
    D’altra parte sugli atlanti (ad es. De Agostini) leggiamo che Parigi ha otto milioni di abitanti e Milano 1,3! E’ un errore grandissimo: il comune di Parigi ha “solo” 2,2 milioni di abitanti, ma per Parigi (così come per le altre città europee) viene riportata la popolazione effettiva dell’agglomerato e 1) perchè ci da l’idea di quanto effettivamente grande sia la città 2) perché esistono dati e istitutuzioni relative agli agglomerati (basti pensare alle SDAU di Nizza, per chi ha fatto Geografia sociale, ovvero piani sovracomunali OBBLIGATORI in Francia per tutti gli agglomerati sopra ai 100.000 abitanti). In Italia non vi è alcuna statistica ufficiale sulla popolazione delle nostre aree urbane e, quella che potrebbe sembrare una semplice defezione numerica, è invece un riflesso dell’agire politico dei nostri amministratori il cui potere si ferma inevitabilmente laddove termina il comune. E’ come essere monchi! E’ come se un medico curasse un paziente solo al torace, perché la pancia è in un altro comune! Le nostre città (e non solo le nostre) ha un corpo, una forma, un agglomerato appunto, che sta su più comuni (e qui mi riavvicino al post), noi dobbiamo individuare questo corpo e rifondare i confini in base ad esso e in modo che esso tutto stia nella stessa superficie amministrativa e si possa governare al meglio. Lo sviluppo di esso, poi, dovrà proseguire per implosione, cioè guardandorsi all’interno e preferire il recupero e la riqualifica di angoli morti piuttosto che l’urbanizzazione di nuovi suoli.
    RAGAZZI, NESSUNO SA QUANTO GRANDI SONO E QUALE SUPERFICIE ABBIANO LE CITTA’ ITALIANE, CASO UNICO IN EUROPA, PERCHE’ NON LO FACCIAMO NOI?
    Come dicevo, io ho già fatto un primo lavoro, ma è solo preliminare e di scrematura. Ho cercato di essere il più scentifico possibile nella mia ricerca, ma so di non esserlo stato sempre, per questo chiedo il vostro aiuto. Per ogni area urbana, infatti, bisogna andare in profondità andando a frazionare anche un singolo comune in parti diverse e pertanto richiede un gran impegno di energie. Poi non è sufficiente considerare l’aspetto topografico, ma bisogna tener conto anche quello sociale, cioè come le persone vivono, si spostano e che relazioni tengono con un determinato territorio. Ad esempio, per concludere, quando osservo che Mogliano Veneto ha una certa continuità edilizia con il Terraglio di Mestre e con Marcon, che molti dei nuovi iscritti nell’anagrafe comunale degli ultimi 30 anni provengono dal comune di Venezia o da comuni della sua area urbana, che molta gente lavora o studia nel territorio veneziano, che molte ditte riportano la parola Venezia nel loro nome, che il prefisso telefonico è 041 e non 0423, che la parlata è più vicina al veneziano che al trevigiano, che vi sono molti più supporter del Venezia calcio piuttosto che del Treviso,
    e altro ancora, deduciamo senza difficoltà che Mogliano è periferia di Venezia e non un centro territoriale autonomo ne tantomeno un’area di influenza trevigiana. Certo, il suo livello di connessione alla città Metropolitana di Venezia sarà minore di un Canareggio, di un Carpenedo, di una Marghera, di un Chirignago, ma il processo territoriale l’ha portato a fondersi con Venezia è ora c’è da prenderne atto, aumentare i flussi di connesione con il centro e bloccare l’espansione verso nord, dove, invece, si dovrà fermare l’edificazione e sviluppare corridoi ecologici che delimitino tutto l’agglomerato veneziano, da Tessera a Mira.

    Ditemi che ne pensate….
    ciao a tutti e avanti!

  5. sebastiano malamocco giovedì 17 gennaio 2008 / 19:30

    Ho letto le quattro osservazioni sulla proposta “10 città al posto di 95 comuni” per la Marca Trevigiana (di Alberto, Rachele, Luca, Enrico) (a proposito, chiederei di dire chi siete, Alberto Grava e Rachele Amerini li conosco, ma mi piacerebbe conoscere Luca Piccin e Enrico -di lui non c’è neanche il cognome-). Le cose che avete sottolineato sono per me straordinarie, cioè importanti. Questo lavoro, che ho proposto a questa nuova associazione “Geograficamente” perché lo faccia suo e lo sviluppi dallo stato grezzo e superficiale in cui ora è, potrebbe divenire un lavoro collettivo che si muove su scale diverse. Avete ragione quando dite che le aree omogenee create (nella provincia di Treviso) sono discutibili (specie per la città di Treviso). Ma io, in questa primo abbozzo, ho tenuto conto di “ragioni politiche”: già la proposta è “ardita” alle rendite parassitarie della politica dei comuni; se proponiamo a Silea o a Villorba di essere inglobate in Treviso (città con caratteristiche “dominanti”), mai e poi mai accetterebbero neanche di discutere la proposta. Per questo ho pensato a una città dell’Alta Pianura e di mettere assieme Paese e Castelfranco (in un contesto di area delle risorgive). Pertanto Luca e Enrico hanno perfettamente ragione, ma giustifico così la suddivisione…. Alberto ha posto la questione dei costi (che secondo lui non si abbasserebbero), e dovremo fare un lavoro approfondito su questo (già adesso piccoli e medi comuni sono in difficoltà, con il patto di stabilità, a pagare le enormi spese, e allora svendono il territorio con cave o cubature assurde…). Rachele individua il problema urbanistico come rilevante. Condivido che è primario (io ho sempre pensato che i PATI sono una stronzata: altra programmazione dopo quella della Regione, delle Provincie e dei singoli comuni!!!). Le città di almeno 60.000 abitanti creerebbero un contesto di pianificazione urbanistica ottimale e a misura d’uomo (cioè della tradizione del nostro territorio, ricco di “ambiente”). Ma non è solo un problema urbanistico. E’ il subordine culturale e politico che vivono i paesetti. Se prendi un bambino di 10 anni di Borso del Grappa e uno di Padova della stessa età, Ti accorgi che entrambi vivono la loro quotidianità con meccanismi metropolitani spesso negativi (casa-scuola-piscina-palestra… sempre di corsa in auto con la mamma….), ma però il bambino di Padova gode di opportunità altre (formative, di apertura al mondo…) che quello di Borso manco sogna…)….. quello che voglio dire è che la creazione di un contesto cittadino (anche nell’erogazione diffusa dei servizi) dà opportunità sociali a tutti e non fa sentire certe aree subordinate rispetto a centri cittadini di medie dimensioni -io penso ai 60.000 abitanti-…… Vedo che Enrico deve aver fatto (e sta facendo) uno studio strepitoso su questo tema della ridefinizione degli ambiti territoriale istituzionali, e sarebbe bene provare a buttare, come associazione, una proposta generale spendibile all’esterno (cioè che non rimanga un mero studio costato grandi fatiche) ma possa avere gambe per muoversi nella società ed essere considerato concretizzabile…. (per ora ho scritto troppo) sebastiano malamocco

  6. Enrico venerdì 18 gennaio 2008 / 16:57

    Caro Sebastiano,
    sono Enrico Bonaldi, ex studente di Geografia a Padova come tutti voi, dove mi sono laureato nel 2004.
    Capisco la tua teoria di un soglia ottimale dei 60.000 abitati, ma rimango comunque convinto che non possiamo proporre di modificare confini inadeguati per ricrearne altri nuovavente inadeguati. Certo, a livello teorico potrebbero sembrare adeguati, osservando una carta si può tracciare un area più o meno regolare attorno ad un centro e creare la nostra ipotesi di nuova città con caratteristiche territoriali, peso demografico e grado di servizi implementate rispetto alla situazione attuale, come dici tu. Ma così come l’amministrazione di Paese rifiuterebbe di accorparsi con Treviso, come reagirebbe un residente di Paese stesso ad un rovesciamento territoriale dove il suo centro si venga a trovare non più in Treviso ma a Castelfranco? Pensi sarebbe più comodo andare a prendere il treno a Castelfranco, andare all’ospedale a Castelfranco, andare in prefettura a Castelfranco, andare a divertirsi a Castelfranco. Io penso che, se libero di scelta come nel caso del divertimento e del prendere il treno, continuerebbe andare a Treviso, se obbligato, come nel caso dell’asistenza sanitaria o di pratiche amministrative, proverebbe disagio a far qualche decina di chilometri in più. Per cui, secondo la tua proposta, avremmo un rovesciamento territoriale di centro estremamente artificiale, che in alcuni casi (penso a Resana, Riese, Vedelago) può essere positivo, in altri addirittura negativo. In questi casi avremmo dei nuovi centri che appaino però non legittimi, e a non legittimarli sono proprio le pratiche della gente comune, ovvero i destinatari della nostra ipotetice “riforma”.
    Eppoi la diffideza di una Silea ad essere accorpata in Treviso penso si registri anche in contesti più piccoli. Treviso è dominante rispetto Silea tanto quanto Asolo lo è nei confronti di Castelcucco. Se ricordate, pensino San Pietro (1000 abitanti circa) voleva staccarsi dal comune di Rosà! Il terreno su cui dobbiamo lavorare è tutt’altro che fertile, ma non solo nei grandi agglomerati, anzi. Con questo non dobbiamo però proporre una riforma che già in fase di proggetazione ci rendiamo conto avere lacune, solo perché apparentemente più percorribile dal punto di vista politica.
    Io credo dobbiamo proceder un po’ alla volta e quindi, per prima cosa, individuare e delimitare le aree della nostra provincia/regione/nazione che necessitano di un adeguamento nel senso dei confini in base alle nostre conoscenza da geografi, conoscenze, cioè, che tengano conto dei gruppi sociali oltre che quelle strettamente topografiche.
    Concludo citando, ancora una volta, l’esempio francese (e non è un caso se in geografia si studia la scuola francese): ci sono più comuni in Francia che in Italia nonostante il paese transalpino sia nel complesso meno popolato: la media abitanti per comune, infatti, è molto bassa (non ricordo il valore e non vorrei dire una fesseria). Il fatto è che in Francia si è trovato un giusto compromesso: il comune ha un valore poco più che simbolico, cioè mantiene il suo gagliardetto e la sua sede comunale (che ha volte non è altro che la nostra sede del Consiglio di quartiere o frazione), ma la maggior parte delle funzioni (in materia di trasporti, rifiuti, istruzione, ma anche aree verdi) sono in mano a congregazioni di comuni o alle agglomérations. In Italia l’unico caso penso sia Venezia, il cui comune è diviso in 8 municipalità.
    Quindi la mia proposta è di lavorare tutti assieme, per primo, a ricreare dei confini conformi alle pratiche di vita dei gruppi sociali residenti e poi spingere i comuni a collaborare e (magari) ad istituire enti sovraccomunali via via per sempre più servizi.
    Avrei anche il capitolo per i piccoli centri, in particolare quelli montani ed isolati ma per il momento è meglio che mi fermi.
    Anch’io scrivo troppo, anzi io scrivo sempre troppo….
    saluti

  7. sebastianomalamocco martedì 22 gennaio 2008 / 1:08

    Caro Enrico (e cari tutti che leggete e siete interessati all’argomento),
    non posso certo non concordare con Te sulla gran parte delle Tue osservazioni. E’ vero che il lavoro va esteso in modo più allargato rispetto alle provincie (non necessariamente a tutto il Veneto: ad esempio il bellunese ha delle caratteristiche a sè diverse; lì dovremo semmai parlare della città del Cadore, dell’Agordino…)
    Il lavoro potrebbe riguardare tutta l’area pedemontana trevigiana e vicentina e, insieme, l’area della PATREVE (il triangolo “Padova-Treviso-Venezia” in procinto già di divenire Area Metropolitana (anche lì, però nessuno molla i propri poteri: anzi ne aggiunge altri!!….)
    Sui servizi poi ci andrei cauto: che l’abitante di Paese vada a prendere il treno a Castelfranco, mentre si è già in procinto di costruire la linea Castelfranco-Treviso di metropolitana di superficie… dimostra che certi servizi (come il servizio sanitario, gli ospedali…. ognuno va dove vuole…) prescindono dalle “nostre” città che vogliamo disegnare, che immaginiamo noi (Tu, io, tutti gli amici geografi e altri…).
    Ma di tutte queste cose particolari sarebbe bene parlarne con calma….
    quello che io ho cercato di fare (con risultati scarsi) è cercare uno “sponsor” dell’idea, dello sviluppo scientifico e politico del lavoro. Per sponsor intendo qualcuno che ci crede ed è sponsor in due sensi: 1) POLITICO, cioè che assieme a noi lancia l’iniziativa e la struttura; dà ad essa gambe perché venga considerata; 2) FINANZIARIO, cioè che prima si possa far lavorare qualcuno -potrebbe essere un giovane geografo- che raccolga dati, li metta assieme, vada sui territori e verifichi la congruità dell’idea….
    Molti sono i potenziali sponsor: a)partiti politici -ma ho visto che, sì, ti danno ragione- ma glissano perché non vogliono rogne… qui si toccano rendite di posizione di loro sindaci -di ambo le parti-, amministratori etc. b)mondo economico, gli industriali….. qui sarebbe da sondare…. sono i più attenti a istituzioni più efficienti e meno parassitarie…. loro forse, se ici considerassero gente credibile, si farebbero carico di essere sponsor: c- il mondo universitario: potrebbe essere il più motivato a far ricerca su questo e a mettere a disposizione strutture e uomini ….. non so… qui dovremmo vedere… ;… d-poi ci sono particolari associazioni culturali, centri studi, fondazioni… che potrebbero sponsorizzare un lavoro del genere….. (io ho timidamente provato a interessare la Fondazione Benetton, ma credo dovremo formalizzare una proposta chiara e comprensibile)…..
    …. se ci fosse qui la disponibilità di creare un gruppetto di 5-6 persone (non necessariamente geografi) che sono inetressati alla cosa, studiano e si confrontano su di essa, potremmo abbozzare un progetto e sottoporlo a qualcuno che ne diventi lo sponsor….. (non so però se queste nostre elucubrazioni sono lette da potenziali interessati e, in primis, se sono lette…..)…..
    Chiedo a Te Enrico, se eventualmente ci sarebbe una Tua disponibilità una volta a parlarne (magari a scadenza non immediata….. stiamo cercando una sede dell’associazione dei geografi, e poi tutto diverebbe più facile…), e se qualcun altro sarebbe interessato alla cosa (non poniamoci tempi brevi, ma estendiamo la proposta, che dici?…) ciao
    sebastiano malamocco

  8. Enrico mercoledì 23 gennaio 2008 / 18:23

    Caro Sebastiano,
    sono disponibilissimo e contentissimo di potermi incontrare e parlare con te e chi altro voglia su temi a me molto cari.
    Il problema sarà trovare il tempo, ma ovviamente se ci si vuole incontrare una volta ogni tanto non penso esistano ostacoli insormontabili tali da impedirlo.
    Sarei contentissimo che si trovi una soluzione per una sede dell’Associazione geografi in modo da poter aver un quartier generale stabile.
    Non nascondo, comunque, di avere l’impressione che alcune delle mie concezioni base sul territorio, in particolare sul nostro Veneto, non concordino con le tue. A partire dalla Patreve della quale tu accennavi, discorso sul quale ho visioni notevolmente critiche. Ma è meglio non dilungarsi ora su questo, anzi sarà ulteriore occasione di confronto.
    Fammi sapere te qualcosa, dimmi dove abiti e i giorni a te più congeniali (per quanto mi riguarda il venerdì), io cercherò di portare anche qualche geografo della mia annata.
    Ciao
    Enrico

  9. paolomonegato sabato 5 luglio 2008 / 18:42

    Scusate se riesumo questo vecchio post….
    Questa proposta non mi convince molto anche se va incontro alle norme vigenti che incentivano l’accorpamento dei comuni.
    Non penso che l’ambiente in queste “città” possa essere difeso meglio, anzi. Un piccolo comune la sua area verde la protegge mentre una di queste città potrebbe benissimo scegliere di sacrificare un’area verde perché tanto ne ha delle altre.
    Ho dei dubbi pure sulle riduzioni dei costi dei servizi, sull’aspetto identitario (chi si identificherebbe in queste città create a tavolino?), sulle dimensioni delle città (che per essere città deve avere dei limiti come quelli proposti da Aristotele… altrimenti si trasforma in mero agglomerato urbano).
    Poi c’è anche un aspetto “culturale” della proposta che non condivido:
    “la creazione di un contesto cittadino (anche nell’erogazione diffusa dei servizi) dà opportunità sociali a tutti” questo forse è vero ma è un ragionamento intriso di valori “cittadini”… la città che comanda i dintorni. Penso che sia essenziale per il benessere collettivo ridare grande importanza ai valori e al modus vivendi della ruralità. La creazione di queste “città” cozza contro questa mia idea e propaganda uno stile di vita cittadino più incline al consumismo. Ma non è questa la sede per mettersi a discutere dei massimi sistemi.

    Se proprio vogliamo abbattere i costi perché non cominciare ad eliminare le province e perché no le prefetture? Siamo sicuri che siano i piccoli comuni il problema? Mediamente i comuni francesi hanno 380 abitanti!!
    Le suddivisioni amministrative dei vari paesi UE sono molto complesse, forse solo i Paesi Bassi (che hanno solo province e comuni) hanno meno divisioni amministrative dell’Italia… date pure un’occhiata vi perderete tra comarche, freguesias, contee e arrondissement….
    Forse la soluzione, che potrebbe mettere d’accordo tutti noi, ci è molto vicina: si tratta dei comprensori del Trentino/Sud Tirol. Dateci un’occhiata e ditemi cosa ne pensate…

  10. Luca Piccin martedì 6 gennaio 2009 / 21:34

    Sì Paolo ha ragione!
    Impariamo dai montanari!
    Voglio un burgraviato anche in veneto!

  11. steffanpaulus mercoledì 20 gennaio 2010 / 11:34

    Ho dato una letta a questo articolo e a qualche spezzone di commento, attratto dalla tematica trevigiana. Non ho molto tempo in questi giorni, ma questo blog merita di essere osservato e anche questo articolo in particolare.

    Da 21 anni vivo nel comune di San Fior, al confine con Godega a est, San Vendemiano e Conegliano a ovest: queste realtà comunali, spesso – parlo della mia – sgangherate da un pdv di efficienza e organizzazione, fanno di fatto capo a Conegliano, questo sempre più largo epicentro, che ha creato una mini-LosAngeles coneglianese, proseguendo con Susegana e Santa Lucia a ovest. Sono nato a Conegliano, ho studiato a Conegliano, mi sono curato a Conegliano, eppure Conegliano non è il mio paese, dunque la rete di trasporti pubblici, la rete informativa e culturale ecc. coneglianese non arrivano a me direttamente, costretto a rimanere chiuso nella limitatissima capacità sanfiorese. Di fatto, specie San Fior e San Vendemiano nell’area orientale della città, si nutrono di ciò che dispensa Conegliano, ma, per motivi di economichette e politichette comunali, i benefici che potrebbe avere un unico grande distretto coneglianese non arrivano, forse per i grandi interessi di piccoli privati.

    Io, da mero osservatore del paesaggio e delle possibilità di movimento all’interno di esso, nel quale mi piace paesaggire, vedo un territorio che avrebbe bisogno forte di questa proposta comunitaria di allargamento dei comuni metropolitani. Altrimenti si rischia di proseguire la politica distruttiva dei singoli piccoli comuni: incapaci di creare una propria vera autonomia – sanità e scuole, per dirne due, sono a Conegliano – cercano di fare le loro piccole e inefficienti metropoli comunali, devastando le loro ricchezze, che possono essere ambientali e paesaggistiche, dovendo ampliare la propria centralità, laddove i cittadini, invece, si dirigono sempre più verso il polo coneglianese, verso il quale c’è un costante orizzonte di ingorghi.

    Un piccolo esempio stradale: la pista ciclabile è un’iniziativa dei singoli comuni, i quali, mancando un coordinamento metropolitano, l’hanno fatta uno sì uno no. San Fior ce l’ha, ma appena il povero umanoide su due ruote entra nel breve tratto di San Vendemiano che lo divide da Conegliano, resta vittima di auto che sfrecciano sotto Villa Lippomano, dove la pista ciclabile manca e il bordo-strada è parcheggio di un numero crescente di veicoli. Se ci fosse un coordinamento dall’alto, se il romanzo della vita coneglianese avesse un narratore onnisciente, un problema così non avrebbe ragione di essere, perché si provvederebbe ad agire su un territorio razionalmente, curandosi dei rapporti reali tra parti di territorio, e non degli astratti confini comunali che non rispecchiano affatto la realtà effettiva.

    Io auspico – a grandi linee – quello che è saggiamente abbozzato qui sopra, anche con una speranza particolare: che la si smetta di creare una zona industriale per ogni frazione, ricreando poli anche da questo punto di vista, con poche efficaci infrastrutture che puntino a 2 poli industriali Conegliano est e Conegliano ovest: perché l’unico collante comune dal pdv edilizio sono le aree industriali, gigantesche (si guardi su google maps quella di Castello Roganzuolo, in relazione all’inconsistenza del centro di questo paese, con più fabbriche che operai locali!).

    Tornerò presto, appena potrò dedicarmi a una lettura più vasta e approfondita dei post di questo blog. Intanto faccio i miei complimenti e invito a passare nel mio blog, se volete dare un’occhiata a quel che succede dalle mie parti (selezionando nella fattispecie la categoria “paesaggio”).

    Continuate così!

    Saluti

    Paolo Steffan

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