Memorie di Everest Expedition 2008

Pubblico questo interessantissimo resoconto/diario di viaggio dell’avventura che ha vissuto il nostro caro amico Paolo Paganin. Buona lettura a tutti.

 

 

L’avventura di Everest Expedition 2008 nasce nel mese di marzo quando l’alpinista vicentino Mario Vielmo mi propose di affiancarlo nella spedizione alpinistica che stava organizzando. Il mio ruolo sarebbe stato quello di operatore video e regista del film documentario che si andava a realizzare. Ricordo bene il giorno in cui Mario mi chiamò: l’entusiasmo era incontenibile, la sola idea di raggiungere a 24 anni il campo base del monte Everest mi eccitava da morire.

Mancavano solamente 11 giorni alla partenza e le cose da organizzare erano molte, anzi moltissime: materiale tecnico per la spedizione, generi alimentari, pratiche burocratiche, vaccini sanitari, contatti con gli sponsor e l’organizzazione di tutto il materiale utile alle riprese e alla realizzazione del film.

Improvvisamente, dopo un rush organizzativo a dir poco massacrante, il 13 aprile ero già imbarcato nel volo Qatar Airways diretto a Kathmandù, capitale del Nepal, assieme a Mario e al giornalista e scrittore bassanese Claudio Tessarolo.

L’impatto con la città fu da subito duro. Come ogni capitale asiatica che si rispetti, anche per Kathmandù il caos urbano, lo smog e la confusione che vi regnano, sembrano farla da padroni. L’esistenza delle persone e delle cose sembra essere governata da una condizione di promiscuità endogena e strutturale; una sorta di mondo “tutto” in cui le persone si confondono con gli animali e viceversa, le case sono al contempo negozi e i negozi case, il trasporto privato può diventare improvvisamente pubblico e dove persino i bambini si possono scambiare per adulti.

Ma non c’è tempo per pensare: gli impegni per la spedizione, le interviste, le visite ai monumenti più celebri e solo quattro giorni di permanenza in città.

Il primo incontro fu quello con il vescovo della Chiesa Cattolica in Nepal (non riconosciuto ufficialmente dal Vaticano) che, oltre a descriverci appassionatamente l’architettura della chiesa, ci dice poco altro sulla condizione della minoranza Cattolica nepalese.

Impressionante è il fatto che persino le diverse religioni finiscono col sovrapporsi l’un l’altra; la stessa chiesa, come spiegava il religioso, ingloba elementi architettonici provenienti dalla tradizione cristiana, induista, buddista ed ebraica. Questa circostanza, diverrà poi ancora più evidente nelle ritualità delle diverse fedi incontrate nel corso del viaggio; quasi a configurare un grande insieme di pratiche rituali che sono spesso ricorrenti e simili tra di loro.

Il secondo incontro avvenne invece quasi per caso: si tratta della visita a quella che i volontari dell’ONG HELP/Nepal chiamano “casa gialla”. Il responsabile Roberto Comparini, un giovane di 27 anni originario di Verona e i suoi collaboratori offrono assistenza ai tanti “bambini di strada” che vivono nelle vicinanze del tempio induista di Pasupatinat. Un corretto nutrimento, riparo notturno, assistenza sanitaria e soprattutto la possibilità di ritrovarsi assieme in una sorta di grande famiglia, sono ciò di cui questi bambini “randagi” hanno bisogno. Purtroppo, come ci spiega Roberto, nonostante il loro impegno e alla loro immensa disponibilità il compito non è poi così facile; la maggiore difficoltà consiste paradossalmente nel convincere i bambini ad usufruire dei servizi della casa. Questo perché esiste un sistema di valori a cui i bambini credono, che li convince che vivere autonomamente nella strada sia comunque meglio che affidare la loro esistenza ad altre persone, per giunta straniere. A questo poi, si aggiunge il fatto che i bambini disconoscono ogni tipo di progettualità riferita al futuro; vivono giorno per giorno, ora per ora, senza preoccuparsi del domani; nella strada usano la colla per sballarsi, tutto quello di cui hanno bisogno per affrontare la giornata. Fu a questo punto che decidemmo che una parte dei profitti derivati dalla vendita del film dovesse essere versata in beneficenza di questa specifica struttura assistenziale.

Per quanto riguarda l’organizzazione della spedizione, il giorno dopo andammo in agenzia trekking per accertarsi sulle disposizioni straordinarie che il governo nepalese aveva messo in atto, sotto forte influenza cinese, in occasione dei giorni che dovevano vedere la salita della fiaccola olimpica sulla cima dell’Everest.

Le preannunciate restrizioni si dimostrarono da subito una cosa seria. Nonostante infatti la fiaccola salisse dal versante tibetano dell’Everest, quindi cinese, il governo nepalese decise con sorpresa di tutte le spedizioni alpinistiche destinate alla montagna, di imporre pesanti limiti sia di accesso che di comportamento anche agli alpinisti che affrontavano la scalata dal versante di Sud, ovvero nepalese. Il campo base Nord dell’Everest rimaneva quindi completamente chiuso per consentire alla spedizione cinese di compiere la grande impresa da lungo tempo proclamata. Mentre al campo Sud vigeva l’assoluto divieto di utilizzare le videocamere, di manifestare con oggetti quali bandiere e striscioni pro-Tibet e, soprattutto, di dormire al di sopra di campo 2 nel sentiero di salita verso la vetta. Tutto questo per i giorni che andavano dal 1° al 10 di maggio.

Il pomeriggio dello stesso giorno ci recammo in visita al cosiddetto “Tempio delle scimmie” dove sapevamo dovesse svolgersi una manifestazione di monaci tibetani contro gli scontri e le violenze di marzo accadute in Tibet. A questo punto, diverse sarebbero le considerazioni politiche e sociali da fare; qui mi limito a ribadire e a denunciare la grave e indecorosa situazione in cui queste persone sono costrette a vivere: in esilio dal loro paese d’origine e assoggettate a periodiche interrogazioni e ad altre brutali forme di invadenza, sia psicologia che fisica, da parte della polizia militarizzata nepalese.

Un gruppo di una quarantina di tibetani era da due giorni in sciopero della fame e della sete in segno di protesta. Il leader lama della manifestazione ci mostra un agghiacciante manifesto in cui sono incollate, una a ridosso dell’altra, diverse foto delle violenze perpetuate nei mesi precedenti in Tibet di cui preferisco risparmiarmi nella loro descrizione particolarizzata ed anatomica. Foto che sono arrivate in Nepal illegalmente attraverso le montagne.

Finalmente, arrivò il giorno della partenza. Il trasferimento verso Lukla, piccolo centro situato sulla bocca terminale della Valle del Khumbu, avviene con un piccolo velivolo bimotore da 19 posti. La pista d’atterraggio di soli 350m costruita su di un piano inclinato per volontà dello stesso Sir Hillary e l’assenza di supporto radio al volo, rendono l’atterraggio un’esperienza indimenticabile e assai turbolenta. Da questo punto è possibile proseguire solamente a piedi.

Una volta terminate le pratiche per assegnare ai portatori il materiale della spedizione ci siamo avviati lungo il sentiero che conduce a Phakding, prima tappa prevista. Non sapevamo ancora quanti giorni precisamente sarebbero stati necessari per raggiungere il campo base visto che questo dipendeva innanzitutto dalla velocità con cui il nostro corpo si sarebbe adattato all’altitudine.

Trascorsa la notte in uno dei tanti lodge presenti, di buon mattino abbiamo ripreso il sentiero che ci avrebbe portato a Namche Bazar. Fu in questa tratta che incontrammo il primo check point dell’esercito che, oltre a verificare i permessi per la scalata, perquisì a fondo i nostri zaini e borse.

Situato a 3440m di altitudine, il centro del commercio di Namche si sviluppa ad anfiteatro su di un promontorio che fa da spartiacque tra le due valli himalaiane. La florida economia della regione, legata principalmente alla recente presenza dei turisti-trekkers, trova qui la sua massima identificazione. Si possono difatti trovare tutti i servizi e le comodità tipiche del turismo “all’occidentale” come bar, pasticcerie, negozi, internet point, lodge a volontà e persino una banca. Solitamente, qui si passano almeno due notti per facilitare il corpo all’acclimatamento.

Dal punto di vista paesaggistico, le due tappe successive sono forse le più belle. Il sentiero che taglia trasversalmente il ripido costone occidentale della valle permette di ammirare a pieno lo sviluppo del gruppo dell’Ama Damlam (6856m), Thamserku (6608m), Kangtega (6685m), Taboche (6367m) e Cholatse (6335m); sullo sfondo invece, sono chiaramente distinguibili sia il Lothse (8516m) che l’Everest (8848m).

Molto affascinante è stata la visita al monastero di Tengboche, in cui è conservata la mitica impronta dello Yeti, e al monastero di Tesing che, con i suoi seicento anni, è il più antico della regione del Khumbu.

Il fortissimo mal di testa che mi colpì all’arrivo a Periche, meta del quinto giorno di cammino, mi ricordava che avevamo ormai abbondantemente superato i 4000m di altitudine. A scopo precauzionale cominciammo dunque a rallentare il passo in modo da non affaticarci eccessivamente.

Con la vegetazione che cominciava a farsi sempre più rada, anche il paesaggio si semplificò sino al punto di essere oramai costituito dalle diverse combinazioni del trittico base roccia-cielo-acqua (in tutte le sue forme). L’impressione che se ne trae è quella di essere in un ambiente desertico esageratamente esteso nella terza dimensione del verticale.

La sesta tappa, quella di Lobuche, ha preceduto la visita alla nota piramide del CNR. Si tratta di una struttura realizzata da una cooperazione italo-nepalese che svolge la sua principale attività di ricerca nel campo medico e naturalistico. Particolarmente importanti e prestigiosi sono gli studi sul riscaldamento globale che vi si conducono.

Il settimo giorno di trekking ha portato la spedizione a Gorak Shep, ultima tappa prevista prima del campo base. Viste le delicate condizioni politiche e militari in cui mi trovavo a lavorare e, dopo aver sentito diversi alpinisti sulla situazione al campo base, decisi che era forse meglio lasciare custodita l’attrezzatura video ed il girato nell’ultimo lodge disponibile: una scelta che poi si rivelò essere giusta dato che al campo base l’esercito ci avrebbe sequestrato, fino al giorno della salita della fiaccola, tutte le apparecchiature elettroniche quali computer, satellitari, trasmettitori radio e, ovviamente, le videocamere. Da questo momento quindi non si poteva più filmare.

Le ultime riprese realizzate prima del campo base risalgono alla cima del Kala Patthar, una piccola formazione orografica di 5550m antistante il Pumo Ri (7165m). Da questa posizione privilegiata si gode di una magnifica vista del gruppo dell’Everest e della valle glaciale del Khumbu sottostante. L’ultima parte del percorso si svolge appunto lungo la grande morena occidentale di questo ghiacciaio.

All’arrivo al campo base, l’impressione che si ha è quella di essere sbarcati sulla luna. Nonostante ci si trovi in un ambiente estremo e profondamente inospitale, nel grande insediamento stagionale si cerca di riprodurre, anche se non sempre con gli effetti desiderati, un ambiente di vita ordinario e familiare. Il clima che si respira è davvero internazionale: con le ben quasi settanta spedizioni presenti, la situazione  mi ricordava lontanamente l’epoca delle grandi conquiste dei poli terrestri.

Al campo eravamo sistemati assieme ad un gruppo misto di alpinisti italiani, quasi tutti cortinesi. L’altra spedizione italiana che ci affiancava era invece quella organizzata dal CNR con la missione di installare in quota due stazioni di rilevamento meteorologico.

L’anomalia di quest’anno fu da subito chiara: eravamo osservati a vista dai militari dell’esercito nepalese. Ricordo bene la mattina in cui lo stesso ambasciatore cinese, trasportato da un elicottero, venne a presenziare al campo. Tutto restava fermo dunque; non si poteva né riprendere né scalare, bisognava aspettare che la fiaccola olimpica salisse.

I giorni trascorsero velocemente e per me era già arrivato il momento di cominciare la discesa verso Lukla. Claudio Tessarolo era già partito qualche giorno prima. Rimaneva solo Mario che avrebbe tentato la vetta ed effettuato autonomamente le riprese della scalata una volta terminate le restrizioni.

A questo punto, non essendo più presente al campo base, il resto degli accadimenti esula dai miei sensi e ciò che posso raccontare è la mera realtà dei fatti, conclusi in loro stessi.

Nel 2008, solo un alpinista svizzero di nome Gianni Golz avrebbe raggiunto la vetta dell’Everest senza avvalersi dell’ausilio di ossigeno. Lo stesso alpinista sarebbe morto drammaticamente, a causa di un malore durante la fase di discesa.

Degli altri alpinisti “non ossigenati”, tra cui Mario Vielmo, nessuno sarebbe riuscito ad arrivare in vetta a causa del forte peggioramento delle condizioni meteo. Risultato che si dovrebbe in parte imputare al ritardo che il blocco al campo base ha recato alle varie spedizioni, avvicinando così le salite all’arrivo della stagione monsonica.

Nella sensazione di amarezza e dispiacere che rimane dalla mancata conquista della vetta, riesco forse ora a capire che cosa un alpinista, ma anche tutti coloro che hanno dedicato la loro vita alla scoperta e all’esplorazione degli ambienti estremi, dovrebbe provare: non la sensazione di aver fatto qualcosa di straordinario e unico, ma semplicemente, qualcosa di diverso e che appartiene quasi ad un’altra dimensione della nostra realtà esistenziale.

Lonigo 23.07.2008,

Paolo Paganin

Per chi volesse mettersi in contatto con Paolo, potete trovarlo all’indirizzo e-mail: info@dokudoku.it e sul sito www.dokudoku.it.

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3 thoughts on “Memorie di Everest Expedition 2008

  1. Francesco giovedì 8 gennaio 2009 / 12:12

    Altro che grande fratello, così dovrebbero crescere i giovani.
    Verrò sicuramente a vedere il film alla prossima proiezione.

    Francesco

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