Abbandono della montagna e progetto Terre Alte

Pubblichiamo questo interessante articolo del Prof. Ugo Mattana (già pubblicato dal Gazzettino di Treviso del 08/10/08 a pag XVI) dal titolo:

“L’abbandono della montagna trasforma e modifica la vita associativa e le antiche tradizioni”

Nel secolo appena trascorso, e soprattutto nel secondo dopoguerra, la rapida evoluzione della struttura produttiva e occupazionale ha investito in modo massiccio tutte le nostre montagne, determinando profonde trasformazioni.

Il risultato di questi mutamenti è offerto da due situazioni completamente opposte: da un lato il paesaggio dell’abbandono e della desertificazione di terre marginali, poco seducenti per gli stereotipi del consumo turistico, come molte aree delle nostre Prealpi venete; dall’altro uno sfruttamento intenso del territorio, a scopi sia turistici che industriali, spesso scarsamente pianificato: si pensi a tutti quegli sviluppi insediativi che ripropongono in montagna modelli di vita urbana.Lo sfruttamento ingloba e soffoca il preesistente, lo trasforma e ne modifica le funzioni. L’abbandono comporta la progressiva scomparsa delle attività tradizionali, dell’organizzazione sociale e della cultura materiale che vi era associata: scompaiono in primo luogo le attività agro-silvo-pastorali che obbligavano a un adattamento ai ritmi stagionali, imponevano spostamenti in verticale di uomini e animali, e determinavano una discontinuità temporale del lavoro, con una stagione estiva frenetica di attività, e una invernale più rilassata dedicata a occupazioni alternative; ma scompaiono anche altre attività, come quella estrattiva, oppure la minuscola ma diffusa utilizzazione energetica dell’acqua, la produzione di carbone di legna, l’uccellagione, l’artigianato domestico.

A questa vita del passato ci riportano forse i ricordi dei nostri vecchi, oppure una lontana memoria personale; nei casi più fortunati piccole nicchie residuali di un mondo che sta scomparendo. Ma è soprattutto la presenza di testimonianze concrete, di tracce del rapporto uomo-ambiente, cioè di segni non ancora distrutti dall’azione del tempo, che ci permette la ricostruzione di un quadro ambientale ormai quasi relegato nella memoria storica.

Quali sono in concreto questi segni dell’uomo? Sono gli edifici rurali semipermanenti e stagionali, i ricoveri in roccia, la rete dei sentieri e delle mulattiere, i muretti a secco di confinazione o di contenimento e rinforzo ai pendii, i cippi confinari, i cumuli di spietramento, le pozze di abbeveraggio, le sorgenti attrezzate, le teleferiche, le aie carbonili, i roccoli, le evidenze vegetazionali, le espressioni devozionali; e non vanno dimenticati alcuni segni immateriali, ma altrettanto significativi, come ad esempio i toponimi. Tutti segni dello stretto legame tra uomo e ambiente, interpretato e costruito nel corso dei secoli: essi appaiono ora sempre più labili e abbisognano di una attenzione testimoniale che ne conservi il ricordo.

Il Club Alpino Italiano, preoccupato della perdita di tutto questo patrimonio di memoria, con sensibilità e lungimiranza ha dato vita nel 1991 a un progetto denominato Terre Alte, per censire e catalogare tutti i segni legati alle attività tradizionali in quota, in stato di parziale o totale abbandono: il compito di rilevamento sul terreno veniva affidato ai soci escursionisti, per i quali era stata approntata una apposita scheda di lavoro. Si tratta di un progetto ambizioso e vasto, sia perché intende coprire tutto il territorio montano dell’Italia – Alpi e Appennini -, sia perché l’enorme quantità dei segni lasciati dall’uomo è disseminata in modo talmente capillare da richiedere un rilevamento sul campo minuzioso e imponente.

Questa iniziativa ha conseguito i risultati più significativi proprio nelle Prealpi venete e in particolare nelle Prealpi trevigiane, con specifiche pubblicazioni riguardanti il fenomeno dell’abbandono sul Massiccio del Grappa e sulla catena del Col Visentin: in queste ricerche è stata determinante la complessa, proficua e fortunata sinergia tra alcune sezioni locali del CAI e il Dipartimento di Geografia dell’Università di Padova che vanta una secolare tradizione di studio sulle tematiche della montagna.

Il progetto Terre Alte assolve in primo luogo a una inestimabile funzione documentale, quella cioè di raccogliere, senza sterili nostalgie, testimonianze di una cultura materiale e di una organizzazione sociale quasi totalmente scomparse; in tal senso esso interpreta l’obbligo della società civile di impedire l’oblio della propria storia e della propria identità.E’ bene precisare che nella pubblicista corrente viene fatto spesso un uso retorico e strumentale di tali principi etici, e il riferimento lamentoso alla montagna che scompare mostra spesso connotazioni di cattiva coscienza. Il progetto Terre Alte, con la sua indagine sul campo, condotta faticosamente, passo dopo passo, in modo minuzioso e rigoroso, resta certamente esente da simili rischi.

Ma l’iniziativa del CAI può assumere anche una funzione più specificamente propositiva: infatti, solamente attraverso la conoscenza approfondita dell’esistente e delle testimonianze non ancora scomparse, possono essere progettati tentativi concreti e sostenibili di recupero e di valorizzazione, ridimensionando la seduzione di moderne forme di sfruttamento che tendono a distruggere identità storica e specificità culturale.

Il progetto Terre Alte può infine svolgere una importante funzione formativa, come ha dimostrato lo sforzo, compiuto con successo in varie occasioni, di coinvolgere in azioni di ricerca sul campo gruppi di studenti degli istituti della nostra provincia.

Ugo Mattana

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