Racconto (geografico?) di Natale

le petit prince
le petit prince

Come si usa, anche noi facciamo gli auguri di buon Natale, regalandoVi un racconto di Gabriel Josipovici, inglese di adozione, ma nato nel 1940 a Nizza da padre di origine rumena e madre russa; che ha trascorso l’infanzia al Cairo prima di andare in Inghilterra nel 1956…(insomma un cosmopolita come piace a noi).

L’ immagine del deserto ce la ha donata Antoine de Saint-Exupéry Buona lettura.

LA PARABOLA DEL DESERTO


Noi viviamo in una terra fertile. Qui abbiamo tutto ciò che ci serve. Oltre i confini, lontano, c’è il deserto dove nulla cresce.

Là nulla cresce. Non si odono neppure rumori, a parte il vento.

Qui invece è tutto crescita, abbondanza. Le piante raggiungono altezze enormi, e noi stessi cresciamo e cresciamo tanto che niente al mondo può fermarci. E quando parliamo le parole scorrono a torrenti, un altro aspetto della fertilità generale.

Qui il centro è tutto e la circonferenza non è in nessun luogo.

Inversamente però si potrebbe dire (ed è un aspetto della fertilità generale) che qui, qualsiasi cosa diciamo possa avere il suo inverso; inversamente si potrebbe dire che la circonferenza è dovunque e il centro in nessun luogo, che i limiti sono dovunque, che dovunque vi sia la presenza del deserto.

Qui, nella terra fertile, tutti sono così consapevoli del deserto, e così affascinati e straniti dalla sua presenza, che è stato necessario votare una legge che proibisce di pronunciare quella parola.

Nonostante ciò, essa è alla base d’ogni frase e d’ogni pensiero. D’ogni sogno e d’ogni gesto.

Alcuni sono anche andati laggiù, nel deserto, ma poiché non sono tornati indietro è impossibile dire cosa vi abbiano trovato.

Quanto a me, non ho alcuna voglia di andare nel deserto. Sono soddisfatto dalla beata fertilità di questa terra. Al deserto lontano non è che ci pensi molto, e se di tanto in tanto lo sogno, ciò non contravviene a nessuna legge. Non riesco a immaginare dove si trovino i limiti del deserto o che tipo di vita esista laggiù, ammesso che ve ne sia. Quando odo il vento cerco di seguirlo nella mia mente attraverso gli spazi vuoti, per vedere con gli occhi della mente le increspature che produce sulle enormi dune, man mano che solleva i granelli di sabbia e li deposita in disegni lievemente diversi un po’ più lontano (benché il vicino e il lontano, nel deserto, abbiano chiaramente un significato diverso da quello che hanno qui).

Nel deserto domina il silenzio. Qui il parlare è ininterrotto. Molti di noi sono persino contenti di parlare da soli. Non vi è mai scarsità di argomenti su cui parlare, né mai mancanza di parole con cui parlare. A volte, in realtà, tale abbondanza diventa un po’ pesante da sopportare, il suono di tutte quelle voci che si alzano in animate conversazioni o in veementi monologhi diventa un po’ fastidioso. Ci sono stati momenti in cui la stessa abbondanza di argomenti possibili e di direzioni in cui quegli argomenti possono essere sviluppati, che mi ha fatto desiderare il silenzio del deserto, dove il monotono soffio del vento è l’unico suono. In simili momenti le parole mi si raddoppiano in quantità e velocità, ed io tocco ogni possibile argomento tranne quello che mi ossessiona (poiché le pene per ogni violazione della legge sono severe). E tuttavia, proprio mentre sto parlando, sono colto dal pensiero d’essere forse già davvero nel deserto, d’essermi avviato laggiù e di non essere mai tornato, e che il deserto sia un posto come questo, dove tutti parlano ma nessuno dice nulla di ciò che più profondamente lo tocca.

Tali pensieri sono tipici della fertilità nella nostra terra.

Gabriel Josipovici

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