Veneto City: là dove c’era l’erba…

sarà Veneto City?
Area di Dolo-Pianiga: sarà Veneto City?
Seicentomila metri quadrati (di cui 200 mila di superficie espositiva commerciale, 60 mila di spazi vendita, 50 mila di alberghi, poi residenze…), 1 milione e 800 mila metri cubi di cemento… il tutto nel territorio di Dolo e Pianiga (e in parte a Mirano)… è il progetto di realizzazione di VENETO CITY, di fatto una nuova città (del commercio, delle vendite…) nel pieno del Veneto, nella Riviera del Brenta tra Padova e Venezia…

SPAESAMENTO E NON LUOGHI DEL VENETO

(se non abbiamo il coraggio di rinnovare le nostre città, arriva qualcuno e propone Veneto City)

Veneto City è un’ulteriore aggiunta a massici progetti urbanistici in aree venete, alcuni sicuramente necessari (come Marghera), altri di tipo speculativo (il Quadrante di Tessera); o la proposta di una Città della Moda sulla Riviera del Brenta; o un Autodromo da Formula 1 che riscatti la Bassa Veronese; perfino un parco divertimenti di 124 chilometri quadrati sul Delta del Po da ribattezzare Euroworld (quest’ultimo per fortuna bocciato, si spera definitivamente, dalla Giunta Regionale). E i molti oppositori a Veneto City, ennesimo “non luogo” (cento volte di più degli innumerevoli centri commerciali), alla fine potrebbe essere possibile che debbano farsene una ragione.
Questo accade anche perché manca una vera programmazione nel Veneto (al di là dei Piani Territoriali di Coordinamento, che sembra subiscano passivamente le proposte delle lobby finanziarie), e chi vuole solo “conservare”, non cambiare nulla (spesso per salvaguardare piccole rendite di posizione) alla fine non fa altro che fare il gioco di chi propone fascinosi e accativanti progetti di nuove città, che snaturano ancor di più un Territorio sottoposto da più di trent’anni a uno sviluppo confuso e distruttivo.
Per questo noi riteniamo che sia una necessità e prova di coraggio rivedere il sistema amministrativo dei comuni, con accorpamenti che creino città omogenee e più funzionali alle nuove esigenze, salvaguardando il bene ambientale e l’economia agricola ora in crisi totale. Con il ritorno dei boschi planiziali (a legno energetico); con green-belt (cinture verdi) da centro a centro per porre fine alla “città diffusa” (lungo le strade); lo sviluppo di un’economia agricola con la produzione di prodotti alimentari a chilometro zero… insomma rigenerare ambientalmente (con effetti positivi sul sistema economico) un Territorio che deve tornare a rivivere.

Riportiamo qui di seguito due articoli sul tema  “Veneto City”.

Veneto City, il colosso che scuote il Nordest

di Adriano Favaro (da “il Gazzettino” del 1/2/2008)

L’esempio del terzo Veneto , il futuro di una regione che deve esporre le sue eccellenze. Capitale che sfida Parigi, Barcellona, Londra. O l’esempio del cuore di pietra in cui si è trasformata questa regione che, dopo i capannoni, pretende di sviluppare ancora cemento, torri e alberghi in mezzo alla campagna. Perfino il nome di questa operazione è simbolo del doppio che rappresenta: “Veneto City “. Doppio perché da quando si è cominciato a discutere del progetto – una delle più grandi operazioni edilizie mai pensate in Italia, su un’area di oltre 50 campi da calcio, nei comuni di Dolo, Pianiga e Mirano a metà strada tra Padova e Mestre, in Riviera del Brenta – il fronte dei no e dei sì è diventato subito scottante.

Il progetto “documento preliminare” è arrivato – 80 pagine – in municipio di Dolo lo scorso ottobre. “È la nuova vetrina del Veneto e dell’Italia del Nord” hanno detto i promotori. Con in testa Luigi Endrizzi, ingegnere (sua l’idea dell’Ikea, Padova) che conserva il suo stile: «Non abbiamo presentato un progetto e ora non facciamo interviste o discorsi. La questione è nelle mani dei Comuni interessati e alle istituzioni: loro devono scegliere». Il complesso comprende una specie di Parco scientifico, Ikea e Cinecity; torre telefonica-tv e alcuni alberghi.

La decisione apre un problema per il Nordest: possono 20, 40, 60 consiglieri comunali decidere di un’opera che sposta il baricentro socio-economico di una regione?

Vi dovrebbero lavorare diecimila persone, 60-70 mila auto. Si pensa anche di spostare la stazione ferroviaria di Arino. Il territorio della City è nel cuore degli incroci del nuovo Veneto: passante, autostrada, ferrovia.«C’era già l’edificabilità – spiega Endrizzi – Proponiamo un’opera di alto profilo». La Regione non ha fatto mosse ufficiali. Un anno fa il governatore Giancarlo Galan (ad un Rotary) ha esposto le sue idee: «Veneto City non è un mostro che sconvolge il territorio. L’agricoltura qui ormai non ha più senso, lo sviluppo passa per la logistica». Bene se non ci fosse di mezzo la Porto Marghera da risanare, area dismessa che aspetta il rilancio. Area per la quale Massimo Cacciari, sindaco di Venezia, non si risparmia. Dal 2006 dice: «Non sprechiamo territorio». Aggiungendo: «Fare Veneto City è un’idea delirante». La primavera scorsa alla fiera immobiliare di Milano: «Stop a Veneto City. Il futuro è a Marghera. Ai bordi della laguna ci sono duemila ettari da riutilizzare». A Milano la Regione era assente e molti hanno letto in questo il braccio di ferro Galan-Cacciari. Quest’ultimo poi all’Unione industriali veneziani ha posto domande precise. E il presidente Antonio Favrin: «La piattaforma logistica la vogliamo a Marghera; ma con che governance?».

Tradotta la considerazione è: chi ci dà garanzie? Il Comune, la Regione? Chi governa? Giusta domanda anche alla luce delle considerazioni di Fabio Gava, assessore all’industria: «Il rilancio di Porto Marghera va bene. In questo modo Venezia verrà riconosciuta “capitale”. Del resto che la città non ha mai guardato al territorio». In attesa Veneto City è riuscito a dividere.

«É un intervento insensato – commenta Edoardo Salzano, uomo di sinistra, docente universitario, per anni assessore al Comune di Venezia – Continuano a costruire cose che mi sembrano molto brutte sulle sponde del Brenta: quel canale è una meraviglia».

Anche l’architetto Guglielmo Monti, sovrintendente ai Beni architettonici del Veneto Orientale è perplesso: «Si può parlare male di questa iniziativa, così come quella della “città della moda”. Dal mio punto di vista sono due pericoli per il territorio, minacce nel senso che se si costruiscono grossi centri si svuoteranno gli altri, i più vecchi. Io devo salvaguardarli invece. In decenni di capannoni non si è imparato niente. Sembra essere tornati ad un nuovo Far West edilizio. Il mio potere? Poco. Il paesaggio è protetto fino a 150 metri dai bordi dell’acqua del Brenta. Dopo no. Il fatto è che qui si sono sviluppate forme di commercio e rendite finanziarie che esulano da turismo e agricoltura, che sono le grandi vocazioni di questa terra».

Lo sviluppo “ecocompatibile” è invocato anche dai sindaci di questa Riviera presa nello strabismo veneziano-padovano, da decenni arrancante nel rilancio di un’identità che nemmeno le ville più belle del mondo (sempre chiuse) riescono a darle.Salzano sa che i comuni di Dolo, Pianiga e Mirano si aspettano molto dalla “City” (Ici da decine di milioni). «Qui i soldi arrivano, guastano e vanno via. Lavorerà qualche manovale da fuori. Queste operazioni immobiliari non danno niente alla società». Però dovrebbe essere la vetrina del Veneto. «Se il veneto ha bisogno di cose moderne le faccia a porto Marghera. Qui serve pensare alla crisi dell’industria. É stato molto più facile fare soldi con l’immobiliare che investire in ricerca. Fiat e Pirelli hanno dirottato sull’immobiliare per anni». E se i palazzi fossero firmati da Foster o Piano? «’Ste robe le chiamano “mattone col pennacchio”. Ma sono sbagliate e basta. Temo che qui nemmeno il pennacchio…».

Non può approvare l’ingegner Endrizzi: «Quell’area è già lottizzabile. Meglio una incerta lottizzazione, un capannone dopo l’altro o un piano preciso? Decidano i comuni. La nostra idea è tutta da discutere e concordare, con un tavolo ampio dove oltre a Regione ci siano Provincia di Venezia, Comuni, Autostrade, Ferrovie, i protagonisti dello sviluppo di quest’area». Dove i terreni (ex agricoli) sono saliti anche sei volte di prezzo.

Furibondo è Ivone Cacciavillani: «Faccio l’avvocato e dico che occorre essere seri nelle norme urbanistiche. Forse Veneto City sarà la cosa più bella del mondo ma deve esserci coerenza tra le norme della Pubblica Amministrazione. Quante cose non vanno, non è tollerabile quello che sta accadendo qui e altrove. Prenda Padova: luoghi dove ci sono negozi invece destinati a verde pubblico e si rimedia tutto (dopo) con una variante. Andremo avanti a tutte le corti del mondo. Servono modifiche ai piani? Siano fatte secondo legge e non attraverso chissà quali cambi per avere qualche euro di Ici. Se però si creano 10mila posti di lavoro ci saranno 10 mila al mattino; e la sera. Più che il “Turco infame” e l'”Innominabile” (termine che Cacciavillani usa per Napoleone) la Serenissima è stata distrutta e affossata da Cini e Volpi. Invoco chiarezza in tutti gli atti amministrativi».

Insomma di variante in variante le aree agricole non dovrebbero diventare edificabili magari dopo che le ha acquistate qualcuno.

Anche Rosanna Brusegan, la docente che con “Italia Nostra” ha dato vita al confronto pubblico di sabato a Dolo – ore 15,30 all’ex macello – chiede una cosa simile: «Le amministrazioni devono parlare: finora ho trovato solo silenzioso. Desidero trasparenza per i gesti che impegnano nel futuro questa terra. Le uniche fonti di informazioni sono i giornali. Sono offesa nella mia dignità di cittadina, vogliamo sapere».

La politica locale una risposta l’ha già data: il presidente della provincia di Venezia Davide Zoggia (Pd) lo scorso anno ha detto: «Sì a Veneto City, d’accordo col comune di Dolo, ma solo dentro le aree già destinate per quel ruolo dal piano regolatore. Nessuna variante cioè».

Il sindaco di Dolo Antonio Gaspari (Margherita) – era vicesindaco durante il mandato di Claudio Bertolin il primo cittadino che fermò per due anni il progetto di Veneto City cercando di avere più informazioni possibili – non nasconde il suo assenso: «Veneto City deve essere opportunità, non pericolo». E poi si è buttato alla ricerca di un pool di esperti per avere chiarezza sugli effetti dell’opera. A Dolo intanto le opposizioni (Forza Italia, socialisti e Udc) rumoreggiano. L’attuale vicesindaco, Adriano Spolaore (ex ds) è un altro politico che apprezza Veneto City e che non si pone il dubbio se si tratti di una mostruosa opportunità per il terziario o di un mostro ecologico.Appoggia e a volte sopravvanza il suo sindaco che sostiene il progetto, in linea col piano territoriale provinciale: «Veneto City è una risorsa e non una speculazione» sostiene appena – ottobre 2007 – Endrizzi presentò la proposta per la del quale Bepi Stefanel, uno degli imprenditori interessanti aveva detto: «Un sistema stellare, del quale il pianeta principale sarà costituito dal centro servizi dedicato a ricerca, innovazione, marketing e analisi dei nuovi mercati».

L’IMPATTO DI VENETOCITY

LO TSUNAMI DI CEMENTO

di FAUSTO PEZZATO (da “Il Corriere Veneto)

Sembra uno scherzo di cattivo gusto, una grossolana goliardata, si direbbe, se la goliardia esistesse ancora. Invece no, pare proprio che i 2 milioni di metri cubi e i 600 mila metri quadrati intorno a Dolo siano veri, reali, e hanno anche un nome: Veneto City.
Non ce ne sono abbastanza di centri commerciali, ipermercati, supermercati, in questa povera pianura dove non si sente più l’odore dell’erba perché è sempre più lontana, e il mondo animale è stato confinato negli allevamenti- lager e le periferie che si stanno appiccicando l’una all’altra alludono ai più squallidi suburbia americani. Al regno delle carte di credito, del «real estate», della civiltà del mutuo, dell’indebitamento a catena. D’accordo, il mondo sarà anche globalizzato.   Ma cosa abbiamo da spartire, più di tanto, con una società costruita a misura di automobile, fra caselli autostradali e sotto svincoli-toboga che nascondono il cielo e le macchine che passano all’altezza dei secondi piani e i treni sulle sopraelevate che frullano la gente negli appartamenti?
Perché Veneto City? Gigantesca speculazione inventata a tavolino, priva di motivazioni con un minimo di plausibilità. Ecco un’altra slavina di cemento e asfalto con la quale l’«Anonima Urbanisti» si accinge a deturpare il paesaggio residuo, non ancora inghiottito dall’elefantiasi industrial-commerciale, per completare la deportazione del Veneto sopravvissuto nei gulag senza passato e senza futuro della compravendita. Nelle town allucinate di J. G. Ballard di cui nessuno conosce l’inizio e la fine e la vita è un’ipotesi che si condensa negli atti elementari del cibo e del sonno.
Perché Veneto City, mentre spariscono gli artigiani, le botteghe tirano a campare o chiudono, la storia arrivata fin qui sulle gambe di intere generazioni abbandona il cuore delle città che, con la progressiva rarefazione delle vetrine illuminate, affondano nella notte preventiva, coatta, nel silenzio triste dell’inutilità? Nella dimensione desolata, ostile, inquietante del dormitorio.
Certo, quale che sia il suo impatto, se politici avveduti, pubblici amministratori e semplici abitanti non si opporranno alla realizzazione, questo nuovo «colosseo» del consumo sarà il nuovo figlio di una logica urbana che non ha più al centro il cittadino e il suo retaggio di tradizioni, costumi, ricordi (e speranze), bensì il puro e semplice profitto.
Un «valore assoluto» incompatibile con tutti coloro che non sono disposti a sottomettervisi.
Pensiamo agli anziani, che dalla trasformazione in corso ricaveranno soltanto un ulteriore incremento della loro solitudine. E dovranno aspettare la fine non più nel brusio alacre del quartiere umanizzato dai suoi piccoli traffici, ma nella serenità algida di un non-luogo.

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