Geopolitica – La guerra dei cent’anni del Medio Oriente?

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Chi, in una giornata libera da impegni, decide di leggersi tutte le opinioni espresse sui giornali (proprio tutte, o quasi…) sul terribile sanguinoso conflitto che sta avvenendo ora in Medio Oriente (con centinaia di civili, donne, bambini, uccisi…), nella regione della cosiddetta Striscia di Gaza (che cos’è Gaza lo si può leggere in un precedente articolo del nostro blog del 29 dicembre scorso), si fa l’idea che le ragioni addotte all’origine dell’attuale conflitto sono molteplici, a volte confuse e contraddittorie nell’interpretazione (nemmeno ideologica di parte) dei vari osservatori.

Se la motivazione evidente, palese, è porre termine ai razzi lanciati da Hamas (gruppo terroristico, che controlla la striscia palestinese di Gaza anche dal punto di vista amministrativo-politico… nel 2006 ha vinto regolari elezioni) contro la popolazione delle città meridionali israeliane (Sderot, Netivot, Ashqalon e Ashdod), dall’altra qualcuno fa notare che Israele blocca gran parte delle vie di comunicazione per la Striscia (derrate alimentari comprese) e la popolazione di quel territorio (a più alta densità al mondo) è in grave crisi economica e di sopravvivenza

E tutti sono più o meno d’accordo che qui il confronto in primis è di Israele non con Hamas (in fondo un limitato gruppo integralista nato dalla scissione dell’OLP – Organizzazione per la liberazione della Palestina – con il moderato Al Fatah di Abu Mazen, la parte “ragionevole” ma in crisi dei palestinesi…), ma appunto che il vero scontro di Israele è con l’Iran (e in seconda battuta la Siria)…. con i palestinesi (ma anche gli israeliani) “usati” per un conflitto più globale.

E si parla di come la diplomazia internazionale sia altrettanto divisa (due posizioni diverse in Europa, una francese che condanna l’invasione di Israele, l’altra di molti paesi compresi l’Italia che parla del diritto alla difesa di Israele..), l’Onu assente…

… e di come quell’area mediorientale stia, nel corso dei decenni, sempre più diventando “araba” (nonostante il radicamente di Israele), per un fatto elementarmente demografico: i palestinesi fanno molti ma molti più figli degli israeliani (nel giro di pochi anni fra Mediterraneo e Giordano gli arabi saranno maggioranza)…

Insomma si ha l’idea (da queste letture, di chi studia il contesto) che è un conflitto che rischia di durare molto: già oltre l’esempio europeo della secentesca guerra dei trent’anni… forse, speriamo proprio di no, una guerra dei cent’anni…

E che un po’ tutti i sostenitori “di un campo o dell’altro” sembrano comunque sempre più disponibili a “vedere le ragioni degli altri”…

…. I sostenitori di Israele, che riconoscono il diritto ai palestinesi alla ricostruzione del loro stato (pensiamo agli scrittori israeliani e alla loro costante critica al proprio governo)… oppure i pacifisti e la sinistra europea, che oltre a condannare i modi ultraviolenti di reazione di Israele (nella truce contabilità del massacro di queste settimane e questi mesi – compresi i razzi alle città del sud di Israele di Hamas – , uno a cento sono i morti israeliani rispetto a quelli palestinesi), i pacifisti incominciano pure a condannare Hamas, gruppo terroristico che prospetta nient’altro che l’annientamento di Israele…

… oppure se le diplomazie mondiali lanciassero un “piano Marshal” fatto di interventi economici massicci a sostegno della Palestina e del formarsi – pacifico e democratico, condizioni sine qua non – dello Stato Palestinese (smussando i mezzi violenti della stessa Hamas – cui bisognerà riconoscere il ruolo politico -), ebbene questo azione geopolitica “oltre il momento di crisi di guerra” forse porterebbe dei frutti nel superamento dell’instabilità di quell’area, che è il seme pure dell’instabilità mondiale.

La lettura e comprensione di ciò che accade ora in Medio Oriente, accogliendo i diversi punti di sensibilità e osservazione, questo forse permetterebbe uno sguardo geopolitico su avvenimenti e fatti sanguinosi e di dolore, che, se compresi da un’opinione pubblica europea, mondiale, ora poco attenta (e che si sente impotente), non possono che far bene a soluzioni pacifiche.

E’ il tentativo, già prospettata nel ‘700 da Imanuel Kant, quando parlava, nella “Critica alla ragion pura”, dell’obiettivo “dell’abolizione della guerra come imperativo della ragione”.

…………….

Riportiamo qui un’analisi delle posizioni e delle “letture” sulla situazione di guerra attuale fatto da “il Foglio” (quotidiano diretto da Giuliano Ferrara) che bene delinea tutte le posizioni. E riportiamo pure la posizione di “Limes”, mensile di geopolitica (vicino alla posizioni del giornale “La Repubblica”) che delinea come si sia in presenza di “una delle tante guerre” di cui quell’area deve fare i conti, senza per ora prospettiva di soluzione. Buona lettura.

……

Tra Israele e Palestina vince l’Iran

Da “IL FOGLIO” di lunedì 5 gennaio 2009

L`attacco israeliano su Gaza scatenato alle 11.30 dei 27 dicembre, un`offensiva come non se ne vedevano dal 1967, era stato pianificato nei minimi dettagli fin dalla scorsa primavera. Giovanni Porzio: «Ufficialmente l`operazione denominata Piombo fuso è la risposta al ripetuto lancio dei razzi Qassarn sulle cittadine israeliane del Negev.

Che si è intensificato dopo la fine della “hudna”, la tregua in vigore per sei mesi, che Hamas ha dichiarato scaduta il 18 dicembre scorso. I razzi artigianali in dieci anni hanno causato una dozzina di vittime, ma rappresentano una costante minaccia per gli abitanti di Sderot, Netivot; Ashqalon e Ashdod». Shlomo Brom, ex generale dell’esercito ora ricercatore all’Institute for national security studies di Tel Aviv. «C`erano numerose pressioni sul governo affinché dimostrasse che è ancora in grado di proteggere il suo popolo. Ma questa operazione serve soprattutto a riaffermare la capacità di deterrenza del nostro paese».

Molti hanno parlato di uso sproporzionato della forza per rispondere alle «punture di spillo» dei razzi palestinesi. [Guido Rampoldi: «Per ogni israeliano ucciso nel 2006 morirono dieci libanesi. A Gaza il rapporto è decuplicato: uno a tenta»][ André Glucksmann: «Quale sarebbe la giusta proporzione da rispettare per far si che Israele si meriti il favore dell`opinione pubblica? L`esercito israeliano dovrebbe forse rinunciare alla sua supremazia tecnologica e limitarsi a impugnare le medesime armi di Hamas, vale a dire la guerra approssimativa dei razzi Grad, la guerra dei sassi, oppure a scelta la strategia degli attentatori suicidi, delle bombe umane che prendono di mira volutamente la popolazione civile? 0, meglio ancora, non sarebbe preferibile che Israele pazientasse saggiamente finché Hamas, per grazia di Iran e Siria, non sarà in grado di “riequilibrare” la sua potenza di fuoco? A meno che non occorra portare allo stesso livello non solo i mezzi militari, ma anche gli scopi perseguiti. Poiché Hamas -contrariamente all’Autorità palestinese – si ostina a non riconoscere allo Stato ebraico il diritto di esistere e sogna l’annientamento dei suoi cittadini, non sarebbe il caso che Israele imitasse questo spirito radicale e procedesse a una gigantesca pulizia etnica?».]

Israele non è esente da responsabilità.

Porzio: «La chiusura dei valichi anche durante la “hudna”, che ha spesso impedito il passaggio perfino dei camion con gli aiuti umanitari dell’Onu, ha strangolato la disastrata economia della Striscia Nel fazzoletto di 45 chilometri per 10 il tasso di disoccupazione supera il 60 per cento, il reddito pro capite è un quindicesimo di quello israeliano, il costo della vita è quadruplicato e un abitante su due vive al di sotto della soglia della povertà. Una forma di punizione collettiva che non ha raggiunto lo scopo dichiarato di minare le basi del potere di Hamas». [Secondo quanto scritto da Nehemia Strassier sull’edizione in ebraico di Haaretz del 30 dicembre, tutto cominciò il 4 novembre quando Tahal (l`esercito israeliano) penetrò nella striscia per distruggere un tunnel scavato nel settore centrale: «Tutte le valutazioni prima del 4 novembre erano che la maggioranza di Hamas era favorevole alla continuazione della tregua anche dopo la sua scadenza il 19 dicembre».]

Gli “agricoltori” di Hamas hanno usato i mesi della tregua per coltivare i loro campi.

Davide Frattini: «Buche profonde tra gli ulivi e gli alberi d`arancio, coperte da un tettoia di legno odi lamiera. Dentro, i flutti che il movimento fondamentalista ha accumulato negli arsenali: razzi. I miliziani comprano i piccoli appezzamenti o chiedono il permesso ai proprietari. Scavano i bunker e piazzano i Qassam, comandati anche a distanza con un telefonino». [Piero Ostellino: « Con la decisione di ritirare le truppe israeliane da Gaza, Arie! Sharon aveva offerto ai palestinesi un`opportunità Al tempo stesso, però, il passaggio della sua amministrazione nelle loro mani aveva creato obbiettivamente le premesse di una loro spaccatura. L`opportunità consisteva nella possibilità che le fazioni nelle quali il movimento era diviso abbandonassero la lotta armata, si unificassero sotto Al Fatah e partecipassero al processo di pace con Israele, voluto da Usa e Europa». ][L’elenco dei piani di pace elaborati in questi ultimi trent’anni è lungo e nessuno ha prodotto risultati concreti. T Ben Jelloun: «Da quello del 1981 di re Pahd dell’Arabia Saudita al piano Reagan del settembre 1982, da quello di Londra dell’aprile 1487 a quello di Oslo dei 1991, fino al piano Clinton-Barack del 2000, al negoziato di Taba del 2001 e all’iniziativa di Ginevra, “Due popoli, due Stati” firmata nel dicembre dei 2003».] [Ernesto Galli Della Loggia, «Politici e osservatori accreditati si affannano a sottolineare che bisogna trovare a tutti i costi una mediazione, individuare un punto d`incontro. Esigenza sacrosanta.Se non fosse per un piccolo particolare: perché ci sia una mediazione deve esserci qualcuno con cui mediare, vale a dire qualcuno non solo convinto dell’opportunità di un accordo basato sul do ut des, ma che dia garanzie di voler lui stesso per primo rispettare un tale accordo, nonché di poter farlo rispettare a chicchessia».] La crisi mediortentale non ha mai trovato una soluzione perché finora da parte araba una figura, un`autorità, una cultura del genere, sono sempre mancate, Della Loggia: «La maggioranza, dei paesi arabi giudica assolutamente sbagliata la linea terroristica di Hamas, ne condanna la politica di divisione del fronte palestinese, l`intolleranza fondamentalista. Ma nessuno di essi ha il coraggio di gridarlo con forza e di schierarsi apertamente contro. Il perché si sa: perché quei governi hanno paura di essere travolti, complice il terrorismo, dalle rispettive popolazioni, conquistate da tempo a un antiisraelismo cieco e violento, nutrito spessissimo di antisemitismo».  Da giorni il presidente egiziano Hosni Mubarak si sente dare del traditore nelle piazze del mondo arabo perché tiene chiuso il confine con Gaza. Viviana Mazza «Il mini confronto tra Hezbollah ed Egitto «per i cuori e le menti degli egiziani si inserisce, secondo gli esperti, nel più ampio scontro di potere tra Egitto, Giordania, Arabia Saudita e Autorità nazionale palestinese da una parte e Hamas, Hezbollah e Iran e Siria (che finanziano e appoggiano i primi due) dall’altra».

Nasce leader dell`Hezbollah, la guida suprema iraniana Bhamenei (e il libico Gheddafi) hanno subito criticato la «codardia» e il «complotto coi sionisti» di «alcuni governi arabi». Nabil Ehattib, direttore della tv Al Arabiya: «i Governi confinanti sono in una situazione delicata Temono che il modello Hamas di partito islamico al potere si espanda nella regione, sperano che fallisca». [ Guido Olimpio: «Per anni Teheran ha puntato sulla più malleabile Jihad islamica e ha guardato con cautela ad Hamas, che, forte della sua base popolare e gelosa della propria autonomia, non si è mai trasformata in un docile burattino.]

Ma da quando Gaza è diventato 1’Islamastan le cose sono cambiate, L’indice del mutamento nei rapporti è dato dai finanziamenti iraniani: 30 milioni di dollari nel 1993 120 nel 2006, oltre 350 nei 2007. Più l’embargo anti Hamas si è fatto soffocante e più Teheran ha trovato spazi per Infiltrarsi Lungo quest’asse si è sviluppata la cooperazione militare».

Dopo decenni di estenuanti tentativi, e di finte illusioni, è morta l`idea secondo la quale negoziati bilaterali tra israeliani e palestinesi potrebbero sfociare da soli in un accordo finale: le situazioni politiche in Israele e in Palestina non conoscono né  la coerenza né la coesione indispensbili.

Bernardo Valli: «In campo palestinese il movimento nazionale vive le lacerazioni interne più profonde da quando Yasser Arafat ne prese le redini più di quarant’anni fa. L’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, una volta rappresentante unico e legittimo del suo popolo, dispone di scarso priestigio. Con la nascita e l’affermazione della corrente islamica incarnata da Hamas (vincitrice delle ultime elezioni) l’autorità dell’Olp è largamente contestata Il suo principale movimento, il laico Al Fatah, un tempo ritenuto la principale forza riformatrice (ma anche la più corrotta e per questo sconfitta alle ultime elezioni), è in preda a lotte intestine, inasprite dalla secessione di Gaza, sotto il controllo di Hamas dal giugno 2007. La tenzone tra Haamas e Al Fatah è aperta e spietata, nonostante i tentativi di mediazione, in particolare attraverso personaggi egiziani».

L’instlabilità cronica del sistema politico israeliano costituisce l’altro versante di una paralisi quasi struttale. Valli: «I governi di Gerusalemme arrivano di rado alla fine dei loro mandati e quindi dei loro progetti riguardanti i rapporti con i palestinesi.

II caso estremo è l`assassinio nel novembre 1995 del primo ministro Ytzhak Rabin, Promotore degli accordi di Oslo, che riconobbero, per la prima volta un’autonomia palestinese. Il caso più recente sono le dimissioni di Ehud Olmert, in seguito ad accuse di corruzione, il quale resta primo ministra in esercizio fino alle elezioni anticipate dei 10 febbraio». [Sergio Romano: «Vi è certamente un rapporto fra i tempi dell`operazione militare nella striscia di Gaza e quelli della politica israeliana. Il premier Olmert il ministro degli Meri Tzipilivni e il ministro della Difesa~ Barak hanno agito ora perché temevano che la moderazione sarebbe staia interpretata da molti elettori come una manifestazione d`impotenza e avrebbe regalato una trionfa}e~ria aBenjamin Netanyahu, leader del Likud, nelle elezioni che si terranno il 10 febbraio».]

Le elezioni presidenziali palestinesi, in programma il 9 gennaio, sono state rinviate sine die. Grazie a un clima più costruttivo e agli aiuti internazionali, l’attuale presidente Abu Mazen ha migliorato le condizioni di vita della popolazione in Cisgiorlania. Borrs Biancheria «Il contrasto con la miseria di Gaza sovraffollata, retta da Hamas senza ordine e senza risorse, salta agli occhi di ogni palestinese. Che Hamas cerchi di contrastare i relativi successi di Abu Mazen in Gisgiordania e che, per farlo, sia disposto a rischiare perfino un ritorno degli israeliani nella Striscia di Gaza, non può sorprendere.

Il terrorismo sa bene come sopravvivere anche alle occupazioni militari». A giugno si voterà anche in Iran: per il presidente Ahmadinejad, profeta non della sconfitta ma della distruzione di Israele, ogni soluzione pacifica è inaccettabile.

Biancheria «Una situazione di conflitto permanente, quale si è avuta per decenni, congiunta agli errori americani in Iraq, ha permesso all’lran di essere sinora il solo vincente in questa eterna crisi mediorientale.

Che la Palestina vada a ferro e fuoco non lo danneggerebbe e certo non smentirebbe le sue apocalittiche previsioni».

…………

Perché la guerra di Gaza è una tragedia domestica

di Lucio Caracciolo (LIMES, mensile di geopolitica. Articolo pubblicato su La Repubblica il 5/1/09)

Ci sono problemi che si possono risolvere e problemi insolubili. Da tempo gli apparati di sicurezza israeliani, più influenti dei governi anche perché più stabili, hanno deciso che la questione palestinese appartiene alla seconda categoria. Non ha soluzione. Quindi a rigore non è un problema. È una crisi permanente da gestire perché non diventi troppo acuta. Talvolta con terapie d´urto, come oggi a Gaza.Di fatto, come oltre quattro anni fa spiegava il braccio destro di Sharon, Dov Weisglass, «l´intero pacchetto chiamato Stato palestinese, con tutte le sue implicazioni, è stato rimosso dall´agenda a tempo indeterminato». Olmert non ha deviato dall’approccio del suo predecessore. La conferenza di Annapolis è stata una mascherata, cui ha partecipato più o meno consapevolmente lo stesso Abu Mazen, simbolo dell’impotenza palestinese.

Per capire la guerra in corso, conviene inquadrarla sullo sfondo dell’opzione strategica perseguita da Israele a partire dal fallimento del vertice di Camp David e dei colloqui di Taba sullo “status finale”, nel 2000-2001. Da allora, l’establishment di sicurezza israeliano, appoggiato dalla Casa Bianca, ha affrontato il problema/non problema palestinese a partire da tre postulati.

Primo: nel giro di pochi anni fra Mediterraneo e Giordano gli arabi saranno maggioranza. Ciò minaccia il carattere ebraico dello Stato di Israele, che non è negoziabile. Dunque o creiamo uno staterello palestinese a fianco del nostro, incapace di minacciarci, oppure dobbiamo tenere i palestinesi sotto controllo con la forza. E possibilmente divisi. La prima ipotesi resta il mantra della diplomazia ufficiale, la seconda corrisponde alle iniziative sul terreno, dall´espansione degli insediamenti alla caccia al terrorista nelle strade di Gaza City.

Secondo: non esiste un campo palestinese unitario, né Israele ha interesse a che si formi, nella prospettiva demografica sopra evocata. Coerentemente, negli ultimi anni i governi israeliani hanno prima trattato Arafat come un leader inaffidabile, poi concesso una patente di affidabilità al suo pallido successore, sapendo che comunque Abu Mazen non dispone dell´autorità sufficiente a riunire i palestinesi. Quanto a Hamas, è solo una banda di terroristi che vogliono distruggere Israele. Risultato: anche se volesse promuovere uno Stato palestinese, lo Stato ebraico non potrebbe. Perché la fazione palestinese disponibile a battezzarne uno purchessia è troppo debole per controllarlo, mentre l´altra vorrebbe un solo Stato, ma arabo e non ebraico.

Terzo: in ogni caso i palestinesi non sono una priorità. Per il resto del mondo (arabi e islamici compresi), ma soprattutto per Israele. Non è certo Hamas che può distruggere lo Stato ebraico. La minaccia strategica è l´Iran. Non solo in quanto deciso a dotarsi di un arsenale atomico capace di rivaleggiare con quello (mai dichiarato) di Gerusalemme, ma anche in quanto potenza nemica capace di utilizzare i terroristi arabi e islamici per tenere Israele sotto schiaffo. Hizbullah, ma anche Hamas. Sicché oggi la battaglia di Gaza è sotto questo profilo uno scontro indiretto fra Gerusalemme e Teheran.

Si può respingere in tutto o in parte tale analisi. Ma possiede una sua logica. I palestinesi non hanno saputo opporvi una visione coerente e unitaria. Giacché ormai le loro organizzazioni principali, Hamas inclusa, sono delle mini-galassie in cui interessi particolari (spesso criminali), piccoli clan e bande di disperati si contendono le scarse risorse disponibili. Strette nella morsa israeliana. Mentre attori esterni, arabi (sauditi in testa) e islamici (vedi Teheran) usano i palestinesi per fini propri, spesso contrastanti.

La deriva dal nazionalismo all´islamismo che segna l´ultima fase di Arafat e l´ascesa di Hamas esprime la crisi dell´identità palestinese così come era stata reinventata dall´Olp a partire dagli anni Sessanta. E rafforza a Gerusalemme coloro che considerano vano inventare una nazione che non c´è. Figuriamoci affidarle uno Stato. Nessuno sembra in grado di riunificare le fazioni e i territori palestinesi. Né pare che la progressione dei coloni ebraici in Cisgiordania – che ruota sull´asse Gerusalemme-Ma´ale Adumim, destinato a bisecare i “bantustan” residui – possa essere arrestata.

Vista da Israele la guerra di Gaza non è dunque una crisi internazionale ma una partita domestica. Nel breve, per l´ovvio tentativo di Kadima e dei laburisti di sottrarre voti alla destra di Netanyahu alle elezioni del 10 febbraio. In prospettiva, per riaffermare che la questione palestinese appartiene alla sfera della sicurezza interna e basta. In questo senso Piombo Fuso è più un´operazione di polizia con mezzi militari che una vera e propria guerra.

Non a caso gli israeliani osservano con preoccupazione le reazioni dei “loro” palestinesi, ossia degli arabi che abitano nello spazio dello Stato ebraico, pur non essendovi davvero integrati. I quali peraltro restano allo stesso tempo refrattari a soggiacere a un´autorità palestinese, viste le performance di Fatah a Ramallah e di Hamas a Gaza. Per Gerusalemme, la saldatura fra le proteste nelle sacche arabe di Israele e quelle nei Territori va evitata ad ogni costo.

Anche fra i palestinesi la battaglia di Gaza ha connotati interni. Hamas provoca gli israeliani non perché pensi di batterli, ma per consolidare la sua fama di unica struttura combattente della resistenza palestinese, inconciliabile con il “Quisling” Abu Mazen. Il quale tifa nemmeno troppo segretamente per Israele, dato che da solo non potrebbe mai sbarazzarsi di Hamas (ma è piuttosto ottimistico pensare che ci riesca Olmert). Solo una prolungata guerra di logoramento a Gaza può riavvicinare, almeno provvisoriamente, le fazioni palestinesi in lotta. In nome dell’odio per gli israeliani.

La tragedia è che nessuna delle parti in causa, nemmeno la più potente (Israele), può raggiungere i suoi obiettivi strategici. E nessuna è abbastanza forte e sicura di sé per accettare un compromesso con le altre. La guerra continua. E non finirà con la fine di Piombo Fuso.

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