Geopolitica delle georisorse – acqua, geotermia, biomasse e solare (e risparmio energetico) possono ridurre la dipendenza dal gas importato

gas dall'Algeria

L’Italia importa l’87% del GAS immesso in rete. Del totale importato (circa 74.000 miliardi di metri cubi annui) il 33% proviene via gasdotto dall’ALGERIA, il 31% dalla RUSSIA, il 12,5% dalla LIBIA, poi dall’Olanda (11%), dalla Norvegia (7,5%), il restante 5% da paesi vari… Avrete notato che i primi tre paesi nostri fornitori (per ben il 76,5% dell’importato) sono paesi o con democrazie di facciata o dittatoriali.    Anche PER QUESTO ci permettiamo di insistere che dovremo trovare soluzioni di maggiore autosufficienza interna attraverso l’allargamento a tutti i livelli delle ENERGIE RINNOVABILI e con una sana politica di RISPARMIO ENERGETICO.     Quel che ora sta accadendo relativamente alle importazioni (in Italia e in Europa) del gas russo, con lo scontro della Russia con l’Ucraina che ha fatto chiudere i rubinetti di erogazione, indica la necessità di credere veramente a una nuova politica energetica per l’Italia e l’Europa.    La condizione europea di dipendenza dal gas russo arriva, per alcuni paesi, fino al 100% (Estonia, Finlandia, Lettonia, Lituania e Slovacchia) o poco meno del totale per altri (Bulgaria 90%, Grecia 81%, Repubblica Ceca 78%). Ecco come si muovono i flussi dei gasdotti russi verso l’Europa (e le progettate alternative):

gasdotto-russia

I principali gasdotti che collegano la Russia ai paesi europei passano per l’Ucraina, che è allo stesso tempo un forte importatore di gas (e debitore) della Russia ma anche un fondamentale snodo di passaggio per le forniture russe dirette ai sempre più dipendenti paesi europei.


La Russia sta sviluppando nuovi gasdotti per scavalcare paesi dell’Est europeo di cui non si fida, come la Polonia e l’Ucraina, a nord (nel mar Baltico) e a Sud attraverso il mar Nero e i Balcani, ma sono ancora secondari rispetto al flusso principale che attraversa il centro dell’Europa.

Riportiamo qui un articolo di Federico Rampini (La Repubblica del 7/1), che vi invitiamo a leggere per la lucidità nell’esporre quanto sta realmente accadendo nel contesto europeo e nella situazione delle risorse strategiche russe (di seguito una scheda sui consumi e importazioni del gas ripresi da Rainews 24 sempre del 7 gennaio).


BRUXELLES PRESA IN OSTAGGIO PAGA LE DIVISIONI INTERNE MA PUTIN HA LE ARMI SPUNTATE


La puntualità è sospetta. Un’ ondata di gelo polare attanaglia l’ Europa. Subito esplode la lite Mosca-Kiev; la penuria “politica” del gas russo con cui ci riscaldiamo e produciamo corrente elettrica.

La crisi coglie l’ Italia sorprendentemente impreparata, anello debole di una Unione europea anch’ essa colpevole di imprevidenza. Ieri i volumi di fornitura di gas russo al nostro paese sono crollati del 90% rivelando la nostra fragilità.

Siamo uno dei paesi più dipendenti da Gazprom. Non consola trovarsi in compagnia di ex-satelliti dell’ Unione sovietica come la Slovenia e l’ Ungheria. Né rassicurano le parole del ministro Scajola che annuncia «riserve sufficienti per alcune settimane». L’ inverno è ancora lungo, altri paesi hanno in stoccaggio scorte strategiche valide per mesi.

Visto che questa crisi sembra un remake del braccio di ferro tra Russia e Ucraina nel gennaio 2006, il Financial Times ricorda la massima di Karl Marx secondo cui «la storia si ripete prima sotto forma di tragedia poi di farsa».

L’ umorismo si addice agli inglesi, che grazie ai giacimenti del Mare del Nord sono autosufficienti in gas naturale. Per noi continentali è più tragico che farsesco scoprire che a tre anni di distanza nulla è cambiato nelle nostre fonti di approvvigionamento. Un quarto di tutto il gas continua a venire dalla Russia. E l’ 80% di quella fornitura continua a traversare l’ inaffidabile Ucraina.

Il conflitto tra Mosca e Kiev sull’ energia ha origini storiche. Il gasdotto che traversa l’Ucraina fu costruito quando questa faceva ancora parte dell’ Unione sovietica e quindi subiva i diktat del Cremlino. Dopo la fine dell’ Urss gli ucraini hanno conservato un lascito ereditario e una servitù di passaggio. Il lascito positivo è un prezzo politico del gas, inferiore fino a ieri alle quotazioni del libero mercato. Il privilegio lo pagano ospitando sul loro territorio un’ imponente autostrada di tubature, il pipeline strategico che Mosca usa per procurarsi valuta pregiata vendendo il gas all’ Europa occidentale. A intermittenza, di solito dopo abbondanti nevicate e temperature sottozero, Gazprom si “ricorda” improvvisamente che gli ucraini pagano il gas troppo poco e gli chiude il rubinetto.

I dirigenti di Kiev reagiscono servendosi da soli, cioè rubando dalle megacondutture il gas destinato a noi. E l’ Unione europea viene presa in ostaggio.

Dietro le ragioni commerciali Mosca ha motivazioni politiche. L’ ultimo braccio di ferro sul gas con gli ucraini, nell’ ottobre 2007, fu una plateale interferenza politica. Nostalgici dell’ impero sovietico, Putin e Medvedev hanno tentato di ostacolare la formazione a Kiev di un governo filo-occidentale. I rubinetti del gas vennero chiusi subito dopo le elezioni ucraine.

L’ episodio attuale è probabilmente una vendetta a freddo – è il caso di dirlo – per far pagare a Kiev il suo appoggio politico alla Georgia durante il conflitto dell’ estate scorsa.

Il fatto che al vertice di Gazprom ci sia un certo Alexsandr Medvedev, fratello del presidente russo, ci ricorda che a Mosca la differenza fra la politica e gli affari è trascurabile. Ma se il regime russo è una caricatura grottesca e feroce della democrazia, l’ Ucraina non versa in condizioni molto migliori. Ha un presidente e un premier impegnati in una lotta fratricida, il Pil in caduta libera (meno 14%), la bancarotta di Stato rinviata momentaneamente grazie a un prestito d’ urgenza (16,4 miliardi di dollari) del Fondo monetario. Perfino la sua banca centrale è lambita da pesanti sospetti di corruzione.

I remake dei film non sempre hanno il successo dell’ originale.

La Russia sta esaurendo rapidamente la sua capacità di usare il ricatto energetico per ricostruirsi una sfera d’ influenza imperiale. La rendita gas-petrolifera si assottiglia a vista d’ occhio.

Noi europei stiamo ancora pagando il gas russo intorno a 500 dollari per mille metri cubi, in virtù di contratti a lunga scadenza firmati quando i costi energetici erano ai massimi storici. Ma quei contratti hanno clausole d’ indicizzazione che adattano il prezzo del gas a quello del petrolio, con sei o dodici mesi di ritardo.

Le casse del Tesoro di Mosca, come il rublo, stanno soffrendo. Una nuova bancarotta di Stato della Russia (o il crac di pezzi portanti della sua industria di Stato) non è un evento impossibile nel corso del 2009.

La recessione globale rivela gli errori strategici compiuti da Putin-Medvedev e dai loro oligarchi. Hanno sprecato gli anni delle vacche grasse, trascurando di investire nella scoperta di nuovi giacimenti e nelle infrastrutture di trasporto dell’ energia.

Per non parlare della mediocre situazione socio-economica della maggioranza dei loro connazionali, appena sfiorati dal benessere del boom. I russi pagheranno presto una politica arrogante e di corto respiro per la quale vengono a mancargli le risorse finanziarie.

E’ una magra consolazione per l’ Europa occidentale, che ha dimostrato una pericolosa miopìa. Anzitutto per la viltà da noi praticata quando l’ Orso russo sembrava irresistibile; donde la sostanziale rinuncia a sostenere la costruzione di una democrazia sana in Ucraina e in altre nazioni dell’ ex impero sovietico.

Anche nel settore dell’energia abbiamo colpe serie.

Come il ritardo nel completare il progetto Nabucco, cioè la rete di gasdotti che attraverso i Balcani e la Turchia devono consentirci un accesso diretto al gas dell’ Asia centrale, riducendo la nostra dipendenza da quello russo.

E’ imperdonabile la mancata costruzione di un vero mercato unico europeo del gas, che doveva fluidificare la circolazione dentro l’ Unione e quindi consentire di ovviare rapidamente ai deficit energetici congiunturali di questo o quel paese.

Su tutto pesa l’ ombra di giganteschi e inconfessabili conflitti d’ interessi: negli anni del suo boom Gazprom ha notoriamente “reinvestito” una parte della rendita per garantirsi i favori di importanti leader politici europei.

Ora l’ Unione si ritrova catapultata nell’ improbabile ruolo di mediatore tra Mosca e Kiev, per garantire che il gas torni presto ad affluire in casa nostra.

Come per il Medio Oriente anche questa crisi sembra fatta su misura per esaltare le nostre divisioni interne.

Come al solito c’ è un fronte del sorriso che ama dire sempre di sì a Mosca. E c’ è un fronte che vorrebbe affrontare i russi a muso duro, ma non ne ha i mezzi.

(Federico Rampini)


SCHEDA SULLE IMPORTAZIONI DEL GAS


La dipendenza dell’Italia dalle importazioni di gas e’ molto forte e la Russia e’ il nostro secondo fornitore dopo l’Algeria.

Secondo i dati preconsuntivi del ministero dello Sviluppo economico, nel 2007 sono stati importati 73.882 miliardi di metri cubi, complessivamente l’87% del gas immesso in rete.

Le principali fonti di approvvigionamento via gasdotto, entrambe extracomunitarie, sono l’Algeria (33,2% del gas totale importato) e la Russia (30,7%). Seguono la Libia (12,5%), l’Olanda (10,9%) e la Norvegia (7,5%). Il restante 5,2% del gas importato proviene da altri paesi. L’Italia chiede alla Russia in media al giorno 60 milioni di metri cubi di gas. Oggi, ha riferito il ministero dello Sviluppo Economico, ne sono stati chiesti 45 milioni, dato il minore fabbisogno nella giornata festiva. Gazprom ne ha tuttavia assicurati solo 7 milioni.

Il ministero precisa comunque che grazie alle riserve il nostro Paese sara’ al sicuro per diverse settimane anche in caso di prolungamento della crisi russo-ucraina.

Dipendenza europea del gas russo arriva fino al 100%
Alcuni Paesi dell’Unione Europea dipendono fino al 100% del loro fabbisogno dal gas fornito dalla Russia. Se l’Italia copre il 27% dei suoi consumi con il metano di Mosca (dati Agenzia Internazionale dell’Energia) – il 30,7% secondo i dati del ministero dello Sviluppo economico – Estonia, Finlandia, Lettonia Lituania e Slovacchia importano dalla Russia il 100% del gas di cui hanno bisogno. Seguono da vicino la Bulgaria (90%), la Grecia (81%) e la Repubblica Ceca (78%).

Coprono oltre la meta’ del loro fabbisogno di metano con le importazioni dalla Russia anche l’Austria (67%), l’Ungheria (65%) e la Slovenia (51%). Fortemente dipendenti da Mosca anche la Polonia (46%) e la Germania (39%). Vicina all’Italia, in termini di importazioni di metano russo, la Romania (31%) mentre la Francia e il Belgio coprono il 16% e il 4% dei rispettivi consumi di gas con le forniture russe.

Totalmente indipendenti da Mosca Gran Bretagna, Danimarca, Irlanda, Lussemburgo, Olanda, Portogallo, Spagna, Svezia, Cipro e Malta.

Dalla Russia un quarto del metano europeo
La Russia fornisce un quarto del gas consumato nell’Unione europea e, per la gran parte, questo metano arriva attraverso l’Ucraina. Questo il motivo per cui l’Europa rischia di diventare la vittima collaterale della crisi tra Mosca e Kiev.

I Paesi dell’Ue importano il 57% del gas che consumano. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia (Aie), le importazioni di metano arrivano per il 41% dalla Russia (24% del consumo totale dell’unione), il 21% dalla Norvegia (15% del consumo) e il 18% dall’Algeria (11 per cento). Nel 2007 i Paesi Ue hanno consumato 505 miliardi di metri cubi di gas naturale, un dato in calo dell’1,5 per cento, secondo quanto riferisce Eurogas, la federazione che riunisce le compagnie del gas europee.

Nel 2005 il gas naturale rappresentava un quarto del consumo energetico dell’Ue, rispetto al 37% del petrolio, il 18% del carbone e il 14,3% del nucleare. La produzione interna europea rappresenta circa sei decimi della domanda, compresa quella della Norvegia. Nel 2007 le importazioni di gas naturale liquido rappresentavano il 13% del totale del fabbisogno di gas degli europei. I principali paesi fornitori sono l’Algeria, la Libia, il Qatar, la Nigeria.

Tuttavia, l’offerta di gas europeo e’ in costante calo. Entro il 2020 non dovrebbe piu’ arrivare al un terzo dei consumi, per scendere a un quarto entro il 2030. Questo, tendenzialmente, fa prevedere un incremento del tasso di dipendenza europeo dal gas russo in particolare. Per questo motivo, l’Ue considera prioritaria la costruzione di canali alternativi di approvvigionamento, come il gasdotto Nabucco, che dovrebbe portare in Europa metano del Mar Caspio da Azerbaigian, Turkmenistan, Kazakistan e, forse, Iran.

L’altro elemento di una possibile diversificazione e’ rappresentato dallo sviluppo in tempi brevi d’un ampio mercato di gas naturale liquido, che pero’ richiede la costruzione di rigassificatori, con tutti i problemi che comporta in termini di opposizione delle comunita’ locali, motivata con preoccupazioni di natura ambientale. La capacita’ di rigassificazione europea, da qui al 2010, dovrebbe raddoppiare.

(da Rainews 24; 7 gennaio 2009)

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