Geografia per un mondo in armonia – La Fondazione Benetton dedica un convegno a Lucio Gambi

Lucio Gambi
Lucio Gambi

La Fondazione Benetton “Studi e Ricerche” organizza due giornate di studio (giovedì 5 febbraio, ore 15-19; e venerdì 6 febbraio, ore 10-19) sul tema: “Luoghi di valore. Valori del luogo, presso la sua sede a Treviso, Via Cornarotta 7-9, Palazzo Bomben.

Le giornate di studio 2009 sono dedicate a Lucio Gambi (1920-2006), una figura di geografo molto importante nella cultura italiana del secondo novecento; per gli studi che lui ha fatto del sistema delle città e di tutto il territorio nelle sue forme; per le sue proposte mirate a un’organizzazione urbanistica più armoniosa e a misura delle esigenze dei cittadini (in queste pagine dedichiamo una biografia di Lucio Gambi e vi proponiamo un suo articolo del 2006 (anno della morte) sulla necessità di rivedere i confini dei comuni (ma anche delle regioni)

La conferenza pubblica della Fondazione Benetton vedrà la partecipazione e gli interventi di:

  • Andrea Emiliani, storico dell’arte, Bologna
  • Domenico Luciani, paesaggista, Treviso
  • Yves Luginbühl, geografo, Parigi
  • Gianni Maddalon, operatore della comunicazione, Treviso
  • Massimo Rossi, geografo, Treviso
  • Giovanna Sonda, sociologa, Trento
  • Mauro Varotto, geografo, Padova
  • Massimo Venturi Ferriolo, filosofo, Milano
  • Michele Zanetti, naturalista, Venezia
  • Simonetta Zanon, paesaggista, Treviso

La partecipazione alle giornate è libera, ma per ragioni organizzative la Fondazione Benetton invita a confermare la propria partecipazione entro venerdì 30 gennaio 2009 compilando la scheda d’iscrizione online
È possibile anche l’iscrizione tramite fax 0422.579483 o restituendo la scheda (pdf 156 kb) alla segreteria della Fondazione.

A PROPOSITO DI LUCIO GAMBI

Lucio Gambi è scomparso nel settembre del 2006, all’età di 86 anni. Era nato nel 1920 a Ravenna. Presso l’Alma Mater aveva ricoperto anche alcune cariche istituzionali: Presidente del Corso di laurea in storia e Direttore del dipartimento di discipline storiche. Gambi, membro dell’Accademia dei Lincei, fu tra i pionieri a invocare la trasversalità della cultura, sperimentando sovrapposizioni tra letteratura, storia dell’arte, demografia, sociologia, geografia fisica e geologia. Ma, soprattutto, Gambi era fautore deciso di una stretta alleanza tra geografia e storia. E Una geografia per la storia è per l’appunto il titolo di un suo celebre volume del 1973, preziosa raccolta di saggi metodologici.
Riportiamo qui un articolo del quotidiano “La Repubblica” dell’epoca della scomparsa di Gambi:

Gambi, il geografo che raccontò come l’ uomo riplasma la terra

Repubblica — 27 settembre 2006

E’ stato il primo a «svecchiare» la geografia. Non solo mari e confini, paesi e territori, ma una prospettiva più ampia che tenesse conto della storia, delle culture, dell’ambiente, delle politiche urbanistiche e sociali.

Un vero e proprio metodo che Lucio Gambi ha lasciato in eredità ai suoi allievi che insegnano non solo geografia, ma anche storia, urbanistica, economia, demografia. Un rigore metodologico, ma anche una visione moderna del territorio che lo faceva punto di riferimento di politici e amministratori che andavano a bussare alla sua porta per chiedere consigli sulla gestione delle città.

Con Gambi, scomparso la scorsa settimana all’età di 86 anni, se ne è andato un maestro, nel senso autentico del termine. Uno che sapeva insegnare e far capire, trasformando anche i concetti più complicati in riflessioni semplici ma critiche. Romagnolo di origine, con natali a Ravenna, ha insegnato fino alla pensione a Bologna, dopo le parentesi di Milano e Catania. I suoi corsi di «Geografia politica ed economica» erano affollati da una platea di studenti che si facevano ammaliare dalla sua voce fioca capace di tenere alta l’ attenzione sui problemi dell’organizzazione umana del territorio, passando dalla casa rurale all’ambiente globale.

Gli insegnamenti di Gambi permettevano di saper leggere le carte geografiche, di orientarsi sugli atlanti, di capire i paesaggi. Nelle lezioni all’università stimolava gli studenti pendolari, invitandoli a guardare fuori dal finestrino del treno. «Tra la stazione di Faenza e Forlì osservate una casa rurale e capirete la Romagna», diceva in aula. E la lezione dopo ripartiva da lì, da quel puntino sulla cartina che diventava la base per un ragionamento più ampio. Pur insofferente alle cariche e ai ruoli di potere, Gambi non è riuscito a sottrarsi alla nomina di Direttore del Dipartimento di Discipline Storiche, dell’Istituto regionale dei Beni Culturali, del Centro per la storia economica e sociale dell’Emilia Romagna. E si scherniva se qualcuno gli rivolgeva complimenti per l’ Accademia dei Lincei. Un professore dai modi gentili e pacati, adorato dagli studenti, ma di un rigore e di un’ onestà intellettuale fuori misura.

Non si sentiva il fondatore di una «scuola». La sua geografia invece ha fatto scuola. Anche a costo di scontentare i geografi tradizionalisti e conformisti. Un «geografo scomodo», l’ha definito Giuseppe Barbieri. Scomodo per una parte della consorteria accademica, ma innovatore e coraggioso, autore nel ’68 di un rivoluzionario «Geografia e contestazione», un libricino raro che pochi hanno avuto la fortuna di riceverlo in regalo dall’autore.

E così Gambi è diventato protagonista di una nuova stagione di studi che considera l’ ambiente naturale come problema politico e valore economico e sociale. «La geografia – teorizza in uno dei suoi saggi – è la storia di come l’ uomo riplasma e riforgia la terra in termini umani, per ricrearla come opera sua». Di qui la svolta, l’ approccio geografico che diventa anche storico e sociale.

E infatti «Una geografia per la storia», il libro einaudiano del ’72, è diventato la Bibbia di storici e geografi. E così i saggi della Storia d’ Italia, compreso l’ Atlante, da tutti riconosciuto come «ancora attualissimo», come ricordavano Franco Farinelli e Carla Giovannini, in occasione della presentazione della mostra «Il mondo in scala», inaugurata a San Giovanni in Monte proprio il giorno dell’annuncio della scomparsa del geografo romagnolo.

La caratteristica di Gambi era quella di saper guardare avanti, di capire prima di tutti dove avrebbe portato la cultura, o «incultura» come spesso sosteneva, dell’ambiente. Per questo davanti al suo studio c’ era la fila di studenti, ma anche di amministratori che andavano a chiedere lumi. Fra questi Renato Zangheri, collega storico, ma anche amico che cercava suggerimenti, come sindaco di Bologna.

Senza Gambi anche gli amministratori si sentiranno un po’ più soli e smarriti.

ANNA TONELLI

L’irrazionale continuità del disegno geografico delle unità politico-amministrative (1995)

Data di pubblicazione: 24.09.2006

Da Lucio GAMBI, lo scomparso maestro della geografia italiana, un contributo su un tema vicino alla pianificazione territoriale. Ripreso da “Amministrazioni pubbliche e territorio in Italia”, a cura di Lucio Gambi e Francesco Merloni, Il Mulino

Credo non superfluo partire da cose note: negli anni dopo la fine della guerra l’Italia ha visto compiersi grandi trasmutazioni, che hanno sconvolto strutture sociali ed economiche, e di conseguenza assetti territoriali, consolidati da almeno uno o due secoli. Riassumendo nei termini più elementari e telegrafici, alcune di queste trasmutazioni sono state:
a) la redistribuzione della popolazione, con massicci spostamenti che muovono soprattutto dalle aree montane e si dirigono alle regioni di pianura e alle fasce litorali;
b) un radicale rivolgimento nei rapporti fra classi produttive, che ha trasferito il grosso degli investimenti e della forza lavoro dal mondo agricolo o pastorale o peschereccio a quello dell’industria e ad un larghissimo, eccessivo terziario;
c) una dilatazione, soprattutto nelle pianure, delle aree urbane che parecchie volte si complessano in conurbazioni o, favorite da grandi assi viabili, creano dei sistemi urbani lineari. Inoltre una irradiazione di insediamenti e strutture industriali in aree una volta agricole, e un grande incremento – in parecchie aree esagerato – delle strutture viabilistiche destinate al traffico veloce (è una acquisizione degli ultimi vent’anni che velocità non significa progresso);
d) il notevole (a volte totale) svuotamento e in ogni caso la forte smagliatura delle zone di emigrazione, che non sono solamente quelle montane: perché fenomeni di spopolamento si registrano anche nelle aree di pianura scarse di industrie o socialmente prosciugate dai richiami delle prossime città.

Queste trasmutazioni si risolvono quindi per un lato in una enfatica concentrazione, su zone contenute, degli uomini e dei loro investimenti – il 21 % della superficie nazionale ospita il 53% della popolazione – e per l’opposto, su altre zone anche ampie, in una apertura di grosse cavernosità negli insediamenti stabili.
Ma un così energico rivolgimento è accaduto entro un abito, o per meglio dire una griglia territoriale, una configurazione topografica di istituzioni di base che ha origini e composizioni storicamente molto vecchie, e che è rimasta quasi inalterata, praticamente calcificandosi, a disprezzo dei processi molto rapidi e incisivi a cui ho accennato. La situazione italiana odierna ci mostra perciò una società che cambia radicalmente, e che però deve fare i conti con un disegno territoriale delle istituzioni politiche che si conserva a grandi linee immutato. È, per ciò che riguarda l’organizzazione dello spazio, una delle grandi contraddizioni, uno degli equivoci più nefasti della nostra epoca.
Le istituzioni territoriali italiane con valore giuridico e funzioni politiche sono di tre ordini: i comuni, veri e propri enti di base anche agli effetti statistici; le province che sono state formate in ogni epoca da un assemblaggio di comuni; le regioni (istituite come enti politici autonomi nel ‘48 ) che risultano dalle associazioni di due o più province. E di queste istituzioni i comuni sono sicuramente – per quanto con funzione geopolitica ristretta ad ambiti locali – quelli di origine più remota.
Il loro spazio territoriale, sia per i comuni urbani che per quelli rurali, era già disegnato con discreta esattezza e stabilità fino dagli ultimi secoli medioevali: però in termini topograficamente e iconograficamente precisi i loro confini verranno concordati e, con la partecipazione di periti e di notari, definiti con atti giuridici solo in epoca rinascimentale. In ogni modo da cinque o sei secoli, per il maggior numero di casi quel disegno ha ricevuto rare modificazioni. E per quanto negli anni della unificazione nazionale sia stato più volte sostenuto e documentato che le configurazioni comunali in molte regioni non erano più adeguate alle condizioni e ai bisogni della società, si è persistito a coltivare una nozione territoriale dei comuni come di qualcosa di inesorabilmente stabile e immutabile al pari dei monti (non dico dei fiumi, perché anche questi nelle pianure mutano di corso). Inoltre, data la loro funzione di pietre elementari dello Stato, si è continuato ad usare i loro ambiti territoriali per ogni rilevazione di censimento, anche quando e dove le realtà da censire sono diventate molto diverse per ciò che riguarda la distribuzione e repertori azione dei fenomeni rilevati.

Simbolo di questa conservatività e continuità potremmo indicare il comune di Roma, che è il più vasto comune italiano (1507 kmq prima della recente costituzione e avulsione del comune di Fiumicino ), e supera o eguaglia in ampiezza una decina di province. Questo non per il motivo che Roma fu il centro politico per una decina di secoli dello Stato del papa e dal 1870 del regno d’Italia, ma perché la città è stata circondata fino agli inizi del nostro secolo da una enorme area in parte malsana di pascoli, boschi ed acquitrini, ove venivano ad ibernare le mandrie ovine e bovine dai monti degli Abruzzi. Quest’area – l’Agro romano – è stata bonificata nel nostro secolo e su una parte di essa dilàta la gran macchia urbana di Roma: i suoi quadri paesistici e i suoi usi economici sono ora radicalmente mutati, ma ad eccezione di qualche estrema ala trasferita dopo il 1920 ai prossimi comuni disseminati lungo i rilievi vulcanici, essa rimane – tranne sul delta del Tevere – disegnata dagli stessi confini che figurano nelle geoiconografie di qualche secolo fa.
In realtà solo in pochissime zone si è avuta negli ultimi secoli una vera ristrutturazione, cioè un ridisegno energico delle maglie comunali che si erano costituite fra il XIII e il XV secolo: come ad esempio è stato in Toscana fra il 1774 e il 1776 ad opera del granduca Pietro Leopoldo. E come pure è stato per le ridimensioni, a volte risolute, che furono studiate e intraprese in alcune zone dalla amministrazione napoleonica nel regno del Nord e anche in quello del Mezzogiorno, ma che poi in parte svanirono dopo la restaurazione del 1815.

In altre parole l’evoluzione storica è stata raramente seguita, dopo l’epoca dei principati rinascimentali, da una congrua adeguazione del comune, sul piano topografico, alle funzioni che l’istituto comunale svolge. Che sono le funzioni legate ai bisogni primari e correnti di una comunità locale: i bisogni che non diversificano solamente con il defluire dei secoli ma anche da regione a regione, secondo l’organizzazione economica e sociale, le forme di insediamento, la densità demografica ecc.
Ho detto ristrutturazione e ridisegno: che ha poco o niente a che vedere con le iniziative di riassetto delle maglie comunali spinte avanti soprattutto fra le due guerre, con l‘intenzione dichiarata di rispondere meglio al carico degli aumentati servizi richiesti dalla gestione comunale. Le soluzioni con cui esse si espressero furono in molti casi di pura conglomerazione di due o più comuni, e specialmente di fusione di uno o più comuni in un comune di maggior ampiezza. Operazione in se per larghissima parte giustificata con valide motivazioni economiche (ma a volte anche ispirata da ambizioni egemoniche): che però non compì una vera riconfigurazione ex novo, ma compose i nuovi corpi unendo fra loro, così come erano, i vecchi e quindi la- sciando inalterati i loro profili complessivi. A volte ci si limitò ad una operazione di aggiustamento, e in tale caso la più frequente fu quella di spostare il capoluogo comunale, entro gli immutati limiti territoriali, da un centro in fase di estinzione ad uno più vitale. Ci furono anche altre soluzioni: ad esempio quella, usata in modo peculiare nelle fasce litorali in via di forte popolamento, di dividere in due parti un comune di cospicue dimensioni (in tale caso i confini fra le due parti furono stabiliti ex novo). O quella – che può considerarsi come una risposta alla prima fioritura industriale e ai congiunti processi di incremento edilizio – per cui i maggiori centri del Nord, i cui limiti comunali coincidevano fino al risorgimento con le mura bastionate ( o poco più) si ampliarono con l’incamerazione di molti comuni minori della cintura.

Ma pure con gli emendamenti ora ricordati, il non avere aggiornato in modo sistematico le nostre configurazioni comunali con il mutare delle situazioni reali, fa sì che un elevato numero dei nostri comuni conservi oggi topograficamente le forme più strane e singolari, o per lo meno anomale. Sono rimaste in gran numero le compenetrazioni e gli incastri, le digitazioni e le contorsioni che alcuni secoli fa servivano a congiungere il centro comunale con aree o luoghi un po’ lontani, di cui esso aveva bisogno – ad es. un ponte o un guado o uno scalo fluviale o una cala marina – risparmiandosi le servitù di transito in casa d’altri. Sono rimasti anche, con particolare frequenza sui monti della penisola, gli scavalcamenti di alte dorsali o il travalico del Comune dalla valle ove si trova il suo centro ad una valle adiacente. Ed anche sono rimaste le linee di delimitazione stabilite molti secoli fa su di un alveo fluviale ora morto, e di cui in certi casi si è quasi perduta la memoria (neanche il Po, nel suo medio corso dal Pavese al Mantovano, fa da confine comunale – in conseguenza degli spostamenti del suo alveo – e una trentina almeno di comuni che lo fiancheggiano si estendono pure su qualche zona della riva opposta, non congiunta da ponti). Sono rimaste infine le isole amministrative, cioè le zone territorialmente isolate, a qualche km di distanza dal corpo del comune e incluse in altri comuni: una soluzione sentita come funzionale fino al secolo XVIII, quando un comune posto in una piana di fondo valle ricoperta da coltivazioni, aveva di frequente in un’area a parte, posta di regola sui monti vicini, i pascoli e i boschi indispensabili per la sussistenza della sua popolazione.

A parte le sagome stravaganti, l’irrazionalità di molti comuni è riconoscibile nella circostanza che – a prescindere dagli ammassi urbani con una popolazione sopra le 300mila unità – le zone industriali, commerciali e turistiche il cui quadro insediativo ha avuto radicali modificazioni negli ultimi cinquant’anni, mostrano una discordanza fra il disegno comunale e le proiezioni espansive o il modo di organizzarsi dei centri (sono intorno a 700 i centri ritagliati in due o tre spicchi da confini comunali): fenomeni che creano ostacoli, equivoci, confusioni a qualunque genere di gestione. E che in modo particolare inibiscono la razionale formulazione di piani urbanistici e di progetti economici.
Gli stralci delle ripartizioni comunali che ora inserisco, e che si riferiscono agli anni ‘70 – quando cioè i problemi relativi al disegno della maglia comunale, in applicazione di una disposizione costituzionale furono assegnati alle regioni – esemplificano in larga misura le situazioni dianzi richiamate. La prima considerazione che se ne può agevolmente ricavare è che l’impianto delle ripartizioni comunali, anche nelle zone che negli ultimi cent’anni sono state campo di notevole industrializzazione, rimane legato alle forme impresse dalle strutture rurali che vi si stabilirono fra XV e XVIII secolo. Per di più in alcune zone ove l’agricoltura conserva una posizione di rilievo, la carta delle ripartizioni comunali riflette pochissimo le difformità che fino dal secolo scorso si colgono nei rapporti di produzione o nella ampiezza media delle aziende rurali o nelle coltivazioni che contraddistinguono intere plaghe: e in ciò è la prova che la costituzione delle ripartizioni comunali oggi in uso risale a prima di quelle differenziazioni. Ad esempio la configurazione e la dimensione dei comuni del Monferrato, formati da aziende familiari di mediocre entità, coltivate a vigneto da proprietari o da conducenti in affitto, divergono di poco -meno in qualche caso- dai comuni della pianura fra Vercelli, Novara e Mortara, dominati da grandi o medie aziende capitalistiche coltivate a riso con mano d’opera salariata; e quasi inavvertibile è la disparità delle loro dimensioni da quelle dei comuni a seminato irriguo (le marcite) della pianura lodigiana, fondate su imprese con salariati, di notevole superficie.

Totalmente diversi per misure medie e ordito della maglia appaiono i comuni di molte regioni del Mezzogiorno, ove l’insediamento rurale si esprime con grandi e rade concentrazioni che lasciano vuoti gli agri, e ove l’agricoltura (meno che in una fascia di pochi chilometri che circonda i centri) ha per lo più forme estensive. In queste aree, governate fino al nostro secolo – in qualche caso fino ai nostri giorni – da poteri feudali, il comune è grande e ha le sagome più strane, a volte un corteggio di isole amministrative, e in qualche caso (es. Trapani, Monreale, Bronte in Sicilia) fino ad anni recenti ha inglobato per intero altri comuni.
Invece abbastanza uniforme con corpi per lo più di media estensione – in special modo ove si è avuta negli ultimi secoli una riforma, come in Toscana – è il ritaglio comunale nelle regioni di insediamento rurale sparpagliato in case isolate su poderi o in minuscoli casali, come è cosa abituale e caratterizzante nella sezione settentrionale della penisola. Insediamento che s’associa ad una agricoltura promiscua di alta qualità, che fino a qualche lustro fa veniva per lo più gestita (meno che nei comuni tipicamente montani) col sistema a mezzadria.
Solo i comuni i cui capoluoghi sono centri con una vivace personalità urbana fino da epoca comunale (si vedano ad es. per la zona umbra Perugia, Gubbio, Foligno, Spoleto, Todi, Orvieto ) risultano qui più grandi, ma in modo non esagerato. Ed egualmente di maggior superficie sono quelli che si estendono nelle aree di maggior altitudine, dominate da aziende in gestione familiare: aree ove – a parte il rilievo – influiscono probabilmente sopra le dimensioni del comune (e su una discreta frequenza di isole amministrative) i boschi e i pascoli demani ali o delle associazioni agrarie.

Per completare la panoramica, un caso a parte presentano le pianure litorali, soprattutto delle regioni settentrionali, che erano fino a qualche secolo fa intersecate da resti di lagune o largamente pantanose – quindi pochissimo popolate – e furono conquistate poi con opere di bonificazione. In tali zone (fasce litorali venete, romagnole e toscane) che pure sono state oggetto negli ultimi cent’anni di enormi investimenti agricoli e turistici e in alcuni casi anche industriali, e che di conseguenza risultano energicamente ridimensionate nelle strutture economiche ed urbanistiche, i comuni conservano in genere le amplissime forme originali; documentate per lo meno fino dal diciassettesimo secolo.
Le rapide riflessioni fino a qui allineate mi pare che dimostrino la inderogabilità di un ridisegno ex novo dei comuni. E l’occasione giusta per risolvere operativamente il problema può essere la applicazione della legge 142/90. In tale evenienza è da augurarsi che riceva una concreta spinta la formulazione dei criteri in base a cui riformare in modo razionale i procedimenti di individuazione e di configurazione dei comuni. Criteri che sarà conveniente ormeggiare ad alcuni punti fermi, come ad esempio: a) la polarità a scala locale del centro comunale – una polarità in ogni caso economica e in particolari casi anche sociale o culturale; b) l’omogeneità economica a scala locale del corpo territoriale previsto; c) la coerente composizione topografica a scala locale del corpo territoriale previsto; d) una popolazione che sia quantitativamente al di sopra di una soglia minima (logicamente diversa a seconda delle grandi aree regionali); e) l’adozione di confini stabiliti su elementi chiari e sicuri, di agevole percezione e oculatamente condotti.

Poiché il comune è la base dell’edificio dello Stato, una razionale definizione territoriale del comune consentirà un disegno più ordinato delle province ed una nuova, funzionale strutturazione territoriale delle regioni. Con la Costituzione del 1948 le regioni non sono state disegnate ex novo in base ad una analisi delle reali situazioni del dopoguerra. Sono state chiamate «regioni» delle ripartizioni territoriali di valore non giuridico, che già esistevano dal 1864 col nome di «compartimenti»: erano destinate cioè ad inquadrare territorialmente le elaborazioni e i risultati delle inchieste e delle rilevazioni statistiche nazionali. Ma neanche questi «compartimenti» potevano fregiarsi di una nascita ex novo, perché in realtà erano stati per lo più costituiti con l’aggruppamento di un certo numero di province fra loro finitime, che prima dell’unificazione nazionale avevano fatto parte del medesimo Stato, e in quest’ultimo avevano ricoperto insieme uno spazio che nei secoli della romanità imperiale o in epoca comunale aveva ricevuto un nome regionale. I «compartimenti» del 1864 risultano quindi da uno sforzo di identificazione di quelle vecchissime regioni, la cui fama era stata ribadita e divulgata nel rinascimento da una rigogliosa tradizione di studi.
Però è irrefutabile che le identificazioni regionali da cui erano nati i «compartimenti» statistici del 1864, in molte zone della penisola non avevano più alcuna presa nel 1948 quando la nuova costituzione entrò in funzione. E da quest’ultima data ad oggi il valore di quella ripartizione si è rivelato via via anche più insoddisfacente e vulnerabile. Uno dei nodi più gravi nella gestione dello Stato italiano ai nostri giorni sta precisamente nella istanza, non più rimandabile, di adeguare la irrazionale e quindi inceppante – diciamo antistorica – rete della sua organizzazione territoriale, agli effetti delle trasmutazioni che il paese ha sperimentato dopo l’ultima guerra. (Lucio Gambi)

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One thought on “Geografia per un mondo in armonia – La Fondazione Benetton dedica un convegno a Lucio Gambi

  1. lucapiccin giovedì 25 agosto 2011 / 19:16

    Questo articolo è quanto mai attuale.

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