Georisorse – Come restituire l’acqua ai fiumi

suggestiva immagine della Piave... però senz'acqua
suggestiva immagine della Piave... però senz'acqua

La Piave (divenuto “il Piave”, per semplificazione, nei bollettini di guerra del 1917-18 che, per risparmiare battute, incominciarono a scrivere “il Fronte del Piave” e non “della Piave”) è uno dei tanti esempi di fiumi dove l’acqua scorre poco: il 90% delle sue acque viene sotratta al fiume e ai suoi affluenti per usi industriali e agricoli (…un’agricoltura chimica che ha bisogno di molta irrigazione). Più di 50 griglie di captazione (su torrenti-affluenti in alta montagna), una decina di dighe, 60 vasche di raccolta e 200 km di adduzioni, hanno reso il fiume pressoché invisibile. Qui di seguito riportiamo uno studio di ERIBERTO EULISSE (direttore del Centro Internazionale Civiltà dell’Acqua, con sede a Belluno) apparso su “Il Gazzettino”, dove fa il punto della situazione dei fiumi di montagna, rilevando come il problema non riguardi solo il loro afflusso in pianura, ma già in alta quota ci sia un impoverimento d’acqua davvero eccessivo (in montagna manca l’acqua!).  …Per fini turistici (i laghetti), per fini energetici.   Noi geografi, che non siamo per niente contrari ad un utilizzo energetico dell’acqua, rileviamo che ogni operazione va fatta con scrupolo e attenzione. Il fiume è una coperta corta: si tira da una parte e si resta scoperti dall’altra. Ora però vi è la necessità del recupero, del ritorno dell’acqua nei fiumi, troppo impoveriti. Ogni ragione economica (turistica, agricola, industriale, energetica…) va ponderata (scientificamente, politicamente).

La Direttiva Europea 2000/60 parla di obbligo di conciliare le ragioni economiche dando priorità al RIPRISTINO DEGLI ECOSISTEMI ACQUATICI. Come Geografi cercheremo di impegnarci per dare risposte e formulare proposte su questo.

L’ACQUA DELLA MONTAGNA NON E’ UNA MERCE DA SACRIFICARE SULL’ALTARE DELLO SVILUPPO

di Eriberto Eulisse, Direttore del Centro Internazionale Civiltà dell’Acqua (da “Il Gazzettino”)


Fino a qualche anno fa era difficile immaginare che proprio dove l’oro blu scende a torrenti – come nelle nostre Alpi – venisse a mancare l’acqua. In un recente articolo Paolo Rumiz dipinge questo scenario inquietante benché tristemente noto agli addetti ai lavori. Oggi l’acqua scarseggia laddove paradossalmente dovrebbe abbondare per antonomasia: in montagna. Guerre e contese d’acqua sono pertanto sempre più frequenti non solo nel bellunese ma anche in Trentino, Lombardia e Piemonte: vedono protagonisti la Piave come il Po, il lago di Garda come quello di Idro.

Accade sempre più frequentemente che in diversi comuni di montagna l’acqua non arrivi più nei rubinetti di casa ma solo con autobotti. È quanto oggi succede non solo in Sicilia o in Tunisia, bensì nelle Alpi – vero bastione idrografico d’Europa… Perché dunque l’acqua scarseggia proprio in montagna?
Per dare una risposta è bene anzitutto riflettere su un modello di “sviluppo”, quello del Nordest, che fino ad oggi ha considerato l’acqua come risorsa “illimitata”.

In realtà l’acqua dolce è una risorsa finita e sempre più rara: tutti gli esperti sono concordi, a livello mondiale, sul fatto che l’acqua sarà la risorsa più preziosa e ricercata per il secolo appena iniziato. Ma per capire cosa è accaduto nelle nostre Alpi bisogna considerare, dati alla mano, lo stato in cui questo paradigma di sviluppo ha ridotto i fiumi del territorio.
Prendiamo ad esempio la Piave. Il fiume Sacro alla Patria è oggi inequivocabilmente uno dei bacini più artificializzati d’Europa. Il 90% delle sue acque viene sistematicamente intubata e sottratta al fiume e ai suoi affluenti per usi industriali e agricoli. Più di 50 griglie di captazione (per torrenti fin sopra i 1500 metri d’altezza), una decina di dighe, 60 vasche di raccolta e 200 km di adduzioni hanno reso il fiume praticamente invisibile. Inesistente, se paragonato alle mappe storiche.

L’acqua delle nostre montagne, sottolinea Sergio Reolon, presidente della Provincia di Belluno, è scomparsa perché sovrautilizzata per soddisfare a valle (una regione abitata da quasi 5 milioni di persone) i due terzi della domanda di energia elettrica e l’irrigazione di un’agricoltura industriale di pianura.

Un’agricoltura, dunque, che ha ben poco a che fare con quell’uso rispettoso del territorio che ha generato paesaggi culturali unici e costruiti, con sapienza e savoir faire, dalle genti di montagna nel corso di generazioni e generazioni.
La risposta al perché emergono guerre e contese sull’acqua riposa dunque nello stesso modello di sviluppo del Nordest che si è affermato almeno dagli anni Cinquanta e che considera l’acqua alla stregua di una “merce” da sacrificare sull’altare dello sviluppo.

La crescita economica ha coinciso, come in altre parti del mondo, con l’inquinamento di tutte le acque (in particolare quelle di falda) e la minore disponibilità di risorse idriche. Di quale “sviluppo” allora si parla? Di una prospettiva “sostenibile” o, piuttosto, di sviluppo economico a breve termine, che arricchisce alcune categorie di imprenditori con pochi scrupoli e scarica sulla collettività tutti i costi di un ambiente degradato e banalizzato? In realtà, puntando a questo tipo di sviluppo si è dimenticato il futuro e, con esso, l’acqua delle prossime generazioni.

Assieme al fiume sono spariti anche la percezione e il rispetto dell’acqua, ovvero il valore intrinseco che è stato conferito a questo “bene”, sin dall’alba della preistoria, in tutte le culture e religioni.
A una visione di sviluppo che contempla l’acqua alla stregua di semplice “risorsa da sfruttare”, l’Europa contrappone oggi una visione decisamente più lungimirante. E soprattutto più sostenibile.

La Direttiva 2000/60 è lo strumento normativo che è stato adottato quale riferimento obbligatorio per gli stati europei. L’Unione Europea si pone così all’avanguardia a livello mondiale perchè la Direttiva, oltre a garantire un “buono stato” qualitativo e quantitativo per tutte le acque (superficiali e sotterranee), prescrive nuove unità amministrative per gestire i fiumi nella loro interezza; ovvero non più secondo rigide separazioni amministrative (regionali o nazionali), ma a livello di bacino idrografico. Essa detta inoltre le nuove tariffe idriche per ogni utente e prescrive alcuni principi fondamentali che vedranno una partecipazione più attiva dei cittadini alle politiche sull’acqua. Quasi a voler scardinare quell’approccio tecnocratico e imposto dall’alto che, per decenni, ha regnato in Italia come in altre parti d’Europa.

La normativa europea costituisce, in tal senso, una risposta concreta al modo frammentato e spesso contraddittorio con cui l’acqua è stata gestita fino a ieri in tutto il continente.
Con il suo obiettivo di raggiungere un “buono stato per tutte le acque”, la Direttiva presta una particolare attenzione alla tutela e alla rinaturazione degli ambienti acquatici, ovvero alla rivitalizzazione dei fiumi, intesi come unità basilari del ciclo naturale di rigenerazione dell’acqua. Per tutti questi aspetti, la 2000/60 introduce un modello “rivoluzionario” nella gestione delle acque, ponendo come priorità delle future politiche idriche l’obiettivo di restaurare e proteggere gli ecosistemi acquatici.

Una novità, quella di considerare i “bisogni” della natura, sistematicamente ignorata dalle nostre politiche nazionali e regionali degli ultimi decenni.
Se è vero che mentre si scatenano le odierne contese sull’acqua si continuano a devastare, nel frattempo, gli ecosistemi acquatici alpini quali decisioni è necessario prendere, nell’immediato, per conciliare delle prescrizioni europee restrittive con un’epoca sempre più affamata di energia e di acqua per l’agricoltura?

Come considerare ad esempio il proliferare in montagna del cosiddetto mini-idroelettrico che, nonostante le già menzionate dispute, tende ancora una volta a sottrarre acqua al corso di fiumi e torrenti in piena violazione della direttiva? E in che modo lo sviluppo dei territori di montagna potrà tener conto non più solo degli usi attuali (essenzialmente agricoli ed energetici) ma anche delle esigenze di un settore in continua crescita, come quello turistico e, non ultimo, dei cosiddetti “usi ambientali”, ovvero dei costi di mantenimento e ripristino degli ecosistemi acquatici prescritti dalla 2000/60?
A volte certe soluzioni non sono così lontane o difficili da immaginare. Intanto, in mancanza di un adeguamento normativo in linea con la 2000/60, l’Italia continua a investire in un modello per il quale stiamo iniziando a pagare multe sempre più salate. L’infrazione dell’Italia la stanno già sborsando di tasca propria, senza saperlo, i cittadini. Come dire: oltre al danno, la beffa.
Acqua e montagna: quale “sviluppo” possiamo allora lecitamente immaginare per il prossimo futuro? Le sfide da considerare per la salvaguardia dell’identità dei territori montani non possono più essere ridotte a una questione puramente tecnica: vanno affrontate in chiave squisitamente culturale e politica. Prendendo alcune decisioni non più procrastinabili. Si tratta infatti di riconsiderare il valore multifunzionale dei fiumi in un nuovo quadro di Civiltà, anziché continuare a svendere, come è accaduto per troppi anni, i “beni comuni” (vero tesoro dell’identità bellunese e veneta) per il beneficio di quanti considerano l’acqua come semplice risorsa da sfruttare. Il caso delle acque in bottiglia, a proposito, la dice lunga.

Chi avrà dunque il dovere di governarci nei prossimi anni sarà tenuto a prendere in maggiore considerazione, rispetto a quanto è avvenuto sino ad oggi, non più solo quello sviluppo economico a breve termine che nega all’acqua ogni valore intrinseco, ma anche quegli “usi ambientali” e quei costi di rinaturazione che oggi sono chiaramente prevedibili e, grazie alla 2000/60, necessariamente quantificabili.

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