Geobabilonia – Skyfarming, l’orto verticale nel nostro futuro?!

un progetto di Chris Jacobs
un progetto di Chris Jacobs

Non vi chiediamo di condividere il progetto che vi proponiamo qui. Per niente. Però ci sembra utile parlarne, perché riguarda le trasformazioni che potrebbero accadere ed estendersi  di qui a poco. Ci riferiamo a lo Skyfarm, la fattoria verso il cielo,  l’orto in altezza dentro le città, nelle metropoli.   Quando negli anni ’80 si son diffuse in Olanda serre dove si coltivavano ortaggi e frutta senza l’uso della terra (alimentando le piante con i loro fertilizzanti necessari a farle crescere) e ne venivano (ne vengono) tra l’altro prodotti alimentari di tipo biologico, ebbene all’inizio nessuno pensava alla diffusione industriale di un’agricoltura “di laboratorio”, cioè in serra, senza l’uso della terra, senza campi… l’esempio che qui andiamo a presentare pertanto è una possibilità da tenere in considerazione, potrebbe accadere che presto farà parte delle nostre realtà (anche se noi speriamo di no…).

L’idea del ricercatore Despommier: fattorie-grattacielo a impatto zero per riciclare e produrre localmente (il progetto piace alle metropoli).

Il profilo urbano di posti come Manhattan e Chicago potrebbe essere presto trasformato dallo skyfarming, ovvero dall’introduzione di torri agricole per la produzione di cibo a basso costo e di basso impatto ambientale. Edifici nei quali i suini verrebbero allevati al quinto piano, i polli al sesto e gli ovini al settimo (tanto per fare un esempio) mentre ai piani più alti si coltiverebbero legumi, vigne, ortaggi e tutte le varietà vegetali che hanno bisogno di tanta acqua per crescere.  Non solo un tentativo di fornire le città di un modo per garantirsi l’approvvigionamento di cibi coltivati localmente e con metodi organici, ma anche una risposta ai problemi ambientali più pressanti del momento.
Impostate secondo i più stretti principi dello “zero waste”, cioè “rifiuti zero”, le fattorie verticali, nel progetto, tendono a utilizzare al massimo le risorse e a riutilizzare gli scarti. L’acqua usata per irrigare i raccolti situati ai piani superiori percolerebbe lentamente verso i piani inferiori per irrigare grano, frutta e verdura mentre i rifiuti – quelli non utilizzati come mangime per gli animali dei piani più bassi – finirebbero nei sotterranei con gli altri scarti organici per essere trasformati, grazie a fornaci termovoltaiche, in “bio-palline” di combustibile ultracompresso che, producendo tanta energia, finirebbe col generare l’elettricità utilizzata dall’edificio.
Quanto ai rifiuti, questi verrebbero ridotti al minimo attraverso un rigorosissimo programma di riciclaggio che finirebbe col recuperare anche il vapore acqueo emesso da piante e animali. Trasformato in acqua pura, verrebbe imbottigliato per la vendita al dettaglio nei ristoranti e nei supermercati situati ai livelli più bassi dell’edificio. Il tutto in un ambiente superclimatizzato.

L’idea dello skyfarming, finora sperimentata solo in piccoli edifici di comunità ecosostenibili dell’Arizona e della California, ha ricevuto un improvviso impulso dalla crisi immobiliare statunitense. Colpito dall’ondata di fallimenti aziendali, il settore immobiliare per il commercio sta registrando un’incidenza di edifici vuoti che ricorda quella degli inizi degli anni ’80, quando interi isolati erano completamente spopolati. Nelle downtown (i centri finanziari) delle metropoli, ora abbondano edifici vuoti che potrebbero essere riconvertiti in aziende agricole a carattere urbano.
Secondo gli esperti, nella sola New York se ne potrebbero costruire in poco tempo oltre una quindicina, ciascuna in grado di produrre cibo sufficiente a soddisfare oltre 75 mila persone. Se se ne costruissero 160, si potrebbe sfamare l’intera popolazione della Big Apple.
Il numero dei centri urbani che hanno espresso interesse per la nuova proposta, oltre a New York, va da Toronto a Seattle e da San Francisco a Los Angeles. Anche Las Vegas, dove quella di ricreare i simboli architettonici di altri luoghi del mondo è un’arte, sta pianificando una skyfarm di trenta piani. Mentre Shangai, Corea del Sud, Abu Dabi e Emirati Arabi – dove la disponibilità di suolo coltivabile è per ragioni di forza maggiore una risorsa scarseggiante – si sono affrettati a chiedere progetti di fattibilità.
Lanciata circa cinque anni fa in maniera provocatoria da Dickson Despommier, docente di Salute pubblica e microbiologia alla Columbia University, l’idea del vertical farming non ci ha messo molto ad attecchire accendendo la fantasia di amministratori locali e architetti di grido. Il sindaco di San Francisco, Gavin Newsom, ne è un sostenitore convinto, mentre a New York l’ipotesi è stata abbracciata da Scott Stringer, presidente del consiglio di quartiere di Manhattan, che ha ordinato uno studio di fattibilità da presentare al sindaco Michael Bloomberg, entro la fine di Febbraio. “Non disponiamo di molta terra coltivabile, ma a Manhattan il cielo non ha limiti”, ha detto Stringer.

In una fase in cui gli Stati Uniti si apprestano a lanciarsi in un’opera di riconversione ecosostenibile delle metropoli, i sindaci sono disposti a sposare anche le idee più futuristiche pur di ridurre la dipendenza da risorse straniere. Tra gli architetti di grido attratti dall’idea si distinguono invece il francese Pierre Satroux, l’americano Chris Jacobs, l’australiano Oliver Foster, il canadese Gordon Graff e il polacco Daniel Libeskind. I loro progetti sono degli ibridi architettonici con riferimenti stilistici che spaziano dai giardini pendenti di Babilonia alla Biosfera del deserto dell’Arizona con un tocco di SinCity e Second Life.
Ma non tutti sono entusiasti dell’idea di Despommier, che alla sua idea ha dedicato un sito internet. Secondo Jeffrey Kaufman, professore di Pianificazione urbana all’Università del Wisconsin a Madison, Despommier tende a strafare. “Perché trenta piani? Sei basterebbero. Il concetto è interessante ma è estremizzato”. Per Armand Carbonell, direttore del Dipartimento di Pianificazione urbana del Lincoln Institute of Land Policy, il problema è di un altro ordine: a un costo nominale di circa 200 milioni di dollari l’impresa rischia di essere antieconomica. “Siamo sicuri – osserva Carbonell – che un pomodoro riuscirebbe a battere un banchiere per l’affitto di un grattacielo nella parte sud di Manhattan? Scommetto che il banchiere pagherebbe di più”.

PAOLO PONTONIERE – testo fornitoci da Loris Donazzon

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7 thoughts on “Geobabilonia – Skyfarming, l’orto verticale nel nostro futuro?!

  1. albertograva giovedì 29 gennaio 2009 / 15:19

    Questa mi mancava…a tratti sembra fantascienza…ma sotto sotto potrebbe essere una valida alternativa…mi piacerebbe vedere un progetto per capire bene come funzionano i vari cicli all’interno di una singola struttura…

  2. paolomonegato sabato 31 gennaio 2009 / 10:42

    Devo dire che questa idea non è niente male. Non vado pazzo per i grattacieli ma l’agricoltura in verticale farebbe risparmiare un bel po’ di suolo… Quindi concordo con il prof. Kaufman: bastano 6-7 piani, 30 sono eccessivi.
    Ovviamente questa soluzione deve essere semplicemente una integrazione all’agricoltura tradizionale e non sostituirla….

  3. fernirosso sabato 31 gennaio 2009 / 20:31

    L’idea è interessante, ma cosa ne faremo dei terreni? Allevamento per…? Automobili? Animali a 4 zampe? seminazioni dai cieli per nanotecnologie?Laboratori x-files? Daremo casa ai diseredati del pianeta? Costruiremo nuove città per i nuovi poveri inurbati e disumanizzati frutto del voluto tracollo economico? f. fernanda

  4. paolomonegato lunedì 2 febbraio 2009 / 11:00

    Provo a rispondere… come ho detto prima questa proposta ha senso solo se va ad integrare e non a sostituire l’agricoltura tradizionale. Un progetto del genere ha senso solo nelle grandi metropoli. Eliminerebbe il costo e le esternalità negative (inquinamento, traffico..) del trasporto e metterebbe un freno all’agricoltura meccanizzata estensiva (quest’ultima è una concausa della deforestazione).
    Cosa ne faremo dei terreni avanzati? Magari tornerà la vegetazione climax ma è molto più probabile (se non cambieremo paradigma di sviluppo) che questi terreni finiscano coltivati a biocarburanti…

  5. fernirosso lunedì 2 febbraio 2009 / 18:15

    trovo abbastanza assurdo,in un mondo in cui ancora milioni di persone muoiono di fame, che ci sia qualcuno che semina e raccoglie per fare combustibili, (in grandi quantità poi, perchè ne servono molti ettari)per continuare a produrre auto, magari con altri motori, ma con sequenze di lavorazione che sprecano l’oro più importante che abbiamo a disposizione, nuovamente unico filtro alle siccità:l’acqua.Se si facessero i conti di quanta acqua serve per il ciclo di produzione forse si penserebbe a dirottare le progettazioni non più per veicoli ad uso privato e ad un parco trasporti dirottato in quella direzione ma, ecologicamente e comunitariamente parlando (non comunità europea, ma umana) a favore di metodi e proposte progettuali che agevolino un altro tipo di comunicazione e veicolazione dei movimenti terrestri. grazie,fernirosso

  6. paolomonegato lunedì 2 febbraio 2009 / 19:55

    Quella che facevo era una semplice constatazione i grandi proprietari terrieri, senza il business dell’agricoltura estensiva di generi alimentari, è molto più probabile che cambino la produzione piuttosto che abbandonino i terreni alla riforestazione…
    A mio modo di vedere i biocarburanti dovrebbero essere prodotti solo dagli scarti non commestibili.

  7. fernirosso martedì 3 febbraio 2009 / 19:22

    condivido pienamente: dal punto di vista degli scarti, ancora quando ero studente di architettura, esistevano proposte e studi che vedo, e in piccola scala ancora, sono utilizzati e organizzati in piccole situazioni. Eppure da allora sono passati molti anni,più di trenta, e le tecnologie si sono trasformate parecchio relativamente allae trasformazioni possibili, all’uso dei materiali e all’organizzazione dei sistemi. Invece sembra di stare ancora in quella avanguardia e le proposte riguardano solo le installazioni di sistemi passivi per la produzione di energia. fernirosso

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