Georegioni – Superare i nazionalismi: i geografi pensano alle Macroregioni (o Euroregioni)

Alto Adriatica e Basso Adriatica)
Euroregione Adriatica (ma potrebbero essere due: Alto Adriatica e Basso Adriatica)

In tanti, e in modi diversi, hanno sentito l’esigenza di proporre (per l’Italia, per l’Europa, per tutto il pianeta) un progressivo superamento degli Stati nazionali e una più confaciente divisione in Macroregioni.

Nei primi anni novanta del secolo scorso, un giornalista statunitense (Darrell Delamaide) in un libro (The New Superregions of Europe) propose di arrivare a un’Europa suddivisa in otto macroregioni: solo così, secondo lui, superando gli stati nazionali, si sarebbe arrivati a una vera Europea unita. Pertanto macroregioni al di là degli stati nazionali per superare l’impasse nazionalista, e creare nuove identità transnazionali, che scavalchino le frontiere degli Stati e ritrovino quegli “invisibili confini della Storia dentro i quali si riconoscono identità omogenee per costumi, valori, reddito, eredità linguistiche ed etniche” (citando Delamaide).

Comunque la teoria delle “macroregioni” non era, allora negli anni novanta, una novità. Addirittura Mazzini aveva pensato a un’Europa unita fatta di dieci macroregioni.

Lo stesso progetto “Europe 2000” redatto nel 1991 a Strasburgo ne parlava concretamente.

Era stato, durante la guerra e nel dopoguerra, nell’ambito della proposta di superamento dello stato nazione e di un federalismo europeo, un’idea di Altiero Spinelli (e dei federalisti europei che ancora la propugnano): cioè un’Europa federalista che supera gli stati nazioni e si confronta in Macroregioni). L’idea federalista di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi nasce al confino, nell’isola di Ventotene. Nel 1941 scrissero un manifesto (appunto denominato manifesto di Ventotene) dove si proponeva la definitiva abolizione della divisione dell’Europa in Stati nazionali e sovrani (si parlava di Europa unita e federalista in piena guerra civile e sanguinaria dentro l’Europa: un’idea geopolitica visionaria strepitosa).

Tornando ad un ambito più locale, negli anni ‘80 la Regione Veneto aveva iniziato un tentativo interessante di collaborazione con le aree regionali allora jugoslave della Slovenia, dell’Istria e della Croazia, individuando una realtà territoriale (una Macroregione) denominata “Alpe-Adria” (di cui ancora se ne parla).  Ma anche, a partire dagli anni ’90, prima con la Liga Veneta e poi con la Lega di Bossi si torna a proporre il progetto territoriale federalista, mediato in particolare dal pensiero del politologo e filosofo Gianfranco Miglio, che ipotizzava anch’egli aggregazioni territoriali in grado di superare gli stati nazionali, in primis aventi come caratteristica peculiare una forte omogeneità economica (e individuava tre macroregioni italiane: nord, centro, sud).

Ora unire l’Europa creando aree omogenee oltre gli stati nazionali (macroregioni) resta un progetto che potremmo definire un’ “utopia concreta”; alla quale noi geografi crediamo.

Nel 2006 l’Europa ha approvato la creazione di Euroregioni, ovvero strutture cooperative transnazionali fra due o più territori collocati in diversi paesi dell’Unione Europea o del continente in genere. Queste strutture rappresentano il primo passo per la realizzazione di un’Europa unita a livello politico in quanto superano la divisione tradizionali in Stati dell’Europa e di fatto limitano il potere dei singoli Governi spostando la focalizzazione su territori che, indipendentemente dalla collocazione geografica, condividono lingue, culture e interessi socio-economici.

Le Euroregioni che vedono coinvolti territori italiani sono:

Euroregione Adriatica, Euroregione Alpi-Mediterraneo, Euroregione Euromed, Euroregione Insubrica, Euroregione Tirolo-Alto Adige-Trentino.

Ci soffermiamo qui solo sulla prima.

L’Euroregione Adriatica comprende regioni di vari paesi europei che si affacciano sul Mare Adriatico, come Italia, Slovenia, Croazia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro ed Albania (la si può vedere nella mappa qui pubblicata).

È formata da 7 regioni italiane: Puglia, Molise, Abruzzo, Marche, Emilia-Romagna, Veneto, Friuli-Venezia Giulia; da 3 comuni sloveni: Comune Città di Capodistria, Comune di Isola d’Istria, Comune di Pirano; da 7 regioni croate: Regione istriana, Regione litoraneo-montana, Regione della Lika e di Segna, Regione di Zara, Regione di Sebenico e Tenin, Regione di Spalato e della Dalmazia, Regione di Ragusa e della Narenta; da un cantone della Repubblica di Bosnia-Erzegovina (Cantone Erzegovese e della Narenta). Inoltre all’Euroregione vanno aggiunte la repubblica del Montenegro e la repubblica di Albania.

Per ora l’Euroregione Adriatica avrebbe lo scopo di coordinare al meglio i rapporti di collaborazione tra le regioni e i loro enti locali, ottimizzando lo sviluppo nei settori istituzionale, economico, culturale e sociale. Di fatto la collaborazione (politica, economica, culturale, nei servizi e nelle infrastrutture comuni…) è minima, quasi inesistente, solo sulla carta.

Noi pensiamo che la Macroregione Adriatica potrebbe essere divisa in due parti: Un’Alto Adriatica e una Bassa Adriatica; e che i rapporti di collaborazione (economica, politica, culturale, anche per lo sviluppo pacifico dei Balcani) porterebbe vantaggio a tutti: a chi ha uno sviluppo da ridefinire (come noi), e ai paesi emergenti dall’altra parte dell’Adriatico. Un argomento questo da approfondire e ben definire nel nostro blog.

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5 thoughts on “Georegioni – Superare i nazionalismi: i geografi pensano alle Macroregioni (o Euroregioni)

  1. paolomonegato mercoledì 28 gennaio 2009 / 12:15

    Ecco cosa intendevi per macroregioni… Si è proprio un argomento da approfondire. Grazie per l’excursus storico.

    L’idea è molto interessante ma bisogna vedere come evolverà. Cioè se queste regioni avranno poteri effettivi o se tutto dipenderà da Bruxelles.
    L’ipotesi centralistica è sicuramente da scartare. Meglio una federazione di macroregioni che tenga come principio cardine quello della sussidiarietà (non solo tra euroregioni ed Europa ma anche internamente alle regioni, a loro volta federali).
    Ora bisogna vedere quante euroregioni fare: 8 o 10 mi sembrano poche, 50 o più (come nella lista del Consiglio d’Europa) sarebbero forse troppe.

    Analizzando più da vicino l’euroregione Adriatica alcune osservazioni nascono spontanee…
    A mio modo di vedere questa euroregione è troppo estesa. Inoltre si appoggia su vecchie divisioni amministrative non molto logiche… ad esempio l’Emilia Romagna andrebbe divisa (Romagna con la regione adriatica, Emilia in un’altra regione… resterebbe però il problema di Ferrara) oppure la Slovenia anch’essa da suddividere (solo il Küstenland asburgico nella regione adriatica, mentre la Carniola e la Stiria slovena in un altra regione)… E poi questa regione è molto centrata sul mare… il mondo alpino sarebbe svantaggiato.
    Meglio la regione AlpeAdria (Veneto, Trieste, Friuli, Carinzia, Slovenia ed Istria) che va però anch’essa riorganizzata al suo interno (penso ad esempio a Cortina e le aree ladine del Veneto che dovrebbero ricongiungersi con il resto della Ladinia nell’euroregione del Tirolo).

  2. albertograva mercoledì 28 gennaio 2009 / 16:04

    grazie per la spiegazione…non pretendevo un articolo…ma va benissimo così, meglio per tutti. Concordo con le osservazioni di Paolo, bisogna fare sempre le cose con la giusta misura.
    Non si può fare di tutta l’erba un fascio 🙂

  3. fernirosso sabato 31 gennaio 2009 / 20:51

    C’è un bel film di Wenders, Lisbon story, in cui la parte iniziale riguarda il superamento delle frontiere senza più l’arresto dovuto al controllo delle dogane prima e dopo la LINEA di demarcazione tra uno STATO e l’altro.
    LINEA: sottolineo che si tratta di linea, un segno immaginario legato a idee di forza, supremazia, primato, ,potere e chi più vuole più ne può mettere sempre ricordando che le molle legate all’economia sono primarie.
    C’è altresì un bel libro di Saramago, che è una guida per viaggiare in Portogallo, in cui l’autore parla dei pesci che stanno sulla linea di confine tra una regione ed un’altra ma non si preoccupano di sapere se stanno attraversando una linea di con-fine e paragona questo movimento degli animali a quello degli uomini.
    Tutto questo per dire L’ARBITRARIETA’ e l’arbitrio che ogni stato (voce del verbo stare, non essere) si è preso con la forza, per stabilire i suoi domini e questo in sequenze di gesti, non gesta, delittuosi, spesso si è trattato di genocidi, di guerre atroci e lunghissime che dovrebbero ricordarci di quale sostanza siano nutrite le “ragioni” delle regioni in cui si di-batte ogni governo, falsamente riconosciuto come civile.La terra è terra, con oro-genesi che definiscono caratteristiche climatiche,idro-grafie che ne dipingono le trasformazioni.La politica dovrebbe smettere di lavorare in concorrenziale antagonismo:l’uomo è uomo, di qualunque latitudine sia la sua traccia origin-ante e lo stato di difficoltà attuale, ecologica-mente e davvero eco-nomi-ca’-mente parlando, dovrebbe indirizzare verso la collaborazione comune, altrimenti si tratterà ancora una volta di primati e primitività anche nell’era attuale. fernanda f.

  4. paolomonegato lunedì 2 febbraio 2009 / 13:43

    Il dibattito si fa interessante….
    Le osservazioni di fernirosso sono senz’altro interessanti e stimolanti ma non ho capito bene la conclusione. Lei parla di “collaborazione comune” (in sostituzione al concorrenziale antagonismo) cosa intende?
    Visto il suo ragionamento sulla frontiera mi sento di escludere una delle tre possibili ipotesi cioè quella di uno status quo però più cooperativo (ovvero mantenere la configurazione attuale espandendo l’area Schengen ed aumentando la cooperazione transnazionale). Rimangono in piedi le altre due interpretazioni: quella di un unico grande stato e quella di un’assenza di stato.
    Secondo l’ordine economico mondiale vigente il risultato della “collaborazione comune” con un unico grande stato sarebbe la plutocrazia (uno stato democratico universale è quantomeno utopistico).
    L’altra ipotesi la ritengo, allo stato attuale, altamente improbabile. Da quando l’uomo è diventato stanziale, e non più nomade cacciatore-raccoglitore, è sempre esistita una qualche autorità più o meno vasta territorialmente. Ricordiamo, ad esempio, Karl Wittfogel e il dispotismo orientale generato dal controllo dell’irrigazione o Lewis Mumford e la sua analisi sulla trasformazione da cacciatore a soldato e il conseguente passaggio da villaggio a città…
    Questa autorità che amministra un territorio (termine che secondo alcuni deriva da terrore e non da terra e quindi conseguentemente implica potere coercitivo) ora è identificabile con lo stato (un tempo erano città-stato, regni. feudi, signorie…).
    Lo stato moderno non è certo la soluzione ideale per il buon governo (governo = dal latino gubernare, a sua volta derivato dal greco kybernán, “reggere il timone”). Osservava P.J. Proudhon: “Nel patto sociale, concepito alla maniera di Rousseau e dei Giacobini, il cittadino si dimette dalla sua sovranità e il comune il dipartimento e la provincia, assorbiti nell’autorità centrale, non sono più che succursali sotto la direzione immediata del ministero.[…] Il cittadino e il comune sono privati di ogni dignità, l’invadenza dello stato si moltiplica e i carichi del contribuente crescono in proporzione. Non è più il governo che è fatto per il popolo, è il popolo che è fatto per il governo.”
    La proposta delle macroregioni può funzionare solo se il cittadino si riprende la sua sovranità. Altrimenti reggerà solo fino a quando risulterà economicamente funzionale e poi verrà sostituita da altre forme di aggregazione (penso ad un regime universale plutocratico).

    Tornando al discorso sui confini. Concordo sul fatto che siano linee arbitrarie. Ma a mio modo di vedere non sono insensate in quanto tali (cioè in quanto confini) ma perché statiche. Il confine non è contro natura (pensiamo agli animali che delimitano il loro territorio). Secondo il geografo francese E. Reclus i confini devono essere concepiti come mobili perché sono solo temporaneamente funzionali: quando cambia la funzione o cambiano le scelte dei gruppi umani, i confini si spostano per adeguarsi alle nuove funzionalità. Gli unici confini da considerare, sempre secondo Reclus, sono quelli che segnano le differenziazioni di abitudini, di comportamenti e di caratteristiche dei gruppi umani; “terra, clima, organizzazione del lavoro, tipo di alimentazione, razza, parentela, modi di raggruppamento sociale” costituiscono il genere di vita (genre de vie), che con storia e lingua ha un ruolo molto rilevante nella formazione e nelle dinamiche dei gruppi umani (Reclus specifica che le abitudini cambiano, non sono statiche e fosilizzate, questo perché lui considera come motore delle dinamiche sociali la libera volontà dell’individuo).
    I confini oggi separano unità territoriali omogenee (penso ad esempio alle alpi o ai deserti) quando invece i confini dovrebbero semmai delimitare bioregioni distinte. Per queste ed altre ragioni vedo con favore una loro riformulazione.

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