Geofilm – Valzer con Bashir – tirar fuori la verità (storica) da sè stessi

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Valzer con Bashir
di Ari Folman, Israele/Germania/ Francia 2008
Se cercate un film crudo e senza orpelli di alcun genere, dove, partendo dalla memoria più intima della persona, si ricostruisce il vero e il “non vero” che può esserci nella testa di una persona che è stata coinvolta in un’esperienza terribile, ebbene questo film di animazione (“Valzer con Bashir”) diventa un momento importante del vostro vissuto.  Si tratta di un film allo stesso tempo introspettivo, interiore, di chi cerca la verità dentro di sé; ma in primis questo film è un documento storico importante (anche se doloroso).
Il regista Ari Folman ha deciso di raccontare in modo straordinario le atrocità a cui ha assistito durante il servizio di leva nell’esercito israeliano, in particolare il massacro di Sabra e Chatila.

Tormentato da falsi ricordi e blocchi mentali, Folman ha scelto di intervistare tutti i testimoni che è riuscito a raggiungere, e convertire le loro testimonianze in disegni animati, completati con scene dei suoi peggiori incubi e drammatiche ricostruzioni. Un film straziante e provocatorio, che fa uscire barcollanti dalla sala (ma anche più consapevoli dei drammi del mondo).

Qui di seguito riportiamo un resoconto storico di quel che accade nel 1982 con l’invasione del Libano da parte di Israele, e del massacro di Sabra e Chatila.

Poi, come ultimo articolo, torniamo ai tempi nostri del “dopo Gaza”, con alcune importanti riflessioni su cosa è cambiato (o non è per niente cambiato) dopo la guerra a Gaza, di un giornalista israeliano, Zvi Bar’el (riprese dal settimanale “Internazionale”).

Sabra e Shatila
Una sanguinosa pietra miliare nella memoria collettiva palestinese

I PRELIMINARI

Il 6 giugno 1982, l’esercito israeliano invadeva il Libano come rappresaglia per il tentato assassinio dell’ambasciatore israeliano a Londra, Argov, episodio avvenuto due giorni prima. I servizi segreti israeliani avevano attribuito, quello stesso giorno, il tentativo di assassinio “ad un’organizzazione palestinese dissidente sostenuta dal governo irakeno”. L’invasione, che chiaramente era stata già progettata in anticipo, fu chiamata “Operazione Pace in Galilea”.
Inizialmente, il governo israeliano aveva annunciato che era sua intenzione penetrare solo per 40 km all’interno del territorio libanese. Il comando militare, invece, agli ordini del ministro della difesa Ariel Sharon, nutriva mire ben più ambiziose, che lo stesso Sharon aveva progettato mesi prima. Dopo aver occupato il sud del paese, distrutto la resistenza palestinese e libanese nell’area e commesso una serie di violazioni contro la popolazione civile, le truppe israeliane iniziarono la penetrazione fino ad arrivare alle porte di Beirut. Il 18 giugno 1982 circondarono il Quartier Generale dell’OLP nella parte occidentale della capitale libanese. Secondo le statistiche libanesi, l’offensiva israeliana, in particolare il bombardamento intenso su Beirut, causo’ oltre 18.000 vittime e 30.000 feriti, quasi tutti civili.
Dopo due mesi di bombardamenti, fu negoziato un cessate il fuoco con la mediazione dell’inviato statunitense Philip Habib. Secondo i termini di questo negoziato, l’OLP doveva evacuare dal Libano sotto la supervisione di una forza multinazionale dispiegata nelle parti strategiche di Beirut. Gli accordi Habib prevedevano che Beirut ovest sarebbe passata sotto l’immediato controllo dell’esercito libanese, mentre la leadership dell’OLP ottenne la garanzia che sarebbe stata protetta la sicurezza dei civili nei campi profughi dopo la partenza dei combattenti palestinesi.
L’evacuazione dell’OLP termino’ il 1 settembre 1982.
Il 10 settembre, la forza multinazionale lascio’ Beirut. Il giorno dopo, Ariel Sharon annuncio’ che “2000 terroristi” erano rimasti all’interno dei campi profughi palestinesi attorno Beirut. Mercoledì 15 settembre, il giorno dopo il misterioso assassinio del presidente libanese Bashir Gemayel, l’esercito israeliano occupo’ Beirut, contravvenendo agli accordi Habib ed alle promesse fatte in sede internazionale, ed accerchio’ i campi di Sabra e Shatila, abitati da soli civili palestinesi e libanesi, dopo l’evacuazione dei 14.000 guerriglieri che li difendevano.
Gli storici concordano nel ritenere che probabilmente durante un incontro tra Ariel Sharon e Bashir Gemayel a Bikfaya, il 12 settembre, vi fu un accordo che autorizzava le “forze libanesi” a “ripulire” i campi palestinesi. Del resto Sharon aveva già annunciato, il 9 luglio 1982, che era sua intenzione inviare le forze falangiste a Beirut ovest e, nella sua autobiografia, conferma di aver negoziato l’operazione con lo stesso Gemayel, durante l’incontro di Bikfaya.
Secondo le dichiarazioni fatte da Sharon alla Knesset il 22 settembre 1982, la decisione di far entrare i falangisti nei campi profughi fu presa mercoledì 15 settembre, intorno alle 15,30. Sempre secondo Sharon, il comando israeliano aveva ricevuto i seguenti ordini: “Le forze di Tsahal non devono entrare nei campi. La “pulizia” verrà fatta dalla Falange dell’esercito libanese”.

IL MASSACRO

All’alba del 15 settembre 1982, i bombardieri israeliani sorvolavano bassi Beirut ovest e le truppe israeliane erano già posizionate attorno i campi. Dalle 9 del mattino, il generale Sharon era presente a dirigere personalmente la penetrazione israeliana. Sharon si trovava nell’area del comando generale, all’incrocio dell’ambasciata del Kuwait, appena fuori Shatila. Dal tetto di quella costruzione a sei piani era possibile vedere chiaramente la città ed entrambi i campi profughi.
A mezzogiorno fu completato l’accerchiamento dei campi di Sabra e Shatila da parte dei carriarmati israeliani e furono installati numerosi checkpoint tutt’attorno per monitorare chiunque entrasse o uscisse dai campi. Nel tardo pomeriggio, sino a sera, i campi furono bombardati. Giovedì 16 settembre, in una conferenza stampa, il portavoce militare israeliano dichiaro’: “Il nostro esercito controlla tutti i punti strategici di Beirut. I campi profughi, in cui vi e’ un’alta concentrazione di terroristi, sono circondati”. Quella stessa mattina, gli alti comandi militari israeliani diedero ordine all’esercito “di farvi entrare i falangisti, che provvederanno alla pulizia”.
Approssimativamente a mezzogiorno, i falangisti ottennero da Israele la luce verde per entrare nei campi profughi. Alle 5 del pomeriggio circa, 150 falangisti penetrarono a Shatila dall’entrata sud e sud-ovest.
Per le successive 40 ore i falangisti violentarono, uccisero e fecero a pezzi migliaia di civili disarmati, in grande maggioranza vecchi, donne e bambini, sostenuti dall’esercito israeliano, che impediva la fuga ai pochi che riuscivano a scappare dalla carneficina. Residui di razzi israeliani trovati nelle rovine dei campi dimostrarono che gli elicotteri israeliani avevano illuminato a giorno le due notti di orrore per facilitare il compito dei falangisti.
Il numero delle vittime varia da 700 (dichiarazione ufficiale di Israele) a 3.500 (secondo un’indagine condotta dal giornalista israeliano Kapeliouk). Il numero esatto non sarà mai conosciuto perché, oltre ai 1.000 corpi sepolti in fosse comuni dalla Commissione Internazionale della Croce Rossa, un gran numero di cadaveri furono sepolti sotto le macerie delle case rase al suolo dai bulldozers. Inoltre, centinaia di corpi vennero trasportati via da camion militari verso una destinazione ignota, per non essere più ritrovati. Altri orrori vennero fuori alcuni mesi dopo, quando, ingrossate dalle piogge torrenziali di quei giorni, le fogne di Sabra e Shatila restituirono altri cadaveri.

DOPO GLI ECCIDI

I sopravvissuti al massacro non furono mai chiamati a testimoniare in un’inchiesta formale sulla tragedia, ne’ in Israele ne’ in Libano ne’ altrove. Solo dopo che le notizie del massacro furono date dalla stampa e dalle televisioni, una folla di 400.000 israeliani scese in piazza per protestare e per chiedere che fosse nominata una commissione d’inchiesta sull’eccidio. La Knesset, nello stesso settembre, nomino’ una commissione presieduta da Yitzak Kahane. Nonostante le limitazioni del mandato della commissione (la commissione aveva un mandato politico e non giudiziario ed inoltre furono completamente ignorate le testimonianze delle vittime), la commissione concluse che il ministro della difesa israeliano, il generale Ariel Sharon era personalmente responsabile dei massacri.
A causa di ciò, Sharon fu costretto a dimettersi, ma rimase nel governo come ministro senza portafoglio. E’ importante sottolineare che, durante le manifestazioni organizzate da “Peace Now” per chiedere le dimissioni di Sharon, i dimostranti furono attaccati con granate, che causarono la morte di un giovane manifestante.
Nonostante il fatto che le N.U. abbiano definito questa tragedia “un massacro criminale”, e nonostante il fatto che Sabra e Shatila resti nella memoria collettiva dell’umanità come uno dei crimini più efferati del 20esimo secolo, l’uomo dichiarato “personalmente responsabile” di questo crimine, come pure i suoi colleghi e coloro che condussero materialmente i massacri, non sono mai stati puniti ne’ perseguiti legalmente. Nel 1984, i giornalisti Schiff e Ya’ari conclusero il loro capitolo sul massacro con una riflessione amara: “Se c’è una morale in questo spaventoso episodio, deve essere ancora resa nota”. La realtà di questa impunita’ resta vera fino ad oggi.
Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite condanno’ il massacro con la risoluzione 521 del 19 settembre 1982. Questa condanna fu seguita dalla risoluzione dell’Assemblea Generale che, il 16 dicembre 1982, qualifico’ il massacro come “atto di genocidio”.

(da http://www.altremappe.org/SabraEShatilaStoria.htm)

TORNANDO AL PRESENTE, E AL “DOPO GAZA”…

FINO AL PROSSIMO SCONTRO

Zvi Bar’el, Ha’Aretz, Israele (da “Internazionale”)

La diplomazia internazionale si è affannata per raggiungere un cessate il fuoco, salvare Gaza e definire un accordo complesso che dovrebbe bloccare il traffico di armi verso Hamas.

L’esercito più forte del medio Oriente può cantare vittoria. Ma è una vittoria che porta calma e non sicurezza; tregua, non tranquillità. Una vittoria che manda una serie di messaggi: ad Hamas, a Hezbollah, alla Siria e soprattutto all’Iran.

Nel caos della Striscia di Gaza la grande minaccia, la vera minaccia, era assente. Qualcuno nelle ultime tre settimane ha sentito parlare del programma nucleare iraniano? La minaccia è ancora nell’aria, e dopo questa guerra Israele non è un paese più sicuro.

La Turchia non è più il caro amico che era, La Giordania è diventata sospetta, l’Autorità Nazionale Palestinese avrà difficoltà a mettere in piedi una leadership unita; gli Stati Uniti hanno “osato” una proposta un po’ meno in linea con gli interessi israeliani, i governi europei non hanno esitato a condannare Israele, e l’Egitto, che ha posto le basi per il cessate il fuoco e ne sarà responsabile, è infuriato con Israele e Hamas per essere stato incastrato.

Non un solo razzo di Hezbollah sarà smantellato grazie alla guerra e il programma nucleare iraniano sta benissimo. Ora più che mai, gli israeliani dovranno assicurarsi di parlare bene l’inglese quando viaggiano all’estero.

Non serve a niente mettersi a pensare a cosa sarebbe successo se Israele avesse riconosciuto il governo di hamas, se avesse preso sul serio Abu Mazen o se avesse davvero negoziato con la Siria. In politica i rimpianti non servono. Israele ha scelto una politica fatta di saluti e pacche sulle spalle invece che di diplomazia, foto di gruppo invece di una visione per il futuro.

Ma il nuovo presidente degli Stati Uniti ha già spiegato a tutti che vuole un ordine nuovo, non un accordo temporaneo. E’ pronto ad aprire una fase di dialogo con l’Iran, a rivedere le relazione tra Stati Uniti e Siria, a considerare l’Iraq uno spiacevole episodio di cui è meglio liberarsi alla svelta. Pensa perfino che non ci sia bisogno di uccidere Osama bin Laden. Non usa le minacce. Obama potrebbe avere delle nuove idee per il Medio Oriente, che forse non porteranno a una soluzione concreta, ma costringeranno Israele a modificare la sua strategia.

Obama ha a cuore la sicurezza di Israele non meno di Bush e Clinton, ma potrebbe considerare l’essenza di questa sicurezza in modo diverso. Potrebbe per esempio ritenere che la pace sia una componente fondamentale della sicurezza di Israele. Per gli israeliani questa può suonare come una novità, forse anche rivoluzionaria, ma faranno meglio a prepararsi: invece di usare i lobbisti a Washington dovrebbero pensare a come intavolare un dialogo costruttivo con i vicini.

Israele, le cui scelte strategiche hanno esagerato la rilevanza e la minaccia rappresentata dai gruppi armati palestinesi, dovrà rivedere il suo atteggiamento verso l’iniziativa di pace saudita. Non perché ha bisogno dell’aiuto militare degli arabi, ma perché gli servono accordi permanenti con degli stati sovrani, non con gruppi o fazioni.

Se è la Siria a influenzare Hamas ed Hezbollah, se è l’Egitto a determinare il futuro della regione, se l’Arabia Saudita è il contrappeso all’Iran, allora sono questi i pater con cui è necessario stringere un patto. L’iniziativa saudita non è ancora svanita, ma neanche le minacce reali che pesano sul futuro di Israele. Senza una nuova strategia che rilanci questa iniziativa, la guerra nella Striscia di Gaza resterà un successo isolato: un accordo temporaneo fino al prossimo scontro.

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