Geopace – il Costa Rica ha abolito l’esercito sessant’anni fa (un esempio esportabile?)

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Abolire gli eserciti, trasformandoli in guardie civili al servizio delle comunità?

Nel nostro paese 30.000 uomini dell’esercito dovrebbero presidiare le città, dando una mano a polizia e carabinieri per garantire l’ordine pubblico. E’ chiaro che non hanno la formazione che le forze dell’ordine tradizionali possono avere (anche nel rapporto con la Comunità, la conoscenza del Territorio, e la capacità di investigazione e prevenzione). L’esercito poi viene impiegato in operazioni internazionali di pace, ma spesso c’è la necessità di formare quei soldati che devono partire, e diventare “operatori di pace”, con capacità di mediazione tra le parti, di conoscenza di lingua, religione, usi e tradizioni… e spesso l’esercito non ha all’origine questa formazione… perché allora non abolire l’esercito? e trasformarlo in una specie di guardia civile che sa rapportarsi con più competenza al Territorio, nelle nostre città grandi, medie e piccole?… e che si prepara al meglio e con competenza a spedizioni internazionali (magari sempre sotto l’egida dell’ONU)? … spedizioni che saranno sempre più necessarie e auspicabili, in luoghi critici del pianeta, sempre a difesa degli aggrediti e dei più deboli?… partecipare a un esercito internazionale che difende gli aggrediti e chi subisce violenza e sopraffazione, contro chi vìola le regole del diritto internazionale e della pacifica convivenza….

Abolire l’esercito sembra una cosa improponibile. Ma c’è un paese, il Costa Rica, che lo ha fatto sessant’anni fa (il 1° dicembre 1948, ad opera di un personaggio politico mitico nell’America Centrale, José Figueres Ferrer, detto Don Pepe), dopo una guerra civile; e da allora non ci sono state né invasioni né guerre (pur l’America Centrale essendo un punto assai caldo del mondo). L’abolizione ha avuto in primis, come scopo, quello di destinare più risorse alla sanità e all’istruzione… (negli indici di sviluppo il Costa Rica è al 48° posto al mondo, mentre gli altri stati dell’America Centrale sono ben oltre i primi cento).

Spesso le guerre e le distruzioni (e le sofferenze) diventano volano di sviluppo economico, di ricerca tecnologica…. Non sarebbe il caso, nel ventunesimo secolo, di pensare a qualcosa di diverso e pacifico, per incentivare lo sviluppo, per il nostro (ora sempre più piccolo) pianeta?

La Costa Rica ha il suo attuale presidente (Oscar Arias) premio Nobel per la pace per aver contribuito concretamente a risolvere i conflitti tra i paesi dell’America Centrale (ed è pure riuscito a estendere l’abolizione dell’esercito alla vicina Panama). Dal 1979 la Costa Rica ospita la corte interamericana dei diritti dell’uomo e dagli anni ottanta l’università per la pace gestita dall’Onu.

Riportiamo questo articolo che parla di questa esperienza di paese “senza esercito”.


UN PAESE DISARMATO

Hélèn Bannier, Liberation, Francia (ripreso dal settimanale “Internazionale”)

Sessant’anni fa la Costa Rica aboliva le forze armate. Per investire nella sanità e nell’istruzione. Un esperimento unico tra i paesi dell’America Centrale


“Sì, lo prometemos!”. Sono le nove e mezza di mattina a Los Chiles, una cittadina della Costa Rica settentrionale. I ragazzi sono riuniti nel campo di calcio e indossano un’uniforme blu: con gli occhi fissi sulla bandiera, alzano la mano destra e giurano di amare il loro paese, di conoscere la sua storia e di impegnarsi per permettere alla bandiera blu-bianco-rossa di rimanere un simbolo ideale di pace e di giustizia. Ma in questo giorno di festa nazionale non è prevista nessuna sfilata militare, perché da sessant’anni la Costa Rica è un paese senza esercito. Per capire il motivo di questa decisione bisogna tornare al 1° dicembre 1948. Il paese era uscito da poco da una breve guerra civile, che aveva provocato alcune centinaia di morti. Dopo due mesi di combattimenti, il leader socialdemocratico José Figueres Ferrer, detto Don Pepe, assunse la direzione del governo provvisorio. Ferrer nazionalizzò le banche e annunciò l’abolizione dell’esercito.

Il 1° dicembre, dopo la firma del decreto legge, Don Pepe andò alla caserma Bellavista, nel centro della capitale San José: sotto lo sguardo della folla si fece portare una scale, ci salì sopra e, con una mazza, colpì simbolicamente il muro della caserma. La soppressione dell’esercito come istituzione permanente fu approvato poco tempo dopo dal parlamento e inserita nella costituzione del 1949. Lo stesso 1° dicembre Don Pepe offrì la caserma Bellavista all’università della Costa Rica, che la trasformò in un museo nazionale.

In questo gesto è racchiuso il motivo principale dell’abolizione dell’esercito: eliminare le spese militari per aumentare i fondi destinati all’istruzione e per migliorare il livello di vita di questo piccolo paese situato tra Panama e il Nicaragua. “Sopprimere l’istituzione militare rispondeva innanzitutto a una necessità politica”, spiega Daniel Matul, professore di scienze politiche all’università della Costa Rica. “L’esercito era diviso e dovevamo escludere qualsiasi rischio di colpo di stato militare. Nei dieci anni successivi”, sottolinea Matul, “la speranza di vita è cresciuta, il tasso di mortalità legato alle malattie non gravi è crollato e l’istruzione ha fatto progressi straordinari, L’affermazione ‘smettiamo di comprare armi per pagare più professori e più medici’ non è stata uno slogan retorico”. Secondo la fondazione Arias per la pace e per il progresso umano, la soppressione delle forze armate permette di finanziare ogni anno le università pubbliche e tre ospedali. Oggi la Costa Rica ha un tasso di alfabetizzazione del 96 per cento.

CITTADINI INSICURI

Ma qualcuno relativizza questi risultati. Rosibel Salas Herrera, vicedirettrice di un istituto tecnico nella regione montuosa e rurale del Coto Brus, riconosce la qualità del sistema d’istruzione nazionale: “Ci sono scuole in ogni angolo del paese”. Ma critica le disparità: “Mentre a San José gli studenti hanno aule d’informatica e biblioteche, qui la situazione è diversa. Che tipo d’istruzione possono ricevere i bambini costretti a studiare in un’aula di lamiera nelle riserve indigene?”.

I costaricani hanno un’assistenza sanitaria e sociale efficiente. “Ma non è tutto oro quel che luccica”, sostiene Elvira, una ragazza che studia per diventare infermiera. “In ospedale arrivano persone che dovrebbero essere operate d’urgenza, ma sono costrette ad aspettare sei mesi o un anno”. La popolazione, però, è consapevole dell’enorme differenza tra l’indice di sviluppo della Costa Rica e quello degli altri paesi della regione: il paese è al 48° posto nella classifica mondiale, mentre il vicino Nicaragua è al 110° e il Guatemala al 118°. Nessuno pensa di rimettere in discussione la soppressione delle spese militari. “Un ritorno dell’esercito? Sarebbe assurdo”, sostiene un gruppo di uomini riuniti all’ombra di un albero a Los Chiles, vicino alla frontiera con il Nicaragua. “La Costa Rica è un paese tranquillo, il più stabile e il più democratico dell’America Centrale. E questo è il confine più sicuro della regione. A cosa ci servirebbe un esercito?”. Nel 1985 l’America Centrale era devastata dalle guerre in Guatemala, nel Salvador e in Nicaragua. Di fronte al pericolo che la violenza raggiungesse anche la Costa Rica, il governo ha condotto un’inchiesta tra la popolazione per sapere se fosse favorevole o meno al ripristino delle forze armate. Il 90 per cento degli intervistati si è detto contrario.

“Sono guatemalteco, ma vivo qui da molto tempo”, confida Daniel Matul. “E posso dire che la Costa Rica ha una cultura politica unica. Nel 2006, prima del referendum sul Trattato di libero scambio con gli Stati Uniti, il clima politico era molto teso. Alla vigilia di un’enorme manifestazione, il presidente Oscar Arias ha fatto questo discorso: ‘Se il 50 per cento del paese è a favore del trattato e il 50 per cento è contrario, lasciamo che il 50 per cento delle piazze sia usato da chi dice no e vuole scioperare e l’altra metà da chi sostiene il sì e vuole andare a lavorare’. E così è stato, senza il bisogno di ricorrere a un cordone di protezione o alla polizia. Una cosa del genere sarebbe impensabile in Bolivia, in Guatemala o nel Salvador”.

L’abolizione delle forze armate, attribuita dalla maggior parte della popolazione a Don Pepe, non è arrivata all’improvviso. “Nel 1825”, ricorda la storica Clotilde Obregon, “furono soppressi i tribunali militari. Da quel momento i soldati e il clero sono stati giudicati dai tribunali civili. La Costa Rica ha scelto molto presto di diventare uno stato di diritto”. Poi, durante la prima metà del novecento, i fondi destinati all’esercito hanno continuato a ridursi. “Con la prima guerra mondiale”, continua Obregon, “abbiamo capito che per avere un esercito efficiente servivano molti soldi. Dal momento che non ne avevamo abbastanza, sempre più persone si sono convinte che gli investimenti nelle armi erano inutili. L’abolizione dell’esercito fu proposta da due deputati nel 1947”.

Per molti, però, Don Pepe rimane un eroe. “Dovevano assegnarli il premio Nobel per la pace”, sostiene il giornalista e scrittore Gerardo Bolanos. Nel 1987 un altro leader costaricano, l’attuale presidente Oscar Arias, ha ottenuto il Nobel in occasione del suo primo mandato (1986-1990) per il piano di pace per l’America Centrale. Aveva riunito i dirigenti del Guatemala, dell’Honduras, del Salvador e del Nicaragua per discutere sul modo migliore per risolvere i conflitti della regione. Nel 1989 Aras si è impegnato anche per favorire l’abolizione delle forze armate in altri paesi: nel 1984, dopo quattro anni di mobilitazione, Panama ha eliminato il suo esercito.

La pace è il simbolo più prestigioso della Costa Rica: dal 1979, a San José, c’è la corte interamericana dei diritti dell’uomo e dagli anni ottanta l’università per la pace gestita dall’Onu. L’immagine del paese pacifista esaspera Jeff, uno studente impegnato nelle manifestazioni contro il trattato di libero scambio: “E’ positivo arrivare ai vertici internazionali con la bandiera bianca in una mano e la colomba della pace nell’altra. Ma in questo modo si dimentica che la corruzione e la repressione esistono anche qui”. Invece per il ministro della sicurezza pubblica, Janina del Vecchio Ugalde, quest’immagine è un’arma importante: “Siamo noti per essere un paese pacifista e nessuno ci attacca”. Dopo i due tentativi d’invasione fomentati da alcuni oppositori politici residenti in Nicaragua nel 1949 e nel 1955, la Costa Rica non è mai stata minacciata. Cosa succederebbe in caso di aggressione? Il paese fa parte dell’Organizzazione degli stati americani e, in caso di attacco, riceverebbe il sostegno degli altri membri.

“Dopo il 1948, per assicurare l’ordine pubblico, l’ex corpo militare si è trasformato in guardia civile. Oggi ci sono 10.500 poliziotti”, spiega Ugalde, aggiungendo che nel 2009 il bilancio del suo ministero aumenterà del 35 per cento. “Dobbiamo professionalizzare la guardia civile per contrastare il narcotraffico, la violenza e il sentimento d’insicurezza di una popolazione che da dieci anni compra sempre più armi per proteggersi da sola”.

“In Costa Rica sono registrate 170mila armi da fuoco, troppe per un paese di quattro milioni di abitanti”, ammette Ana Yancy Espinoza, della fondazione Arias. Evidentemente gli abitanti di questa piccola oasi senza esercito non vogliono deporre le armi.

(da “Liberation”, Francia – scelto e tradotto da “Internazionale”)

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6 thoughts on “Geopace – il Costa Rica ha abolito l’esercito sessant’anni fa (un esempio esportabile?)

  1. albertograva lunedì 2 febbraio 2009 / 14:48

    Bell’articolo…conoscevo già questa caratteristica del Costarica ma non conoscevo così tanti particolari…
    Sarebbe troppo bello che non ci fossero gli eserciti…magari senza interessi militari certe cose non succederebbero…
    In Italia si avrebbero a disposizione fondi per fare cose in cui siamo carenti, ovviamente è utopia…
    Il nostro esercito (più Aeronautica e Marina) succhia molte risorse allo stato (anche se con la nuova finanziaria sono un pò diminuite). Mi piacerebbe che i nostri militari, sempre apprezzati nelle missioni estere perchè mandati a ricostruire dove altri distruggono, fossero meno “militarizzati”, che nascessero già come corpi di pace, oppure come protezione civile…Ovviamente poi tutta la macchina Esercito (con tutta la burocrazia che ci va dietro) richiede enormi costi di gestione che verrebbero eliminati, avremmo più fondi per le forze di polizia che sono sempre in rosso…

  2. paolomonegato lunedì 2 febbraio 2009 / 19:09

    Non mi sarei mai aspettato un articolo del genere…
    Non ero a conoscenza del caso Costa Rica.
    A onor del vero bisogna dire che dell’esercito non avevano bisogno vista l’alleanza con gli Stati Uniti che sono il partner commerciale principale della piccola repubblica centroamericana (sia per quanto riguarda l’import che l’export, molti sono anche i turisti americani in Costa Rica). Stati Uniti interessati all’area anche per ragioni militari.
    Ho sempre sostenuto che i soldi che si spendono per la difesa potrebbero essere usati molto più intelligentemente….

    Sulle missioni estere di peacekeeping e sulle forze ONU meglio se non mi esprimo (ricordo solo che a Srebrenica l’ONU era presente… per non parlare dell’ONU in Somalia o attualmente in Congo…). Gli eserciti, da sempre, quando si muovono creano tantissimi problemi in primis la prostituzione (fatevi qualche ricerca su google… sui caschi blu in congo o sulle guerra di corea o su quella del vietnam…)

  3. albertograva martedì 3 febbraio 2009 / 15:28

    so benissimo che dove ci sono eserciti si creano molti problemi…per questo preferirei che gli uomini destinati a fare queste operazioni non nascessero come esercito ma come corpi creati solo per questo…
    ricordo benissimo i casi che hai riportato, ma trovo, senza cercare giustificazioni impossibili da trovare, che siano frutto di errori dei singoli e anche del coordinamento tra forze internazionali. E ritengo che con una revisione del concetto di peacekeeping si possa migliorare la situazione.

  4. specchiosemantico lunedì 7 dicembre 2009 / 14:28

    per tutti coloro a cui interessasse ho aperto un gruppo su facebook inerente ad un utopica liberazione dell’italia dalle forze armate.
    l’utopia non è reato. ciao a tutti.

  5. Alberto Sciretti venerdì 6 maggio 2011 / 11:01

    Grazie per i preziosi dettagli contenuti nell’articolo. Viva la pace. Restiamo umani.
    alberto

  6. lucapiccin martedì 6 dicembre 2011 / 13:28

    Il nuovo ministro della difesa Di Paola ha recentemente dichiarato che “nessun paese al mondo taglia la difesa”.
    Sicuramente non conosce il caso del Costarica.

    Più verosimilmente, questa dichiarazione mostra tutta l’ipocrisia che c’è nel farci subire salassi ingiusti. Il ministro non taglia la difesa, perché ci sono industrie come Beretta, i costruttori di elicotteri Agusta, l’Ansaldo o la Iveco, i cantieri navali e tanti altri produttori di morte.

    Secondariamente e conseguentemente, tagliare la difesa significherebbe avere meno mezzi e uomini da inviare in missioni come quelle in Kosovo, Iraq, Afghanistan o Libia. Queste missioni hanno un’importanza primaria, perché essere i gendarmi del mondo si basa meno sulla ricerca della gloria che sul controllo di risorse strategiche.

    Su questi temi si leggano i libri di Yves Lacoste e la rivista Hérodote.

    Infine, una domanda: dato che siamo parte della NATO e dato che l’Europa dovrebbe accelerare la sua integrazione politica, perché non approfittare della crisi per ritirarsi da tutte le (costose) missioni, utilizzando il denaro risparmiato per altri fini (ricerca, sanità, infrastrutture)? La NATO e un’ipotetica forza militare europea non potrebbero proteggerci da improbabili invasioni nemiche mentre riequilibriamo i nostri conti pubblici vergognosi?
    Tralaltro le basi americane ci sono già nel nostro paese…

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