Geoprogetti – Mantenere o abolire le Province? (cosa propongono i geografi)

i confini delle province venete
i confini delle province venete

Le province italiane sono 109 più la Valle d’Aosta che non ha ufficialmente province (le corrispondenti funzioni amministrative sono svolte dall’ente Regione Valle d’Aosta).
La provincia autonoma di Bolzano e la provincia autonoma di Trento sono province dal punto di vista geografico ma devono considerarsi Regioni dal punto di vista istituzionale.
Tre province: provincia di Barletta-Andria-Trani, provincia di Fermo e provincia di Monza e Brianza, sono operative a partire dall’inizio di quest’anno.
Le principali funzioni delle province sono date principalmente dall’edilizia scolastica degli istituti superiori, e dal sistema viario (che le province però tendono a delegare assegnandolo ai singoli comuni (in cambio di qualche opera come perequazione). E’ pur vero che negli ultimi dieci anni le province hanno avuto assegnati altri compiti importanti (sull’urbanistica, sullo smaltimento dei rifiuti, sulla tutela ambientale…)
Nel 1946, c’erano 91 province, oggi ce ne sono 109: quindi c’è stata una prolificazione; un terzo di queste non raggiunge i 300.000 abitanti; ce ne sono 19 che contano meno di 200.000 abitanti, cifra che la legge di riforma degli enti locali 142 del 1990 ha fissato come soglia demografica per la costituzione di nuove province.

Nel dibattito attuale c’è chi vuole abolire le province, considerandole enti inutili e costosi e chi le vuole mantenere. E’ un dibattito che va avanti da tempo con il rischio che non si cambi niente.

Negli ultimi anni c’è stato un proliferare incredibile di Enti che attuano servizi alla collettività, con costi stratosferici (e consiglieri di amministrazione pagati…); e, nel caos delle funzioni pubbliche, qualcuno si è chiesto se si può fare a meno delle Provincie. Addirittura il 30 gennaio scorso, l’UPI (Unione Province Italiane) ha indetto una specie di “Provincia day”: molti Consigli Provinciali sono stati chiamati ad approvare (e lo hanno fatto) un ordine del giorno di difesa strenua e totale delle Provincie e del loro ruolo (spesso con voti unanimi, da destra e da sinistra).

Cosa pensiamo noi geografi? Abolire o mantenere le Province?

Inanzitutto va detto che, da un punto di vista sia geomorfologico che storico-culturale, un’omogeneità  territoriale all’interno di ogni singola provincia proprio non esiste (basta andare a vedere le conformazioni delle provincie venete che qui proponiamo in immagine). Pertanto il problema è dato solo dalla divisione storica amministrativa dei compiti, delle funzioni pubbliche

La nostra idea (peraltro in questo blog più volte espressa) è che il vero grande problema non sono le Province, ma il numero smisurato di comuni (581 nel Veneto, 8101 in Italia). Il 20 dicembre scorso abbiamo proposto un articolo di Maurizio Mistri, professore di Economia alla Facoltà di Scienze Politiche a Padova, dove sottolineava che non sono le Provincie l’ “emergenza”; ma che nessuna programmazione del Territorio e della vita e dei bisogni primari della comunità può essere fatta con l’attuale spezzettamento comunale. Comuni che hanno tra l’altro sempre meno soldi (ricavati spesso da oneri di urbanizzazione o perequazioni discutibili; cioè da una politica urbanistica dissennata). Sempre nel blog, il 20 gennaio, il compianto geografo Lucio Gambi, in un articolo pubblicato poco prima della morte nel settembre del 2006, diceva le stesse cose: i comuni, con i loro confini obsoleti ancora di origine medioevale, sono una rigidità che non possiamo più permetterci (da qui la proposta di noi geografi, per il Veneto, di 68 città al posto dei 581 comuni).

Che fare allora delle Provincie (intese come enti istituzionali). Abolirle o mantenerle?

A nostro avviso la proposta più interessante è quella che esse possano divenire Enti gestionali, perdendo le caratteristiche politiche-elettive che ora hanno in modo così marcato: nei parlamentini che sono i consigli provinciali e le commissioni varie (a 150 euro a gettone di presenza per i numerosi consiglieri partecipanti…) si parla di tutto: di politica internazionale, di indirizzi legislativi nazionali…. Trasformare pertanto le Provincie in enti di gestione efficaci ed efficienti, che si fanno carico di gestire direttamente oltre che le funzioni ora assegnate (come l’edilizia scolastica o la viabilità), anche di quelli dei tanti Consorzi e ATO (ambiti territoriali omogenei) che sono sorti in questi anni, accorpando e sfoltendo burocrazie nuove, sorte da poco, che hanno reso il sistema del tutto irrazionale e schizofrenico (e assai costoso).

La Provincia pertanto come organo di coordinamento di servizi su larga scala, con una gestione nominata da un’assemblea dei sindaci delle nuove città che sostituiranno (secondo la nostra idea, la nostra proposta) i tanti piccoli e medi sindaci… (per quanto riguarda il Veneto: 8 sindaci per la provincia di Belluno, 10 per Treviso, 12 per Padova, 6 per Rovigo, 6 per Venezia, 12 per Vicenza, 14 per Verona…. 68 medie città venete al posto di 581 comuni).

In questo contesto si inseriscono le città metropolitane (ne sono state previste 8 –troppo poche- in Italia: Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari e Napoli). E la nuova riforma del federalismo fiscale in corso di realizzazione, porta all’abolizione delle province là dove è appunto prevista l’istituzione dell’area metropolitana. Di quest’ultima cosa, ve ne diamo conto nell’articolo de “il sole 24 ore” qui di seguito.

Il Sole-24 Ore (23-1-09) – Addio alle prime otto Province – Saranno abolite nelle aree metropolitane – di Eugenio Bruno

Sempre annunciata ma poi accantonata, l’abolizione delle Province torna improvvisamente d’attualità. E lo fa nella maniera forse più inaspettata, sbucando nel Ddl sul federalismo fiscale. A prevederla, anche se per i soli otto territori in cui nasceranno le Città metropolitane, è un articolo inserito ieri in Aula nel Ddl Calderoli. Un’aggiunta che dà anche la misura di quanto e come il provvedimento sia cambiato rispetto al varo in Consiglio dei ministri il 3 ottobre scorso. L’obiettivo della riforma è quello di assicurare autonomia di entrata e spesa agli enti locali. E di sostituire, gradualmente, per tutti i livelli di governo, il criterio della spesa storica con quello dei costi standard per i servizi fondamentali. Si passa così dal meccanismo dei trasferimenti a quello delle compartecipazioni ai tributi erariali. Una perequazione al 100% è prevista sul fabbisogno standard. A dare il parere sui decreti attuativi sarà una commissione bicamerale. Il provvedimento, poi, prevede che, attraverso i decreti , «sia garantita la determinazione periodica del limite massimo della pressione fiscale, nonché del suo riparto tra i vari livelli di governo ». E con una clausola si specifica che non vengano prodotti aumenti della pressione fiscale complessiva anche nel corso della fase transitoria del provvedimento. Ma, in effetti, non ci sono ancora vincoli stringenti su questo punto. Questi i punti base. Ma nel ripercorrere il restyling bipartisan subito dall’articolato conviene partire dalla fine. Dunque dalle Città metropolitane. In attesa della Carta delle autonomie, che secondo il ministro della Semplificazione Roberto Calderoli dovrebbe uscire da Palazzo Chigi la prossima settimana, il testo prevede una procedura d’istituzione temporanea (definita però «inutile» dall’Anci) e valida solo per Torino, Milano Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari e Napoli (e non Cagliari, Catania e Palermo perché rientranti in una Regione speciale): istituzione su richiesta di Comune e Provincia che indichi anche l’estensione; statuto provvisorio; referendum confermativo con quorum variabile a seconda che ci sia o meno il “sì” della Regione; scomparsa della relativa amministrazione provinciale. Previsto inoltre un primo elenco di funzioni fondamentali ( cioè pianificazione di territorio e infrastrutture, coordinamento della gestione di servizi pubblici, promozione e coordinamento dello sviluppo economico e sociale). Strettamente connessa è la questione di Roma capitale. La nuova versione del Ddl opera una limatura dei suoi poteri, che per ora spetteranno al Comune di Roma salvo poi passare (una volta creata) alla corrispondente Città metropolitana. Pur mantenendo la compartecipazione alla valorizzazione dei beni culturali, storici e artistici l’assemblea capitolina perde le funzioni amministrative relative alla loro tutela, così vede abolito il comma sulla valutazione d’impatto ambientale che rimane di potestà della Regione Lazio. Oltre al tetto sulla pressione fiscale, altra novità dell’ultimora la comparsa tra i parametri della futura perequazione infra-strutturale, che serve a limitare i gap territoriali su strade, ferrovie, aereoporti, durante la transizione (fissata in 5 anni) verso il federalismo fiscale, anche «del divario di sviluppo economico derivante dall’insularità ». Potere di un emendamento dell’insolito tandem Carlo Vizzini(Pdl)-Enzo Bianco( Pd). Proseguendo a ritroso con le new entry delle settimane precedenti spicca l’inserimento di due proposte qualificanti dei democratici: la previsione che a pronunciarsi sui decreti attuativi (il primo dei quali dovrà arrivare in 12 mesi insieme ai tanto attesi “numeri” e i successivi nei seguenti 12, più altri due anni per gli eventuali correttivi) sia una commissione bicamerale composta da 15 deputati e 15 senatori; l’introduzione in Finanziaria di un «patto di convergenza » che accompagni i territori nello storico passaggio dalla spesa storica ai costi standard, previsto per le funzioni fondamentali di tutti i livelli di governo. Aiutando nel frattempo chi rimane indietro.

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One thought on “Geoprogetti – Mantenere o abolire le Province? (cosa propongono i geografi)

  1. paolomonegato martedì 3 febbraio 2009 / 13:14

    Personalmente ritengo che le province vadano abolite (assieme alle prefetture!). Chi le difende si arrampica sugli specchi pur di trovare un modo per salvarsi la poltrona… Come dice giustamente Sebastiano non sono per niente omogenee dal punto di vista storico, culturale e paesaggistico.
    Trasformarle in Enti gestionali che inglobano tutti i vari consorzi ed enti di servizi proliferati in questi ultimi anni (per dare poltrone ai politici trombati) potrebbe essere una buona idea ma non può essere messa in pratica con i confini attuali: serve una riformulazione le province attuali sono troppo vaste e disomogenee per questo scopo.

    Sull’idea dell’accorpamento dei comuni sai già come la penso. Tu dici che sono troppi. Ho fatto due conti e non mi sembra che siano così tanti in confronto al resto d’Europa (escludendo i casi estremi degli stati scandinavi che per ovvie ragioni hanno meno comuni e il caso francese dove i comuni sono più di 36.000…). Resto dell’idea che non vadano accorpati però ritengo necessaria una loro riformulazione per aggiornarli alla situazione odierna.

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