Geoambiente – conservare e tutelare le zone umide “vere” (non quelle dei cavatori)

Fenicotteri rosa ad Orbetello
Fenicotteri rosa ad Orbetello

Nell’ultimo secolo scomparse il 60% di lagune e paludi del pianeta (di cui il 90% in Europa – In Italia dei 3 milioni di ettari originari, nel 1991 ne restavano 300mila)

Il nostro amico geografo Federico Gianoli ci segnala una notizia molto interessante che merita di essere conosciuta, e che ci chiede un maggior impegno concreto nella conservazione ambientale (che spesso poco applichiamo).

Oasi nella Maremma toscana
Oasi nella Maremma toscana

Si tratta del rapporto del Wwf in occasione della giornata mondiale delle “zone umide”, che parla della progressiva scomparsa, in questi ultimi anni, delle aree umide del pianeta, in primis in Europa (pensiamo agli splendidi delta fluviali) e molte in Italia.

Nel Veneto accade poi un fenomeno particolare: alla scomparsa delle aree umide “naturali” si sostituiscono zone “umide” di tipo artificiale. Ci riferiamo in particolare, nelle aree di pianura, alle cave dove si scava sottofalda, e dove nascono veri e propri piccoli laghi (con medie di 20-30 ettari ciascuno), lasciati poi in abbandono (a volte usati per esercitazioni di pesca subacquea, o come luoghi di ritrovo domenicale). La cave-laghetti provocano l’abbassamento della falda acquifera, con conseguenze in tutto l’equilibrio ambientale (ma anche con squilibri nelle attività agricole).

In più si è diffuso, da qualche tempo, l’utilizzo di cave da parte di consorzi di bonifica, o per fare bacini idrici a uso serbatoio d’acqua per l’agricoltura; o per creare le cosiddette “casse di espansione”: quando i canali e fiumi, oramai irrigiditi e senza anse (grave) di sfogo in caso di alto afflusso d’acqua, quando la loro portata d’acqua crea pericolo di inondazioni, dovrebbero entrare in funzione queste cave utilizzate come “sfogo dell’acqua”, cioè come casse di espansione. Tutto questo denota che l’equilibrio dei fiumi, dei corsi d’acqua, non ha più quelli spazi naturali che aveva sempre avuto, e ha bisogno di spazi artificiali.Quello che vogliamo dire è che la distruzione progressiva delle zone umide, crea a volte la necessità di inventare “zone umide artificiali”.

Ma diamo qui seguito all’articolo sulla scomparsa di lagune e paludi.

(da “Il Corriere della Sera” del 30/1/09)

Paludi, lagune, acquitrini, specchi d’acqua grandi o temporanei, torbiere, delta fluviali. Sono le cosiddette “zone umide” e valgono un patrimonio – non solo in termini ambientali – che si sta dilapidando anno dopo anno. Nel loro insieme, svolgono importanti servizi per un valore di milioni di dollari. Sono infatti fonte e serbatoi d’acqua, depurano da fonti inquinanti, riciclano nutrienti e catturano sedimenti, aiutano a prevenire le inondazioni, proteggono le coste. Si comportano insomma come delle “spugne”, assorbono, rilasciano, regolano le acque. In occasione della giornata mondiale dedicata a queste aree, che si è celebrata il 2 febbraio, il Wwf ha reso noti i dati di un dossier che lancia un nuovo drammatico allarme.

LA LORO DISTRUZIONE – Le zone umide stanno infatti scomparendo dal pianeta. Nell’ultimo secolo circa il 60% del patrimonio mondiale è andato distrutto e ben il 90% nella sola Europa. Le cause sono tante: il 26% sono state prosciugate per far posto alle coltivazioni o per dare spazio allo sviluppo urbano. Inquinamento, costruzione di dighe, prelievo non regolamentato da sorgenti e falde, lo sfruttamento delle risorse, ha fatto il resto. Anche di recente, autunno 2008, in occasione dell’International Wetlands Conference promossa dall’ONU, 700 scienziati di 28 nazioni, hanno lanciato un appello urgente per la tutela delle zone umide. Lo stesso che è già parte di un’importante accordo internazionale sulla conservazione di questi ambienti, siglato nel 1971 a Ramsar, in Iran, la Convenzione Internazionale sulle Zone Umide, più nota proprio come Convenzione di Ramsar. Sono 158 i paesi che vi hanno aderito, 1820 le aree messe sotto protezione per una superficie complessiva di 168 milioni di ettari. La missione della convenzione è quella di conservare attivamente questi ambienti e le risorse ad essi legati.

LA LORO FUNZIONE – Nonostante occupino soltanto il 6% della superficie del pianeta, le zone umide immagazzinano il 35% del carbonio terrestre globale. Quelle che contengono torba rappresentano il più efficiente “magazzino” di carbonio tra tutti gli ecosistemi terrestri. Ne trattengono il doppio di quello presente nell’intera biomassa forestale del mondo e anche per molto tempo, al contrario delle foreste. La loro distruzione comporterebbe conseguenze gravissime. Secondo le stime attuali infatti, sarebbero circa 771 miliardi di tonnellate di gas serra (soprattutto CO2 e metano) che verrebbero rilasciate da questi ambienti se fossero bonificati, una quantità insomma pari a quella attualmente in atmosfera. Ricoprono inoltre un ruolo fondamentale nell’attenuare gli impatti da eventi climatici estremi e catastrofi naturali, come gli tsunami.

IN ITALIA – L’Italia ha perso in 2000 anni una superficie immensa di zone umide. Dei circa 3 milioni di ettari originari, all’inizio del XX secolo ne restavano 1.300.000 ettari fino a precipitare ai 300.000 ettari nel 1991. Oggi ne sopravvivono appena lo 0,2%, tra aree interne e marittime. Le cause storiche e in molti casi ancora attuali sono il prelievo incontrollato dell’acqua, l’inquinamento sia industriale che organico, la canalizzazione e altri interventi sugli habitat fluviali, la caccia – oltre all’impatto diretto, sono migliaia le tonnellate di pallini di piombo che finiscono sul terreno o negli stagni e quindi entrano a far parte delle catene alimentari – la pesca eccessiva o di frodo, l’immissione di specie esotiche a danno di quelle indigene. Poco meno del 50% delle specie di uccelli presenti, considerando sia i nidificanti che gli svernanti e le specie di passo durante le migrazioni, sono legate a zone umide, sia interne che costiere e marine. Le aree umide italiane ospitano ogni inverno oltre 1 milione di uccelli acquatici migratori provenienti dall’Europa settentrionale e dell’ex Unione Sovietica In Italia, sono presenti 50 Zone Ramsar, per una superficie complessiva di oltre 59.00 ettari.

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