Costruire in altezza? Sì, se c’è un Comittente (politico, culturale). No, se si lascia fare al libero arbitrio dei tecnici

skyscraper (grattacieli) a Poznan, città polacca nuova (e antica) tra Varsavia e Berlino
skyscraper (grattacieli) a Poznan, città polacca nuova (e antica) tra Varsavia e Berlino

VENETO COME MANHATTAN? diamo il nostro parere di geografi (è naturalmente aperta la discussione…).

Riportiamo qui un articolo apparso su “il Gazzettino” del 6 febbraio scorso, di Sergio Frigo, sul nuovo fenomeno che si sta concretizzando in Veneto (ma in tutte le città d’Europa): cioè il diffondersi di progetti di “costruzione in altezza”, di grattacieli. Progetti che spesso creano malumori e polemiche nella popolazione, non abituata a vedere (specie nei centri storici) costruzioni così visivamente “forti”.

Nell’articolo che proponiamo vi è il parere di un nostro collega geografo, Francesco Vallerani, che sostanzialmente condividiamo: lui è possibilista sul “costruire in altezza” (se l’opera è fatta con cura), basta che non interferisca con un paesaggio architettonico dove magari ci sono coni visuali mirabili (come nei centri medioevali). Pertanto è realisticamente più probabile, secondo Vallerani, che in periferia la cosa sia più fattibile: anche al posto del degrado urbanistico che caratterizza le periferie; e al posto delle villette, queste sì spreco di territorio e tra le principali generatrici di quartieri-dormitorio.

Vorremmo aggiungere alcune nostre osservazioni e proposte, prima di dar corso all’articolo e alle opinioni di vari esperti (oltre a Vallerani, Vittorio Gregotti, Pietro Valle, Flavio Albanese) tutte molto interessanti e che fanno riflettere. E subito magari aprire una discussione in questo blog con il parere di tutti quelli che vogliono dire la loro.

Secondo noi queste potrebbero essere le regole basilari per iniziare a “costruire in altezza”.

1. Che ci siano delle tipologie architettoniche, innovative e strepitose fin che si vuole (e “si deve”), ma “uniformi”, cioè condivise dalla Politica e dalla Cultura: cioè noi pensiamo che ci dev’essere un Committente autorevole (come il Principe e/o Signore del Medioevo e Rinascimento), il “Sovrano” che individua le nuove esigenze che la città deve soddisfare, e affida il compito al “tecnico”: in altre epoche Andrea Palladio, o per l’urbanistica Domenico Fontana, o Haussmann a Parigi… ora affidare il compito a una “competenza diffusa di tecnici di varia specializzazione, che lavorano nella trasformazione delle città (ingegneri, urbanisti, geografi, architetti, etc.). Adesso il compito del “Principe” (che in una democrazia partecipativa individuiamo nella Politica e nella Cultura) è dare alla “Metropolis” un contesto attivo che soddisfi le esigenze, i bisogni primari, del singolo cittadino, e sia allo stesso tempo compatibile con l’ambiente. Se invece lasciamo fare ai singoli architetti sarà un vero disastro (come hanno fatto finora; ognuno disegnerà la cosa più assurda che li viene, pur di affermare una propria gloria personale -lo dice anche, nell’articolo che proponiamo, Vittorio Gregotti-). Pertanto ci vuole un committente autorevole e con le idee chiare.

2. Che si applichino i concetti più avanzati della biocostruzione, che dovrà diventare anche “modo di essere, di esprimersi”: palazzi o grattacieli ad autosufficienza energetica, magari con materiali (non inquinanti) caratteristici del posto.

3. Che si abbandonino (finalmente) luoghi “esterni alle città” adibiti a “divertimentifici” o “aree di acquisto” (per il Veneto: centri commerciali, Veneto City, Quadrante di Tessera..), che svalutano il “vivere in città”; e provare a creare nelle città le condizioni di scambio e socializzazione che ora dà (poco) il centro commerciale (bisogna far nasce il “centro commerciale” dentro le città). E “costruzioni in altezza” potranno sorgere anche in centro storico, se belle e condivise; toglierebbero la decadenza che i nostri centri stanno inesorabilmente vivendo.

4. Costruzioni in altezza in centro (continuiamo a parlare di grandi edifici in centro storico, perché è qui il vero tema di discussione), debbono inoltre connettersi con un’urbanistica diversa: le nostre piazze sono troppo piccole; bisognerebbe che si creasse, almeno in ogni media città, una piazza “explanade”, a mo’ di spianata, adatta alla vita diurna (i mercati…) e serale-notturna (i concerti e altri modi di incontro collettivo, anche di massa).

5. Che ci sia poi la vera effettiva necessità di fare  skyscrapers (grattacieli): non che nascano per soli motivi di speculazioni finanziarie-edilizie.

6. Che si valuti, prima di tutto, il recupero dei contenitori vuoti: luoghi a volte di grande valore (magari di archeologia industriale) che i centri delle città hanno, e ora quasi sempre o sono abbandonati al degrado o vengono adibiti a edilizia speculativa (miniappartamenti etc.)

7. Che si valuti la realizzazione di parcheggi sotterranei per le auto, o mezzi di trasporto pubblico rapidi ed efficienti… cioè che il “contenitore in altezza” non diventi un ulteriore problema di ingolfamento cittadino (ma anzi agevoli l’andare verso una città meno inquinata da smog e non rumorosa)

8. Che ogni operazione di grande opera nasca con un “senso del rinnovamento” totale verso una qualità del vivere migliore; cosa ora perduta…

… insomma, ci fermiamo qui, e proponiamo l’articolo da “il Gazzettino” (sperando in una discussione proficua sull’argomento)

Da Bassano a Padova, da Verona a Jesolo, polemiche e mobilitazioni sui progetti di nuovi grattacieli che mettono in discussione modelli abitativi secolari

Veneto come Manhattan? Gli architetti si dividono

Gregotti e Valle: «Sprecano troppo spazio per servizi e collegamenti interni». Vallerani: «Bene se lontani dai centri storici»

da “il Gazzettino” del 6/2/09 – di Sergio Frigo

Dopo aver inseguito Los Angeles – la città diffusa – il Veneto del futuro assomiglierà a New York, la città verticale? La domanda è legittima di fronte al moltiplicarsi nelle nostre città di progetti di urbanizzazione che hanno al loro centro l’edificazione di veri e propri grattacieli, da 80, 100 metri, dimensioni cioè totalmente estranee alle nostre consuetudini. A Padova ha suscitato qualche polemica nel recente passato la realizzazione della torre sghemba in acciaio rosso del Net Center, progettata da Aurelio Galfetti (80 metri), ma ora si attende al varo il nuovo grattacielo di Podrecca all’ex gasometro, che sfiorerà i 100 metri. Altezza analoga avranno i due edifici progettati nell’area delle ex Cartiere di Verona, mentre sfiora i 90 metri la torre “Aquileia” di Jesolo, inserita in un “master plan” concepito da Kenzo Tange nel ’97 con altre sette costruzioni di dimensioni analoghe.
L’ultimo progetto, e anche il più contrastato, porta la firma di Paolo Portoghesi, e prevede la realizzazione di due torri alte 60 metri a sud della stazione ferroviaria della cittadina. Un’eventualità che ha già suscitato in città polemiche roventi, che hanno portato alla nascita di un’associazione ad hoc, “La Nostra Bassano”, che ha promosso un referendum sull’opera (oltre l’80% di contrari, ma i votanti sono stati solo un decimo dei bassanesi) e che ora ha presentato un ricorso al Tar. Portoghesi e gli altri progettisti che si sono trovati al centro di polemiche analoghe prima di lui (Renzo Piano a Torino, ad esempio, e Massimiliano Fuksas a Milano) rispondono che le nostre periferie urbane sono già brutte di loro, che le case singole si sono mangiate il territorio, mentre la realizzazione di grattacieli libera il suolo, lasciando spazio al verde e ai servizi; chi si oppone alle torri è vittima di pregiudizi e paure irragionevoli.
Abbiamo sottoposto la questione ad alcuni addetti ai lavori, sollecitandoli ad esprimersi anche sull’efficienza energetica dei grattacieli, rispetto alle case singole, e sulle eventuali ricadute in termini di socializzazione del vivere in queste vere e proprie città nella città.
Vittorio Gregotti è il decano degli architetti italiani, oltre che saggista e storico direttore di Casabella. Fra i suoi innumerevoli progetti il quartiere Zen a Palermo, la locale università, il municipio e il centro urbano di Nizza, il teatro di Pechino: «Qualsiasi tipologia edilizia va giudicata in rapporto ai contesti in cui viene realizzata, anche se oggi c’è il sospetto che questo conti meno, e prevalga soprattutto la grande dimensione dell’opera, che diventa un valore in sè. Gli architetti tendono ad esagerare anche quando non è necessario, per propria gloria personale. Nel caso dei grattacieli, si risparmia suolo costruendo in verticale, ma lo si consuma con i servizi che tutto questo richiede. Vale anche per l’efficienza delle costruzioni: l’uso di sistemi che trasmettono poco calore e poco freddo è possibile a qualsiasi altezza, ma nel caso del grattacielo bisogna considerare che il rapporto tra superfici che si utilizzano e gli spazi destinati a scale e ascensori è sempre penalizzante. Quanto alla socializzazione, va detto che più l’edificio è grande e più si litiga. Certo, da questo punto di vista non è che le villette siano la soluzione: rappresentato semmai il tentativo di chiudersi in se stessi per vincere la paura dell’esterno. La soluzione semmai è realizzare edifici che prevedano spazi pubblici comuni, come piazze, portici, negozi. É possibile che gli spazi comuni ci siano ormai solo dentro i centri commerciali?»
Francesco Vallerani, geografo, autore de “Il grigio oltre le siepi”: «Se realizzati con cura, i grattacieli si possono anche fare, ma tutto dipende dal contesto. La torre padovana, ad esempio, è in un’area in cui non disturba. Se guardiamo la Defense, a Parigi, è lontano dal centro e sicuramente più bella della banlieu che ha intorno. L’importante è che queste costruzioni non interferiscano con lo sky line tradizionale delle città, non disturbino i coni visuali. Quanto al suolo, ormai dalle nostre parti ce n’è ben poco da salvare. Per quanto riguarda l’impatto energetico, ci vorrebbe un tecnico di bio-architettura per rispondere, ma penso che anche un grattacielo possa essere efficiente da questo punto di vista. Peraltro l’opposizione della gente va capita: dopo vent’anni di massacro del territorio per forza è sospettosa anche nei confronti degli interventi architettonici di alta qualità. La soluzione comunque non sono certo le villette: molte sono abbandonate, i giardini singoli sono diventati un lusso che non ci possiamo più permettere, e le periferie spesso sono quartieri dormitorio, dai quali la gente fugge nei fine settimana, per riversarsi magari nei centri storici che sono gli unici a garantire il senso di appartenenza ad un’identità storica collettiva».
Pietro Valle, architetto con studi a Udine e Milano, progettista del Teatro di Vicenza e del Polo Universitario di Padova: «Il grattacielo è un edificio che spreca troppo spazio ed energia, dovendo prevedere una percentuale di scale e ascensori molto alta rispetto allo spazio effettivamente utilizzato. Questo vale anche per l’efficienza energetica, molto bassa a causa dell’eccessiva esposizione ed estensione delle facciate spreco rispetto a un edificio più basso. Non basta, quindi, risparmiare terreno spingendosi in verticale. D’altro canto nel contesto italiano non funziona nemmeno il sistema delle villette: sono uno scempio per il territorio, e poi la gente ci si trincera dentro alzando intorno recinzioni e trincee per paura dell’immigrato che viene a fare le rapine. Altro che socializzare con il vicino. In America, invece, le villette sono circondate da giardini aperti, che creano un paesaggio diverso. Ma grattacieli e villette sono, appunto, modelli americani. Accoglierli acriticamente è un segno di provincialismo, e di incapacità di inventarsi un’architettura alternativa, capace di dialogare col paesaggio. Meglio i condomini di dimensioni intermedie, ma dotati di spazi comuni (non semplici pianerottoli, ma corti, servizi comuni, porticati) dove la gente possa incontrarsi e sviluppare senso di appartenenza, e che sono anche più accessibili economicamente».

«Alla densità urbanistica deve corrispondere quella urbana: altrimenti sono come alberi senza radici»

Flavio Albanese, vicentino, è titolare col fratello dell’omonimo studio (trenta collaboratori e tre sedi, a Vicenza , Milano e Palermo) e dirige la prestigiosa rivista “Domus”.
«Non ho visto con attenzione i progetti di cui si discute – dice – ma la questione non è vedere quanto sono alti, ma cosa c’è intorno e sotto. Un edificio è come un albero, anche se è grande ma non ha radici, non resiste al vento. Il problema dunque è quale tipo di vita sociale c’è intorno, se a una grande densità urbana corrisponde anche una corrispondente densità umana: e non penso a un grande parcheggio, o peggio ancora a una grande area verde in cui la torre possa trovare sollievo; sarebbe un oggetto che si spegne il venerdi sera, e rimane silente in mezzo alla campagna. Il concetto vincente è invece la “mixitè”, che mette insieme residenza, uffici, negozi, asili, scuole, dove la gente lavora, ma anche abita, vive, piange. Il rischio è che le torri restino oggetti collocati in non luoghi spazi, non adatti a ricevere la densità umana che dia loro senso».
E il risparmio di suolo che essi garantiscono?
«Ma allora andrebbero misurati anche i metri cubi occupati al cielo, un tramonto nascosto. Dovremmo cominciare a occuparci dei sentimenti degli uomini, non solo della loro cubatura e destinazione d’uso. Ma attenzione, io non ce l’ho con i grattacieli, sono per la città densificata, non diluita».
Contro le villette?
«Appunto, sono contro natura. Sono l’effetto di una potente ondata di individualismo che ha attraversato le nostre regioni, con la gente che ha voluto riproporre brandelli di natura cinti da telecamere e autorecintati come piccole galere. E la politica non ha fatto che assecondare questa spinta, contribuendo al disastro».
La soluzione, allora?
«Sono 50 anni che facciamo immobiliare, bisogna tornare a fare architettura, nel rispetto della forma urbis preesistente e delle risorse naturali. Vale anche per la socialità: ognuno ne ha diritto, ma ognuno deve contribuirvi. Bisogna arrivare a un modello di città pensato dai cittadini: come diceva Holderlin “poeticamente abita l’uomo”, altrimenti non abita ma sopravvive».

(Sergio Frigo)

Annunci

5 thoughts on “Costruire in altezza? Sì, se c’è un Comittente (politico, culturale). No, se si lascia fare al libero arbitrio dei tecnici

  1. racheleamerini martedì 10 febbraio 2009 / 13:55

    in linea di massima condivido questa idea, per tentare di arrestare/limitare la costruzione di villette mangia-territorio. Ma, nonostante questo, sono molteplici i dubbi che mi vengono in mente: non ci siamo forse già giocati questo territorio (veneto) nel corso degli anni, tanto che ormai esso contiene troppi e troppo diversi elementi architettonici e tipologie edilizie, per permetterci di continuare ad insistere su di esso con l’inserimento di altri elementi? Gli edifici-grattacieli, maxi città dormitorio pure essi, in periferia, non rischiano di soffocare il “basso” centro cittadino. In qualche angolo di questo territorio ancora ci sono orizzonti liberi, dai quali la vista si apre sulla campagna, non rischiamo di amputarceli da soli per trapiantarli con sky line di città e minicittà? E in quale luogo un grattacielo non turberebbe lo sguardo? Non rischiamo di soffocarci?
    Forse è ora di smettere di costruire del tutto o almeno di limitarci, forse è ora di iniziare a riutilizzare e ad attribuire nuove funzioni all’esistente.

  2. albertograva martedì 10 febbraio 2009 / 17:19

    concordo con Rachele, particolarmente con la sua ultima frase, infatti trovo che per una serie di fattori (in primis la crisi economica e tutto quello che ne dipende a cascata…) ormai costruire a tutti i costi non serva più, sarebbe ora che qualcun altro provasse a seguire l’esempio di Cassinetta di Lugugnano, con un PRG a crescita 0, basato sul riutilizzo dell’esistente non sfruttato o abbandonato.
    Poi per quanto riguarda i grattacieli, beh che dire, bisogna avere buonsenso, non si può fare tutto e dappertutto…mi viene in mente l’esempio (a me vicino) di Conegliano: hanno tirato su due torri verdi con una stana copertura di barre metalliche. Queste si trovano in una zona in via di riqualificazione nelle immediate vicinanze del centro e si piazzano giusto davanti al panorama del colle di Conegliano e del suo castello per chi li osserva da sud; mi sembrano un chiaro esempio di follia architettonica portata all’estremo…

  3. paolomonegato mercoledì 11 febbraio 2009 / 15:24

    Concordo con le osservazioni di Rachele e di Alberto.
    Aggiungo due piccole osservazioni sull’articolo…
    Il discorso sul committente autorevole devo dire che mi lascia un po’ perplesso… leggendo bene capisco che intendi dire che è compito della società commissionare queste opere ma l’accostamento con Haussmann mi fa rabbrividire…. per moltissimi motivi che qui non mi dilungo a spiegarvi…
    Un altro punto che non capisco è il numero 4. Sinceramente non mi sembra che qui da noi ci sia il problema delle piazze….

  4. albertograva mercoledì 11 febbraio 2009 / 15:50

    in effetti non vedo questa necessità assoluta di grandi piazze ovunque bisogna fare sempre attenzione a dove ci si trova…molto probabilmente in alcuni casi sono ottime soluzioni…ma in altri casi potrbbero andare a interrompere una omogeneita del tessuto urbano tipica di determinati luoghi. Se si dovesse partire da zero forse il tipo di piazza descritto al punto 4 andrebbe bene…però in italia quasi mai al giorno d’oggi si parte da zero…

  5. michelecristoferi sabato 14 febbraio 2009 / 3:49

    Problema: urban sprawl/area metropolitana diffusa
    Soluzione: concentriamo molto in poco spazio

    Se la teoria corrispondesse alla pratica, la soluzione sarebbe immediata e semplice.
    Vorrei porre la questione in toni più pragmatici.

    (punto 5-6) Ben sappiamo che la speculazione edilizia non è un’eventualità, ma una consuetudine (il mattone è pure stigmatizzato nella teoria economica liberista come primaria via d’investimento). D’altronde non si spiegherebbe il perché di continui cantieri edili in compresenza di miriadi di case sfitte/disabitate.
    Conosciamo anche, o possiamo ben intuire, il potere economico che diventa pressione politica dell’attore Costruttore edile nella relazione con gli enti locali (comune, provincia, regione).

    (punto 7) Altro problema: come fai a convincere gli italiani (o i veneti, nella fattispecie) a non usare la macchina? Stessimo parlando di londinesi o berlinesi…
    Provate ad immaginare il traffico di Padova… Tizio che abita al 35° piano in via Valeri, come Caio al 34° e Sempronio al 33°, vanno a lavorare a Camin, Legnaro, Pontevigodarzere e come loro tutti gli altri abitanti del grattacielo (magari qualche fortunato lavora nel quartiere banche!)
    Se già ora gli automobilisti, nelle ore di punta, sono nevrastenici, allora inizieranno a spararsi contro.
    Risposta: potenziare servizio pubblico e bastonare l’uso dell’auto (tassa sulla circolazione intra-urbana, solo poolcar nelle ore di punta altrimenti multa, ecc). Ah, e il servizio pubblico deve esser presente anche la sera, altrimenti sta gente come può vivere la città? (come muto contenitore di robot? – come alcuni vorrebbero?)

    Concordo con i punti 2 e 3, anche se il trend della nostra società è diretto verso l’atomizzazione del bellum omnium erga omnes, piuttosto che una collettività pulsante di creazione (ma magari è solo un riflusso ciclico, spero).

    Nutro forti dubbi per quanto riguarda il punto 1. Il mecenate è una razza in via d’estinzione, se non già morta. L’illuminato danaroso, stile Bill Gates (e vabè che non è uno stinco di santo, però..), è lungi dal venire a salvarci. Chi ha la possibilità economica oggigiorno per poter farsi committente illuminato, son solo le banche (come vediamo dai vari interventi di restauro/costruzione finanziati dagli istituti di credito): ma ha senso legarsi ancor di più ad un sistema poggiato su piedi d’argilla, per poi trovarsi un domani in situazione ancor più critica?
    (e soprattutto: quando mai una banca ha lavorato per il bene pubblico e non per mero tornaconto, anche d’immagine?)

    Concludendo, il grattacielo come soluzione all’erosione di territorio mi sembra che sia un uovo di Colombo marcio. Però, se perfettamente realizzato urbanisticamente (cosa impossibile) e utilizzato cum grano salis, potrebbe risultare efficiente (vedi punto2). Anche se prediligo soluzioni di riutilizzo (punto 6) o impostazioni urbanistiche alternative (vedi quartiere S.Rita, via Facciolati, non è perfetto ma è molto meglio di tante aberrazioni urbanistiche).

    Scusate la prolissità!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...