Giornata del ricordo – la difficile area dell’ex Litorale Austriaco

istria-nel-19102

Suddivisione linguistica dell’Istria e del Quarnero in base al censimento austriaco del 1910.

██ veneto e istrioto

██ serbocroato

██ sloveno

██ istrorumeno

La foiba è un tipo di inghiottitoio naturale dalle elevate dimensioni: una delle varie specie di doline carsiche, comune appunto nella regione del Carso, regione condivisa da Italia, Slovenia e Croazia. Con il termine “foibe” si intendono le uccisioni di migliaia di cittadini italiani compiute per motivi etnico-politico alla fine (e durante) la seconda guerra mondiale in Venezia Giulia e Dalmazia; per lo più dai comunisti jugoslavi di Tito. Il 10 febbraio di ogni anno si celebra la “Giornata del ricordo” per le vittime delle foibe carsiche: il 10 febbraio del 1947 l’Italia firmò a Parigi il trattato di pace col quale rinunciava alle terre perdute istriane, fiumane, dalmate.   Pertanto questa ricorrenza si connette ai due episodi dolorosi dell’area balcanica e friulana, nell’Alto Adriatico, di quelli anni di fine e immediato dopo-guerra: i massacri di civili italiani, gettati (spesso vivi) nelle foibe; e l’esodo dall’Istria di 350mila italiani lì residenti in modo stabile da generazioni. Emblematico il fatto che lo Stato italiano pagherà i danni di guerra al nuovo stato iugoslavo dando in contropartita i beni che questi istriano-italiani avevano lasciato lì (le loro case, tutti i loro averi). Solo il 15% di quei beni sono stati indennizzati dallo Stato agli eredi di quelli esuli.    Pertanto, al massacro delle foibe, con il 10 febbraio si ricorda anche il dolore e le perdite subite da parte di tutti quelli istriano-italiani che se ne sono andati da quella terra.

Vi riportiamo qui due articoli di analisi di questo contesto, per un approfondimento storico-geografico di quest’area dell’Alto Adriatico (e delle sofferenze di chi vi ha abitato). Il secondo articolo (andando qui a presentarli a ritroso…) è del Gazzettino, e parla proprio del problema degli indennizzi agli esuli e dei rapporti fra il governo italiano e i due Stati che ora si dividono l’Istria (la Slovenia e la Croazia) (nei prossimi giorni in questo blog parleremo anche dei confini istriani rimasti difficili, conflittuali, tra questi due nuovi stati nati dalle ceneri della ex Iugoslavia). Il primo articolo che qui vi presentiamo è un’interessante e condivisibile analisi di Paolo Rumiz (apparsa su “il Piccolo di Trieste”), dove Rumiz mostra la tendenza che ora c’è a una rivisitazione della storia in quei luoghi così tragicamente di confine. La Risiera di San Sabba a Trieste (l’efferato lager nazista), le foibe (l’efferato crimine di uccisione di migliaia di civili da parte dei comunisti jugoslavo)… l’equiparazione tra le due tragiche vicende…. e gli italiani? vittime? brava gente? Leggete un po’ cosa ne pensa Paolo Rumiz.

Foibe e Risiera, la strana simmetria

Il Piccolo di Trieste, 10 feb 2009 – di Paolo Rumiz

A due settimane dal Giorno della Memoria (27 gennaio), il 10 febbraio c’è il Giorno del Ricordo dedicato agli esuli d’Istria e Dalmazia e ai morti nelle foibe. Torna con la sua carica di emozioni forti e il suo seguito di dispetti diplomatici fra Italia, Slovenia e Croazia. Ogni volta la stessa storia. Quasi un tormentone a orologeria.Come noto, per metterci una pietra sopra, Roma chiede a Lubiana e Zagabria di concordare un atto simbolico di omaggio ai due luoghi contrapposti della barbarie: le foibe appunto, e la Risiera di Trieste, unico forno crematorio nazista in terra italiana. Un doppio atto catartico, si afferma. Una contrizione equanime e simmetrica, come i due piatti di una bilancia.

Ma è qui il punto. So bene che molti non saranno d’accordo, ma a mio avviso quella tra le foibe e il Lager triestino è una falsa simmetria. Mi spiego. Noi chiediamo ai nostri vicini di riconoscere una colpa loro, e in cambio offriamo di dolerci di una colpa niente affatto nostra. La Risiera è un simbolo pesante. Ma ha un difetto: venne gestita da tedeschi, e Trieste era territorio del Reich.

È difficile che funzioni. È come saldare un debito con moneta altrui. Perché non si cerca altro? Strano che l’Italia antifascista non ci pensi. Di luoghi alternativi ce n’è d’avanzo. Per esempio l’infame e italianissimo campo di concentramento di Gonars in Friuli, dove civili sloveni e croati furono fatti morire di fame; o il villaggio di Podhum sopra Fiume, una Marzabotto firmata Italia del ‘42, con cento civili fucilati, incendio e deportazione dei sopravvissuti.

Sarebbe facile, ma temo che se le nostre controparti ci dicessero davvero “offriteci un pentimento un po’ più italiano”, saremmo colti da amnesia collettiva. Da troppi anni il Paese evita il nodo del pentimento; si genuflette ad Auschwitz ma sorvola sui delitti del Ventennio. Squalifica i liberatori, li trasforma in occupatori, minimizza quel regime che pure Fini ha dichiarato “male assoluto”, e anziché chiedere scusa si limita a costruire un’agiografia di “fascisti buoni” salvatori di ebrei, o dedica strade a propagandisti del Ventennio.

Ma questo crea un rischio concreto: che il 10 febbraio vada in collisione col 27 gennaio, o addirittura lo neghi. L’equivalenza criminale tra foibe e lager triestino sembra fatta per tirarsi dietro un’equivalenza politica: nazifascismo=comunismo, mali assoluti entrambi. Ma come possiamo sostenerlo senza negare proprio l’evento fondativo del Giorno della Memoria, e cioè che il 27 gennaio a entrare ad Auschwitz fu l’Armata Rossa?

Non basta. Il 10 febbraio lascia intendere che pure noi italiani abbiamo avuto la nostra Shoah. Le nostre vittime, si dice, furono “martiri”. Ma il termine indica l’accettazione della morte in nome di un’idea, cosa che non fu, tanto è vero che non viene applicato nemmeno ai morti di Auschwitz. Difendere questa parola non rischia di sminuire l’orrore incommensurabile dell’Olocausto?

Da noi tutto è soggetto a lifting, dalla faccia dei primi ministri alle leggi finanziarie: figurarsi il Ventennio. In questa cosmesi Trieste ha una funzione-chiave. Qui i liberatori dell’Est e dell’Ovest andarono a scontrarsi e la ferocia vendicativa dei primi si scatenò come sappiamo. Ciò ne fa una piazza irrinunciabile per la Destra. Il posto ideale per equiparare i partigiani ai briganti e riciclare i fascisti come difensori della frontiera minacciata dal comunismo.

Ma se questo è il fine, allora il 10 febbraio e il 27 gennaio rischiano entrambi di svuotarsi di senso e ridursi a un’autoassoluzione. In fondo la colpa dei forni crematori è tedesca, quella delle foibe slava, e dunque possiamo sempre concludere: innocenti noi, barbari loro. Deponiamo corone d’alloro e torniamo a casa contenti di essere stati, ancora una volta, italiani “brava gente”.

Pensiamoci un attimo. Siamo l’unica nazione europea che ha ben due giorni dedicati alla Memoria. E siamo anche gli unici a servircene non tanto per chiedere scusa quanto per esigere scuse da altri. Ma allora a che serve questo nostro 10 febbraio? A celebrare morti e confortare profughi, come è doveroso, oppure ad assolvere gli stessi squadristi che plaudirono alle leggi razziali?

L’Italia ignora che quelle leggi furono proclamate settant’anni fa proprio a Trieste ed ebbero un tragico preludio nella repressione contro sloveni e croati fin dal 1920, con diciotto (!) anni di anticipo sulla Notte dei Cristalli. E pochi sanno che i “nostri” ebrei furono portati a morire sulla base di liste tutte italiane, accuratamente redatte nel ’39 dall’ufficio “anagrafe e razza”. Perché non lo si dice chiaro?

Perché quel giorno infausto, di cui è appena trascorso il settantesimo anniversario, è stato ricordato in tono minore? Perché non s’è detto chiaro che quel tragico annuncio in piazza Unità ebbe in risposta non un silenzio attonito ma sette – ripeto, sette – ovazioni? C’è chi dice che le leggi razziste dipesero dall’influenza tedesca, ma Mussolini fu esemplarmente chiaro: “Coloro i quali credono che noi abbiamo obbedito a imitazioni – disse – sono poveri deficienti cui non sappiamo se dirigere disprezzo o pietà”.

Oggi in Italia si bruciano barboni, le ronde vanno a caccia di “musi neri”, nelle banlieues è scattata l’emergenza etnica, la presidenza del consiglio invece di unire il Paese lo spacca drammaticamente. Lo stesso Fini e parte della Destra sono preoccupati. Ma non è proprio questo che li dovrebbe obbligare a tener desta la memoria per evitare derive balcaniche al Paese? I Balcani non sono forse una tragedia etnica costruita sul cattivo uso della memoria?

Invece l’antislavismo resta un pregiudizio vivo a Nordest, e Trieste continua a essere un tappo formidabile sulla Ostpolitik italiana. Il Muro è caduto vent’anni fa, il confine con la Slovenia è caduto, ma la “svendita dell’italianità” è ancora il termine insultante con il quale certa nostra imprenditoria, per invocare protezionismi, bolla in nome della patria ogni tentativo di accordo di frontiera, lasciando così in apnea il porto di Trieste.

Non si capisce una cosa ovvia. La potenza tedesca si basa su un pilastro: l’aver chiesto scusa. È questo che ha dato credibilità all’espansione economica di Berlino a Oriente. Noi – che con tutta evidenza ci siamo macchiati di colpe minori – non l’abbiamo fatto, con la conseguenza che l’allargamento dell’Unione europea a Est va a due velocità. A Nord arriva alle porte di Pietroburgo; a Sud non arriva a Punta Salvore.

Lo chiamano ricordo, ma quante rimozioni! Non si dice che nel ’19, dopo i bei Ragazzi del Novantanove, sulla frontiera arrivarono uomini neri a portare arroganza, sopraffazione e morte. Si omette che decine di migliaia di austriaci se ne andarono da Trieste a guerra finita perché l’Italia aveva chiuso le loro scuole, dopo che Vienna aveva lasciato fiorire la lingua italiana.

Si dice che Trieste fu “redenta”, ma non aveva nulla da cui redimersi. Il porto funzionava, Vienna investiva cifre enormi nello sviluppo, la rete ferroviaria era al top. Il fascismo invece castigò l’Adriatico: la flotta passò al Tirreno e Genova con Napoli saldarano il conto della sconfitta navale di Lissa, inflitta 50 anni prima dagli istro-dalmati sotto il vessillo dell’aquila bicipite.

Perché oggi si dedicano discorsi persino ai papalini uccisi a Porta Pia, ma non agli istriani, dalmati, goriziani e triestini che morirono sul fronte russo per obbedire al loro imperatore? Per essi nemmeno un fiore sui Carpazi. Vanno dimenticati solo perché disturbano l’immagine di Trieste italianissima? Quanta storia inghiottita da un buco nero.

Giampaolo Pansa fa le pulci alla Resistenza. Benissimo. La storia va sviscerata senza paura. Il problema è che pochi fanno le pulci al fascismo. Chi parla delle repressioni nella Trieste operaia, degli assalti agli sloveni e della loro lingua negata? Chi dei cognomi italianizzati in massa, o dei lager del Duce dove tanti bambini stranieri morirono di stenti tra il ’41 e il ’43? Silenzio indecente su tutto, anche sui 300 criminali di guerra mai passati in giudicato, o sugli squadristi riabilitati nel dopoguerra.

È dal ’45 che la Destra persegue coerentemente questa rilettura. Ora ha in gran parte raggiunto il suo obiettivo. A furia di insistere ha ottenuto di fissare il Giorno del Ricordo al 10 febbraio, data del “tradimento” (il trattato di pace che ha ceduto terre a Tito) che mi pare scelta apposta per fomentare revanscismi. Nulla è più pertinace della memoria dei Vinti.

Il risultato è che oggi l’Italia accetta di celebrare le foibe evocando solo la barbarie slava e ignorando quella italiana. Onestà vorrebbe che nel gioco delle scuse incrociate si sostituisse la falsa simmetria con una simmetria autentica. Solo così il dopoguerra, a mio avviso, potrà dirsi finito sulla frontiera. Senza onestà la memoria resta zoppa, e il giorno del Ricordo potrà creare tensioni ancora a lungo. A meno che non sia proprio questo che si vuole. 

Paolo Rumiz

Gli esuli d’Italia: “Ridateci quel che era nostro”

il Gazzettino del 10 febr. 2009 – di  Maurizio Bait

La fiumana dolente di uomini, donne e bambini arrivava al confine di terra con la nuova, più piccola Italia uscita a pezzi dalla guerra. Trieste, la cara Trieste, era il primo pezzo di quella Patria che simboleggiava la salvezza dall’oppressione etnica. Su carri e carretti stavano ammassati corredi, testiere di letto e grandi “stramazzi” piegati, assieme ai bimbi più piccoli e ai preziosi animali da cortile. Si andava ai campi profughi, si era esuli d’Italia. Dinnanzi si stagliava l’angoscia di un ignoto futuro, alle spalle si abbandonavano per sempre il cuore, la casa, i morti.
Gli istriani, i fiumani e i dalmati lasciavano il Litorale che era stato Austria italiana, era diventato costa orientale d’Italia ed era ora territorio della nuova, vincitrice e sovrana Jugoslavia. Il 10 febbraio 1947, la data del Giorno del ricordo, l’Italia firmò a Parigi il trattato di pace col quale faceva eterna rinuncia alle terre perdute. Per l’ultima volta, il 20 marzo di quell’anno, il fumaiolo della motonave Toscana listò a lutto il cielo di Pola salpando con l’ennesimo carico di cittadini che se ne andavano. In tutto, compresi i 50mila partiti dalla Zona B dopo il Memorandum di Londra del 1954, sarebbero stati 350mila. Ma già nella sola Pola furono allora 30mila.
All’orrore della guerra e alla tragedia dell’esodo si era aggiunta, nella primavera del ’45, la barbarie delle foibe carsiche, dove vennero precipitati molti italiani, spesso vivi e legati col fil di ferro l’uno all’altro. I più non erano collusi con il regime appena abbattuto. Erano colpevoli soltanto della propria etnia, spesso convinti antifascisti che proprio nei giorni della sognata liberazione conobbero altri, sanguinari aguzzini.
La questione è fatta di memoria, pietà, e volontà di riconciliazione. È vero, dopo le aspre polemiche di un anno fa, ora fra Roma e Zagabria spira il vento dell’amicizia. Un vento che arriva a Bruxelles e che porta la prossima adesione di Zagabria all’Unione. Una cerimonia con i Capi di Stato italiano, croato e sloveno è però di difficile prefigurazione: in queste settimane, infatti, il nuovo presidente della Slovenia Danilo Türk ha affermato senza giri di parole che il suo Paese non avverte la necessità di riconciliarsi, poiché la riconciliazione è già avvenuta da tempo nei fatti: adesione a Nato ed Europa comunitaria, entrata nell’Eurozona e ancor nell’area Schengen con la dissoluzione della vecchia, traumatica frontiera. Sullo sfondo, dai Paesi sorti dalle ceneri jugoslave si rafforza la richiesta che gli italiani riportino alla coscienza nazionale gli orrori fascisti nei Balcani.
Ma esiste un altro capitolo sempre aperto, insieme difficile e imbarazzante per tutti, Italia compresa: riguarda gli indennizzi agli esuli e ai loro eredi. Tito, il carismatico leader della guerra partigiana divenuto presidente jugoslavo, nello stesso anno della rottura con Stalin, il 1948, calcolò i danni di guerra da addebitare all’Italia. Ma fece un patto con Roma: non chiese una lira e si tenne i beni abbandonati dagli esuli. «L’Italia uscita dalla guerra accettò – ricorda Massimiliano Lacota, presidente dell’Unione degli istriani – e con ciò si accollò l’onere di rimborsare».
Lacota ha quantificato in circa 6 miliardi di euro la massa del valore dei beni lasciati “di là”, ma «in 60 anni soltanto il 15 per cento è stato rimborsato dal Governo». Giusto la scorsa settimana, l’Unione degli istriani ha consegnato al sottosegretario Gianni Letta un dossier aggiornato all’ottobre scorso con 1.411 beni immobili abbandonati dagli esuli nell’attuale territorio croato, in buone condizioni e liberi da vincoli di sorta. «Sono di proprietà dello Stato o dei Comuni – spiega il presidente – ma erano nostri. Per lo più si trovano a Buie, Grisignana e Umago, altri a Cittanova e Verteneglio. Ce ne sarebbero oltre 3mila, ma le altre case sono in cattivo stato e non più abitabili».
Gli esuli e i loro eredi chiedono ora, in forma organizzata, che Roma tratti con Zagabria, sebbene la Farnesina non intenda farne terreno di pressione o di condizionamento nel contesto dell’adesione al Club dei 27, come ha chiarito il ministro Franco Frattini proprio nella capitale croata. «Non pretendiamo la luna – allarga le braccia Lacota – ma vorremmo che almeno una buona parte di queste case tornassero ai vecchi proprietari».
Intanto oggi è la giornata dell’anniversario e della commemorazione. Così si moltiplicano le dichiarazioni, come quella del rettore dell’Università di Padova, Vincenzo Milanesi: «Tutti i morti sono eguali – scrive – e meritano uguale rispetto. La storia va letta per quello che è, i fatti vanno ricostruiti per quello che sono stati. Non sono più accettabili omissioni o silenzi su errori o su responsabilità di singoli o di gruppi».
Al Quirinale il Presidente Giorgio Napolitano conferirà stamane 34 medaglie ad altrettanti parenti di italiani morti nelle foibe, altre 10 saranno invece consegnate a Trieste dal prefetto. A Montecitorio, nella Sala della Lupa, si terrà la lettura teatrale del testo “Quell’enorme lapide bianca”, dialogo privato fra due amici, uno italiano e l’altro sloveno, cresciuti insieme nell’Istria prima del dramma. Nell’occasione, parlerà il presidente della Camera Gianfranco Fini.
A Trieste alle 10, al monumento nazionale della Foiba di Basovizza, sarà officiata una Messa e parleranno le autorità davanti a 200 ragazzi delle scuole. Iniziative anche in Consiglio regionale, mentre alle 17.30, al Teatro Verdi, l’Orchestra filarmonica e il Coro del teatro terranno un concerto su pagine verdiane che parlano di Patria, costrizione e nostalgia. A chiudere sarà il “Va pensiero”.

Maurizio Bait

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3 thoughts on “Giornata del ricordo – la difficile area dell’ex Litorale Austriaco

  1. paolomonegato mercoledì 11 febbraio 2009 / 16:58

    Innanzitutto segnalo questo articolo di Osservatorio sui Balcani che parla di come viene vissuto il giorno del ricordo oltreconfine….

    Ora veniamo all’articolo… L’analisi di Rumiz è condivisibile il ricordo non può essere parziale. La lista degli antefatti è lunghissima… L’incendio del Narodni Dom a Trieste (era la sede delle organizzazioni culturali slovene… quindi il fatto ha un grande significato simbolico), la morte di Lojze Bratuž, i campi di Gonars e Rab, l’eccidio di Podhum (ci son passato una volta ed ho visto il monumento in memoria della strage)…..
    Per chi volesse documentarsi un po’ consiglio un documentario della BBC dal titolo “Fascist Legacy” (è stato tradotto anche in italiano ed i diritti sono in mano alla RAI dal lontano 1991… chissà perché non lo hanno mai fatto vedere… forse anche per le stesse ragioni per cui non è legalmente possibile far vedere nei cinema italiani il film “Il leone del deserto”), il documentario parla anche di altre zone del mondo come il Corno d’Africa (con tanto di bombardamenti all’iprite su ospedali della croce rossa)… Se fate qualche ricerca sul web trovate qualche spezzone…

    Con questo non voglio certo ridimensionare la tragedia delle foibe e dell’esodo degli istriani e dei dalmati. Voglio solo dire che sono stanco della storia manipolata a proprio piacimento dai governi. Il ricordo non può essere parziale altrimenti non serve a niente (e qui mi riferisco anche all’altra giornata dove spesso ci si dimentica degli altri morti… non ho mai sentito parlare di porrajmos in tv e non si ricorda abbastanza un’atrocità come il programma T4….)

    Devo dire però che ho qualche perplessità sull’utilità delle giornate del ricordo/memoria… ricordare per un solo giorno sembra quasi un dimenticare durante gli altri 364 (e la lista delle cose da ricordare sarebbe lunghissima forse un anno non basterebbe… dal genocidio degli abitanti originari delle americhe, a quello degli armeni alle bombe atomiche… )

  2. Marko domenica 11 luglio 2010 / 14:13

    Signori, nel leggere tanti forum via web, non riesco a capire perchè tutto questo accanimento nei confronti dei popoli jugosavi da parte del occidente intero. I croati, semplcemente scesi al mare il che è loro diritto, semplicemente abitano la loro patria, costa adriatica orientale, danno luogo al loro paese chiamandolo Croazia. 70 anni che Istria è sotto il governo di Zagabria ove sia la Repubblica socialista di Croazia che la Croazia odierna hanno investito e cosruito tutto. Non riesco capire cosa ce di male. Fatta l’Italia fatti gli Italiani fatta la Croazia fatti i Croati.
    Dove sta scritto che la cultura italiana è superiore a quella Croata?
    La Croazia a me piace, è un bel paese.

  3. Enrico De Cristofaro domenica 31 ottobre 2010 / 1:10

    Navigando nella “rete” mi sono imbattuto nell’articolo di Paolo Rumiz.
    Avendo io all’epoca vissuto direttamente i fatti della frontiera orientale, vorrei esporre il mio punto di vista, con tutto il rispetto per l’autore, al quale ovviamente non ho nulla da insegnare.
    Sono molti gli argomenti toccati, con taglio politico- giornalistico, e quindi con inevitabili semplificazioni (non è una critica al sig. Rumiz, perché questo è il giornalismo).
    Ma poiché l’informazione viene essenzialmente dai giornali, in nome di questa stessa semplificazione le tristi vicende delle Foibe e dell’Esodo sono state per oltre cinquant’anni (lo spazio di due generazioni) dimenticate, rimosse. Se i giornali e tutto il resto dell’informazione, in tutti questi anni, non avessero operato questa gigantesca rimozione, probabilmente della giornata del ricordo non ci sarebbe stata alcuna necessità.
    Quando poi è arrivato il momento degli storici, i fatti della Venezia Giulia sono riemersi in tutta la loro realtà, mettendo a nudo la desolante dimenticanza ed il devastante vuoto storico che si era determinato.
    Intendiamoci, nessun profugo vuole scuse (a cosa servirebbero?). Ma i profughi giustamente pretendono che si sappia che l’Italia la guerra l’ha persa, e che qualcuno ha pagato. E quelli che hanno pagato il prezzo più alto sono stati i profughi della Venezia Giulia.
    Hanno pagato con i loro beni abbandonati, che lo Stato italiano ha arbitrariamente utilizzato per pagare i danni di guerra alla Jugoslavia, in aperta violazione delle disposizioni del Trattato di Pace del 1947, e rendendo così il loro esodo irreversibile. Hanno pagato con lo sradicamento e la cacciata dalle loro case, dai loro paesi, dai loro morti.
    Di questi fatti, purtroppo, ancora oggi la maggioranza degli italiani ne è completamente all’oscuro, e questa è una grande ingiustizia, un’altra tragedia morale del nostro popolo.

    Per il resto il dott. Rumiz deve prendere atto che l’analisi storica è diversa dal giornalismo. Nessuno vuole giustificare il fascismo, che rimane un totalitarismo da condannare senza riserve. Ma i fatti del confine orientale, sono molto complessi, e le colpe del nazifascismo si incrociano e si fondano inevitabilmente con quelle del comunismo. Questi sono i totalitarismi, orribili regimi destinati sempre a scontrasi. Le catastrofi e i crimini della 2° guerra mondiale, sono la somma dei crimini dei totalitarismi del ventesimo secolo che, oltre tutto, nello scenario di guerra della Venezia Giulia erano tragicamente presenti tutti e tre. Perciò come la realtà storica ci insegna, è impossibile fare confronti tra questi orribili sistemi, ed è impossibile salvarne uno e condannare solo gli altri.

    Inoltre, la vicenda delle foibe e dell’Esodo si aggiunge, e non si contrappone, alla vicenda dell’Olocausto, né il ricordo dell’una, quando è sincero ed autentico, offusca quello dell’altra. Molti ebrei sono finiti in foiba e molti sono dovuti fuggire insieme ad altri italiani, dal violento regime di Tito.

    Infine, le diatribe sulle strumentalizzazioni che si fanno a Trieste, come in qualunque altra parte d’Italia, non possono riguardare il giorno del ricordo.
    Il ricordo del 10 febbraio non è una questione politica (invece qui in Italia tutto viene rivoltato in politica e strumentalizzato), ma una questione di giustizia, di onestà morale, e di indispensabile ricostruzione di una storia che appartiene a tutti gli italiani.

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