Iran: l’equilibrio della pace mondiale passa di lì (e forse ci sono speranze concrete)

295px-iran_map Vi invitiamo a leggere qui di seguito l’articolo di un giornalista britannico, Christopher De Bellaigue, corrispondente dell’ Economist da Teheran. Articolo che abbiamo ripreso dall’ultimo numero del settimanale “Internazionale“, giornale questo che dà una panoramica di grande rilievo su quello che c’è di meglio nell’informazione mondiale.    Perché è importante quel che accade adesso in Iran? Perché l’invasione di Gaza, a fine dicembre e gennaio, da parte di Israele si diceva che era rivolta, più che contro Hamas, nei confronti dell’Iran?… Si tratta dell’equilibrio del Medio Oriente, area strategica mondiale che influenza con le sue difficoltà di convivenza tutto il pianeta.    Se volete capire la situazione attuale dell’Iran (economica, politica, delle aspettative della popolazione e delle gerarchie), e delle ripercussioni (positive o negative) che ci possono essere nel resto del mondo, l’articolo di Christopher De Bellaigue dà un quadro di grande analisi e chiarezza.    L’Iran vive diverse contraddizioni: ha una guida spiritual-politica non democratica ma basata su un’impostazione teocratica (Khamenei, successore di Komeini); e ha contemporaneamente un presidente eletto democraticamente che dura in carica quattro anni, e non può essere eletto più di due volte (e Ahmadinejad in giugno dovrà sostenere davanti al popolo la seconda possibile elezione). L’Iran vive un parziale fallimento delle sua economia (l’articolo spiega bene il perché, comunque il motivo principale è la dipendenza troppo forte dalle esportazioni di petrolio). E l’Iran, nei suoi proclami bellicosi verso Israele (in un contesto politico basato -nei trent’anni di questo regime degli ayatollah-  su un antiamericanismo viscerale), ora si trova di fronte un interlocutore statunitense disposto a ragionare con lui (a dare un peso politico all’Iran nel quadro mediorientale), cioè la nuova amministrazione americana “Obama” (Bush si era sempre rifiutato di dialogare con Teheran).    Ma vi diciamo queste cose, come introduzione al bell’articolo che vi proponiamo, per cercare di intendere l’importanza del dialogo positivo con questo paese, che finora ha rappresentato (e di per sè rappresenta ancora) l’ala fortemente integralista del mondo musulmano, e che può diventare, nei prossimi mesi, un “qualcosa di diverso”, agevolando la risoluzione di tanti dolorosi conflitti che ci sono in tante parti del pianeta.

TEHERAN BLUES

Nel corso degli ultimi dieci anni, con il prezzo del grezzo che stabiliva di continuo nuovi record e i profitti dei grandi esportatori di petrolio che salivano alle stelle, l’Iran è riuscito a resistere a tutti gli attacchi della comunità internazionale. Gorge W. Bush lo ha incluso tra i paesi che fanno parte dell’ “asse del male” e poi ha invaso i paesi confinanti. Nel 2006, cedendo alle pressioni degli Stati Uniti e dei loro alleati, il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha imposto a Teheran pesanti sanzioni economiche per convincerlo a interrompere il programma nucleare.

Ma niente di tutto questo ha intaccato il senso di invulnerabilità degli iraniani. Il disastro in Iraq e in Afghanistan ha dissuaso definitivamente Bush dall’attaccare anche l’Iran. Gli statunitensi sono stati perfino costretti a chiedere la collaborazione di Teheran (che in alcuni casi gliel’ha concessa). Le sanzioni decise per impedire all’Iran di entrare in possesso di materiale nucleare non hanno avuto nessun effetto. Il paese ha continuato a guadagnare grandi somme grazie al petrolio: 47 miliardi di dollari nel 2005, 58 nel 2006, 70 nel 2007. Mentre Baghdad e Kabul soffrivano, Teheran si arricchiva e una nuova borghesia, ormai libera dal rigore rivoluzionario, scopriva il consumismo. All’apparenza oggi tutto va bene. Il panorama della zona settentrionale della città, quella più ricca, è frastagliato dalle intelaiature d’acciaio dei grattacieli che stanno sorgendo al posto delle vecchie ville. Nei bazar del centro di Teheran, il cuore dell’economia commerciale iraniana, può capitare di vedere perfino i facchini con un cerotto sul naso, a testimonianza della mania degli iraniani per l’estetica, una mania che non è solo della borghesia.

Ma non tutto è come sembra. I lavori di costruzione di centinaia di palazzi sono stati interrotti. Altri procedono a rilento. I commercianti si lamentano del calo delle vendite, E anche per i chirurghi plastici gli affari non vanno bene.

Quando l’anno scorso è scoppiata la crisi finanziaria mondiale, il presidente Mahmoud Ahmadinejad ha affermato che l’economia iraniana non sarebbe stata colpita perché poteva contare su un forte mercato interno. E anche perché, nonostante il suo coinvolgimento nel commercio internazionale (l’Iran è il secondo esportatore al mondo di petrolio tra i paesi dell’Opec e un forte importatore di generi alimentari, beni di consumo e materiali da costruzione), il paese non è del tutto integrato nel sistema economico globale.

Fatta eccezione per il settore del petrolio e del gas, l’Iran attira pochi investimenti stranieri, e l’economia è essenzialmente basata sulle transazioni in contanti, non sui debiti personali o sugli strumenti speculativi che hanno provocato tanti danni in occidente. Ma ormai è evidente che agli occhi dei sostenitori del governo che l’Iran è in gravi difficoltà economiche. La colpa è dell’uso sconsiderato che Ahmadinejad ha fatto dei ricavi del petrolio ma anche dell’assenza di un piano per affrontare l’inevitabile fine di tanta abbondanza.

Nel 2005, quando Ahmadinejad ha preso il posto del leader religioso riformista Muhammad Khatami, che aveva concluso i due mandati consecutivi consentiti dalla legge, l’economia era stagnante ma in buona salute. Khatami aveva attinto a piene mani alle riserve accumulate grazie alla vendita del greggio, il cosiddetto Fondo di stabilizzazione del petrolio, ma il suo governo aveva anche fatto qualche timido tentativo per rendere l’economia più indipendente dall’oro nero e incoraggiare gli iraniani, abituati a speculare sugli immobili, a investire i loro riyal nel settore industriale. Ahmadinejad piaceva soprattutto a quegli iraniani che si sentivano esclusi dal boom di Khatami o che consideravano questo boom come uno scivolamento verso il nichilismo occidentale.

Un leader popolare

Ahmadinejad è stato eletto non solo per la sua religiosità e per il suo stile di vita semplice, ma anche perché aveva promesso di distribuire i ricavi del petrolio alla popolazione. E appena eletto lo ha fatto. Attraverso un sistema bancario controllato dallo stato ha concesso prestiti per l’equivalente di miliardi di dollari ai giovani, alle coppie appena sposate e ai piccoli commercianti. Mentre girava per il paese, accolto entusiasticamente dai poveri, prometteva miliardi per costruire infrastrutture e creare posti di lavoro. E per finanziare tanta generosità usava i profitti sempre maggiori del petrolio. Secondo i dati della banca centrale iraniana, negli ultimi tre anni il governo ha speso 130 miliardi di dollari guadagnati con il petrolio, mentre in otto anni Khatami ne aveva spesi solo 97.

Importanti economisti e leader politici dell’opposizione hanno spesso lanciato l’allarme sulle conseguenze delle scelte di Ahmadinejad, e ormai è evidente che avevano ragione. Nel 2005 l’inflazione superava di poco il 10 per cento, oggi sfiora il 30. Il potere d’acquisto degli iraniani si è decisamente ridimensionato, in particolare nel settore immobiliare e in quello dei generi alimentari, dove l’inflazione è ancora più alta (anche la decisione del presidente di ridurre gli aiuti all’industria petrolifera, appoggiata da molti economisti ortodossi, ha inciso sull’inflazione). La scelta politica di concedere mutui a chiunque volesse comprare una casa ha provocato una bolla immobiliare che è scoppiata nell’aututnno del 2008, mettendo nei guai chi non era più in grado di pagare le rate. I crediti erogati e non ancora restituiti sono molto aumentati da quando è andato al potere Ahmadinejad e oggi costituiscono circa il 20 per cento dell’indebitamento delle banche. Per la prima volta negli ultimi dieci anni, la borghesia è meno ricca. I prezzi di carne, frutta e verdura sono saliti alle stelle: gli iraniani possono a malapena permettersi il loro piatto tradizionale a base di stufato di carne e riso allo zafferano. I pistacchi, che un tempo erano sempre presenti nelle case della borghesia, sono diventati un lusso. “Offrire un pasto decente a tutta la famiglia oggi costa cento dollari”, brontola unnegoziante del bazar di Teheran, “e per chi guadagna 400 dollari al mese, che è già uno stipendio discreto, è troppo. Se si accetta un invito di oslito bisogna restituire la cortesia. Così nessuno si fa più invitare a cena”.

Crisi globale

Ahmadinejad non è riuscito a diversificare l’economia, un obiettivo che qualunque governo – indipendentemente dal suo orientamento politico – avrebbe dovuto realizzare. Al contrario, sostiene Said Leylaz, uno degli economisti più critici verso il governo, la dipendenza del bilancio iraniano dalle entrate del greggio è aumentata di sette volte da quando è al potere Ahmadinejad. Il recente crollo del prezzo del petrolio, dai quasi 150 dollari al barile della scorsa estate ai 35 di metà gennaio, sta ricordando agli iraniani che non sono immuni dalle crisi economiche del resto del mondo.

Ahmadinejad non è d’accordo: non c’è motivo per cui “un iraniano dovrebbe prendersi l’influenza se qualcuno in occidente starnutisce”. Il presidente sostiene di essere in grado di governare senza problemi anche se il prezzo dovesse scendere a cinque dollari al barile. Il Fondo Monetario internazionale non è tanto sicuro: ad agosto aveva affermato che se il prezzo del petrolio fosse sceso sotto i 75 dollari al barile, l’Iran si sarebbe trovato ad affrontare un deficit “insostenibile”.

Il Fondo di stabilizzazione è stato creato proprio per affrontare periodi di crisi come questo. Ma dopo essere stato ripetutamente saccheggiato, il Fondo è quasi vuoto. Anche se il prezzo del petrolio smetterà di scendere, inevitabilmente nel 2009 il tasso di disoccupazione salirà, l’inflazione rimarrà alta, e aumenterà lo scontento popolare che a ottobre ha spinto molti negozianti del bazar ad abbassare le saracinesche per protesta contro un progetto di introduzione dell’iva (il governo ha subito fatto marcia indietro e i negozi sono stati riaperti).

Secondo l’ex governatore della banca centrale iraniana Tahmasab Mazaheri, sono in arrivo tempi duri. Il mondi si chiede se la crisi economica indebolirà la capacità dell’Iran di resistere alle pressioni internazionali contro il suo programma nucleare. E’ un paradosso: gli iraniani hanno smesso di sentirsi inattaccabili proprio alla fine della presidenza Bush, quando quella sensazione avrebbe dovuto rafforzarsi. L’ultima volta che il crollo del prezzo del petrolio è coinciso con un periodo difficile è stato durante la guerra contro Saddam Hussein, negli anni ottanta. Nel 1988 una serie di problemi economici e militari costrinse l’ayatollah Khomeini, il primo capo supremo dell’Iran rivoluzionario, ad accettare il cessate il fuoco con l’Iraq o, come disse lui, a bere “l’amaro calice”. Oggi gli avversari dell’Iran in giro per il mondo sperano che i leader religiosi cedano di nuovo.

Anniversario difficile

Quest’anno ricorre il trentesimo anniversario della rivoluzione che cacciò lo scià e trasformò l’Iran in una repubblica islamica: un ibrido politico – in parte teocrazia, in parte democrazia – molto reistente. L’Iran ha sviluppato un doppio sistema politico in cui il leader supremo, l’ayatollah Ali Khamenei, non può essere messo in discussione, mentre altrecariche politiche, come il presidente e i parlamentari, sono elette a suffragio universale.

Il 12 giugno Ahmadinejad si candiderà per il secondo mandato, e il suo principale avversario potrebbe essere di nuovo Muhammad Khatami, il riformista che gli ha ceduto il posto nel 2005.

Potrebbe essere un anno pericoloso per l’Iran. Alcuni analisti temono che la guerra a Gaza e le accuse ad Hamas di essere al servizio di Teheran siano un preludio a un attacco contro i siti nucleari iraniani accertati o presunti. A Natanz, nella zona centrale del paese, gli iraniani stanno realizzando uranio a basso arricchimento, adatto per la produzione di elettricità. Ma entro il 2010 potrebbero essere in grado di produrre un tipo di uranio diverso e in quantità sufficiente a fabbricare una bomba. Gli iraniani insistono a dire che a loro interessa solo l’elettricità, e un rapporto dei servizi segreti americani pubblicato nel 2007 fa pensare che abbiano abbandonato la ricerca sulle armi atomiche già da quattro anni. Questa indagine sembra sia stata condotta per togliere a Bush qualsiasi pretesto per attaccare l’Iran, ma i suoi risultati sono stati ignorati dall’amministrazione e dagli alleati europei, secondo cui l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) deve convincersi che l’Iran sta lavorando alla realizzazione di armi atomiche. L’Aiea non è in grado di accertarlo perché l’Iran lascia entrare gli ispettori solo nei siti nucleari dichiarati e non negli impianti sospettati di condurre ricerche a scopo bellico.

La speranza Obama

Dal 2002, quando sono emerse nuove e sorprendenti informazioni sul programma iraniano, le ambizioni nucleari del paese preoccupano la comunità internazionale. Lusingato dall’attenzione del mondo, l’Iran ha diligentemente rafforzato le sue alleanze con gli sciiti iracheni, libanesi e afgani, e oggi si considera, a ragione, una potenza regionale. Grazie al nucleare, gli iraniani potrebbero scavalcare i loro vicini mediorientali e sfidare Israele – che finora è stata l’unica potenza atomica della regione – su un piano diparità. Questo cambierebbe lo scenario mediorientale e aumenterebbe il prestigio dell’Iran tra i milioni di musulmani irritati dalla collaborazione dei loro governi con gli Stati Uniti.

Non è detto che l’arrivo di Barack Obama rappresenti il cambiamento che molti si aspettano. Il nuovo presidente statunitense vuole rafforzare i rapporti diplomatici con la Repubblica islamica, è sempre stato contrario all’invasione dell’Iraq e condivide il nome di Hussein con il più amato degli imam sciiti. Ma Obama potrebbe trovare più comodo mantenere una posizione rigida e le pressioni economiche che ha ereditato dall’amministrazione precedente. L’ambasciatore statunitense presso l’Aiea prevede che ci saranno pochi cambiamenti nell’atteggiamento di Washington verso il programma nucleare iraniano. Questo fa pensare che, anche se continueranno i negoziati, gli Stati Uniti e l’Unione europea faranno anche del loro meglio per garantire che l’Iran rimanga economicamente isolato.

Le pressioni americane hanno già convinto altri paesi a non trattare con le banche iraniane. Le linee di credito internazionali delle società iraniane sono state bloccate e molte aziende a partecipazione statunitense sono state dissuase dal fare affari con l’Iran. E’ stata anche avanzata la proposta di imporre delle limitazioni alla vendita di derivati del petrolio all’Iran, che è costretto a importarli perché i suoi impianti di raffinazione sono insufficienti. Ma l’Iran di oggi non è quello della fine del 2001. All’epoca, la reazione degli Stati Uniti all’11 settembre allarmò anche i religiosi più intransigenti convincendoli a eliminare il grido “morte all’America” dalle preghiere del venerdì. Teheran si fece in quattro per aiutare i servizi segreti statunitensi durante l’attacco americano all’Afghanistan. Voleva evitare di provocare gli Stati Uniti e, subito dopo l’invasione dell’Iraq, cercò di allentare la tensione. La richiesta principale era che Washington dichiarasse pubblicamente di non voler rovesciare il regime iraniano. Secondi i funzionari statunitensi che erano al corrente della proposta, l’Iran sembrava disposto a ridurre i contatti con gruppi armati come Hamas ed Hezbollah. L’amministrazione Bush non si prese neanche il fastidio di rispondere.

Ora che la politica estera statunitense sta cambiando, l’Iran non teme pù di essere invaso e non passa giorno senza che i suoi leader militari mettano in guardia Israele sulla sconfitta umiliante che subirebbe se osasse attaccarli. Nell’eventualità di un negoziato bilaterale, l’Iran chiederebbe sicuramente agli Stati Uniti di modificare il loro atteggiamento indulgente nei confronti di Israele. Inoltre chiederebbe a Washington di ridurre la presenza militare nel golfo Persico. L’Iran non supplica più: ora pretende che il suo nuovo status di potenza regionale venga riconosciuto. I quotidiani di Teheran si sono affretati a criticare la nomina di Hillary Clinton a segretario di stato, perché temono che l’amministrazione Obama riproporrà la stessa politica filoisraeliana del passato. E l’Iran ha usato il massacro di Gaza per moltiplicare le sue accuse contro Israele, i suoi alleati occidentali e quei governi arabi che, a suo avviso, hanno assistito con indifferenza alla sofferenza dei palestinesi.

Un alleato prezioso

Se Obama vuole davvero migliorare i rapporti con l’Iran, dovrebbe dichiarare di non volere interferire in nessun modo negli affari interni del paese. Poi dovrebbe coinvolgere Teheran nei colloqui sull’Iraq e sull’Afghanistan, riconoscendo così il suo ruolo di potenza regionale. Ma soprattutto dovrebbe riprendere il tentativo di favorire un accordo tra arabi e israeliani. Con l’inizio di un solido processo di pace e un imminente ritiro degli Stati Uniti dall’Iraq, gli iraniani avrebbero meno motivi per essere arrabbiati.

Probabilmente Obama e i suoi collaboratori voglio aspettare i risultati delle elezioni presidenziali di giugno prima di decidere come impostare i negoziati. Ma sarebbe un errore, perché nessun presidente iraniano, compreso Ahmadinejad, ha mai controllato la politica estera e quella nucleare. Nella repubblica islamica, costruita sull’antiamericanismo, il delicato compito di trattare con gli Stati Uniti spetta all’establishment non eletto, rappresentato dalla guida suprema Ali Khamenei, successore di Khomeini, e da una ristretta cerchia di alti funzionari, religiosi e militari. Questo gruppo di potere rimarrà invariato qualunque sia il risultato delle elezioni.

Inoltre l’atmosfera della campagna elettorale potrebbe rivelarsi troppo turbolenta per ricalibrare i rapporti. La polizia e la milizia Basij, un’organizzazione paramilitare di cui fanno parte cinque milioni di persone, hanno già organizzato grandi dimostrazioni di forza nelle strade di Teheran, per scoraggiare chiunque cerchi di disturbare la cupa tranquillità del paese. L’establishment conservatore, sebbene deluso da Ahmadinejad, ha montato una campagna giornalistica per denigrare Khatami, che è piuttosto popolare nonostante il fallimento del suo movimento di riforma. I conservatori ricordano la presidenza di Khatami come il più pericoloso attacco alla loro ideologia e ai loro privilegi dalla nascita della repubblica, e non vogliono che si ripeta.

Nel 2005 sono stati i voti dei Basij, indottrinati da persone molto vicine alla guida suprema, a determinare l’elezione di Ahmadinejad. A quattro anni di distanza, gli elogi che Khamenei riservala governo fanno pensare che il presidente abbia ancora il suo appoggio. Ora che ha perso il sostegno di altri settori dell’establishment, Ahmadinejad ha bisogno di Khamenei quanto degli iraniani poveri che hanno votato per lui quattro anni fa.

Anche se non riscuote le simpatie della borghesia metropolitana, sia per la sua stravagante politica estera sia per le sue scelte economiche, Ahmadinejad è ancora popolare tra gli iraniani più poveri, colpiti dal fatto che il presidente non è mai stato accusato di corruzione, cosa piuttosto rara nella vita politica iraniana, e che la posizione dell’Iran nel mondo è più forte oggi che nel 2005. Il presidente calcola che un’ultima ondata di aiuti ai poveri gli garantirà la rielezione, ma a giugno l’economia potrebbe essere peggiorata ulteriormente. Una crisi metterebbe in pericolo anche il piano di Khamenei di trasformare l’Iran in una potenza atomica. E questo, a sua volta, potrebbe convincerlo a ritirare il suo sostegno al presidente.

Nel frattempo, presi in contropiede dall’ascesa dell’Iran, gli esperti di politica estera di Washington hanno rinunciato alla loro impostazione massimalista. L’ex agente della Cia Robert Baer ha perfino sostenuto che l’Iran non è più un stato basato sull’ideologia, e quindi potrebbe diventare l’alleato naturale degli Stati Uniti in medio Oriente. Forse quest’ipotesi non convincerà i cauti diplomatici che circondano Obama. Ma indica che nella mente di qualcuno sta maturando quest’idea: la linea di Bush nei confronti dell’Iran non ha funzionato. Proprio come tutta la politica americana in Medio Oriente.

(Christopher de Bellaigue, giornalista britannico, corrispondente dell’Economist da Teheran) (traduzione e pubblicazione ripresa dall’ultimo numero del settimanale “Internazionale”)

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