Privatizzare l’uso e la gestione dell’Acqua? No, perché è un “bene collettivo” (ma la Comunità non deve sprecarlo)

fiumi2004

Acqua, bene comune prezioso (tra inquinamenti, sprechi e rischi di privatizzazione).

Cosa pensiamo della privatizzazione dell’acqua? Cioè del dare completamente in gestione acquedotti ed altre forme di raccolta e distribuzione delle risorse idriche a società private?

Pensiamo che non deve accadere.

Sia chiaro. Molto spesso gestioni privatistiche di servizi pubblici (sotto l’attento controllo pubblico) funzionano molto meglio di altre gestite da “mano pubblica” (e a guadagnarne è il cittadino).

Ma ci sono dei “beni collettivi” particolari, strategici, che sono un “diritto naturale” di tutti, e la società nel suo complesso non può farli mancare a nessuno (a prescindere che una persona sia insolvente, cioè non paghi la bolletta, perché povero o per altri motivi). Questo non vuol dire che non ci possano essere sanzioni per chi dolosamente spreca questo bene prezioso e limitato. E’ in ogni caso necessario che si gestisca e distribuisca il “bene acqua” anche a prescindere dal fatto che in certe situazioni possa essere “antieconomica” (cioè che i costi superino i ricavi).

Ci può essere il caso che a una gestione privata non convenga “portare l’acquedotto” in un posto lontano, isolato, con poche abitazioni. E qui sta il punto: la Comunità deve assumersi l’onere di un servizio “che non sempre si ripaga” con la tariffa applicata ai cittadini.

Facciamo un esempio di altro genere. Se voi doveste sostenere, per le ferrovie (che in parte può essere la stessa cosa), il costo di costruzione della rete ferroviaria, ripartito (ammortizzato) nel vostro biglietto, per tutti i passeggeri usufruenti di quella linea in tot anni, in un determinato tragitto (ipotizziamo da Venezia a Milano), forse 200 euro per compiere il viaggio in quella tratta non vi basterebbero (di sola andata).    Ci sono servizi che inevitabilmente prescindono l’equilibrio del rapporto costi-ricavi (e anche della possibile insolvenza del fruitore). E, come nel caso dell’acqua, essa è pure un “bene comune collettivo” connaturato all’individuo, che è diritto (come l’aria che respiriamo) inalienabile a tutti. E anche per questo la Comunità deve però impegnarsi ad un uso razionale, senza inquinamenti e senza sprechi.

E il discorso è anche prettamente ripreso dalle teorie economiche. Secondo la classica definizione dell’economista inglese Samuelson (formulata nel 1954) due caratteristiche distinguono, dal punto di vista economico, i beni pubblici (che noi chiamiamo qui “collettivi”) (come l’acqua) dai beni privati: i beni pubblici possono essere simultaneamente fruiti da più individui (principio della “non rivalità” nella fruizione) e nessun individuo può essere escluso dal loro utilizzo (principio della “non escludibilità” dalla fruizione).

Partendo pertanto dal considerare “bene di tutti” l’Acqua, è da capire quello che non va nel suo utilizzo poco razionale. Per questo riportiamo qui un molto interessante articolo de “il sole 24 ore” sulla situazione italiana “dell’acqua”, cioè dei corsi idrici, sia naturali che artificiali, della situazione degli acquedotti, dei consumi pro-capite.

Il 50% dell’acqua in Italia è utilizzata per fini agricoli, il 36% per usi industriali, il 14% per usi civili. Ognuno di questi tre settori è portato ad avere grossi sprechi: secondo gli esperti il consumo pro-capite è di più di 200 litri al giorno; e potrebbe ridursi, con un uso razionale e virtuoso, a non più di 60 litri al giorno. Gli acquedotti (molti costruiti venti, trent’anni fa in cemento-amianto…) perdono quantità enormi d’acqua (anche la metà). L’agricoltura chimica è più che mai “assetata” d’acqua (nel biologico si arriva a consumare anche cinque volte di meno)… Ma vi invitiamo a leggere l’articolo de “il sole 24 ore”.


Acqua: l’Italia lontana dagli obiettivi Ue

Risanare tutti i fiumi e i bacini idrici italiani entro il 2016. Rinnovare le infrastrutture di distribuzione dell’acqua. Selezionare le colture agricole in modo da ottenere il miglior risultato con la minor irrigazione possibile. E soprattutto ripensare l’uso dell’acqua nella vita e nelle case degli italiani.
Sono queste le sfide che ci attendono nel 2009 e negli anni a venire per migliorare la gestione delle risorse idriche italiane all’insegna di una reale sostenibilità, ambientale ed economica. Stando ai dati Ispra (l’Istituto superiore di protezione e ricerca ambientale), ogni anno in Italia si consumano 53 miliardi di litri cubi d’acqua; il 50% circa è destinato al l’agricoltura, il 36% all’industria e il restante 14% è consumato per usi civili.
«La situazione è molto diversa per ciascuno di questi tre settori» commenta Roberto Passino, presidente del Comitato per la vigilanza sull’uso delle risorse idriche (Coviri). «L’uso d’acqua a fini industriali è quello per il quale si registra la minor percentuale di sprechi. L’acqua ha un suo prezzo e l’ottimizzazione dei costi è da sempre parte della cultura industriale. I singoli imprenditori, inoltre, sono direttamente responsabili dell’utilizzo delle risorse idriche».
Gli altri due settori, tuttavia, non sono caratterizzati da comportamenti altrettanto virtuosi. «In entrambi i casi – osserva Passino – manca un sistema di sanzioni che punisca i comportamenti scorretti, e non sono previsti incentivi per chi invece adotta pratiche virtuose». La maggior parte dei canali irrigui, denuncia il presidente, «è priva di manutenzione da decenni e la responsabilità è delle Regioni»; allo stesso modo, la rete di distribuzione dell’acqua nelle abitazioni civili è piagata da «perdite e infrastrutture obsolete», per via di investimenti insufficienti da parte dei gestori.
La soluzione proposta da Passino è semplice: «Introdurre un sistema di controlli che attribuisca i finanziamenti pubblici soltanto agli operatori che mostrino di aver fatto buon uso di quelli passati, o che nei casi più gravi chieda la retrocessione dei fondi già assegnati».
Quantificare gli sprechi è tutt’altro che semplice, ma in ambito domestico è sufficiente pensare che gli italiani consumano in media 200 litri d’acqua al giorno pro capite. «La cifra è tanto più impressionante se si considera che con i dovuti accorgimenti, mantenendo invariato il livello di comfort, potremmo abbattere i consumi da 200 a 60 litri d’acqua», afferma Giulio Conte, tra i soci fondatori del Centro italiano per la riqualificazione fluviale (Cirf) e autore del libro «Nuvole e sciacquoni».
Il primo passo per raggiungere questo obiettivo, osserva ancora Conte, consiste nel «ripensare un modello urbano e domestico adottato a metà del l’Ottocento e dato per scontato da allora». In particolare, rileva l’esperto, «bisognerebbe distinguere tra gli usi che facciamo dell’acqua in casa, riutilizzando ad esempio quella con la quale abbiamo lavato la frutta per riempire lo scarico del bagno». Contemporaneamente, sarebbe opportuna l’adozione di un sistema fognario che «divida razionalmente i liquami in modo da poterne utilizzare alcuni come fertilizzanti naturali, con un effetto positivo sia sulla gestione delle risorse idriche sia sui costi agricoli».
Misure necessarie, che non possono però essere pienamente efficaci a meno che non siano abbinate alla cura e al risanamento dei numerosi fiumi e laghi che attraversano il territorio nazionale.
In quest’ambito, il giusto sprone viene dalla direttiva-quadro comunitaria 60 del 2000, che fissa al 2016 un obiettivo ambizioso: depurare le acque sino a portare i parametri ambientali a un livello “buono”.
Carlo Ottavi, dirigente del servizio monitoraggio acque interne dell’Istituto superiore protezione e ricerca ambientale (Ispra), osserva come a oggi «il 5% dei siti, tra fiumi e laghi, sono in uno stato ecologico ottimo, il 38% in uno stato buono, il 35% è sufficiente, il 16% scarso e il rimanente 6% versa in condizioni pessime».
Gli obiettivi, quindi, sono forse ancora lontani, ma tutt’altro che irrealistici. «Sono essenzialmente le Regioni a doversi impegnare – ricorda Ottavi  – attraverso le Agenzie per l’ambiente». In questo scenario, non mancano gli esempi virtuosi: «Le regioni che dispongono di risorse maggiori da dedicare all’ambiente, come l’Emilia Romagna, il Piemonte o il Friuli, hanno delle Agenzie che sono veri e propri punti di riferimento anche a livello comunitario». Il risultato? «La situazione dei fiumi, oggi, è senz’altro migliore rispetto a quella di dieci anni fa, ed è probabile che migliori ancora di qui al 2016».
Non altrettanto ottimistiche le osservazioni di Legambiente, che da anni monitora la qualità delle nostre acque: «La lotta all’inquinamento – rilevano dall’associazione ambientalista – ha dato dei risultati soprattutto sul fronte delle zone balneabili marittime. I fiumi, però, versano ancora in cattive condizioni, soprattutto a livello delle foci, mentre la bonifica dei laghi è ferma ai livelli degli anni 80». Secondo gli esperti di Legambiente, potremo raggiungere gli obiettivi europei «solo con i giusti investimenti per rinnovare fognature e depuratori».

Andrea Curiat – “il sole 24 ore” del 27/1/09

Se vi interessa saperne di più sul movimento che si oppone alla “privatizzazione dell’acqua”, andate al sito www.acquabenecomune.org

Istat - Acqua erogata pro-capite per bacino idrografico (litri/abitante per giorno)
Istat - Acqua erogata pro-capite per bacino idrografico (litri/abitante per giorno)

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