L’Afghanistan aspetta uno proposta di sviluppo: per sconfiggere i talebani (e l’integralismo)

caos-asia-copertina Vi proponiamo qui un interessante articolo di un giornalista pachistano, Ahmed Rashid, scritto per il giornale “The National” pubblicato negli Emirati Arabi Uniti, e che il settimanale italiano Internazionale ha ripreso e tradotto. Ahmed Rashid ha pure scritto un importante libro (Caos Asia) pubblicato in Italia dalla Feltrinelli (qui di fianco vedete la copertina). E l’articolo che qui di seguito vi proponiamo è importante per capire quanto l’Occidente (in primis gli Stati Uniti) ora “si giocano”, come nel rapporto con l’Iran, la possibilità di una pace mondiale; il crearsi di una condizione di maggiore serenità rispetto agli anni dopo l’11 settembre 2001. Non fatevi ingannare dal titolo (Il cimitero degli imperi). Se è pur vero che Obama, con l’intenzione di rafforzare la presenza americana in Afghanistan con altri 30.000 soldati, rischia un nuovo Vietnam, in effetti, secondo Ahmed Rashid, forse potrebbe crearsi una situazione favorevole a un contesto di pace.    Gli afghani non amano proprio un ritorno al regime dei talebani. E se è pur vero che la corruzione dell’attuale governo afgano (appoggiato dagli americani) è nota a tutti (e lo stesso presidente Karzai la ammette), è anche vero che la popolazione sente una necessità di equilibrio e rinnovamento: che non può che venire solo attraverso un progetto di sviluppo e ricostruzione del paese (che gli americani e gli europei non hanno saputo fare finora).     Prima, dal 1979, con l’invasione sovietica, c’è stato un tentativo di imporre una modernizzazione (di tipo comunista) del tutto estranea al modo di vita degli afghani. Poi, con l’arrivo degli americani dopo l’11 settembre, il regime talebano è stato sì in parte confinato (ora si sta riprendendo il paese: anche per questo Obama manda più truppe…) ma, appunto, è mancato ancora un progetto di sviluppo confacente a quella popolazione. Pertanto, in questa fase delicata, l’Afghanistan è un punto focale dell’equilibrio mondiale: che potrà essere “del terrore”, ma che può divenire (e il contesto, da come lo mette Ahmed Rashid, è più che mai favorevole) di pace e maggiore serenità.     af-map1Allora Vi invitiamo a leggere questo articolo secondo noi di grande interesse per capire la situazione geopolitica internazione.

IL CIMITERO DEGLI IMPERI

(ripreso e tradotto dal settimanale Internazionale, di Ahmed Rashid del “The National” (Emirati Arabi))

La mattina del 28 dicembre 1979 ero nel bazar principale di Kandahar, città del sud dell’Afghanistan. Era una bella mattinata invernale, l’aria era frizzante, il sole luminoso e il cielo azzurro. Il bazar era pieno di rumori, voci e movimento. Poco prima avevo sentito il World service della Bbc dare notizie confuse di un colpo di stato avvenuto la sera prima a Kabul, dove era stato deposto il presidente Hazifullah Amin. Improvvisamente, verso metà mattinata, sentii un rombo che sembrava uscire dal sottosuolo. Dall’asfalto si alzarono nuvole di polvere e le persone cominciarono a gridare che era un terremoto. I primi carri armati entrarono con noncuranza nel bazar e si fermarono, i portelli si aprirono e i giovani soldati sovietici, poco più che adolescenti, saltarono giù con in mano i loro mitra a canna corta. Impolverati, stanchi e indolenziti, andarono lentamente verso una bancarella e ordinarono tazze di tè verde bollente. Li osservammo in assoluto silenzio. I soldati e i poliziotti afgani non opposero nessuna resistenza. In poco tempo centinaia di soldati sovietici invasero il bazar, e una folla sempre più numerosa di afgani cominciò a guardarli come se fossero arrivati dalla luna. Il paese era abituato alle bande di hippy, ma nessun afgano aveva mai visto uno straniero armato dai tempi dei britannici, più di un secolo prima.

Nel giro di pochi minuti tremava tutta la strada, e il rombo era diventato un ruggito che soffocava le grida. In lontananza vedemmo una lunga fila di carri armati, blindati e camion sovietici che imboccavano la strada principale e si avvicinava ai negozi. Dopo aver attraversato il confine a Kushka, nel Turkmenistan sovietico, i russi avevano percorso più di seicento chilometri lungo la strada che avevano costruito negli anni sessanta, passando per Herat fino a Kandahar.

Ogni afgano adulto ricorda dov’era e cosa stava facendo quando vide il primo soldato russo n quel dicembre del 1979. Io lo ricordo chiaramente. Nel bazar di Kandahar cadde il silenzio. Tutto successe al rallentatore. Terrorizzati, gli afgani strinsero le buste della spesa e rimasero immobili. Alcune donne sollevarono il burqa dal viso per vedere meglio. Qualche decina di anni dopo, quando gli Stati Uniti hanno attaccato l’Afghanistan, i soldati statunitensi impegnati a terra erano talmente pochi che la maggior parte degli afgani non ne ha visto neanche uno.

Obiettivi mancati

Da quando la prima bomba è stata sganciata sull’Afghanistan, il 7 ottobre 2001, molti studiosi e molti giornalisti hanno profetizzato che anche gli statunitensi, come i sovietici, avrebbero fatto un buco nell’acqua in quello che molti chiamano il cimitero degli imperi. Adesso che Barack Obama ha ribadito l’intenzione di inviare altri trentamila soldati, quei profeti hanno ricominciato a dire che l’Afghanistan è un buco nero fatto di tribù ingovernabili, che ha un territorio inaccessibile, dove è impossibile vincere una guerra. Ma è sbagliato confrontare l’invasione statunitense con quella russa, come spiega Gregory Feifer nella sua nuova e affascinante storia della guerra sovietica intitolata The great gamble: i sovietici non avevano nessun sostegno né all’interno né all’esterno quando arrivarono con i loro carri armati per appoggiare l’impopolare governo comunista,andato al potere con un colpo di stato nell’aprile del 1978.

Il loro esercito era senza mezzi e impreparato di fronte alle difficili condizioni del paese. I soldati uccisero e mutilarono civili invece di conquistarne il rispetto e la fiducia. Finché i mujahidin mantenevano i loro rifugi in Pakistan (dove venivano riarmati e finanziati dalla Cia e dove potevano reclutare uomini tra i rifugiati afgani – i sovietici non potevano vincere).

Feifer, un corrispondente da Mosca della National public radio, ha ritrovato alcuni vecchi documenti del Cremlino. Ha parlato con gli ufficiali che progettarono l’intervento e con i soldati che furono mandati a combattere. E ha potuto ricostruire come fu condotta e persa la guerra. Anche se non paragona i sovietici agli statunitensi, è impossibile leggere il suo libro senza pensare alla reazione degli afgani davanti ai loro nuovi invasori. Sia i sovietici sia gli americani hanno cercato di ricostruire l’Afghanistan a loro immagine e somiglianza. Né gli uni né gli altri ci sono riusciti, ma gli statunitensi hanno ancora qualche probabilità di successo.

Il Consiglio di sicurezza dell’Onu condannò l’occupazione sovietica dell’Afghanistan per tutti i nove anni della sua durata. L’attacco americano, invece, è sostenuto dalla comunità internazionale. Anche molti afgani sono stati favorevoli al rovesciamento del regime dei taliban, perché gli era stato promesso che gli Stati Uniti e la comunità internazionale avrebbero ricostruito il paese e migliorato la vita della popolazione.

Dopo la caduta dei taliban è stato creato un nuovo governo ad interim guidato da Hamid Garzai, che per qualche anno ha avuto il sostegno della popolazione. Nel 2004 le elezioni presidenziali e politiche hanno confermato il nuovo sistema. Eppure, otto anni dopo l’invasione statunitense, i taliban hanno ripreso forza e sono ormai arrivati alla periferia di Kabul. E non sono stati realizzati né gli obiettivi americani né le speranze afgane.

Qualche settimana dopo l’11 settembre il segretario della difesa Donald Rumsfeld mandò un gruppo di generali a Mosca per parlare con alcuni alti ufficiali sovietici della loro esperienza in Afghanistan. I russi sconsigliarono gli statunitensi di provare a conquistare e occupare il paese, e meno che mai di governarlo. Il loro suggerimento fu uno solo: “Sconfiggete Al Qaeda e andatevene”.

Mentre Washington si preparava alla guerra, esperti e commentatori evocavano la sconfitta dei sovietici in Afghanistan e scrivevano saggi sulla resistenza afgana a qualsiasi invasore da Alessandro Magno in poi. Alla fine, Rumsfeld e il capo della Cia Gorge Tenet decisero di rischiare. Mandarono seicento uomini, berretti verdi e agenti della Cia con molti dollari a disposizione. Con l’aiuto dell’aviazione mobilitarono la resistenza antitaliban guidata dall’Alleanza del nord, ottenendo una vittoria rapida sui taliban e Al Qaeda. Ma non li sconfissero del tutto. Oggi gli afgani pagano il rifiuto di Rumsfeld di lanciare un’offensiva di terra contro i taliban e stabilizzare le città principali. Un errore che il segretario alla difesa ha ripetuto in Iraq.

I militari statunitensi impegnati in Afghanistan avevano chiesto a Washington di mandare altre truppe per bloccare la fuga dei leader taliban e di Al Qaeda in Pakistan. Ma Rumsfeld, già occupato a programmare la guerra in Iraq, era deciso a non usare le forze che gli servivano per attaccare Baghdad. Perciò rispose ai militari presenti in Afghanistan di collaborare con i signori della guerra, che furono pagati profumatamente per bloccare le vie di fuga dei taliban e degli uomini di Al Qaeda. Dopo aver preso quei soldi furono ben felici di accettarne altri dai taliban e da Al Qaeda per lasciarli passare.

La politica della terra bruciata

L’amministrazione Bush ha sbagliato, ma in modo diverso dai sovietici. Impegnata ad attaccare Saddam Hussein, tra il 2001 e il 2004 Washington non ha elaborato nessuna strategia per ricostruire l’Afghanistan e garantire la sicurezza ai suoi cittadini dopo il regime dei taliban. Gli americani hanno ignorato il movimento taliban che stava risorgendo al sicuro nei rifugi pachistani. Invece hanno versato 12 miliardi di dollari all’ex presedente pachistano Pervez Musharraf, che aveva un duplice obiettivo: dare la caccia ad Al Qaeda e aiutare segretamente i taliban.

I sovietici, al contrario, avevano un progetto: volevano trasformare un paese conservatore, prevalentemente agricolo, sottosviluppato e multietnico in un moderno stato comunista. Citavano la rapida diffusione del comunismo negli stati dell’Europa orientale, non accorgendosi che nel 1979 in quegli stati il comunismo era già in crisi, e presto sarebbe crollato anche in Unione Sovietica. A Kabul i russi costruirono fabbriche per creare una classe operaia che avrebbe portato avanti la rivoluzione, imposero riforme agrarie per ridare le terre ai contadini, promossero l’istruzione di massa e la parità dei diritti per le donne, non diedero nessuna importanza alla religione islamica e portarono migliaia di afgani in Unione Sovietica per trasformarli in funzionari marxisti.

Ma fallirono, perché avevano occupato l’Afghanistan senza l’appoggio della comunità internazionale e degli altri stati della regione, e senza un vero sostegno all’interno del paese.

I comunisti afgani erano un gruppo di ideologi litigiosi e violenti, che pensavano solo a imitare l’Unione Sovietica, e non a formulare un progetto di graduale modernizzazione del paese. Un progetto che non fosse troppo comunista e non mettesse in discussione codici religiosi, feudali e tribali veramente importanti per la popolazione. La riforma agraria, invece, mobilitò i proprietari terrieri e i capoclan contro il regime, mentre i contadini morivano di fame perché non avevano né gli strumenti né i soldi da investire nei loro nuovi terreni. I mullah respinsero l’idea delle scuole miste per bambine e bambini e le bruciarono, accusando i comunisti di non rispettare l’islam. Le fabbriche non avevano materie prime né mercati dove vendere i loro prodotti. Imitando rozzamente l’Unione Sovietica, i comunisti afgani s’impiccarono da soli.

Per sconfiggere i mujahidin l’esercito sovietico applicò la politica della terra bruciata. Nel 1989, quando i russi si ritirarono, erano morti un milione e mezzo di afgani e cinque milioni di persone avevano cercato rifugio in Pakistan e in Iran. Il paese era in rovina e i suoi cittadini affrontavano una catastrofe umanitaria. Era sparito perfino quel poco di strutture statali esistenti prima del 1979. La strada alla guerra civile, che avrebbe portato i taliban al potere nel settembre del 1996, era stata aperta. Nel 2001 gli afgani accolsero con gioia la fine degli orrori commessi dal regime taliban. Le loro aspettative erano enormi: dopo 23 anni di guerra, speravano che la loro vita sarebbe migliorata, che il paese sarebbe stato ricostruito, che i loro figli sarebbero andati a scuola e avrebbero avuto un’assistenza sanitaria. Speravano che sarebbero tornate la stabilità e la sicurezza e che sarebbe stato ridimensionato il ruolo delle armi e dei signori della guerra.

Ma per Washington l’Afghanistan era diventato solo il campo di un’operazione di contenimento: la vera guerra si era spostata in Iraq. Gli americani non hanno mandato soldati sufficienti per garantire la sicurezza. Anche dopo l’invio di altre truppe e altri aiuti, nel 2004 i militari americani hanno commesso una serie di gravi errori strategici nella loro battaglia contro gli insorti. Eppure ancora oggi molti afgani continuano ad approvare la presenza statunitense. Si aggrappano alla speranza che finché resteranno gli americani, c’è qualche possibilità che il loro paese sia ricostruito.

Il fattore pachistano

Rispetto all’esercito americano, quello sovietico era un’armata da terzo mondo. Feifer descrive la terribile esperienza dei soldati sovietici, che subirono maltrattamenti e stupri. Erano privi di equipaggiamento e di veicoli moderni, di vestiti pesanti, di cibo e di acqua e commettevano piccoli furti per sopravvivere. I russi entrarono in Afghanistan usando la tattica elaborata per rispondere a un eventuale attacco di un esercito europeo della Nato. I soldati mandati da Mosca impiegarono cinque anni per imparare i principi della guerriglia. Combatterono i mujahidin usando una potenza di fuoco eccessiva (artiglieria, bombardamenti aerei) e distruggendo case e villaggi per privarli di copertura. Ho visto villaggi pacifici rasi al suolo, e campi coperti di sale o minati per fare in modo che non ci crescesse più nulla.

Invece di vincere la resistenza, queste azioni ingrossarono le file dei mujahidin. L’esercito afgano fu decimato dalle diserzioni, dalle ribellioni contro gli ufficiali sovietici e dalle terribili condizione di vita, riducendosi da 90mila a 30mila uomini solo nel primo anno dopo l’invasione sovietica.

Anche l’esercito statunitense e la Nato hanno usato una potenza di fuoco eccessiva per compensare la scarsità di soldati. I loro bombardamenti aerei hanno ucciso migliaia di civili suscitando aspre critiche da parte di Karzai. Ma le tattiche di controinsurrezione introdotte in Iraq e rapidamente importate in Afghanistan hanno dato anche risultati positivi. E nelle 34 province del paese sono state create le Squadre di ricostruzione provinciale: sono gruppi di soldati americani e della Nato aiutati da civili, che hanno ottenuti modesti successi in piccoli progetti di ricostruzione e nell’addestramento dei soldati e dei poliziotti afgani. Gli americani, però, devono affrontare lo stesso problema dei russi: la presenza di rifugi oltrefrontiera, dove i guerriglieri possono andare a nascondersi. Negli anni ottanta, il Pakistan era considerato uno stato cuscinetto e ottenne miliardi di dollari di aiuti. Ma fece anche arrivare in segreto armi e denaro ai mujahidin. I potenti servizi segreti pachistani (Isi) hanno praticamente gestito la guerra, distribuendo il frutto della generosità occidentale agli afgani, progettando battaglie e campagne, reclutando e addestrando guerriglieri. Per tutti gli anni novanta, il Pakistan ha appoggiato diversi signori della guerra afgani pashtun. Alla fine Islamabad li ha convinti a sostenere i taliban, i cui leader sono ancora rifugiati in Pakistan, insieme agli uomini di Al Qaeda.

Barack Obama si è impegnato a ritirare le truppe americane dall’Iraq e a intensificare l’impegno in Afghanistan. Non ha ancora spiegato i dettagli della sua strategia, ma sembra aver capito che servono due cose: un surge a tutto campo che vada oltre l’invio di nuove truppe, unito a una nuova strategia di sviluppo e ricostruzione, per garantire la sicurezza dei civili; e un’iniziativa diplomatica di tutti i vicini dell’Afghanistan, che stabilizzi il paese e impedisca ai taliban di rifugiarsi in Pakistan. Obama ha nominato come inviato speciale nella regione un diplomatico esperto come Richard Holbrooke, e a incominciato a rimproverare il governo di Garzai per la corruzione e il traffico di droga.

L’amministrazione Bush non ha avuto una strategia per l’Afghanistan e i suoi vicini, e Obama non vuole ripetere l’errore. Nel frattempo, però, la situazione in Pakistan è peggiorata per diversi motivi: l’ascesa dei taliban pachistani, le tensioni con l’India aggravate dagli attentati di Mumbai, l’insurrezione in Beluchistan e la grave spaccatura tra il governo e il potentissimo esercito. Paradossalmente, dunque, l’Afghanistan è un pericolo minore per l’America: i taliban, anche se temuti, non piacciono alla popolazione, e il paese può essere stabilizzato inviando denaro e truppe e promuovendo un adeguato piano di ricostruzione e di rafforzamento delle istituzioni.

Una nuova vita

Secondo Feifer non è impossibile ricostruire l’Afghanistan e trasformarlo in uno stato sicuro e stabile. I sovietici non ci sono riusciti perché hanno cercato di applicare un modello che non aveva niente a che vedere con la natura e le tradizioni del popolo afgano. Anche gli americani finora hanno fallito, soprattutto perché non hanno impegnato risorse sufficienti per conquistarsi le simpatie della popolazione e sconfiggere i taliban. Ma non è ancora troppo tardi per invertire la rotta: la maggior parte della popolazione afgana non vuole vedere tornare i taliban. La loro forza oggi è dovuta alla paura e all’intimidazione, e all’incapacità del governo di Kabul di garantire la sicurezza e lo sviluppo economico. Molti taliban sono impegnati a rispondere alle esigenze della popolazione locale. Forse gli americani e il governo afgano dovrebbero provare ad aprire il dialogo con loro offrendo un’amnistia. In Afghanistan è possibile vincere, ma la forza militare da sola non basta. Bisogna dare alla popolazione quello che le era stato promesso dopo l’11 settembre: una nuova vita.

(Ahmed Rashid, The National, Emirati Arabi – ripreso e tradotto da Internazionale)

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