La nuova base Nato di Vicenza – Dal Molin: pro e contro – quale futuro sviluppo per una città ricca, bella e di grande storia?

area della nuova base Nato di Vicenza
area della nuova base Nato di Vicenza

La questione dell’allargamento della base statunitense “Carlo Ederle”, presente a Vicenza dal secondo dopoguerra, nell’area dell’aeroporto “Tommaso Dal Molin”, già sede di una base Nato e ora anche dell’aeroporto civile cittadino, sta animando il mondo politico vicentino e l’opinione pubblica.   Fin dal sorgere del caso, in modo naturale e spontaneo, sono sorti sostanzialmente due schieramenti contrapposti, uno a favore dell’insediamento, l’altro contrario. In questo contesto la Chiesa vicentina ha preso una posizione bivalente (“bisogna ascoltare le motivazioni della popolazione che si oppone”, pur non opponendosi al progetto). L’elezione del sindaco (lo scorso anno) è stata fondamentalmente influenzata da questo fatto, e probabilmente non a caso l’allora opposizione di centro-sinistra (venuta incontro seppur moderatamente alle ragioni del no) ha vinto le elezioni.    Sostanzialmente, osservando dall’esterno, sembra che l’opposizione alla nuova base Nato, nel corso del tempo, sia cresciuta rispetto agli entusiasmi di chi era favorevole all’inizio (ma il movimento del sì è ben presente ancora). Entusiasmi iniziali di tanti favorevoli che si basavano essenzialmente sul fatto che la maggiore presenza di militari e strutture Nato a Vicenza, avrebbero portato ricchezza.    Qui di seguito diamo conto del placet definitivo del Governo (in un articolo del 21 febbraio scorso de “il Gazzettino”), e poi delle ragioni dei SI e del NO, come si sono formulate all’inizio di questa vicenda (nel 2006) (riportiamo due interviste realizzate nel febbraio 2007 da “La Voce dei Berici” a quelli che allora erano i due leader dei due comitati contrapposti (per il “sì” e per il “no”).      Se interessa quel che noi, di “Geograficamente” pensiamo della vicenda, vista appunto dal nostro osservatorio, dai modi che ci sono più propri, ebbene va detto che ci ha un po’ impressionato che una città ricca e prospera come Vicenza (a prescindere dalla crisi che adesso essa può vivere come sta accadendo in tutto il pianeta…), una città fatta di economia ricca (l’artigianato di qualità, il territorio provinciale che ha un PIL pari a quello di tutta la Grecia…), di grandi risorse intellettuali, di storia, arte, architettura e cultura di prim’ordine… una città così si è fatta impressionare e “prendere” dal miraggio che diventare la Base militare più importante d’Europa può essere motivo di ricchezza. Se questa cosa la avesse pensata una città magari del Sud, povera e in difficoltà, allora niente di male ci sarebbe stato (anzi!)… diverso è il discorso per una ricca (e consolidata nel suo sviluppo) città del nord. Potrebbe essere che qualcosa forse non funziona più nelle speranze e nel credere nelle proprie capacità di mantenere e sviluppare il benessere della Comunità. Insomma, Vicenza che si esalta per la ricchezza che può venire dai militari americani, ci lascia un po’ nel dubbio. Ma lasciamo il vostro giudizio alla situazione attuale e alle ragioni del “sì” e del “no”.

Vicenza, via libera alla base americana

Caso Dal Molin, i giochi sono fatti. Il Geniodife, che è l’ufficio tecnico del ministero della Difesa che si occupa di basi e infrastrutture, ha dato l’ok al progetto finale della base Usa di Vicenza e così facendo ha chiuso definitivamente la partita: gli americani possono ufficialmente iniziare i lavori di costruzione della nuova struttura militare destinata, entro il 2012, a ospitare 2.000 uomini della 173esima brigata aviotrasportata. Ad annunciarlo è stato il commissario governativo Paolo Costa che ieri, all’ora di pranzo, ha dato appuntamento alla stampa nella sede della Prefettura del capoluogo berico e ha fatto sapere che «da questo momento il progetto, dopo aver superato tutti i vagli che la legge impone, entra nella sua fase realizzativa».
Attraverso immagini e disegni di quello che sarà il nuovo insediamento, per gli americani rappresenta il più vasto intervento di edilizia militare in Europa: in una superficie di sei ettari verranno realizzate 25 strutture per 75mila metri quadrati. E allora ecco che nel Dal Molin del futuro troveranno spazio due dormitori da 604 persone ciascuno, campi sportivi, officine, piste di atletica, un centro di culto, una stazione dei pompieri, un poligono coperto, due parcheggi ognuno da 860 posti auto, una mensa e una torre per lanci di addestramento. Ma anche una centrale termica di cogenerazione alimentata a metano in grado, in caso di necessità, di rifornire la rete cittadina. Un progetto, quello presentato ieri, che Costa definisce «molto migliore rispetto a quello di due anni fa» perché «le preoccupazioni rispetto all’impatto della struttura sull’assetto idraulico, sul paesaggio, sulla viabilità e sugli impianti tecnologici, oggi non hanno ragione d’essere: questi problemi, infatti, sono stati risolti dal momento che abbiamo deciso di applicare le normative più stringenti tra quelle italiane e americane». Di più: il console generale degli Stati Uniti, Daniel Weygandt, parla di modello da seguire: «Di fatto, vorremmo che il Dal Molin inaugurasse la nuova stagione dell’architettura “verde” come principio guida da applicare alle altre basi militari americane presenti nel mondo».
Le rassicurazioni del commissario Costa, però, non hanno convinto il sindaco di Vicenza Achille Variati: «Il posto scelto è il peggiore possibile e Costa lascia vuoto il piatto delle ragioni della comunità, comunicandoci di non voler considerare la questione ambientale e non facendo sufficiente chiarezza sui passaggi e i finanziamenti delle infrastrutture necessarie al territorio per sopportare il nuovo insediamento».

Roberta Labruna, Il Gazzettino, 21-2-2009

PARERI DEI DUE COMITATI CHE SOSTENGONO LE RAGIONI DEL SI E DEL NO

SARAH PERUFFO: «L’AMPLIAMENTO E’ UNA SOLUZIONE DI CONTINUITA’»

Dipendente della caserma Ederle con mansioni amministrative e rappresentante sindacale, Sarah Peruffo è portavoce del Comitato per il “sì” all’ampliamento della base statunitense. «Il nostro Comitato – spiega – si è costituito spontaneamente agli inizi di agosto 2006, in seguito a un’assemblea dei dipendenti della Ederle, con il preciso scopo di offrire alla cittadinanza un’informazione corretta rispetto alle notizie di parte che in quei momenti venivano diffuse. Il Comitato intendeva mostrare alla città che non esisteva solo una massiccia opposizione al progetto di ampliamento, ma che a Vicenza c’erano anche persone favorevoli, per motivi diversi e altrettanto legittimi». In quei giorni il Comitato ha anche chiesto ai vicentini che ne condividevano le ragioni, tra le quali la preoccupazione di tutelare i posti di lavoro, di esprimersi aderendo a una raccolta di firme: «In un mese ne abbiamo raccolte diecimila ».

Quali sono le ragioni del sì?

«Cercando di essere il più possibile obiettivi, noi ci siamo schierati per il sì innanzitutto perché vediamo nell’ampliamento una continuità rispetto alla situazione esistente. Il fatto che la nuova caserma sarà realizzata in altra area, non deve far pensare che si tratti di una nuova base, perché dal punto di vista sostanziale si tratta solo di un allargamento dell’organico militare statunitense. Inoltre noi non vediamo il pericolo di militarizzazione, in quanto in cinquant’anni che esiste la caserma Ederle a Vicenza non si sono mai concretizzate le paure che i cittadini avvertono ora. L’allargamento dell’insediamento è un segno di continuità rispetto all’esistente e anche alle scelte operate in ambito Nato ed europeo, che vanno nella direzione della riduzione della presenza complessiva delle forze militari americane in Europa».

Per quanto riguarda il paventato pericolo di militarizzazione della città?

«Il nostro punto di vista, che è quello di osservatori privilegiati in quanto lavoriamo nella caserma, ci permette di affermare che questo è un progetto di tipo residenziale. Quindi non saranno effettuate esercitazioni, non ci saranno voli, anche perché più volte è stato ribadito che la pista non verrà utilizzata per voli militari, e non si terrà alcun tipo di manovra militare: questa sarà solamente una caserma di passaggio o di riposo per le truppe tra un’esercitazione e l’altra, oppure tra una missione e l’altra».

E in merito ai timori per l’impatto ambientale e i problemi urbanistici?

«Per quanto riguarda questi aspetti, c’è la disponibilità piena e totale delle autorità americane a lavorare insieme affinché la costruzione di questa grande base non comporti le problematiche che legittimamente i cittadini di Vicenza hanno sollevato».

Permane la preoccupazione per l’occupazione?

«Il comitato è sorto inizialmente per difendere i posti di lavoro. Si tratta di 744 persone direttamente assunte. Altre duecento circa lavorano fisse alla base, anche se sono occupate presso ditte esterne convenzionate con la base stessa; è il caso del personale addetto alle mense, alle pulizie e alla raccolta e al conferimento dei rifiuti. Inoltre ci sono altre aziende che saltuariamente sono chiamate a rispondere a varie esigenze della Ederle. La caserma è una città nella città, ma non è autosufficiente e ha bisogno di personale esterno per funzionare. Però non ci siamo mossi solo perché vedevamo messi in pericolo i posti di lavoro, ma anche perché abbiamo notato che era stata fatta poca informazione, soprattutto cattiva informazione. Venivano diffusi dati errati. Veniva descritta la realtà in modo assolutamente sbagliato e distorto rispetto a ciò che noi, in quanto dipendenti, vedevamo. Insomma, non potevamo permettere che sulla nostra pelle fossero fatte scelte basate su informazioni non corrette, senza capire veramente qual è la realtà di chi lavora all’interno della base, la situazione di chi vive grazie alla presenza americana».

Avete dialogato con i comitati che sostengono il no?

«Circa alla metà di agosto 2006 abbiamo voluto incontrare i sostenitori del no per far loro presenti le nostre ragioni e per spiegare la vera situazione. Ma poi ci siamo accorti che, al di là delle questioni tecniche, le motivazioni del sì e quelle del no non trovavano soluzione di incontro e di dialogo per ragioni di destinazione d’uso della caserma».

Motivi ideologici…

«Che impediscono di risolvere la questione a livello di comitati. Inizialmente c’era stata anche la volontà di far incontrare i nostri tecnici con i loro, ma non si è fatto nulla perché il Comitato del no ci disse di aver compreso che gli interlocutori dovevano essere altri: gli amministratori, i politici, il governo. Tuttavia, ascoltando le motivazioni di chi è contrario, ci siamo spinti anche a spiegare che tante paure possono essere superate, che si può lavorare insieme per risolvere i problemi. Non si tratta di trovare ragioni per replicare al fronte del no, ma di offrire una visione alternativa».

GIANCARLO ALBERA: “UN PROGETTO DI 700MILA METRI CUBI DI CEMENTO”

Giancarlo Albera è portavoce del Coordinamento dei Comitati di cittadini, movimento – come tiene a precisare – assolutamente trasversale, che sostiene le ragioni del “no” alla base militare statunitense nell’area del Dal Molin.

Quali sono le motivazioni del vostro “no”?

«Il motivo principale è l’aumento della militarizzazione della città. Sappiamo, infatti, che Vicenza è circondata da aree militari: c’è quella di Longare, la sotterranea “Pluto”, che è stata nel passato deposito di armi non di poco conto; poi c’è quella in località Fontega, di Arcugnano, anch’essa sotterranea; a Torri di Quartesolo e Lerino ci sono il centro autoveicoli e il centro logistico per la gestione delle strutture militari. Infine la caserma Ederle e il villaggio “della pace”.
Questi insediamenti occupano un’area complessiva di circa 1.326.000 metri quadrati. Ora c’è la richiesta di nuove aree: circa 200mila mq a Quintarello e 200mila mq a Torri di Quartesolo per un nuovo villaggio americano e poi circa 550mila mq nella zona Dal Molin, accanto alla quale c’è un’area militare in dismissione di 773mila mq, della quale è difficile pensare che non sarà in seguito utilizzata dagli americani. Il problema è che ci sono già oltre un milione di metri quadri militarizzati, con le zone ora acquisite diventeranno ben più di due milioni, ma con l’eventuale e probabile aggiunta dell’area militare in dismissione, certamente si arriverà a tre milioni di metri quadri. Qui si avrà la brigata statunitense più numerosa e imponente di tutta Europa. Inoltre su questa presenza e sulla sua attività noi non avremmo nessuna possibilità di parola. La base, infatti, sarebbe di totale giurisdizione americana e sul suo operato nulla potrebbe essere detto dallo Stato italiano, a qualsiasi livello, locale o nazionale. Non potrebbero esserci mediazioni, non potrebbero esserci veti qualora si reputasse che l’intervento americano non fosse conforme ai principi costituzionali italiani».

Militarizzazione e poi?

«L’impatto urbanistico. L’area si estende fra un centro abitato molto densamente, quale la periferia di Vicenza, e una zona residenziale di Caldogno. Questo polmone verde, che è stato preservato dai nostri predecessori e che si inserisce nella città attraverso l’Astichello e il parco Querini, diventerà la sede di un insediamento militare imponente, una colata di cemento di 700mila metri cubi, cioè la quantità utilizzata per edificare duemila appartamenti. Una cosa veramente devastante dal punto di vista dell’impatto ambientale: si prevede la costruzione di otto palazzine alte 21 metri e di due rimesse di sei piani per ospitare 1.600 autoveicoli. L’unica valutazione tecnica esistente in merito è dell’ingegner Roberto Pasini, secondo il quale un progetto di questo tipo non è fattibile poiché supera tutti i limiti imposti dagli indici di zona. Quindi, anche dal punto di vista della qualità della vita si andrebbe verso un peggioramento. La zona è gravata da problemi che i nostri Comitati avevano già indicato in precedenza, primo fra tutti la viabilità. Con l’insediamento americano la circolazione diventerebbe impossibile e il traffico insostenibile. La proposta di una futura bretella non è risolutiva».

Non pensate che questo ampliamento favorirà lo sviluppo della città?

«Noi crediamo che sia stato fatto un errore di valutazione, confondendo l’aumento della presenza militare americana a Vicenza con la crescita e lo sviluppo. La presenza militare è una cosa statica, non ha possibilità di crescita futura ed economicamente va a vantaggio solo di pochi. Lo sviluppo è un’altra cosa: è innovazione, ricerca. Il vero sviluppo è il bene comune, che porta benefici a tutti i cittadini indistintamente e non favorisce una ristretta minoranza».

Poi c’è il valore della pace.

«Per noi la pace è un valore universale, che va ricercato, ottenuto e praticato non edificando caserme o alzando muri, ma costruendo ponti, collegamenti, relazioni e luoghi di aggregazione. Ecco perché anche dal punto di vista etico-morale siamo assolutamente contrari all’ingigantimento della presenza militare. Inoltre, non può essere un valido motivo per giustificare l’assenso quello della difesa nazionale. Infatti non si tratta di un insediamento della Nato, ma della riunificazione di una brigata statunitense di pronto intervento e di offesa. Per questo Vicenza potrebbe diventare trampolino di lancio per azioni militari in altre parti del mondo. Azioni unilaterali. Quindi difesa da chi, da cosa?».

Dunque è “no” su tutti i fronti.

«Noi non abbiamo detto solamente dei no, ma anche dei sì. Dopo indagini e studi, abbiamo predisposto una serie di proposte per utilizzare al meglio quell’area. E’ un progetto su Vicenza diverso dalla prospettiva della presenza militare: lo abbiamo chiamato Un impegno per tre generazioni, perché contempla un impegno per la città e per i nostri figli. Crediamo nella realizzazione di un progetto alternativo, di sviluppo sostenibile, rispettoso dell’ambiente. L’area potrebbe divenire un parco scientifico e tecnologico, dove le eventuali costruzioni avrebbero soggette al piano regolatore. Il progetto americano, invece, non è sottoposto ad alcun vincolo, tanto meno a quello del piano regolatore esistente. È anche per questo che continuiamo a richiedere che siano fatte le dovute valutazioni: una sull’impatto ambientale, secondo le normative nazionali ed europee, e una dal punto di vista costituzionale e giuridico. Tra l’altro, bisognerebbe prima di tutto verificare se il terreno è adatto a ospitare le costruzioni ipotizzate, perché quella zona è piena di falde acquifere. In questa richiesta non siamo soli. La Commissione territorio, per esempio, ha chiesto ripetutamente al Comune di ricevere l’incartamento relativo al progetto per evitare di dover dare il proprio assenso a scatola chiusa e poi lo ha per tre volte diffidato perché non ha ancora informato adeguatamente la cittadinanza.

Voi proponete progetti alternativi, ma non pensate alla sorte delle persone che lavorano alla Ederle?

«Non abbiamo mai sottovalutato il problema dell’occupazione, che è fondamentale. Qui si tratta di 700-800 lavoratori. Di fronte a questo numero riteniamo che il governo debba farsi carico della situazione. E lo diciamo coscienti che, tuttavia, nel Vicentino ci sono stati migliaia di lavoratori che hanno perso il posto senza che questo abbia comportato interventi particolari. Chiediamo al governo che sia rifinanziata la legge del ’98 che stabilisce la possibilità di ricollocare nel pubblico impiego un terzo dei dipendenti. Ma con il progetto che proponiamo in alternativa intendiamo anche rilanciare nuove possibilità di occupazione. E non si tratta di solo di settecento posti, ma, in prospettiva, di molti di più. Un’occupazione dilazionata negli anni, che potrebbe portare beneficio a tutta la città. Si tratta di impegnarsi per rilanciare il futuro e di non fermarsi alla logica della caserma, che solo da questo punto di vista offre un minimo vantaggio oggi, ma nessuna prospettiva per il domani».

Interviste a cura di Luca de Marzi per La Voce dei Berici (18 febbraio 2007)

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One thought on “La nuova base Nato di Vicenza – Dal Molin: pro e contro – quale futuro sviluppo per una città ricca, bella e di grande storia?

  1. paolo lunedì 26 luglio 2010 / 6:48

    faccio riferimento all’intervento sulla base militare usa di Vicenza. E’ interessante un approccio dal punto di vista geografico, e sarebbe da approfondirlo. Io sto studiando la cosa dal punto di vista storico. Il movimento No Dal Molin ha centrato l’attrenzione soprattutto sugli aspetti socio-politici. Ora sarebbe interessante pervenire ad una sintesi e capire quanto sinora non è stato dato capire e che troverà, probabilmente, composizione con le compensazioni.
    Sarei interessato ad uno scambio di idee, mi potreste fornire un riferimento telefonico?
    Grazie, PCazzaro

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