Geolibri – “Scritto sull’acqua” (per parlare di beni comuni)

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“Scritto sull’acqua”, parole e immagini per “incidere la pietra” di Uliano Lucas e Annalisa VandelliEdizioni Aire 2007– Presentiamo qui il bel volume realizzato dal fotografo Uliano Lucas e dalla giornalista Annalisa Vandelli. Un lungo racconto, per parole e immagini, ambientato in Etiopia che, “scritto sull’acqua” – come recita il titolo prescelto – e sostenuto dallo stile personale dell’autrice la cui esperienza di viaggio in Africa non si traduce qui in semplice reportage, ma in un vero e proprio romanzo, può riuscire davvero nell’intento di “incidere la pietra”, smuovendo almeno l’interesse se non le coscienze. Non un racconto realistico, dunque, ma un racconto in cui Annalisa Vandelli, giornalista e scrittrice da anni attenta alle tematiche africane, mette in gioco sé stessa e la propria sensibilità, facendosi “ponte” tra due mondi apparentemente così diversi. Le fotografie di Lucas, valorizzate da una felice scelta grafica, costituiscono invece il vero e proprio reportage, raccontando la realtà di un paese nel quale “la pioggia è vita e la vita non è mai abbastanza“.

Nelle immagini, paradossalmente, l’acqua è l’elemento dominante, non la si sente solo come mancanza nell’arsura di una savana africana che implora la pioggia, nelle terre aride senza fiumi, ma la si scopre come bene prezioso faticosamente conquistato, nei vecchi pozzi a terrazze e in quelli recentemente costruiti dalle Ong, nei pochi laghi, in una vita che ruota ancora tenacemente intorno ad essa, nel bestiame che si abbevera alle fonti, nelle donne che si lavano e lavano le loro vesti, nelle taniche che, dispensatrici di vita, vengono riempite e poi portate nei villaggi e in città ancora prive di un sistema idrico.

Questo “ci serve” per tornare a parlare di “beni comuni”, e di come, secondo noi, la collettività deve rapportarsi ad essi.

Proponiamo pertanto alla vostra lettura questa riflessione sul concetto della differenza tra beni privati e beni comuni e “l’uso” che ne possiamo (dobbiamo) fare nel nostro delicato presente.

Beni privati, beni comuni e sostenibilità

1. Necessità di una nuova definizione

Secondo la classica definizione di Samuelson, due caratteristiche distinguono, dal punto di vista economico, i beni pubblici da quelli privati. I beni pubblici possono essere simultaneamente fruiti da più individui (principio della non rivalità nella fruizione) e nessun individuo può essere escluso dalla loro fruizione (principio della non escludibilità dalla fruizione). Queste due caratteristiche, tuttavia, non fanno i conti con il vincolo costituito dalla scarsità del bene. Essendo il bene pubblico limitato, va da sé che la simultanea fruizione da parte di più utenti è soggetta ad una soglia di fruibilità, che pone limiti alla quantità dei fruitori e quindi impone condizioni di escludibilità, necessarie per evitare l’esaurimento del bene stesso o il prodursi di congestione che riduce, fino al limite di annullare, l’utilità del bene.

Seguendo un diverso schema di ragionamento rispetto a quello di Samuelson, si potrebbe sostenere che nella fruizione del bene pubblico esiste rivalità: se io uso un posto in treno, impedisco ad altri di usare quel posto e se quel posto era l’ultimo libero determino anche l’esclusione di altri dalla fruizione di un efficiente servizio di trasporto pubblico ferroviario. Ciò vale per tutti i servizi pubblici, dalle strade, alle scuole, alla fornitura dell’acqua potabile, dell’energia elettrica, ecc. Nell’uso del bene pubblico vi è, a causa della sua limitatezza, rivalità ed escludibilità dai benefici da esso attesi.Per altro, si potrebbe osservare che ciò non accade nei beni privati disponibili sul mercato: l’acquisto di un’automobile da parte mia non impedisce ad altri di venire in possesso di un’automobile, anche se non della mia. D’altra parte ciò vale anche per il posto in treno che, una volta che io lo occupo non può essere occupato da altri, fintanto che io decido di non usarlo più, come può accadere per la mia auto nel momento in cui decido di rivenderla.

Si può ancora aggiungere che la fruizione del posto in treno e dell’auto comportano l’erogazione di un corrispettivo monetario, anche se il primo assume la forma di tariffa di un servizio pubblico e il secondo di prezzo di una merce. Se non ho i soldi per pagare la tariffa del bene pubblico vengo di fatto escluso dalla possibilità della sua fruizione.

I due principi di non rivalità e di non escludibilità non paiono essere appropriati per distinguere in modo soddisfacente tra beni privati e beni pubblici.

I beni privati sono per loro natura i beni di consumo di cui i singoli acquirenti vengono in possesso tramite lo scambio di mercato. Essi possono essere di necessità primaria (come il cibo, il vestiario, la casa, ecc.) o voluttuari (come il televisore, il SUV, lo champagne, ecc.). Una società basata su elementari principi di equità dovrebbe assicurare a tutti l’accessibilità ad una sufficiente quantità di beni primari necessari, che comunque, non per questo, diventano beni pubblici ma continuano arimanere beni di esclusivo consumo privato, anche se necessari alla sopravvivenza delle singole persone.

Il bene di interesse pubblico si distingue per altre caratteristiche rilevanti: è necessario per l’esistenza della civitas. Tutti i sistemi sociali, per funzionare in modo coeso e per riprodursi, hanno bisogno di sistemi di beni comuni. Non esiste società, civiltà, cultura, comunità senza un patrimonio di beni comuni materiali e immateriali, che vengono tramandati di generazione in generazione e che sono indispensabili per tenere insieme la società, per assicurarle uno spazio umanizzato e per darle continuità nel tempo, cioè per consentirle di farsi una storia; è limitato quantitativamente (a differenza di quanto accade nel mito edenico). Il suo uso pone problemi di equità all’interno della società, poiché nessuno, in un’ideale società di eguali, dovrebbe esserne escluso; ma al tempo stesso la sua limitatezza impone forme di restrizione quantitativa dell’uso volte ad evitare la congestione, che finirebbe per annullare l’utilità del bene. La restrizione dell’accessibilità al bene può diventare motivo di discriminazione sociale. La suddivisione della società in caste o in classi, ad esempio, è sempre servita e continua a servire a limitare l’accessibilità a pur fondamentali beni comuni, primo tra tutti, la terra; la sua utilità è dipendente dalla sua qualità, la quale degrada nella misura in cui si fa un uso improprio del bene. Infatti, il bene di interesse pubblico è multifunzionale, nel senso che si presta ad essere usato per diversi scopi, alcuni dei quali si possono svolgere secondo modalità incompatibili in quanto distruttive di quella qualità per la quale il bene viene riconosciuto di pubblica utilità; il confine che divide, in un dato sistema sociale, i beni comuni da quelli privati è dipendente dal modello etnico su cui si regge la società e che si concretizza nelle norme, cioè nella sovrastruttura giuridica e nell’economia, cioè nella struttura delle concrete modalità di produzione e fruizione dei beni. Il confine tra bene comune e bene privato e le condizioni di escludibilità non sono cioè definibili in assoluto, ma sono relativi al modello di civiltà con la sua struttura economica e la sua sovrastruttura istituzionale. Lo stock dei beni comuni è variabile con la storia, con il modello di società e con il tipo di sviluppo economico.

Si potrebbero definire i vari modelli di civiltà in funzione del tipo di patrimonio dei beni comuni, cioè del confine che ciascuna civiltà ha tracciato tra beni collettivi e beni privatizzati, e sulle regole del loro uso. Se conducessimo una siffatta analisi, probabilmente scopriremmo che la decadenza delle civiltà, che ha costellato il percorso della storia umana, è anche in dipendenza da un’inadeguata individuazione dei beni comuni e delle loro regole d’uso, che hanno determinato il venir meno della loro funzione di aggregazione e coesione sociale divenendo, al contrario, potenti fattori di conflitto politico e di disgregazione sociale.

In effetti, come si è visto, la delimitazione dei beni comuni e la necessità di limitarne l’accesso all’uso costituiscono un terreno su cui si giocano basilari principi di equità sociale. Nella storia le classi, i gruppi, le etnie dominanti hanno sempre manifestato il loro potere appropriandosi dei beni comuni da cui una società trae la propria capacità di resistere sul periodo lungo ed escludendo dalla loro fruizione il resto della popolazione, o meglio, includendola come forza lavoro incorporata nel bene comune in quanto necessaria alla fruizione privatistica del medesimo. L’esempio estremo di questa esclusione è rappresentato dalla casta indiana dei Dalit, il cui bene comune non è la materia prima in natura, ma i rifiuti degli altri.

Intorno all’appropriazione dei beni comuni si continua a giocare la partita dei conflitti di classe, tra la ricchezza di pochi, costruita sul controllo oligarchico dell’uso dei beni comuni, e la povertà di molti, estromessi dalla fruizione dei benefici derivanti da tali beni. Nel palinsesto della storia, la questione del confine tra beni privati e beni comuni è al centro dei conflitti di classe tra gruppi dominanti e masse subordinate, diseredate e, in ultima istanza, escluse da ciò che una civiltà democraticamente avanzata sarebbe in grado di offrire ai suoi cittadini.

Un modello di civiltà durevole, secondo questa tesi, si dovrebbe fondare su una solida base patrimoniale di beni comuni, su un’equa regolamentazione dell’accesso alla loro fruizione collettiva e su una saggia regolamentazione del loro uso che tenga conto della loro limitatezza quantitativa e della loro qualità, in modo da preservarli come eredità per le generazioni a venire. Il concetto di sostenibilità dello sviluppo può essere coniugato in termini di gestione durevole del patrimonio dei beni comuni, nello scenario di una comunità democratica di dimensione planetaria.

Il tema dei beni comuni dovrebbe essere uno degli oggetti principali di ricerca di una scienza delle civiltà.

2. La classificazione dei beni comuni

I beni comuni sono beni sistema che oggi hanno assunto dimensione planetaria, perché ormai la civiltà umana è globalmente integrata. Nonostante la variabilità etnica dello stock dei beni comuni, questi possono essere accorpati secondo tre grandi categorie entro le quali ogni civiltà traccia i confini tra beni il cui destino compete alla sfera del governo della polis e beni affidati al meccanismo del mercato:

Risorse naturali primarie costitutive della biosfera. Da esse dipende la vita sulla Terra, dunque anche la sussistenza della specie umana oltre che il grado di biodiversità. Sono biotiche ed abiotiche e sono connesse dalle relazioni ecosistemiche dei cicli biogeochimici (carbonio, ossigeno, azoto, ecc.). Dal loro equilibrio generale dipende il clima e, da questo, le condizioni basilari della vita.

Senza un patrimonio di risorse naturali tale da garantire un certo equilibrio della biosfera si rischia di minare le basi biologiche della sussistenza della specie umana.

Cultura materiale costitutiva di un dato paesaggio antropizzato. È il prodotto diacronico della storia umana che ha modellato un certo territorio creando un habitat. È un mix di prodotto artificiale del lavoro umano e di prodotto della natura e che ha modellato lo spazio in modo da rendere possibile la sussistenza di una civiltà. Oggi si manifesta nella forma macroscopica della rete planetaria dei sistemi urbani, cioè dello spazio che consente alla società di muoversi e di interagire in forma organizzata.

Senza un habitat adeguatamente organizzato e in un buon equilibrio con la natura, la società umana viene privata dello spazio umanizzato ed è condannata al caos e alla paralisi.

Cultura immateriale costitutiva del sapere di una data società e delle regole dei rapporti sociali. Essa comprende la scienza, le arti, la cultura tradizionale, ma anche il sistema giuridico e istituzionale che regola i rapporti interni alla società.

>Senza il patrimonio della conoscenza la società sarebbe priva di memoria e di identità; senza le regole fondative di un’etica non vi sarebbe coesione sociale; la società, priva di identità culturale e del necessario fondamento etico, sarebbe condannata ad una cieca disgregazione.

Risorse naturali, cultura materiale e cultura immateriale costituiscono il patrimonio comune che va lasciato in eredità alle generazioni future. Ogni generazione, che voglia migliorare la propria civiltà, deve saper conservare ed arricchire, con il proprio lavoro, questo patrimonio, lasciandolo in dono alla generazione successiva. Questa forma particolare di attività produttiva del lavoro umano non produce beni di scambio tipici dell’economia di mercato, ma beni vitali per la civiltà, i quali, in quanto destinati ad essere donati, sono il prodotto che può derivare solo da quella forma particolare di economia che possiamo chiamare economia del dono.

L’economia di mercato mira ad accrescere la quantità dei beni di consumo, cioè la ricchezza materiale di cui i singoli si appropriano. L’economia del dono ha il compito di assicurare alle generazioni future il patrimonio ereditario dei sistemi di natura e di cultura necessari per riprodursi ed evolvere come civiltà.

Una società che si basi solo sull’economia di mercato è inesorabilmente trascinata a sperperare il patrimonio ereditario di natura e di cultura della civiltà. Una civiltà che vuole sussistere deve basarsi su un sistema in cui economia di mercato ed economia del dono possano coesistere in modo armonico.

3. Perché il mercato non può produrre i beni comuni?

Stante quanto detto in conclusione, possiamo enunciare quella che è forse la vera differenza di fondo tra beni comuni e beni privati: i primi possono essere assicurati solo da una robusta economia del dono, mentre la fornitura dei secondi può essere affidata all’economia del mercato. In termini meno drastici possiamo dire che ciò che distingue i beni privati dai beni di interesse collettivo è che questi ultimi, a differenza dei primi, non possono essere prodotti dal solo meccanismo del mercato. Vediamone le ragioni.

Nel caso delle risorse naturali primarie costitutive della biosfera, queste sono date in natura e alimentano i cicli biogeochimici dell’ecosfera, quindi non devono essere prodotte dall’attività economica. Tuttavia esse svolgono una duplice basilare funzione per il sistema economico: sono i fornitori di input di materie prime dei processi produttivi e sono l’ambiente in cui l’agire economico riversa i suoi residui conseguenti al decadimento entropico di materia ed energia.

L’attività economica consuma ed inquina; toglie componenti vitali dai cicli biogeochimici e vi immette componenti dannose. Riduce le quantità di risorse scarsamente riproducibili e ne deteriora la qualità. Se non si pongono vincoli al mercato, il destino di questi beni comuni necessari alla vita è un irreversibile esaurimento e deterioramento.

La funzione del potere pubblico deve essere, in questo caso, quella di porre limiti e condizioni all’uso che l’economia di mercato fa di questi beni comuni, affinché ne sia garantita la sussistenza e la qualità atte a consentire un funzionamento duraturo dell’ecosfera. Quest’opera di regolazione e limitazione è componente fondamentale dell’esercizio della politica economica del dono, in quanto impedisce che l’attività economica di mercato sia ecologicamente insostenibile.

Nel caso della cultura materiale costitutiva di un dato paesaggio antropizzato di cui la città è il luogo rappresentativo, siamo di fronte ad un prodotto artificiale del lavoro umano. A differenza delle risorse naturali, la rete delle città è il grande risultato di sistema dell’attività economica. La produzione di questo sistema, in quanto tale, però non può essere totalmente affidata all’economia di mercato, ma abbisogna di un piano e di un progetto di cui il potere pubblico deve farsi carico, sia per quanto concerne la sua realizzazione sia per quanto concerne la sua gestione e la regolazione delle più appropriate modalità dell’uso collettivo. La città è un complesso intreccio tra funzioni e beni privati e funzioni e infrastrutture pubbliche che conferiscono al tutto la sua natura di sistema, dove i beni privati devono sottostare alle regole di funzionalità dell’infrastruttura. È appunto questa coerenza di sistema tra infrastruttura pubblica e beni privati che non può derivare come risultato automatico dei meccanismi di mercato. Tutti i piani delle pubbliche amministrazioni riguardano già oggi il bene pubblico dell’infrastruttura di uso collettivo e devono affrontare due problemi di fondo: un’adeguata offerta del bene, inscindibilmente connessa con il conseguimento di determinati standard delle modalità d’uso e di efficienza economica; la sostenibilità ecologica di tale bene, essendo esso un potente fattore di impatto ambientale sul patrimonio delle risorse naturali primarie. La soluzione di questi due problemi di sostenibilità economica ed ecologica, non può essere un derivato dei meccanismi del mercato, ma solo il risultato di una politica pubblica, la quale si configura anch’essa come una componente fondamentale della politica economica del dono.

Nel caso della cultura immateriale costitutiva del sapere e delle istituzioni che regolano i rapporti sociali, bisogna distinguere tra queste due componenti sovrastrutturali del patrimonio delle conoscenze e del sistema delle istituzioni.

Per quanto attiene al patrimonio delle conoscenze, si può osservare che l’economia di mercato ha un bisogno crescente di innovazione, la quale è un prodotto della ricerca scientifica. Ciò spiega come l’economia di mercato sia un motore della produzione scientifica e dello sviluppo della conoscenza, la quale tuttavia rimane inscindibilmente legata alla produzione dei beni di consumo e al loro continuo incremento. Spetta dunque al potere pubblico allargare il campo d’azione della ricerca anche ai temi trascurati dall’economia di mercato, ma che si rivelano fondamentali per lo sviluppo della nostra civiltà nello scenario della globalizzazione e che riguardano proprio le grandi tematiche dei beni comuni. Spetta al potere pubblico sviluppare la nuova scienza dei beni comuni globali. Così spetta al potere pubblico garantire il diritto di accesso alla conoscenza, la crescita dell’educazione, i suoi contenuti e la sua qualità.

Per quanto attiene al sistema delle istituzioni, non si vede come l’economia di mercato possa contribuire alla loro produzione o gestione. Siamo su un terreno che è tipico della politica, cioè della amministrazione della polis. Il pieno dispiegamento della democrazia, l’efficienza e l’efficacia nella gestione del bene pubblico sono temi che vanno al cuore del sistema della convivenza civile e che sarebbe arduo attribuire all’economia, essendo essi il dono che solo una buona politica può fare.

Come si vede i beni comuni richiedono apposite politiche pubbliche a seconda che si tratti di beni naturali, di cultura materiale o di cultura immateriale.

Economia di mercato, economia del dono e politica devono interagire in modo coerente secondo i principi della sostenibilità economica, sociale e ambientale. Il tavolo su cui questa partita si gioca è ormai di dimensione planetaria. Le regole del gioco anche alla scala locale dovranno discendere dalla visione globale di lunghissimo periodo.

4. False e vere tragedie dei beni comuni

Nel 1968 Garret Hardin, un biologo, ha scritto un articolo, che ha avuto una certa fortuna, dal titolo “The Tragedy of the Commons”. Commons è l’antica denominazione anglosassone delle terre comuni. Dove sta la tragedia secondo il biologo Hardin? Essa starebbe nella libertà del loro uso. La tesi è che la debolezza dell’idea di bene comune sta proprio nella libertà del suo uso da parte di chiunque:

“il fatto stesso che i commons siano di libero accesso e che non esista la possibilità di limitare il numero degli utilizzatori porta a una situazione dove il comportamento razionale di ciascuno di loro non può che causare il degrado o la distruzione della risorsa stessa, poiché essi si trovano intrappolati in una “tragedia della libertà” basata su di un irresolvibile conflitto tra interessi individuali e interesse collettivo, con l’inevitabile prevalere del primo sul secondo.”

Questa idea è un falso storico che Hardin usa come espediente retorico per sostenere null’altro che l’idea stessa che sta all’origine della storia dei beni comuni: cioè che l’uso di un bene comune naturale deve essere disciplinato, perché il bene è limitato. L’uso durevole del bene comune presuppone la conoscenza dei suoi limiti e l’instaurarsi di regole che ne disciplinino conseguentemente l’uso da parte della collettività. Queste regole si basano sul rispetto dei limiti imposti dalla sua capacità di rigenerarsi: il consumo non deve superare la capacità di rigenerazione naturale del bene, pena la sua irreversibile perdita a danno di tutta la comunità.

La conclusione di Hardin è che “freedom is the recognition of necessity“, cioè la libertà nell’uso dei beni comuni deve basarsi sul rispetto delle regole imposte dalla limitatezza delle risorse e della sua naturale capacità di rinnovamento, come ben sanno i nostri montanari quando , ancora oggi, assegnano ad ogni famiglia l’approvvigionamento della legna nei boschi del demanio comunale soggetti ad “uso civico”.

Questa idea di Hardin secondo cui la tragedia dei beni comuni starebbe nella libertà del loro uso è di più di un espediente retorico: è una falsificazione della realtà che mette in ombra la vera tragedia dei beni comuni. Il problema dei beni comuni è che il loro uso è dominato da gruppi di potere economico e politico che agiscono secondo logiche di accumulazione capitalistica, che sono l’esatto contrario del saggio uso dei beni collettivi, di cui le antiche comunità hanno saputo dare prova. Questo dominio viene ancora esercitato a livello mondiale nelle forme vistose della supremazia delle armi e dei grandi oligopoli. In queste forme così dirette, esso s’incarna nella personificazione dei capi di governo, dei generali, dei manager della grande finanza e dell’industria strategica. Esso ricorda il capitalismo della fase dell’accumulazione originaria quando in Inghilterra furono tragicamente privatizzati i Commons, fino ad allora saggiamente e liberamente gestiti dalle comunità locali, per mettere a disposizione della nascente manifattura abbondanti masse di sottoproletariato urbano cui era stata tolta la libertà di usare i Commons.

Oggi, nella fase del capitalismo della finanza globale e della società dei consumi, questa forma personalizzata che ancora riempie le cronache della politica e dell’economia mondiale, è forse meno strutturalmente rilevante delle forme anonime dei comportamenti di massa. Di quelle forme cioè che sono determinate dalle strutture che regolano i rapporti sociali, creano i ruoli e inducono i comportamenti, in sintesi: tengono insieme una società conferendole uno stile etnico. Non siamo qui in presenza di soggetti che si comportano secondo libere scelte individuali, ma di masse umane che seguono comportamenti indotti, in ultima istanza, da un sistema di convivenza economico e politico. Oggi tende a predominare un uso dei beni comuni che avviene in forma anonima,tramite il coinvolgimento di collettività, che si comportano come massa di consumatori.

Questa riduzione della società a massa di assoggettati alla logica consumistica è un passaggio fondamentale per il funzionamento del sistema di accumulazione del capitalismo maturo. L’economia capitalistica ripudia il sistema delle caste non solo perché figlia dell’afflato libertario della rivoluzione francese, ma soprattutto perché i Dalit non consumano abbastanza.

La libertà di consumare non è però una manifestazione di libertà, ma un comportamento indotto al quale ci si adegua nell’assolvimento di un ruolo che è essenziale per la sussistenza di un sistema etnico con i suoi valori culturali, le sue regole morali, la sua mitologia e, soprattutto, la sua base di produzione e crescita della ricchezza materiale.

Ciò che è profondamente mutato è la natura e la funzione del bene comune: non più bosco o pascolo usato dalle poche famiglie di una minuta comunità, ma foreste, acqua e aria dell’ecosfera terrestre. Ciò che è in gioco è il bene comune Terra e la sua capacità di sostenere la pressione esercitata dal consumo tendenzialmente illimitato della specie umana. Il tema della sostenibilità di questa nostra forma di sviluppo è il riproporsi, in una dimensione inusitata di spazio, tempo e destino, dell’antico problema del trovare un accordo condiviso da parte della comunità sulle regole, che tutti devono rispettare per conservare il bene comune come eredità durevole. La novità è appunto nella dimensione inusitata di spazio e tempo della globalità e dell’irreversibilità, che proietta la sfida dell’uso dei beni comuni sullo sfondo di una catastrofe universale senza ritorno. La ricerca di un modello di sviluppo sostenibile non è altro che questo: definire le regole universali per l’uso saggio del bene comune della Natura.

La specie umana, giunta all’apice del proprio successo biologico, sembra essere afflitta da un senso di invincibilità, pur essendo evidenti tutti i segni di una sua estrema fragilità. Ha messo a punto formidabili tecnologie belliche fino al limite di poter distruggere in un lampo il mondo intero; ma queste tecnologie sono inservibili per regolare gli equilibri interni all’ecosfera. Il sistema sociale, così coeso nella società dei consumi di massa, può rivelarsi estremamente fragile nella competizione che si aprirebbe nel caso si dovessero affrontare i problemi posti da un clima ostile. Il potere messo in piedi per consumare di più può dissolversi nel momento in cui si tratta di sacrificarsi per salvare il bene comune dell’ambiente di vita anche per generazioni di là da venire. Questo modello di società, proiettato sullo scenario globale di lungo periodo, rivela una impressionante fragilità e impreparazione.

La vera tragedia dei beni comuni è che la società tenuta insieme dallo stile di vita organico all’accumulazione capitalistica, non può essere la società in grado di preservare, anche per il lontano futuro, il bene comune della biosfera. Nel momento stesso in cui questo modello di società sembra aver raggiunto il dominio globale, diviene sempre più evidente la necessità di un suo profondo cambiamento. Ma – e questo è il vero lato tragico – non si intravede il soggetto sociale in grado di farsi portatore di questo nuovo ordine, anche se esso non può che nascere dall’interno di questa società globalizzata.

Molto probabilmente sarà lo stato di necessità estrema a determinare le condizioni per il cambiamento. Fintanto che il sistema produce benessere materiale in forma di maggiori consumi, operano potenti processi di integrazione e coesione sociale basati sulla passiva adesione e sull’ottundimento della coscienza critica lungimirante. Forse solo una crisi di sistema può modificare questo quadro; una palese incapacità del sistema di reggere sul periodo lungo, di non saper mantenere la promessa di una illimitata crescita dei consumi senza che ciò comporti l’impossibilità di consumarli.

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