Un triste capodanno tibetano (“Losar”) imposto al Tibet dal regime cinese

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PERCHE’ MERCOLEDI’ PARLIAMO DI TIBET. Per chi abita a distanze ragionevoli da Padova (diciamo in Veneto…) questo è un invito a venire mercoledì 4 marzo, alle 21.00, a Padova al Centro Universitario di Via Zabarella 82 (50 metri da Coin) per vedere assieme un film-documentario che parla di una spedizione alpinistica svoltasi nell’Himalaya nel marzo dello scorso anno (ne avevamo già parlato qui), e per parlare nel contempo della popolazione di quel paese e delle difficoltà a vivere sotto il dominio cinese.

E qui di seguito diamo conto della situazione politica e sociale in questa regione geografica (il Tibet) con in particolare un reportage apparso su “la Repubblica” del 26 febbraio scorso, a firma di Raimondo Bultrini. Prima però vi diamo un quadro del contesto tibetano: in particolare di che cos’è il capodanno tibetano (si chiama “Losar”); perché quest’anno cadeva il 26 febbraio; del perché questa popolazione non è nello spirito “giusto” per festeggiarlo: infatti molti hanno deciso di non festeggiarlo per protesta contro la dura repressione dell’esercito cinese avvenuta nel marzo 2008, che però continua tuttora. E nel 2009 cade anche il 50mo anniversario dalla rivolta anticinese del 10 marzo 1959 repressa nel sangue e della conseguente fuga in esilio del Dalai Lama.

La data e il significato del capodanno tibetano (Losar). Il capodanno tibetano (LOSAR) interessa l’area dei paesi del Tibet, Nepal e Buthan, e quest’anno, rispetto al nostro calendario gregoriano, era fissato per il 25 febbraio. I festeggiamenti del “Losar” durano per una settimana (o, meglio, anche quest’anno avrebbero dovuto durare così in Tibet, la Cina avrebbe voluto che tutto si svolgesse regolarmente, nonostante la repressione che sta attuando in quella regione geografica…), con le strade e i templi buddhisti di Lhasa, Tumpur, Katmandu e Bodmath riempite di pellegrini con addosso gli abiti tradizionali. Il termine LOSAR è tibetano: LO significa anno e SAR nuovo. L’incenso è sparso nell’aria, i monaci pregano e compiono danze rituali, la gente si scambia doni, le case e i luoghi sacri sono adornati con sculture di burro di yak, oppure fatte di grasso o cera nelle comunità più esiliate dove le temperature sono più fredde, che rappresentano la luna, le stelle, gli animali, edifici e personaggi. Il Losar celebra i quindici giorni nei quali il Buddha mostrò quindici miracoli, uno al giorno, per aumentare i meriti e rafforzare la fede nei suoi discepoli. Cade i primi quindici giorni del primo mese dell’anno secondo il calendario lunare tibetano. Ogni anno, nel calendario tibetano è indicato con due nomi, quello di un animale e quello di uno dei cinque elementi. I dodici animali sono: topo, bue, tigre, lepre, drago serpente, cavallo, pecora, scimmia, cane, gallo, cinghiale; e i cinque elementi: legno, acqua, terra, fuoco, metallo. Il nuovo anno è il 2136° anno del calendario tibetano sotto il segno del bue di terra. 

TIBET – CINA (da www.asianews.it )

Per la festa del Capodanno tibetano, le autorità cinesi bloccano internet. Già proibito l’accesso agli stranieri, la regione è sempre più isolata dal mondo. Pechino ammassa soldati nella zona, pronti a reprimere ogni protesta.
Pechino (AsiaNews/Agenzie) – In vista del Capodanno tibetano (Losar), che cade il 25 febbraio, i residenti della regione denunciano che è stato del tutto interrotto internet, così da isolarli dal mondo. Negli ultimi giorni Pechino ha aumentato la massiccia presenza di polizia ed esercito in Tibet e nelle vicine zone di etnia tibetana, in Gansu, Sichuan e altrove. Da tempo ha già interdetto queste zone ai turisti stranieri.

Il Losar è la maggior festa per i tibetani, ma quest’anno molti hanno deciso di non festeggiarlo, per protesta contro la dura repressione dell’esercito cinese nel marzo 2008, che continua tuttora. Nel 2009 cade anche il 50mo anniversario dalla rivolta anticinese del 10 marzo 1959 repressa nel sangue e della conseguente fuga in esilio del Dalai Lama.

Le autorità cinesi hanno risposto al boicottaggio del Losar con arresti e intimidazioni. L’esercito cinese si è accampato alla periferia di Kangding (Sichuan), zona densamente popolata da tibetani, e pattuglia le vie della città.

A Lithang, contea di Kardze, una settimana fa sono stati arrestati oltre 24 tibetani, scesi in piazza per inneggiare al Dalai Lama e sostenere il “boicottaggio” per il capodanno. Per risposta la polizia, in tenuta antisommossa, ha istituito punti di blocco a Yajiang, città sulla via per Lithang.

Questo stretto controllo di polizia e il bando degli stranieri ha anche molto colpito l’industria del turismo, importante per molte zone della regione. La povera Kangding (Dardo per i tibetani) era una meta turistica abituale. Ma le notizie delle proteste e della repressione hanno spaventato i turisti creando ulteriori problemi all’economia locale.

I fedeli del Dalai Lama hanno celebrato il loro Capodanno senza sfarzo. Prima della stretta cinese

di Raimondo Bultrini, da “La Repubblica” del 26-2-2009

Nel Tibet blindato dal regime la festa più triste fra i soldati. L’esercito controlla Lhasa. Cacciati i turisti stranieri

CHENGDU, di ritorno da Lhasa – La mestizia della vigilia era nell’aria. Il Losar, il Capodanno tibetano, non è mai stato così sotto tono come quest’anno, nonostante i fuochi d’artificio a profusione che hanno illuminato la vecchia e la nuova Lhasa dei templi e dei grattacieli, delle grandi shopping mall e dei ritrovi notturni. È stata un’idea dell’amministrazione cittadina filo-cinese quella di mostrare una città felice e pronta a festeggiare come sempre. Ma ciò che abbiamo visto nel cuore del culto lamaista tibetano, presso l’antico tempio del Jokhang che fu il primo nucleo della città di Lhasa costruito dal Re divino Songtsen Ganpo, raccontava una realtà completamente differente. Molti tibetani ambulavano attorno al bazar del Barkor e giunti di fronte al Jokhang si prostravano davanti alle statue dei Buddha con particolare fervore.

Ben pochi si fermavano però durante il Kora (il giro rituale in senso orario) per acquistare nelle bancarelle vestiti nuovi, fuochi d’artificio, giocattoli per i bambini come tradizione. Solo le composizioni di farina d’orzo dai colorati disegni di buon auspicio da mettere sugli altari andavano a ruba. Uno dei motivi di tristezza, a parte il lutto per la morte di tanti tibetani in rappresaglia alle rivolte del marzo 2008, era la presenza sui tetti del circuito e proprio di fronte al Jokhang di militari con i fucili puntati, oltre alle ronde armate che a passo marziale attraversavano continuamente il grande piazzale in file di otto. La Cina temeva qualcosa di grave da molte settimane, forse da mesi. Non era difficile intuirlo, visto che quest’anno ricorrono i 50 anni dalla rivolta anticinese del 10 marzo 1959 che provocò il cannoneggiamento del Palazzo d’Estate del Dalai lama e la conseguente fuga in India di Kundun, “Sua Presenza”, definito oggi da Pechino il “capo della cricca separatista”. Anche i turisti giunti nella capitale in occasione del Capodanno sono stati allontanati ben prima della ricorrenza, e negli ultimi giorni prima della scadenza del nostro permesso speciale, anche noi siamo stati traslocati senza troppi complimenti da un albergo del centro in un altro verso la periferia. Ciò che abbiamo potuto vedere prima del forzato rientro a Chengdu, la metropoli del Sichuan tradizionale base di partenza dei gruppi turistici per Lhasa, mostrava chiaramente che, come lo scorso anno, anche stavolta le autorità hanno faticato a comprendere da quale parte avrebbe colpito il “nemico”. In quasi ogni angolo del centro erano piazzati soldati in assetto antisommossa, che si stanno esercitando da tempo a placare eventuali disordini di piazza, per evitare di intervenire in ritardo come un anno fa quando lasciarono Lhasa per quasi tre giorni in mano ai ribelli che hanno distrutto negozi e perfino ucciso dei commercianti han. Anche sotto la finestra dell’albergo cinese scelto per noi dall'”Ufficio Turistico”, decine di soldati imparavano ad usare gli scudi, i manganelli e a menare calci con ore e ore di pratica al giorno, davanti agli occhi di tutti. Evidentemente le prove di forza militari si sono rivelate impotenti di fronte a un gesto disperato come il pubblico tentativo di suicidio nella piazza Tienanmen, lontana dall’epicentro del conflitto sino-tibetano. Quando almeno due monaci si erano uccisi alle porte di Lhasa nel 2008, ben pochi avevano potuto avere conferma della notizia, perché avvenne dentro ai monasteri circondati dall’esercito subito dopo le prime manifestazioni pacifiche dei religiosi, partiti da Drepung, Sera e Ramoche, quest’ultimo a poche traverse di distanza dal Jokhang. Da allora i complessi monastici sono stati “ripuliti” degli elementi sovversivi, in particolare Drepung, anticamente sede di oltre diecimila preti della scuola Gelupa, la stessa del Dalai Lama, dove – secondo informazioni attendibili – non restano oggi che 400 anime. Molti sono tornati nei loro villaggi per celebrare il Losar con le famiglie, ma molti di più sono quelli che hanno dovuto togliersi la tonaca per decisione del Comitato (politico) religioso che sovrintende all’attività spirituale dei monasteri. E’ stato praticamente impossibile ottenere informazioni sulla loro sorte, e ogni domanda avrebbe potuto creare imbarazzo alle guide, assegnate 24 ore su 24 ore al controllo dei rari turisti che avevano ottenuto – come noi – uno degli ultimi permessi per visitare i luoghi santi del Tibet. In ogni caso nessun cittadino di Lhasa né i pellegrini giunti da regioni spesso lontanissime come il Kham, verso i confini orientali con la Cina, avrebbe del resto potuto e probabilmente voluto parlare con un occidentale. Anche loro, per compiere il rituale percorso dei luoghi sacri, devono ottenere permessi speciali da parte dell’apposito ufficio dell’immigrazione interna, come stranieri nella propria terra. Anche per questo, ci hanno detto a Chengdu numerosi tibetani che fanno la spola settimanalmente con Lhasa, il malessere della popolazione è cresciuto in questi 50 anni di pressoché totale dominio cinese di ogni aspetto della vita sociale e perfino religiosa del popolo delle nevi. Perfino la stele che commemora davanti al Jokhang un antichissimo trattato dell’823 di non belligeranza e non interferenza tra l’allora re tibetano e l’imperatore cinese è stata circondata da un muro e da un cancello che racchiudono la promessa “d’amicizia eterna” scolpita sulla pietra 1200 anni fa. Delle chiavi dispone il presidente del “Comitato religioso” del Jokhang.

NONOSTANTE LA REPRESSIONE LA GENTE SCENDERA’ IN PIAZZA

Da “LA REPUBBLICA” di giovedì 26 febbraio 2009 – ANAIS GINORI

“Nonostante la repressione la gente scenderà in piazza” Il Dalai Lama è affranto, teme che molti fratelli cedano alle provocazioni dei cinesi

ROMA – «Il Dalai Lama è affranto, spaventato. Sa che molti tibetani sono talmente disperati che non hanno più nulla da perdere. E proprio per questo teme che si abbandonino alla violenza e all`estremismo».

Claudio Cardelli ha un filo diretto con Dharamsala, dove vive il governo buddista in esilio. «Sono trent`anni che mi batto per la causa tibetana e non sono mai stato così pessimista», racconta il presidente dell`associazione Italia-Tibet, che ha indetto il 10 marzo una manifestazione davanti a Montecitorio.

Cosa potrebbe succedere ora? «Nelle prossime due settimane ci sarà un`escalation. Il Losar, il cap odanno tibetano, ha segnato solo l`inizio. Ci aspettiamo una rivolta ancora più dura ed esasperata di quella dell`anno scorso. Il 10 marzo si celebrerà l`esilio del Dalai Lama avvenuto nel 1959. Mezzo secolo che il legittimo leader del popolo tibetano vive fuori dal suo paese occupato. Sarà una data fortemente simbolica. Già sabato ci sarà la celebrazione voluta dai cinesi per festeggiare quella che loro chiamano `liberazione dal regime schiavista del Dalai Lama`. Per molti tibetani celebrare l`invasione dell`armata rossa è una provocazione».

Qual è l`appello del Dalai Lama? «Il Dalai Lama ha ribadito il suo appello in favore della non-violenza. Ha paura che molti fratelli cedano alle provocazioni cinesi. Dappertutto coloro i quali osano uscire mostrando i loro ideali devono affrontare la detenzione e la tortura. In particolare sono state imposte delle restrizioni speciali nei monasteri, sono state lanciate di nuovo le campagne di rieducazione patriottica».

Saràmai possibile riallacciare il dialogo con Pechino? «Non credo. Il Dalai Lama chiede un`autonomia che è stata riconosciuta dal governo cinese già nel 1951 ma poi sempre disattesa.Tutti gli ultimi sviluppi mostrano le chiare intenzioni delle autorità cinesi: sottoporre il popolo a innumerevoli crudeltà e vessazioni intollerabili, e quindi costringere i tibetani a manifestare. Così la repressione potrà essere giustificata agli occhi del mondo. Noi non permetteremo anche la menzogna».

Cosa pensate di fare adesso? «Il 10 marzo in tutte le capitali internazionali ci saranno cortei di supporto. Manifesteremo davanti alla Camera, poi marceremo con una fiaccolata fino al Colosseo. La questione tibetana non ha colore politico, è bipartisan. La cittadinanza onoraria appena consegnata al Dalai Lama da Roma e Venezia, con due sindaci di diversa app artenenza politica, lo dimostra».

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