Ville venete: per continuare a vivere è necessario un uso solo culturale o anche alberghiero?

complesso di Villa Barbaro a Maser (prov. di Treviso) (di Andrea Palladio, costruita tra il 1554 e il 1560) unica delle 3700 ville venete rimasta com'era in origine, cioè che continua a vivere con la proprietà agricola attiva che la circonda
complesso di Villa Barbaro a Maser (prov. di Treviso) (di Andrea Palladio, costruita tra il 1554 e il 1560) unica delle 3700 ville venete rimasta come era,cioè che continua a vivere con la proprietà agricola attiva che la circonda

Un certo disagio nel mondo culturale ha suscitato nei giorni scorsi la proposta-appello di Nadia Qualarsa, presidente dell’Istituto regionale Ville venete (Irvv), di rivedere la politica vincolistica sulle 3700 ville venete, in modo da permetterne restauri e recuperi in quelle in decadimento, attraverso anche l’uso ad albergo. Su questo contesto ha scritto un ampio e approfondito reportage il Gazzettino (del 28 febbraio 2009) che qui vi riportiamo.     Non prima di aver detto la nostra.   Il recente Ptrc (Piano Territoriale Regionale di Coordinamento), da poco adottato dalla Giunta Regionale, mostra di non credere più alla politica (in questo caso urbanistica) dei “vincoli”: essa ha prodotto pochi risultati utili nel tempo, è stata spesso superata da escamotage e furberie. E’ ora pertanto di crederci o meno alla salvaguardia dell’ambiente in tutte le sue forme, a prescindere dai vincoli. Lo stesso vale per le Ville venete. E’ ovvio che se al posto di una villa si volesse costruire un grattacielo e cose del genere, la mano assassina va fermata. Ma qual’è il proprietario che, al giorno d’oggi, decide di snaturare completamente un “bene economico”, che vale, che è prezioso economicamente proprio per la sua originalità e bellezza?    E il parere nostro è che le Ville venete possono vivere solo se saranno “usate”, se saranno abitate, e se esse in qualche modo saranno inserite nel contesto economico del nostro presente.   Gli esempi di recupero di ville antiche fatto da fondazioni, banche, imprenditori in auge, che hanno “salvato” ville in completo degrado utilizzandole a fini propri (come sedi di rappresentanza, o uffici, o di immagine più o meno diretta pubblicitaria della propria attività ed esistenza…) se ne possono fare molti, e quasi tutti positivi.  Ma non è solo questo: chi ha il bene ed è “privatamente” interessato a conservarlo nel migliore dei modi, a volte sa difenderlo dai rischi che proprio la collettività, il “pubblico” può portare. Volete un esempio? Ecco.  Nella campagna trevigiana c’è un posto, Fanzolo di Vedelago, dove c’è una delle più belle ville del Palladio (Villa Emo). Qualche anno fa è diventata di proprietà di una banca (il Credito Trevigiano) che la ha rimessa a posto (anche con un contributo finanziario  dell’Istituto regionale Ville venete) ed è utilizzata come sede centrale della banca (è comunque visitabile ogni giorno previo il pagamento di un ticket). Ma c’è stato anche un altro elemento positivo oltre al restauro e al mantenimento in buona salute della villa.    In due occasioni la banca si è schierata contro un “pericolo esterno” che la villa stava subendo e ne avrebbe compromesso la bellezza. La prima volta (nel 2004) quando dei cavatori avevano acquistato terreni adiacenti a nord e sembrava quasi certo che lì ci sarebbe stata una cava di ghiaia: la banca, in difesa del valore della villa, si è schierata con i cittadini di Fanzolo, e insieme hanno convinto la Regione a bloccare quell’area ad uso cava. Un secondo episodio è accaduto nel 2007: a circa un chilometro a nord della villa passerà la nuova superstrada “Pedemontana Veneta”, e una variante al progetto preliminare aveva in quell’anno previsto  che il tracciato non fosse più lì in trincea, ma in rilevato, venendo così a coprire il cono visuale che dalla villa si ha verso tutta l’area delle prealpi (dal Monte Grappa al Cansiglio). Un ricorso al Tar molto argomentato della banca proprietaria di Villa Emo ha fatto tornare l’infrastruttura stradale al progetto originario in trincea. Insomma a volte non può bastare un uso puramente culturale (di visione turistica, cioè pagare un biglietto, o fare qualche manifestazione-spettacolo, per riunscire a mantenere in buono stato una Villa cinquecentesca o comunque di valore: serve qualcosa di più, e la soluzione commerciale (ad albergo) in molti casi potrebbero connettere l’elemento economico-reddituale con quello culturale del mantenimento. Voi che ne pensate?   Intanto vi diamo conto della proposta della presidente dell’Irvv, ripresa negli articoli del Gazzettino qui di seguito riportati.

VILLE VENETE, MEGLIO ALBERGHI CHE IN DEGRADO

La presidente dell’Istituto regionale Ville venete, Nadia Qualarsa, invoca una «politica vincolistica più lungimirante», che consenta cioè un «riuso compatibile» di questi «monumenti straordinariamente anacronistici» – per usare le sue stesse parole – che sono le ville venete, altrimenti destinate ad un sicuro degrado. Concetto su cui insiste anche uno altro consigliere d’amministrazione dell’Istituto, Giancarlo Bagarotto, che allarga il ragionamento a quel «paradosso» tutto italiano, per cui siamo il paese con più vincoli, ma dove i beni culturali se la passano peggio. «Evidentemente qualcosa non va – accusa -. Serve uno sforzo importante per difendere il nostro patrimonio. Ovviamente una villa non può essere destinata a un riuso qualsiasi, l’utilizzo deve essere qualificato, ma deve esserci. Perché ciò che conserva un edificio è proprio l’essere utilizzato». Insomma, per salvare questo bene culturale così unico, come le Ville venete, non bastano solo i fondi erogati ogni anno da mezzo secolo dall’Istituto, ma anche una «grande politica di valorizzazione». E i vertici dell’Irvv, ieri, lo hanno ribadito a più voci.
Quasi un appello, il loro, in occasione del bilancio dell’attività dell’istituzione chiamata a sovrintendere, di cui 3.700 in Veneto, le altre in Friuli, 120 delle quali “d’autore” (una trentina solo quelle palladiane), per il 90% di proprietà privata. Ebbene, nonostante la tanta strada fatta negli ultimi decenni, con centinaia di ville salvate dal degrado, ancora oggi un 3% di queste ville, secondo le stime dell’Irvv, è a rischio crollo, mentre un 15 – 20% è comunque in pericolo. Ed ecco l’importanza, sottolineata molto dalla presidente, di questa «grande opera di valorizzazione». «Sia chiaro, – ha tenuto a precisare Qualarsa – per l’Istituto è indifferente che un proprietario usi la sua villa per viverci o per un’attività turistica. E le nostre erogazioni sono indifferenti alla destinazione d’uso. Ma non tutti possono permettersi di viverci, e basta. Molti sono costretti a fare scelte diverse. L’importante è che questi usi siano compatibili». Ed ecco il tema spinoso del vincolo «che non può essere muto – ha rimarcato la presidente -. Serve, invece, una politica vincolistica lungimirante per dare una nuova funzione a queste ville in un contesto moderno». Alberghi, dunque, ma non solo, in un quadro di vera promozione turistica delle ville venete, che è l’altro cavallo di battaglia dell’Istituto.
«Queste ville così particolari non sono mai state promosse come veicolo turistico – ha denunciato sempre Qualarsa – Invece è proprio questo l’obiettivo da raggiungere: fare delle ville venete un volano economico e anche così aiutare i proprietari a tenere in vita le loro proprietà. Ci lavoreremo a quel tavolo già costituito con la Regione». Ma in quest’ottica, nei suoi programmi per il 2009, l’Istituto ha inserito anche una vasta attività promozionale. Non solo la terza settimana del Festival della villa veneta (già programmata per l’ultima settimana di settembre, con visite gratuite alle ville Contarini e Pojana); ma anche un forum internazionale per capire come altri paesi – dall’India al Marocco – siano riusciti a trasformare luoghi semi-sconosciuti in grande attrattive turistiche; e ancora una mostra sui giardini delle ville venete da realizzare ad Abu Dhabi. «É ancora un sogno. Tutto è nato da un visita occasionale ad una delle nostre ville – ha rilevato la presidente – Questa persona ne è rimasta affascinata e ora siamo in contatto con gli Emirati arabi. Sarebbe un’ulteriore opportunità di promozione in un mercato importante sotto vari punti di vista».
Ieri sono state fornite anche le cifre dei finanziamenti dedicati ai restauri per il 2009, vera mission dell’Istituto: circa 6 milioni, tra mutui e contributi al sostegno dei lavori, un po’ meno degli 8 milioni dell’anno scorso, che era stati però una cifra record (il doppio del 2007). Triplicati, invece, i finanziamenti per il bando dedicato proprio alla valorizzazione delle ville: 150 mila euro “per tutti quei progetti artistici, culturali, storici e le iniziative che mettono al centro la villa veneta”. Quest’anno, poi, sarà creato anche una sorta di “pronto soccorso” per interventi urgenti di restauro, direttamente da parte dell’Irvv nei casi in cui i proprietari non siano in grado di farlo. Mentre l’Istituto ha già messo in preventivo l’intervento al Villino cerato di Palladio, a Montecchio Precalcino. Caso emblematico della fine che possono fare questi monumenti: di proprietà di una società poi fallita, è in condizioni pietose, con il tetto che rischia di crollare; c’è già stata un’ingiunzione della Soprintendenza e un interessamento dei carabinieri. «Ma solo quando tutta questa procedura sarà conclusa potremo intervenire noi – ha spiegato Qualarsa -, speriamo di farlo entro l’anno». Tra le ville palladiane, è di certo quella in condizioni più drammatiche. Ma in difficoltà sono anche la Barchesse di villa Trissino a Meledo e villa Zeno a Cessalto di Piave. «Una mappa precisa del degrado di queste ville non esiste – hanno ammesso i tecnici dell’Irvv -. Anzi, ogni segnalazione è bene accetta»
Roberta Brunetti (il Gazzettino del 28-2-2009)

A FAVORE

«I tecnici della commissione dell’Unesco arrivati nel vicentino nel 1995 per visitare le ville palladiane furono chiari: “Se queste strutture non vivranno o non saranno abitate moriranno tutte”. Concessero, l’anno dopo, a Vicenza e a una ventina di ville venete l’iscrizione al patrimonio mondiale dell’umanità. Il loro segnale fu molto chiaro».
Vladimiro Riva, direttore del Consorzio culturale e turistico “Vicenza è” non ha dubbi: «Il nostro Paese ha convissuto, per tanti anni, con meccanismo molto conservatore; impostato su sovrintendenze che hanno tenuto fermo quasi tutto».
Cosa crede ci sarebbe da fare adesso?
«Premettendo che l’immobilismo ha permesso, almeno in parte, di “non snaturare” molte strutture occorre ricordare sempre che, non ci sono risorse per poter fare manutenzione, tutto andrà “a remengo”».
E nemmeno si può tenere viva una villa andandoci ogni 15-20 giorni per un week end.
«È così. Meglio trasformarle in albergo, barchesse, ristorante o qualcosa che le tenga in vita. Le ville erano “case” nate per essere al servizio di campagna».
Tutte cambiate, vero?
«Sì, oggi una sola, forse, è rimasta com’era in origine: villa Barbaro a Maser, che continua a vivere con la proprietà agricola attiva, che la circonda. Le altre hanno tutte cambiato la loro funzione».
E hanno anche cominciato ad ospitare clientela…
«Più o meno. Qualcuna, come Villa Godi Malinverni a Lugo Vicentino, venne acquistata da Malinverni per conto dell’ “Organizzazione Aziendale”. Il nipote l’ha trasformata in struttura per convegni, c’è un ristorante si fanno banchetti, c’è turismo sociale. In questo modo non scomparirà».
Ben vengano allora queste soluzioni?
«Sì. Porte aperte a tutte le ipotesi compatibili con questi immobili; che consentano di produrre reddito e non trasformino queste bellezze in cumuli di pietre».
Cosa serve, oltre al mercato?
«Via la burocrazia inutile. Moriamo dai troppi beni: inutilizzati. E penso che prima o poi occorrerà una legge come quella per Venezia, un fondo specifico per salvare le ville venete. E serve un impegno pubblico preciso e chiaro; come a villa Pojana, per esempio».
Adriano Favaro (il Gazzettino del 28/2/2009)


CONTRO (ma con moderazione…)

(a.f.) C’è una strada percorribile, diversa da quella delle ville che ospitano alberghi ristoranti e aziende di catering.
Cristina Palumbo e Renzo Niero, operatori culturali della Riviera del Brenta (Venezia) ci hanno già provato una decina d’anni fa con “Ville aperte”. «Noi aprimmo al pubblico ville abitate dai proprietari – ricorda Palumbo – La Riviera è area con tre grandi ville pubbliche, le altre in mano privata. Abbiamo gestito sia le ville pubbliche che “sperimentato” attività culturali in quelle private».
«Il percorso – ricorda Renzo Niero – fu così innovativo che vennero da Milano per vedere come funzionava il sistema “artigianale” che avevamo sperimentato. Sotto c’era un grande lavoro tra privati e pubblico: coniugammo agricoltura, paesaggio, artigianato. È sbagliato quindi dividerci tra “culturali” e “commerciali”: con questa separazione non si va da alcuna parte. Occorre invece ripensare alla villa così com’era nata. E mantenerla non come “monumento” e basta, ma nel contesto del territorio, inserita nel paesaggio e nella rete dell’economia locale».
Cristina Palumbo ricorda come proprio tra ville e barchesse venete siano stati pensati e siano nati molti dei lavori di Paolini. E attori e registi come il boliviano Cesar Brie hanno sperimentato teatro di grande potenza. «Nelle ville della Riviera abbiamo rappresentato la “Trilogia della villeggiatura”, il nostro è un modello che parte dell’Europa conosce, quello di “usare” le strutture storiche per l’arte, il teatro, incontri, eventi».
Per capire bene cosa sia stato quel tentativo occorre ricordare che fino a metà degli anni Novanta le ville padovane e venete del Brenta erano praticamente sconosciute. «Noi abbiamo aperto le ville dei privati – ricorda Palumbo – grazie anche alla collaborazione del Touring Club e vennero da mezza Italia per osservare “quel” turismo culturale». Adesso? Per Palumbo quell’esperimento è un’idea percorribile. «Ma servono processi di connessione con i sistemi pubblici e privati, il mondo turistico. Il nostro “festival delle ville della Riviera del Brenta” ha avuto la fortuna di avere per un periodo tutte queste strutture collegate». Come dire, basta con la distinzione “o con la cultura o col business”. I due sistemi, in mano a competenze e professionalità, possono convivere. Senza che ogni villa diventi per forza un residence.


Un esempio…

UN RESTAURO DURATO DIECI ANNI
Villa Pojana, capolavoro di Palladio

La fine di un restauro che si trascinava da dieci anni. E poi una trentina di altri interventi finanziati, per un totale di 8 milioni di euro. É stato un anno ricco, il 2008, per l’Istituto regionale ville venete. Cinquantenario della fondazione dell’Istituto stesso. «Nato da un grido di dolore partito dalla nostra terra e accolto da Roma – ha ricordato ieri la presidente dell’Irvv, Nadia Qualarsa -, quasi un’applicazione di federalismo sul territorio prima del tempo». Nonché, per una fortunata coincidenza, cinquecentenario della nascita di Andrea Palladio, che di ville venete ne ha “firmato” una trentina, e a cui l’Istituto ha guardato con un’attenzione particolare. Così, di quegli 8 milioni e 300 mila euro stanziati, più del doppio del 2007, un milione è andato proprio al restauro di tre gioielli del Palladio: villa Almerico Capra “La Rotonda” a Vicenza, villa Emo a Treviso e villa Godi Malinverni di Lonedo di Lugo. E sempre palladiana è anche la villa protagonista del decennale restauro, finalmente concluso.
Si tratta di villa Pojana, nel vicentino, l’unica opera del Palladio di proprietà pubblica che la Regione ha attualmente dato in gestione al Ciso, il centro internazionale di studi di architettura Andrea Palladio. I restauri – effettuati direttamente dall’Irvv, in collaborazione con la Soprintendenza di Verona – erano cominciati nel 1998, quando la villa aveva problemi statici. I lavori erano partiti proprio da qui: due anni di lavoro per il consolidamento della struttura, oltre al rinnovo di impianti e serramenti. Nel 2004 si era intervenuti nelle cantine, trasformate in un grande spazio espositivo. Ultimo stralcio, quello appena concluso, il recupero degli affreschi. 297.000 euro di investimento per riportare all’antico splendore ben 550 metri quadri di affreschi: opere di Bernardino India, Giovanni Battista Zelotti, Anselmo Canera e Bartolomeo Ridolfi che adornano tutto il piano nobile, l’atrio, il salone centrale, la stanza delle grottesche, quella d’angolo e il salone degli imperatori. «Il degrado di questi affreschi era evidente – ha raccontato l’architetto Claudio Albanese -, sono tornati davvero all’antico splendore. Nuova e ardita è stata anche la modalità dell’intervento. Il cantiere è sempre rimasto aperto, per dare la possibilità a scuole e istituti di restauro di vedere da vicino i lavori. Sono arrivati anche dall’università di Dublino». Mentre ora, a ponteggi smontati, sono riprese le visite tradizionali.

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