Una giustizia mondiale in aiuto agli oppressi (il caso Darfur)

darfur-map_italaino1 Ha suscitato clamore la decisione presa il 4 marzo scorso dalla prima Corte del Trbunale penale  internazionale dell’Aja di emettere un mandato di cattura nei confronti di un presidente in carica: quello del  Sudan Omar Hasan Ahmad al-Bashir. Un presidente di un grande paese africano che è pertanto in questo momento latitante per la giustizia internazionale. Bashir è accusato dalla Corte dell’Aja di reati specifici nei confronti della popolazione del Darfur, regione all’estremo ovest inglobata nel Sudan, che da sei anni è martoriata da una guerra civile che ha finora procurato sui 300.000 morti e oltre due milioni di profughi (di seguito diamo notizie su questo contesto). L’emissione di un mandato di cattura nei confronti del presidente Bashir non è per niente un atto simbolico: il presidente del Sudan può e deve essere arrestato. Il compito spetta alle polizie di tutti i paesi che hanno aderito al Tribunale penale internazionale. E’ chiaro che non è un compito facile: ma Bashir ora ha la vita dura, nel senso che non è più un presidente a pieno titolo, che si può muovere all’estero, svolgendo normalmente il suo incarico.     La creazione del Tribunale dell’Aja risale al 1993 ed è legato alla guerra civile e ai genocidi dell’ex Iugoslavia che avvenivano in quel periodo (dal 1991 al 1995). Famoso l’arresto di Milosevic (ma in quel caso si trattava di un ex presidente).     E’ un passo importante quello della creazione di una “giustizia mondiale”, oltre i singoli paesi, in difesa del diritto internazione contro ogni crimine e genocidio. Una perdita di potere degli Stati su temi che riguardano i diritti fondamentali delle persone. E’ pur vero che il Tribunale dell’Aja si interessa solo di temi riguardanti delitti di particolare gravità come i genocidi, però è importante che esista un’istituzione mondiale di tal genere. Il mondo oramai è un unico villaggio, pur nelle sue innumerevoli differenziazioni, ed è necessario che nessun governante sia escluso dal dover rendere conto al mondo (e, in primis, ai suoi perseguitati) di possibili crimini contro popolazioni inermi all’interno del suo paese.   Vi proponiamo quindi tre articoli (ripresi da “La Repubblica” del 5 marzo) su questo avvenimento del mandato di cattura nei confronti di Bashir, con notizie su questo personaggio e sulla grave situazione umanitaria in Darfur.

Nel Darfur 300mila morti in sei anni


La guerra civile in Darfur scoppiata sei anni fa, ha causato, secondo dati Onu, fino a 300.000 morti e oltre due milioni di profughi. Eccone una breve cronologia.   26 febbraio 2003. I ribelli espugnano il capoluogo del Gulu (Darfur del nord). Da allora la guerra civile imperversa con due movimenti, Esercito di liberazione del Sudan (Sla) e Movimento per la giustizia e l’equità (Jem), in rivolta contro le milizie arabe Janjawid, accusate di essere legate a Khartoum e di commettere stragi Darfur contro la popolazione nera.  14-15 agosto 2004. Arrivano i primi soldati della forza di pace africana Amis.  31 gennaio 2005. Il rapporto della commissione d’inchiesta Onu, presieduta da Antonio Cassese, dice che il governo sudanese non è responsabile di genocidio, ma che in Darfur sono commessi crimini «non meno gravi del genocidio».  29 marzo 2005. Due risoluzioni del consiglio di sicurezza Onu prevedono sanzioni contro individui che commettono atrocità e il loro deferimento alla Corte Penale Internazionale (Cpi).  5 maggio 2006. Accordo di pace fra governo e ribelli Sla. Non aderiscono Jem e una fazione Sla. La ribellione contro Khartoum e janjawid si frammenta.  31 luglio 2007. L’Onu approva l’invio di una «forza ibrida» di caschi blu e dell’Unione africana (Unamid), che a dicembre sostituisce l’Amis.  10 maggio 2008. Attacco senza precedenti del Jem nella città sudenese di Omdurman, 220 morti. Il Sudan rompe col Ciad, che nega ogni implicazione.  14 luglio 2008. Il procuratore del Cpi, Luis Moreno Ocampo, chiede l’arresto del presidente sudanese, Omar El Bashir.  4 marzo 2009. il Cpi accoglie le accuse di crimini di guerra e contro l’umanità e emette ordine di cattura per Bashir.

 

CRIMINI DI GUERRA IN SUDAN. ARRESTATE IL PRESIDENTE

Repubblica — 05 marzo 2009   pagina 2   sezione: POLITICA ESTERA


DA IERI c’ è un presidente in carica che è latitante per la giustizia internazionale. E’ il presidente del Sudan. Si chiama Omar Hasan Ahmad al-Bashir, ha 64 anni, un passato di gloria nella guerra del Sinai del 1973 e un presente di infamia per aver ordinato e diretto uno dei più spaventosi massacri nella regione del Darfur. Con un’ ordinanza unica e inedita nel diritto mondiale, che sta infiammando gran parte del mondo arabo, la prima Corte del Tribunale penale internazionale de L’ Aja ha accolto la richiesta del procuratore capo, l’ argentino Luis Moreno Ocampo, di emettere un mandato di cattura per sette dei dieci capi d’ imputazione raccolti in tre anni di indagini grazie alla coraggiosa testimonianza di trenta sopravvissuti e il faticoso lavoro di dieci magistrati. La Corte ha ritenute valide le prove per cinque episodi di crimini contro l’ umanità e due di crimini di guerra. Ma ha considerato insufficienti quelle raccolte per tre casi di genocidio: lo sterminio dei Fur, dei Masalit e degli Zaghawa. Nessuno dei magistrati ha messo in dubbio ciò che tutto il mondo osserva e denuncia da anni: nella martoriata regione del Darfur, nell’ ovest del Sudan, a ridosso del Ciad, dal 2003 almeno duecentomila uomini, donne e bambini sono stati vessati, inseguiti, mutilati, uccisi, in uno sterminio che sfiora la pulizia etnica. Oltre due milioni di persone, sconvolte da incursioni, raid, incendi e devastazioni sono state spinte verso le aree più desertiche. Hanno dovuto abbandonare i loro villaggi, sfuggire alle violenze delle feroci milizie filogovernative dei janjaweed, trovare rifugio nelle terre arse dal sole e devastate dalla carestia, nutrirsi di radici, sterpaglia, rifiuti. Morire di stenti, tra mille agonie, dopo essere stati violentati, stuprati, torturati, spesso ridotti a schiavi. «E’ il trionfo del Diritto internazionale», commenta al telefono da l’ Aja Silvana Arbia, l’ unico magistrato italiano presente da 9 anni nel Tpi. «L’ emissione di un mandato di cattura non è un atto formale. Un gesto simbolico privo di conseguenze. Il presidente del Sudan può e deve essere arrestato. Il compito spetta alle polizie di tutti i paesi che hanno aderito al Tpi. Non è un compito facile: Omar al – Bashir è un presidente a tutti gli effetti. Governa uno stato, ha le sue prerogative costituzionali. Ma i governi che si sottraggono all’ esecuzione del provvedimento rischiano di finire nel mirino del Consiglio di sicurezza dell’ Onu».. Lo ribadisce anche il procuratore Ocampo: «AlBashir deve essere arrestato». Il Sudan reagisce con rabbia. Migliaia di persone sono scese subito in piazza. «E’ una decisione che fa parte di un piano neocolonialista», tuona da Khartum il consigliere presidenziale Mustafà Osman Ismail. «Non vogliono che il Sudan diventi stabile. Noi non consegneremo mai il presidente». Dieci ong vengono espulse dal paese. La Lega araba convoca un consiglio straordinario, l’ Egitto si dichiara preoccupato, chiede la riunione immediata del Consiglio di Sicurezza. Punta sull’ applicazione dell’ articolo 16 del trattato che congela i provvedimenti restrittivi. Anche se il giudice Arbia ricorda che «non può essere applicato una volta emesso un mandato di cattura». La battaglia è solo all’ inizio. Il mondo si divide. Come accade spesso, davanti a scelte importanti e decisive. Parigi preme per l’ arresto di al-Bashir, così gli Usa. Esultano i ribelli del Jem, da anni in lotta con Khartum. Omar al-Bashir tace. Tira dritto. Si gioca le sue carte. Lancia la sua nuova sfida. A fine mese andrà al vertice arabo di Doha. La prima occasione per arrestarlo. Bashir REPUBBLICA.IT – DANIELE MASTROGIACOMO


Senza più aiuti umanitari ora nei campi profughi la gente muore di sete

Repubblica — 05 marzo 2009   pagina 2   sezione: POLITICA ESTERA

«SE non riusciremo a rientrare entro una settimana sarà un disastro». Gabriel Trujillo, coordinatore per le operazioni in Darfur di Medici senza frontiere, ha dovuto lasciare il Sudan su invito del governo. Msf è una delle dieci Ong alle quali Khartum ha ordinato di abbandonare i progetti in corso. Vi siete sentiti in pericolo dopo l’ incriminazione di Bashir? «Seguo progetti in Darfur dal 2005 e la situazione non è mai stata semplice. Abbiamo sempre sottolineato la nostra indipendenza dalla Corte Internazionale dell’ Aja, ma questo non è bastato a proteggerci in passato da attacchi. Il personale locale sarà in grado di andare avanti solo se non ci saranno emergenze. E purtroppo ci sono già segnali preoccupanti delle diffusione di un’ epidemia di meningite». Nei campi profughi solo gli aiuti umanitari garantiscono il cibo, che succederà ora? «Fino a oggi si riusciva, a seconda dello spostamento del conflitto, a raggiungere più zone. Ora le condizioni tremende in cui si vive in alcuni campi diventeranno la norma, perché non arriverà più nulla». – CRISTINA NADOTTI

Bashir, l’ ex bambino soldato sterminatore del suo popolo

Repubblica — 05 marzo 2009   pagina 3   sezione: POLITICA ESTERA


AL BASHIR, soldato bambino con l’ ossessione della guerra è nato 64 anni fa in una capanna di contadini poverissimi, in un villaggio a un centinaio di chilometri a nord di Khartum. Chi ha trascorso con lui lunghi anni, riuscendo infine a salvarsi dall’ arresto, sostiene che il suo destino è stato segnato nell’ infanzia. Il padre, coltivatore di pomodori, non può sfamarlo. Sceglie di abbandonarlo, affidandolo all’ esercito quando non aveva ancora 12 anni. L’ orizzonte del piccolo Omar oscilla così da subito tra solitudine e violenza, mediate dall’ islam. Combatte senza paura di morire, né di uccidere, e a vent’ anni guida già una compagnia. Dieci anni dopo, nel 1973, è al fianco degli egiziani nella guerra dello Yom Kippur contro Israele. Guerra ed estremismo islamico, in quindici anni, gli valgono la leadership dell’ Islamic National Front di Hassan Turabi. E’ uno dei rari golpe incruenti dell’ Africa. A 45 anni al Bashir, ex soldato bambino per un piatto di mais bianco, si trova alla guida di un Sudan devastato dalla fame e dalla guerra civile. Infiamma le folle con comizi nazionalisti che incitano all’ unità del Paese nel nome della sharia. Non si tratta, scriverà anni dopo dal carcere Turabi, di un espediente retorico. Nei primi anni al potere, al Bashir crede realmente che il Sudan, frammentato in centinaia di tribù, possa scegliere l’ unificazione nel nome dell’ islam. Un sogno presto deluso. Il Nord, bianco, islamico e governato dalle influenze arabe, cede alla tentazione di sottomettere il Sud, animista, nero e aperto al dialogo con l’ Occidente cristiano. Al Bashir, che conosce solo il linguaggio delle armi, torna così a combattere e non smetterà più, facendo della guerra un’ autentica ossessione. Fa arrestare Turabi, l’ unico intellettuale della sua cerchia. Scioglie il Consiglio della Rivoluzione, facendo sparirei suoi componenti accusati di cospirazione. Fino al 1996, quando si fa eleggere presidente con un voto definito «truffa» dagli stessi leader africani. Tre anni dopo scioglie il parlamento e svela pienamente il suo profilo di dittatore. Sono gli anni, oltre venti, del grande massacro nel Sud. Fede e pretese di autodeterminazione si confondono, giustificando lo sterminio di centinaia di migliaia di persone. Difficile provare il genocidio, trattandosi di decine di etnie. I servizi segreti sudanesi sono in compenso i più temuti del continente. Le torture, nelle caserme del nord, raggiungono limiti di raffinatezza che lo stesso Taylor, pure sotto processo all’ Aja, definisce «magica». Le trattative per la pace tra Nord e Sud sono avanzate quando, nel 2003, al Bashir sceglie di legittimare il terrore con un’ altra guerra. Il Darfur, a Ovest, reclama a sua volta l’ indipendenza e si oppone all’ avanzata delle scuole coraniche. Kartum, nel mirino degli Usa, viene accusata di nascondere Bin Laden e di essere la retrovia africana di al Qaeda. Il nuovo focolaio di frammentazione viene represso con una ferocia che gela il mondo. In cinque anni, solo in Darfur, le milizie arabe dei janjaweed, armate e pagate dal regime di al Bashir, massacrano oltre 300 mila civili e innescano l’ esodo di due milioni e mezzo di profughi. I villaggi ribelli vengono dati alle fiamme, donne e bambini subiscono stupri e mutilazioni. Il Paese è un immenso campo di battaglia, conteso tra mondi contrapposti: da una parte Medio Oriente, Russia e Cina, dall’ altra Usa ed Europa. Dietro la fede, petrolio, gas, acqua sotterraneae controllo di uno dei territori-chiave del continente. Il dittatore-guerriero, da ieri, ha però le spalle al muro. E si prepara, pur di non cedere un potere assoluto, alla battaglia estrema: contro tutti, per salvare se stesso sacrificando il suo popolo. – GIAMPAOLO VISETTI

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