Il piano straordinario per l’edilizia del Governo: sarà utile? Si, se serve ad eliminare le brutture edilizie e riqualificare l’abitare

casa-immagine Iniziare a eliminare la “spazzatura edilizia” dal dopoguerra ai giorni nostri?

Partiamo da una constatazione: ogni grande piano di edilizia non nasce prioritariamente per ragioni legate all’esigenza abitativa, ma principalmente per rilanciare l’economia e l’occupazione.   Il piano INA CASA (attuato tra il 1949 e il 1963, il più interessante e coerente intervento urbanistico con case popolari che ancora adesso sono abbastanza efficienti e con stili architettonici interessanti) è stato attuato (nel 1949) da un ministro (Amintore Fanfani) che aveva il Dicastero del Lavoro (cioè un ministero legato alla “socialità”, cioè al dar lavoro, in questo caso nell’edilizia, a più persone possibili). Pertanto l’unico razionale e riuscito progetto abitativo del dopoguerra lo era, come progetto abitativo, solo per caso (altri erano gli scopi iniziali).     E’ quel che potrebbe (insistiamo con il  condizionale “potrebbe”) accadere con la proposta attuale del cosiddetto “Piano Casa” voluto dal nostro Governo (forse in approvazione al prossimo consiglio dei ministri) dove, oltre ai 550 milioni assegnati alle Regioni per edilizia abitativa da affittare (con riscatto) a giovani coppie, anziani, studenti e immigrati regolari, oltre a questo c’è il provvedimento di concedere automaticamente (o quasi) il 20% di ampliamento delle attuali case esistenti, o il 30% di cubatura in più se la casa viene completamente demolita (addirittura il 35% se ricostruita con il ricorso a criteri rientranti nelle energie rinnovabili). Un famoso architetto (che peraltro ha criticato l’impianto troppo fumoso e pericoloso del provvedimento), Aldo Loris Rossi, ha detto che potrebbe essere l’occasione, con questo “Piano casa” (se ben congegnato), di contribuire ad eliminare parte di quella che lui chiama (e noi geografi condividiamo in pieno) la spazzatura edilizia costruita dal dopoguerra fino ai giorni nostri.    Guardatevi attorno. Oltre alla bellezza del centri storici (qualche volta anch’essa intaccata) c’è assai poco di urbanistica di questi ultimi decenni, di strutture abitative, di case, che possiamo considerare belle, interessanti.  Pertanto, ammesso che gli italiani abbiano in questo momento i soldi per ampliare la propria casa (o ricostruirla ex novo) (e qui sta il nodo: avere ancora un risparmio sufficiente da investire) non sarebbe male se la ripresa economica (e occupazionale) dell’edilizia si svolgesse sui binari dell’eliminazione delle tante brutture fin qui costruite, magari inserendo innovazioni tecnologiche basate sulla bioedilizia, sul risparmio energetico e le energie rinnovabili. E’ ovvio che qui non si parla di “occupare altri terreni agricoli” (per niente); e sono pure da evitare forme meramente speculative (costruire peggio di prima per vendere e ricavare ancora di più dal surplus dell’ampliamento della cubatura…). Qui parliamo di un piano che, almeno all’origine, nelle intenzioni, contiene lo scopo di una ripresa economica in un settore strategico; ma che potrebbe però anche essere usato per migliorare il nostro abitare ed eliminare, appunto, la spazzatura edilizia sorta in questi decenni.    La proposta è ben rappresentata in un editoriale de “Il Giornale” che qui di seguito vi invitiamo a leggere. Tolte (nell’articolo) le considerazioni politiche di parte (all’inizio e alla fine) il “nodo” del discorso, il “cuore” dell’editoriale, sembra a noi più che condivisibile.    Resta il problema di sempre: manca in questo momento una “univocità di stile architettonico” nella nostra società: c’è il rischio che i progettisti si prodigheranno in stili uno completamente diverso dall’altro, quasi sempre pacchiani (e che si possa vedere e distinguere la mano dell’uno o dell’altro architetto). Bisognerebbe discutere e raggiungere un’idea condivisa di stile (magari sobrio, moderno ma non scopiazzato da esempi di qua e di là del mondo; o da idee nate dalla follia del progettista di lasciare ai posteri un segno della sua “originale” presenza nel mondo). Trovare pertanto uno stile nel costruire sì moderno (con materiali nuovi ed ecocompatibili), ma anche in continuità con un’identità abitativa secolare che ogni luogo ha avuto (e smarrito solo in questi anni) (su questo, sugli stili architettonici dell’ “abitare” bisognerebbe dire al più presto qualcosa di più preciso).

Così la spazzatura edilizia diventerà ricchezza

(editoriale da “Il Giornale” del 9-3-2009)


Lentamente ma inesorabilmente la crisi finanziaria ed economica sta imponendo a tutti le proprie regole. La delibera del Cipe che stanzia oltre 17 miliardi di euro per grandi opere strategiche ne è la più elementare testimonianza, così come lo è l’accentramento presso la presidenza del Consiglio di quattro fondi ministeriali (attività produttive, università e ricerca, beni culturali, ambiente). In tempi di crisi la concentrazione delle risorse in pochi obiettivi capaci di essere, una volta raggiunti, un moltiplicatore di sviluppo è fondamentale. Ed è quello che si tenta di fare con l’accentramento dei fondi alla presidenza del Consiglio. Il contributo di ciascun ministro, d’altro canto, è essenziale nel definire gli obiettivi perché nessuno più di loro conosce il proprio settore e i nodi, antichi e recenti, che ne soffocano la crescita. Anche questa decisione, dunque, nasce dalla consapevolezza della gravità della crisi e dall’esigenza di superare una certa dose di immobilismo sin qui avuta.
Ma non è finita. La notizia di un documento riservato sulla «liberalizzazione» dell’edilizia (così è stata impropriamente definita dalla stampa nazionale) è anch’essa figlia di una crisi che non può essere superata solo dalla cantierizzazione di grandi opere pubbliche. La sua vastità come da tempo andiamo dicendo impone una mobilitazione dell’intero sistema economico e finanziario nazionale e da che mondo è mondo l’edilizia è il maggior volano per rilanciare nell’immediato la domanda pubblica e privata. Potremmo citare Barack Obama e il suo programma di strade, ponti e case o riandare con la memoria al primo dopoguerra per ricordare l’importanza dei cosiddetti cantieri di lavoro e capire l’importanza dell’edilizia nella ripresa dell’economia e nella grande ricostruzione nazionale.
Oggi l’operazione da fare è diversa ma altrettanto fondamentale. Da tempo sosteniamo, anche con emendamenti puntualmente ignorati e sulla base di alcune geniali analisi di molti studiosi, tra cui il professor Aldo Loris Rossi, noto architetto di levatura mondiale, che è giunta l’ora di ammodernare parte rilevante del nostro patrimonio edilizio. Il professor Rossi parla giustamente di «spazzatura edilizia» da eliminare con riferimento a quella postbellica senza valore storico, priva di qualità e di norme antisismiche costruita tra il 1945 e il 1975 che soffoca le periferie delle nostre grandi città, degradandole da ogni punto di vista. Una normativa semplice, capace di dare ai proprietari di immobili l’opportunità di abbattere la vecchia edilizia, costruendone una nuova e migliore per qualità e antisismicità e offrendo a ciascuno l’incentivo di cubature maggiori, può essere la leva per quella mobilitazione della ricchezza e dell’imprenditoria privata di cui il Paese ha bisogno in questo momento. Nella nostra tesi, naturalmente, c’è l’assoluta salvaguardia delle aree agricole, per cui le grida scomposte di una speculazione all’orizzonte sono solo sciocca propaganda dal momento che si opererebbe sul patrimonio edilizio esistente che va in parte abbattuto e ricostruito sulle stesse aree di sedime e con gli incentivi di maggiori cubature di cui si è parlato.
Se volessimo fare anche noi demagogia, diremmo che mentre a sinistra si chiede solo una indennità di disoccupazione, il centrodestra offre posti di lavoro, mobilitazione della ricchezza privata e un recupero delle degradate periferie, nonché il restauro conservativo dei grandi centri storici. Altro è vigilare perché nelle pieghe di un provvedimento di questo tipo spesso di può nascondere la coda del diavolo, altro è opporsi pregiudizialmente a quanto già è stato fatto con grande successo in molte città europee come da almeno sei anni da queste colonne tentiamo invano di spiegare.


PIANO CASA: TUTTI GLI SVILUPPI POSSIBILI

(DA “IL Giornale, 9-3-2009):

Milano – Chiudere il terrazzo o sopraelevare il soffitto dell’ultimo piano per ricavare una stanzetta in più. Una richiesta che oggi si scontra con regole condominiali e norme del codice civile e che nella maggior parte dei casi finisce per essere rigettata. Ma che potrebbe diventare possibile con il Piano per l’edilizia annunciato dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e che approderà già venerdì al Consiglio dei ministri.

Aumenti cubature del 20% Il piano, secondo quanto trapelato fino ad ora, permetterà di aumentare del 20% le cubature dei fabbricati e “rottamare” le abitazioni realizzate prima del 1989, abbattendole e ricostruendole con dimensioni incrementate del 30% (che potranno salire al 35% se si fa ricorso alle tecniche di bioedilizia o di energie rinnovabili).

Modifiche anche nei condomini Questi ampliamenti, ha detto il sottosegretario alle Infrastrutture con delega alle politiche abitative Mario Mantovani, saranno possibili anche all’interno di un condominio, previo però il via libera dell’assemblea condominiale. Una novità che avrebbe un impatto rilevante, considerato che gli appartamenti costituiscono una buona fetta del patrimonio immobiliare italiano e per essi l’aumento di cubatura si scontra con una normativa civile e condominiale che non lo permette.

Quante sono le case in Italia Dal censimento del 2001 risulta che le abitazioni in edifici ad uso abitativo sono complessivamente 27.268.880 (i soli edifici ad uso abitativo sono 11.226.595), di cui il 25,3% (6.902.088) sono edifici con un’unica abitazione, presumibilmente case singole, il 16,7% sono edifici bifamiliari (4.560.856), mentre gli edifici con più di 3 abitazioni sono il restante 57,9%. Anche la “rottamazione” degli edifici costruiti oltre 20 anni potrebbe interessare molte abitazioni: secondo i dati dell’Uppi, le case che rientrano in questa fascia sono una percentuale intorno al 50-70% a livello nazionale, e del 70% solo nelle grandi città.

Ecco cosa è possibile fare oggi per ampliare la propria abitazione e cosa potrebbe cambiare con il Piano per l’edilizia, sulle cui linee sta lavorando il Governo:

Appartamento in condominio Oggi è possibile modificare parti della propria proprietà, purchè queste opere non ledano i diritti degli altri condomini, creino problemi di tipo strutturale o estetico: a regolare la materia è il Codice civile, che (art. 1122) consente opere che «non rechino danno alle parti comuni dell’edificio»; vieta (art. 1120) le «innovazioni che possano recare pregiudizio alla stabilità o alla sicurezza del fabbricato, che ne alterino il decoro architettonico o che rendano talune parti comuni dell’edificio inservibili all’uso o al godimento anche di un solo condomino»; non consente (art. 1127) la sopraelevazione “se le condizioni statiche dell’edificio non la consentono” o se ne “pregiudica l’aspetto architettonico”. Con le nuove norme allo studio, sarà possibile ampliare la cubatura dell’appartamento del 20%, previo il via libera da parte del condominio. Non ci sono al momento dettagli sulle aree che potranno essere coinvolte dall’ampliamento.

Casa singola In un’abitazione monofamiliare già oggi è possibile, previo l’ottenimento del permesso di costruzione, alzare l’edificio di un piano, senza limiti di cubatura, e anche aggiungere una parte in orizzontale, sempre che non sussistano norme precise sull’edificabilità del terreno. Con le nuove misure allo studio si potrà accrescere del 20% il volume dell’immobile o di una sua parte anche realizzando un manufatto aggiuntivo purchè di carattere accessorio. Per le case costruite prima del 1989 e che non siano sottoposte a vincoli architettonici, sarà possibile abbattere e ricostruire l’edificio anche su un’area diversa e con una cubatura più ampia del 30% o del 35% se si farà ricorso alla bioedilizia o all’utilizzo di energie rinnovabili


(per saperne di più…. nota sul “Piano INA Casa” del 1949)

IL PIANO “INA CASE” 1949-1953

Sono ormai trascorsi sessant’anni dall’approvazione della legge n. 43 del 1949, che istituiva il “Piano incremento occupazione operaia. Case per lavoratori”, noto come Piano INA Casa.

L’attuazione di quel piano negli anni Cinquanta ha rappresentato un’importante esperienza, non solo per l’incremento dell’occupazione operaia e del patrimonio edilizio del nostro Paese, ma anche per la costruzione e ‘ricostruzione’ del territorio italiano, per la definizione di una nuova immagine della città, per il miglioramento delle condizioni abitative di migliaia di famiglie.

I quartieri costruiti allora rappresentano oggi significative testimonianze di politiche, culture e tecniche dell’epoca, oltre a costituire parti importanti del paesaggio urbano contemporaneo. L’esperienza è stata raccontata, per frammenti, all’interno di storie più complessive: delle politiche edilizie, dell’architettura, dell’urbanistica del nostro Paese. Oppure ricostruita dall’INA Casa stessa, immediatamente dopo l’esaurimento del Piano, assumendo la forma autobiografica o quella del resoconto qualitativo o, ancora, del regesto degli interventi realizzati. A distanza di alcuni decenni, il piano resta uno strumento per interpretare il ruolo dei quartieri entro differenti spazi, urbani, territoriali e sociali.

Allontanarsi da luoghi comuni e interpretazioni sommarie, che vedono l’ “abitare” del ventunesimo secolo come un’indistinta e dequalificata periferia, può portare a una più consapevole descrizione e comprensione dei territori del tempo presente.

6 thoughts on “Il piano straordinario per l’edilizia del Governo: sarà utile? Si, se serve ad eliminare le brutture edilizie e riqualificare l’abitare

  1. albertograva martedì 10 marzo 2009 / 14:17

    Tralasciando i particolari,
    penso che come dici tu Sebastiano, in accordo con le dichiarazioni dell’architetto Rossi, questo nuovo piano per l’edilizia possa essere un’opportunità per correggere gli innumerevoli errori del dopoguerra. Però mi sorge un dubbio, ad esempio abbattendo i palazzoni orribili del quartiere Zen di Palermo o le “Lavatrici” di Genova e, avendo a disposizione fino a un 35% in più di volume siamo sicuri di riuscire a costruire qualcosa di migliore? qualcosa che non assomigli a un enorme dormitorio dove non esiste socialità? Io non ne sarei così sicuro, a causa di un mio personale pessimismo nei confronti dell’urbanistica italiana e per una sfiducia per le “archi-star” che sicuramente si accaparrerebbero gli appalti di progettazione per non farsi sfuggire l’occasione di costruire una cosa così grande e visibile.

  2. racheleamerini martedì 10 marzo 2009 / 22:36

    condivido le perplessità di Alberto. L’altra faccia della moneta, che si contrappone all’archi-star, è l’archi-scimmia (o geom-scimmia, dipende dalla mano…), ovvero colui che prende in mano lo stampino e butta giù macchie da un estremo all’altro del territorio… tutte uguali, senza tener conto dell’identità del territorio (peggio ancora, scopiazzando l’idea di qualche archi-star). Il sistema dello stampino risulta economicamente efficace!
    Il problema dell’edilizia forse nasce proprio dalla rottura del legame tra uomo e territorio circostante. Non costruiva l’uomo, molto tempo fa, e sottolineo “molto”, secondo le esigenze richieste da ciò che lo attorniava? Non era il legame di diversi uomini con le medesime esigenze a far scaturire un’edilizia che si inseriva armoniosamente “nella terra”? Non si è perso in buona parte il dialogo tra uomo e territorio/ambiente, divenendo un monologo senza senso?
    Forse non c’è più via di scampo, e le nostre case saranno dormitorio, e saremo costretti, condannati quasi come Sisifo per aver sfidato gli Dei, nel quotidiano rituale dell’esodo mattutino… verso altri luoghi, che forse non abitiamo neanche più.
    Forse, sarebbe bello che ognuno si costruisse la propria casa… sarebbe bello se in noi non ci fosse la mania di voler essere estrosi a tutti i costi.

    PS. E come si riqualifica l’abitare??? Non è una cosa che si può imporre dall’alto, ma deve venire dallo spirito di ognuno di noi. Altrimenti buttiamo spazzatura per crearne di nuova, e arricchire qualcuno…

    • paolomonegato mercoledì 11 marzo 2009 / 11:17

      Condivido in pieno quanto scritto da Alberto e Rachele. Anche secondo me la rottura del legame tra uomo e ambiente è all’origine di queste problematiche. Ma perché, secondo voi, si è rotto questo rapporto?

  3. albertograva giovedì 12 marzo 2009 / 10:23

    Ho appena letto sul Corriere del Veneto un’intervista a Domenico Patassini, il preside della Facoltà di Pianificazione dello IUAV, nella quale affermava che in Veneto l’edilizia potrebbe fermarsi per i prossimi 5 anni, in quanto siamo già a posto con l’esistente per fare fronte alle richieste dei prossimi 5 anni. In più sottolineava, come me. il fatto che se oggi esistono edifici brutti, non è detto che abbattendoli e ricostruendoli si ottengano edifici belli, magari si riesce a farli ancora più brutti!

  4. Lina mercoledì 18 marzo 2009 / 15:25

    Sono molto favorevole all’aumento del 20% dell’ampliamento delle case, nel mio caso: casa singola) perchè questo permetterà a noi, come a tanti altri genitori, di dare una mano ai figli che, vuoi per mancanza di lavoro, vuoi perchè gli stipendi sono quelli che sono, non possono andare ad abitare da soli e costruirsi una famiglia perchè appunto le condizioni economiche non lo consentono e le case da comprare hanno prezzi e mutui da capogiro, insostenibili. La possibilità di ampliare la casa ci consentirà di abitare con noi fino a quando non potranno permettersi di meglio.

  5. Manuela Montefusco martedì 20 ottobre 2009 / 17:02

    In effetti non farei di ogni erba un fascio: non tutti gli edifici costruiti dal dopoguerra ad oggi (ma poi perchè proprio fino al 1989?) rientrano nella cosidetta “spazzatura”. A mio avviso si tratta di recuperare quella parte di buono che c’è nel patrimonio edilizio esistente attraverso l’integrazione di servizi intesi anche come rilettura del sistema viario, costruzione di verde in funzione di un abitato più sano, arredo urbano ecc.
    Credo che ad un attento esame risulteranno pochi gli edifici totalmente da demolire e ricostruire e molti di più quelli sui quali poter operare una trasformazione che porti ad un nuovo modo di intendere l’abitare

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