Le ultime api – La massiccia morìa delle api a causa degli insettidici neonicotinoidi nel mais

api-2“Se tutte le api morissero all’uomo resterebbero quattro anni di vita” (Albert Einstein).

Il fenomeno che sta avvenendo in questi ultimi 7, 8 mesi, di morìa della api, praticamente in tutto il mondo, sta destando forte preoccupazione ed allarme. Il motivo sembra essere stato individuato in un pesticida che viene usato per i semi di mais. Qui di seguito ve ne diamo conto attraverso due articoli. Il primo sono delle considerazioni del presidente di un’associazione ecologista della provincia di Treviso (Andrea Zanoni), “Paesambiente”, associazione questa attivissima nel denunciare le molte crisi ambientali che ci circondano in questi anni. Di seguito poi vi proponiamo un articolo ripreso dalla pagina scientifica del “CorrieredellaSera.it” del 20 gennaio scorso, che spiega nei dettagli il perché della scomparsa delle api.    La difficoltà di sopravvivenza delle api è il segnale, il termometro, della “febbre da inquinamento” che sta colpendo il nostro pianeta e, pertanto, anche il nostro vivere, la nostra salute. Uno dei temi forti di “riconversione ecologica” (di cui si parla ora in tutti i settori dell’economia, del vivere quotidiano) sarà quello di ridurre l’uso dei pesticidi e della chimica in genere (come i fertilizzanti) in agricoltura. Una necessità data dall’urgenza di trovare soluzioni a suoli sempre più impoveriti ed inquinati, e a un’alimentazione con prodotti non genuini.   Dopo i due articoli sul fenomeno dell’attuale morìa delle api, per chi volesse allargare il proprio orizzonte storico su questi fenomeni di specie viventi che scompaiono visti come “un cambio dell’umanità”, la “fine di un’epoca”, vi regaliamo (in merito alla progressiva fine delle api) due articoli molto retrodatati (giugno-luglio 2002) rispettivamente di Adriano Sofri e di Vincenzo Cerami (su altri fenomeni che colpivano in modo negativo e fatale le api in quel momento). Infine alcune righe di un articolo del 1975 di PierPaolo Pasolini sulla scomparsa delle lucciole negli anni sessanta, viste come la fine di una civiltà (come ora accade con le api).

LE ULTIME API

Perché muoiono le api? Possiamo esistere senza api? Chi sono i colpevoli della moria delle api nel mondo?

Negli ultimi mesi sarà capitato un po’ a tutti di imbattersi in qualche articolo di quotidiano o settimanale o in qualche servizio televisivo, che trattava della massiccia moria delle api (in Veneto circa il 50% degli alveari sono andati perduti) in tutta Italia e nel mondo.

Dal visto in tv o letto sui giornali, ho avuto modo di toccare con mano il problema grazie ad alcuni amici apicoltori residenti nelle parti più disparate della provincia di Treviso, dalle pendici del Monte Grappa (a Crespano del Grappa), a Paese in pianura, sino a Pieve di Soligo, tutti colpiti da questo flagello con perdite dal 50% al 100 % dei propri alveari.

Del fenomeno ne ha parlato anche la nota trasmissione della RAI, Report, del 30 novembre scorso con un servizio di poco meno di un quarto d’ora; la causa di queste morie è stata accertata da numerose analisi effettuate sui corpi delle api morte che hanno evidenziato la presenza delle molecole dei nuovi pesticidi del gruppo dei neonicotinoidi.

Questi pesticidi vengono utilizzati nella concia dei semi di mais trasformando le future piante in insetticidi perenni, ovvero nella famosa mela di Biancaneve.

Dopo le proteste delle associazioni degli apicoltori italiani (In particolare UNAAPI e CONAPI) che in Italia sono circa 50.000, con 1.000.000 di alveari, il ministero della Salute con decreto Ministeriale del 16 settembre 2008 ha sospeso in via cautelativa l’uso dei pesticidi Thiamethoxan, Clothianidina, Imidaclopride e Fipronil, utilizzati nel trattamento di concia delle sementi.

Il decreto, che purtroppo ha durata di un solo anno, era stato impugnato al TAR del Lazio da tre multinazionali della chimica: Bayer, Syngenta e Basf; successivamente i giudici del tribunale amministrativo con una sentenza del 19 novembre 2008 hanno rigettato il ricorso sostenendo che “L’interesse di preservare i cicli naturali delle piante e della frutta attraverso le api è prevalente rispetto agli interessi economici delle aziende agrochimiche”.

Anche il Consiglio di Stato al quale le tre multinazionali si erano rivolte, il 19 dicembre ha ribadito quanto già espresso dal TAR del Lazio.

Recentemente i professori Vincenzo Girolami e Luca Mazzon, del Gruppo di Entomologia del Dipartimento di agronomia ambientale dell’Università di Padova, hanno eseguito una ricerca che ha portato al sorprendente risultato che conferma che un’ape che beve gocce d’acqua sulle foglie di piantine di mais, nate da semi trattati con neocotinoidi, muore nel giro di soli due minuti.

Andrea Zanoni – Presidente di Paeseambiente e-mail: paesambiente@ecorete.it, Internet: www.paeseambiente.org

……

Moria delle api: pesticidi «essudati»

da Corrieredellasera.it – 20/1/2009

Nuove osservazioni sul ruolo dei neonicotinoidi nella riduzione del numero di questi insetti

Bastano due minuti: un’ape beve le gocce d’acqua essudate da piante di mais trattate con i nuovi potenti insetticidi neonicotinoidi, e nel giro di soli due minuti cade a terra morta. Queste le ultime scoperte degli scienziati sul rapporto tra pesticidi utilizzati in agricoltura e la crescente moria delle api che ha colpito il nostro Paese: un risultato che apre interrogativi sui possibili effetti di questi veleni sull’uomo

LA «GUTTAZIONE» – Se fino ad ora gli scienziati si erano limitati a constatare gli effetti micidiali sulle api della dispersione dei neonicotinoidi (sostanze utilizzate nella concia dei semi) all’atto della semina del mais, e del loro inquinamento di nettare e polline a causa della loro azione sistemica, adesso si aprono scenari ancora più allarmanti: fra le fonti di raccolta d’acqua preferite dalle api ci sono le gocce che trovano sulle piante, come la rugiada e le gutte, ovvero le essudazioni delle foglie. Proprio queste risulterebbero estremamente contaminate e velenose: il professor Vincenzo Girolami dell’Università di Padova, afferma che «le guttazioni (gocce di acqua che tutte le giovani piante di mais producono in abbondanza sulla punta delle foglie) di piante ottenute da semi di mais conciati, se vengono bevute dalle api le uccidono entro 2-10 minuti ed entro 20-40 minuti se solo vengono assaggiate per un attimo estraendo la ligula (la lingua a proboscide delle api)». Gocce di acqua che oltre alle api, anche altri insetti utili possono tranquillamente raccogliere. Il professor Andrea Tapparo, del Dipartimento di Scienze Chimiche dell’Università di Padova, ha analizzato le gocce di acqua prodotte dalle piantine di mais con la guttazione, rinvenendo la presenza di neonicotinoidi in ragione di una decina di milligrammi per litro: la misura è espressa in milligrammi/litro ovvero ppm-parti per milione – quando è notorio che la dose letale per l’ape si misura in poche, infinitesimali, ppb – parti per bilione.

«Questa scoperta – sostiene Francesco Panella, presidente degli Apicoltori italiani – è l’ennesima dimostrazione della superficialità con cui sono state concesse le autorizzazioni d’uso di queste molecole a effetto neurologico sistemico, che trasformano le piante tal quali in insetticidi perenni». «Il problema non si risolve con la modifica delle seminatrici e neppure con il miglioramento delle tecniche di concia (migliorando ad esempio l’adesività dei concianti al seme), perché la guttazione sulle piante conciate e su quelle che vengono coltivate in loro successione mette comunque a disposizione dell’ape “gocce di linfa” avvelenata da ingenti quantitativi di principio attivo».

……

… un piccolo excursus su “la crisi delle api” di qualche anno fa:

Dove sono finite le api?

Repubblica — 29 giugno 2002   (Adriano Sofri)

IL QUOTIDIANO Le Monde sta pubblicando reportage e commenti sulla scomparsa delle api. Senza intenzioni poetiche o profetiche, con una lingua diversa da quella che Pasolini impiegò nell’ articolo delle lucciole. “…Mi si lasci dare una definizione di carattere poetico-letterario di quel fenomeno che è successo in Italia una diecina di anni fa…”. Era il 1° febbraio del 1975. Pasolini commemorava la fine di un mondo. Le pagine del Monde hanno a che fare con la fine del mondo, e si scelgono a epigrafe una frase forte, attribuita a Einstein: “Se l’ ape scomparisse dalla faccia della terra, all’ uomo non resterebbero che quattro anni di vita”. L’ allarme è sollevato da anni anche dai nostri apicultori. Della premura nuova per la genuinità e la tradizione, il miele è la quintessenza. Nostalgia: ci fu un tempo in cui il miele scorreva a fiumi. Fra le piante selvatiche francesi, dice il giornale, 22.000 dipendono per la riproduzione dall’ impollinazione delle api. Ad ogni primavera un quarto degli alveari francesi – oggi sono un milione e 350.000 – perde i suoi abitatori, facendo temere l’ estinzione degli insetti. Responsabili principali, denunciano gli apicultori, sono i cosiddetti insetticidi “sistemici”, e in particolare quello prodotto dalla Bayer col nome “Gaucho”, commercializzato da una decina d’ anni. Basato sulla molecola attiva di imidaclopride, esso non viene cosparso in polvere sulle colture, ma inglobato nei semi di girasole, grano e mais, e rilasciato nel corso della crescita. Metodo che riduce il dosaggio e la dispersione, ma, si è poi appurato, accresce la persistenza nei fiori e nel polline, oltre che nel suolo. Le api sono vulnerabilissime alla molecola, anche alle dosi più basse, inferiori a tre particelle per miliardo. La Bayer (e le sue concorrenti) negano la responsabilità dei loro prodotti. La questione è arrivata davanti alla Commissione europea. Quanto agli Stati Uniti, un apicultore intervistato dichiara che hanno già perso l’ 80 per cento delle loro api (in quanto tempo, non lo dice). Mi ha colpito un’ altra frase, del portavoce degli apicultori francesi: “L’ ape gode di un capitale di simpatia nell’ opinione pubblica”. A parte l’ associazione fra simpatia e capitale, mi ricordo tre versi di una canzone francese di spericolato sentimentalismo: “Io mi prolungo in te, come il fiume nel mare, comme la fleur dans l’ abeille – come il fiore nell’ ape”. L’ imidaclopride, il capitale di simpatia: siamo lontani, si vede, dalla lingua con cui Pasolini commemorava in apertura del “Corriere” la scomparsa delle lucciole e la mutazione delle fisionomie democristiane. Le lucciole sono specialmente poetiche, perché sono notturne e gratuite: non danno miele, fanno solo luce. Hanno prestato il loro nome alle ragazze che fanno la notte. Api e formiche, invece, sono servite da sempre a figurare l’ intera società umana: l’ alveare, il formicaio. Nel caso delle api, gli uomini le immaginavano così a propria somiglianza che ancora in pieno Settecento, se non sbaglio, credevano che avessero un re, e non una regina. Il famoso inventore di emblemi senese del Cinquecento, Scipione Bargagli, ne disegnò uno dedicato appunto “al re delle api”: non so se sia quello sbalzato in bronzo, col motto “Maiestate tantum”, sul monumento equestre di piazza dell’ Annunziata a Firenze. Credeva ancora al re l’ autore del più geniale e irridente trattato sui costumi umani attraverso l’ alveare, Bernard de Mandeville (1670-1733). Il suo poemetto si intitolava “La favola delle api”, e aveva il sottotitolo divenuto proverbiale “Vizi privati pubbliche virtù”. L’ ho appena riletto, in una traduzione in versi stampata dalla milanese Tikkun. Mandeville sosteneva che l’ egoismo, la disonestà, i vizi e i delitti di cui le api (e gli umani) non fanno che lamentarsi mutuamente, sono in realtà la molla della prosperità e del progresso. All’ opposto, probità e frugalità riportano l’ alveare (e la società umana) a uno stato di mera animalesca sussistenza. Rivelando la verità profonda dell’ incipiente rivoluzione industriale, Mandeville faceva l’ elogio del lusso e della competizione, anticipando gli economisti liberali, con una lucidità machiavelliana. “La sacra spada della Giustizia / colpiva solamente i disperati / delinquenti per necessità. / Per i loro delitti / non meritavano la corda / ma ci finivano appesi / per dar sicurezza a ricchi e potenti”. Riletta oggi, la favola induce alle più diverse morali. Una, che la guerra giudiziaria alla corruzione è un’ utopia rozza e reazionaria (è la polemica contro Tangentopoli del commento al volumetto citato). Un’ altra ne fa un’ apologia del liberismo, se non selvaggio, appena temperato (i vizi privati sono via via moderati e ingentiliti dalle leggi e dall’ educazione: concessione che il vizio fa a malincuore alla virtù dell’ ipocrisia). Si può rileggerla per rinfacciare la rovinosa decadenza delle api divenute virtuose al moralismo no-global. A me, ora, la Favola è sembrata (come, immagino, se rileggessi Malthus) una magnifica e amara rivelazione della frontiera oltrepassata dalla dialettica fra vizi privati e benefici pubblici. Del fatto che siamo finiti in fuori gioco, e l’ arbitro, venduto, non fischia. Mi dispiace di non sapere abbastanza di Mandeville, benché fossi amico del suo migliore studioso, Onofrio Nicastro. Mancava probabilmente, a Mandeville, la sensazione prossima della consumazione della terra. Della scomparsa delle lucciole, delle api minacciate dall’ imidaclopride. Pensava, Mandeville, che la società umana sapesse spontaneamente produrre le regole necessarie a imbrigliare un’ aggressività solo distruttiva, e a trasformare la corsa singolare alla ricchezza in benessere comune. Non so voi: a me capita continuamente, quasi infantilmente, di essere spinto verso l’ altra faccia delle cose. Leggo la citazione di Einstein: “Se l’ ape scomparisse dalla faccia della terra, all’ uomo non resterebbero che quattro anni di vita”, e penso che se l’ uomo scomparisse dalla faccia della terra, l’ ape vivrebbe indisturbata per una specie di eternità. In questi giorni si moltiplicano le discussioni sulla fine del mondo: dev’ essere l’ estate. Su questo giornale c’ era appunto martedì una utile pagina (pagina 23, precisamente: la fine del mondo non può andare in prima pagina, se non il giorno dopo; è una specie di paradosso eleatico, di cui abusano gli screanzati apologeti del mondo come va, per assicurare che va nel modo migliore e deridere i catastrofisti, sicuri di non poter essere smentiti, finché c’ è vita…). Si intitolava: “Così la Terra consuma se stessa. Allarme degli scienziati: il pianeta non fa in tempo a rigenerarsi”. Spendiamo il debito, respiriamo aria postuma, beviamo l’ acqua dei nipoti: come facciamo nelle nostre leggi finanziarie. Era interessante, la pagina, perché il calcolo che illustrava della “impronta ecologica” si fonda sui consumi individuali e famigliari (i “vizi privati”, che diventano disastri pubblici): Sei vegetariano? Quanti rubinetti hai in casa? Hai comprato un frigorifero l’ anno scorso? La bella rassegna settimanale di Alexandre Adler, “Courrier International”, dedica il suo ultimo numero al “pessimismo ecologico”. Il titolo di copertina è secco: “La planète est-elle foutue?” La terra è fottuta (il punto interrogativo è per il paradosso eleatico). Il pretesto è la tesi dell’ economista danese Bjørn Lomborg (“The skeptical Environmentalist”): la situazione del pianeta non è affatto allarmante, e l’ economia di mercato correggerà spontaneamente gli eccessi. Non ne parlerò qui: non so nemmeno se ne sarei capace. Qui bisogna fermarsi alle api. Sciascia scrisse a Pasolini morto, per dirgli che le lucciole stavano cautamente tornando. Io non so. Sono alla mia sesta estate senza stelle. Me le ricordo, stelle, lucciole e api. Mi ricordo il mio orto, pieno di quelle orchidee dei poveri che si chiamano scarpette della Madonna o Ophris apifera, perché somigliano a un’ apis mellifera femmina, e seducono il maschio. Mi ricordo un film di Anghelopulos che si intitolava così, “O melissokomos”, (ma in italiano “Il volo”). Un film che non ce la faceva a essere bello come pretendeva: ma finiva con l’ apicultore, Mastroianni, che si suicidava facendosi ammazzare dalle api. Anche lui doveva aver letto la citazione di Einstein alla rovescia. – ADRIANO SOFRI

da “Musica” settimanale di Repubblica (11-7-2002):

Questo pazzo mondo chiude le api in caserma

di Vincenzo Cerami, 11 luglio 2002

La Repubblica, alcuni giorni fa, sotto il titolo “Dove sono finite le api”, ha pubblicato un bellissimo articolo firmato da Adriano Sofri. L’idea a Sofri è venuta dopo aver letto in “Le Monde” un reportage sulla scomparsa delle api, bestioline amatissime dagli esseri umani fin dai tempi dei tempi. L’autore del pezzo non poteva, naturalmente, evitare di far riferimento a un famosissimo pamphlet in cui Pasolini, nel ’75, denunciava la scomparsa delle lucciole, anche questi insetti amatissimi dagli uomini. Le zanzare si intigriscono, le vespe ingrassano, mentre api e lucciole scompaiono dalla faccia della Terra. Un brutto segno dei tempi, in cui, insieme con la poesia, viene distrutta la natura. Le api, per colpa degli insetticidi, non sanno più dove trovare riparo; gli alveari somigliano sempre di più a cassonetti e discariche. In poco tempo, negli Usa, un apicultore ha perso più dell’80 per cento dei suoi operosi imenotteri aculeati. Il miele, quindi, con tutte le sue belle metafore, va scemando, probabilmente sostituito nel tempo con un facsimile sintetico, come la vilpelle ha fatto con la pelle, come il decaffeinato con il caffè, e come l’oro di Bologna che si fa nero per la vergogna.    Sofri riporta, con indubbia efficacia drammatica, una frase di Einstein: “Se l’ape scomparisse dalla faccia della Terra, all’uomo non resterebbero che quattro anni di vita”. La citazione serve a Sofri per dire che se l’uomo scomparisse dalla faccia della Terra, le api vivrebbero in eterno. Insomma non è il destino degli apicultori a preoccupare il nostro universo mercantile, ma quello di un pianeta che ha preso a far capricci seriamente. Come appendice (e consolazione) al pezzo di Sofri voglio qui riportare una notiziola che viene da Washington, pubblicata dal quotidiano britannico “The Indipendent”: negli ultimi tre anni il governo americano ha sponsorizzato programmi per insegnare alle api come individuare materiale esplosivo, sostanze stupefacenti e, addirittura, mine antiuomo. I primi risultati sembrano stupefacenti: le api sono riuscite a guidare i militari verso la sostanza richiesta nel 99 per cento dei casi. Già si parla di dar vita a colonie di api nei pressi di punti strategici. Una buona notizia. Per la sopravvivenza delle api si apre uno spiraglio. Faremo a meno del miele, pazienza. Ma se ci aiuteranno a combattere il terrorismo, continueranno ad essere, come sono sempre state, amiche dell’uomo. Per loro non ci saranno più alveari ma caserme con tanto di depuratori e aria condizionata. Le leggi della sopravvivenza, ancora più antiche delle api, sono infinite. (Vincenzo Cerami)

……

…mi si lasci dare una definizione di carattere poetico-letterario di quel fenomeno che è successo in Italia una decina di anni fa…
Nei primi anni sessanta, a causa dell’inquinamento dell’aria, e, soprattutto, in campagna, a causa dell’inquinamento dell’acqua (gli azzurri fiumi e le rogge trasparenti) sono cominciate a scomparire le lucciole. Il fenomeno è stato fulmineo e folgorante. Dopo pochi anni le lucciole non c’erano più. (Sono ora un ricordo, abbastanza straziante, del passato: e un uomo anziano che abbia un tale ricordo, non può riconoscere nei nuovi giovani se stesso giovane, e dunque non può più avere i bei rimpianti di una volta).
Quel “qualcosa” che è accaduto una decina di anni fa lo chiamerò dunque “scomparsa delle lucciole”…

PierPaolo Pasolini, Corriere della Sera del 1° febbraio 1975, “l’articolo delle lucciole”

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...