Nucleare pro e contro (terza parte) – a Camin di Padova si sperimenta la fusione – Rubbia sul ritorno all’atomo: lasciamo perdere e portiamo avanti le energie rinnovabili

Carlo Rubbia
Carlo Rubbia

Continuiamo i nostri approfondimenti sul tema energetico, e sulla volontà del Governo (che in questo momento pare sostenuta dalla maggioranza degli italiani) di riprendere il cammino nucleare in Italia (fermatosi con i referendum del 1987).     Riportiamo qui l’esperienza di un “diverso” modo di produrre energia dal nucleare attraverso la fusione, sperimentato (a Camin di Padova) da 150 ricercatori padovani che fanno capo al Dipartimento di Fisica dell’Università patavina (abbiamo ripreso l’articolo da “il Mattino di Padova” del 27 febbraio scorso). L’obiettivo è quello di arrivare entro il 2018 a un reattore nucleare a fusione. E’ un tentativo concreto di dare una risposta a quello che è il grande problema del nucleare che si propone ora (con la fissione): cioè lo smaltimento di scorie radioattive che hanno un tempo di decadimento di 24.000 anni. Ci chiediamo: è giusto lasciare in eredità alle generazioni dei prossimi 24.000 anni un problema così grande? … con luoghi al mondo dove sono depositate sostanze altamente pericolose frutto del consumismo (energetico) di antenati sconosciuti e lontanissimi nel tempo?     I ricercatori di Camin, con la “fusione” cercano di dimostrare la possibilità di un nucleare che porta a scorie che hanno un tempo di decadimento di soli 12 anni.   E qui, subito dopo aver esposto questa interessante esperienza di “ricerca scientifica applicata” padovana, proponiamo l’opinione del premio nobel Carlo Rubbia sulla recente decisione governativa di iniziare la strada del nucleare. Rubbia dalla sua autorevolezza di studioso e delle ricerche fin qui messe in atto in campo energetico, si mostra scettico sulla scelta nuclearista, e dice che sarebbe meglio lasciar perdere (e spiega perché). L’intervista è apparsa su “il Gazzettino” del 1° marzo ed è di Adriano Favaro.

LA VIA VENETA AL NUCLEARE «COPIARE IL SOLE E LE STELLE» -L’ENERGIA PULITA DALLA FUSIONE

Il Mattino di Padova — 27 febbraio 2009  – Claudio Malfitano – PADOVA. «Copiare il sole è la via padovana al nucleare». Forse bisogna sentirsi un po’ Dio per essere scienziati. Ma la sfida ai confini della fisica che hanno lanciato i 150 ricercatori padovani è di quelle che possono rivoluzionare il mondo. Creare energia nello stesso modo «naturale» in cui lo fanno le stelle, con la fusione nucleare. E la formula usata in questa ricerca, condotta a livello internazionale, è la più famosa al mondo: E=mc³. «E’ già iniziata la costruzione del primo reattore a fusione. Sarà completato nel 2018» racconta Piero Martin, docente di fisica al Bo.  LA FUSIONE NUCLEARE. E’ il processo con cui il sole e le stelle producono energia. Nella fusione nucleare, che il consorzio Rfx sta studiando a Padova, un atomo di deuterio e uno di trizio (entrambi derivanti dall’idrogeno) vengono uniti e così si ottiene un atomo di elio e un neutrone. Nell’operazione però si perde un po’ di massa. E qui entra in gioco la formula einsteniana dell’energia uguale a massa per velocità della luce al quadrato (E=mc³). La massa mancante si è trasformata in energia. «Il deuterio si trova nell’acqua, mentre nelle rocce c’è il litio, da cui si ricava il trizio – ha spiegato ieri Piero Martin, nel convegno di presentazione dell’esperimento al centro culturale Altinate a Padova – Alla fine è proprio il litio l’unico elemento radioattivo nel processo, ma ha un tempo di decadimento di 12 anni. E le fonti sono ampiamente rintracciabili in natura: con lo 0,1% del deuterio presente sulla terra si può produrre energia per 200 milioni di anni». Dove sta la difficoltà? E’ nel fatto che deuterio e litio sono entrambi positivi e, secondo le regole della fisica, si respingono. «Per forzare l’unione bisogna perciò portare la materia allo stato di plasma, cioè riscaldarla a più di 10 milioni di gradi – sottolinea Martin – Ed è proprio quello che facciamo nel laboratorio Rfx a Padova».  LE VECCHIE CENTRALI. Nei reattori nucleari che si realizzano oggi, compresi quelli ad alta tecnologia che la Francia ha venduto all’Italia, e che il governatore Galan è pronto a ospitare in Veneto, si utilizza invece il processo della fissione nucleare. Qui è un nucleo di uranio ad essere bombardato di neutroni, fino a scindersi e produrre energia. Le scorie però hanno un tempo di decadimento di 24 mila anni. «E in Italia non si è mai trovato un sito di stoccaggio delle scorie nucleari» sottolinea il direttore del dipartimento di fisica dell’ateneo padovano Giuseppe Viesti.  Insomma la via padovana al nucleare non ha controindicazioni, neppure sul versante della sicurezza. «In un reattore a fusione ogni malfunzionamento causa lo spegnimento» osserva il professor Martin. E il primo reattore di questo tipo è già in costruzione: si chiama Iter e sorgerà a Cadarache, nella Provenza francese. Verrà completato nel 2018 e costa 10 miliardi di euro. «E’ il più grande progetto di cooperazione internazionale, dopo la stazione spaziale – spiega il docente – E Padova dà un contributo fondamentale».  IL LABORATORIO VENETO. In Veneto il consorzio Rfx ha sede a Camin, nella zona industriale padovana. Vi lavorano 150 ricercatori, con un’età media di 43 anni. «Padova è uno dei principali poli di formazione rispetto alla fusione nucleare – sottolinea Viesti – 25 studenti laureati qui oggi lavorano nei laboratori di tutto il mondo. E in 10 anni abbiamo prodotto circa duecento tesi su questo argomento». E il parere dei ricercatori padovani sull’accordo con la Francia per le centrali «vecchio tipo»? «In Italia il nucleare è come il demonio – osserva il direttore del dipartimento – Ma c’è una mancanza di cultura totale sull’argomento da parte della nostra classe dirigente. In Europa il 30% dell’energia è prodotta da centrali nucleari, anche di prima generazione, come Chernobyl. E paradossalmente se accade un incidente in una delle centrali slovene qui a Padova ne risentiremmo più che se accadesse in un’eventuale centrale in Sicilia». Insomma porte aperte all’energia dell’atomo. Ma i padovani di Rfx, intanto, guardano al sole (Claudia Malfitano)

RUBBIA: Il nostro futuro rischia di stare ai margini   – (il Gazzettino del 1° marzo 2009, Adriano Favaro)

A Carlo Rubbia, premio Nobel per la fisica nel 1984, uno nato a Gorizia, Alberto Semi aveva chiesto “quale fosse la scienza per il futuro”. E lui, uomo con lo sguardo potente, vicino ai 75 anni, dice chiaro come stiano le cose da noi: «La situazione italiana in numerosi settori chiave del suo sviluppo tecnologico è assolutamente anomala se paragonata a quella degli altri stati membri del G7. Se siamo al sesto o settimo posto almeno nell’economia di oggi la nostra competitività è grandemente caduta!».
Il punto esclamativo è suo. Ne userà solo un altro, per lamentarsi di come, «nelle aziende, i risultati della ricerca, pur essendo degli “assets” non si possano scrivere nei bilanci!». Per Carlo Rubbia ieri, all’Ateneo Veneto all’inaugurazione del 197.o anno Accademico c’era la folla che Venezia trova in pochi momenti.Che non ha potuto però sentire quello che il Nobel ha detto, prima della conferenza ai giornalisti sul nucleare: «Sono «scettico» sull’uso del nucleare – ha dichiarato – Guarderei al nucleare con grande circospezione perché non è l’asso pigliatutto. Ci sono tanti problemi, come le scorie, la costruzione delle centrali, gli investimenti enormi, il fatto che bisogna aspettare 15 anni prima di avere il primo ritorno». E sulla difficoltà di reperire gli ingenti fondi, in una fase di crisi, Rubbia si è chiesto «sarà capace il mondo industriale e economico di trovare i 30-40 miliardi di euro, o dovrà pensarci lo Stato?». Secondo Rubbia anche in America «c’è un enorme cambiamento della situazione, non c’è la stessa convinzione di andare avanti sul nucleare massivo», inoltre, ha sottolineato, «il nucleare è il passato, appartiene al futuro solo nel caso dell’Italia».
Fermiamoci qui per il momento. Perché è il futuro che deve arrivare che Rubbia ha discusso. Anche nel brindisi dopo la conferenza diceva a qualche amico: «Quando sono nato la popolazione era quattro volto più bassa di quella di adesso e il consumo di energia 16 volte inferiore. Se continua così nei prossimi anni mi chiedo come funzionerà la vita di 10 miliardi di persone che dovranno avere decine di volte in più di energia dell’attuale».
La risposta l’aveva già consegnata alla sala, spiegando come l’evoluzione tecnologia compia un percorso parallelo a quello della dinamica biologica. L’idea di Darwin insomma “sta” anche nelle macchine. «Una nicchia di mercato corrisponde a una nicchia biologica e una mutazione di competizione corrisponde a una nuova tecnologia competitiva, che progressivamente scalza quella precedente al suo posto»
Poiché tutte le tecnologie sono mortali – spiega Rubbia «copiare il passato non è più sufficiente; dobbiamo inventare, per tenere testa alla competizione». L’esempio del Nobel è: «se ci spostassimo come nell’Ottocento la nostra produttività sarebbe comparabile a quella di allora. L’interconnessione a tutti i livelli e in tutte le direzioni, il “melting pot”, è un elemento essenziale della catalisi della produttività». Come funzionerà il futuro? «La globalizzazione – spiega – è un importante mutante “biologico”, una inevitabile tappa dell’evoluzione: nelle scienze ha ampliato in misura eccezionale l’efficacia della ricerca, non ha eliminato le diversità e ha creato un quadro dove gli elementi positivi superano i negativi». E ancora: «tutti gli individui dovranno fare appello alla loro diversità regionale, alla loro cultura specifica: un’identità culturale è sinonimo di esistenza, come “cogito ergo sum”». Bello questo futuro dove la globalizzazione e la tecnologia ci accompagneranno in fretta verso un buon equilibrio visto che si vive ormai (quasi) in pace.
Ma c’è un pericolo. «Una parte della società resterà inevitabilmente a margine di questo processo, una nuova generazione di “illiterati” tecnologici raggiungerà la folla si coloro che già oggi sono socialmente inutili e ciò aggraverà il problema dell’emarginazione. Per questo educazione e formazione – a tutti i livelli – sono una necessità». Perché, suggerisce Rubbia, sta capovolgendosi quello che avveniva in passato dove la competenza veniva attribuita per status o influenza politica. «Le nuove generazioni dovranno insegnare alle vecchie; e l’autorità dovrebbe derivare dalla competenza e saggezza acquisite e non dal potere accumulato».
Qui entra di prepotenza la situazione italiana: «Investiamo l’uno per cento del Pil in ricerca e sviluppo, meno della metà di quello degli altri grandi Paesi europei. Persino la Spagna ci ha superato la quota italiana del Pil per la ricerca. Inoltre, mentre i nostri investimenti sono stazionari o in calo la Francia, per esempio, ha espresso l’intenzione di aumentarli, così la Germania. Vogliono raggiungere la parità tecnologica con gli Usa, dove con il nuovo presidente Obama si assiste ad un profondo rinnovamento basato sulla società della conoscenza. Non a caso – aggiunge Rubbia – l’amico e collega Stephen Chu, Nobel della Fisica 1997, è il nuovo Secretary of Energy. In realtà la grande preoccupazione è quella dell’inarrestabile concorrenza di alcuni Paesi che potrebbero riuscire ad addizionare una conoscenza delle tecnologie avanzate ai vantaggi di un basso costo di lavoro. Essendo impossibile batterli sul fronte del costo del lavoro non resta altro che puntare sull’innovazione tecnologica». Una lezione che l’Italia dovrebbe accogliere riformando la sua strategia di ricerca puntando su nuove strutture e nuove regole, ringiovanendo delle risorse umane e altri investimenti. Senza contare che università, enti, industria e Fondazioni dovrebbero lavorare verso un’unica meta. Riuscirà l’Italia ad entrare in questo futuro?
La mappa esiste. Ma mancano gli esploratori. Alla Rubbia, per capirci che, sul nucleare, dice schietto: «quattro centrali non bastano. Ce ne sono 60 in Francia. Vogliamo fare una cosa alla francese? Facciamo almeno lo stesso numero di impianti». E bolla le centrali di terza generazione come «cosmetica su quello che esiste già oggi. Infatti in Europa ce ne sono tre in costruzione: due in Francia e una in Finlandia». Il ritorno al nucleare per l’Italia «non è affare di un solo Governo; andrà avanti per almeno 50 anni. Importante è non sbagliare strada: quello che mi preoccupa di più in Italia è che non si faccia un vero sforzo per portare avanti le energie rinnovabili» (Adriano Favaro)

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