Lungo le strade del futuro – i geografi si confrontano con il “dossier immigrazione 2008” della Caritas

donne-immigrate

E’ stato presentato nell’ultimo mese il rapporto annuale Istat e Ismu (Istituto di Studio sulla Mediazione Culturale) sull’immigrazione. I dati stimano che gli stranieri residenti sono circa 3 milioni e 900mila, facendo così registrare un incremento della popolazione italiana di 462mila unità, 12,6% in più rispetto al 1° gennaio 2008. Grazie agli immigrati, al primo gennaio 2009 l’Italia ha superato la soglia storica dei 60 milioni di abitanti.
I cittadini immigrati rappresentano nel Paese il 6,5% del totale della popolazione (5,8% nel 2007). Le nazionalità maggiormente rappresentate sono quella romena (772mila), albanese (438mila) e marocchina (401mila) che tutte insieme costituiscono il 40% delle presenze. Oltre il 60% degli immigrati si registra nelle Regioni del Nord Italia, il 25% nel Centro e il 12% nel Mezzogiorno.

L’Ismu, sul fronte dell’integrazione, segnala un Veneto ancora al top della classifica di maggior risultato positivo: è la provincia di Treviso quella che va un po’ male, scivola al 23° posto; mentre Vicenza mantiene ancora il primato in Veneto e il 4° posto assoluto a livello nazionale.

Qui di seguito vi diamo la relazione introduttiva al XVIII rapporto sull’immigrazione fatto dalla Caritas nazionale, che è un dossier statistico del fenomeno per l’anno 2008. E’ uno studio fondamentale, che potete richiedere integralmente alla Caritas all’indirizzo mail che troverete alla fine della relazione  che qui appunto vi proponiamo.

Il Dossier statistico annuale della Caritas è oramai basilare per capire il ruolo del fenomeno immigrazione in Italia. E tutto questo al di là di emergenze (alcune vere, reali, alcune frutto di paure ancestrali…) che quotidianamente ci vengono proposte: ci riferiamo alla criminalità “importata” con gli stranieri, fenomeno da non sottovalutare, ma che (è bene ricordarlo) riguarda una parte assai esigua del composito mondo dell’immigrazione in Italia.

Un altro tema che il dossier sembra volutamente estrapolare, mettere da parte, è l’elemento di “emergenza economica” che stiamo vivendo: fenomeno sì importante e molto grave, ma dobbiamo avere la lucidità e il coraggio di non valutare adesso tutto in base alla seppur grave crisi dell’economia mondiale e di tutti i paesi.

A capire come affrontare l’onda del FENOMENO MIGRATORIO, e riuscire a fare una politica non solo delle “emergenze”, ci proviamo qui anche noi, in questa premessa alla relazione al Dossier Caritas. Ci proviamo cercando di teorizzare i LUOGHI (geografici e non) del fenomeno migratorio che hanno caratteristiche diverse a seconda dei vari paesi (ricchi) del mondo che hanno vissuto (molto prima di noi) il fenomeno dell’immigrazione.

Allora permetteteci qui di fare delle teorizzazioni utili a inquadrare la cosa. Intanto l’APPROCCIO al fenomeno può essere, in via puramente teorica, di quattro tipi:


  1. la SEGREGAZIONE (esiste, anche se non dichiarata ufficialmente, in tutti i paesi, pensiamo ad esempio agli zingari);
  2. l’ASSIMILAZIONE (un processo unilaterale, dello Stato, di acculturazione: come in Francia, dove viene sì data la cittadinanza purché l’immigrato si dimostri un buon cittadino francese… qui negli anni 90 è sorta la protesta dei “sans papier”, cioè senza “carta”, senza riconoscimento);
  3. l’INTEGRAZIONE (che presuppone un atteggiamento vicendevole tra due culture);
  4. la MULTICULTURALITA’ (il mantenimento e rispetto delle diversità culturali).

(è da ragionare assieme quale delle quattro vogliamo, o quale escludiamo proprio, o che mix usare…)

 

Se poi andiamo a vedere la PRATICA POLITICA messa in atto nei vari paesi ricchi di fronte all’immigrazione, troviamo cinque metodi usati:


  1. la POLITICA DELLE DIFFERENZE (l’Impero Britannico ha fatto questo, anche adesso esistono le cosiddette “isole etniche”: pensiamo alla comunità pakistana a Londra, in concorrenza demografica con la Londra “inglese”);
  2. la POLITICA ECONOMICA (allo Stato interessa unicamente la gestione della “forza lavoro”, le “braccia”, in parte un esempio significativo si è avuto e si ha in Germania);
  3. il MULTICULTURALISMO (un modello di non differenziazione tra popolazione indigena e immigrato, tipico ad esempio del nord Europea, in particolare l’Olanda);
  4. il MELTING POT (…gli Stati Uniti in passato –ora non più-: cioè un crogiolo etnico con l’annullamento di ciascuna cultura a favore di “una sola” cultura -quella americana-… nel tempo ci si è accorti che non funziona proprio come si possa credere, ci sono nella realtà forte discriminazioni… negli USA nei confronti della Comunità cinese, pakistana, anche italiana…);
  5. il SALAD BOWL (cioè il rispetto delle differenze etniche… un esempio lo si ha in Canada)

(anche qui decidete voi il mix giusto per la nostra realtà…)

Infine, la CONSEGUENZA GEOGRAFICA del fenomeno dell’immigrazione, i LUOGHI che si vengono a creare (e qui nei vari paesi ricchi sono accadute cose piuttosto diverse):

1. la SEGREGAZIONE (cioè la separazione forzata);

2. la GHETTIZZAZIONE (la separazione “indotta”, cioè la palese difficoltà del “diverso” all’inserimento nel tessuto sociale);

3. la COLONIA (cioè la solidarietà tra connazionali: fase questa transitoria verso la costituzione di COMUNITA’ ETNICHE o MINORANZE ETNICHE, che sono due cose ben diverse, in rapporto al grado di inserimento o accettazione… ad esempio in Australia possiamo parlare della presenza di una COMUNITA’ italiana, e non di una Minoranza… il primo modo è in fondo positivo, il secondo è sicuramente negativo);

4. la CONGREGAZIONE (forme di aggregazione, per mutuo supporto, ricerca della propria cultura e ricostruzione di un’identità culturale: come le “China Town” o “Little Italy”…);

5. l’INFILTRAZIONE, dove manca una netta differenziazione residenziale, e quindi una chiara etnicità (ad esempio la comunità filippina “sparsa” in Italia.


In questi contesti sorgono LUOGHI DI AGGREGAZIONE particolare (come i luoghi di culto, i call centers, i “ritrovi” al parco o alla stazione, gli shops etnici…) oppure LUOGHI di maggiore SOLITUDINE e a volte degrado e disperazione (le panchine, sempre la stazione ferroviaria, i quartieri poveri e sporchi, le catapecchie dove si vive e dorme…).

Pertanto la lettura del contesto geografico del fenomeno dell’immigrazione è significativo per vedere i lati positivi che il fenomeno può avere, di integrazione e condivisione tra “diversi”, senza farci prendere da emozioni su alcuni fatti pur gravissimi che vanno estirpati. Ripensare al rapporto con il mondo dell’immigrazione è anche un ripensare le città, evitare i ghetti, individuare forma di mediazione creativa, fare una “politica per la CASA”, portare avanti un’EDUCAZIONE e una CULTURA DELL’ABITARE che realizzi una trasformazione virtuosa e un arricchimento esistenziale per tutti.


Ma dopo questa lunga (ma forse necessaria) teorizzazione, diamo conto della relazione Caritas al Dossier immigrazione per l’anno appena passato (2008).


LUNGO LE STRADE DEL FUTURO

Diciottesimo rapporto sull’immigrazione CARITAS/MIGRANTES – Dossier Statistico 2008

(relazione introduttiva)

Il Dossier Caritas/Migrantes 2008, inquadrando in prospettiva i nuovi numeri sulla presenza degli immigrati con lo slogan “Lungo le strade del futuro”, vuole coglierne in primo luogo il significato sociale. Per prepararsi al nuovo scenario è indispensabile una mentalità più inclusiva e capace di guardare gli immigrati non come gli “altri”, i diversi, gli estranei (e, secondo alcuni, i devianti), bensì come nuovi cittadini, compagni di strada in grado di fornire un nuovo apporto al nostro sviluppo.

Quanto sta avvenendo in Italia è stato in precedenza sperimentato da molti altri paesi europei e d’oltreoceano, in diversi dei quali gli italiani stessi sono stati immigrati. Come più volte ha sottolineato la Chiesa, l’immigrazione può apportare notevoli potenzialità allo sviluppo locale, ma richiede attenzione e accoglienza, in un quadro certo di diritti e di doveri.

Il numero degli immigrati. Fornire il numero totale degli immigrati regolari presenti in Italia all’inizio di ogni anno è il primo compito di un rapporto periodico come il Dossier Caritas/Migrantes. Secondo l’Istat i cittadini stranieri residenti, dopo un aumento annuale di circa mezzo milione di unità, all’inizio del 2008 sono quasi 3.433.000, inclusi i comunitari: il 62,5% nel Nord (più di 2 milioni), il 25,0% nel Centro (poco meno di 1 milione) e il 12,5% nel Mezzogiorno (quasi mezzo milione). Le regioni con un maggior numero di immigrati stranieri sono la Lombardia (815.000 residenti e circa 910.000 presenze regolari) e il Lazio (391.000, 423.000). Caritas e Migrantes accreditano un numero superiore di immigrati regolarmente presenti, che oscilla tra i 3.800.000 e i 4.000.000, su una popolazione complessiva di 59.619.290 persone, con un’incidenza del 6,7% (leggermente al di sopra della media UE, che è stata del 6,0% nel 2006). Queste due fonti, seppure differenti, non sono in contrasto perché si riferiscono a distinte categorie di immigrati: il Dossier tiene conto anche di quanti, arrivati più di recente, non hanno ancora acquisito la residenza, per il cui ottenimento si richiede spesso più di un anno. La prima collettività, raddoppiata in due anni, è quella romena (625.000 residenti e, secondo la stima del Dossier, quasi 1 milione di presenze regolari), seguita da quella albanese (402.000) e marocchina (366.000); un poco al di sopra e un poco al di sotto delle 150 mila unità si collocano, rispettivamente, le collettività cinese e ucraina. A guadagnare anche in termini percentuali sono stati gli europei (52,0%), mentre gli africani mantengono le posizioni raggiunte (23,2%) e gli asiatici (16,1%) e gli americani (8,6%) perdono almeno un punto percentuale.

La dimensione strutturale e i flussi. Tutte le fonti statistiche attestano:

• la ragguardevole presenza complessiva dei cittadini stranieri;

• il forte aumento annuale;

• l’incidenza delle donne, diventata ormai paritaria a quella maschile;

• la maggiore forza d’attrazione delle regioni del Centro-Nord;

• la crescente presenza anche nel Meridione;

• il persistente fabbisogno di manodopera aggiuntiva;

• la crescente tendenza alla stabilizzazione;

• il carattere sempre più familiare dell’insediamento;

• il peso crescente dei minori e delle seconde generazioni;

• la pluralità dei paesi di origine e delle tradizioni culturali e religiose.

È un indicatore di stabilità anche il crescente investimento per l’acquisto della casa. Tra gli italiani 8 su 10 sono proprietari di casa, mentre tra gli immigrati lo è solo 1 su 10, ma il divario è in continua diminuzione: nel 2007 gli acquisti effettuati da parte di questi ultimi sono stati 120.000. Tutto lascia intendere che gli immigrati resteranno stabilmente in Italia e saranno sempre più numerosi: per questi motivi si attribuisce all’immigrazione una dimensione strutturale. Il nostro paese si colloca in Europa tra quelli al vertice per numero di immigrati e il termine “straniero” diventa sempre meno idoneo a qualificare una presenza così radicata e crescente. La dimensione globale delle grandi città italiane anticipa quello che sarà il futuro nel resto

del paese. A Milano l’incidenza degli stranieri è del 14% e 1 ogni 4 è minore (quasi 50.000 su un totale di 200.000), mentre a Roma l’incidenza si attesta sul 10% e l’intera popolazione immigrata raggiunge le 300.000 unità.

I flussi nell’ultimo triennio. Nel periodo 2005-2007 sono state presentate circa 1 milione e 500.000 domande di assunzione di lavoratori stranieri da parte delle aziende e delle famiglie italiane: 251.000 nel 2005, 520.000 nel 2006 e 741.000 nel 2007, con una incidenza, rispetto alla popolazione straniera già residente, prima del 10%, poi del 20% e nel 2007 del 25% (ma addirittura del 33% rispetto ai lavoratori stranieri già occupati). I flussi registrati nell’ultimo decennio sono tra i più alti nella storia d’Italia, paragonabili – se non superiori – al consistente esodo verso l’estero degli italiani nel secondo dopoguerra. In fenomeni così vasti e dal ritmo così serrato si annidano anche gli abusi, ma questo non deve far dimenticare che l’immigrazione è sostanzialmente di segno positivo e concorre fortemente a porre rimedio alle lacune del nostro paese. La transizione demografica in atto sta trasformando l’Italia da paese dall’età media avanzata in un paese tra i più vecchi del mondo, mentre il mercato – per produrre ricchezza – abbisogna continuamente di nuovi innesti lavorativi. Gli immigrati sono una popolazione giovane: l’80% ha meno di 45 anni, mentre sono molto pochi quelli che hanno superato i 55 anni. Inoltre, il tasso di fecondità delle donne straniere è in grado di assicurare il ricambio della popolazione (2,51 figli per donna), a differenza di quanto avviene tra le italiane (1,26 figli in media). Nel 2007, poiché non è stata integrata la quota iniziale di 170.000 nuovi ingressi, si può ipotizzare, tenuto conto delle domande presentate, la presenza di almeno mezzo milione di persone già insediate in Italia e inserite nel mercato del lavoro nero (e a volte sprovviste di permesso di soggiorno) il che solleva la necessità di una più efficace gestione del mercato occupazionale. A regolamentare i flussi in entrata non potranno essere i Centri di identificazione e di espulsione e gli interventi repressivi, ma si richiede il supporto di

interventi più organici.

 

Residenti stranieri al 31.12.2006 2.938.922

Pratiche di residenza in arretrato risolte nel corso del 2007 300.000

Nuovi occupati nel 2007 251.190

Nuovi lavoratori autonomi venuti dall’estero nel 2007 (comunitari e non) 1.600

Nuovi nati da entrambi i genitori stranieri nel 2007 (stima) 63.000

Minori non comunitari ricongiunti nel corso del 2007 32.744

Altri familiari non comunitari ricongiunti nel 2007 60.810

Soggiornanti non comunitari venuti per altri motivi nel 2007 45.886

Comunitari venuti per ricongiungimento familiare o per altri motivi nel 2007 92.960

Comunitari venuti nel 2007, senza registrarsi, in previsione di un loro insediamento 200.000

Stima presenze regolari totali al 31.12.2007: 3.987.112

31.12.2007)

Crescente simbiosi con gli italiani. Tra gli italiani e gli immigrati la connessione sta diventando sempre più stretta, gli uni non possono andare avanti senza gli altri, sebbene accanto a innegabili vantaggi si pongano anche problemi da superare. Conviene soffermarsi su tre aspetti, che attestano

l’esistenza di legami sempre più forti e mostrano quanto non sia ragionevole ipotizzare una netta “separazione” tra popolazione italiana e popolazione

immigrata.

1. Gli immigrati, in un numero sempre più elevato di casi, sono interessati ad acquisire il permesso di soggiorno per lungo-residenti (documento in precedenza denominato “carta di soggiorno”), perché capiscono che la loro permanenza in Italia sarà tutt’altro che temporanea, si fanno raggiungere dai propri cari o si sposano e mettono su famiglia. In questo contesto sorprende non poco che molti inizino da regolari la loro storia migratoria e finiscano nella irregolarità, per la complessità e la contraddittorietà di alcuni aspetti della normativa.

2. Gli immigrati non solo vivono vicino a noi, ma instaurano rapporti di vera e propria condivisione. Nel 2006, 1 matrimonio ogni 10 ha coinvolto un

partner italiano e uno straniero (24.020 su un totale di 245.992 matrimoni), quota più che doppia rispetto ai matrimoni con entrambi i coniugi stranieri

(10.376). In nove regioni del Nord l’incidenza dei matrimoni misti arriva addirittura al 25% del totale. Le coppie miste che resistono nel tempo attestano

una realtà molto promettente ai fini dello scambio culturale.

3. Sempre più l’acquisizione della cittadinanza italiana viene ritenuta funzionale al proprio disegno di permanenza e a un inserimento paritario, il che indica anche un apprezzamento per il nostro paese. Nel 2007 sono stati 38.466 i casi di acquisizione di cittadinanza, circa il doppio rispetto a tre anni fa. Il livello è però ancora molto basso se confrontato con i 700 mila casi di cittadinanza registrati in Europa, quasi 2.000 al giorno, dei quali solo un centinaio in Italia, che nell’Unione registra ancora uno tra i più bassi tassi di naturalizzazione.

Un contributo lavorativo indispensabile. In Italia, specialmente tra gli immigrati, è enormemente diffuso il mercato del lavoro nero, non solo presso le famiglie ma anche nelle aziende, con un’ampiezza sconosciuta negli altri paesi industrializzati. Pure le statistiche lavorative ufficiali attestano il contributo sostanziale di questi lavoratori, sia europei (i più numerosi) che di altri continenti. Nell’insieme si tratta di più 1 milione e 500.000 persone, con un’incidenza sul totale che supera il 10% degli occupati in diversi comparti. La massima concentrazione di lavoratori immigrati, pari ai due terzi del totale, si rileva nel Nord. A Brescia è nato all’estero 1 lavoratore ogni 5 occupati; a Mantova, Lodi e Bergamo 1 su 6; a Milano 1 su 7; sempre a Brescia è nato all’estero 1 assunto ogni 3 e a Milano 1 ogni 4, mentre in tutta la Lombardia i nuovi assunti quasi per la metà (45,6%) sono nati all’estero. Nel Veneto, all’inizio del 2000 erano 20.000 le aziende che ricorrevano ai lavoratori stranieri, mentre ora sono 40.000. Nel Lazio vi è solo un decimo di questi lavoratori, ma sono tanti quanti

nell’intero Mezzogiorno, dove in alcuni settori come l’agricoltura, l’edilizia e l’assistenza alle famiglie il loro apporto è divenuto parimenti indispensabile.

Si radica nella forte presenza nel mondo del lavoro anche l’elevato tasso di iscrizione ai sindacati (814.311 persone), che incide per il 5% sul totale

degli iscritti e per ben il 12% sugli iscritti attivi, decurtati cioè dei pensionati.

Un apporto lavorativo necessario anche nel futuro. Le piccole imprese sono protagoniste delle assunzioni nei tre quarti dei casi e ciò per la peculiare conformazione del nostro sistema produttivo. La situazione è molto differente dal panorama migratorio del dopoguerra, quando milioni di meridionali furono attratti dalle grandi fabbriche del Nord Italia, della Germania, della Svizzera e di altri paesi europei. Si spiega così anche il carattere diffuso degli immigrati su tutto il territorio. Il loro tasso di attività è mediamente del 73,2% (dell’88% per i soli maschi), e quindi ben 12 punti in più rispetto agli italiani, mentre il loro tasso di disoccupazione è due punti più alto (8,3% in media e 12,7% per le donne), ma con valori tre volte più elevati per alcune collettività come quella marocchina. Gli occupati in agricoltura (7,3%) e quelli nei servizi (53,8%) nel periodo 2005-2007 sono aumentati di due punti percentuali a scapito dell’industria (35,3%).

. Le tipologie di inserimento evidenziano le diverse caratteristiche del territorio: nel Nord prevalgono il lavoro in azienda e il lavoro autonomo, nel Centro il lavoro autonomo e il lavoro in famiglia e nel Sud il lavoro in famiglia e il lavoro agricolo. Anche in una congiuntura economica difficile, come quella attuale, è prevista la necessità di nuovi lavoratori stranieri per il buon andamento del mercato, per cui si tratta di rendere più flessibile il ricorso alle quote anziché chiudere pregiudizialmente l’afflusso.

Ai lavoratori immigrati, del resto, è dovuta per i due terzi la crescita dell’occupazione in Italia, nell’ordine di 234.000 nuovi lavoratori nel 2007. Aumento degli imprenditori immigrati. Gli immigrati occupano i posti di lavoro loro offerti e in misura crescente ne creano per proprio conto, specialmente dopo aver superato la difficile fase del primo inserimento. Il lavoro autonomo, soprattutto artigiano, coinvolge più di un decimo della popolazione adulta straniera, con 165.114 titolari d’impresa, 52.715 soci e 85.990 altre figure societarie: è intervenuto un aumento di un sesto rispetto a maggio 2007, con una dinamicità ben più accentuata rispetto a quella riscontrabile tra le aziende a titolarità italiana. L’85% delle aziende con titolari immigrati è stato costituito dal 2000 in poi, quando sotto diversi aspetti il radicamento dell’immigrazione è diventato più palese. Le collettività con più imprenditori (oltre 20.000) sono la marocchina, la romena (in forte crescita) e la cinese, mentre l’albanese segue con 17.000 titolari.

Si riscontra attualmente una notevole concentrazione settoriale: su 10 imprese 4 lavorano in edilizia, settore dinamico e diffuso in tutta Italia, e quasi 4 nel settore commerciale. Se il tasso di imprenditorialità degli immigrati fosse pari a quello degli italiani, le imprese raddoppierebbero e supererebbero le 300.000 unità, con conseguenti benefici in termini di produzione di ricchezza e creazione di posti di lavoro, auspicabilmente con una presenza anche nei settori a più alta tecnologia e contenuto innovativo, evitando così che l’apporto degli imprenditori immigrati sia limitato

ai livelli più bassi.

Il Dossier ha scelto come caso di studio il Consorzio Interpreti Traduttori (ITC), costituito a Roma nel 2006 ma operante in tutta Italia. Il consorzio mette a disposizione delle Commissioni per il riconoscimento dello status di rifugiato e dei Centri di accoglienza e di identificazione i suoi 823 soci di entrambi i sessi, per lo più laureati (anche se in 4 casi su 5 il loro titolo non è stato riconosciuto), provenienti dai diversi continenti, con una discreta anzianità di residenza (solo un terzo è presente in Italia da meno di 10 anni) e anche un’età matura (più della metà ha superato i 35 anni), in un quarto dei casi nati o cresciuti in Italia, ottimi conoscitori di varie lingue.

Creatori di ricchezza e non assistiti. Il Dossier, in collaborazione con la Commissione d’indagine sull’esclusione sociale, le associazioni degli immigrati e la società cooperativa Codres, ha condotto nell’area romana un’indagine su un campione di oltre 900 immigrati dai risultati significativi. Risulta, in generale, che gli immigrati corrono maggiormente il rischio di cadere in povertà rispetto agli italiani perché fruiscono di minori tutele. Le maggiori difficoltà riscontrate nella fase iniziale vengono superate grazie alle reti parentali e amicali, solo raramente integrate da interventi delle strutture pubbliche. Anche se il reddito medio netto da lavoro non è elevato (sui 900 euro), circa i due terzi degli intervistati si ritengono soddisfatti dell’inserimento occupazionale realizzato. Cercano di farsi bastare quanto hanno e i loro consumi sono in prevalenza destinati a soddisfare i bisogni di base. Il loro inquadramento come una massa di assistiti non trova riscontro nei risultati dell’indagine e neppure nelle statistiche ufficiali. Secondo i dati Istat (2005), per interventi diretti rivolti specificamente agli immigrati sono stati spesi dai comuni 136,7 milioni di euro, il 2,4% della loro spesa sociale, pari a 53,9 euro pro capite.

Tenendo conto che gli immigrati sono anche beneficiari dei servizi rivolti alla generalità della popolazione, le somme utilizzate a loro beneficio potrebbero salire al massimo a 1 miliardo di euro e sarebbero abbondantemente coperte dalle entrate che essi garantiscono. Una stima del Dossier ha evidenziato che il gettito fiscale assicurato dagli immigrati nel 2007 è stato di 3 miliardi e 749 milioni di euro, dei quali 3,1 miliardi per i soli versamenti Irpef e le restanti somme per diverse altre voci (addizionale Irpef regionale, Ici, Imposte catastali e ipotecarie), tra le quali le più consistenti sono quelle per imposta di registro (137,5 milioni) e imposta sostitutiva del reddito d’impresa (254,5 milioni di euro). Questi numeri non destano sorpresa, tenuto anche conto che secondo Unioncamere gli immigrati concorrono per il 9% al Prodotto Interno Lordo.

Gli immigrati assicurano anche un contributo economico rilevante ai paesi di origine tramite le rimesse, che nel 2007 a livello mondiale sono ammontate a 337 miliardi di dollari, mentre in Italia hanno raggiunto i 6 miliardi di euro, un quinto in più rispetto al 2006, dirette in prevalenza verso i paesi emergenti e in via di sviluppo, in particolare verso la Cina e le Filippine.

Scuola e università. Nel 2007 sono nati 64.000 bambini da entrambi i genitori stranieri e, se si tiene anche conto dei minori che vengono per ricongiungimento, emerge che la popolazione minorile aumenta in Italia al ritmo di 100.000 unità l’anno. I minori stranieri residenti sono 767.060, dei quali ben 457.345 di seconda generazione, ovvero nati in Italia e quindi stranieri solo giuridicamente. Gli studenti figli di immigrati aumentano al ritmo di 70.000 unità l’anno e hanno sfiorato le 600.000 unità nell’anno scolastico 2007-2008 (574.133), con un’incidenza media del 6,4% (ma del 10% e più in Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Umbria) e una maggiore concentrazione nelle scuole elementari e medie. Sono poco meno di 100 mila gli studenti romeni (92.734), albanesi (85.195) e marocchini (76.217), quasi 30.000 i cinesi, 20.000 gli ecuadoregni, 15.000 i tunisini, i serbi e i montenegrini. Non sono pochi i problemi che si presentano in un sistema scolastico scarsamente dotato di mezzi per favorirne un inserimento adeguato, specialmente quando il trasferimento dall’estero avviene nel corso dell’anno scolastico. Secondo fonti ministeriali, il 42,5% degli alunni stranieri non è in regola con gli studi, con ritardi scolastici particolarmente accentuati nella scuola secondaria superiore, dove il 19% degli iscritti stranieri ha più di 18 anni. Un altro serio problema è l’eccessiva canalizzazione di questi ragazzi verso il ramo tecnico-professionale. La globalizzazione riguarda anche le università italiane, dove sono iscritti 47.506 studenti stranieri, il doppio rispetto ad appena 10 anni fa ma pur sempre pochi: del resto il nostro sistema conosce una bassa considerazione a livello internazionale, risultando solo le università di Bologna e Roma (La Sapienza) nella graduatoria delle prime 200 più prestigiose (peraltro solo al 173° e 183° posto). Gli studenti stranieri sono solo il 2,6% dell’intera popolazione universitaria (1.809.186) e, quindi,un’esigua quota rispetto alla media dei paesi Ocse (7%). Gli universitari stranieri nuovi immatricolati sono annualmente 10.000 (per il 60% donne). Inoltre, gli iscritti ai dottorati di ricerca sono 2.136 su 38.890 (5,9%), gli iscritti ai master di I e II livello 2.385 su 43.127 (5,5%) e i laureati 5.000 l’anno. Le lingue e le culture degli immigrati.

Rilevante è anche la ricchezza culturale di cui gli immigrati sono portatori e della quale sono espressione le rispettive lingue (il Dossier ne censì 150 già nel 2001 in uno studio dell’Università per stranieri di Siena). Queste lingue, oltre a essere una ricchezza per i contenuti che veicolano, possono fungere anche da volano per i contatti commerciali con i paesi di origine: si pensi al cinese, all’arabo, al russo e allo spagnolo. Le lingue madri, che solitamente non sono di ostacolo all’apprendimento dell’italiano, sono indispensabili per sostenere l’identità culturale maturata nei paesi d’origine e la vita delle diverse collettività. L’ong Cospe ha registrato 146 testate “in lingua” di immigrati attive ad aprile 2007, per i due terzi costituite negli ultimi 5 anni: 63 giornali (per lo più mensili), 59 trasmissioni radiofoniche, 24 programmi televisivi (in prevalenza settimanali) con intervento anche di grandi gruppi come “Metropoli” del giornale “La Repubblica” e “Stranieri in Italia”. Lavorano nel settore 800 operatori di cui 550 di origine straniera. Si avverte sempre più la necessità di riformare la legge professionale, perché attualmente una testata in lingua straniera deve essere diretta da giornalisti italiani, che il più delle volte non conoscono l’idioma della testata stessa. A livello deontologico è stata approvata la Carta di Roma, che però abbisogna di essere dotata di mezzi concreti di applicazione.

Il problema della criminalità. Le denunce presentate contro cittadini stranieri da 89.390 nel 2001 sono diventate 130.458 nel 2005, su un totale di 550.990 (ultimo dato Istat disponibile). L’aumento complessivo delle denunce nel quinquennio è stato del 45,9% e nello stesso periodo l’incidenza della criminalità straniera (regolare e non) è passata dal 17,4% al 23,7%, mentre la presenza straniera regolare è raddoppiata (da 1.334.889 a 2.670.514 residenti stranieri).

Solitamente si afferma che gli stranieri abbiano un più alto tasso di delinquenza degli italiani, senza tenere conto che la “popolazione straniera” coinvolta nelle denunce include anche gli immigrati irregolari e le persone di passaggio, dai turisti agli uomini d’affari, non quantificabili con esattezza. Un caso particolare è stato quello della collettività romena, che costituisce attualmente un quarto della presenza straniera totale ed è stata coinvolta nel 2005 in un sesto delle denunce penali presentate contro cittadini stranieri, per cui è stata additata come una presenza ad “altissimo potenziale criminale”.

Senza sminuire la delicatezza della questione, però, il Dossier argomenta sulla base dei dati che la maggior parte dei romeni sono persone oneste. Del resto, secondo lo stesso Rapporto sulla criminalità, curato nel 2007 dal Ministero dell’Interno, tenuto conto che gli immigrati irregolari sono quelli principalmente coinvolti, i cittadini stranieri regolari incidono sulle denunce penali complessive all’incirca quanto incidono sul totale della popolazione residente, tuttavia con un particolare coinvolgimento in reati quali lo sfruttamento della prostituzione, l’estorsione, il contrabbando e la ricettazione.

Un altro caso delicato è quello dei rom, nei cui confronti si è ricorso alla “giustizia fai da te” (il caso del campo Ponticelli a Napoli, complice la credenza non suffragata da dati giudiziari che i rom siano rapitori di bambini) e, per la prima volta, all’ipotesi di rilevare impronte digitali nei confronti dei minori della comunità, già così negativamente stigmatizzata. Anche secondo Caritas e Migrantes la criminalità pregiudica una corretta convivenza societaria e chi delinque va condannato e punito, ma in un’ottica di rieducazione e senza forme di discriminazione sanzionatoria (come invece è avvenuto nei confronti degli irregolari). La cultura della legalità non è la mera risultante di interventi repressivi ma abbisogna di politiche sociali più inclusive, perché prevenzione e integrazione devono andare di pari passo, mentre espressioni del tipo “tolleranza zero” sono più che abusate nel nostro paese.

Un futuro insieme agli immigrati. La stima Istat (giugno 2008) della popolazione residente in Italia fino al 2050 ridimensiona il pericolo di “estinzione” della popolazione italiana e, nel contempo, evidenzia il crescente impatto degli stranieri, a fronte di un andamento demografico negativo, anche se le nascite non scenderanno al di sotto delle 500.000 unità.

I tre scenari ipotizzati dall’Istat (basso, centrale e alto, a seconda dei parametri prescelti) contemplano, infatti, l’aumento della popolazione anziana e la diminuzione della popolazione in età da lavoro. In tutti gli scenari l’età media, dai 42,8 anni del 2007, passerà a 49 anni a metà secolo. La popolazione attiva, da 39 milioni del 2007 scenderà nel 2051 a 30,8 milioni nello scenario basso, 33,4 milioni nello scenario medio e 35,8 nello scenario alto.

Le persone con 65 anni e oltre, rispetto agli attuali 11,8 milioni, nel 2051 diventeranno 22,2 milioni nello scenario alto, 20,3 milioni nello scenario medio e 18,3 milioni nello scenario basso. I residenti, rispetto ai 59,1 milioni d’inizio 2007, aumenteranno nel 2031 sia nello scenario medio (60,3 milioni, di cui 53,9 italiani) che in quello alto (64,6 milioni, di cui 55,5 italiani) e lo stesso avverrà nel 2051 con 61,6 milioni di abitanti nello scenario medio (di cui 50,9 italiani) e 67,3 milioni nello scenario alto (di cui 54,9 italiani); invece nello scenario basso si andrebbe sotto il livello attuale (55,6 milioni di cui 46,7 italiani, che diminuirebbero così di 3,5 milioni rispetto al 2007).

Il futuro dell’Italia non è realisticamente immaginabile senza gli immigrati. A metà secolo gli stranieri nel paese, al netto di quelli che diventeranno cittadini italiani, saranno 8,9 milioni nello scenario basso, 10,7 milioni nello scenario medio e 12,4 milioni nello scenario alto, con un’incidenza tra il 16% e il 18% sui residenti. Il livello dei flussi annuali ipotizzati dall’Istat, al netto delle uscite, è di 150.000 nuovi immigrati nello scenario basso, 200.000 nello scenario medio e 240.000 nello scenario alto, ipotesi che sembra realistico ritoccare ulteriormente verso l’alto. Già attualmente, infatti, è di 170.000 unità la quota annuale per l’ingresso di nuovi lavoratori, poco meno di 100.000 persone giungono per ricongiungimento familiare, i nuovi nati da entrambi i genitori stranieri sono 64.000 e qualche decina di migliaia di persone vengono a soggiornare in Italia per altri motivi quali quelli religiosi o di studio, determinando così un afflusso nettamente superiore a quello della stessa Germania. Priorità dell’integrazione per Caritas e Migrantes. Caritas e Migrantes sono organismi ecclesiali impegnati in immigrazione con i propri operatori e con molteplici strutture di servizio fin dagli anni Settanta, quando il fenomeno iniziava a rendersi visibile. Questa consolidata esperienza induce ad auspicare il superamento del “complesso di Penelope”, che porta lo schieramento politico maggioritario a disfare quanto fatto in precedenza, senza che così possa nascere un minimo comune denominatore libero da logiche ideologiche o partitiche. Il nodo centrale è la mancata percezione dell’immigrazione come fenomeno strutturale, destinato a incidere sempre più in profondità sulla società.

Questo fenomeno non è regolabile unicamente sulla base delle esigenze congiunturali del mondo del lavoro, non è affrontabile con un mero atteggiamento di chiusura e non è inquadrabile unicamente nelle esigenze di ordine pubblico. È la logica dei numeri a esigere un cambiamento di mentalità e l’adozione di politiche realistiche e più aperte, superando l’avversione aprioristica verso la diversità degli immigrati (di colore, di cultura, di religione). Pur nella convinzione che legalità e solidarietà vanno di pari passo, il cosiddetto “pacchetto sicurezza” non esaurisce i contenuti della politica migratoria e neppure ne è la parte più rilevante.

Quest’impostazione non elimina gli ostacoli che rendono difficile la vita degli immigrati e non si adopera per sostenerne l’inserimento con risorse e interventi adeguati. Il bisogno di strategie durature di integrazione è stato ricordato dall’Anno europeo del dialogo interculturale, inaugurato con il motto “insieme nella diversità”.

Numerose sono le esigenze cui dare risposta: la necessità di favorire l’impiego regolare di immigrati, in particolare nel settore dell’assistenza familiare, di assecondare l’esigenza di coesione delle famiglie, di assicurare il sostegno sociale all’inserimento, all’occorrenza chiamando anche i datori di lavoro a fare la loro parte. Secondo Caritas e Migrantes sono le politiche di integrazione il vero banco di prova degli interventi governativi in questo settore.


LUNGO LE STRADE DEL FUTURO

Diciottesimo rapporto sull’immigrazione CARITAS/MIGRANTES – Dossier Statistico 2008

IDOS – Centro Studi e Ricerche – Redazione Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes

Via Aurelia 796 – 00165 Roma – Tel. 06.66514345 – Fax 06.66540087 –

E-mail: idos@dossierimmigrazione.it – Internet: www.dossierimmigrazione.it

per avere dati aggiornati clicca anche qui:

http://www.portalecnel.it/Portale/documentiAltriOrganismi.nsf/vwPerChiave/a52/$FILE/VI%20Rapporto%20CNEL%20Indici%20di%20Integrazione.pdf

http://www.istat.it/salastampa/comunicati/non_calendario/20090226_00/testo_integrale_20090226.pdf

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